Firenze. Al museo Archeologico nazionale per “I Pomeriggi all’Archeologico” la conferenza “Il ritorno della dea. Studio, conservazione e restauro del bassorilievo raffigurante la dea Maat” con Giulia Basilissi, restauratrice del Maf; Anna Consonni, curatrice sezione “Museo Egizio” del Maf; Alice Maccoppi, restauratrice
Al museo Archeologico nazionale di Firenze per i “Pomeriggi dell’Archeologico” giovedì 5 febbraio 2026, alle 17, la conferenza “Il ritorno della dea. Studio, conservazione e restauro del bassorilievo raffigurante la dea Maat” con Giulia Basilissi, funzionaria restauratrice del museo Archeologico nazionale di Firenze; Anna Consonni, curatrice sezione “Museo Egizio” del museo Archeologico nazionale di Firenze; Alice Maccoppi, restauratrice. Prenotazione obbligatoria scrivendo a: man-fi@cultura.gov.it. Il celebre bassorilievo raffigurante la dea egizia Maat, simbolo di verità, giustizia e ordine cosmico, conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze e proveniente dalla tomba del faraone Seti I, rappresenta uno dei capolavori più significativi della collezione fiorentina. Il recente intervento di restauro, avviato in occasione dell’esposizione nella mostra Divine Egypt al Metropolitan Museum of Art di New York appena conclusasi, ha costituito un’importante occasione di studio, permettendo di ripercorrere la storia conservativa dell’opera e di approfondire le tecniche esecutive degli artigiani dell’antico Egitto. Durante l’incontro si offrirà l’inquadramento storico e collezionistico del bassorilievo, soffermandosi sulle modalità del suo arrivo a Firenze, e verranno illustrati alcuni dei risultati delle indagini diagnostiche non invasive condotte dal CNR-IFAC di Firenze. Queste analisi sono state fondamentali per valutare lo stato di conservazione, orientare le scelte di restauro e acquisire nuove informazioni materiali e tecniche, utili sia alla ricerca scientifica sia alla valorizzazione e divulgazione museale, per restituire al pubblico una lettura rinnovata di questo straordinario manufatto.
Con archeologiavocidalpassato.com alla scoperta della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale a Roma: dopo i tesori dalla tomba di Yuya e Tuya e quelli dalla tomba di Psusennes I, si chiude la sezione dedicata alla “Vita dopo la morte” con tesori da tombe sacerdotali e principesche, tra cui quelli provenienti dalla Cachette di Bab el-Gasus a Deir el-Bahari

Amuleto della dea Nekbet in oro e argento dalla Tomba del principe Hornakht a Tanis (XXII dinastia) conservato al museo Egizio del Cairo (foto graziano tavan)
Dopo le sale dedicate ai i tesori trovati all’interno della tomba di Yuya e Tuya (KV 46), scoperta nella Valle dei Re a Tebe Ovest il 5 febbraio 1905, e quelle dedicate ai tesori provenienti dalla tomba di Psusennes I (NRT III), scoperta da Pierre Montet nel 1940 a Tanis, nel Delta del Nilo, capitale dell’Egitto nel Terzo Periodo Intermedio (XXI-XXII dinastia), la visita proposta da archeologiavocidalpassato.com alla scoperta della mostra “Tesori dei Faraoni”, aperta alle Scuderie del Quirinale a Roma fino al 3 maggio 2026, con una selezione di 130 capolavori dell’arte dell’Antico Egitto, provenienti dal museo Egizio del Cairo e dal museo di Luxor, molti dei quali esposti per la prima volta fuori dal loro Paese, continua nella sala 5 che chiude la sezione “La vita dopo la morte” e l’esposizione del primo piano con la presentazione di alcuni tesori da tombe sacerdotali e principesche, tra cui quelli provenienti dalla Cachette di Bab el-Gasus o Cachette Sacerdotale o Secondo Deposito di Deir el-Bahari, scoperta nel 1891. Il percorso della mostra continua al secondo piano.

Coperchio in legno dipinto del sarcofago interno di Ankhefenmut dalla Cachette di Bab el-Gasus di Deir el-Bahari (XXI dinastia), conservato al museo Egizio del Cairo (foto graziano tavan)
Sala 5 – Principi e Alti Sacerdoti. Lungo la parete corre un lungo papiro proveniente dalla Cachette di Bab el-Gasus di Deir el-Bahari, a Tebe Ovest, e conservato al museo Egizio del Cairo: è il papiro di Djedkhonsuiusankh, cantatrice di Amon (terzo periodo intermedio) che viene raffigurata nel momento in cui viene accolta nell’aldilà da Osiride. Dalla stessa Cachette proviene anche il coperchio in legno dipinto del sarcofago interno di Ankhefenmut, conservato sempre al museo Egizio del Cairo, una donna vissuta sotto la XXI Dinastia (terzo periodo intermedio). Il sarcofago raffigura la mummia della defunta Ankhefenmut con i soli pugni serrati visibili sul petto. La resa del volto è sorprendentemente realistica.

Pendente in lapislazzuli e oro col volto di Hathor (XXII dinastia) dalla Tomba del principe Sheshonq, figlio di Osorkon II, a Saqqara, conservato al museo del Cairo (foto graziano tavan)
In una vetrina sono conservati alcuni piccoli gioielli: un amuleto in oro con le sembianze di Hathor (XXII dinastia) proveniente dalla Tomba dell’Alto Sacerdote e Principe Sheshonq a Kom el-Fakri (Memphis); un pendente in lapislazzuli e oro col volto di Hathor (XXII dinastia) dalla Tomba del principe Sheshonq, figlio di Osorkon II, a Saqqara; un bracciale in oro e lapislazzuli con sigillo simbolico a cilindro (XXII dinastia) dalle Tombe reali di Tanis; un pettorale in oro, lapislazzuli e vetro di Sheshonq I dalle Tombe reali di Tanis; e un amuleto in oro e argento della dea Nekbet (XXII dinastia) dalla Tomba del Principe Hornakht di Tanis.

Stele funeraria di Njt-Ptah dalla tomba rupestre della necropoli di Assasif a Tebe Ovest (foto graziano tavan)
Il percorso della “vita dopo la morte” si chiude con un focus sulle stele funerarie che nell’Antico Egitto erano una componente essenziale nelle sepolture, anche se la loro diffusione non era limitata esclusivamente alle tombe. Numerosi esemplari sono stati rinvenuti ad Abido, l’importante centro religioso meta di pellegrinaggi in cui sorgeva il principale santuario del dio Osiride: alle Scuderie del Quirinale ne possiamo ammirare quattro. Parte essenziale della stele era l’iscrizione che riportava il nome del defunto e la formula tradizionale per la presentazione delle offerte, nota fin dai tempi più antichi. Essa iniziava sempre con le parole: “Un’offerta che il re concede, un’offerta presentata da Osiride, signore di Abido…”. Le stele erano offerte dai familiari ai propri defunti “affinché il loro nome vivesse per sempre”, una frase che ricorre immancabilmente nelle dediche incise su di esse.
(continua – 4)
Bologna. Al museo civico Archeologico la conferenza “Oltre il visibile. Genesi ed evoluzione di un progetto sui sarcofagi gialli dell’Antico Egitto” con Stefania Maineri (università di Napoli “L’Orientale”)
Sabato 31 gennaio 2026, alle 17, nella sala conferenze del museo civico Archeologico di Bologna, la conferenza “Oltre il visibile. Genesi ed evoluzione di un progetto sui sarcofagi gialli dell’Antico Egitto” di Stefania Maineri dell’università di Napoli “L’Orientale”. Sarò l’occasione per scoprire e sapere tutto sui sarcofagi gialli. Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
Roma. A corollario della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale, Lectio magistralis “Il tesoro perduto della regina Ahhotep” del prof. Gianluca Miniaci (università di Pisa): alcuni tesori sono esposti nella prima sala. L’egittologo presenta per “archeologiavocidalpassato.com” il suo libro “Il tesoro perduto della regina Ahhotep” (Carocci)
Lectio magistralis “Il tesoro perduto della regina Ahhotep” del prof. Gianluca Miniaci, egittologo dell’università di Pisa martedì 27 gennaio 2026 nell’aula didattica delle Scuderie del Quirinale a corollario della mostra “Tesori dei Faraoni”. Le prenotazioni sono già sold out, ma la conferenza sarà registrata e pubblicata sul sito web e sul canale YouTube delle Scuderie del Quirinale.

L’egittologo Gianluca Miniaci (UniPi) con il suo libro “Il tesoro perduto della regina Ahhotep” (Carocci) (foto graziano tavan)
Il prof. Miniaci è autore del libro “Il tesoro perduto della regina Ahhotep. Una donna alla riconquista dell’Egitto antico” (Carocci editore): Celato per millenni in un nascondiglio che nulla rivelava dall’esterno, nel 1859, nei pressi dell’antica Tebe (oggi Luxor) tornò alla luce uno dei più grandi tesori dell’antico Egitto, composto da oltre 70 oggetti, fra cui numerosi gioielli, manufatti e armi in oro, argento, bronzo e pietre dure. Il tesoro era appartenuto a una coraggiosa regina di nome Ahhotep, vissuta verso il 1550 a.C., in un periodo particolarmente buio della storia dell’Egitto, dominato a nord dai temibili Hyksos. La storia di questa scoperta è intrecciata con quella del padre dell’archeologia egizia, Auguste Mariette. Il volume, arricchito da numerose illustrazioni e da un prezioso inserto a colori, ne traccia una ricostruzione, ancora in parte avvolta nel mistero, che ci conduce nelle atmosfere avventurose e romantiche dei primi ritrovamenti ottocenteschi, ci racconta la nascita del gusto per le antichità egizie e allo stesso tempo svela intrighi di potere dell’antico Egitto, fra devozione materna, incesti, tradimenti, guerre e catastrofi naturali.

Coperchio in stucco dorato e legno della regina Ahhotep dalla tomba della regina Ahhotep (Tebe Ovest), conservato al msueo del Cairo (foto graziano tavan)
Nella prima sala della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale, dedicata a “Egitto, terra dell’oro” sono esposti alcuni dei tesori provenienti dalla Tomba della regina Ahhotep: dalla decorazione al valor militare al bracciale del re Ahmose I, al coperchio in legno dorato del sarcofago della regina Ahhotep II (vedi Con archeologiavocidalpassato.com alla scoperta della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale a Roma: ecco i capolavori della Sala 1, “Egitto, terra dell’oro” | archeologiavocidalpassato).
Ecco la presentazione del libro “Il tesoro perduto della regina Ahhotep. Una donna alla riconquista dell’Egitto antico” (Carocci editore) che il prof. Miniaci ha fatto ad archeologiavocidalpassato.com.
“Questo libro racconta due storie che si intrecciano”, spiega Miniaci ad archeologiavocdalpassato.com. “Da una parte c’è l’Egitto del 1550 a.C. che vive un momento drammatico, uno sliding doors della storia dell’Antico Egitto diviso in due tronconi: nel Nord ci sono gli Hyksos e nel Sud ci sono gli egiziani. E poi c’è un’altra storia, quella dell’Egitto dell’800, un Egitto che è una sorta di far-west dell’archeologia, un Egitto in cui si incontrano e si scontrano artisti, diplomatici, avventurieri, esploratori, anche studiosi.

Decorazione al valor militare in oro (fine XVII-inziio XVIII dinastia) dalla tomba della regina Ahhotep II, conservata al museo di Luxor (foto graziano tavan)
Cercano tutti quanti di poter arrivare alle antichità egiziane che erano un po’ il cuore, la chiave di quella che è la scoperta dell’Antico Egitto. Questo libro ci parla di una regina guerriera, di una regina che finalmente riesce a sconfiggere gli Hyksos, e riesce a scacciare l’invasore dall’Egitto. Ma ci racconta anche tante altre storie che ruotano intorno a questa regina. Ci sono storie di incesto; c’è l’eruzione del vulcano di Santorini; ci sono le battaglie, gli scontri sanguinari; ci sono tutti i faraoni che vengono massacrati e uccisi dagli Hyksos; ci sono le dispute tra gli stranieri e gli egiziani stessi”.

L’egittologo Gianluca Miniaci (UniPi) con il suo libro “Il tesoro perduto della regina Ahhotep” (Carocci) (foto graziano tavan)
Gianluca Miniaci insegna Archeologia, Lingua e Storia dell’antico Egitto all’università di Pisa. È direttore della missione archeologica a Zawyet Sultan (Minya, Egitto) e della campagna di scavo dell’università di Pisa a Dra Abu el-Naga (Luxor, Egitto). Ha lavorato per i principali musei internazionali, tra cui il British Museum e il Louvre, e dirige varie riviste e collane scientifiche, fra cui la prestigiosa “Ancient Egypt in Context” edita da Cambridge University Press. Ha al suo attivo oltre 20 libri e più di 100 articoli scientifici. La sua ultima monografia è relativa alle miniature di animali in faïence in Egitto, Nubia e nel Levante nel Medio Bronzo (2000-1500 a.C.).
Con archeologiavocidalpassato.com alla scoperta della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale a Roma: dopo i tesori dalla tomba di Yuya e Tuya, sempre nelle sale 2-5 dedicate alla “Vita dopo la morte”, troviamo i tesori dalla tomba di Psusennes I (XXI dinastia), scoperta da Pierre Montet nel 1940 a Tanis, nel Delta del Nilo

Cavigliera in oro lapislazzuli e corniola dalla Tomba di Psesunnes (XXI dinastia), conservata al museo del Cairo (foto graziano tavan)
Dopo le sale dedicate ai i tesori trovati all’interno della tomba di Yuya e Tuya (KV 46), scoperta nella Valle dei Re a Tebe Ovest il 5 febbraio 1905, la visita proposta da archeologiavocidalpassato.com alla scoperta della mostra “Tesori dei Faraoni”,
aperta alle Scuderie del Quirinale a Roma fino al 3 maggio 2026, con una selezione di 130 capolavori dell’arte dell’Antico Egitto, provenienti dal museo Egizio del Cairo e dal museo di Luxor, molti dei quali esposti per la prima volta fuori dal loro Paese, continua, sempre nella sezione “La vita dopo la morte” che occupa le sale 2-5, con gli spazi dedicati ai tesori provenienti dalla tomba di Psusennes I (NRT III), scoperta da Pierre Montet nel 1940 a Tanis, nel Delta del Nilo, capitale dell’Egitto nel Terzo Periodo Intermedio (XXI-XXII dinastia).
Sale 2-5. La vita dopo la morte: Psusennes I. Psusennes I (ca 1047 – 1001 a.C.) governò l’Egitto per circa 47 anni. Il suo regno, uno dei più potenti e più lunghi della XXI dinastia, coincide con il Terzo Periodo Intermedio, epoca in cui il Paese, diviso, fu conteso tra due poteri principali: i re guerrieri del Nord e i potenti sacerdoti di Amon nel Sud, che controllavano l’antica capitale religiosa di Tebe. Nonostante questa frammentazione politica, la fama di Psusennes I fu uguagliata da pochi altri faraoni, come dimostra la sua tomba reale a Tanis, ritrovata intatta e colma dei suoi tesori, di quelli della sua famiglia e dei suoi successori sepolti con lui. Alcuni di questi tesori, conservati al museo del Cairo, sono presenti nella mostra “Tesori dei Faraoni”. Uno di questi, il grande collare in oro lapislazzuli e corniola, l’abbiamo incontrato nella prima sala dedicata a “Egitto, terra dell’oro” (vedi Con archeologiavocidalpassato.com alla scoperta della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale a Roma: ecco i capolavori della Sala 1, “Egitto, terra dell’oro” | archeologiavocidalpassato).

Copridita in oro della mummia di Psesunnes dalla tomba del faraone (XXI dinastia), conservata al museo del Cairo (foto graziano tavan)
Al centro della sala troneggia la vetrina con la copertura della mummia di Psusennes in oro e argento e, in un angolo, i copridita in oro della mummia di Psusennes. Su un lato della sala, invece, troviamo un vaso in oro di Psusennes ed Henuttaui, la madre del faraone; e un versatoio in oro. Sempre di Psusennes sono esposti un bracciale in oro, lapislazzuli e vetro; un altro in oro; e una cavigliera in oro, lapislazzuli e corniola.

Pendente-pettorale di Amenemope, in oro , lapislazzuli, feldspato e vetro, dalla tomba di Amenemope, conservato al museo del Cairo (foto graziano tavan)
Al figlio Amenemope, suo successore, appartiene invece il pendente pettorale in oro, lapislazzuli, feldspato e vetro. E a collana in oro e lapislazzuli è del faraone Osorkon II (XXII dinastia), che visse un secolo e mezzo dopo Psusennes.
(continua – 3)
Parma. Al via all’auditorium dei Voltoni del complesso monumentale della Pilotta le “Conferenze di Arkheoparma”: sette incontri. Inizia Matteo Riccò con “L’anno 1204 e la seconda morte dell’impero romano”
Tornano le conferenze di Arkheoparma dedicate ai molteplici temi dell’archeologia. Un viaggio tra passato e ricerca contemporanea, tenuto da studiosi ed esperti del settore, pensato per avvicinare tutta la cittadinanza alla conoscenza del patrimonio archeologico in modo chiaro, accessibile e coinvolgente. Dal 22 gennaio al 7 maggio 2026, sette incontri, alle 17, all’Auditorium del Complesso monumentale della Pilotta a Parma. Tutti gli incontri sono gratuiti fino ad esaurimento dei posti (100 persone). Per informazioni arkheoparma@gmail.com.
Si inizia giovedì 22 gennaio 2026, L’anno 1204 e la seconda morte dell’impero romano, con Matteo Riccò. Quindi giovedì 12 febbraio 2026, Annibale Bentivoglio in fuga dal Castello di Varano, con Ubaldo Delsante; giovedì 5 marzo 2026, Iside. Una dea vicino a noi, con Florio Lami; giovedì 26 marzo 2026, L’Uomo di Neanderthal e la transizione a Homo Sapiens, con Davide Delpiano; giovedì 16 aprile 2026, Parma Antica: uno sguardo sulla città attraverso la riscoperta dei monumenti perduti, con Francesco Francesconi; giovedì 7 maggio 2026, Archeologia del paesaggio. Come si sviluppa e cambia il concetto di urbanizzazione nella storia, Antonia Cozzi.
Con archeologiavocidalpassato.com alla scoperta della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale a Roma: le sale 2-5 dedicate alla “Vita dopo la morte” aprono con i tesori dalla tomba di Yuya e Tuya, i genitori di Tiye, la Sposa reale di Amenhotep III (XVIII dinastia)

Dettaglio del sarcofago antropoide esterno di Tuya, proveniente dalla tomba di Yuya e Tuya nella valle dei Re a Tebe Ovest, conservato al museo del Cairo (foto graziano tavan)
Superata la prima sala dedicata all’Egitto terra dell’oro, la visita proposta da archeologiavocidalpassato.com alla scoperta della mostra “Tesori dei Faraoni”, aperta alle Scuderie del Quirinale a Roma fino al 3 maggio 2026, con una selezione di 130 capolavori dell’arte dell’Antico Egitto, provenienti dal museo Egizio del Cairo e dal museo di Luxor, molti dei quali esposti per la prima volta fuori dal loro Paese, continua nella sezione “La vita dopo la morte” che occupa le sale 2-5, quindi tutto il resto del percorso al primo piano.

Set di quattro finti vasi di Yuya, proveniente dalla tomba di Yuya e Tuya nella valle dei Re a Tebe Ovest, conservato al museo del Cairo (foto graziano tavan)
“Ogni aspetto dell’esistenza nell’antico Egitto – spiegano gli egittologi – rimandava alla vita eterna. Il sole sorgeva e tramontava ogni giorno; il Nilo inondava le terre ogni anno per poi ritirarsi; i contadini mietevano e seminavano di nuovo; alla notte seguiva il giorno. Gli Egizi vedevano la vita e la morte come un ciclo eterno ed erano convinti che sarebbero vissuti nell’aldilà in una forma diversa. Tuttavia, per accedere alla vita eterna occorreva soddisfare numerose condizioni. La più importante era l’esistenza di una tomba o di un luogo di sepoltura, ma era necessario anche conservare la mummia, continuare a presentare offerte e custodire il nome e l’immagine del defunto nei rilievi che decoravano le pareti della camera funeraria o le statue collocate all’interno della tomba. Gli Egizi credevano infatti che un essere umano morisse davvero solo quando anche l’ultima persona a ricordarne il nome fosse scomparsa”.

Scrigno canopico di Yuya, proveniente dalla tomba di Yuya e Tuya nella valle dei Re a Tebe Ovest, conservato al museo del Cairo (foto graziano tavan)
“Il cammino verso l’aldilà era irto di pericoli – continuano – e il defunto doveva prepararsi a questo viaggio rischioso munendosi di numerosi amuleti e formule magiche. Nell’Antico Regno, tali formule erano contenute soltanto in quelli che sono noti come Testi delle Piramidi, ma in seguito comparvero anche nei Testi dei Sarcofagi e divennero accessibili anche ai defunti comuni. Nel Nuovo Regno formule e incantesimi vennero raccolti in numerosi libri che descrivevano il percorso verso l’immortalità, come il Libro dei Morti, il Libro del Giorno e della Notte, il Libro delle Porte, il Libro delle Caverne e altri testi funerari”.
“Giunto nell’aldilà, il morto doveva affrontare una difficile prova: nella sala del giudizio al cospetto di Osiride, signore dell’oltretomba, il suo cuore veniva posato sul piatto di una bilancia mentre sull’altro era collocata la piuma della dea Maat, che incarnava la verità, la giustizia e l’ordine. Se il cuore era appesantito dai peccati, il destino del defunto era perire per mano del mostro Ammit o essere dannato per sempre nei laghi di fuoco. Se invece pesava meno della piuma di Maat – concludono -, si era guadagnato l’immortalità nei Campi di Iaru”.
Sale 2-5. La vita dopo la morte: Yuya e Tuya. La prima parte della sezione dedicata alla vita dopo la morte propone ai visitatori i tesori trovati all’interno della tomba di Yuya e Tuya (KV 46), scoperta nella Valle dei Re a Tebe Ovest il 5 febbraio 1905, che fin da subito si rivelò come una delle scoperte archeologiche più importanti mai avvenute in Egitto. Si trattava della prima sepoltura non reale rinvenuta quasi intatta nella necropoli destinata ai faraoni del Nuovo Regno, portata alla luce dall’egittologo britannico James Quibell, che dirigeva lo scavo per conto di Thedore Davis. Yuya e Tuya ebbero l’onore di essere sepolti nella Valle dei Re in quanto genitori della regina Tiye, Grande sposa reale di Amenhotep III.

Sarcofago antropoide esterno di Tuya, proveniente dalla tomba di Yuya e Tuya nella valle dei Re a Tebe Ovest, conservato al museo del Cairo (foto graziano tavan)
Al centro della sala troneggia il sarcofago antropoide esterno di Tuya (XVIII dinastia, regno di Amenhotep III). Il legno è rivestito di stucco dorato con intarsi di vetro blu e ossidiana (occhi), vetro azzurro, blu scuro e rosso (gioielli). Attorno si può ammirare un set di quattro finti vasi di Yuya in legno dipinto di rosso (piedistallo), calcare dipinta di giallo, rosso e nero (vasi); lo scrigno canopico di Yuya con coperchio spiovente, in legno, stucco, resina, oro, pigmenti naturali.

Vaso canopo di Tuya, proveniente dalla tomba di Yuya e Tuya nella valle dei Re a Tebe Ovest, conservato al museo del Cairo (foto graziano tavan)
Si può ammirare un vaso con cartigli di Amenhotep III e della regina Tiye in calcite o alabastro egizio. E anche uno dei quattro vasi canopi in alabastro contenenti i visceri di Tuya. Gli imbalsamatori utilizzarono questo contenitore per conservare gli intestini di Tuya. Una volta estratti dal corpo, essi vennero avvolti in bende di lino fino ad assumere l’aspetto di una minuscola mummia alla quale fu applicata una pregevole maschera funeraria finemente decorata in oro. L’iscrizione geroglifica sul vaso ricorda che gli intestini erano posti sotto la duplice protezione della dea scorpione Serqet e di Qebehsenuf, uno dei quattro figli del dio falco Horus, raffigurato sul coperchio del vaso con volto umano, parrucca e una corta barba.

Il letto di Yuya e Tuya, proveniente dalla tomba di Yuya e Tuya nella valle dei Re a Tebe Ovest, conservato al museo del Cairo (foto graziano tavan)
Chiude questa “sezione”, accanto al poggiatesta in calcite di Pepi (VI dinastia, Antico Regno) e agli ushabti di Meryptah (Nuovo Regno), il letto di Yuya e Tuya in legno dipinto.
(continua – 2)
Torino. Al museo Egizio la conferenza “New discoveries of the Swiss-French archaeological mission at Saqqara” con l’egittologo Philippe Collombert, in presenza e on line. In collaborazione con ACME e l’università di Torino
Martedì 20 gennaio 2026, alle 18, al museo Egizio di Torino nuovo appuntamento con le conferenze organizzate con l’associazione ACME, Amici e Collaboratori del museo Egizio: in sala conferenze, con accesso da via Maria Vittoria 3M, Philippe Collombert racconterà le recenti scoperte della Missione Archeologica Svizzero-Francese a Saqqara nell’incontro “New discoveries of the Swiss-French archaeological mission at Saqqara”. Evento in lingua inglese con traduzione simultanea in italiano in sala. L’ingresso alla Sala Conferenze (è libero con prenotazione obbligatoria al link https://www.eventbrite.it/…/new-discoveries-of-the… L’evento è disponibile anche in streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio. Il programma di incontri è realizzato in collaborazione con il dipartimento di Studi storici dell’università di Torino.
La Missione Archeologica Svizzero-Francese a Saqqara lavora da anni nella necropoli reale situata a 30 chilometri a sud del Cairo. Dopo aver scavato la piramide del faraone Pepi I (ca. 2310–2260 a.C.) e aver scoperto i complessi funerari e le piramidi di otto delle mogli del faraone, la maggior parte delle quali precedentemente sconosciute, nel 2022 la Missione si è posta un nuovo obiettivo: scavare la necropoli dei grandi amministratori del regno (visir, capi dei lavori, ecc.) durante il regno di Pepi I. Questo gruppo di tombe un tempo monumentali è oggi sepolto sotto sei metri di sabbia. Fin dall’inizio degli scavi, la Missione ha scoperto i resti della tomba di uno dei più celebri alti funzionari del regno di Pepi I: il “Capo del Sud” Weni. Quest’uomo è particolarmente noto nell’egittologia per aver fatto incidere la più lunga autobiografia di quel periodo in un’altra tomba ad Abido, a oltre 500 chilometri a sud di Saqqara. La conferenza si concentrerà inoltre su alcune spettacolari e inattese nuove scoperte.

Philippe Collombert a Saqqara con la missione archeologica svizzero-francese )foto missione archeologica svizzero-francese)
Philippe Collombert ha studiato Egittologia a Parigi (École du Louvre ed École Pratique des Hautes Études), dove ha conseguito il dottorato in Egittologia nel 2000. Successivamente è stato nominato Membro Scientifico dell’Istituto Francese di Archeologia Orientale (Il Cairo, 2000–2003). Dal 2008 è professore di Egittologia all’università di Ginevra e direttore della Missione Archeologica Svizzero-Francese a Saqqara. È specialista nella scrittura dell’antico Egitto e nella religione dell’antico Egitto.
Con archeologiavocidalpassato.com alla scoperta della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale a Roma: ecco i capolavori della Sala 1, “Egitto, terra dell’oro”

La grande rampa che porta al primo piano delle Scuderie del Quirinale dove è allestita la mostra “Tesori dei Faraoni” (foto graziano tavan)
È un viaggio nella civiltà egizia attraverso le sue forme più alte e insieme più intime – potere, fede, vita quotidiana – quello che propone la mostra “Tesori dei Faraoni”, aperta alle Scuderie del Quirinale a Roma fino al 3 maggio 2026, con una selezione di 130 capolavori dell’arte dell’Antico Egitto, provenienti dal museo Egizio del Cairo e dal museo di Luxor, molti dei quali esposti per la prima volta fuori dal loro Paese. La mostra, curata da Tarek El Awady, già direttore del museo Egizio del Cairo, è prodotta da ALES – Arte Lavoro e Servizi del ministero della Cultura con MondoMostre, in collaborazione con il Supreme Council of Antiquities of Egypt, con il sostegno del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del ministero della Cultura, del ministero del Turismo e delle Antichità d’Egitto, con il patrocinio della Regione Lazio e la collaborazione scientifica del museo Egizio di Torino.
La mostra “Tesori dei faraoni” riunisce centotrenta preziosi manufatti, partiti per la prima volta dall’Egitto alla volta dell’Italia. Questa eccezionale raccolta di capolavori racconta la storia di una delle più antiche civiltà della Terra, nata sulle rive del Nilo nel 3200 a.C. I grandi faraoni si distinsero per il loro talento in ogni campo: medicina, astronomia, arte, architettura, letteratura e magia. Per oltre tremila anni, la sapienza dell’antico Egitto ha brillato come un faro nelle tenebre.

Cinque braccialetti d’oro di Sekhemkhet (III dinastia, Abtico Regno) dalla piramide a gradoni di Saqqara, conservata al museo del Cairo (foto graziano tavan)
L’itinerario della mostra, articolato in 10 sale tra il primo e il secondo piano delle Scuderie del Quirinale, parte dal tema della vita dopo la morte e dall’arduo viaggio nell’aldilà, per proseguire con le concezioni religiose dei faraoni e la devozione verso gli dèi e le dee che influenzavano la loro vita quotidiana. La mostra offre quindi la rara opportunità di ammirare una piccola ma speciale collezione proveniente dalla cosiddetta Città d’Oro, una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni. A seguire, si delinea un ritratto rivelatore della società dell’antico Egitto, dalla classe dominante ‒ composta da principi e principesse, nobili e alti funzionari ‒ al popolo, di cui facevano parte i servitori. Questo viaggio affascinante si conclude con una scoperta sorprendente: il segreto del successo dei faraoni, che hanno conquistato l’immortalità e sono stati protagonisti di uno dei capitoli più straordinari nella storia della civiltà umana.
archeologiavocidalpassato.com propone di scoprire passo passo i “Tesori dei Faraoni” introducendo i lettori alle singole sale con un video seguito dall’illustrazione dei capolavori esposti. Cominciamo con la prima sala.
SALA 1 – Egitto, terra dell’oro. I faraoni introdussero i primi sistemi conosciuti per l’estrazione dell’oro già intorno al 3200 a.C. La più antica mappa delle miniere d’oro – oggi conservata al museo Egizio di Torino (Papiro delle miniere, Torino 1879) – fu rinvenuta nella necropoli di Deir el-Medina, a Luxor, 6. L’oro si trova ancora oggi in abbondanza in Egitto, in particolare nel deserto orientale vicino alle colline del Mar Rosso e nel sud del Paese.

Decorazione al valor militare in oro (fine XVII-inziio XVIII dinastia) dalla tomba della regina Ahhotep II, conservata al museo di Luxor (foto graziano tavan)
Apprezzato come metallo prezioso dai faraoni, che lo utilizzavano come unità di misura per il valore delle merci, l’oro fungeva da vera e propria moneta nell’antico Egitto. Ebbe anche un ruolo importante nella religione egizia: metallo incorruttibile, immune al passare del tempo, era associato all’immortalità. I faraoni credevano persino che il corpo degli dèi fosse fatto d’oro e dunque le statue delle divinità collocate nei templi dovevano essere modellate in oro puro. Probabilmente fu per questo motivo che il nobile metallo divenne un elemento essenziale nella preparazione delle salme mummificate, prima che fossero sepolte nella loro dimora eterna.

Bracciale in oro e lapislazzuli del re Ahmose I (XVIII dinastia, Nuovo Regno) dalal tomba della regina Ahhotep II, conervato al museo del Cairo (foto graziano tavan)
Maschere funerarie, coperture delle mummie e perfino i sarcofagi di re, aristocratici e alti dignitari venivano realizzati in oro per assicurare la conservazione delle spoglie. Gli orafi egizi, inoltre, furono maestri nella creazione di raffinati gioielli e amuleti con questo metallo dal valore eterno.

Grande collare di Psusennes I, in oro lapislazzuli corniola, feldspato, dalla tomba di Psusennes I a Tanis, e conservato al museo del Cairo (foto graziano tavan)
La mostra “Tesori dei faraoni” presenta oltre quaranta preziosissimi manufatti in oro, tra cui il celebre collare di Psusennes I. Questa straordinaria creazione è composta da sette fili di oltre 6.000 dischetti d’oro ed è considerata il gioiello più pesante dell’antichità giunto fino a noi.
(continua)
Torino. Al museo Egizio torna la rassegna musicale “ONDE” che diventa appuntamento fisso: dodici concerti gratuiti nella Galleria dei Re. Si inizia col concerto “Dalle corti al tango” del conservatorio statale “Giuseppe Verdi”
Dal 18 gennaio 2026 torna la rassegna musicale “ONDE”. Le matinée musicali al museo Egizio di Torino diventano un appuntamento fisso. Dopo il successo della prima edizione dell’estate 2025, “Onde” si rinnova nel 2026 con una stagione di dodici concerti gratuiti che consolidano la partnership tra il museo e tre delle principali istituzioni musicali torinesi: l’Orchestra Filarmonica di Torino, il conservatorio statale “Giuseppe Verdi” e la Fondazione Merz. La rassegna conferma il ruolo del museo Egizio come laboratorio della contemporaneità, dove la storia millenaria dell’antico Egitto dialoga con i linguaggi artistici del presente attraverso progetti multidisciplinari che intrecciano archeologia, musica e arte contemporanea.
Da gennaio a dicembre 2026, la suggestiva Galleria dei Re ospiterà ogni mese una domenica mattina dedicata alla musica, in un programma che spazia dal barocco al jazz, dalla musica contemporanea alle contaminazioni tra Oriente e Occidente. “La scelta di rendere Onde un appuntamento stabile nel calendario culturale della città nasce dalla volontà di rafforzare il legame tra il museo Egizio e le istituzioni musicali del territorio”, dichiara Christian Greco, direttore del museo Egizio. “Questo nuovo sodalizio rappresenta un modello di collaborazione virtuosa, dove la ricerca archeologica e le arti si incontrano per generare esperienze culturali innovative e accessibili gratuitamente alla comunità”.
Appuntamento dunque domenica 18 gennaio 2026, alle 11, con il concerto “Dalle corti al tango” del conservatorio statale “Giuseppe Verdi” di Torino che porterà i partecipanti in un affascinante viaggio musicale tra l’antico e il moderno. Il giovane artista Ivan Homolskyi alla fisarmonica, ci accompagnerà alla scoperta di questo strumento tra suggestioni barocche, virtuosismo, ritmi serrati, cantabilità. I partecipanti potranno visitare gratuitamente la Galleria delle Sekhmet in Galleria dei Re.










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