Roma. Per il ciclo di conferenze “The Clash. Libri e discussioni sul Patrimonio Culturale” dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte (INASA) in presenza con Green Pass presentazione del libro di Daniele Manacorda “Il mestiere dell’archeologo”

Martedì 29 marzo 2022. Alle 16.30, tornano “The Clash. Libri e discussioni sul Patrimonio culturale” le presentazioni/discussioni all’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte di Roma in piazza San Marco 49. Si entra con Green Pass e mascherina obbligatoria. Si riparte con la raccolta “Il mestiere dell’archeologo” di Daniele Manacorda, uno dei grandi protagonisti dell’archeologia italiana contemporanea. Il libro sarà una bella occasione per discutere di archeologia urbana, pubblica e di storia e metodi dell’archeologia. Una raccolta di trent’anni di alta divulgazione scientifica che Daniele Manacorda ha prodotto per la rivista “Archeo”, curata da Nicoletta Balistreri, Giulia de Palma, Valeria Di Cola, Giulia Facchin, Mirco Modolo e Adelina Ramundo. Intervengono Andrea Augenti, Alessandro Garrisi, Elisabetta Pallottino, Rita Paris. Moderano Antonio De Cristofaro e Massimo Pomponi.

L’archeologo Daniele Manacorda
“Il mestiere dell’archeologo”. Che cosa significa oggi essere archeologo? Quali sono i principali campi di applicazione dell’archeologia del XXI secolo? Daniele Manacorda risponde a questi interrogativi in un volume che raccoglie per la prima volta più di trent’anni di rubriche pubblicate nella rivista Archeo. Un libro per curiosi e appassionati, che si presta a diventare una vera e propria palestra di metodo per chi si accosta all’archeologia per lavoro o per esigenze di studio. Le rubriche offrono al lettore pensieri sparsi, in forma quasi di taccuino, dove è possibile rileggere i capitoli più significativi del percorso di ricerca e docenza di Daniele Manacorda. Le sue osservazioni non appaiono mai dogmatiche, sono semmai spunti per nuovi interrogativi, che ci spingono a reinterpretare criticamente la complessità del reale. Ne viene fuori un ritratto originale dell’archeologia che, prima ancora di una disciplina, è una lente attraverso la quale scrutare la realtà che ci circonda, ma anche uno strumento per ritrovare il passato nel nostro presente e il presente nel nostro passato.
Torino. Al museo Egizio l’egittologa Salima Ikram “The Animal Mummies of the Museo Egizio / Le mummie animali del Museo Egizio”. Conferenza on line in collaborazione con Acme

Mentre la maggior parte dei musei ospitano uno o due esempi di mummie animali, il Museo Egizio possiede una delle più vaste collezioni di questi artefatti. Diversamente da altre collezioni, molte provengono da scavi e la loro provenienza è ben documentata. “The Animal Mummies of the Museo Egizio / Le mummie animali del Museo Egizio” con Salima Ikram: martedì 29 marzo 2022, alle 18, nuovo appuntamento in streaming al museo Egizio di Torino con le conferenze organizzate con l’Associazione ACME, Amici e Collaboratori del Museo Egizio. Introduce Christian Greco, direttore del museo Egizio. La conferenza vuole presentare la nuova iniziativa da parte del Museo di documentare e studiare la sua collezione di mummie animali, usando sia nuove tecnologie che le tecniche tradizionali, e alcune delle informazioni derivate da tali studi. La conferenza, in lingua inglese, è in streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo Egizio.

L’egittologa Salima Ikram
La prof.ssa Salima Ikram è Distinguished Professor of Egyptology all’American University in Cairo ed Extraordinary Professor all’Università di Stellenbosch. Lavora come archeologa in Egitto dal 1986. Ha co-diretto il progetto Predynastic Gallery e la North Kharga Oasis Survey e ha diretto l’Animal Mummy Project, the North Kharga Oasis Darb Ain Amur Survey focalizzato sull’arte rupestre, e la Amenmesse Mission of KV10 and KV63 nella Valle dei Re. Ha anche lavorato in Egitto, Sudan e Turchia come archeozoologa e archeologa. Membro dell’American Academy of Arts and Sciences, la dott.ssa Ikram è autrice di numerose pubblicazioni, sia accademiche che divulgative (per adulti e per bambini) su diversi temi: da quelli di soggetto tradizionalmente egittologico ad argomenti di zooarcheologia. Al momento la sua ricerca si focalizza su come i cambiamenti climatici dell’Egitto abbiano influito sulla fauna, basandosi sulle prove derivanti dalle testimonianze pittoriche, testuali, archeozoologiche e climatologiche; sui cambiamenti delle risorse di cibo e le abitudini alimentari; l’arte rupestre e gli usi funerari.
Roma. Con gli esperti del parco archeologico del Colosseo alla scoperta dei mosaici presenti tra Foro Romano e Palatino: con la settima tappa si va alla scoperta degli straordinari rivestimenti pavimentali del Palatino partendo dagli Horrea Agrippiana

Horrea Agrippiana sul Palatino: mosaico con raffigurazione del dio Oceano. Veduta d’insieme del sacello dedicato al genius horreorum (foto Archivi PArCo)
Il parco archeologico del Colosseo propone un nuovo itinerario on line tra Foro Romano e Palatino, a cura di Federica Rinaldi, Alessandro Lugari e Francesca Sposito, per scoprire che cosa state si sta calpestando in una visita, per capire in quale edificio e ambiente vi state muovendo, per riconoscere i pavimenti antichi in marmi policromi e in mosaico che decoravano gli edifici pubblici, ma anche e soprattutto le case private e i palazzi. In questo settimo appuntamento, la passeggiata virtuale lascia il Foro Romano alla scoperta degli straordinari rivestimenti pavimentali del Palatino partendo dagli Horrea Agrippiana, un complesso di magazzini edificati da Marco Vipsanio Agrippa che da lui prese il nome. “L’edificio, accessibile dal vicus Tuscus lungo il lato nord-occidentale del colle”, ricordano gli archeologi del PArCo, “era originariamente a tre piani con pianta rettangolare e presenta, lungo tutti e quattro i lati, tabernae affacciate su un cortile centrale. La prima fase degli Horrea è da comprendere tra il 33 e il 12 a.C., con ristrutturazioni successive documentabili alla fine del II d.C., epoca a cui risale la risistemazione del sacello centrale, e ancora fino al IV-V secolo d.C. Al centro della corte si imposta un’edicola centrale con il sacello dedicato al genius horreorum, come documenta l’iscrizione sul piedistallo che si è conservato. Il pavimento è in tessellato con raffigurazione del volto del dio Oceano”.

Horrea Agrippiana sul Palatino: mosaico con raffigurazione del dio Oceano, particolare in una foto d’Archivio. Da notare le corna e le chele sulla sommità del capo e la barba terminante con due teste a forma di pesce (foto Archivi PArCo, 30 FR-HA-asf015459)
“Il mosaico a tessere bianche e nere dell’edicola centrale”, continuano gli archeologi del PArCo, “raffigura una maschera maschile inserita entro un ottagono curvilineo i cui vertici sono generati da sei candelabri filiformi e due vasi panciuti. I candelabri a loro volta si sviluppano a partire da elementi vegetalizzati che danno all’insieme un effetto arabescante. Il punto focale del disegno è il volto maschile al centro della composizione: spiccano le corna e le chele sulla sommità del capo e la folta barba terminante con due teste a forma di pesce. Gli attributi caratterizzano inequivocabilmente il volto come quello del dio Oceano, presentato frontalmente e con fattezze piuttosto giovani. È importante sottolineare che la rappresentazione del dio non ha alcuna relazione con il decoro vegetale del pavimento ma ha sola funzione decorativa e di riempimento dell’intero disegno”.

Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme: mosaico con raffigurazione del dio Oceano tra pesci ed uccelli acquatici (foto da Cercone G., Mosaico da via delle Mura Portuensi, in Museo Nazionale Romano. Palazzo Massimo alle Terme. I mosaici, a cura di R. Paris e M.T. Di Sarcina, Milano 2012, n. 26 p. 289)
“Il soggetto non è diffusissimo e compare solo a partire dall’età adrianeo-antonina (seconda metà del II secolo d.C.), sia nella versione in bianco e nero, attestata qui negli Horrea Agrippiana e in un mosaico di via delle Mura Portuensi a Roma, sia nella versione policroma, come nel celebre esempio della villa di Baccano. Tutti i confronti citati sono conservati presso il museo nazionale Romano nella sede di Palazzo Massimo. L’iconografia – concludono – conosce ampia attestazione nel corso del III secolo d.C., soprattutto in ambito nord-africano e la sua presenza all’interno del complesso degli Horrea può essere riconducibile al legame con il mare e genericamente con il commercio, anche se non sono mancate altre interpretazioni”.
Gruppo archeologico dei Campi Flegrei. Visite guidate alla Villa rustica del Torchio di via Masullo e alla necropoli Fescina di via Brindisi

Visite guidate domenica 27 marzo 2022, alle 16, alla Villa rustica del Torchio di via Masullo a Quarto (Na) e domenica 3 aprile 2022 alla necropoli Fescina di via Brindisi sempre nel comune di Quarto a Nord-Ovest di Napoli: è la proposta culturale per cittadini e turisti del Gruppo archeologico dei Campi Flegrei, patrocinata dal Comune di Quarto e dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli.

Alcuni ambienti della Villa rustica del Torchio a Quarto (Na) (foto gruppo archeologico campi flegrei)
La Villa rustica del Torchio di via Masullo è stata portata alla luce nel 2006 ed è una delle poche che si conserva nei Campi Flegrei. L’edificio presenta un impianto quadrangolare, preceduto da un cortile con porticato su pilastri. Sorta presumibilmente negli ultimi anni del II sec. a.C., la struttura presenta varie fasi costruttive e successive modifiche, che testimoniano una continuità di vita fino al IV-V sec. d.C. Il rinvenimento in alcuni ambienti della villa di un torcularium e di una cella vinaria, consente di ipotizzare che l’edificio fosse un centro di produzione di vino che aveva permesso ai proprietari di arricchirsi, ipotesi sostenuta dalla presenza di un consistente numero di monete rinvenute.

Il mausoleo a cuspide, comunemente indicato come “Fescina”, nell’omonima necropoli a Quarto (Na) (foto gruppo archeologico campi flegrei)
La necropoli Fescina si trova lungo il tracciato di uno dei diverticoli della via Campana, l’odierna via Brindisi. Fu scavata nel corso degli anni Settanta ed Ottanta del ‘900, quando era visibile solo il famoso mausoleo a cuspide, al tempo utilizzato come deposito di attrezzi agricoli. Si tratta di un’area sepolcrale recintata al cui interno si trovano alcuni monumenti funebri. Il mausoleo a cuspide, comunemente indicato come “Fescina”, è la struttura più antica del complesso. Essa si presenta in opera reticolata, si compone di un alto tamburo circolare sormontato da una guglia piramidale a pianta esagonale, copertura rara nella zona flegrea ma molto diffusa nel Mediterraneo orientale durante l’età ellenistica.
Napoli. “Mann, che Storia. I tesori del Museo Archeologico Nazionale di Napoli”: lunedì presentazione in auditorium del libro di Paolo Giulierini su percorsi, progetti e visioni dell’Archeologico con contributi di firme autorevoli, e messaggio del ministro Franceschini. Il libro giovedì in allegato con “La Repubblica Napoli”

La copertina del libro “Mann, che Storia. I tesori del Museo Archeologico Nazionale di Napoli” di Paolo Giulierini con un’immagine di Mimmo Jodice dei corridori della Villa dei Papiri
Il Museo come custode di uno straordinario patrimonio archeologico, che si riflette non soltanto nelle celebri sezioni museali (dalla statuaria Farnese alla sezione Egizia, dai mosaici agli affreschi, dalla Collezione Magna Grecia alla Preistoria), ma anche nei nuovi allestimenti che saranno presto restituiti alla fruizione del pubblico (Campania romana, Sezione tecnologica, Antichità orientali, sezione del Mediterraneo); i progetti del Museo, con focus sulle strategie di promozione digitale dopo l’emergenza Covid; il quartiere della cultura, in cui l’Archeologico è centro simbolico di una rete virtuosa per promuovere il territorio. Simbolo dell’incessante lavoro di rilancio del Mann è, forse, uno dei tanti protagonisti dei capolavori del Museo: si racconta che Alessandro Magno, sino agli ultimi istanti della propria vita, abbia inseguito il miraggio della tigre blu che, alle soglie del terzo millennio, è un invito sempre valido a non tradire sogni e attese. Sono questi i tre sentieri tematici in cui si muove Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, nel libro “Mann, che Storia. I tesori del Museo Archeologico Nazionale di Napoli”, che fa parte della collana “Novanta-Venti”, nata in occasione dei trent’anni della redazione de “La Repubblica Napoli”: il libro, che verrà distribuito gratuitamente in edicola giovedì 31 marzo 2022 come supplemento al giornale, sarà presentato lunedì 28 marzo 2022, alle 17, all’auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli.

Un’immagine di Riccardo Siano (La Repubblica) dal libro “Mann, che Storia. I tesori del Museo Archeologico Nazionale di Napoli” di Paolo Giulierini
Ѐ il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ad inaugurare, con il proprio messaggio, il viaggio culturale del libro: l’attenzione è rivolta non soltanto ai risultati dell’autonomia degli istituti culturali nel sistema museale nazionale, ma anche alla ricchezza delle collezioni del Mann. Il direttore de “La Repubblica”, Maurizio Molinari, dedica la prefazione alle caratteristiche ontologiche della collana “Novanta-Venti”, pubblicata da Guida editore: l’intelligenza divulgativa, tra archeologia e giornalismo, è il filo conduttore della narrazione sul Mann. Nella sua introduzione, ancora, il responsabile della redazione partenopea de “La Repubblica”, Ottavio Ragone, descrive il dialogo empatico che nasce tra i visitatori e i capolavori del Museo. Il libro “Mann, che storia” è corredato da un ricco apparato di immagini, scattate da Riccardo Siano (“La Repubblica”) o fornite dall’Archivio Fotografico del MANN; il volume è realizzato anche con il contributo di: università di Napoli Federico II, Metropolitana di Napoli SpA, Protom, Studio Trisorio, D’Orta, Sophia Loren Restaurant- Firenze e Milano.

Il direttore Paolo Giulierini con un piccolo visitatore alla riapertura del Mann (foto giorgio albano)
Paolo Giulierini descrive il Museo che cambia, tra i la valorizzazione delle collezioni più celebri, i progetti di riallestimento delle sezioni e le iniziative di promozione del territorio. “Mann, che storia” contiene numerose finestre di approfondimento: Antonella Carlo (responsabile ufficio Comunicazione del Museo) descrive il metodo per valorizzare il patrimonio culturale, unendo tagli divulgativi diversi in un racconto armonico che non perde unità; Antonio Ferrara (giornalista de “La Repubblica”) seleziona alcuni capolavori dell’Archeologico, per un’analisi che parte dal valore emozionale dello sguardo e giunge alla storia delle opere e delle collezioni; Paolo De Luca (giornalista de La Repubblica) si sofferma sugli itinerari sperimentali del Mann, dal progetto sulla cromia delle statue antiche al videogame “Father and son”, dal lavoro di scavo nei depositi al riallestimento degli spazi aperti al pubblico, come la caffetteria.

I depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli fotografati da Riccardo Siano (La Repubblica) per il libro “Mann, che Storia. I tesori del Museo Archeologico Nazionale di Napoli” di Paolo Giulierini
Il Museo come patrimonio di tutti: il libro si chiude con le pagine di voci autorevoli che raccontano il “loro” Mann. Mimmo Jodice, che dona anche l’immagine di copertina del volume con un suggestivo ritratto fotografico di un corridore proveniente dalla Villa dei Papiri, esprime le emozioni per un luogo del cuore, motivo di appartenenza alla città e al suo patrimonio. Non può mancare il racconto di Alberto Angela, divulgatore d’eccellenza dei tesori dell’Archeologico e delle scoperte svelate dai depositi; storia e attualità si combinano nel ritratto dei Tirannicidi di Luciano Canfora, mentre Camila Raznovich e Mario Tozzi, che hanno raccontato il Museo nelle loro seguitissime trasmissioni, parlano rispettivamente di un istituto dai mille volti e di uno scrigno in cui scoprire la vita intima dei nostri antenati. Il Museo è guardato con la curiosità degli antropologi da Elisabetta Moro e Marino Niola, mentre Sara Bilotti, Lorenzo Marone, Maurizio Braucci, Alessandro Rak e Giuseppe Miale di Mauro privilegiano un taglio letterario per vivere, con le parole, le sale del Mann; Benedetta Craveri e Ippolita di Majo, ancora, dedicano un’attenzione privilegiata ad alcune opere-simbolo dell’Istituto; Marisa Laurito rappresenta l’Archeologico come spazio di riconoscimento dello spirito partenopeo e Matteo Lorito, infine, traccia un cammino di valorizzazione che parte dalle sinergie interistituzionali.
Taranto. Nuovo appuntamento al museo Archeologico nazionale di “MArTA in MUSICA – Le matinée domenicali” con “Odissee nello spazio. Nuove dimensioni elettro-acustiche”

Domenica 27 marzo 2022, alle 11.45, nella sala multimediale del museo Archeologico nazionale di Taranto nuovo appuntamento della rassegna “MArTA in MUSICA – Le matinée domenicali”: Luigi Leo, direttore L.A.Chorus, presenta il concerto “Lux”, in collaborazione con Mysterium Festival 2022. Ingresso 8 euro. All’ingresso del MArTA il giorno del singolo concerto sarà consegnato ad ogni possessore del biglietto del singolo concerto un coupon della validità di una settimana (dalla domenica del singolo evento al sabato successivo) che darà diritto ad un ingresso gratuito al museo Archeologico nazionale di Taranto. Il coupon ha validità dalla domenica del singolo evento concertistico fino al sabato successivo e deve essere utilizzato tassativamente entro lo stesso periodo per la prenotazione e per l’ingresso gratuito al museo Archeologico nazionale di Taranto inserendo il codice coupon sulla piattaforma e-ticketing del museo Archeologico nazionale di Taranto: https://www.shopmuseomarta.it L’ingresso al museo del possessore del coupon è condizionato in ogni caso al numero di posti disponibili nella fascia oraria selezionata.
Marano di Valpolicella (Vr). Riapre al pubblico l’area archeologica del Tempio di Minerva: ecco orari e visite guidate da aprile a ottobre

L’area archeologica Tempio di Minerva a Marano di Valpolicella (Vr) riapre al pubblico da domenica 27 marzo 2022: alle 17 la prima visita guidata dell’anno! I volontari del Ctg Valpolicella – Genius Loci aspettano visitatori e appassionati tutti i sabati, le domeniche e i festivi dalle 15 alle 19 per accoglierli nella visita di uno dei più importanti ritrovamenti archeologici del nord Italia. Da aprile, ogni sabato alle 18 (alle 16 nel mese di ottobre) visita guidata con un esperto volontario del CTG che intratterrà gli intervenuti per 45 minuti circa raccontando tutto ciò che c’è da sapere su questo meraviglioso sito, descrivendo le sue origini, i suoi misteri e rispondendo alle vostre domande, lasciandovi poi liberi di assaporare uno splendido tramonto sui vigneti. Per prenotare una visita guidata basta chiamare o scrivere al 349-5923868. Per poter accedere liberamente all’area archeologica non è necessario prenotare. Per la prevenzione del contagio da COVID-19 la normativa vigente richiede per l’accesso all’area il possesso del certificato verde – Green Pass. Inoltre, oltre alla visita guidata, ogni sabato, sempre chiamando al 349-5923868, sarà possibile richiedere una visita guidata speciale fuori dagli orari previsti, anche in inglese, tedesco o francese.
Siracusa. Apre al museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” la mostra “Crowned Idols”: protagonista l’idolo cicladico, concesso da Atene nell’accordo Sicilia-Grecia, in dialogo con un’installazione dell’artista portoghese Joana Vasconcelos

La locandina della mostra “Crowned Idols / Idoli incoronati” al museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa dal 26 marzo al 26 luglio 2022
Sono note come figurine di Spedos. Sono sottili forme femminili allungate con braccia piegate, dalla caratteristica testa a forma di U e una spaccatura profondamente incisa tra le gambe; le statue di questa tipologia, tutte femminili, ad eccezione di una, vanno da esempi miniaturistici, alti pochi centimetri, a sculture ben più grandi, come quella che è giunta in questi giorni a Siracusa, alta circa 80 cm. L’idolo cicladico, concesso dal museo di Arte cicladica di Atene a seguito dell’intesa Sicilia-Grecia che ha portato in esposizione ad Atene, lo scorso mese di settembre, il “Kouros ritrovato”, nella grande mostra “Kallos”, è il protagonista della mostra “Crowned Idols / Idoli incoronati”, che si inaugura sabato 26 marzo 2022, alle 11, al museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa, dove rimarrà aperta fino al 26 luglio 2022, alla presenza dell’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà. “Lo scambio culturale tra Sicilia e Grecia, da me fortemente voluto”, sottolinea Samonà, “rafforza ancora di più i nostri rapporti in un legame che si cementa nel nome della cultura e della comune visione mediterranea dei nostri popoli”.

Una fase dell’allestimento della mostra “Crowned Idols” con il collocamento dell’idolo cicladico dal museo di Arte cicladica di Atene (foto parco archeologico di siracusa)
La statua cicladica presenta una forma modernissima, con lineamenti armonici e un tratto assolutamente contemporaneo. Un vero e proprio gioiello dell’arte antica. La mostra coniuga, infatti, la classicità dell’Idolo greco con la modernità della grande installazione ambientale “Crowned Idols” dell’artista portoghese Joana Vasconcelos in cui la figura femminile, il modo in cui è percepita, il suo ruolo e il suo rapportarsi alla società, viene posta al centro della riflessione artistica. Attraverso la mostra intitolata “Crowned Idols”, curata da Demetrio Paparoni e Anita Crispino, il parco archeologico e paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai, diretto da Carlo Staffile, ha voluto proprio esaltare il significato e l’essenzialità dei tratti dell’idolo in marmo della varietà Spedos, datato all’Antico Cicladico (2800-2300 a.C.), mettendolo in dialogo con un’installazione dell’artista portoghese Joana Vasconcelos e con altre opere esposte nel museo di Siracusa che, pur essendo distanti cronologicamente, mostrano un comune denominatore con i valori simbolici della statua cicladica, ovvero la sua raffigurazione femminile, la bellezza e il significato simbolico e quasi ultraterreno.

Busto fittile ex voto legato al culto di Demetra e Kore conservato al museo “Paolo Orsi” di Siracusa (foto parco archeologico di siracusa)
Il fil rouge tra l’opera cicladica, l’arte greca coloniale e quella cristiana è stata individuata proprio nella continuità del simbolismo “donna-divinità-natura” in cui Demetra e Kore, le Ninfe e le Sante paleocristiane costituiscono figure derivate e conseguenti all’organicità figurativa cicladica. Tratto d’unione, in una visione moderna che mette in relazione preistoria e storia, l’opera di un’artista contemporanea che ha scelto come fonte di ispirazione il mondo femminile, reinterpretato in nuove narrative.

L’idolo cicladico da Atene immerso nell’installazione dell’artista portoghese Joana Vasconcelos per la mostra “Crowned Idols” al museo “Paolo Orsi” di Siracusa (foto parco archeologico di siracusa)

L’artista portoghese Joana Vasconcelos
Joana Vasconcelos è nota per le sue sculture e installazioni monumentali. La sua fama di artista è stata consolidata dalla partecipazione alla Biennale di Venezia del 2005 e da quella del 2013, in cui ha rappresentato il Portogallo. Nel 2011 una sua grande installazione è stata ospitata al Palazzo Grassi, a Venezia e, nel 2012, è stata la prima donna e la più giovane artista ad esporre alla Reggia di Versailles. La mostra ha avuto un grande successo di pubblico ed è stata tra le prime cinque più visitate in Francia negli ultimi 50 anni. Nel febbraio di quest’anno è stata insignita dell’Ordine delle Arti e delle Lettere di Francia dal ministero della Cultura francese per essersi distinta per le sue creazioni in campo artistico. Per l’installazione del museo Archeologico “Paolo Orsi”, l’artista ha tenuto conto della forma circolare dello spazio espositivo, presentando e incoronando, con un diverso equilibrio formale, un’altra figura femminile, questa volta rappresentata dall’Idolo Cicladico. L’opera in mostra, “Crown”, è stata esposta per la prima volta a Londra nel 2012 in occasione del sessantesimo anniversario dell’incoronazione della Regina Elisabetta II.
Taranto. Anche per l’VIII edizione il Mysterium Festival torna al museo Archeologico nazionale con visite guidate e percorsi tematici a cura dell’archeologa Silvia De Vitis, accompagnati da incursioni musicali e teatrali

Insieme ai Riti della Settimana Santa tarantina, torna il “Mysterium Festival” che anche per la sua ottava edizione vedrà il coinvolgimento del museo Archeologico nazionale di Taranto con visite guidate e percorsi tematici a cura dell’archeologa Silvia De Vitis, accompagnati da incursioni musicali e teatrali dell’arpista Maria Grazia Annesi, dell’attrice Daniela Delle Grottaglie, e dall’attrice di teatro, cinema e TV, Anna Ferruzzo. Il “Mysterium Festival” è organizzato da “Corti di Taras”, in collaborazione con l’Arcidiocesi di Taranto e l’Orchestra della Magna Grecia, con il patrocinio del Ministero della Cultura, della Regione Puglia e del Comune di Taranto. Tre i percorsi tematici proposti dal MArTA: “Morte, metamorfosi e resurrezione” sui miti e l’alternanza tra la vita e la morte collegati ad esempio al culto di Persefone, di Apollo Iakinthos o dei Dioscuri; “I capolavori della collezione Ricciardi” con approfondimenti sui dipinti della pinacoteca del museo, costituita da opere donate da Mons. Giuseppe Ricciardi, vescovo di Nardò, e che contestualizzano il clima della riforma e della controriforma cattolica nell’iconografia religiosa; “Il culto dei defunti e nascita della città cristiana” che attraverso i reperti custoditi nelle Sale 22 e 25 del MArTA contribuirà al racconto relativo alla nascita della città cristiana e medievale. L’accesso alle visite guidate di “Riti e Miti al MArTA” è incluso nel costo del biglietto di ingresso del museo. La prenotazione è obbligatoria e deve essere effettuata su www.shomuseomarta.it, acquistando il biglietto di ingresso per il giorno e l’orario del percorso guidato. Questo il calendario dei percorsi guidati. “Morte, metamorfosi e resurrezione”: sabato 26 marzo 2022, ore 11.30, con Silvia De Vitis e l’intervento musicale dell’arpista Maria Grazia Annesi; sabato 2 aprile 2022, ore 11.30 e 16.30, con Silvia De Vitis e l’incursione teatrale dell’attrice Anna Ferruzzo; sabato 9 aprile 2022, ore 11.30, con Silvia De Vitis e l’intervento musicale dell’arpista Maria Grazia Annesi. PRENOTA IL BIGLIETTO. “I Capolavori della Collezione Ricciardi”: martedì 29 marzo 2022, ore 17.30, con Silvia De Vitis e l’incursione teatrale dell’attrice Daniela Delle Grottaglie; martedì 5 aprile 2022, ore 17.30, con Silvia De Vitis e l’incursione teatrale dell’attrice Daniela Delle Grottaglie; martedì 12 aprile 2022, ore 17.30, con Silvia De Vitis e l’incursione teatrale dell’attrice Daniela Delle Grottaglie. PRENOTA IL BIGLIETTO. “Il Culto dei defunti e la nascita della città cristiana”: domenica 3 aprile 2022, ore 15.30 e 17.30, con Silvia De Vitis e l’incursione teatrale dell’attrice Anna Ferruzzo. PRENOTA IL BIGLIETTO.
Dantedì. Speciale visita guidata al museo Archeologico nazionale di Napoli della mostra “Divina Archeologia. Mitologia e storia della Commedia di Dante nelle collezioni del Mann” con la curatrice Valentina Cosentino
“Perché Dante al museo Archeologico nazionale di Napoli? Il Sommo Poeta fu tra i primi che, nel Medioevo, fece una riflessione sulla cultura antica, basandosi sulle fonti letterarie, quando ancora non esisteva una ‘coscienza archeologica’. Come Maestro e accompagnatore, tra Inferno e Purgatorio, Dante scelse Virgilio che, peraltro, è fortemente legato alla città di Napoli: l’autore dell’Eneide ha ispirato anche numerose leggende, entrate nella nostra tradizione culturale. Il Mann, ancora, ha uno straordinario patrimonio che consente di allestire un vero e proprio repertorio di personaggi, reali e fantastici, che compaiono nel racconto della Divina Commedia”, così il direttore del Museo, Paolo Giulierini. Nel giorno del Dantedì, 25 marzo 2022, niente di meglio che, accompagnati dalla curatrice Valentina Cosentino, andare a visitare la mostra “Divina Archeologia. Mitologia e storia della Commedia di Dante nelle collezioni del Mann”, in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli fino al 2 maggio 2022, nell’ambito delle celebrazioni di Dante700 promosse dal ministero della Cultura, e allestita in uno spazio non casuale del museo: le sale degli Affreschi.

Il ritratto di Dante Alighieri dipinto da Paolo Vetri nelle volte delle Sale degli Affreschi del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)
Tra le decorazioni delle volte, c’è anche un celebre ritratto dell’Alighieri (1888) firmato dal pittore Paolo Vetri (1855-1937). È questo sguardo che, dalla sala dei Culti Orientali del Museo, sembra quasi accompagnare il visitatore attraverso due sezioni espositive: i racconti del mito; i personaggi del mito e della storia. La mostra “Divina archeologia” lega il Sommo Poeta agli autori antichi che, con il linguaggio dell’arte, narrarono le figure leggendarie presenti nel poema dell’Alighieri. Come i suoi contemporanei, Dante conosceva la mitologia classica quasi esclusivamente attraverso le fonti letterarie: in un certo senso, i cinquantasei reperti dell’esposizione “Divina Archeologia” ci lasciano immaginare lo scrittore fiorentino accanto a vasi, statue, rilievi, monete, che egli certamente non vide con i suoi occhi, anche se, con la forza della parola, riuscì a ricrearne la suggestione visiva.

Curata da Valentina Cosentino (archeologa/ Segreteria Scientifica del MANN), realizzata con il contributo della Regione Campania, la mostra si avvale della collaborazione scientifica e organizzativa del prof. Gennaro Ferrante e delle dott.sse Fara Autiero e Serena Picarelli (Illuminated Dante Project, Università degli Studi di Napoli “Federico II”). Grazie alla rete con l’Ateneo Federiciano, si è scelto di presentare in mostra le immagini fotografiche ad alta risoluzione delle miniature presenti in alcuni manoscritti medioevali del poema dantesco: i codici, che entrano nella banca dati internazionale dell’Illuminated Dante Project, permettono di confrontare i reperti con la rilettura trecentesca della cultura classica. Tramite QR code, posto accanto alle digitalizzazioni delle miniature, si può sfogliare l’intero testimone da cui è tratta la decorazione. Inoltre, a complemento del percorso espositivo, disponibile sempre tramite QR-code un video-racconto, a cura del prof. Ferrante e della dott.ssa Autiero, del viaggio di Dante nell’aldilà attraverso le più belle miniature medievali della Commedia.
Ad accogliere i visitatori ci sono le statue di due personaggi emblematici: Diomede, il compagno di Ulisse in tutte le sue fatiche (in marmo bianco, del I sec. d.C., dal cosiddetto Antro della Sibilla a Cuma) e Traiano, l’optimus princeps con la lorica (in marmo bianco, del II sec. d.C., da Minturno): “Da un lato quindi – spiega Cosentino – c’è un imperatore, Traiano, noto per la sua eccezionalità in vita, per essere l’eroe di tante guerre, durante il cui regno l’impero romano raggiunse la massima espansione- Dall’altro c’è Diomede, un eroe discutibile, che ha compiuto del bene. E in quanto eroe e quindi è sicuramente un uomo buono. Eppure per motivi sottili e a noi anche poco comprensibili, Dante ha scelto di delegare uno all’Inferno – Diomede – perché artefice di tanti inganni, e quindi ha messo l’accento sulla parte negativa della vita di Diomede; e uno in Paradiso – Traiano – pur essendo vissuto prima della nascita di Cristo”.
Prima sezione della mostra- i racconti del mito. “Divina Archeologia” parte da un focus sul mito nella cultura medioevale e nelle terzine della Commedia: il poema enciclopedico di Dante raramente ospita lunghe dissertazioni mitologiche; piuttosto, nel racconto, si aprono vere e proprie finestre narrative, in cui personaggi, anche minori, alludono con perifrasi agli eroi dell’antichità. Ancora lontano dal gusto emulativo della classicità in voga con l’Umanesimo, Dante non soltanto avvicina, nell’aldilà, i suoi contemporanei ai personaggi del passato, ma per la prima volta introduce nel mondo ultraterreno figure e ambientazioni derivanti dalla cultura classica. Alcuni esempi sono segni tangibili dell’osmosi culturale della Commedia: i poeti pagani Virgilio e Stazio sono al fianco di san Bernardo di Chiaravalle e Beatrice come guide oltremondane; i fiumi dell’Ade classico scorrono nell’Inferno cristiano; nel limbo dei teologi appaiono figure mitiche e storiche dell’antichità greco-romana; Caronte, Cerbero, Minosse, le Arpie, Gerione, i Giganti e Catone sono guardiani dei confini dell’aldilà; il Paradiso è rotazione armonica delle sfere celesti proprio come nel Sogno di Scipione. Dante, così, sfoggia curiosità filologica e spiccata inventiva, mescolando fonti cristiane, popolari, classiche e colte. Nella prima sezione del percorso espositivo del Mann, sono così narrati cinque personaggi: Achille, Ercole, Teseo, Enea, Ulisse.

Achille e Chirone, affresco del I sec. d.C. dalla cosiddetta Basilica di Ercolano, conservato al Mann (foto graziano tavan)
Achille, l’eroe dall’ineluttabile destino: nominato più volte nella Commedia, non ha, nei versi danteschi, una narrazione dedicata. Divagando dalla tradizione classica, che aveva celebrato il Pelide per le sue imprese e per la sua unica (e paradossale) vulnerabilità nel tallone, il poeta fiorentino scorge Achille nel girone dei lussuriosi, dove è condannato per i suoi molteplici amori (Deidamia, Briseide, Pentesiliea, Patroclo). In allestimento si completa quanto Dante lasciò sotteso al suo accenno letterario, legato all’aspetto più umano di Achille: possibile ammirare, in mostra, l’affresco di IV stile in cui l’eroe greco viene educato dal centauro Chirone; un’anfora (550-500 a.C.) con raffigurazione di Achille e del cugino Aiace mentre giocano a dadi, forse interrogando il destino; la pelike (vaso dall’imboccatura larga/375-350 a.C.- da Ruvo) con Achille che, in una grotta marina, incontra la madre Teti dopo la morte di Patroclo; la pelike (510-500 a.C.) in cui è rappresentata la contesa per l’attribuzione delle armi del Pelide.

Skyphos in argento del I sec. a.C. con le 12 fatiche di Ercole, dalla Casa del Menandro di Pompei, conservato al Mann (foto graziano tavan)
Eracle, l’invincibile: come Achille, anche Eracle è nominato più volte da Dante che ne cita, anche indirettamente, le dodici fatiche. I reperti raccontano ogni aspetto del mito e delle sue varianti: al proposito, sono noti oltre settanta schemi iconografici, che vanno dall’età arcaica alla tarda età romana. In allestimento, sono selezionati alcuni splendidi manufatti: tra questi, merita ricordare le due tazze in argento (dalla casa del Menadro di Pompei, seconda metà I sec. a.C.) con la rappresentazione di tutte le dodici fatiche; il cratere a figure rosse (490-480 a.C., già collezione Shelby White) con Ercole che indossa la pelle del leone Nemeo; le tre anfore a figure nere, databili tra 575 e 500 a.C., con Eracle e Gerione; l’hydria (530-510 a.C., attribuita al pittore di Priamo) con apoteosi di Eracle. In allestimento, grazie alle immagini di un manoscritto medioevale (secondo quarto del XIV sec.) conservato ad Amburgo, vi è la presentazione della miniatura en bas de page con l’approdo di Gerione sull’orlo delle Malebolge.

Teseo e il Minotauro su anfora del pittore di Pescia da Cuma, conservata al Mann (foto graziano tavan)
Teseo liberatore: Minosse, il re di Creta, costruisce un labirinto, rinchiudendovi il figlio, metà uomo e metà toro. Per nutrirlo il sovrano impone ad Atene un tributo di quattordici giovani, maschi e femmine. Teseo, stanco di questa angheria, giunge nell’isola; con uno stratagemma riesce a uccidere il Minotauro, uscendo dal labirinto. Da vincitore, parte da Creta e porta con sé l’innamorata Arianna, per poi abbandonarla a Nasso. Nella Commedia, più che le imprese dell’eroe, ricordate solo di sfuggita, acquisiscono maggior rilievo i personaggi a lui collegati: Minosse e il Minotauro. L’arte antica, al contrario, illustra quasi tutti i momenti del mito in una sorta di story board: così, la vita di Teseo, come un film, delinea le luci e le ombre del personaggio. In allestimento, da non perdere l’affresco in IV stile con Arianna che porge il filo a Teseo (il reperto appartiene alle collezioni del MANN e proviene dalla Casa della caccia antica a Pompei); le due anfore a figure nere, così come l’oinochoe, con Teseo e il Minotauro (i tre manufatti risalgono al 550-500 a.C.); il dipinto su marmo (inizi I sec. d.C.) che ritrae Teseo con un centauro (l’opera è parte del patrimonio del MANN e proviene da Ercolano). Il raffronto iconografico con i manoscritti medioevali è rappresentato dalle digitalizzazioni di due miniature: la prima con il Minotauro che si morde le mani all’arrivo di Dante e Virgilio e la seconda con i due poeti dinanzi a Minosse che giudica le anime. I testimoni che presentano queste splendide decorazioni provengono, rispettivamente, dalla Bodleian Library di Oxford e dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

Enea con Anchise e Ascanio: terracotta del I sec. d.C. da Pompei, conservata al Mann (foto graziano tavan)
Il “pio” Enea: personaggio minore nella narrazione omerica, Enea diventa immortale grazie all’elaborazione romana del mito. La pietas, la sua virtù principale, è per gli antichi non la compassione o la misericordia, ma la devozione religiosa, l’amore per i valori della patria e della famiglia. Ed è proprio la pietas che gli renderà possibile non solo la fondazione di Roma, ma anche la definizione di una nuova stirpe capace di cambiare il volto alla storia. In mostra, alcuni reperti raccontano il mito di Enea, intrecciando la rappresentazione figurativa ai versi di Dante: l’anfora a figure nere (510-490 a.C.) e la terracotta (prima metà I sec. d.C.) con Enea e Anchise, così come l’iscrizione onoraria con elogio di Enea (prima metà I sec. a.C.).

L’inganno del cavallo di Troia: affresco del I sec. d.C. da Pompei, conservato al Mann (foto graziano tavan)
Il multiforme ingegno di Ulisse: “Io sono Nessuno”. In questa celebre frase si può riassumere una delle principali caratteristiche di Ulisse, che non solo è l’eroe dai mille inganni, ma è soprattutto il guerriero risolutivo nel conflitto decennale contro Troia. Ulisse è quasi più simile al Loki disegnato dal Marvel Cinematic Universe che ad un valoroso eroe greco. Ma è solo questo? Ulisse parte da Itaca dove lascia moglie e figlio per combattere al fianco Agamennone a Troia. Le sue tante avventure comprendono episodi celebri come il furto del Palladio (la statua sacra di Atena) e lo smascheramento di Achille a Sciro; insieme a lui, vi è spesso il fido Diomede, che lo accompagna anche, come seconda lingua di un’unica fiamma, tra i consiglieri fraudolenti in Inferno, XXVI, secondo la revisione dantesca del mito. Una splendida miniatura, digitalizzata da un manoscritto conservato presso la Biblioteca del Castello di Chantilly, apre questo segmento della mostra dedicato all’eroe che superò le colonne d’Ercole: qui Francesco Traini e bottega raffigurano l’incontro di Dante e Virgilio con Ulisse e Diomede avvolti tra le fiamme. Non solo: da non perdere il disegno en bas de page che compare in un altro testimone medioevale, custodito presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. In questo caso, vi è la raffigurazione del naufragio di Ulisse al di fuori delle Colonne d’Ercole. Ricca, naturalmente, anche la scelta di reperti presentati al pubblico: tra questi, la celebre statua marmorea di Diomede (I sec. d.C.), che appartiene alle Collezioni del MANN e proviene da Cuma; l’intonaco dipinto in III stile con il cavallo di Troia (da Pompei, prima metà I sec. d.C., appartiene alle collezioni del Museo); l’anfora panatenaica con ratto di Palladio (450- 400 a.C.)
Seconda sezione della mostra – i personaggi del mito e della storia. Una galleria di ritratti, reali e immaginari: nel viaggio ultraterreno, Dante e Virgilio incontrano tantissimi personaggi, che riflettono la sapiente operazione di sincretismo culturale del Sommo Poeta. L’esposizione, così, segue un itinerario della fantasia, con incursioni nel presente di Dante, ripercorrendo volti e caratteristiche di mostri, dei, figure della storia antica, scrittori e poeti, che l’Alighieri scolpisce per sempre nel proprio racconto.

La Topografia dell’Inferno: digitalizzazione dell’antiporta miniata di un manoscritto conservato alla Bibliothèque Nationale de France della prima metà del XV sec. (foto graziano tavan)
Si parte, naturalmente, dall’aspetto più scenografico della narrazione e, dunque, dalle creature mostruose: la digitalizzazione dell’antiporta miniata di un manoscritto (Bibliothèque Nationale de France/prima metà del XV sec.), presenta al visitatore la topografia dell’Inferno. In una combinazione di linguaggi espressivi, i reperti del MANN offrono “evidenza visiva” ai celebri protagonisti dell’Inferno dantesco: ecco placche bronzee con Centauro e centauressa (I sec. d.C.), in dialogo sia con l’immagine di una miniatura tabellare che raffigura i centauri mentre minacciano Dante e Virgilio (il testimone proviene da Budapest e risale al quarto decennio del XIV sec.), sia con una miniatura dal soggetto analogo presente in un manoscritto della Biblioteca Medicea Laurenziana; da non perdere, ancora, l’intonaco dipinto ad affresco con testa di Medusa (il manufatto proviene dalla Villa dei Papiri di Ercolano e appartiene alle nostre collezioni), in raffronto con tema analogo in una miniatura en bas de page digitalizzata da un manoscritto conservato ad Amburgo.

Arpie alla corte di Fineo: kelpis a figure rosse del Pittore di Kleophrades del 480-470 a.C. già collezione Paul Getty Museum, conservata al Mann (foto graziano tavan)
Non manca un focus sulle Arpie, grazie al rimando tra una kalpis a figure rosse (480-470 a.C., pittore di Kleophrades) e la miniatura tratta da un testimone della Bodleian Library di Londra. Infine, la curiosità: sono esposte alcune monete greche e romane in bronzo (IV-II sec. a.C.), che provengono dalla Necropoli di Santa Teresa; nel rituale funerario greco-romano, non era insolito lasciare alcuni spiccioli accanto al corpo del defunto, per compensare Caronte del traghettaggio nell’aldilà. Questi reperti sono “accompagnati” da una miniatura tabellare di un manoscritto conservato presso la Bibliothèque Nationale de France: nella raffigurazione, Dante e Virgilio osservano l’arrivo di Caronte.

Fortuna stante: bronzo del I sec. d.C. dalla cosiddetta villa di Cneus Domizius Actus di Scafati, conservata al Mann (foto graziano tavan)
Dalle creature mostruose alle divinità: anche gli dei, “adattati” alla filosofia medioevale e in alcuni casi anticipatori del messaggio cristiano, trovano posto nella Commedia. Le divinità pagane, nel mondo dantesco, possono anche fungere da correlativo oggettivo delle passioni umane. In esposizione al MANN, possibile ammirare lo splendido Apollo in bronzo, che proviene dall’omonima domus di Pompei e appartiene alle Collezioni del Museo, messo in dialogo con il fregio miniato di Dante incoronato poeta da Apollo (la raffigurazione è digitalizzata da un manoscritto custodito presso l’Archivio Storico e Civico/ Bilbioteca Trivulziana); la Fortuna Stante in bronzo (I sec. d.C.) è legata alla miniatura tabellare con la Ruota della Fortuna in un codice medioevale custodito a Budapest. Ancora, presenti in allestimento focus tematici su Muse, Marte, Venere e, naturalmente, Ade, sempre con rimando alla fortuna medioevale dei personaggi danteschi nei manoscritti miniati della Commedia.

Moneta di Giulio Cesare (terzo quarto del I sec. a.C.), un solido di Costantino (IV sec. d.C. ) e uno solido di Giustiniano (VI sec. d.C.), conservati al Mann (foto graziano tavan)
Dal mito alla storia: i personaggi del passato sono inseriti da Dante in un disegno provvidenziale che collega l’Impero romano alla figura di Cristo. Le origini della società medioevale risalgono alla caduta di Troia: grazie alla distruzione della città, infatti, i discendenti di Enea fonderanno Roma, quel “centro del mondo” sotto il cui impero nascerà Cristo. In questa visione, risulta fondamentale la figura di Cesare. Nonostante nelle fonti di Dante il giudizio su Cesare era stato generalmente sfavorevole, il poeta associa la nascita di Cristo alla sua attività politica, consacrandolo come il primo vero imperatore e ponendolo nel “nobile castello” del limbo dove si trovano gli spiriti promotori di quella magnanimità e nobiltà d’animo che va oltre la divisione tra cristiani e pagani. I pagani possono trovare posto in paradiso: nel Cielo di Giove, all’interno dell’occhio dell’aquila formata dagli spiriti giusti, il poeta pone tra gli altri, oltre a Costantino, il pagano Traiano che, secondo una leggenda molto diffusa nel Medioevo, si salvò dalla dannazione grazie all’alto senso di giustizia da cui era mosso. Tra i reperti in esposizione, dunque, troviamo una moneta di Giulio Cesare (terzo quarto del I sec. a.C.), in dialogo con il trionfo di Cesare in una miniatura digitalizzata da un manoscritto della Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi; ancora, una statua loricata di Traiano (inizio II sec. d.C.) che si lega alla decorazione di un codice che proviene dalla Schulbibliothek des Christianeum di Amburgo; infine, un solido di Costantino ed uno di Giustiniano (il primo risale al IV, il secondo al VI sec. d.C.).

I busti marmorei di filosofi e poeti antichi chiudono la mostra “Divina archeologia” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)
La mostra si chiude con un omaggio al valore della filosofia e della poesia, come perenne trait d’union fra le arti: inseriti in allestimento i busti marmorei di Omero (II sec. d.C.), Socrate (I sec. d.C.), Pseudo-Seneca (I sec. d.C.), il busto bronzeo di Democrito (I sec. a.C.) e il celebre rilievo con Orfeo e Euridice (fine I sec. a.C./ inizi I sec. d.C.). La splendida miniatura con Dante nella schiera dei poeti, digitalizzata da un manoscritto (XIV sec.) della Biblioteca dei Girolamini, “canonizza” questo consesso di sapienza tra passato antico e cultura medioevale.
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