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Il Covid non ferma il “Georgian-Italian Lagodekhi Archaeological Project” (GILAP), la missione archeologica di Ca’ Foscari in Georgia co-diretto dalla prof.ssa Elena Rova con siti dal V al III millennio a.C. Potenziate le attività post-scavo. I risultati ad aprile a Bologna

Il Georgian-Italian Lagodekhi Archaeological Project: la missione di Ca’ Foscari in Georgia
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La prof.ssa Elena Rova di Ca’ Foscari

Il Covid non ferma la missione archeologica di Ca’ Foscari in Georgia. Nonostante le difficoltà e incertezze dovute alla pandemia globale, un gruppo ristretto di archeologi di Ca’ Foscari è riuscito a portare a termine in sicurezza una breve missione di studio e ricerca in Georgia. La missione era stata originariamente programmata per settembre 2020, per completare la documentazione in sospeso e raccogliere campioni e calchi da studiare in Italia in attesa di tornare sul campo, ed è stata rimandata più volte prima di riuscire a partire. Il 17 gennaio 2021, però, la prof.ssa Elena Rova, responsabile della missione, Flavia Amato, assegnista del dipartimento di Studi Umanistici, e Vanessa Perissinotto, studentessa magistrale in Scienze dell’Antichità, sono atterrate sul territorio georgiano in pieno lockdown per recarsi a Lagodekhi, al confine orientale del Paese. La missione si è conclusa il 1° febbraio 2021 e ha appena ultimato con successo il necessario periodo di quarantena al rientro. “È molto importante”, sostiene la prof.ssa Rova, “che in questo periodo di difficoltà la missione dia ai partners locali, anche loro pesantemente colpiti dalle conseguenze economiche della pandemia, un segnale di continuità di presenza sul territorio, in modo che non vadano perduti i rapporti costruiti nel corso di più di 10 anni di lavoro, ferma restando la necessità di garantire che le attività si svolgano rispettando i protocolli di sicurezza e senza mettere a rischio la salute dei partecipanti”.

Lagodekhi (Georgia): veduta da drone dello scavo alla fine della campagna 2019 (foto unive)

georgian-italian-lagodekhi-archaeological-project_chiesa-medievale_foto-univeIl “Georgian-Italian Lagodekhi Archaeological Project” (GILAP) è un progetto intrapreso nel 2018 dall’università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con la Municipalità e il Museo di Lagodekhi, coordinato da Elena Rova per la parte italiana e da Davit Kvavadze per la parte georgiana. Il territorio della Municipalità di Lagodekhi è di particolare importanza non soltanto per la sua estensione (900 km2), per la sua ricchezza storica e culturale o per la presenza di importanti siti medievali, ma soprattutto per la presenza di tumuli funerari monumentali (kurgan) risalenti alla seconda metà del III millennio a.C. e di numerosi siti del periodo calcolitico (V-IV millennio a.C.), piuttosto rari nel resto della regione. Il progetto ha una prospettiva regionale: affianca infatti allo scavo del sito calcolitico di Tsiteli Gorebi 5 (inizi del V millennio a.C.) ricognizioni di superficie estensive che mirano a mappare, anche attraverso l’analisi delle foto aeree e satellitari, i siti archeologici del territorio della Municipalità, in modo da fornire alle autorità locali uno strumento per poterli gestire e proteggere. 

Una fase delle ricognizioni nel 2019 a Tsiteli Gorebi 5 (foto unive)

La missione di ricerca ha permesso di completare la catalogazione e il disegno dei reperti rinvenuti durante le campagne di scavo e ricognizione 2019 del team GILAP e  di definire, con una visita al sito, le aree che saranno oggetto della prossima campagna di scavo, per ora prevista per la metà di giugno. Sono stati poi realizzati, utilizzando una pasta per impronte a bassa viscosità (la stessa usata dai dentisti), che penetra nei solchi e si adatta perfettamente alla morfologia del reperto, i calchi di tutti i manufatti in ossidiana e selce rinvenuti sul sito di Tsiteli Gorebi 5 che mostrassero tracce di utilizzo. Studiando al microscopio queste tracce in collaborazione con Davide D’Errico (dottorando dell’università di Leiden) e il Laboratorio di Analisi tecnologica e funzionale dei manufatti preistorici (Ltfapa) dell’università “Sapienza” di Roma si potrà determinare quali erano le funzioni assolte da questi strumenti (se servivano ad esempio per mietere il grano o piuttosto per la concia delle pelli o per tagliare i giunchi per confezionare ceste, stuoie ecc.). Questo è solo un esempio del vasto programma di analisi interdisciplinari e paleoambientali che la missione ha sviluppato nel corso del 2020, sfruttando i fondi e il tempo resisi disponibili per la forzata sospensione delle campagne di scavo.

Il recupero di reperti ossei nell’ambito della missione di Ca’ Foscari in Georgia (foto unive)

Sono stati completati lo studio delle ossa umane dalla necropoli di Doghlauri, l’analisi delle tracce sui manufatti in osso, lo studio sulla provenienza dell’ossidiana e un nuovo lotto di datazioni al 14C, e sono state avviate le analisi degli isotopi stabili sulle ossa umane e animali (in collaborazione con la prof.ssa Paola Iacumin dell’università di Parma) che permetteranno di conoscere le abitudini alimentari delle antiche popolazioni e i movimenti legati al pastoralismo transumante. Le analisi del DNA sulle ossa animali ritrovate a Tsiteli Gorebi 5 – in collaborazione con Ino Curik dell’università di Zagabria e Eva-Maria Geigl dell’institut Jacques Monod di Parigi – contribuiranno a ricostruire il quadro della diffusione delle razze di animali domestici. 

Vanessa Perissinotto impegnata nel disegno dei manufatti ceramici recuperati nella missione di Ca’ Foscari in Georgia (foto unive)

Alla fine della missione di studio, Vanessa Perissinotto si è trattenuta in Georgia, dove rimarrà fino alla fine di luglio 2021 nell’ambito di uno scambio Overseas tra Ca’ Foscari e l’università statale Ivane Javakhishvili di Tbilisi per seguire dei corsi e svolgere ricerche per la propria tesi sulle culture locali del V e IV millennio a.C. “Poter studiare a Tbilisi è una meravigliosa opportunità”, dice Vanessa, “aver accesso a bibliografia, materiali e siti sul posto, potendoli vedere, verificare e studiare dal vivo è davvero importante per il mio sviluppo in quanto archeologa. E il fatto di poter vivere questa esperienza in un contesto internazionale, nonostante le limitazioni imposte dalla pandemia in corso, mi fa sentire ancora più grata”.

Flavia Amato impegnata nel campionamento finalizzato allo studio delle tracce d’uso su manufatti litici (foto unive)

La prof.ssa Rova sottolinea quanto sia importante, in questo momento, “reindirizzare l’attività di ricerca utilizzando la pausa di riflessione offerta dall’emergenza COVID per sviluppare tutte quelle attività di post-scavo (studio, analisi e pubblicazione dei dati raccolti) che spesso vengono sacrificate in favore dell’attività sul campo e, soprattutto, per programmare e avviare filoni di ricerca innovativi”. Per esempio, l’interruzione degli scavi ha permesso al gruppo di ricerca della professoressa di completare numerose pubblicazioni che erano rimaste in sospeso e di far svolgere analisi di laboratorio che aspettavano da tempo perché i fondi disponibili erano di solito utilizzati per gli scavi. Allo stesso tempo, la missione ha potuto avviare linee di ricerca innovative – come quella dell’analisi del DNA – per cui è necessaria la collaborazione di esperti esterni e sviluppare la propria attività di networking, curando i rapporti con i Georgiani e altre missioni straniere, anche attraverso eventi on line. Queste sono attività delle missioni archeologiche che di solito non attirano l’attenzione, ma che sono invece le più importanti ai fini dei risultati scientifici. Parte dei risultati di questi studi verrà presentata al congresso ICAANE (12th International Congress on the Archaeology of the Ancient Near East), che si terrà dal 6 al 10 aprile 2021 a Bologna.

“Le Passeggiate del Direttore” sono al finale di stagione: col 28.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci parla delle statue della dea Sekhmet e quella di Horemheb nella famosa Galleria dei Re. E poi invita tutti al museo Egizio di Torino dal vivo

Siamo al finale di stagione. Come tutte le serie Tv, anche le “Passeggiate del direttore” con il 28.mo appuntamento, dedicato alla dea Sekhmet e a Horemheb, sono arrivate all’ultimo episodio. “Insieme abbiamo viaggiato attraverso millenni di storia”, ricorda il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, “conosciuto più da vicino gli oggetti della collezione e la cultura degli antichi Egizi. Ora tocca a voi passeggiare nelle sale… dal vivo! Vi ringraziamo per averci seguito e sostenuto in questi mesi. Continuate a seguirci perché abbiamo in serbo altre sorprese”.

La sala del museo Egizio di Torino con la teoria di statue delal dea Sekhmet, stanti e sedute (foto Graziano Tavan)

Nella sala della Galleria dei Re in cui è conservato Thutmosi III c’è una serie di Sekhmet. Chi è la dea Sekhmet? Sekhmet significa “la potente”. Sekhmet è legata a uno dei miti cosmogonici dell’inizio dell’Egitto quando il dio sole Ra, adirato con il genere umano perché non lo rispetta, manda il suo occhio che prende la forma della potente leonessa per punire gli uomini stessi. E la leonessa prende sul serio l’incarico che le viene dato e anzi diventa molto avida di sangue e quindi uccide gli uomini per berne il sangue. Il dio Ra si rende conto che se la lasciasse andare il genere umano verrebbe a finire. Ed ecco quindi che le fa bere con l’inganno della birra colorata di rosso. Alcune fonti dicono del vino. Così lei si addormenta e si ammansisce. Quindi il genere umano è salvo. Da dove provengono così tante Sekhmet? “Provengono dal tempio di Kom el-Hettan, il tempio di milioni di anni, fatto costruire da Amenofi III”, spiega Greco. “Abbiamo visto come nel Nuovo Regno vi siano dei templi che vengono costruiti dai sovrani perché il loro culto possa essere portato avanti, che vengono appunto definiti templi di milioni di anni. Il culto quindi viene trasferito dalla tomba a un tempio che si trova a valle. Perché? Perché la modalità di sepoltura si è diversificata, i sovrani non vengono più sepolti in una piramide. Abbiamo visto come la piramide fosse un complesso in cui c’è il tempio della valle, cioè la via processionale, c’è il tempio mortuario e quindi vi sono tutti i luoghi in cui il culto del sovrano può essere portato avanti. Adesso il tempio staccato è dedicato alla prosecuzione del culto”. Il tempio di Amenofi III di milioni di anni si trova a Tebe: è il tempio dei colossi di Memnone. All’interno di quel tempio vengono fatte una serie di corti e in queste corti vengono poste su tutti i lati le statue della dea Sekhmet, come si vede al museo Egizio nella bella riproduzione fatta dall’egittologo Simon Connor. “E perché tutto ciò? Miguel John Versluys dell’università di Leiden l’ha definita una splendida litania di pietra. Di fronte a ogni Sekhmet deve essere fatto un rituale, si portano delle offerte, si dice una preghiera in modo che la Sekhmet possa essere mansueta e possa rimanere docile e spargere concordia e amore nell’Egitto e non più guerra e pestilenza”. Nella Galleria dei Re le Sekhmet accompagnano la sala e sembrano quasi riprodurre nella loro cadenza, nell’alternanza tra Sekhmet stanti e Sekhmet sedute, quello che appunto si vedeva all’interno del tempio di Kom el-Hettan. “Sappiamo poi che in età ramesside il tempio stesso venne usato come una cava di pietra”.

Il grupo scultoreo con il faraone Horemheb e il dio Amon al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Le “Passeggiate del Direttore” si chiudono con un gruppo scultoreo molto importante che al contempo parla dell’attività di ricerca che il museo Egizio di Torino sta facendo in questo momento. “È una diade, quindi un gruppo composto da due elementi. La statua stante rappresenta un faraone, Horemheb: indossa il cosiddetto gonnellino shendit, il busto è nudo. E mostra una leggera pancetta. Nella letteratura specialistica è definita beer belly, pancetta dovuta alla birra bevuta. Se lo confrontiamo con Thutmosi III, visto precedentemente, vediamo infatti che la resa del corpo non è così idealizzato, non è così snello come il sovrano precedente. Ma questo è un tipico elemento dell’epoca di transizione post-amarniana, di quella parte artistica che va da Tutankhamon fino al regno di Horemheb e che ci fa vedere come da quelle forme esagerate tipiche di Akhenaten si ritorni via via alle forme snelle idealizzate con cui vengono presentati i sovrani. Questo sovrano abbraccia un dio, e il dio è il dio Amon. Il volto del dio ha dei tratti assolutamente fanciulleschi. I geroglifici ci dicono: figlio del dio sole, signore delle apparizioni, Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Dall’altra parte, in modo assolutamente speculare, leggiamo buon dio, signore delle due terre, Djeserkheperure Setepenre, ovvero il nome di Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Ai lati del trono c’è il simbolo usuale che abbiamo imparato a conoscere, il sema tawi, l’unione dell’alto e del basso Egitto. Anche qui, come nella statua di Thutmosi III, vi è l’epigrafe che ci ricorda che la statua è stata scoperta nel 1818 da Rifaud a Tebe, e che Rifaud era al servizio del signor Bernardino Drovetti. Ci sono altri elementi che abbiamo imparato a conoscere nelle altre statue, come ad esempio la coda che vediamo qui tra le gambe del sovrano Amon. La coda legata all’epiteto ka nekhet, ovvero toro potente”.

L’inizio della campagna di scavo congiunta museo Egizio di Torino – museo delle Antichità di Leiden a Saqqara (foto museo Egizio)

Perché questa statua di Horemheb è particolarmente importante per il museo Egizio di Torino? “Il museo Egizio a partire dal primo maggio 2015 ha cominciato la sua attività sul campo a Saqqara”, racconta Greco. “Lavoriamo circa 200 metri a Sud della piramide a gradoni di Djoser e lavoriamo nella necropoli dove i grandi funzionari della diciottesima dinastia si fecero seppellire. Tra loro, Horemheb. Pensate che lo scavo è iniziato 44 anni or sono, perché il museo nazionale delle Antichità di Leiden aveva una serie di rilievi che provenivano dalla tomba di Horemheb, e aveva tre statue, una diade e due statue singole che provengono dalla tomba di Maya. Maya era il responsabile del tesoro del faraone. Ebbene nel 1975 il museo di Leiden insieme all’Egypt Exploration Society decide di andare in Egitto per ritrovare i monumenti da cui provenivano le statue e i rilievi che avevano in museo. E l’idea era di riuscire a trovare la tomba di Maya perché su una carta redatta da Karl Richard Lepsius, uno dei pionieri della nostra disciplina, era indicato dove era la tomba di Maya. All’epoca, negli anni Quaranta dell’Ottocento, era ancora visibile, ma negli anni Settanta del secolo scorso non più. E allora la spedizione dell’Epypt Exploration Society e di Leiden, diretta da Geoffrey Martin, parte per l’Egitto alla ricerca della tomba di Maya, che non troveranno nel 1975 ma ben undici anni dopo, nel 1986. Perché nel 1975 si trovano a scavare leggermente più a Sud della tomba di Maya e scoprono la tomba di Horemheb. Colui che era stato il generale di dell’esercito egizio, e che poi diventerà faraone dopo il breve regno di Ay. Ebbene dopo quella tomba furono trovate un’altra serie di tombe, quella di Maya nell’86, la tomba di Tya e Tya, nel 2001 fu trovata la tomba di Meryneith (o Meryre), intendente del tempio dell’Aton ad Akhetaten (Amarna) e a Men Nefer (Menfi). E da allora in poi quindi più di 15 tombe sono venute alla luce. Nel 2015 il museo Egizio di Torino si è unito al museo nazionale delle Antichità di Leiden e assieme ogni anno torniamo in Egitto per imparare a comprendere e a capire questa necropoli, dove gli altissimi funzionari si sono fatti seppellire e dove poi in epoca Tarda c’è stato un riuso della necropoli per arrivare fino agli anacoreti del deserto, quando l’Egitto si converte alla cristianità e questi monaci trovano rifugio lontano dalla vita comunitaria nel deserto, per pregare, per conoscere dio”. “L’importanza per noi di essere tornati sul campo”, conclude Greco, “è quella di riuscire a dare un contesto ai monumenti. Molti mi chiedono se adesso quando andiamo in Egitto riportiamo i monumenti in Italia, se riportiamo oggetti. Assolutamente no. L’Egitto, come l’Italia del resto, ha sottoscritto la convenzione Unesco nel 1970, quindi tutti gli oggetti che vengono ritrovati rimangono in Egitto, come è giusto che sia. Ma andare a scavare ci permette di avere nuove informazioni e di ricostruire la storia di oggetti importanti come questa statua che è di provenienza tebana ma che ci parla di un personaggio, Horemheb, che ha avuto un cursus honorum molto importante, e che prima di diventare sovrano si era fatto costruire per lui e per la moglie Mutnedjemet una tomba monumentale, cosiddetta tomba a tempio, con una serie di porte monumentali che davano accesso a delle corti proprio a Saqqara”.