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Rovereto. Sta per avere un volto il bambino di 10 anni morto più di 4mila anni fa nelle grotte di castel Corno (Tn) e trovato nella campagna di scavo del museo civico di Rovereto nel 1998. Presto una pubblicazione sul sito preistorico delle grotte di Castel Corno

Cranio di bambino di 10 anni dal sito preistorico delle grotte di Castel Corno (Tn) conservato al museo civico di Rovereto (foto fmcr)

Sta prendendo forma il volto del bambino di Castel Corno di più di quattromila anni fa. Nel 1998 il museo civico di Rovereto ha realizzato uno scavo nelle grotte di Castel Corno, a circa 800 metri di altitudine tra i paesi di Patone e Lenzima, nel comune di Isera (Trento), dove è stata rinvenuta una necropoli del Bronzo Antico le cui prime sepolture risalgono addirittura all’Età del Rame. Sono stati trovati anche i resti di un bambino sepolto all’età di 10 anni.

Una fase degli scavi archeologici all’interno delle grotte di Castel Corno (Tn) (foto fmcr)

Nelle immediate vicinanze del castello medievale di Castel Corno un intricato labirinto di grotte formate da una frana fu infatti utilizzato nell’età del Bronzo antico (2200-1650 a.C.) a scopo cultuale e funerario. Il sito è stato oggetto di numerose campagne di scavo dal 1960 ad oggi; le ultime ricerche, condotte nel 1998-‘99 da parte del museo civico di Rovereto, hanno messo in luce numerosi reperti (vasellame, strumenti in pietra e in osso, resti di ossa umane e animali ed elementi d’ornamento, fra cui un “brassard” in pietra verde), oggi conservati ed esposti nelle sale museali.

Viviana Conti impegnata nella ricostruzione del volto del bambino di Castel Corno (foto fmcr)

Viviana Conti, che sta seguendo un progetto di WeScup – il servizio civile trentino al museo di Rovereto nell’area Archeologia, sta ricostruendo il volto di questo bambino grazie all’esperienza acquisita con la Laurea Magistrale in Arti Forensi in Gran Bretagna. Partendo dal teschio ritrovato ne è stata fatta una riproduzione digitale e una prima ricostruzione del volto in 2 dimensioni con Photoshop. Poi il modello di teschio è stato stampato con una stampante 3D e ricoperto prima ricostruendo i muscoli e poi con una finta pelle, fatta di un materiale utilizzato anche per le protesi cinematografiche che renderà l’effetto finale molto realistico anche al tatto.

Una pagina dei Diari di scavo che riporta le caratteristiche del teschio trovato nelle grotte di Castel Corno (Tn) (foto fmcr)
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Sezione delle grotte di Castel Corno e localizzazione dei sondaggi eseguiti, rielaborata da Regola (foto fmcr)

È in fase di preparazione una pubblicazione sul sito preistorico delle grotte di Castel Corno a cura di Maurizio Battisti della Fondazione museo civico di Rovereto e Umberto Tecchiati dell’università di Milano che comprende anche questo interessante progetto. Ma a breve verrà pubblicato anche un approfondimento sul sito del museo. “Le sepolture, purtroppo depredate da scavi abusivi”, scrivono Battisti e Tecchiati, “sono databili tra la fine dell’Età del Rame e la prima Età del Bronzo. Quasi tutte le ossa provengono dalla Grotta 3. Le ossa e i denti, in numero di 190, rinvenuti in questa grotta, sono di almeno 1 feto, 3 subadulti rispettivamente di circa 8 anni e 2 di circa 11 anni, e 2 adulti di sesso indeterminato. L’unico reperto scoperto nella Grotta 1 è una vertebra di un adulto. Solo un radio e un’ulna retti, e il loro controlaterale, sono stati trovati in connessione e così tante ossa rimangono non attribuite. Sono presenti ipoplasia dello smalto e cribra orbitali, carie, tartaro e abrasione dentale. In generale, la situazione dentale mostra molte anomalie di crescita, magari di carattere ereditario o di aspetto endemico della popolazione. Inoltre, le ossa mostrano un ritardo di crescita per quanto riguarda l’invecchiamento dentale. L’unico teschio e il frammento di fibula mostrano aree carbonizzate probabilmente dovute ad eventi tafonomici (fossilizzazione) o a rituali post-deposizionali”.

Negrar. Nel sito archeologico di Colombare l’università di Milano ha scoperto la prima uva della Valpolicella: 6300 anni fa questo frutto veniva già consumato. “Ma attenzione: per ora nella terra dell’Amarone non si può parlare di vino del Neolitico. Non ci sono ancora le prove. Dobbiamo continuare le ricerche. Che però costano e richiedono tempo”

L’annuncio in locandina era dei più accattivanti per la Valpolicella, terra in provincia di Verona da sempre vocata alla vitivinicoltura: “6300 anni fa la prima uva della Valpolicella. Presentazione degli scavi dell’università di Milano alle Colombare di Negrar di Valpolicella”. E le aspettative sono state rispettate dagli intervenuti all’incontro in Azienda Agricola Villa Spinosa a Negrar di Valpolicella (Vr): Roberto Grison, sindaco di Negrar di Valpolicella; Vincenzo Tinè, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza; Brunella Bruno, responsabile tutela archeologica Verona città e parte comuni della provincia; Paola Salzani, co-direttrice scientifica di progetto; Umberto Tecchiati, direttore scientifico dello scavo e docente di Preistoria ed Ecologia preistorica dell’università di Milano; Cristiano Putzolu del Laboratorio di Preistoria Protostoria ed Ecologia Preistorica del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’università di Milano (PrEcLab).

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

“A quasi 70 anni dalle prime indagini a cura del museo di Storia Naturale di Verona”, spiegano al PrEcLab di Milano, “è stato compiuto un notevole salto in avanti nella conoscenza del sito di Colombare di Negrar e del suo paleoambiente. Grazie alle collaborazioni con le università di Mannhein e di Bologna per le datazioni al radiocarbonio e soprattutto con l’ateneo di Modena e Reggio Emilia per le analisi archeobotaniche, è stato possibile non solo estendere l’arco di vita del villaggio a quasi 3000 anni di frequentazione, ma anche scoprire la più antica attestazione della vite in Valpolicella, i cui frutti erano conosciuti già 6300 anni fa. Le analisi del paleoambiente, perno delle ricerche dell’équipe milanese, collocano insomma il sito archeologico di Colombare di Negrar nel cuore di un comprensorio ricco di potenzialità naturali, confermando la vocazione produttiva di quest’area del Veneto. Un elemento di continuità straordinario tra passato e presente, che potrà essere confermato solo dalle analisi dei nuovi campioni raccolti durante la campagna di scavo 2021, giunta al termine”.

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

Ma attenzione a non fare confusione o non azzardare conclusioni al momento premature. “Parliamo di uva, non di vino”, ribadiscono gli esperti del PrEcLab di Milano. “Siamo consapevoli del fascino suscitato dalla notizia. Eppure, per correttezza nei confronti del territorio, non ci pare giusto fare credere ciò che non è ancora stato dimostrato. 6300 anni fa si produceva il vino in Valpolicella? Al momento, dobbiamo dire che non lo sappiamo. Però sappiamo che si mangiava l’uva. La più antica uva della Valpolicella. È una notizia meravigliosa! Prima o poi, ci piacerebbe dirvi che qui si faceva anche il primo vino del territorio. Ma non è il momento. Questi dati non li abbiamo. Non ancora. Servono più ricerche, più analisi. Più fondi. Forse, più voglia del territorio stesso di riscoprirsi. Noi crediamo fortissimamente in questa ricerca. Crediamo possa fare bene a tutti: istituzioni, imprese locali, abitanti. Ma solo se vi raccontiamo davvero le cose come stanno e ci diamo la possibilità di riscoprire il passato insieme, un passo alla volta. Per questo, per noi, mettere i puntini sulle i è così importante”.

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

Storia e sviluppo delle ricerche a Colombare di Negrar. “Partiamo da una premessa”, spiegano gli esperti del PrEcLab: “Le nostre ricerche stanno dando ottimi frutti. Le analisi di laboratorio hanno rivelato la presenza di pollini di vite negli strati archeologici. Questo ci ha fatto ipotizzare che la pianta della vite, probabilmente ancora selvatica, fosse comunque accudita già nel Neolitico e sfruttata per i suoi frutti. Da quel che sappiamo finora possiamo ipotizzare che alle Colombare, nel Neolitico, si mangiasse l’uva. Non sappiamo altro”.

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

“È impossibile che a Negrar 6300 anni fa ci fosse il vino? No”, assicurano al PrEcLab, giusto per non spegnere i legittimi entusiasmi dimostrati dal territorio. “Ma per poterlo affermare servono altri elementi. Per esempio, avere tracce di vino nei contenitori di ceramica. Ciò non significa che siamo alla ricerca spasmodica di tracce di vino nei contenitori. Dipenderà molto dalla qualità dei reperti trovati e dalla possibilità di raccogliere campioni. Insomma – concludono -, per ora niente vino. Siamo certi solo del consumo dell’uva 6300 anni fa. In quello che oggi è uno dei principali distretti del vino in Italia. Cosa significa? In pratica, che siamo di fronte a una bellissima notizia, ma che per parlare esplicitamente di vino Neolitico a Negrar… dobbiamo continuare le ricerche. Che però costano e richiedono tempo”.