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Archeologia preventiva. A San Severino Marche nel cantiere del futuro supermercato emerge parte della vasta necropoli romana di Septempeda (I-II sec. d.C.): scoperte sepolture a incinerazione e inumazione, con unguentari vitrei, specchio in bronzo, monete, lucerne, aghi crinali e da cucito, fusarole, rasoi. Presenti rituali, architetture funerarie e forme di sepoltura estremamente variegati

Una sepoltura a inumazione dalla necropoli romana di Septempeda scoperta nel cantiere Eurospin a San Severino Marche (foto sabap-an-pu)

I lavori per il cantiere del futuro supermercato hanno riportato alla luce una porzione di un’estesa necropoli romana con sepolture a inumazione e a incinerazione, che ha permesso agli archeologi della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Ancona e Pesaro e Urbino di ricostruire molti dettagli dei riti funerari romani del I-II sec. d.C. Succede a San Severino Marche (MC), sulla strada Septempedana, nel cantiere Eurospin Tirrenica: le attività di scavo archeologico preventivo svolte tra ottobre 2021 e gennaio 2022 in occasione della costruzione del nuovo punto vendita Eurospin di San Severino Marche, condotte dalla ditta specializzata ArcheoLab di Macerata sotto la direzione scientifica di Tommaso Casci Ceccacci della Sabap per le province di Ancona e Pesaro e Urbino, hanno permesso di mettere in luce un esteso complesso funerario di epoca romana. “Il valore di eccezionalità del contesto archeologico emerso”, spiegano in Sabap, “consiste nella sua appartenenza alla più estesa necropoli occidentale della città romana di Septempeda, sviluppata all’esterno della cinta muraria cittadina in aderenza al percorso viario che la collegava alla città di Nuceria Camellaria (Nocera Umbra) e alla Via Flaminia”.

Il rito dell’incinerazione presente nella necropoli romana di Septempeda scoperta nel cantiere Eurospin a San Severino Marche (foto sabap-an-pu)

L’area sepolcrale, individuata in prossimità del muro di recinzione prospicente la Sp 361, si distingue per la presenza di 14 sepolture articolate lungo i margini meridionali del diverticolo Prolaquense della Flaminia, che attraversando l’antico centro urbano sulla direttrice est-ovest, ne costituiva anche il decumano massimo. Nella sua organizzazione originaria, inquadrabile orientativamente nei primi due secoli dell’impero, lo spazio funerario portato in luce ha uno sviluppo Est-Ovest, distribuendosi parallelamente all’asse viario lungo i margini di una scarpata naturale. Le scrupolose indagini archeologiche eseguite hanno permesso di riconoscere rituali, architetture funerarie e forme di sepoltura estremamente variegati.

Una sepoltura a cremazione dalla necropoli romana di Septempeda scoperta nel cantiere Eurospin a San Severino Marche (foto sabap-an-pu)

“Il rituale della cremazione”, continuano gli archeologi, “è quello maggiormente attestato, officiato sia in maniera diretta, ossia cremando il corpo del defunto all’interno della stessa fossa entro cui veniva deposto, sia in forma indiretta, deponendo i resti combusti in altro contesto in un distinto spazio funerario. I sepolcri a cremazione diretta, meglio noti con il termine busta sepulcra, ospitano grosse pire lignee (“busta“) su cui sono deposti e bruciati i defunti assieme ad alcuni oggetti del corredo personale. Una volta terminato il rogo funebre, i resti ossei vengono raccolti e posizionati al centro della fossa terragna assieme ad ulteriori oggetti di accompagno e l’intero spazio funerario viene sigillato ed enfatizzato dalla costruzione di un vero e proprio sepolcro (“sepulcrum“).

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Struttura sepolcrale con tegole contrapposte a spiovente e sormontate da coppi (foto sabap-an-pu)

Alcune delle tombe indagate conservavano ancora intatta la struttura sepolcrale caratterizzata dalla posa in opera di una o più coppie di tegole contrapposte a spiovente e sormontate nel punto di giunzione da coppi. Le sepolture a cremazione indiretta, invece, mostrano una struttura sepolcrale di minore impegno realizzativo: cassette di forma triangolare o rettangolare, realizzata con tegole appositamente spezzate. All’interno sono deposti i resti osteologici combusti, gli oggetti di corredo, ed i residui del rogo funebre. In questo caso la cremazione dei defunti doveva avvenire in settori marginali della necropoli, all’interno di spazi appositi meglio noti con il nome di ustrina“.

Una sepoltura a inumazione dalla necropoli romana di Septempeda scoperta nel cantiere Eurospin a San Severino Marche (foto sabap-an-pu)

Al rito crematorio è associato anche quello a inumazione, seppur attestato in percentuali minori, come dimostrato dalle 3 tombe a fossa terragna indagate. I defunti, racchiusi in feretri lignei o avvolti in un sudario, sono stati deposti in semplici fosse terragne colmate con sola terra. “Sorprendente è l’integrità e lo stato di conservazione di gran parte dei contesti indagati”, sottolineano gli esperti. “Stupisce la perfetta conservazione dei resti combusti della pira, della lettiga funebre e dei feretri lignei; quest’ultimi chiaramente ricostruibili grazie al mantenimento in fase di decomposizione del materiale organico e della posizione originale dei chiodi”. A rimarcare il carattere “periurbano”, e non marginale, del sepolcreto è anche la presenza di un basamento di forma rettangolare (dimensioni ca 3.50 x 2.50 m), realizzato con una gettata contro terra di calcestruzzo e ciottoli di fiume, e certamente pertinente ad una struttura funeraria un monumentale sviluppo in elevato. Nonostante il pessimo stato di conservazione non permetta di ricondurlo ad una specifica tipologia architettonica, tale presenza sottolinea con fermezza la rilevanza topografica dell’intero contesto, ben visibile a chi si trovava a percorrere l’asse stradale.

Un unguentario vitreo, deformato dal calore della pira, rinvenuto nelle sepolture della necropoli di San Severino Marche (foto sabap-an-pu)

“Le testimonianze materiali recuperate all’interno dei sepolcri, e prontamente consolidate e messe in sicurezza durante le attività di cantiere, documentano solo parzialmente il vasto ed articolato corpus di gesti ed azioni rituali compiuti nella fase preparatoria al funerale, nell’atto stesso ed anche dopo. La maggior parte delle deposizioni, infatti, presenta percentuali consistenti di oggetti riferibili a classi di materiali ampiamente eterogenei. I singoli reperti sono deposti e bruciati all’atto della cremazione ma sono anche aggiunti successivamente, durante la ripulitura del rogo funebre e la risistemazione delle ossa combuste. Tra i materiali combusti stupisce l’elevata presenza di unguentari vitrei, sia frammentari che integri, ma deformati dal calore. Non manca, inoltre, la presenza di oggetti in bronzo tra cui si annovera uno splendido esemplare di specchio con disco circolare ed impugnatura sagomata a balaustro e un anello digitale privo di castone. Un chiaro valore escatologico è assegnato, invece, all’atto consuetudinario e quindi rituale, di deporre monete e lucerne fittili, puntualmente rinvenute in quasi tutti i sepolcri”.

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Il rinvenimento di uno splendido esemplare di specchio con disco circolare dalla necropoli di San Severino Marche (foto sabap-an-pu)

“Altre tipologie di materiali – conclude la nota della Sabap – forniscono suggerimenti utili per determinare il sesso del defunto, rimandando a stereotipi comunemente rappresentati da oggetti tipici dell’abbigliamento personale e di specifiche attività svolte nel quotidiano. Per la componente femminile, percentualmente più rappresentata, si fa riferimento alla presenza di aghi crinali utilizzati per fissare le acconciature e di aghi da cucito, steli da fuso e fusarole in osso che alludono alla tipica attività domestica della tessitura. Le tombe maschili, numericamente minori, sembrano essere contraddistinte da comuni utensili da lavoro quali coltelli e rasoi/raschiatoi, sebbene in particolare i coltelli non possono essere considerati come utensile esclusivo di questo genere”.

Roma. Da gennaio, il terzo giovedì del mese la soprintendenza speciale apre al pubblico le tombe di Fadilla e dei Nasoni, due tesori dell’antica via Flaminia

L’interno della tomba dei Pisoni sull’antica via Flaminia a Roma (foto ssabap-roma)
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Mosaico della Tomba di Fadilla sull’antica via Flaminia (foto ssabap-roma)

Il 2022 inizia con una novità nell’offerta culturale proposta dalla Soprintendenza Speciale di Roma, diretta da Daniela Porro, e ancora una volta l’attenzione si concentra sul patrimonio archeologico dislocato in aree periferiche. Dal 20 gennaio 2022, ogni terzo giovedì del mese, aprono al pubblico due tesori dell’antica via Flaminia: le tombe di Fadilla e dei Nasoni. Su iniziativa del funzionario responsabile Roberto Narducci e dell’archeologa Barbara Ciarrocchi i due siti, distanti circa 400 metri l’uno dall’altro, saranno aperti alle visite guidate con prenotazione obbligatoria ogni terzo giovedì del mese. Ecco tutti i dettagli per partecipare. Il calendario: il terzo giovedì del mese (a partire da giovedì 20 gennaio 2022). Il percorso di visita e gli orari: primo turno di visita alle 10.30 con inizio in via dei Casali Molinario davanti l’ingresso della Tomba di Fadilla e termine in via Flaminia 961 alla Tomba dei Nasoni; secondo turno di visita alle 12 con inizio in via Flaminia 961 davanti l’ingresso della Tomba dei Nasoni e conclusione in via dei Casali Molinario con visita alla Tomba di Fadilla. Modalità di accesso: è consentito l’accesso, nel rispetto delle normative sanitarie in vigore (Green Pass rafforzato e mascherina), a un massimo di 10 persone per turno di visita; l’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti; prenotazione obbligatoria scrivendo a: ss-abap-rm.malborghetto@beniculturali.it nella email di prenotazione è necessario indicare: turno di visita selezionato, numero di partecipanti per ogni singola prenotazione, nome, cognome e un recapito email. Le prenotazioni verranno raccolte fino alle 12 del mercoledì precedente l’apertura. Per gruppi già organizzati superiori alle 10 unità si ricorda che è necessario rivolgersi preventivamente all’Ufficio Valorizzazione (responsabile Angelina De Laurenzi – contatti: ss-abap-rm.valorizzazione@beniculturali.it).

Dettaglio affresco della Tomba di Fadilla sull’antica via Flaminia (foto ssabap-roma)

La Tomba di Fadilla. Piccola e ben conservata è stata scoperta nel 1923 in via dei Casali Molinario. L’edificio deve il suo nome a una piccola lapide in marmo, inserita sulla parete destra, con una epigrafe funeraria dedicata dal marito alla moglie Fadilla, nome diffuso nella famiglia degli Antonini. Questo elemento, la tipologia della tomba e i bolli laterizi sui mattoni permettono di datare il monumento alla fine del II secolo d.C. Ben conservato è l’intero impianto decorativo, a partire dal pavimento a mosaico, in bianco e nero, con ottagoni collegati da piccoli quadrati a formare un ampio disegno geometrico. Su tre pareti, la quarta è occupata dalla porta di ingresso, si aprono altrettanti arcosoli. Le quattro pareti, la volta e gli arcosoli conservano una delicata decorazione pittorica caratterizzata da riquadri che racchiudono animali e figure umane. Grazie all’intervento di restauro sono state pulite le superfici pittoriche e del mosaico, con successivo consolidamento di quelle parti dove la adesione e la coesione del colore o dei tasselli musivi mostrava piccoli segni di cedimento. Infine, per permettere una lettura più armonica delle decorazioni delle volte è stato effettuato un ritocco pittorico reversibile su alcune lacune.

L’ingresso della Tomba dei Nasoni sull’antica via Flaminia (foto ssabap-roma)

La Tomba dei Nasoni. La tomba è stata scoperta nel 1674 al chilometro 8,300 della via Flaminia, da allora ha tuttavia attraversato varie vicissitudini, che ne hanno compromesso parzialmente la conservazione, ciò nonostante rappresenta un monumento di grande importanza. A rendere l’idea di come fosse l’edificio al momento della sua scoperta restano le 35 tavole realizzate dal pittore e incisore Pietro Santi Bartoli, pubblicate nel 1680 con il titolo Le pitture antiche del sepolcro dei Nasoni, nella via Flaminia. Grazie a queste immagini infatti si è a conoscenza dell’esistenza di una facciata in marmo a forma di tempietto, oggi scomparsa, dove si apriva una porta sormontata dalla tabula inscriptionis che ha permesso di attribuire il sepolcro a Quintus Nasonius Ambrosius e dunque alla famiglia dei Nasoni. Il sepolcro, del II secondo secolo d.C., è oggi costituito da un ambiente rettangolare con volta a botte, articolato in tre nicchie in ciascuno dei lati lunghi e una nella parete di fondo. La complessa decorazione, suddivisa da una cornice in due registri alterna riquadrature in stucco e pitture rappresentanti temi mitologici, dettagliatamente ricostruiti anche grazie alle riproduzioni di Bartoli, che hanno permesso la creazione di una serie di pannelli esplicativi. Le nicchie sono decorate da grandi scene simboleggianti la sopravvivenza dopo la morte e la speranza di un luogo di beatitudine. Il complesso funerario ha richiesto un complesso intervento, nel corso dei secoli infatti nell’area era presente una forte attività di cava e la tomba stessa ha subìto delle spoliazioni (al nipote di Papa Clemente X fu consentito di strappare tre frammenti di affreschi, che trovarono poi sistemazione nella sua villa all’Esquilino).

Verona romana: l’architettura segno del potere di Roma. A Verona Archeofilm incontro con Francesca Ghedini: “L’Arena alla sua costruzione era il più grande anfiteatro dell’impero”

Verona romana in una famosa ricostruzione del disegnatore Gianni Ainardi

La locandina della prima edizione di Verona Archeofilm al teatro Ristori di Verona

Non solo film. La prima edizione di Verona Archeofilm, promossa da Archeologia Viva e dal Comune di Verona al teatro Ristori, con la direzione artistica di Dario Di Blasi, ha regalato al numeroso pubblico di appassionati presenti anche un interessante incontro culturale con Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova, archeologa classica, profonda conoscitrice di Ovidio. Intervistata dal direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, Ghedini ha declinato sul caso Verona il tema del rapporto tra architettura e potere nel mondo romano. E a Verona, come sottolinea la professoressa, è possibile farlo perché “negli anni ha avuto eccellenti archeologi della soprintendenza che hanno ricercato, studiato, conservato e salvaguardato le notevoli testimonianze della Verona romana” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/21/a-quarantanni-dalla-prima-esperienza-torna-a-verona-il-grande-cinema-archeologico-grazie-ad-archeologia-viva-con-verona-archeofilm-nove-titoli-e-lincontro-con-francesca-ghedini/).

La professoressa Francesca Ghedini intervistata da Piero Pruneti al teatro Ristori di Verona

Architettura e potere. “Roma ha creato un impero che è durato secoli: di certo la forza militare è stata fondamentale, ma non è stato il solo motivo che ha favorito la romanizzazione. Va considerata anche la grande attrattività: si poteva vivere meglio sotto i romani, che quando fondavano una città o ne conquistavano una portavano subito i servizi, a cominciare dalle fognature”. Quindi il primo segno di Roma si esprime con la scelta del luogo di fondazione di una colonia. E allora cerchiamo di capire meglio perché Verona è nata qui e non altrove. “Verona sorge qui perché c’è l’Adige e perché qui passa una importantissima via consolare, la via Postumia”, chiarisce Ghedini. “È vero che sul colle di San Pietro esiste già un nucleo abitato precedente, ma la città romana nasce all’interno dell’ansa dell’Adige perché in una posizione che le permette di avere tre quarti di città difesa naturalmente dal fiume, e perché di qui passa la via Postumia che, all’interno delle mura, superate le porte, diventa il decumano massimo, oggi rappresentato dall’asse corso Cavour – corso Porta Borsari”.

Il tracciato della via Emilia da Rimini a Piacenza

La situazione geo-politica. Siamo nel 148 a.C. In quel momento Roma è impegnata a Sud contro Cartagine (terza guerra punica, dal 149 al 146 a.C.), e a Est si sta espandendo verso il Mediterraneo orientale (dal 146 a.C. la Grecia diventa un protettorato romano). Entrambi i fronti sono sostenuti a Roma dal cosiddetto “partito del mare” che punta a fare di Roma una potenza navale nel Mediterraneo. Ma c’è anche il cosiddetto “partito degli agricoltori” che ovviamente ha i suoi interessi soprattutto in pianura Padana, dove la romanizzazione era iniziata con la fondazione della via Emilia tra il 189 e il 187 a.C. collegando Rimini (terminale della via Flaminia, 220 a.C., quindi con Roma) a Piacenza sul Po, che diventa il caposaldo romano in pianura padana. L’espansione di Roma a Nord continua con la fondazione di Aquileia nel 181 a.C., con sbocco nel Nord dell’Adriatico, quasi un punto nel nulla nell’estremo nord-est dell’Italia, in un territorio abitato da popolazioni non romane. Per difendere questo avamposto i Romani realizzano la via Postumia: è il 148 a.C. La strada collega i due porti settentrionali, a Ovest Genova, a Est Aquileia: una grande opera ingegneristica in territorio non romanizzato che prevede strutture invasive e la partizione del territorio. Una situazione vista dalle popolazioni locali come una penetrazione anche militare”.

Piazza delle Erbe a Verona occupa lo spazio del foro romano (da http://www.verona.net)

Il foro della Verona romana sorse all’incrocio tra la via Postumia (decumano) e il cardo

La fondazione di Verona: il Foro. “È su questa importante via consolare, strategica per i romani, che nasce Verona romana la quale ci ha restituito dei bellissimi segni del potere di Roma. Il primo segno del potere di Roma si manifesta con la realizzazione del foro (oggi piazza delle Erbe) all’incrocio tra la via Postumia (sull’asse Est-Ovest) e il cardo massimo (N-S). Ma cos’ha di speciale il foro di Verona? Qui si incontrano il momento e la celebrazione del sacro, della giustizia, dell’economia e della socialità intesa come incontro. Il foro veronese appare molto allungato (il lato corto è un terzo di quello lungo), discostandosi da quelle che sono le proporzioni canoniche codificate da Vitruvio, dove il lato corto è due terzi di quello lungo. Ciò dimostra che il foro non appartiene alla monumentalizzazione della città del primo periodo imperiale, ma la sua realizzazione è contemporanea alla deduzione della colonia repubblicana, in un sistema urbanistico dominato dal tempio sul lato corto settentrionale”.

Edificato nella seconda metà del I sec. a.C. sul lato settentrionale del Foro, il Capitolium era caratterizzato da un fronte largo 35 m (con tre file di sei colonne), tre celle e portici ai lati, ed era lungo circa 42 m. Su tre lati correva tutt’intorno al tempio un porticato che aveva anche la funzione di archivio. Lungo le sue pareti erano esposte numerose epigrafi e tavole in bronzo, delle quali si sono ritrovati solo frammenti: si trattava di leggi, decreti, liste di magistrati e imperatori, documenti catastali. A sostenere tutta questa struttura c’era un criptoportico (oggi recuperato dagli scavi della soprintendenza e visitabile nell’area archeologica di Corte Sgarzerie: proprio dopo l’incontro con la prof.ssa Francesca Ghedini, il Verona Archeofilm ha proposto il documentario di Davide Borra, di cui qui abbiamo visto il trailer). Il criptoportico si sviluppava per oltre 200 metri sotto il portico. Diviso in due navate larghe 4,5 m da una spina di archi retti da 78 pilastri in pietra e coperta da volte a botte, era debolmente illuminato da finestre “a strombo” affacciate sulla terrazza superiore. Il complesso rimase in vita fino al IV secolo, quando, per effetto dell’affermazione del cristianesimo e probabilmente per un incendio cadde in abbandono.

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali

“L’impostazione del tempio a Giove Capitolino, rialzato rispetto al foro, imita il Campidoglio dell’Urbe dedicato alla Triade capitolina. E poi c’è il blocco centrale del foro che è un inno alla romanità – continua Ghedini -. È lì che sorge infatti il complesso curia/basilica, cioè i due luoghi deputati per eccellenza alla gestione della cosa pubblica e della giustizia. E più a Ovest si apre un’altra piazza dominata al centro da un tempio dedicato al culto imperiale. Questo lealismo e completa adesione dimostrano che i veronesi si sentivano romani. Assistiamo quindi a un fenomeno di autoromanizzazione: chiedono di sentirsi romani e diventano romani. Il complesso del foro romano ne è la prova”.

L’Arena di Verona: l’anfiteatro fu realizzato in età giulio-claudia

Gli edifici di spettacolo. “Senza sottovalutare il valore simbolico delle mura, che non rappresentano un limite invalicabile, ma piuttosto un segno di potere: la prolessi della grande Verona, di certo l’altra prova del potere e della civiltà di Roma sono gli edifici di spettacolo, cioè l’arena e il teatro, entrambi bellissimi, segno della civiltà romana, esempio del vivere quotidiano. Il teatro di Verona è romano, ma realizzato secondo la tecnica greca, cioè sfruttando il clivio naturale di un colle. A Verona non è una scelta casuale. Il colle di San Pietro permetteva di riprodurre il modello dei grandi santuari tardo-repubblicani. Perché il complesso del teatro si completava con il soprastante tempio della Fortuna Primigenia offrendo una fortissima adesione alla grande architettura romana. E poi c’è l’arena. L’anfiteatro veronese è da sempre considerato il terzo più grande dell’impero, dopo il Colosseo e quello di Capua. Ma se guardiamo la sequenza di realizzazione dei tre anfiteatri, notiamo che l’Arena di Verona (metri 152×123) risale all’epoca giulio-claudia, mentre il Colosseo (metri 187×155) alla successiva età flavia, e l’anfiteatro di Capua (metri 165×136), di fondazione più antica, è stato ampliato come lo conosciamo noi oggi solo nel II sec. d.C. Quindi, al momento della sua costruzione, l’Arena di Verona era l’anfiteatro più grande dell’impero”.

“On the road”: nella mostra di Reggio Emilia si percorre la via Emilia da Ariminum a Placentia, viaggio nello spazio e nel tempo, tra la costruzione di ponti, le necropoli ai lati della carreggiata, le comodità delle mansiones e i prodotti tipici commerciati

Indicazione della Statale 9 Emilia alla mostra “On the road”

La locandina della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” a Reggio Emilia

A Est sorge Ariminum (l’odierna Rimini), fondata dai romani nel 268 a.C. sul fiume Marecchia (Ariminus), dove dal 220 a.C. terminava la via Flaminia, il collegamento più veloce da Roma per l’alto Adriatico. A Ovest, troviamo Placentia (l’odierna Piacenza), fondata nel 218 a.C., prima colonia romana in Italia settentrionale (Gallia Cisalpina) come importante avamposto militare contro la minaccia incombente di Annibale. E solo poco più di mezzo secolo più tardi, nel 148 a.C., avrebbe incrociato la via Postumia (da Genova ad Aquileia). A collegare le due colonie di Ariminum e Placentia, un lungo rettifilo di 262 chilometri, la via Emilia, fondata dal console Marco Emilio Lepido nel 187 a.C., toccando Caesena (Cesena), Forum Popilii (Forlimpopoli), Forum Livii (Forlì), Forum Cornelii (Imola), Claterna, Bononia (Bologna), Mutina (Modena), Regium Lepidi (Reggio Emilia), Tannetum (Sant’Ilario d’Enza), Parma, Fidentia (Fidenza). Sono passati 2200 anni dalla fondazione della via Emilia, celebrati con grandi mostre. Come quella che stiamo seguendo a Reggio Emilia. Ora, dopo aver avuto un’informazione generale sui reperti esposti, aver conosciuto il territorio della Gallia Cisalpina prima dell’arrivo dei romani, e aver visto alcuni elementi caratteristici di una via consolare, come i miliari, i mezzi di trasporto, e gli agrimensori, il percorso della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017”, aperta fino al 1° luglio 2018 al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, al piano terzo, nella cosiddetta Manica Lunga, sala centrale di 50 metri, immerge il visitatore nella Via Emilia/SS9, un viaggio nello spazio e nel tempo, da Piacenza a Rimini e oltre, che si propone di presentare l’ieri e l’oggi della Via Emilia: Marco Emilio Lepido e la sua città, Racconti per l’eternità (archeologia e sepolcri), La buona strada (tecniche costruttive) e Ruote, zoccoli, calzari (mezzi e dotazioni per il viaggio e il cammino).

L’originale allestimento della mostra “On the road” con gli exhibit archeologici (foto Carlo Vannini)

Alle estremità contrapposte della sala le testimonianze dei due capolinea: Ariminum, evocata con la ricostruzione dell’Arco di Augusto, che corrisponde all’innesto della Via Aemilia alla Via Flaminia, e l’esposizione del corredo funerario di uno dei primi coloni romani della città; e Placentia, ricordata con i rilievi di uno spettacolare fregio d’armi che coronava un monumento funerario. Cadenzano il percorso sette “espositori-teatrini”, exhibit archeologici avanzati (sette come i temi trasversali) che espongono i reperti insieme a piccole videoproiezioni che li animano e li rendono narrativi. I temi proposti sono: Limite, Ponte, Sepolture, Commercio, Foro, Locanda e Casa. Vediamo di approfondirne qualcuno.

Il modellino che illustra il sistema di costruzione di un ponte romano (foto Graziano Tavan)

“Nel sentire comune degli antichi romani”, spiegano i curatori, “la costruzione di un ponte ricadeva prima di tutto nella sfera del sacro: non a caso uno dei principali collegi sacerdotali di Roma era quello dei pontefici, cioè costruttori di ponti. E i romani erano in grado di costruire arditi ponti in murature ad arcate poggianti su pilastri grazie alla perizia dei propri ingegneri e alla scoperta dell’opus coementicium, una malta idraulica che permetteva di realizzare opere murarie di sostegno a diretto contatto con l’acqua”. Lungo la via Emilia famoso è il cosiddetto ponte di Tiberio a Rimini, realizzato in soli sette anni tra il 14 e il 21 d.C. Non meno peculiari in un tracciato stradale erano le sepolture. “Il cimitero romano non era infatti un recinto, come ai giorni nostri”, ricordano gli archeologi, “ma, in ossequio al divieto imposto dalle leggi delle XII tavole di seppellire i morti all’interno dei confini urbani, si articolava in allineamenti, quasi cortine, di tombe lungo le strade di accesso alle città”. Così era abbastanza frequente l’esortazione “Viandante, fermati a leggere”, rivolta ai passanti, che percorrevano una strada alle porte della città romana, dalle lapidi che ne accompagnavano il percorso. “Percorrendo queste vie sepolcrali il viandante poteva rivivere le esistenze di cittadini più o meno illustri attraverso le parole incise nella pietra dei monumenti funerari, così come essi stessi si erano presentati con evidenti intenti propagandistici”. La via Emilia, alle porte di Regium Lepidi, ospitò sepolture sia in direzione di Parma, sia di Mutina, dove era allestita la necropoli più monumentale perché imperniata sulla strada la cui proiezione raggiungeva Roma.

Il tracciato della via Emilia, strada consolare romana, da Ariminum a Placentia

Lungo il percorso delle principali vie consolari, a un giorno di viaggio l’uno dall’altra, c’erano le mansiones, una sorta di servizio postale che doveva garantire il transito di magistrati e ufficiali imperiali e il trasporto di merci e informazioni lungo le strade, con corrieri a cavallo e postini. Le mansiones offrivano particolari comodità per il ristoro dei viaggiatori, come il lussuoso deversorium (albergo), l’impianto formale, il santuario locale, la stazione di polizia, il servizio medico e il ricovero ospedaliero, il negozio di rivendita, l’ufficio di cambio e il mercato. E nei dintorni non mancavano ristoranti (tabernae) e locande (stabulae) dove i clienti potevano intrattenersi con le stabulariae. Invece a V/VII, IX/X, ma anche XII miglia, lungo le vie consolari si trovavano le mutationes, per il cambio dei cavalli e dei mezzi, dove si poteva usufruire dei servizi di carrettieri, maniscalchi ed equarii medici, cioè veterinari specializzati nella cura dei cavalli.

Rilievo romano con un carro con passeggeri vicino a una mansio (foto Graziano Tavan)

La via Emilia risuonava del frastuono dei carri, con conduttori di muli (muliones) e trasportatori (conductores) ricordati nelle epigrafi funerarie. Il commercio non era considerato un vero lavoro, perché si riteneva non comportasse fatica e che il guadagno fosse legato alla frode. La vocazione commerciale di Regium Lepidi è implicita nella sua stessa originaria denominazione Forum, quindi di mercato, le cui attività erano poste sotto la protezione di Mercurio, dio delle vendite e dei guadagni, dei commercianti e dei viaggiatori. “Il piccolo commercio”, sintetizzano ancora gli archeologi, “poteva essere esercitato nelle botteghe (tabernae), originariamente costruite nel foro, ma anche su bancarelle all’aperto o sotto i portici della via Emilia. È probabile che nella basilica o macellum (mercato della carne e del pesce) del foro di Regium si svolgessero attività commerciali. Di queste rimangono stadere e pesi (in pietra, bronzo, piombo) garantiti dallo Stato sulla base dell’unità di misura, la libbra, pari a 327 grammi, con i suoi multipli, e l’oncia, pari a mezza libbra”. I commercianti erano riuniti in associazioni. Potentissima a Regium quella dei cardatori di lana (lanarii pectinatores et carminatores). “Perno dell’economia locale era infatti la compravendita dei prodotti dell’allevamento ovino, formaggi ma soprattutto lane, cui si affiancava quella dei frutti dell’agricoltura e delle carni porcine, tagliate e salate”.

Una delle immagini tratte da un film peplum che illustra la mostra di Reggio Emilia

Il percorso della mostra al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia incrocia altre città attraversate dalla Via consolare, le vie  trasversali, le vie d’acqua, e le loro storie rappresentate dalla sequenza dei cippi miliari in originale o in calco, delle iscrizioni e di frammenti delle pile pertinenti ai ponti della Strada consolare, delle dediche a divinità protettrici della strada e dei viandanti. Protagoniste della grande parete le storie degli antichi romani, restituite attraverso i volti dei grandi attori protagonisti di film peplum a cui viene chiesto di interpretare storie vere tratte dalle fonti in un grande racconto che restituisce la complessa articolazione della società romana. In scena a citare storie e dar voce a personaggi, star di sceneggiati e kolossal quali Orson Welles, Kirk Douglas, Charlton Easton, Russel Crow, Marlon Brando, Richard Burton ed Elizabeth Taylor, Peter Ustinov e Patricia Laffan, Bekim Fehmiu, Irene Papas, Peter O’Toole. L’installazione multimediale a soffitto, con riprese effettuate al livello zero della Via Emilia di oggi, racconta invece l’attualità della strada. L’oggi diventa storia delle comunità e delle persone.

(3 – continua; precedenti post il 14 e 16 gennaio 2018)

A Rimini week end con il Festival del Mondo Antico nel segno di Augusto: passato e presente a confronto, tra cultura e potere. Incontri, visite guidate, laboratori

L'Arco di Augusto a Rimini durante una visita organizzata dal Festival del Mondo antico

L’Arco di Augusto a Rimini durante una visita organizzata dal Festival del Mondo antico

Da queste parti Augusto, il divo Augusto, l’imperatore Cesare Ottaviano Augusto, è di casa: a Rimini è un cittadino illustre. Figlio adottivo di un altro illustre romano, Gaio Giulio Cesare, la cui statua – a ricordo del passaggio del Rubicone – campeggia nella piazza centrale di Rimini, quella piazza Tre Martiri che altro non è che il prestigioso foro della romana Ariminum, colonia latina fondata già nel 268 a.C. in una posizione strategica all’inizio della pianura, che poi sarebbe diventata testa-terminale di altrettante strategiche vie consolari (la Flaminia, nel 220 a.C., da Roma ad Ariminum; la Emilia, nel 187 a.C., da Ariminum a Piacenza; la Popilia-Annia, 132 a.C., da Ariminum a Trieste via Ravenna-Adria-Padova-Altino-Aquileia). Ma Augusto qui è di casa per aver impreziosito la città con monumenti che ancora oggi possiamo ammirare, come il grande Arco (di Augusto, appunto) e il ponte di Tiberio (che completò il progetto iniziato dal primo imperatore romano).

Una famosa statua dell'imperatore Cesare Ottaviano Augusto

Una famosa statua dell’imperatore Cesare Ottaviano Augusto

Non stupisce quindi che proprio nel bimillenario della morte di Augusto (14 d.C. – 2014) Rimini abbia impostato la 16. Edizione del Festival del Mondo Antico (dal 20 al 22 giugno) nel segno di Augusto: passato e presente a confronto tra cultura e potere. Al centro della manifestazione, dal titolo “Un ponte oltre gli imperi: 14-2014, duemila anni di storia”, che affronta trasversalmente i grandi temi del sapere umano con un occhio al turismo culturale del territorio ricco di testimonianze antiche (non dimentichiamo il complesso archeologico della Domus del Chirurgo, del III secolo d.C..), c’è il ponte sul fiume Marecchia, costruito – come si diceva -, per volontà di Augusto nel 14 d.C., anno della sua morte, e terminato dal suo successore Tiberio: il titolo del festival è eloquente, con un impegnativo sottotitolo “un ponte sul porto collega mari e terre, crea più varchi sul confine, traccia i passaggi e dispone gli approdi, riduce le distanze sopra lo scorrere del tempo”.

Il manifesto della XVI edizione del Festival del Mondo antico

Il manifesto della XVI edizione del Festival del Mondo antico

“Tre giorni densi di appuntamenti”, assicura Luigi Malnati, direttore generale per le Antichità del Mibact, “per vivere pienamente l’archeologia, come scienza storica seria non come spettacolo, divulgandola con un approccio corretto: né in modo esotico né solo per addetti ai lavori”. Tomaso Montanari, Sandro De Maria, Claudio Strinati, Maurizio Bettini ma anche Michele Mirabella, Lia Celi, Giovanni Brizzi e Ivano Marescotti sono solo alcuni dei nomi presenti, in una kermesse che coniuga il dibattito ai concerti, il reading alle tavole rotonde, senza contare le visite al Museo della città di Rimini, con l’allestimento della nuova sezione archeologica. Accanto a studiosi di varie discipline ed esperti del mondo greco e romano, presenza tra le più attese è quella del soprintendente ai Beni culturali di Roma Umberto Broccoli, che sarà al Festival domenica 22 per “parlare di Augusto cercando da un lato di non santificarlo, dall’altro di non renderlo troppo umano, ma dando il senso del presente”. Un’occasione dunque per tessere legami tra ieri e oggi, nel tentativo di trovare nella storia significati e suggestioni ancora attuali. Ne è convinto Massimo Pulini, assessore alla Cultura di Rimini, che con l’Istituto per i Beni artistici dell’Emilia Romagna organizza il Festival: “Il mondo antico è sorgente di simboli e pensieri, così come lo è il ponte di Augusto con i suoi 2000 anni che rimanda all’idea di cucitura, ed è molto più di un collegamento tra due rive, ma un passaggio, un modo per comunicare”.

Previste visite guidate all'area archeologica della Domus del Chirurgo risalente al III secolo d.C.

Previste visite guidate all’area archeologica della Domus del Chirurgo risalente al III secolo d.C.

Arricchisce il Festival del Mondo antico la sezione “Vacanze romane”, che propone visite guidate ai tesori antichi del territorio. Sabato 21 e domenica 22 giugno alle ore 11, 17, 21 si possono visitare La Domus del Chirurgo e le domus di Ariminum, visita guidata al sito archeologico di piazza Ferrari e alle testimonianze delle abitazioni di età imperiale raccolte al Museo della Città. Sempre sabato 21 e domenica 22 giugno ma alle ore 10.30 e 16.30 c’è “Le pietre raccontano”, visita guidata al lapidario romano a cura degli studenti del Liceo Classico “G. Cesare”. Sabato 21 e domenica 22 giugno alle ore 16, 17, 18, 19 e alle 21, 22, 23 con “Rimini in barchetta …” si può “visitare” il ponte di Tiberio a bordo di un catamarano a motore passando tra le arcate del bimillenario Ponte di Tiberio per ammirare pietre, simboli, possenza e fascino senza tempo del monumento riminese più amato dai viaggiatori. Posti disponibili 10. In caso di un numero di partecipanti inferiore a 6 l’uscita verrà effettuata con barche a remi. A cura dell’Associazione Marinando. È richiesta prenotazione telefonica (tel. 0541.704415 e 329.2103329). Offerta libera. Sabato 21 alle 21 si va alla scoperta del Museo della Città con “Augusto e la sua Rimini”: nelle sale del Museo si incontra Ottaviano Augusto rappresentato nel ritratto marmoreo che lo identifica con i suoi caratteri fisiognomici. Da lì inizia il percorso che attraversa anche le testimonianze della Città profondamente modificata da Augusto e monumentalizzata. A cura di Monia Magalotti.

L'arco di Augusto a Rimini è il simbolo del glorioso passato della città

L’arco di Augusto a Rimini è il simbolo del glorioso passato della città

Anche quest’anno il Festival può contare sulla collaborazione della casa editrice Il Mulino: l’idea è quella di passare dal libro al dialogo diretto con gli autori, in un continuo scambio di informazioni non solo a fini divulgativi ma anche dispensando qualche curiosità. E quindi accanto a temi relativi al rapporto tra il potere e la cultura, o il potere e le donne, o ancora sul mutamento degli imperi, ci sono incursioni su questioni più leggere, come la cucina ai tempi di Augusto. Ultimo ma non meno importante tassello della manifestazione, il Piccolo Mondo Antico Festival, la sezione dedicata ai più piccoli: qui bambini e ragazzi incontreranno il fascino della storia attraverso archeologia sperimentale, giochi e racconti animati.