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Giornata nazionale del Paesaggio. Il parco archeologico del Colosseo presenta il “Parco Green”, il lato verde del Parco, per far rivivere lo spirito dei giardini imperiali e dei rinascimentali Horti Farnesiani. Sul Palatino piantata l’uva pantastica, un antico vitigno confermato dalle fonti

Esplosione di fiori nel parco archeologico del Colosseo, una grande area verde nel cuore di Roma (foto PArCo)

Nella Giornata nazionale del Paesaggio il parco archeologico del Colosseo presenta il “Parco Green”, il lato verde del Parco, per valorizzare al massimo l’eccezionale ambiente naturale che ci è stato affidato e per dare un contributo allo sviluppo dell’economia sostenibile nei suoi diversi aspetti. Il parco archeologico del Colosseo non è solo un sito archeologico, ma anche una grande area verde che si estende per più di 40 ettari (considerando solo il territorio del Foro Romano e del Palatino) nel cuore della città di Roma. Un “parco naturale” in cui la vegetazione spontanea, tipica dell’area mediterranea, convive con i grandi alberi piantati negli ultimi secoli, allo scopo di far rivivere lo spirito dei giardini imperiali e dei rinascimentali Horti Farnesiani che, in fasi successive, hanno abbellito la sommità dell’antico colle. Quest’area verde è stata scelta come habitat da una nutrita fauna di piccoli mammiferi, rettili, insetti e uccelli.

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Il logo del progetto PArCo Green

Il progetto prende spunto dal concetto molto ampio di “Green Economy” o “Economia Verde” e comprende molte iniziative differenti, accomunate dallo scopo di ridurre l’impatto ambientale, quindi di diminuire l’inquinamento, di conservare l’ecosistema e la biodiversità, promuovendo un modo di vivere maggiormente “in accordo” con il nostro ambiente naturale, utilizzandone le risorse in maniera corretta e senza danneggiarlo. Le nostre attività spaziano dal riciclo dei rifiuti e dei materiali alla realizzazione di progetti pilota di restauro ecosostenibile; dalla raccolta delle piante e dei frutti spontanei del Parco alla messa a dimora di essenze antiche e rinascimentali legate alla storia del nostro sito, e ancora molto altro. In collaborazione con il Servizio Educazione Didattica e Formazione abbiamo inoltre realizzato progetti di educazione alla green economy, rivolti ai nostri visitatori di tutte le età… e oggi più che mai anche ai nostri visitatori virtuali.

La Vigna Barberini sul colle Palatino a Roma (foto PArCo)

Un vitigno antico: l’uva pantastica a Vigna Barberini. La ricerca storica e archeologica sui vini di eccellenza nell’antica Roma ha portato alla conoscenza di un antichissimo vitigno autoctono che Plinio chiama “uva pantastica”, da cui deriva il vino Bellone, coltivato nella provincia di Roma e in quella di Latina. La coltivazione della vite è sempre stata di rilevante importanza per tutte le civiltà che si sono susseguite nel corso della storia ed ebbe un ruolo molto importante anche nel corso della civiltà romana. I Romani furono eccellenti viticoltori: sono state infatti ritrovate tracce archeologiche di trincee della coltivazione della vite, per lo più a filari, spesso anche ad alberello per la vite così detta “maritata”.

Vigneti sul colle Palatino in un’antica mappa (foto PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo conserva ancora nella sua toponomastica delle aree chiamate “vigna”, nel senso più esteso del termine, ovvero orti, e nelle indagini archeologiche e nelle carte storiche la presenza dei vigneti è ben documentata. Da qui l’idea di impiantare una piccola vigna, in un ambito del Colle Palatino denominato appunto “Vigna Barberini”, dall’omonima famiglia romana che nel XVII secolo ne deteneva la proprietà. Attualmente una piccola area della terrazza accoglie già delle piante da frutto, il fico sacro delle origini e altre tra le più antiche specie. I lavori sono in procinto di aver inizio dato il periodo favorevole nella nostra zona climatica, per l’impianto del vigneto.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Settima puntata: il Palatino nel Medioevo con i monasteri

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa settima puntata si parla del Palatino nel Medioevo quando vengono edificati i monasteri.

Veduta generale dell’area di Vigna Barberini sul Palatino con le chiese di San Sebastiano (in alto a sinistra) e di San Bonaventura (in basso al centro) (foto PArCo)

Il Palatino viene spesso ricordato come sede dei palazzi imperiali; a partire dal Medioevo, tuttavia, sulla collina furono costruiti anche numerosi conventi, che contribuirono a mantenere il prestigio del colle e a conservarne la funzione abitativa dopo l’abbandono delle residenze imperiali. Oggi, sull’area di Vigna Barberini possiamo vedere la chiesa e il monastero di San Sebastiano, collegati internamente, e la chiesa di San Bonaventura con un giardino e un orto panoramici-

La chiesa di San Sebastiano, costruita sull’antico Tempio di Elagabalo sul Palatino; sulla facciata lo stemma papale (foto PArCo)

Tra i complessi più importanti c’è la chiesa di San Sebastiano, costruita probabilmente nel X secolo nel luogo del martirio del santo, che la tradizione collocava “ad gradus Elagabali”, ossia “sulle gradinate del tempio di Elagabalo” realizzato nel III sec d.C. nell’area dell’attuale Vigna Barberini. Già dal secolo XI è segnalato un monastero abitato dai Benedettini che ebbe poi un periodo di decadenza nel XIII e fu abbandonato. Solo nel 1630 San Sebastiano fu oggetto di un importante restauro da parte della famiglia Barberini, quando Urbano VIII acquistò la proprietà su cui sorgevano chiesa e monastero e affidò il restauro all’architetto Luigi Arrigucci. In questo momento furono distrutti gli affreschi medievali, risparmiando solo quelli dell’abside. L’effettiva intitolazione a San Sebastiano ci fu nel 1650 come testimonia la lapide al centro del portale. Un’epigrafe all’interno della chiesa testimonia che nel 1675 fu concessa temporaneamente ai Francescani della vicina San Bonaventura.

La chiesa di San Bonaventura sul Palatino, veduta dall’area di Vigna Barberini. In primo piano l’opera d’arte contemporanea Anello di Francesco Arena (2020) (foto PArCo)

Infatti, più tardo è il convento di San Bonaventura al Palatino, fondato dal beato Bonaventura da Barcellona, che nel 1675 ottenne il permesso dal cardinale Francesco Barberini di costruire un “ritiro” sulla sommità del Palatino, sulle rovine di una cisterna dell’acquedotto Claudio. Nonostante il terreno difficile, nel 1676 furono avviati i lavori per la costruzione di una chiesa e un convento. Nel 1689, a cinque anni dalla morte di fra Bonaventura, la chiesa fu consacrata.

Alla fine della via di San Bonaventura, la semplice facciata della chiesa. Nell’ultimo tratto della strada inizia la Via Crucis; le nicchie sono visibili a sinistra e sulla facciata della chiesa dove il percorso si conclude (foto PArCo)

Il convento di San Bonaventura è raggiungibile grazie alla stretta stradina in salita che termina proprio sul sagrato. Essa è ornata nell’ultimo tratto dalle nicchie della Via Crucis erette nel 1731 per opera di Leonardo da Porto Maurizio che risiedé nel convento dal 1730 al 1751. Inizialmente le scene nelle nicchie erano dipinte ma, a causa dei danni dovuti all’umidità, nel 1772 ne furono inaugurate di nuove, in terracotta dipinta, realizzate dallo scultore Giuseppe Franchi e da padre Corrado da Rimini.

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Lapide all’interno della chiesa di San Bonaventura sui lavori ottocenteschi (foto PArCo)

L’attuale aspetto ottocentesco della chiesa è riconducibile, come testimonia la lapide sulla parete sinistra accanto all’ingresso, ai lavori voluti dal cardinale Antonio Tosti, che sostituirono la copertura, originariamente a capriata, con volta a botte dipinta a cassettoni e rinnovarono gli altari e i pavimenti.

“Sulle tracce di Nerone”: quarta delle sei tappe dell’itinerario proposto dagli archeologi del parco archeologico del Colosseo tra Palatino, valle del Colosseo e Colle Oppio alla ricerca dei resti della “nuova Roma” voluta da Nerone: oggi scopriamo la famosa “coenatio rotunda”, la famosa sala da pranzo girevole di Nerone

I probabili resti della coenatio rotunda di Nerone scoperti nell’area di Vigna Barberini sul Palatino (foto PArCo)

La locandina dell’iniziativa “Sulle tracce di Nerine” promossa dal parco archeologica del Colosseo

La sala da pranzo girevole di Nerone, ovvero la famosa coenatio rotunda, è l’oggetto della quarta tappa del percorso in sei tappe “Sulle tracce di Nerone”, proposto dal parco archeologico del Colosseo. “La sala da pranzo rotonda e rotante voluta da Nerone è leggenda o realtà?”, si chiedono gli archeologi del PArCo. Svetonio ci ha tramandato la presenza, all’interno della Domus Aurea, di coenationes (sale da pranzo) dotate di “soffitti coperti da lastre di avorio, mobili e forate in modo da permettere la caduta di fiori e profumi”, e più in particolare di una, la coenatio rotunda appunto, “che perpetuamente di giorno e di notte veniva girata secondo il movimento del mondo [alias cosmo]”.

Il percorso con le sei tappe “Sulle tracce di Nerone” tra il Palatino e il colle Oppio (foto PArCo)

I probabili resti della coenatio rotunda di Nerone scoperti nell’area di Vigna Barberini sul Palatino (foto Mibact)

“Si è a lungo pensato si trattasse della sala Ottagona del padiglione di Colle Oppio”, spiegano, “ma più di recente è stata riconosciuta in un’alta e possente struttura in opera laterizia scoperta dagli archeologi dell’Ecole française de Rome presso il margine settentrionale dell’area di Vigna Barberini sul Palatino. Questa struttura, davvero impressionante, è costituita da un cilindro contenente una scala a chiocciola, collegato a un cerchio più grande ed esterno tramite serie di archi disposti su più ordini (8 per ciascuno), a sua volta circondato da un terzo cerchio ancora più ampio. Nei pressi è stato individuato anche un probabile meccanismo idraulico, cosa che ha fatto ipotizzare agli scopritori che sia appunto questa la ‘sala rotante’ descritta da Svetonio, ma dove a muoversi sarebbe stata non la volta, bensì un pavimento in legno. Una sorta di Fungo dell’EUR insomma! Si tratta però solo di un’ipotesi e molte altre interpretazioni potrebbero essere avanzate per la struttura di Vigna Barberini”.