Il 2022 è un anno speciale per l’Archeologia, segnato da importanti anniversari: decifrazione geroglifici (200 anni), scoperta della tomba di Tutankhamon (100), della necropoli di Spina (100), dei Bronzi di Riace (50)

Per l’archeologia il 2022 è un anno di grandi anniversari. A cominciare l’Antico Egitto (vedi il video promo (3) Facebook): 100 anni della scoperta della tomba di Tutankhamon e 200 della decifrazione della stele di Rosetta e della scoperta dell’antica lingua egizia che segna la nascita ufficiale dell’Egittologia. Ma anche l’Italia ha un calendario di tutto rispetto, dai 100 anni della scoperta della necropoli di Spina ai 50 anni dal rinvenimento dei Bronzi di Riace.


La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino
4 novembre 1922: è la data ufficiale della scoperta della Tomba di Tutankhamon nella valle dei Re, a Tebe Ovest, quindi sulla sponda occidentale del Nilo. Ma l’evento che avrebbe avuto una risposta mediatica eccezionale portando per la prima volta in prima pagina l’Archeologia. Il racconto di quei giorni è noto, a cominciare dal famosissimo dialogo tra l’archeologo Howard Carter e il suo finanziatore Lord Carnarvon del 24 novembre 1922: “Era venuto il momento decisivo. Con mani tremanti praticammo una piccola apertura nell’angolo superiore sinistro…”. “Potete vedere qualche cosa?”. “Sì, cose meravigliose”. In realtà la scoperta della sepoltura del re bambino era avvenuta all’inizio del mese di novembre 1922. Il 1° novembre 1922, Carter fece spostare il campo di scavo proprio dinanzi all’ingresso della tomba KV9 di Ramses VI, faraone della XX dinastia, in un settore di forma triangolare dove aveva già lavorato parecchi anni prima, ma che aveva incomprensibilmente abbandonato. Qui erano precedentemente stati rinvenuti i resti (ritenuti archeologicamente privi di importanza) di alcune capanne costruite dagli operai che avevano lavorato alla tomba KV9 e proprio in quel punto, tre giorni dopo, il 4 novembre 1922, fu scoperto il primo gradino di una scala di accesso a un ipogeo: la tomba intatta di Tutankhamon, nota come KV62, giovanissimo sovrano della XVIII dinastia che salì al trono a 9 anni e morì a 18, poco prima di compierne 19, divenuta famosa per la ricchezza del suo corredo e dei sarcofagi che proteggevano la mummia reale, che costrinse le autorità egiziane dell’epoca a rivedere l’organizzazione degli spazi del museo Egizio del Cairo, riservando un’intera ala al faraone bambino (vedi 4 novembre 1922 – 4 novembre 2020: nel 98.mo anniversario della scoperta del secolo, ingresso scontato nella tomba di Tutankhamon. Il ministro El-Anani: “L’anno prossimo tutto il tesoro del faraone bambino esposto al Grand Egyptian Museum” | archeologiavocidalpassato).


Jean François Champollion ritratto da Leon Cogniet nel 1831
27 settembre 1822, Jean François Champollion detto Champollion il Giovane annuncia la decifrazione dei geroglifici: nasce l’Egittologia. Secondo quanto raccontato dal nipote, Aimé Champollion-Figeac, Champollion il 14 settembre 1822 aveva notato che un cartiglio di Abu Simbel conteneva quattro segni geroglifici. Intuì che il primo segno circolare rappresentasse il sole che in copto si dice “ri”. Mentre il segno che appariva due volte alla fine del cartiglio era la “s” nel cartiglio di Tolomeo. Ciò gli fece concludere che se il nome nel cartiglio inizia con Re e termina con “ss”, potrebbe quindi corrispondere a “Ramesse”, suggerendo che il segno al centro rappresentasse “m”. Un altro cartiglio conteneva tre segni, due uguali a quelli del cartiglio Ramesse: un ibis, simbolo del dio Toth. Seguendo il ragionamento fatto per Ramesse giunse a indicare che il nome nel secondo cartiglio sarebbe Thothmes, cioè il faraone Thutmosis. Il passo successivo su sulla Stele di Rosetta: Champollion conosceva le parole copte che avrebbero tradotto il testo greco e poteva dire che segni fonetici come “p” e “t”, che erano già stati identificati nel nome di Tolomeo, si sarebbero adattati a queste parole. Da lì poteva indovinare i significati fonetici di molti altri segni. L’annuncio ufficiale delle sue proposte di letture dei cartigli greco-romani nella Lettre à M. Dacier (titolo completo: Lettre à M. Dacier relative à l’alphabet des hiéroglyphes phonétiques “Lettera a M. Dacier riguardante l’alfabeto dei geroglifici fonetici”) che completò il 22 settembre 1822. Questa comunicazione scientifica, sotto forma di una lettera, inviata a Bon-Joseph Dacier, segretario francese dell’Académie des Inscriptios et Belles-Lettres, è considerata il documento fondante dell’Egittologia, ma rappresentava solo un inizio. Champollion non dice nulla della scoperta sui cartigli di Ramesse e Thutmose, non dice ancora nulla (forse per prudenza) di quanto già sa o intuisce, e si limita a suggerire che segni fonetici avrebbero potuto essere usati nel lontano passato dell’Egitto. Ma la strada è aperta.


Le Valli di Comacchio che conservano le tracce dell’antica città etrusca di Spina (foto http://www.rivadelpo.it)
23 aprile 1922: scoperta della necropoli della città greco-etrusca di Spina, nelle Valli di Comacchio. La scoperta del sito è legata alle opere di bonifica del primo dopoguerra, come ricostruisce Nereo Alfieri in “Spina. Storia di una città tra Greci ed etruschi” (catalogo mostra, 1994). La prima comunicazione, infatti, è dell’ing. Aldo Mattei, direttore della sezione staccata del Genio civile a Comacchio, con una lettera alla soprintendenza agli Scavi e Monumenti archeologici di Bologna: “Nella valle Trebba (Valli settentrionali di Comacchio), in cui è stata compiuta la bonifica idraulica a cura dello Stato e dove si stanno facendo da Comuni interessati opere di bonifica agraria, è stato scoperto casualmente da un operaio un sepolcreto probabilmente dell’epoca etrusca: così almeno ritengo vai vasi istoriati scoperti”. Questa sobria segnalazione – scrive ancora Alfieri – dette l’avvio a un’impresa archeologica tra le più notevoli dell’Italia settentrionale. La ricerca dell’antica Spina tra le paludi nel delta del Po era stata fino ad allora un vero giallo archeologico che aveva appassionato eruditi e studiosi illustri fin dal Medioevo. Il primo che ipotizzò il sito di Spina a Valle Trebba fu il medico bolognese Gian Francesco Bonaveri (fine del XVII secolo) attratto dalla singolarità di quell’ambiente lagunare da cui emergevano di tanto in tanto manufatti antichi, ma del celebre e florido emporio marittimo descritto dagli autori greci e romani sembrava essersi persa ogni traccia. E la sua intuizione trovò conferma solo due secoli dopo. Alla scoperta casuale del 1922 seguirono le indagini scientifiche dirette dalla soprintendenza alle Antichità dell’Emilia e della Romagna, istituita il 19 settembre 1924. Le campagne di scavo, condotte fino al 1935 dal neo soprintendente Salvatore Aurigemma nell’area di Valle Trebba portarono alla luce la zona settentrionale della necropoli di Spina con più di 1200 sepolture i cui materiali sono oggi esposti al museo Archeologico nazionale di Ferrara. Ma la ricerca continua. L’obiettivo è scoprire il nucleo abitato dell’antica Spina (vedi Ritrovare l’antica città etrusca di Spina (le vaste necropoli sono state una delle scoperte più importanti del Novecento): è l’obiettivo del progetto Eos (Etruscans on the Sea) dell’università di Bologna all’interno del progetto interreg Value. A Comacchio la presentazione in streaming della prima campagna di scavo e le attività future. Intanto a Stazione Foce sta nascendo la ricostruzione dell’abitato di Spina | archeologiavocidalpassato).


Agosto 1972: il ritrovamento dei Bronzi di Riace da parte del sub Stefano Mariottini
16 agosto 1972: rinvenimento dei Bronzi di Riace. Era il 16 agosto 1972 quando un giovane sub dilettante romano, Stefano Mariottini, si immerse nel mar Ionio a 230 metri dalle coste di Riace Marina. Quando, a 8 metri di profondità, fu attratto da un qualcosa che emergeva dalla sabbia del fondo marino: sembrava un braccio. Non si sbagliava. Era il braccio sinistro di quella che poi sarebbe stata denominata statua A: aveva scoperto le statue di due guerrieri considerati tra i capolavori scultorei più significativi dell’arte greca, e tra le testimonianze dirette dei grandi maestri scultori dell’età classica. Stefano Mariottini aveva scoperto i Bronzi di Riace. Da quel momento è iniziato un delicato, lungo processo di restauro. Prima all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e poi direttamente a Reggio Calabria, man mano che si riscontravano nuove problematiche sui fragili bronzi. L’ultimo spettacolare intervento di restauro conservativo, dal 2009 al 2013, in una sala appositamente predisposta a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria, da dove a un certo punto era sembrato non dovessero più tornare a casa. Ciò avvenne grazie a un blitz notturno dell’allora ministro ai Beni culturali Massimo Bray con la soprintendente Simonetta Bonomi: il guerriero A e B furono rimessi in piedi e trasportati in assoluta sicurezza a Palazzo Piacentini, sede del museo Archeologico nazionale della Magna Grecia, alloggiati in una speciale sala dotata di uno specifico sistema di filtraggio, e di un percorso di depurazione, attraverso il quale transitano i visitatori, per mantenere sempre costante il clima in cui sono conservati i Bronzi. Inoltre è stata attivata una protezione antisismica (vedi 16 agosto 1972, il sub Mariottini scoprì nel mar Ionio i Bronzi di Riace. L’anno prossimo saranno passati 50 anni. Al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria si lavora per #BronzidiRiace2022: incontro strategico tra il direttore e l’assessore alla Cultura. In attesa di promuovere i Bronzi di Riace nel mondo, il MArRC promuove in classe la storia e il patrimonio archeologico della Calabria antica | archeologiavocidalpassato).
Parco archeologico di Ercolano chiude il 2021 con la crescita del 50% dei visitatori. Il direttore Sirano ricorda le scoperte e le iniziative avviate. Rinnovata la promozione dell’abbonamento “Un anno=un giorno”

Il parco archeologico di Ercolano tira le somme del secondo anno di pandemia. E rialza fiero la testa, registrando un +50% di presenze; sono stati infatti 155.154 i visitatori che hanno varcato la soglia dell’ingresso del sito, rispetto ai 100.424 dello scorso anno. Alla flessione dell’anno scorso è corrisposta una impennata nella crescita dei visitatori virtuali del Parco; il lavoro di tutto lo staff è stato infatti rivolto alla trasposizione dei contenuti del Parco sui canali social, permettendo un intrattenimento culturale di qualità ma allo stesso tempo leggero, nei mesi bui di lockdown, creando un legame con i visitatori che hanno partecipato agli appuntamenti con costanza e regolarità. È del 2021 il lancio della nuova identità visiva del Parco, tutta incentrata sulle connessioni territoriali, a partire dalla scelta del segno grafico: il nodo di Ercole, alle numerose occasioni in cui il Parco si è reso catalizzatore e volano di sviluppo territoriale.

“Del 2021 ci piace ricordare la scoperta dell’ultimo fuggiasco di Ercolano, con i suoi averi”, dichiara il direttore Francesco Sirano, “il cui studio nel 2022 sicuramente condurrà a nuove informazioni e approfondimenti sulla storia delle ultime ore dell’antica città, all’interno del più ampio progetto di scavo dell’Antica spiaggia permettendo ai visitatori di passeggiare sul litorale antico con un percorso che si prolungherà fino a giungere all’area dei Nuovi Scavi con la Villa dei Papiri, mettendo in connessione le due aree dell’antica Herculaneum”.


Locandina de “Gli ozi di Ercole”, dieci lezioni spettacolo a Ercolano tra il 9 settembre e il 16 ottobre 2021
Proficue e costanti le azioni di connessione del Parco con il territorio a partire dall’illuminazione in diverse occasioni dell’ingresso di corso Resina, simbolicamente il nodo che collega l’antico al moderno, il sito archeologico alla città moderna di Ercolano. Nel 2021 si è svolta inoltre la fortunata rassegna “Gli Ozi di Ercole. Materia e corpi tra antico e moderno”, che registrando continui sold out, ha dato voce alla cultura materiale, al desiderio, all’appetito in un costante rimpallo tra antico e moderno. Durante il periodo estivo, è tornato l’appuntamento con “I Venerdì di Ercolano”, aperture serali con percorsi guidati nel sito illuminato artisticamente, con proiezioni di alcuni capolavori di pittura provenienti dagli scavi del 1700 ad Ercolano e di tableaux vivants. Ulteriore appuntamento molto apprezzato dal pubblico è stato ‘Close up cantieri’ dove i visitatori entrano in prima persona nelle domus in corso di restauro. Molto buono il riscontro per il 2021 dell’abbonamento ‘Un anno=un giorno’, la possibilità di visitare il sito archeologico per un intero anno al costo di 13 euro, lo stesso di un biglietto singolo; tanto che si ripropone per l’anno 2022 la stessa promozione.
Il parco archeologico dei Campi Flegrei presenta in anteprima a Expo Dubai un video emozionale sul Parco sommerso di Baia: “200 secondi di pura goduria”

Nullus in orbe sinus Baiis praelucet amoenis…: “Nulla al mondo è più splendente dell’ameno golfo di Baia” scriveva il poeta romano Orazio (Ep. I – 1, 83). Ne sono convinti al parco archeologico dei Campi Flegrei, di cui fa parte proprio il parco sommerso di Baia, che hanno prodotto un video emozionale, definito “200 secondi di pura goduria”, per illustrare la Baia sommersa: l’antica città romana di Baia, sommersa nei secoli dal fenomeno del bradisismo, custodisce resti di domus e ville, terme, mosaici e testimonianze straordinarie. Il video è stato presentato in anteprima a Expo Dubai per far conoscere in tutto il mondo le sue meraviglie. E ora è a disposizione di tutti. Eccolo: (9) Facebook.

Il parco sommerso di Baia è una realtà archeologica di eccezionale valore che il fenomeno del bradisismo ha confinato sul fondo marino: il mare, la risorsa che ha permesso lo splendore dei Campi Flegrei, si fonde con l’archeologia dove al disotto di un sottile strato dl sabbia si scoprono mosaici e dove la flora e la fauna animano resti di muri e statue. Quello che il mare ha coperto è una larga fascia di costa antica che bisogna immaginare in continuità con le strutture a terra che costituiscono il parco archeologico delle Terme e che si affacciava su una baia ben più ristretta di quella attuale, anticamente Baianus lacus, cui si accedeva da un canale artificiale.

L’insenatura era già in età repubblicana occupata da ville marittime. Tra i principali edifici sommersi visibili vi è il ninfeo di età claudia, posto a -7 m sul fondali marini antistanti Punta Epitaffio, mentre, a Est del ninfeo vi è una villa attribuita alla famiglia dei Pisoni per i bolli impressi su una conduttura idrica di piombo. Altre ville e terme occupavano l’ampio settore attorno al lacus oggi sommerso: tra queste, per i suoi noti pavimenti a mosaico va sicuramente citata la villa c.d. con ingresso a protiro, una delle più visitate da sub e snorkelisti.
Torino. Conferenza egittologica on line al museo Egizio con la curatrice Susanne Töpfer su “Passaporto per l’Aldilà al femminile: le donne e il Libro dei Morti”

Sebbene conosciamo più copie per uomini che per donne, il Libro dei Morti non era una composizione funeraria prodotta esclusivamente per l’élite egiziana maschile. Copie del Libro dei Morti scritte o adattate da donne sono note dalla fine del Secondo Periodo Intermedio al Periodo Romano. Giovedì 13 gennaio 2022 nell’incontro on line “Passaporto per l’Aldilà al femminile: le donne e il Libro dei Morti”, nuovo appuntamento con le conferenze del ciclo “Museo e Ricerca. Scavi, Archivi, Reperti”, Susanne Töpfer, curatrice del museo Egizio, ci guida nella scoperta dei Libri dei Morti “al femminile”: introduce Federica Facchetti, curatrice del museo Egizio. Appuntamento alle 18. La conferenza si tiene on line sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio di Torino.


Susanne Töpfer, responsabile della collezione papirologica del museo Egizio di Torino
Ci sono circa 2300 manoscritti “Libro dei Morti” con proprietari conosciuti, di questi il 61,4% è per gli uomini, il 22,8% per le donne e il 15,8% per i proprietari di sesso non specificato. Naturalmente, questo è solo un piccolo campione del numero totale di manoscritti del Libro dei Morti che sono stati prodotti nel corso della storia egiziana, la grande maggioranza dei quali è andata perduta, e ci sono un certo numero di esemplari, specialmente in collezioni private, che non si conoscono, e molto altro verrà sicuramente alla luce in futuri scavi. Lo scopo di questo contributo è presentare una panoramica delle note proprietarie del Libro dei Morti, dei loro titoli e rapporti di parentela, e della qualità e del contenuto delle loro copie, dall’inizio alla fine della tradizione.
Verona. I lavori di restauro, manutenzione straordinaria, potenziamento impiantistico con ArtBonus ha portato a scoprire la presenza di sepolture in età medievale. Deposizioni familiari pianificate o uso funerario occasionale? Servono analisi specifiche: appello di archeologi e antropologi Sabap per cercare nuovi fondi

L’Arena di Verona da luogo di spettacolo a spazio ad uso funerario. Successe nel Medioevo quando l’anfiteatro offriva ambienti adatti alla nuova destinazione anche se è ancora presto per parlare di deposizioni familiari o occasionali. Per una risposta certa occorreranno analisi paleogenetiche per le quali servono fondi che ancora non ci sono: l’appello è giunto alla fine di Archaiologika Erga 2021, la giornata di studi promossa dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Vicenza Rovigo per presentare i principali cantieri archeologici nel Veneto Occidentale. “Capire la cronologia assoluta delle datazioni delle sepolture scoperte prima nell’arcovolo 31 e poi nell’arcovolo 10 attraverso analisi specifiche è fondamentale per riscriver correttamente la storia dell’Arena, del suo uso funerario nel corso del Medioevo”.


La platea di fondazione raggiunta negli arcovoli 24, 58 e 60 dell’Arena di Verona (foto sabap vr)

Scarichi di età medievale e moderna negli arcovoli 58 esterno e 23 dell’Arena di Verona (foto sabap vr)
“Da alcuni anni l’Arena di Verona è al centro di un ampio progetto di restauro, manutenzione straordinaria, potenziamento impiantistico che si avvale del finanziamento ArtBonus”, ricorda Brunella Bruno, archeologa Sabap, responsabile tutela archeologica città di Verona. “La supervisione e l’assistenza archeologica è stata prevista per tutte le operazioni di scavo e restauro del monumento. Ciò ha portato alla conoscenza di nuovi dettagli tecnici e sulle caratteristiche architettoniche, sulla sofistica progettazione del cantiere antico. La platea di fondazione è un’enorme piattaforma in cementizio (arcovoli 24, 58, 60) fino a 3 metri di spessore: ghiaie grossolane frammiste a ciottoli di natura alluvionale mescolate alla malta di calce. La platea ingloba la rete di cunicoli sotterranei e reca in superficie la traccia del sistema idraulico che percorreva dall’alto in basso l’anfiteatro. A ridosso delle strutture perimetrali fu realizzato un riempimento misto a frammenti ceramici (arcovoli 31, 24), in gran parte pezzi di anfore, con la funzione di livellare la platea e creare un sottofondo con caratteristiche drenanti. Grazie ai materiali ritrovati in questi livelli, si conferma la datazione giulio-claudia dell’anfiteatro che già era stata avanzata su base stilistica, e anzi è stato possibile precisarla. Il rinvenimento di alcune monete di Claudio (sesterzio, arcovolo 60; dupondio, arcovolo 24) si pongono come termine post quem. Le stratificazioni tardo-antiche (arcovolo 31 esterno) sopra la platea ci parlano di un monumento che tra tardo antico, medioevo ed età moderna conosce esiti d’uso differenziati. Un arcovolo fu abitato in età tardo-antica / altomedievale; il successivo fu occupato da attività artigianali e da sepolture (arcovolo 58 esterno, arcovolo 31 interno)”.

La prima sepoltura rinvenuta all’interno dell’Arena è stata nell’arcovolo 31, dove i lavori in corso hanno portato alla luce i resti di un corpo umano, perfettamente conservato e che sarà oggetto di un’importante valorizzazione. Gli esperti della Soprintendenza sembrano non avere dubbi: si tratta del corpo di una donna, la cui posizione con le braccia conserte e poste leggermente sotto il petto è tipica delle sepolture. Pure l’epoca sembra abbastanza chiara, e si evince dalla profondità del ritrovamento, che rimanderebbe al periodo tardo antico, compreso tra il terzo e il sesto secolo dopo Cristo. È all’arcovolo 31 che i ricercatori della Soprintendenza, al lavoro per il sopralluogo necessario al restauro, hanno trovato tracce di bruciatura tra le pareti. Si aspettavano di rinvenire i resti della fornace di un fabbro, come già accaduto durante altri scavi, invece si sono abbattuti su una sepoltura, sicuramente successiva al I sec. d.C., epoca a cui risalgono i cocci rotti usati come selciato e spostati, più di 1500 anni fa, per fare spazio alla sepoltura.

Il sindaco di Verona Gabriele Sboarina e il soprintendente Vincenzo Tinè davanti alla sepoltura nell’arcovolo 31 dell’Arena di Verona (foto comune vr)
Il primo a voler vedere il ritrovamento è stato il sindaco Federico Sboarina, che si recato all’interno dell’Arena con l’assessore ai Lavori pubblici Luca Zanotto, il soprintendente Vincenzo Tinè, Brunella Bruno e Irene Dori rispettivamente archeologa e antropologa della Soprintendenza. “Questo monumento non finirà mai di stupirci”, ha detto il sindaco. “Oggi ci ha regalato una grande emozione, è il primo reperto di questo tipo che in assoluto viene ritrovato all’interno dell’anfiteatro, una scoperta eccezionale e senza precedenti. Ho chiesto alla Soprintendenza di approfondire lo studio anche negli altri arcovoli, i dettagli della sepoltura fanno pensare che potrebbero essercene altre simili. Ora è il tempo delle analisi approfondite, dopodiché sarà valutata la modalità migliore per valorizzare questo reperto e la sua collocazione, che potrebbe arricchire il percorso museale all’interno dell’anfiteatro che prenderà forma alla fine del cantiere”. E il soprintendente: “È importante attirare l’attenzione di tutti di fronte a tale scoperta. In archeologia, ritrovare degli scheletri è sempre emozionante, farlo all’interno dell’Arena è qualcosa di unico e davvero eccezionale. Abbiamo già scavato delle sepolture all’interno dell’anfiteatro, ma mai in questa posizione, dentro un arcovolo cieco. Non pensavamo di rinvenire livelli romani conservati in situ, riteniamo che questa sepoltura sia stata inserita in epoca Tardo Antica o Alto Medievale al massimo, tanto che crediamo meriti adeguata valorizzazione”.

E arriviamo alle nuove scoperte nell’arcovolo 10, uno dei piccoli arcovoli interni che si aprono sulla galleria mediana, un ambiente di circa 6 metri x 2.95. Poiché era destinato a funzioni tecniche, la soprintendenza ne ha richiesto lo scavo stratigrafico integrale fino alla platea. “Si voleva verificare se l’arcovolo 10 come l’analogo arcovolo 31 fosse destinato a un uso funerario”, spiega l’archeologa Ilenia Gennuso della Lares srl Venezia. “Sulla platea di fondazione è stata rinvenuta una fossa circolare di 80 centimetri di diametro e una profondità di un metro e mezzo. Le funzioni sono ignote. E non è stato possibile neanche inquadrarla cronologicamente perché non è stato rinvenuto nessun elemento di datazione. La fossa viene riempita e l’area viene destinata successivamente a un uso funerario”.

“Sono state rinvenute tre deposizioni: A parzialmente in riduzione, B e C integre”, continua Gennuso. “Le deposizioni sono state realizzate in due, forse tre, momenti diversi. Quindi da un punto di vista archeologico ci sembra di aver individuato una grande fossa di deposizione originaria. Cioè la centralità e la regolarità della fossa all’interno dell’arcovolo hanno fatto pensare a una vera e propria pianificazione funeraria non a deposizioni estemporanee e casuali. Gli individui A e B sono all’interno di un’unica tomba (la Tomba 1) e la fossa poi è stata ulteriormente allargata per facilitare la deposizione dell’individuo B. Gli individui sono entrambi con la testa verso Sud. Invece l’individuo C è posizionato con la testa verso Est. L’individuo B presenta una fibbia di cintura circolare di tipologia bassomedievale al fianco destro, e ha restituito anche un gruzzolo di 6-7 monete d’argento, degli Erriciani del XII secolo, concrezionate tra di loro. Probabilmente le monete erano contenute all’interno di un sacchetto o comunque di un borsellino di materiale deperibile. Quindi questo ci data esattamente il momento in cui è stato deposto l’individuo B. Per la posa di tutti i corpi è stato spostato parte del cantiere originario romano. I livelli di riempimento della grande fossa sono stati coperti da scarichi con materiale composto da frammenti ceramici, ciottoli e tre monete scaligere. Pensiamo quindi che l’epoca scaligera possa segnare il momento di chiusura finale della fossa funeraria”.

“La tomba 1 conteneva appunto i resti di due individui che non erano stati deposti simultaneamente”, descrive l’antropologa Irene Dori. L’individuo A è di sesso femminile inseribile nella classe di età tra i 13 e i 19 anni, più precisamente potrebbe avere un’età compresa tra i 15 e i 17 anni. È stato deposto per primo. Le ossa non si trovano più in posizione, ad eccezione del cranio che è ancora nella sua posizione primaria. L’individuo non è completo, mancano praticamente tutte le ossa del torace e parte delle ossa degli arti superiori. E non è quindi possibile ricostruire la sua posizione originaria”.

“L’individuo B – continua l’antropologa della Sabap – è deposto in posizione supina con la gamba destra leggermente flessa e ruotata verso l’esterno, gli avanbracci sono piegati. Una delle mani è posizionata sul torace, l’altra sul bacino. La deposizione è avvenuta in spazio pieno, ovvero la terra posta sopra il cadavere ha riempito subito gli spazi lasciati dalla decomposizione dei tessuti molli. È un individuo adulto di sesso maschile, con età maggiore di 25 anni (tutte le ossa sono fuse), e non doveva raggiungere un’altezza superiore ai 163 centimetri. L’individuo A sicuramente è stato deposto per primo, e intercettato all’altezza del torace e degli arti superiori durante la deposizione dell’individuo B. Rimane da capire il legame tra queste sepolture, se questi spazi dell’Arena fossero destinati a deposizioni funerarie di nuclei familiari”

“L’individuo A e l’individuo B sono in ottime condizioni di conservazione. Al contrario l’individuo C della Tomba 2 è molto mal conservato. Le ossa si presentano appunto in pessime condizioni di conservazione, per questo pulizia, restauro e studio non sono ancora terminati. Si tratta di una sepoltura primaria in nuda terra. La deposizione è avvenuta in spazio pieno come per l’individuo B. Era posto in posizione supina con le gambe distese e le braccia piegate sul bacino. Le analisi preliminari – conclude – ci dicono che probabilmente è un individuo di sesso maschile di età compresa tra i 13 e i 19 anni, e più precisamente tra i 15 e i 18 anni”.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale per “Lo scaffale del Mann” presentazione, in sala conferenze e on line, del libro “Ialiso I. la necropoli: gli scavi italiani (1916-1934). Il periodo protogeometrico e geometrico (950-690 a.C.)” di Matteo d’Acunto

Per il ciclo “Lo scaffale del Mann”, appuntamento mercoledì 12 gennaio, alle 16, in sala conferenze del museo Archeologico nazionale di Napoli per la presentazione del libro “Ialiso I. la necropoli: gli scavi italiani (1916-1934). Il periodo proto-geometrico e geometrico (950-690 a.C.)” (2020, Scuola archeologica italiana Atene) di Matteo d’Acunto, professore di Archeologia classica all’università di Napoli “L’Orientale”. È possibile seguire l’incontro anche da remoto, tramite il link: meet.google.com/irs-avsd-ebk. Intervengono con l’autore: Paolo Giulierini, direttore del Mann; Andrea Manzo, direttore del dipartimento di Asia, Africa e Mediterraneo dell’università di Napoli “L’Orientale”; Teresa E. Cinquantaquattro, soprintendente ABAP per l’area metropolitana di Napoli, docente all’Orientale; Emanuele Papi, direttore della Scuola archeologica di Atene; Luca Cerchiai, università di Salerno.

Matteo D’Acunto (università L’Orientale di Napoli)
Il volume inaugura l’edizione scientifica aggiornata degli scavi delle necropoli di Ialysos condotti dapprima dalla Missione Archeologica Italiana e poi dalla Soprintendenza durante l’occupazione di Rodi, negli anni dal 1916 al 1934. Esso considera le tombe databili al periodo protogeometrico e geometrico (X-VIII sec. a.C.); grazie alla liberalità degli archeologi greci esso tiene conto dei risultati dei loro scavi, e si propone di definire la fisionomia di Ialysos nel quadro degli altri siti coevi del Dodecaneso, della Grecia, di Cipro e del Vicino Oriente.
Esce in libreria il libro “Il Tempio di Venere e Roma” edito da Electa per celebrare, con il parco archeologico del Colosseo e FENDI, la restituzione di uno dei monumenti più iconici dell’Impero Romano, dopo il completamento degli interventi di restauro

Era il più grande edificio della Roma antica: il Tempio di Venere e Roma deve la sua straordinarietà, oltre alle eccezionali dimensioni, all’originalità del disegno architettonico, che combinava le proporzioni e la spazialità ellenistica con l’urbanistica e la tecnica costruttiva romana, realizzando una forma del tutto innovativa. Cassiodoro, nella Chronica, nel 135 d.C., scrive che sotto i consoli Pompeianus e Atilianus “fu costruito il Tempio di Venere e Roma, che adesso è detto dell’Urbe”. Martedì 11 gennaio 2022 esce in libreria per Electa il libro “Il Tempio di Venere e Roma” (192 pagine, bilingue, 50 euro) curato dal direttore del parco archeologico del Colosseo Alfonsina Russo, con Martina Almonte e Ines Arletti.

Sfogliando il libro “Il Tempio di Venere e Roma” edito da Electa: una pagina interna (foto PArCo)
Il volume è aperto da un ampio reportage fotografico realizzato da Stefano Castellani che ci dà l’impressione di trovarsi proprio tra le alte mura del tempio. Oltre ai saggi scientifici che ne documentano la storia, sono presentate immagini d’archivio e foto scattate durante e dopo le diverse fasi dei lavori di restauro. “Un libro prezioso, bello esteticamente e ricco di informazioni dal punto di vista scientifico. Lo abbiamo realizzato – spiegano al PArCo – in omaggio alla storia millenaria del più grande tempio di Roma antica e per raccontare le fasi del restauro che, in 15 mesi, lo ha reso di nuovo interamente accessibile al pubblico”. Il volume infatti celebra, con il parco archeologico del Colosseo e Fendi, la restituzione alla collettività di uno dei monumenti più iconici dell’Impero Romano, dopo il completamento degli interventi di restauro e di valorizzazione del Tempio di Venere e Roma, frutto di una sponsorizzazione tecnica della Maison. Il volume, nella copertina in tela grezza con la grafica laminata bronzo, vuole richiamare i colori fondamentali del monumento, il cui splendore si rivela sfogliando il ricco reportage fotografico realizzato da Stefano Castellani, che accosta immagini d’archivio a foto scattate durante e dopo le diverse fasi dei lavori di restauro, ma anche dell’eccezionale sfilata Fendi Couture ospitata nella cella di Venere a luglio 2019.

Oltre 200 colonne in granito grigio e proconnesio avvolgevano un unico volume rettangolare, ripartito tra le due aule di culto contrapposte: quella dedicata alla dea Venere Felice, dea della natura generatrice, madre di Enea, progenitrice di Augusto e quindi della famiglia imperiale, rivolta verso il Colosseo; quella dedicata alla dea Roma Eterna, personificazione sacra della città e del suo dominio sui territori dell’Impero, rivolta verso il Campidoglio. L’architettura era messa in risalto dalla ricchezza delle decorazioni architettoniche, il cui splendore era aumentato dall’uso della foglia d’oro negli stucchi, dalle colonne in porfido e dalla sinfonia dei marmi policromi nelle superfici pavimentali: il rosso violaceo del porfido e del brecciato pavonazzetto, contrastava con il verde cangiante del cipollino e il giallo antico. Le pareti, rivestite da lastre di marmo, accoglievano nelle nicchie statue di marmo, mentre le gigantesche statue di culto sedute delle divinità campeggiavano nelle absidi.
Egitto. A Sharm el-Sheikh, in occasione del quarto World Youth Forum, apre la mostra “Il viaggio della Sacra Famiglia” con nove icone e tre manoscritti conservati in chiese copte egiziane, esposti per la prima volta, aperto fino alla celebrazione dell’ingresso della Sacra Famiglia in Egitto il 1° giugno, secondo il calendario copto


L’icona con la Natività (foto ministry of Tourism and Antiquities)
Secondo il calendario copto l’ingresso della Sacra Famiglia in Egitto avvenne il 24 del mese copto di Pashons (che va dal 9 maggio al 7 giugno): quindi col calendario gregoriano parliamo del 1° giugno. Per avvicinarsi al meglio a quella ricorrenza il ministero del Turismo e delle Antichità d’Egitto promuove al museo Archeologico di Sharm el-Sheikh la mostra archeologica “Il viaggio della Sacra Famiglia” dall’11 gennaio al 1° giugno 2022. La scelta di Sharm el-Sheikh, la nota località turistica sul mar Rosso, non è casuale e non solo perché nella “fuga in Egitto” la Sacra Famiglia è avvenuta attraverso il deserto settentrionale del Sinai, ma come evento culturale nell’ambito della quarta edizione del World Youth Forum, a Sharm El Sheikh, South Sinai, dal 10 al 13 gennaio 2022. In mostra nove icone e tre rari manoscritti vengono esposti per la prima volta.


L’icona con la Madonna che allatta il Bambino Gesù (foto ministry of Tourism and Antiquities)
“La mostra, in collaborazione con il settore delle Antichità Islamiche, Copte ed Ebraiche del Consiglio Supremo delle Antichità e della Chiesa Copta”, ha spiegato il prof. Moamen Othman, capo del settore Musei al Consiglio Supremo delle Antichità, “comprende 3 manoscritti dal patrimonio del museo Copto del Cairo Vecchio e 9 icone rare esposte per la prima volta, conservati in alcune chiese egiziane, come la chiesa dei Santi Sergio e Bacco (Abu Serga) al Cairo, Chiesa Sospesa (El Muallaqa) al Cairo, convento di San Mercurius martire (Abu Sefein) al Cairo, il convento di San Menas (Mar Mina) ad Alessandria e chiesa dell’Arcangelo Michele ad Aswan. Queste icone e manoscritti evidenziano il percorso della Sacra Famiglia, compresa la terra del Sinai”. Nel periodo di apertura della mostra il museo organizzerà una serie di conferenze scientifiche e didattiche sulla storia dell’arte copta, oltre a laboratori per imparare come realizzare le icone. E al termine della mostra si celebrerà l’ingresso della Sacra Famiglia in Egitto, il primo giugno.

L’icona con l’Arcangelo Gabriele: in mano un rotolo aperto scritto in arabo (foto ministry of Tourism and Antiquities)
La mostra è allestita nell’angolo bizantino del museo di Sharm el-Sheikh. “Le icone esposte risalgono tutte al XVIII e XIX secolo d.C.”, ha indicato Myriam Edward, supervisore generale del museo di Sharm El-Sheikh. “Includono un’icona della Vergine Maria incoronata che porta il Bambino Gesù incoronato, due angeli, inginocchiati sulle nuvole, pongono una corona sul capo della Vergine. L’icona dell’Arcangelo Gabriele che tiene nella mano destra un rotolo svolto che mostra un testo arabo, e nella mano sinistra tiene un globo. E un’icona raffigurante scene della vita della Vergine Maria, che la ritrae al centro mentre porta il Bambino Gesù. Due angeli incoronano la Madonna, circondati da dieci scene della sua vita”.

Un’altra icona raffigura la fuga in Egitto, dove la Vergine Maria e il Bambino appaiono sopra l’asino. Sullo sfondo dell’icona compare un’altra donna, oltre ad un elemento architettonico. E c’è anche l’icona della Vergine Maria che allatta il suo Bambino Gesù, circondata da tre angeli alla sua destra e una colomba alla sua sinistra.

La mostra comprende anche l’icona della Sacra Famiglia e di San Giovanni Battista, l’icona della nascita di Cristo, e l’icona dell’Annunciazione, in cui l’angelo appare davanti alla Vergine Maria con in mano un ramo di fiori nella sua mano sinistra, e c’è un uccello nel mezzo.

Quanto ai manoscritti, ricorda il soprintendente generale del Museo, in mostra il manoscritto delle Quattro Annunciazioni in cui si fa proprio riferimento al viaggio della Sacra Famiglia in Egitto. Nelle pagine destra e sinistra, appaiono alcuni brani del Vangelo di Matteo che menzionano l’evento. Il manoscritto ha un totale di 207 fogli, la maggior parte dei quali sono decorati con inchiostro blu, rosso e oro. C’è poi un manoscritto che rappresenta la seconda parte del Sinassario, con la commemorazione dell’ingresso della Sacra Famiglia in Egitto il 24 del mese copto di Pashons. Il manoscritto è stato scritto in arabo e include 247 fogli in cui i titoli dei soggetti sono scritti con inchiostro rosso. Infine c’è il manoscritto di Miamer che racconta gli eventi avvenuti quando la Sacra Famiglia è arrivata in Egitto. Il manoscritto è stato scritto in arabo e in alcune sue pagine include decorazioni geometriche.
Roma. Il nuovo anno porta la proroga fino ad aprile della mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” alla Domus Aurea. Piccola visita guidata. Gli orari

“L’Epifania tutte le feste porta via”, dice il proverbio, “ma lascia una buona notizia per i primi mesi dell’anno: la mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” è prorogata fino al 3 aprile 2022. C’è ancora tempo quindi per visitare il percorso immersivo che dalla Sala Ottagona conduce alla riscoperta della pittura antica, sepolta nelle “grotte” delle rovine dimenticate dell’immenso palazzo imperiale di Nerone”. La mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” è stata pensata per le celebrazioni del cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio (vedi Roma. Il ministro Franceschini ha aperto ufficialmente la Domus Aurea e la mostra multimediale “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”. L’intervento dei curatori. Via libera al pubblico dal 23 giugno | archeologiavocidalpassato) a cura di Vincenzo Farinella e Alfonsina Russo con Stefano Borghini e Alessandro D’Alessio, promossa dal parco archeologico del Colosseo, produzione comunicazione e catalogo Electa, allestimento e interaction design Dotdotdot.

La nuova illuminazione della Sala 45 del padiglione di Colle Oppio nella Domus Aurea (foto ERCO illuminazione)
Il consenso del pubblico ha portato alla proroga dell’apertura della mostra fino al 3 aprile 2022 (la chiusura era prevista il 7 gennaio 2022), permettendo a un ulteriore numero di persone l’opportunità di vivere questa particolare esperienza di visita caratterizzata da proiezioni digitali che coinvolgono l’intero spazio espositivo e uno storytelling sonoro realizzato in sincronia con il progetto visivo e interattivo. La mostra, dagli straordinari apparati interattivi e multimediali allestita nella Sala Ottagona della Domus Aurea e nei cinque ambienti circostanti, oltre alle Stanze di Achille a Sciro e di Ettore e Andromaca ancora preziosamente decorate, racconta la straordinaria storia della scoperta delle superfici affrescate.

Dettaglio dell’Atlante Farnese nella Sala Ottagona della Domus Aurea con le costellazioni proiettate sulla volta: allestimento e interaction Design a cura di Dotdotdot (foto Andrea Martiradonna)
Percorso della mostra. Nella Sala Ottagona vengono proiettate sulla cupola immagini astrologiche dedotte dal globo sostenuto dall’Atlante Farnese, eccezionale prestito dal museo Archeologico nazionale di Napoli. Svetonio, nella Vita di Nerone, ricorda che nella Domus Aurea il più memorabile salone per banchetti “era rotondo e ruotava su se stesso tutto il giorno, continuamente, come la terra”. Per evocare questa coenatio rotunda – che con ogni probabilità non si trovava presso il padiglione di colle Oppio e sulla cui esatta collocazione gli archeologi ancora discutono – è stata realizzata sulla volta della Sala Ottagona, assoluto capolavoro dell’architettura romana, una proiezione ruotante di immagini astrologiche ispirate al globo del celebre Atlante Farnese. A questi si alterna la proiezione di una caduta di petali di rosa come descriveva Svetonio avvenisse durante i banchetti dell’imperatore. A orari stabiliti, il videomapping si dissolve mentre gli effetti di luce naturale dall’oculo centrale simulano il passaggio dal giorno alla notte. Solo pochi minuti, che consentiranno ai visitatori di apprezzare gli straordinari effetti diurni immaginati e realizzati dagli architetti di Nerone Severo e Celere.

Particolare di una “grottesca” della Stanza delle Maschere nella Domus Aurea (foto parco archeologico del Colosseo)
Primo ambiente: animali fantastici mezzi umani e mezzi vegetali, motivi fitomorfi, arpie e strumenti musicali, vasi con perline, palmette sono tra i motivi decorativi che si rincorrevano nella Domus Aurea e che vengono scoperti da alcuni artisti presenti a Roma intorno all’anno 1480. Il visitatore stesso innesca questo racconto muovendo il proprio corpo, simulando il riverbero della fiamma delle torce, utilizzate all’epoca di Raffaello per illuminare gli ambienti sotterranei della Domus Aurea. Con un solo gesto la grottesca antica si trasforma, tramite morphing, in un motivo rinascimentale proprio di quegli artisti che per primi scoprirono un mondo di immagini fantastiche e sconosciute.

La stufetta del Cardinal Bibbiena conservata all’interno dei Musei Vaticani
Secondo ambiente: dedicato allo studio e alla reinterpretazione delle grottesche da parte di Raffaello. Affiancato da allievi e da collaboratori, intorno alla metà del secondo decennio del Cinquecento, Raffaello realizzerà il primo vero studio sistematico di queste decorazioni parietali antiche, capace di consentirgli di riproporle organicamente come “decorazione globale” di ambienti appositamente progettati in chiave antiquaria. Fulcro spettacolare di questo nucleo – e grazie a un accordo del parco archeologico del Colosseo con i Musei Vaticani – è la riproduzione multimediale della Stufetta del Bibbiena: il minuscolo bagno privato dell’appartamento cardinalizio realizzato nel 1516 su disegno di Raffaello. In ogni parete, le grottesche della Stufetta – non visibile al pubblico perché non rientrano nel percorso di visita dei Musei Vaticani – si ingrandiscono e rimpiccioliscono generando inediti effetti di scala e mettendo in evidenza i dettagli più significativi dell’intero ciclo decorativo.

Calco in gesso del Laocoonte, prestito del museo di Palazzo Albani di Urbino, esposto alla mostra “Raffaello e la Domus Aurea” (foto electa / PArCo / dotdotdot)
Terzo ambiente: un audio-racconto narra la memorabile scoperta del Laocoonte, il gruppo scultoreo rinvenuto nel 1506 in uno spazio sotterraneo, che si trovava nella stessa area del palazzo neroniano. In un videoloop le copie e le declinazioni nel tempo di questa scultura si susseguono in morphing sullo sfondo del calco in gesso del Laocoonte, prestito del museo di Palazzo Albani di Urbino che restituisce tutta l’imponenza dell’originale. Un gioco di luci ricrea poi la destinazione primaria di questo ambiente, decorato con una fontana a cascata.

L’Antiquarium della Residenza di Monaco è la più grande sala in stile rinascimentale a Nord delle Alpi (foto @pakunior beniculturali3.0)
Quarto ambiente: una consolle interattiva – metaforica finestra sul mondo – permette ai visitatori di ammirare ed esplorare molteplici luoghi, in Italia e in Europa, decorati a grottesca dal ‘500 e fino all’Ottocento. Dalle Gallerie degli Uffizi, con i loro chilometrici affreschi capaci di variare all’infinito e di attualizzare i modelli archeologici romani, alla residenza del duca di Baviera Luigi X a Landshut, edificata a partire dal 1536 ed esemplata sul mantovano Palazzo Te; dal Peinador de la Reina, eretto intorno al 1537 per volere di Carlo V nell’Alhambra di Granada, fino alla Galleria di Francesco I a Fontainebleau (c. 1532-1539), assecondando gli estri del Rosso Fiorentino e di Primaticcio.

Ritratto di Salvador Dalì
Quinto ambiente: le grottesche hanno affascinato anche grandi artisti del Novecento, in particolare i principali esponenti del Surrealismo quali Victor Brauner, Salvador Dalì, Max Ernst, Joan Miró e Yves Tanguy. Una semisfera, contenente scenografie animate da esseri “mostruosi” anche creati da questi esponenti dell’arte moderna, consente ai visitatori di giocare e creare collage digitali onirici sempre nuovi. Il progetto di sound design: ad arricchire l’esperienza è uno storytelling sonoro realizzato in sincronia con il progetto visivo e interattivo, sensibile anche al movimento e all’intensità del pubblico. Il sottofondo musicale si arricchisce di suoni e rumori che enfatizzano i contenuti e le caratteristiche architettoniche di ogni ambiente. Canti di muse e voci magiche accompagnano le videoproiezioni della volta celeste, mentre rumori cavernosi, riverberi, sussurri, gocciolii, echi lontani contribuiscono ad accrescere il potenziale evocativo del palazzo neroniano. Proiezioni video e suono si fondono così in un’affascinante performance di luci e ombre che ogni 30 minuti simula il passaggio tra giorno e notte, smaterializzando l’allestimento e rivelando la bellezza scenografica e la potenza architettonica della Sala Ottagona e degli spazi circostanti.

Nuove visite guidate. Dal 2 dicembre 2021 si estende anche al giovedì la visita guidata del cantiere della Domus Aurea. Questo percorso, ricco di novità grazie ai lavori di costante manutenzione che lo rinnovano continuamente, comprende la mostra Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche. L’esposizione dagli straordinari apparati interattivi e multimediali allestita nella Sala Ottagona e negli ambienti circostanti racconta la singolare storia della scoperta delle superfici affrescate della reggia di Nerone. Orari: dal lunedì al mercoledì: visita limitata alla sala Ottagona e alle sale limitrofe, comprensiva della mostra immersiva, con accompagnamento obbligatorio, 9-18.30 (ultimo ingresso 17.30), con ingressi contingentati e turni di massimo 20 persone ogni 15 minuti (guida inclusa). Dal giovedì alla domenica: visita guidata obbligatoria, estesa a tutto il monumento, compresa la mostra nella sala Ottagona e sale limitrofe, 9-18.30 (ultimo ingresso 16.45), con ingressi contingentati e turni di massimo 20 persone ogni 15 minuti (guida inclusa). Le capienze e i turni saranno soggetti a modifiche e revisioni in base alle norme vigenti sulle misure di contenimento della diffusione della pandemia. La visita è consentita solo con preacquisto obbligatorio del biglietto. Diritti di prevendita 1 euro.


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