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Giordania. A maggio nel siq di Petra è caduto un masso di 10 tonnellate: l’evento era stato previsto da un algoritmo ideato all’università di Firenze

Il siq di Petra, un canyon scavato nell'arenaria con rocce instabili

Il siq di Petra, un canyon scavato nell’arenaria con rocce instabili: ora si può prevedere lo stacco dei massi

L’avevano previsto. Ed è successo alla fine di maggio. Calcolato nella tempistica ad altissima precisione come si trattasse di un’eclisse, l’ammaraggio di una navicella spaziale o il passaggio di una cometa. Ma stavolta non si è trattato di calcolare un fenomeno astrale, bensì il distacco di un grande masso, di un blocco di roccia di oltre 10 tonnellate che incombeva su una via di transito speciale, percorsa ogni giorno da migliaia di visitatori da ogni parte del mondo: il siq di Petra, il canyon scavato nelle arenarie della Giordania, per secoli protetto e celato dai beduini, e che – giusto due secoli fa – permise allo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, una volta individuato il passaggio, di scoprire la favolosa capitale dei Nabatei (vedi il post sul film di Alberto Castellani https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2013/11/28/a-bologna-petra-inedita-nel-film-di-castellani/). E a prevedere il distacco della roccia è stato un italiano, Giovanni Gigli dell’università di Firenze, che, studiate le caratteristiche del siq e individuate le masse rocciose instabili, ha approntato uno speciale algoritmo, cioè un complesso sistema di calcolo, dai risultati eccellenti.

Il siq di Petra è stato studiato dall'università di Firenze dove è stato ideato l'algoritmo che prevede lo stacco dei blocchi di roccia

Il siq di Petra è stato studiato dall’università di Firenze dove è stato ideato l’algoritmo che prevede lo stacco dei blocchi di roccia

Il gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze è intervenuto su sollecitazione dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), che sta lavorando a un progetto Unesco per la stabilizzazione di quell’area, soggetta a fenomeni di crollo, in collaborazione con l’Università di Città del Capo (Sudafrica). “Attraverso immagini tridimensionali ad alta risoluzione, ottenute mediante laser scanner, abbiamo estratto i dati necessari a identificare le fratture nella roccia”, spiega il ricercatore fiorentino, “a seconda della loro collocazione e dell’orientazione della parete è infatti possibile calcolare la possibilità di scivolamenti, ribaltamenti e distacchi”.

Impalcature nel siq di Petra per impedire lo stacco di blocchi di roccia

Impalcature nel siq di Petra per impedire lo stacco di blocchi di roccia

L’elaborazione del dato è stata fatta nei laboratori del Dipartimento a Firenze, mentre un sopralluogo a Petra, avvenuto alla fine dello scorso anno, ne ha reso possibile la validazione. “È da molti anni che lavoriamo e perfezioniamo il nostro algoritmo – prosegue Gigli – Lo abbiamo applicato in diversi contesti per problemi di Protezione Civile, beni culturali e nel settore minerario. Fino a oggi abbiamo centrato tutte le nostre previsioni”. Anche alla luce di questi risultati, alcuni ricercatori del team di Nicola Casagli, ordinario di Geologia applicata, hanno costituito una società, Geoapp, dopo aver concluso il percorso di preincubazione presso l’Incubatore Universitario Fiorentino (Iuf). L’intento è di allargare il campo di interventi del gruppo di ricerca, soprattutto nel campo della sicurezza delle attività minerarie e delle grandi infrastrutture.

Iraq. La città assira di Nimrud distrutta con bulldozer ed esplosivo. Un video dimostra lo sfregio dei miliziani dell’Is annunciato in marzo: cancellati 3mila anni di storia

La storia cancellata con l'esplosivo: così è stata distrutta dall'Is la città assira di Nimrud in Iraq

La storia cancellata con l’esplosivo: così è stata distrutta dall’Is la città assira di Nimrud in Iraq

Le picconate non sono state sufficienti. E allora hanno dato sfogo alla loro furia iconoclasta con bulldozer ed esplosivi. Così i miliziani dello Stato Islamico hanno distrutto il sito archeologico della città assira di Nimrud, nel nord dell’Iraq: fondata fondata nel XIII secolo AC, Nimrud era nella lista dei candidati a diventare patrimonio dell’Umanità Unesco. Si trova a circa 30 km a sud-est di Mosul e dallo scorso giugno tutta la zona è sotto il controllo degli islamisti che considerano la distruzione degli antichi siti, una guerra contro i “falsi idoli”. La prova della distruzione di Nimrud viene da un video pubblicato online dall’Is. La notizia dello scempio era stata data a marzo dal ministero iracheno del turismo (vedi post di archeologiavocidalpassato https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=nimrud) e definita dall’Unesco come “un crimine di guerra”. Ma finora le immagini satellitari non avevano mostrato la reale entità dei danni riportati . Nel filmato si vedono i militanti che con picconi e frese distruggono statue, bassorilievi e altri manufatti in pietra. Quindi un’esplosione e un bulldozer sbriciolano quello che rimane del sito, considerato uno dei massimi gioielli dell’età assira. Molti tesori di Nimrud sono in musei stranieri, ma un certo numero di statue giganti raffiguranti animali alati con teste umane (i Lamassu), erano ancora nel sito archeologico.

I miliziani dello Stato islamico in azione con i bulldozer nel sito archeologico di Nimrud

I miliziani dello Stato islamico in azione con i bulldozer nel sito archeologico di Nimrud

“Grazie a Dio, abbiamo distrutto tutto quello che è stato adorato senza Allah”, recita un miliziano all’inizio del filmato, di oltre sette minuti. Chi ha condannato le altre distruzioni, quelle nel museo di Mosul e nella cittadina di Hatra è “una canaglia” e i musulmani che hanno criticato lo Stato islamico «non hanno Allah nel cuore». Poi segue la distruzione: un jihadista fa a pezzi un bassorilievo con una fresa circolare. Un altro prende a mazzate una statua. E ancora, picconate alle mura degli edifici, martelli pneumatici per frantumare i reperti. Infine i bulldozer, che entrano in campo per radere letteralmente al suolo il sito, che risale a oltre 3mila anni fa. Quindi l’esplosivo, chili e chili che vengono fatti detonare accanto a ciascun obiettivo.

Miliziani dell'Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

L’Unesco ha bollato la distruzione come “un crimine di guerra”. Nimrud, la biblica Calah, fu fondata dal re Salmanassar I (1274-1245 a.C.) e divenne capitale dell’impero assiro sotto Assurbanipal II (883-859 a.C.) arrivando a contare 100.000 abitanti. “Abbatteremo le croci e demoliremo la Casa nera in America”, tuona un altro miliziano, riferendosi alla cristianità e a Washington. L’ennesima minaccia contro gli Usa e i “crociati” rinverdita negli ultimi giorni da una vera a propria campagna mediatica sui social network e il video “Bruceremo l’America”, che è in realtà un compendio degli orrori Isis da agosto a oggi, dalle decapitazioni degli ostaggi occidentali fino a quelle dei copti egiziani su una spiaggia libica.

Baghdad riapre il museo archeologico mentre a Mosul si contano i danni: condanna unanime dello sfregio dell’Isis ai reperti partici da Hatra e assiri da Ninive. Molte erano copie

I miliziani dell'Isis si accaniscono contro i tesori del museo di Mosul in Iraq

I miliziani dell’Isis si accaniscono contro i tesori preislamici del museo di Mosul in Iraq

Baghdad rivive mentre Mosul muore. Le autorità irachene hanno ufficialmente riaperto al 1° marzo il museo nazionale di Baghdad, in Iraq. Era chiuso da dodici anni e il suo patrimonio era stato danneggiato dai saccheggi causati dalla guerra del 2003. Si stima che solo un terzo dei circa quindicimila reperti trafugati siano stati recuperati negli anni successivi. Una buona notizia certamente, una risposta chiara e decisa delle autorità irachene a quanto successo a Mosul, con la distruzione da parte dell’Isis delle testimonianze delle civiltà preislamiche, dall’assira alla partica. “Quell’evento – sottolineano – ha ricordato brutalmente alla comunità internazionale i rischi del patrimonio artistico nelle zone mediorientali ancora devastate dalla guerra”. E il presidente del Parlamento iracheno, Salim al Jubury: “Queste forze delle tenebre provano ad essere nemici del presente, del futuro e del passato dell’Iraq”. Mentre il vice presidente della Repubblica, Osama al Nujaify, non ha dubbi: “Ora il popolo attende il segnale per liberare Mosul dagli invasori che l’hanno inquinata. Quanto avvenuto a Mosul va oltre la capacità di descrivere la barbarie e l’orrore”.

I proclami degli jihadisti a giustificazione dello scempio fatto a Mosul hanno fatto il giro del mondo

I proclami degli jihadisti a giustificazione dello scempio fatto a Mosul hanno fatto il giro del mondo

2001: i talebani fanno saltare con l'esplosivo i budda di Bamiyan

2001: i talebani fanno saltare i budda di Bamiyan

Orrore e sgomento. Sono immagini di una violenza insensata e scioccante, quelle che hanno fatto il giro del mondo. Cinque minuti di video diffusi dall’Isis in cui miliziani jihadisti, uomini barbuti e donne in chador nero, si sono accaniti contro “i simboli pagani, idoli venerati invece di Allah da gente che viveva nei secoli passati”, abbattendo e dandosi metodicamente alla distruzione di statue e bassorilievi conservati nel museo di Mosul, dove sono custoditi i reperti di Ninive, l’antica capitale dell’impero assiro. E questo è solo l’ultimo episodio – ma forse il più grave – di una campagna contro le vestigia del passato in nome di una presunta purezza islamica portata avanti dai miliziani del Califfato su imitazione dei Taleban che nel 2001 fecero saltare in aria le gigantesche statue del Buddha a Bamiyan, in Afghanistan, tra lo sconcerto della comunità internazionale. Dopo avere conquistato Mosul e la circostante piana di Ninive con una fulminea offensiva nel giugno dello scorso anno, l’Isis ha bruciato migliaia di libri sottratti alle biblioteche, improvvisando roghi nelle piazze, ha danneggiato una parte della cinta muraria di Ninive, ha distrutto con l’esplosivo moschee e chiese meta di pellegrinaggi considerati eretici. Le statue vengono abbattute con rabbia dai loro piedistalli, per essere poi decapitate e distrutte a colpi di mazza o con l’uso di martelli pneumatici.

L'abbattimento di una statua conservata nel museo di Mosul in Iraq

L’abbattimento di una statua conservata nel museo di Mosul in Iraq

Francesco Rutelli promuove la campagna internazionale per la salvaguardia del patrimonio a rischio

Francesco Rutelli promuove la campagna internazionale per la salvaguardia del patrimonio a rischio

Immediata e generale l’indignazione della comunità internazionale, non solo del mondo accademico. L’Unesco ha condannato con forza la distruzione a picconate di statue e altri manufatti del museo di Mosul da parte dell’Isis e chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza (Cds) per la protezione delle tradizioni culturali dell’Iraq come «elemento essenziale» per la sicurezza del Paese. «È stato un deliberato attacco alla storia e alla cultura millenaria dell’Iraq», ha detto la direttrice dell’agenzia Onu Irina Bokova secondo cui questo ultimo atto di vandalismo «è molto più di una tragedia per la cultura, è un problema di sicurezza dal momento che alimenta violenza settaria, estremismo e conflitti». La Bokova ha detto di aver investito il Consiglio di Sicurezza invocando la risoluzione 2199 sui finanziamenti illeciti all’Isis approvata di recente dai Quindici. Sono infatti numerose le denunce secondo le quali i jihadisti si sono impadroniti di antichi reperti o hanno addirittura effettuato scavi clandestini per rivendere sul mercato nero tutto ciò che trovavano come una delle principali fonti di finanziamento per la ‘guerra santa’, accanto al petrolio. “Occorre una ‘Coalizione di Civiltà’ contro l’ISIS, che unisca, con l’Occidente e i Paesi emergenti, le nazioni arabe ed islamiche”, interviene Francesco Rutelli, che da quasi due anni sta promuovendo una Campagna Internazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale a rischio. “Stiamo denunciando un aspetto cruciale della deriva islamista-fondamentalista: la deliberata distruzione del Patrimonio Culturale come strumento di potere politico-ideologico-religioso-terroristico. Questa nostra azione è stata dapprima ignorata – a partire dall’Unione Europea, dove la signora Ashton non ha voluto fare assolutamente nulla – in ragione di una malintesa contrapposizione al dittatore siriano Assad. Un immobilismo demenziale, incapace di cogliere la gravità della minaccia e delle distruzioni in Siria, quindi tragicamente dilagate in Iraq. Con la nostra Campagna per la Salvezza del Patrimonio minacciato – grazie all’impegno di prestigiosi studiosi guidati da Paolo Matthiae (che recentemente ha rilanciato l’appello da Tourisma, il salone internazionale dell’archeologia. Vedi: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/02/21/paolo-matthiae-lo-scopritore-di-ebla-premiato-a-tourisma-da-dove-lancia-un-grido-di-dolore-per-la-siria-e-poi-ammonisce-larcheologia-del-vicino-oriente-e-finita-in-futuro-non-sa/) – abbiamo denunciato tre crisi gravissime: la distruzione del Patrimonio dell’umanità in teatri di battaglia, gli scavi illegali e traffico illecito di Patrimonio archeologico, sia per finanziare la sussistenza, sia l’armamento dei gruppi islamisti e, infine, il ritorno dell’iconoclastia, ovvero la distruzione deliberata da parte dell’ISIS delle tracce delle culture additate come diverse, o perverse (riesumando il modello nazista hitleriano)”. E conclude amaro: “Chi uccide la Memoria unica ed irripetibile dell’Umanità, non compie opera meno grave dell’uccisione, dello stupro, del rapimento, della conduzione in schiavitù degli esseri umani. Forse, la diffusione deliberata di queste immagini di Mosul da parte dell’ISIS, con la sua sprezzante immonda arroganza, farà risvegliare qualche anima bella che negli ultimi anni ha preferito far finta di non sapere e non vedere, per non dover agire”.

Le mura ricostruite di Ninive sarebbero state danneggiate dall'Isis

Le mura ricostruite di Ninive sarebbero state danneggiate dall’Isis

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini affiderà a una commissione la risposta definitiva

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini

Condanna unanime. Se il presidente francese, Francois Hollande, a margine della sua visita nelle Filippine, definisce lo sfregio al museo di Mosul “un atto di barbarie”, il ministro delle antichità della Repubblica d’Egitto, Mamdouh El Damati, a Rovereto per la firma di una convenzione con il Museo civico della città trentina sulla catalogazione fotografica dei siti del Medio Egitto, “atti intollerabili di vandalismo”. Investito dall’Unesco che ne ha chiesto una riunione urgente, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha condannato “con forza” i “barbarici atti di terrorismo” attribuiti all’Isis che includono rapimenti, uccisioni e la “deliberata distruzione di insostituibili manufatti religiosi e culturali del Museo di Mosul” e il rogo di migliaia di libri e manoscritti rari dalla biblioteca di quella città. Thomas Campbell, il direttore del Metropolitan Museum che nelle sue raccolte ospita una importante collezione di arte mesopotamica: “A nome del Metropolitan, un museo che nelle sue raccolte protegge e mostra con orgoglio opere d’arte della Mesopotamia antica e islamica, condanniamo con forza questo atto di catastrofica distruzione inferta a uno dei più importanti musei del mondo, l’attacco insensato non colpisce tragicamente solo Mosul ma il nostro impegno universale a usare l’arte per unire i popoli e promuovere la comprensione umana”. E il ministro italiano ai Beni culturali, Dario Franceschini: “Dopo la violenza atroce sulle persone, ora la follia cieca e distruttrice dell’Isis sulle statue assire a Mosul, patrimonio di tutta l’umanità”.

Secondo gli esperti molte delle opere distrutte a Mosul erano copie: gli originali sarebbero a Baghdad

Secondo gli esperti molte delle opere distrutte a Mosul erano copie: gli originali sarebbero a Baghdad

Ma cosa è andato veramente distrutto a Mosul? Il museo di Mosul è/era uno dei principali del paese, dopo quello di Baghdad, e uno dei più importanti del Medio Oriente. Era articolato in quattro sezioni, dedicate all’arte islamica, preistorica, assira e partica. Nel 2003, nelle prime fasi della guerra in Iraq, molti reperti vennero rubati o danneggiati. Quello stesso anno il personale del museo trasportò 1500 reperti al museo di Baghdad. Ci sono poche informazioni su che cosa sia stato del museo tra il 2009 e oggi, dice l’Arca, associazione con attività in Italia e negli Stati Uniti che si occupa della tutela del patrimonio artistico. Proprio da Baghdad, fonti della commissione nazionale per il patrimonio culturale hanno detto che parte dei reperti del museo di Mosul distrutti nel video diffuso dall’Isis erano copie e che gli originali sono custoditi al Museo iracheno della capitale o all’estero. Altri pezzi erano invece originali, ma le autorità non precisano la loro quantità. Il filmato, diffuso dall’Isis, è “devastante” secondo Daniele Morandi Bonacossi, docente di archeologia all’università di Udine e direttore della missione archeologica “Terra di Ninive” nel nord Iraq. “I nostri riferimenti a Mosul sono stati costretti ad andare via. I loro dipartimenti sono stati chiusi. Senza lavoro e sotto minaccia sono ora lontani dalla città”, afferma Morandi Bonacossi con una lunga esperienza di scavi e ricerche in Siria e Iraq. “Ero a Dohuk (in Kurdistan iracheno) quando due settimane fa abbiamo appreso la notizia della distruzione di un tratto delle mura di Ninive. Ma nessuno può confermare questo fatto”.

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Ninive

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Ninive

Daniele Morandi Bonacossi (univ. di Udine) in Iraq con Gil J. Stein (Oriental Institute of Chicago)

Daniele Morandi Bonacossi (univ. di Udine) in Iraq con Gil J. Stein (Oriental Institute of Chicago)

Sui danni inflitti dall’Isis al museo di Mosul e al sito di Ninive, il docente dell’ateneo friulano afferma che alcune delle statue distrutte sono copie in gesso di statue di epoca partica (secondo secolo a.C. – primo secolo d.C.), provenienti dal sito di Hatra, a circa 100 km a sud ovest di Mosul e scavato in passato da una missione dell’università di Torino. Altri pezzi erano invece originali, come conferma Morandi Bonacossi. “Ci sono molte statue originali di calcare, che rappresentano divinità e sovrani”.  Sul sito di Ninive, i jihadisti hanno distrutto con diabolica metodicità delle statue colossali che rappresentano tori androcefali di epoca assira. Nel filmato dell’Isis si vede in particolare la distruzione di due «lamassu» (così venivano chiamati in assiro) posti accanto a una delle 15 porte di Ninive, quella dedicata al dio Nergal. Sul valore commerciale di queste statue il docente italiano non può esprimersi: “Il loro valore è incalcolabile. Ma non sarebbe possibile per i jihadisti metterle sul mercato. Sono statue che pesano centinaia di tonnellate e c’è bisogno di uno sforzo logistico enorme per poterle rimuovere da dove si trovano. È più probabile – conclude Morandi Bonacossi – che l’Isis abbia venduto gli oggetti più piccoli e abbia invece distrutto le statue che non avrebbe potuto piazzare nel mercato nero”.

Le straordinarie vestigia di Hatra, la città partica nel nord dell'Iraq

Le straordinarie vestigia di Hatra, la città partica nel nord dell’Iraq

Nelle prime ricostruzioni giornalistiche si è parlato soprattutto dei reperti artistici che risalgono al periodo assiro-babilonese, ma nel video la maggioranza delle opere distrutte sembra provenire dal sito archeologico di Hatra, città-stato alleata dell’impero partico, e risalgono per lo più al II-III secolo dopo Cristo. L’impero dei Parti si sviluppò tra il III secolo avanti Cristo e il III secolo d.C. e si estendeva, al momento della sua massima espansione, nei territori degli odierni Iran, Iraq e sulle coste orientali della penisola arabica.

“Imagines”, weekend a Bologna col cinema archeologico di qualità: da Nefertiti a Cleopatra, dal fascino delle tombe di Tarquinia ai misteri di Gobekli Tepe in Turchia, dalla figura di Francesco Orsoni a quella di Antonino Di Vita

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Il Gabo propone il film "Alla ricerca di Nefertiti" (qui il famoso busto di Berlino)

Il Gabo propone il film “Alla ricerca di Nefertiti” (qui il famoso busto di Berlino)

Weekend all’insegna del cinema archeologico di qualità: da Nefertiti a Cleopatra, dal fascino delle tombe di Tarquinia ai misteri di Gobekli Tepe in Turchia, dalla figura di Francesco Orsoni a quella di Antonino Di Vita. Come tradizione, l’ultimo fine settimana di novembre il Gruppo archeologico bolognese organizza “Imagines: obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico giunto alla dodicesima edizione. Alla Mediateca di San Lazzaro di Savena (Bologna) si inizia venerdì 28 Novembre 2014, alle 15.15, con la presentazione della rassegna con Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria “L. Donini” di San Lazzaro (Bologna) e Giuseppe Mantovani, vicedirettore del Gruppo Archeologico Bolognese e curatore della rassegna “Imagines”. Segue la proiezione del documentario “Alla ricerca di Nefertiti”, regia di Brando Quilici (60’). Introduce la proiezione: Barbara Faenza. Oltre 3000 anni fa, una regina dalla leggendaria bellezza, Nefertiti, e suo marito, il faraone eretico Akhenaton, scossero le fondamenta dell’antico Egitto: la sua cultura, la sua capitale, perfino i suoi dei. Poi scomparvero, e della loro sorte, e di quella dei loro resti, per secoli non si seppe più nulla. Un famoso egittologo egiziano è ritornato nella Valle dei Re con le più avanzate tecnologie sulle tracce della bellissima regina, per scoprire cosa è stato di lei e della sua famiglia, una famiglia resa ancora più celebre dal giovane che si presume figlio di Akhenaton, e che a sua volta regnerà sull’Egitto col nome di Tutankamon. Dopo l’intervallo, proiezione del documentario “Al di là della Morte. Le tombe di Tarquinia si animano”, regia di Franco Viviani (25’). Introduce la proiezione: Silvia Romagnoli. Il filmato è lo sforzo di proporre in modo nuovo le tombe dipinte di Tarquinia, patrimonio UNESCO, dando cioè movimento ad alcune celebri scene della pittura etrusca, allo scopo di rendere il più possibile comprensibile ad un pubblico di non specialisti il celebre ciclo pittorico.

I fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, qui in una loro missione nel deserto nubiano, propongono il film "Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra”

I fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, qui in una loro missione nel deserto nubiano, alla rassegna “Imagines” di  Bologna sono presenti con il film “Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra”

La seconda giornata, sabato 29 novembre 2014, inizia alle 15.15, proiezione del documentario “Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra”, regia di Alfredo e Angelo Castiglioni (27’). Introducono la proiezione: Alfredo e Angelo Castiglioni. Il documentario è la cronaca di una missione archeologica condotta nel 1985 dai fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni alla ricerca delle dimenticate miniere di smeraldi di Cleopatra. La missione, seguendo un vecchio itinerario, ritrovò le antiche miniere, i villaggi dei minatori e I templi scavati nella roccia. Alle 16.15, proiezione del documentario “La culla degli dei”, regia di Tim Conrad (53’). Introduce la proiezione: Gabriele Nenzioni. Il primo tempio conosciuto al mondo, un luogo in cui si professava una misteriosa religione organizzata già oltre 11000 anni fa, si trova sulla sommità di una collina nel sud della Turchia. Gobekli Tepe è un luogo enigmatico, eretto da un popolo sconosciuto di cacciatori-raccoglitori con blocchi di pietra monumentali per celebrare un culto di cui sappiamo ben poco. Un’équipe di National Geographic passa al vaglio tutti I dati disponibili per saper qualcosa di più su questa culla della religione e della civiltà umana. Dopo l’intervallo, alle 18.15, proiezione del documentario “Francesco Orsoni. Storia di un pioniere dell’archeologia preistorica”, regia di Claudio Busi e Giuseppe Rivalta (50’). Introduce la proiezione: Claudio Busi. Negli ambienti della ricerca scientifica bolognese dell’800 emerge, fra personalità di grande rilievo, la figura di Francesco Orsoni, singolare figura di autodidatta. Ebbe fin da ragazzo un forte interesse per le scienze naturali, che lo portò a scoprire nel 1871 la grotta del Farneto nella fascia collinare nei pressi di S. Lazzaro.

Il film “Storie dalla sabbia. La Libia di Antonino Di Vita" ricostruisce la figura del grande archeologo

Il film “Storie dalla sabbia. La Libia di Antonino Di Vita” ricostruisce la figura del grande archeologo

“Imagines” si chiude domenica 30 novembre 2014 con una giornata piena. Alle 10.30, mattinata per i ragazzi. Proiezione del documentario “Le dodici fatiche di Ercole”, regia di Franco Viviani (30’). Introduce la proiezione: Elena Tonini. Alle 15.15, proiezione del documentario “Storie dalla sabbia. La Libia di Antonino Di Vita”, regia di Lorenzo Daniele (28’). Introduce la proiezione: Maria Antonietta Rizzo. “Anni sessanta. La Libia cambiava pelle in quegli anni. Modernità e tradizione si misuravano, si scontravano. Un mondo si trasformava e io avevo il privilegio di esserne testimone. Ogni giorno mi regalava un tassello nuovo su cui riflettere. Imparai a guardare la realtà in cui mi muovevo senza giudicare, senza pormi sul terreno di una diversità dichiarata. Appresi molto dalle persone più disparate”. La Libia di ieri, quella di oggi, filtrata attraverso I ricordi di uno dei più grandi protagonisti dell’archeologia mediterranea, il professore Antonino Di Vita. Alle 16.30, proiezione del documentario “La via Amerina”, regia di Raniero Pedica e Marcello Avoledo (40’). Introduce la proiezione: Marco Mengoli. Il Video è un viaggio archeologico-naturalistico sull’asse viario della via Amerina, tra boschi di lecci e le acque del Rio Maggiore, territorio ancora incontaminato. Il tratto della via preso in esame è stato a lungo luogo di sepoltura per gli abitanti di Falerii Novi, antica città romana del III secolo a.C. Dopo l’intervallo, alle 18, proiezione del documentario “Monumenti nella roccia”, regia di Giuseppe Mantovani (38’). Introduce la proiezione: Giuseppe Mantovani. Un viaggio nella splendida Tuscia Viterbese alla ricerca di antichi e poco conosciuti monumenti rupestri etrusco-romani e medievali che sorgono in questa zona d’Italia, nascosti tra boschi e foreste.

 

Egitto. “La piramide di Zoser a Saqqara non crollerà”: il ministro assicura il mondo che entro il 2015 finiranno i restauri sotto la supervisione dell’Unesco, smentendo le accuse sui danni causati al monumento negli ultimi anni

La piramide del faraone Zoser a Saqqara con le impalcature per i restauri

La piramide del faraone Zoser a Saqqara con le impalcature per i restauri

Il ministro alle Antichità Mamdouh Eldamaty

Il ministro alle Antichità Mamdouh El-Damaty

“La piramide di Saqqara non crollerà mai”: lo ha gridato ai giornalisti il ministro delle Antichità egiziane, Mamdouh El-Damaty, dopo la ridda di polemiche sul restauro della piramide del faraone Zoser a Saqqara, la più antica d’Egitto. Il ministro, da settimane in giro per siti archeologici per verificare lo stato delle opere in tutto il Paese, ha accolto una folla di giornalisti proprio davanti alla gigantesca opera, che risale ad almeno 4600 anni fa. Da lungo tempo sui gradoni che la caratterizzano sono state montate impalcature di legno che salgono lungo tortuose curve fino alla cima, a 62 metri di altezza. Ma l’imperizia avrebbe causato dei crolli, così come una pozza scavata all’esterno per arrivare alle fondamenta della piramide. “È tutto falso”, ha incalzato il ministro prima di infilarsi nello stretto e buio cunicolo che porta alla camera centrale. Il caldo, asfissiante fuori, è diventato rovente all’interno. Ovunque piloni per sorreggere il soffitto, altre impalcature, questa volta d’acciaio. “Vedete i lavori sono in corso, erano fermi da tre anni a causa dell’instabilità nel Paese”, ha sottolineato.

La vasta necropoli di Saqqara dominata dalla piramide di Zoser

La vasta necropoli di Saqqara dominata dalla piramide del faraone Zoser

Le sabbie del deserto per secoli hanno protetto la prima piramide della storia dal degrado del tempo. L’imponente costruzione “a mastabe sovrapposte” fu realizzata dall’ingegnere Imenhotep nella necropoli di Saqqara sotto il comando del faraone Zoser (2635-2615), secondo re della III dinastia. Ma questi ultimi decenni hanno “soffocato” le strutture di oltre 4600 anni fa. Già nel 1992 un terremoto aveva danneggiato la piramide a gradoni, ma oggi la situazione è molto peggiorata nonostante gli sforzi dei restauratori per salvarla. Anzi, almeno secondo un gruppo di esperti che ha lanciato l’allarme sulle sue condizioni, sarebbero stati proprio gli interventi più recenti a danneggiare ulteriormente il monumento. Il progetto di restauro della piramide di Zoser punta a recuperare la grande opera di Imenhotep, considerato come il primo ingegnere della storia, autore di una vera e propria rivoluzione nell’architettura funeraria dell’Antico Egitto. Un merito che gli sarà riconosciuto anche nelle dinastie successive. Sotto gli ordini del re Zoser, Imenhotep pensò di sovrapporre su più piani le mastabe tradizionali, ottenendo così una costruzione a piramide a gradoni di 60 metri, che permetteva al suo re di essere più vicino al cielo, quando doveva essere ricevuto da Ra, dio del sole e l’origine della vita. Ma la polemica si è ulteriormente accesa nelle ultime settimane, dopo che diversi gruppi che si preoccupano della conservazione del patrimonio hanno denunciato che l’attuale cattivo stato della piramide è dovuto alla negligenza della società incaricata del restauro, società che, sempre secondo le loro affermazioni, non avrebbe mai restaurato un sito archeologico prima dell’intervento a Saqqara. E poi ci sono le segnalazioni-proteste degli egittologi che si sono alzate più volte negli ultimi anni. Sono stati proprio gli egittologi a denunciare che la pietra originale veniva rimpiazzata con pietre nuove. Un’accusa che i lavoratori impiegati dal ministero delle Antichità cercano di negare o minimizzare. “Oltre il 90% dei blocchi che abbiamo usato sono della piramide, recuperati al suolo e nelle vicinanze”, ha assicurato Hasan Imam, un ingegnere che ha partecipato alla ricostruzione. “Il monumento è in buone condizioni e solo un altro terremoto potrebbe causarne il crollo”.

Dal 2002 sono in corso i restauri della grande piramide a gradoni di Saqqara, la più antica dell'Egitto

Dal 2002 sono in corso i restauri della grande piramide a gradoni di Saqqara, la più antica dell’Egitto

Gli interventi nell’area archeologica di Saqqara sono iniziati nel 2002, ma la complessità del lavoro e i problemi economici ne hanno più volte causato la sospensione. Nel 2006, la società egiziana Al-Shorgaby, specializzata in progettazione e costruzione, ha vinto la gara d’appalto per il restauro. I lavori sono proseguiti fino al 2010 e, dopo un tentativo – fallito – di riprendere l’attività, sono tornati a fermarsi allo scoppio della rivoluzione nel 2011. E proprio in quei giorni, quando al Cairo, che dista 30 chilometri, si inneggiava alla rivoluzione contro Mubarak, qui e negli altri siti della zona sono entrati in azione i tombaroli, razziando quanto possibile. Ma la piramide soffre anche di vari problemi strutturali: al di sotto della camera centrale vengono infatti utilizzate travi d’acciaio, come “airbag”, per sostenere le mura, e fermare un processo di sprofondamento di alcune parti.

La selva di impalcature che si articolano nel cuore della piramide di Zoser

La selva di impalcature che si articolano nel cuore della piramide di Zoser

E si arriva così a un paio di settimane fa, quando l’appena nominato il ministro delle Antichità, Mamdouh El-Damaty ha annunciato il proseguimento dei lavori sulla piramide di Zoser, che dovrebbe essere completato entro la fine del 2015. All’annuncio diversi giornali locali hanno dato voce alle lamentele di quei gruppi che si preoccupano di tutelare il patrimonio e così lo scandalo è arrivato fino alle autorità egiziane. Proprio per smentire queste notizie, il ministero ha organizzato per la stampa una visita al sito archeologico. Lo stesso ministro delle Antichità – come si diceva all’inizio – è penetrato nel cuore della piramide, dove ha spiegato ai giornalisti che le impalcature poste pochi metri sopra la camera sepolcrale la rendono “completamente sicura”. El-Damaty ha poi insistito sul fatto che “i lavori di restauro vanno avanti correttamente, sotto la supervisione di un team dell’Unesco che è venuto in Egitto”.

Operai al lavoro sul fianco della piramide che domina la piana di Saqqara

Operai al lavoro sul fianco della piramide che domina la piana di Saqqara

Il ministro El-Damaty è in prima linea nel rilancio dei siti archeologici egiziani, che fino al 2010 garantivano una bella fetta del business miliardario legato al turismo. Altre immense opere sono in corso, a cominciare dal nuovo Grande Museo che dovrebbe aprire i battenti il prossimo anno. L’Unesco guarda con molta attenzione ai passi del governo, e in una recente visita ufficiale ha lodato gli sforzi del Cairo. Ma mancano i fondi: per la ristrutturazione del museo islamico, tanto per fare un esempio, quello semidistrutto lo scorso gennaio nel primo attentato kamikaze nella storia del Cairo, l’unico e più importante finanziatore straniero è l’Italia.

 

I tesori del museo Egizio di Torino esposti per la prima volta in Germania nella mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni” mentre procede il progetto del “grande museo Egizio” pronto per la primavera 2015

La mostra "Egitto. Dei, uomini e Faraoni" nelle ex fonderie di Volklingen in Germania

La mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni” nelle ex fonderie di Volklingen in Germania

I faraoni del museo Egizio di Torino “padroni” delle fonderie tedesche.  Sono 250 i capolavori del museo Egizio di Torino esposti all’interno della mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni. Tesori del Museo Egizio di Torino” aperta fino al 22 febbraio 2015 alle ex fonderie Völklingen Ironworks, della città di Völklingen nello stato federale del Saarland in Germania, sito dichiarato dall’Unesco Patrimonio Culturale dell’Umanità nel 1994. L’importante polo museale tedesco accompagnerà i suoi visitatori per 6 mesi nell’affascinante mondo dell’antico Egitto, un viaggio di circa 4mila anni alla scoperta di una delle civiltà più straordinarie e importanti dell’intera umanità, attraverso l’esposizione di alcuni tra i più celebri reperti della collezione del museo Egizio di Torino, che vanta la seconda collezione di antichità egizie del mondo nonché la più importante e ricca al di fuori dell’Egitto.

In Germania per la prima volta esposti alcuni tesori provenienti dal museo Egizio di Torino

In Germania per la prima volta esposti alcuni tesori provenienti dal museo Egizio di Torino

La città tedesca di Völklingen, poco distante dal confine con Francia e Lussemburgo, è nota per le sue storiche fonderie. Oggi questi spazi sono adibiti a eventi e mostre. Dopo le due importanti esposizioni, che hanno messo in dialogo questi spazi industriali con le grandi civiltà degli Inca e dei Celti, ecco la mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni. Tesori del Museo Egizio di Torino” che presenta divinità, uomini e faraoni dell’Antico Egitto, attraverso le collezioni del Museo Egizio di Torino. Dall’istituzione sabauda arriverà infatti la parte più ampia dei reperti esposti, ben 250, che approderanno per la prima volta nei territori della Grande Regione tedesca. “Assicurare i tesori egizi ha comportato cifre da capogiro”, confessano gli organizzatori comunque fermamente convinti che l’opportunità di vederli esposti in un uno spazio simile sia impagabile. La mostra è stata realizzata con il contributo della soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. Potranno essere ammirati tra gli altri gli splendidi sarcofagi lignei risalenti al Terzo Periodo Intermedio e una statua monumentale della dea Sekhmet del Nuovo Regno. “Così alle ex fonderie di Völklingen”, spiega Meinrad Maria Grewenig, direttore generale del sito Unesco di Völklingen: “due capitoli della storia umana, come l’industrializzazione e la civiltà dell’antico Egitto, si incontrano in un luogo unico, semplicemente incomparabile!”. E aggiunge: “Per celebrare il ventennale dell’iscrizione di Völklingen nella lista dei siti Unesco, è stato aperto un nuovo e più confortevole Visitor Center che offre un mix di informazioni audio e tecnologia spettacolare in un’atmosfera particolare che ne fa un’esperienza straordinaria. Inoltre – conclude-, proponiamo anche la mostra “25 anni dalla riunificazione tedesca” con le 40 fotografie chiave del celebre fotografo Helmut R. Schulze sulla riunificazione delle due Germanie dopo la caduta del muro di Berlino”.

Il nuovo allestimento negli spazi ipogei del museo Egizio di Torino

Il nuovo allestimento negli spazi ipogei del museo Egizio di Torino

Verso il nuovo museo Egizio 2015. Mentre un consistente nucleo di tesori dell’istituzione sabauda sono in Germania, il museo Egizio di Torino è al centro di un grande progetto di trasformazione il cui termine dei lavori è fissato per i primi mesi del 2015 (si parla di aprile 2015, cioè un mese prima dell’inaugurazione di Expo Milano). Nonostante il cantiere, il museo è comunque sempre aperto al pubblico. Da quasi un anno, con l’apertura al pubblico dei nuovi ambienti ipogei e l’inaugurazione di un allestimento temporaneo di grande suggestione, pensato per valorizzare un migliaio di reperti tra i più rappresentativi della collezione museale, è attivo un nuovo percorso museale dal titolo “Immortali. L’Arte e i Saperi degli antichi Egizi”: è in questo nuovo spazio ipogeo che si descrive la varietà e la ricchezza tecnica ed artistica raggiunta dagli Egizi per soddisfare i vari aspetti della loro vita quotidiana e religiosa.

 

Il British Museum apre la nuova galleria sull’Antico Egitto con una mostra permanente degli scheletri di Jebel Sahaba, vittime (13mila anni fa) del primo conflitto razziale armato

Gli scheletri da Jebel Sahaba sono la prova del primo conflitto razziale documentato dagli archeologi

Gli scheletri da Jebel Sahaba sono la prova del primo conflitto razziale documentato dagli archeologi

In mostra a Londra le vittime di quello che 13mila anni fa potrebbe essere il primo conflitto razziale armato documentato dall’archeologia, dove le vittime sarebbero venute dall’Africa centrale mentre i “carnefici” dal Mediterraneo. Si trattava di cacciatori-raccoglitori che molti millenni prima della civiltà egizia si erano sfidati e massacrati vicino al Nilo in un ambiente che durante l’ultima glaciazione era diventato molto inospitale. Il British Museum ha aggiornato e rinnovato la sezione dedicata all’Antico Egitto aprendo pochi giorni fa una nuova galleria dove hanno trovato posto – come mostra permanente – parte degli scheletri di un gruppo di 26, tra cui uomini, donne e bambini, che vennero uccisi fra Egitto e Sudan intorno a 13mila anni fa e sono stati recuperati dal sito di Jebel Sahaba, sulla riva orientale del Nilo, nel Sudan settentrionale, noto agli studiosi come “cimitero 117”. Già negli anni Sessanta del secolo scorso questo sepolcreto aveva restituito molte punte di freccia e ossa con i segni inequivocabili di un impatto violento. I resti erano stati trovati nel 1964 dall’archeologo americano Fred Wendorf durante gli scavi finanziati dall’Unesco per analizzare i siti archeologici che stavano per essere sommersi dalla diga di Assuan. Ma, fino alle attuali indagini in corso, non erano mai stati esaminati con la moderna tecnologia che oggi ha permesso agli scienziati appunto di identificare quella che potrebbe essere la più antica guerra razziale, combattuta 13mila anni fa ai margini del Sahara. Infatti tutto il materiale di Jebel Sahaba era stato portato da Fred Wendorf nel suo laboratorio in Texas, e solo 30 anni dopo è stato trasferito alla cura del British Museum, che ora sta lavorando con altri scienziati per effettuare una nuova importante analisi su questi resti. “Il materiale scheletrico è di grande importanza – non solo a causa delle prove di conflitto, ma anche perché il cimitero di  Jebel Sahaba è il più antico scoperto nella Valle del Nilo finora”, spiega Daniel Antoine, tra i curatori del British Museum.

Archeologi al lavoro nel sito di Jebel Sahaba sulla riva orientale del Nilo nel Sudan settentrionale

Archeologi al lavoro nel sito di Jebel Sahaba sulla riva orientale del Nilo nel Sudan settentrionale

Intanto scienziati francesi in collaborazione con il British Museum hanno esaminato decine di scheletri, la maggioranza dei quali sembrano essere stati uccisi da arcieri con frecce con punta di selce. Negli ultimi due anni poi gli antropologi della Bordeaux University hanno scoperto dozzine di segni di impatto di freccia non rilevati in precedenza e frammenti di punte di freccia in selce sia sulle ossa delle vittime che intorno ai loro resti. Questa scoperta suggerisce che la maggior parte degli individui scoperti a Jebel Sahaba – uomini, donne e bambini -, siano stati uccisi da arcieri nemici, e poi sepolti dalla loro stessa gente. Le nuove ricerche dimostrano che gli attacchi (ma sarebbe meglio parlare di una guerra prolungata di basso livello) hanno avuto luogo nel corso di molti mesi se non di anni.

Uno scheletro riportato alla luce a Jebel Sahaba con i segni di un conflitto di 13mila anni fa

Uno scheletro riportato alla luce a Jebel Sahaba con i segni di un conflitto di 13mila anni fa

Ma chi erano queste popolazioni in lotta tra loro? A questa domanda sta cercando di dare una risposta una ricerca parallela curata dalla Liverpool John Moores University, dalla University of Alaska e dalla New Orleans Tulane University. Dai primi risultati si può dire che gli aggrediti facevano parte della popolazione sub-sahariana originaria – gli antenati dei moderni africani neri. L’identità dei loro assassini è comunque meno facile da determinare. “Ma è plausibile – spiegano gli antropologi – fossero persone di un gruppo razziale ed etnico totalmente diverso – parte di una popolazione nordafricano / levantina / europea che viveva in gran parte del bacino del Mediterraneo. I due gruppi – anche se entrambi parte della nostra specie, Homo sapiens – sarebbero sembrati molto diversi tra di loro ed erano anche quasi certamente diversi culturalmente e linguisticamente”. Il gruppo di origine sub-sahariana presenta arti lunghi, torsi relativamente corti e mascelle superiore e inferiore prominenti con fronti arrotondate e ampi nasi, mentre il gruppo nord africano/levantino/europeo originari del Nord Africa aveva gli arti corti, torsi lunghi e facce piatte. Entrambi i gruppi erano molto muscolosi e strutturalmente forti. “Certamente la zona settentrionale del Sudan in questo periodo vedeva la presenza dei due gruppi etnici, dal momento che tracce del gruppo nord africano/levantino/europeo originario del Nord Africa sono state trovate anche 200 miglia a sud di Jebel Sahaba, suggerendo così che le vittime furono uccise in una zona dove operavano entrambe le popolazioni”.

I primi scheletri a Jebel Sahaba sono stati scoperti nel 1964 dall'archeologo americano Fred Wendorf

I primi scheletri a Jebel Sahaba sono stati scoperti nel 1964 dall’archeologo americano Fred Wendorf

Non è un caso che le due tribù o i due clan rivali siano venuti in conflitto proprio 13mila anni fa, periodo di enorme concorrenza per le risorse a causa di una grave crisi climatica che, soprattutto nel periodo estivo, prosciugava molte sorgenti d’acqua. La crisi climatica – conosciuto come il periodo Younger Dryas – era stato preceduto da uno molto più lussureggiante, con condizioni più umide e più calde che avevano consentito alle popolazioni di espandersi. Ma quando le condizioni climatiche peggiorarono durante il Younger Dryas, le pozze d’acqua si prosciugarono, la vegetazione appassì e gli animali morirono o si spostarono verso l’unica fonte di acqua ancora disponibile per tutto l’anno: il Nilo. Gli esseri umani di tutti i gruppi etnici della zona sono stati costretti a seguire l’esempio – e migrarono verso le sponde del grande fiume (in particolare la sponda orientale). A causa della competizione per le limitate risorse, i gruppi umani si sarebbero inevitabilmente scontrati – e la ricerca in corso sta dimostrando la scala di questo primo notevole conflitto umano.

 

A Cerveteri rivive la Città dei Morti: nel decennale dell’iscrizione all’Unesco della Banditaccia, un progetto da 2,3 milioni di euro per la valorizzazione della grande necropoli etrusca

Veduta aerea dei tumuli della necropoli etrusca della Banditaccia a Cerveteri

Veduta aerea dei tumuli della necropoli etrusca della Banditaccia a Cerveteri

Il famoso Sarcofago degli Sposi scoperto nella necropoli della Banditaccia

Il famoso Sarcofago degli Sposi scoperto nella necropoli della Banditaccia

 

Il 4 luglio 2004 la necropoli etrusca della Banditaccia a Cerveteri – cittadina alle porte di Roma – entrava a far parte della lista del Patrimonio dell’Umanità. Esattamente dieci anni dopo, nel ricordare e rinnovare il prestigioso riconoscimento dell’Unesco, Cerveteri non solo inaugura il “visitor centre”, per offrire alle migliaia di ospiti un migliore servizio di accoglienza, ma Regione, Comune e soprintendenza dell’Etruria meridionale lanciano la sfida del nuovo millennio: far diventare la Banditaccia un sito da grandi flussi turistici, “magari richiamando anche quelli delle crociere che attraccano a pochi chilometri da qui”. Ma soprattutto ridare lustro a quella Città dei morti di Cerveteri, in parte ancora avvolta dal mistero, che negli anni ha restituito capolavori come la Tomba dei rilievi o il Sarcofago degli sposi, e culla della civiltà etrusca con più di 400 tombe solo nei 10 ettari della parte recintata (se ne stimano altre 20mila al di fuori) tutte databili tra il IX e il III secolo a.C. “Pochi lo sanno ma questo è il sito archeologico più esteso al mondo, persino più della Valle dei Re in Egitto», ricorda con entusiasmo Lorenzo Croci, assessore al Turismo e allo Sviluppo sostenibile. “Oggi abbiamo 65mila visitatori l’anno – spiega – Vogliamo diventino almeno il doppio e che questo sito sia conosciuto quanto meriti”.

La Tomba dei Rilievi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

La Tomba dei Rilievi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

La Tomba dei Capitelli nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

La Tomba dei Capitelli nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

Eternamente in lotta contro il tempo e la natura, ripetutamente ferita dai tombaroli che hanno alimentato anche le teche dei più grandi musei (l’ultimo furto poche settimane fa ai danni di una sfinge alata), la Banditaccia in realtà è stata “scavata” sistematicamente appena un secolo fa, prima da Raniero Mengarelli, poi, nel dopoguerra da Mario Moretti. Oggi è il maggior esempio al mondo di architettura funeraria etrusca, con oltre sei secoli di utilizzo, un libro aperto sulla civiltà etrusca, dalle tipiche sepolture a tumulo, le più antiche, a quelle “a dado”, riflesso di una società urbana divenuta nel tempo più egalitaria. Un grande museo a cielo aperto scolpito nel tufo, dove perdersi tra i fregi della Tomba dei capitelli o i troni della Tomba delle cornici, per rimanere a bocca aperta davanti a quell’unicum di colori e oggetti nella Tomba dei rilievi, dove il cane Cerbero dopo più di duemila anni è ancora lì, a guardia dei resti della famiglia Matuna. “Là sotto”, assicurano gli archeologi, “ci sarebbe ancora tanto da scoprire, ma la difficoltà maggiore non è scavare, quanto tutelare, proteggere, valorizzare.

Oggi 65mila visitatori ogni anno ammirano le ricche tombe a tumulo della città etrusca di Cerveteri

Oggi 65mila visitatori ogni anno ammirano le ricche tombe a tumulo della città etrusca di Cerveteri

Ma per studiare, tutelare e valorizzare un sito così ricco e così esteso come la necropoli della Banditaccia servono soldi, tanti soldi. E stavolta sembra proprio che i soldi ci siano.  Proprio nel decennale dell’entrata della Banditaccia nella World Heritage List dell’Unesco, parte il nuovo ambizioso progetto, realizzato in sinergia tra Regione, Comune e Sovrintendenza dell’Etruria meridionale, del valore di circa due milioni e 300 mila euro, dei quali un milione e mezzo dalla Comunità Europea con i Fondi Por. “Entro un anno e mezzo e senza chiusure dell’area archeologica”, spiega Croci, “doterà il sito di tutti quei servizi standard di cui necessita”. E di cui si sentiva la mancanza o la carenza. “Era dagli anni Trenta”, interviene Rita Consentino, direttore della necropoli, “che qui non si facevano lavori. L’ultimo fu la costruzione della strada per far arrivare Mussolini”.

Il cantiere è già avviato per offrire i migliori servizi ai visitatori della Banditaccia

Il cantiere è già avviato per offrire i migliori servizi ai visitatori della Banditaccia

La tomba dei Leoni dipinti alla Banditaccia di Cerveteri

La tomba dei Leoni dipinti alla Banditaccia di Cerveteri

I lavori, già avviati, da un lato pensano alla Storia e all’offerta, con il restauro di alcuni tumuli e il potenziamento dei servizi multimediali che regalano l’emozione di rivivere le tombe come erano al tempo, tra sarcofagi, monili e corredi ceramici. E poi con l’apertura eccezionale a tempo di alcuni tumuli, normalmente chiusi al pubblico. Come la Tomba dei Leoni dipinti, chiamata così per quella sfilata di leoni disegnati sul muro in rosso, nero e giallo, apparsi in tutta la loro bellezza ai primi archeologi e poi svaniti per sempre a contatto con aria e luce. Ma si pensa anche ai servizi, per rendere più “accogliente” la Banditaccia. Ecco allora il nuovo “visitor centre”. E poi la riapertura dei cammini pedonali tra l’antica Caere e i suoi porti e percorsi che abbattano le barriere architettoniche; un’illuminazione che renderà la necropoli visibile anche di notte; il potenziamento del servizio di videosorveglianza, con 80 nuove telecamere; e il ripristino del vecchio sentiero Lawrence, quello dove amava passeggiare lo scrittore inglese e che in poche centinaia di metri tornerà a collegare il centro della città con la necropoli.

 

L’Italia torna protagonista in Iran: restaureremo la cittadella di Bam e la tomba di Ciro a Pasargade

Il ministro Massimo Bray fotografa le rovine della cittadella di Bam in Iran

Il ministro Massimo Bray fotografa le rovine della cittadella di Bam in Iran

L’Italia delle eccellenze culturali torna protagonista in Iran: a Bam, la cittadella di mattoni crudi e fango sulla Via della Seta, e a Pasargade la capitale achemenide sotto Ciro il Grande. È il risultato più eclatante della quattro giorni nella Repubblica Islamica dell’Iran del ministro dei Beni culturali Massimo Bray, durante i quali sono state affrontate strategie comuni anche nel settore turistico. Il ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT), attraverso l’Istituto Superiore per la Conservazione e il restauro, torna così alla cooperazione archeologica in due siti dove mancava ormai da alcuni anni. L’intesa riguarda il “contributo” italiano alle missioni di archeologia, ha detto il ministro a Teheran. In Iran ci sono già “sei missioni che lavorano bene” ma è stato “deciso di provare a definire quelli che saranno gli accordi per far ripartire il nostro contributo su Bam”, ha aggiunto il ministro. Il riferimento, implicito, è alla cittadella sulla Via della Seta che prima del terremoto da oltre 26mila morti del dicembre 2003 era la più grande costruzione in mattoni al mondo. “Da una parte”, ha detto Bray, “attueremo iniziative per poter valutare quello che è il rischio sismico in alcune zone che sono state molto danneggiate” e in altre in cui, pur essendo state “oggetto di restauro, è bene controllare continuamente” la situazione.

Gli effetti devastanti del terremoto del 2003 a Bam in Iran

Gli effetti devastanti del terremoto del 2003 a Bam in Iran

Arg-e Bam, ai limiti meridionali del grande deserto del Kavir-e Lut. Nella cittadella di Bam la cooperazione italiana arrivò praticamente già all’indomani del terribile terremoto del 26 dicembre 2003, di grado 6,5 (Scala Richter) che devastò una grande area della provincia di Kerman con gravissime perdite di vite umane. L’epicentro fu localizzato a circa 10 km a S-O di Bam, lungo la faglia omonima che taglia in direzione E-O tutta la Regione. Metà della popolazione di Bam scomparve, la città nuova fu completamente distrutta e Arg-e Bam (la città antica) ridotta in macerie. “La comunità internazionale”, ricordano al nostro ministero, “rispose prontamente in soccorso di questa pesante tragedia umana e per il recupero e la salvaguardia dell’eccezionale patrimonio culturale di Arg-e Bam. Infatti la cittadella oltre a essere sempre stata un’importante metà turistica, risorsa vitale per la Regione, costituiva testimonianza storica e vanto dell’identità culturale dell’intero Paese come simbolo di un glorioso passato”.  Il fascino della cittadella merlata non era sfuggito neppure al grande schermo: Bam ha fatto da sfondo per il film “Il deserto dei Tartari” tratto dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati e ad alcune scene del “Fiore delle Mille e una notte” di Pier Paolo Pasolini. Organizzazioni come Unesco, Icomos e Iccrom pianificarono, insieme con l’Ichto (Organizzazione iraniana del patrimonio culturale) il programma di recupero del patrimonio culturale duramente colpito dal sisma. Nel 2004 Bam e la sua Regione sono entrati a far parte del Patrimonio dell’Umanità (Unesco). “Il Governo Italiano è stato coinvolto nel Progetto di Recupero sin dall’inizio”, continuano al Mibac. “In seguito a numerose ricognizioni il ministero per i Beni e le Attività Culturali aveva optato per il restauro e messa in sicurezza della torre n°1 sulla cinta muraria sud-occidentale”.

La cittadella merlata di Arg-e Bam in Iran prima del terremoto del 2003

La cittadella merlata di Arg-e Bam in Iran prima del terremoto del 2003

La città carovaniera di Arg-e Bam – ricordiamolo – nasce e si sviluppa lungo l’antichissima via che collega l’Iran centrale con le province orientali e con l’Afghanistan e il Pakistan. La fortuna di questa splendida cittadella fortificata si deve proprio alla sua posizione strategica e alle sue preziose risorse idriche, sapientemente governate con ingegnosi sistemi di canali sotterranei (qanat) che danno vita alla straordinaria oasi. Gli inizi dell’insediamento risalgono molto indietro nel tempo (proprio gli scavi archeologici post terremoto hanno riportato alla luce tracce del primo insediamento achemenide), ma la città visse il suo periodo d’oro nel medioevo (fino al XIII secolo). Allora ospitava una numerosa e ricca comunità che doveva la sua fortuna proprio al commercio carovaniero e alla importante produzione e lavorazione della seta, del cotone e della lana. La manifattura tessile di Bam era famosa in tutto il mondo islamico. La crisi politica, economica e sociale, conseguente le invasioni di nuove etnie, i turchi oghuz, mongoli e timuridi, segnarono la crisi e una lenta, irreversibile, decadenza economica e sociale dell’intera Regione. La cittadella di Bam, grazie alla sua posizione strategica, divenne però la fortificazione più poderosa dell’Iran orientale e continuò ad avere un rilevante interesse militare di confine specialmente durante le persistenti guerre tra le popolazioni iraniane, afgane e beluche. Nel XVIII secolo la cittadella antica (Arg-e Bam) fu abbandonata per la realizzazione della nuova Bam nelle immediate vicinanze.

Il gruppo della missione irano-italiana al bastione di Bam

Il gruppo della missione irano-italiana al bastione di Bam

“Le strutture e le fortificazioni di Arg-e Bam”, spiegano Michael Jung, Vincenzo Torrieri, Narges Ahmadi che hanno seguito il primo progetto italiano di consolidamento e restauro del torrione n° 1 delle mura di Bam, “sono costruite con la tradizionale tecnica della terra cruda e in genere con mattoni quadrati, di grandezza variabile, essiccati al sole (adobe), con strati di terra pestata (chineh) e coperture protettive realizzate con un impasto di paglia e terra (khagel). Il Patrimonio Culturale di Bam rappresenta uno degli esempi più importanti di città islamica antica con un ensemble pressoché completo di tutti quegli elementi urbani generatori e caratteristici come palazzi, case, moschee, caravanserragli, hammam, bazar, officine e fortificazioni. Inoltre costituisce un magnifico esempio di città interamente costruita in terra cruda con una stratificazione, ancora perfettamente leggibile, che documenta la sua storia millenaria”.

Il torrione nelle mura di Bam affidato all'Italia

Il torrione nelle mura di Bam affidato all’Italia

La torre n°1 della cinta muraria più esterna, nel corso della ricerca – spiegano i nostri archeologi -, si è rivelata come un organismo pluri-stratificato con corpi murari aggiunti in appoggio dall’esterno (la cosiddetta “crescita a cipolla”). La configurazione attuale risulta infatti come la sommatoria di diverse fasi costruttive e ricostruttive (cinque le maggiori) nonché di rifacimenti, restauri ed interventi di manutenzione ordinaria che progressivamente hanno accresciuto il nucleo della linea difensiva originaria.

La croce nestoriana trovata incisa sulle mura di Bam: prova la presenza dei cristiani

La croce nestoriana trovata incisa sulle mura di Bam: prova la presenza dei cristiani

La croce nestoiana. Gli accertamenti archeologici hanno riportato alla luce, tra l’altro, un silos a pianta oblunga realizzato contro terra con rivestimento in mattoni crudi. Potrebbe trattarsi di un ripostiglio, scavato nel pavimento, per la conservazione di derrate alimentari. I reperti rivenuti nel all’interno (per lo più frammenti ceramici) vengono studiati nel centro operativo di Bam. Ma tra i ritrovamenti più sorprendenti e importanti va sicuramente annoverato il motivo della croce impressa sull’intonaco esterno della Mura occidentali, non lontano dalla torre. “Si tratta di una croce greca, probabilmente nestoriana, con quattro bracci di eguale lunghezza (24 cm), realizzata attraverso impressione di una matrice in legno (meno probabile di metallo) sull’intonaco ancora fresco”, continuano Michael Jung, Vincenzo Torrieri, Narges Ahmadi. “La porzione dell’intonaco interessato è stata distaccata per ragioni di salvaguardia e collocata nei laboratori di restauro del centro operativo in attesa di essere esposta nel futuro museo di Bam. Il simbolo della croce nestoriana è stato identificato anche su due frammenti ceramici rinvenuti nelle prossimità della cittadella e rappresenta, allo stato attuale delle conoscenze, la prima testimonianza archeologica della presenza cristiana a Bam, come nell’intera Regione”.

Alcune ceramiche trovate durante lo scavo delle mura a Bam

Alcune ceramiche trovate durante lo scavo delle mura a Bam

Tra i reperti rinvenuti durante le ricerche si segnalano punte di freccia di ferro, frammenti di ceramica acroma, invetriata e non, collocabili in un ampio contesto cronologico a partire (molto probabilmente) dal tardo periodo achemenide fino ai giorni nostri. Tra i materiali antropici si segnalano ossa animali (avanzi di pasto e non), lacerti di tessuti e frammenti di vetro colorato. Sono stati rinvenuti vinaccioli di “vitis vinifera” domestica, tralci di vite, melograno, palma, cocco. “I risultati della ricerca e delle analisi dei materiali”, concludono gli archeologi, “saranno essenziali per la definizione di una cronologia assoluta di riferimento sul diagramma della successione stratigrafica accertata. I risultati potranno fornire un primo inquadramento cronologico, delle diverse fasi costruttive documentate, di ausilio alla storia di questa straordinaria e monumentale fortificazione, ai limiti del grande deserto del Kavir-e Lut”.

Il ministro Massimo Bray durante la visita ufficiale a Bam in Iran

Il ministro Bray durante la visita ufficiale a Bam in Iran

Un rendering del complesso del caravanserraglio d Bam

Un rendering del complesso del caravanserraglio d Bam

Con queste premesse si torna a Bam. Come si diceva Italia e Iran hanno firmato a Teheran un accordo per la collaborazione alla conservazione e al restauro dei siti di Bam e di Pasargade. A firmare il “memorandum of understanding” tra il ministero italiano dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e l’Iranian Cultural Heritage, Handcrafts and Tourism Organization sono stati il ministro Massimo Bray e il delegato del governo per questo patrimonio, Mehdi Hojjat. Nello specifico i due governi si sono impegnati a cooperare nella conservazione e restauro della tomba di Ciro a Pasargade e nel Bastione ovest delle mura di Bam. I risultati delle ricerche saranno pubblicati sia in Italia che in Iran. Ma non è tutto. C’è anche una novità, proprio su Bam. In particolare, ha annunciato il ministro riferendosi evidentemente ad attività di restauro, “faremo un progetto di fattibilità sul Caravanserraglio, che è una delle architetture molto danneggiate della cittadella ma di grandissimo valore, e proveremo quindi a definire quelli che sono gli accordi puntuali per la definizione di queste attività”. Fornendo indicazioni su un organismo annunciato durante la quattro giorni iraniana, Bray ha riferito che “si è deciso di dar vita a un gruppo di lavoro misto” per “monitorare” sia “l’avanzamento di questi lavori” sia “altre iniziative che non rientrano negli accordi” che sono stati “definiti finora dai due governi o che si vogliono rinnovare”.

La monumentale tomba di Ciro domina il paesaggio di Pasargade

La monumentale tomba di Ciro domina il paesaggio di Pasargade in Iran

La tomba di Ciro. Nel 2010, dopo la conclusione della prima parte dei progetti di restauro e conservazione nella Cittadella di Bam, nei colloqui Iran-Italia si era cominciato a discutere dei nuovi cantieri da affidare ai tecnici italiani. “L’opera dei restauratori italiani – ricordano le cronache dell’epoca – che ha portato al recupero della torre n. 1 Sud Ovest, la prima che si incontra provenendo dalla città nuova, e di parte della cinta muraria, è stata particolarmente apprezzata”. Così le autorità iraniane avevano approvato un secondo progetto che avrebbe coinvolto i tecnici italiani: il restauro del Caravanserraglio, edificio all’interno dell’antica cittadella anch’esso gravemente danneggiato. Progetto che è tornato in discussione durante la visita ufficiale di Bray. E sempre nel 2010 prese il via il restauro da parte italiana della Tomba di Ciro il Grande a Pasargade, il più importante monumento dell’Iran e simbolo stesso dell’identità nazionale. E ora l’Italia torna a Pasargade, sito archeologico inserito nel 2004 nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco.

La tomba di Ciro a Pasargade con le impalcature per i restauri

La tomba di Ciro a Pasargade con le impalcature per i restauri

Le sue rovine si trovano a quasi 90 chilometri a nordest di Persepoli, nell’Iran meridionale, e il suo monumento più famoso è la tomba attribuita all’imperatore persiano Ciro il Grande, costruita su sei alti gradini che conducono alla sepoltura vera e propria, che ha un’entrata bassa e stretta. “Benché non ci siano prove certe per l’identificazione della tomba con quella di Ciro”, spiegano gli archeologi, “gli antichi storici greci riportarono che questa era la convinzione di Alessandro Magno, il quale rese omaggio al mausoleo dopo il saccheggio e la distruzione di Persepoli”. Durante la conquista araba della Persia, quando l’esercito arabo si trovò di fronte alla tomba decise di distruggerla, poiché essa era considerata in contrasto con i principi dell’Islam. L’edificio si salvò grazie a uno stratagemma usato spesso dai persiani in molte aree del Paese: i guardiani del monumento riuscirono a convincere il comandante dell’esercito che la tomba non era stata costruita in onore di Ciro il Grande, bensì della madre del re Salomone. E infatti ancora oggi è molto diffuso l’uso di chiamare la tomba di Ciro come Qabr-e Madar-e Sulaiman”, cioè la tomba della madre di Salomone.

Scoperto a Spalato l’anfiteatro di Diocleziano

Una veduta aerea del centro storico (Palazzo di Diocleziano) di Spalato

Una veduta aerea del centro storico (Palazzo di Diocleziano) di Spalato

L’anfiteatro di Diocleziano a Spalato c’è. Ma per ora resta sotto terra, in attesa di tempi migliori e di finanziamenti certi. Per anni gli archeologi lo avevano detto: Spalato (la città eletta dall’imperatore Diocleziano come sede del suo tetrarcato e dimora – dopo aver abdicato nel 305 d.C. – per trascorrervi l’ultima parte della sua vita, e dove morì nel 311 d.C.) non poteva non avere un anfiteatro. Doveva essere da qualche parte appena fuori dalle mura, secondo i dettami anche dell’urbanistica tardo-imperiale romana. Ma comunque in centro nella moderna città croata di Split, capoluogo della Dalmazia affacciato sull’Adriatico. E ora c’è la certezza: l’anfiteatro romano di Spalato è stato trovato. In centro, ovviamente. E come spesso succede in archeologia, le cronache ne sono piene, la scoperta è stata casuale: l’apertura di un cantiere per un nuovo centro commerciale.

Ricostruzione del Palazzo di Diocleziano a Spalato

Ricostruzione del Palazzo di Diocleziano a Spalato

La scoperta. A darne l’annuncio , nei giorni scorsi, gli archeologi della Soprintendenza per i Beni culturali di Spalato, diretti da Radoslav Buzancic: “Nel centro di Spalato sono stati scoperti i resti di un antico anfiteatro romano, risalente alla prima metà del IV secolo d.C., costruito molto probabilmente su volontà dell’imperatore Diocleziano” che dove oggi si trova la città dalmata fece edificare tra il 293 e il 305 d.C. il suo Palazzo, uno dei più sontuosi palazzi romani:  quasi 40 mila metri quadri di superficie, che nel Medioevo divenne il nucleo della futura Spalato (Split, in croato), ed è oggi il suo centro storico protetto dalla Unesco. Gli archeologi hanno spiegato di non essere rimasti sorpresi quando alcuni mesi fa, nel corso degli scavi per la costruzione di un centro commerciale, sotto una delle vie centrali di Spalato, hanno scorto i resti di un anfiteatro. “Secondo la logica urbanistica del tardo Impero, doveva quasi per forza esserci un anfiteatro”.

L'anfiteatro romano di Pola

L’anfiteatro romano di Pola

L’anfiteatro romano di Spalato  era un monumento maestoso – in linea con la monumentalità della città -, con un’arena di 50 metri di diametro in grado di accogliere migliaia di persone.  Tanto per capirci, l’Arena di Verona misurava 140 metri, il Colosseo 187 metri (con un’arena interna di 86); quella di Pola,  il più celebre dei tre anfiteatri romani ancora esistenti sulla costa adriatica croata, era di 132 metri.

Radoslav Buzancic

Radoslav Buzancic

Tempi lunghi. “Ci vorranno anni e molti soldi per studiare e conservare il monumento che ora, preventivamente, sarà ricoperto in attesa che venga preparata la sua conservazione e presentazione al pubblico», precisa l’archeologo Radoslav Buzancic. “Si sapeva che era da qualche parte in centro, non lontano dalle mura dell’antico palazzo” continua, “dato che nel 1647 il governatore veneziano della Dalmazia, il provveditore generale Leonardo Foscolo, ne ordinò la demolizione per evitare che nel corso della Guerra di Candia gli Ottomani non lo usassero per fortificarsi nei pressi di Spalato”.

Arrivando dal mare Spalato accoglie mostrando il fronte del Palazzo di Diocleziano

Arrivando dal mare Spalato ti accoglie mostrando il fronte del Palazzo di Diocleziano

Fondi europei. Le autorità locali sperano nell’aiuto dei fondi europei, prevedendo che l’anfiteatro, una volta aperto ai turisti, potrà diventare tra le più importanti attrazioni turistiche della città che negli ultimi due-tre anni ha visto un inatteso boom turistico, con una crescita di visitatori del 20-30 per cento all’anno.