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Barletta dedica una mostra ad Annibale, il genio militare della battaglia di Canne, che inflisse a Roma una delle più pesanti sconfitte: “Annibale. Un viaggio”, da Cartagine alla Spagna e all’Italia, fino alla vittoria di Canne, al suo ritorno in Africa e alla disfatta di Zama

Corazza in bronzo dorato di fattura magnogreca del III sec. a.C. conservata al museo del Bardo di Tunisi

Corazza in bronzo dorato di fattura magnogreca del III sec. a.C. conservata al museo del Bardo di Tunisi

Una moneta con l'effige di Annibale

Una moneta con l’effige di Annibale

La testa di Atena con collana di ghiande, elmo attico crestato e cimiero centrale a collo di cigno risplendeva nella pugna incisa a sbalzo sulla corazza di bronzo dorata di un mercenario italico. Fu ritrovata nel 1909 in una tomba punica nel deserto tunisino, sopra un sarcofago contenente le spoglie di un guerriero. E ora quell’eccezionale reperto di età annibalica (III secolo a.C.), di fattura magnogreca, conservata al museo archeologico del Bardo a Tunisi, è esposta da qualche giorno nel castello di Barletta dove è allestita la mostra “Annibale. Un viaggio”, inaugurata a Barletta il 2 agosto scorso, in occasione dell’anniversario della battaglia di Canne (216 a.C.). La corazza (“Pezzo straordinario”, l’ha definito il direttore del Polo museale di Puglia, Fabrizio Vona) torna in Italia dopo quasi 30 anni, tanti ne sono passati dall’esposizione “I Fenici” del 1988 a Palazzo Grassi a Venezia ed è una delle poche opere autorizzate a lasciare il museo del Bardo dopo l’attentato terroristico del marzo 2015. “Così come il busto di Annibale, anche questa corazza”, ha commentato il sindaco di Barletta, Pasquale Cascella, “ha un forte valore simbolico, quello del legame della nostra città con una storia millenaria”. E il sottosegretario ai Beni culturali, Antonio Cesaro: “La presenza di questo reperto oltre a testimoniare la generosità del museo del Bardo getta le basi per una collaborazione fra due Paesi che si slarga su orizzonti sempre più ampi e che incentiverà il flusso dei visitatori, già rivelatosi molto intenso, a dimostrazione che i beni culturali sono un asset strategico per l’economia dei territori”.

Il parco archeologico di Canne della Battaglia nel Comune di Barletta

Il parco archeologico di Canne della Battaglia nel Comune di Barletta

La Puglia dunque dedica una grande mostra al condottiero cartaginese che proprio qui, nelle campagne di Barletta, presso l’antica Canne, visse uno dei suoi più grandi giorni di gloria. La battaglia di Canne del 2 agosto del 216 a.C. è stata infatti una delle principali battaglie della seconda guerra punica. L’esercito di Cartagine, comandato con estrema abilità da Annibale, accerchiò e distrusse quasi completamente un esercito numericamente superiore della Repubblica romana guidato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. La battaglia è considerata come una delle più grandi manovre tattiche della storia militare e, in termini di caduti in combattimento, una delle più pesanti sconfitte di Roma, seconda solo alla battaglia di Arausio. “Prope iam fessis caede magis quam pugna adiungit” ([I Cartaginesi] furono quasi più spossati per la strage compiuta che per la fatica del combattere): così scrive lo storico romano Tito Livio nella sua Ab urbe condita.

Il manifesto della mostra "Annibale. Un viaggio" al castello di Barletta fino al 22 gennaio 2017

Il manifesto della mostra “Annibale. Un viaggio” al castello di Barletta fino al 22 gennaio 2017

"Annibale. Un viaggio" di Paolo Rumiz

“Annibale. Un viaggio” di Paolo Rumiz

La mostra “Annibale. Un viaggio” al castello di Barletta, promossa e organizzata dal Comune di Barletta, con il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e la Regione Puglia, e aperta fino al 22 gennaio 2017, prende spunto da un recente libro di Paolo Rumiz in cui si legge: “Annibale il crudele, il guercio, l’avido, lo sleale, l’uomo nero… Annibale uomo senza donne, senza amici, senza figli, senza discendenza, senza emuli”, ma anche “esemplare unico e irripetibile. Un genio militare capace di leggere i pensieri dello stratega avversario e di condividere con le sue truppe i disagi più spaventosi (…) che a differenza di Napoleone, non ha lasciato monumenti di sé. I Romani ne hanno cancellato ogni traccia”. Un viaggio per immagini ed esperienze multimediali, attraverso i luoghi percorsi dal generale e filtrati attraverso la sua personalità e la sua cultura, luoghi che segneranno le tappe fisiche e insieme simboliche del percorso della mostra. Un personaggio raccontato nella sua fisionomia di storico avversario di Roma, ma soprattutto come l’artefice di uno straordinario epico viaggio tra l’Africa e l’Europa. Ecco i temi del suo rapporto con la guerra, con i soldati, con le popolazioni italiche e, soprattutto, con i luoghi attraversati.

Il viaggio di Annibale dal passaggio delle Alpi a Canne e al suo ritorno in Africa

Il viaggio di Annibale dal passaggio delle Alpi a Canne e al suo ritorno in Africa

In mostra la statua di un elefante, animale in forza nell'armata di Annibale

In mostra la statua di un elefante, animale in forza nell’armata di Annibale

Otto le sezioni principali in cui è articolato il percorso della mostra, tra testi di approfondimento, immagini, reperti e video-installazioni immersive: si parte dallo scenario mediterraneo nel III e II secolo, con il ruolo di Cartagine e Roma sullo sfondo; segue un focus sulla città di Annibale, Cartagine, prima tappa ideale del suo “viaggio”; le leggende sulla sua infanzia come il suo giuramento da bambino, un episodio che avrebbe segnato il suo destino; il suo epico viaggio dalla Spagna all’Italia, attraverso una lunga serie di straordinarie imprese; il drammatico scontro di Canne; gli ultimi anni in Italia e l’inizio del declino; poi la sosta nel santuario di Hera Lacinia presso Crotone con la sua dedica alla dea in greco e punico, che segnerà la fine di un viaggio e della sua avventura, e infine l’imbarco verso l’Africa e la sconfitta definitiva a Zama.

Il busto di Annibale esposto nella mostra al castello di Barletta

Il busto di Annibale esposto nella mostra al castello di Barletta

Tra i molti reperti presenti in mostra, prestati da importanti musei italiani ed esteri, ha un ruolo importante (come ha sottolineato il sottosegretario Cesaro) il busto di Annibale delle Gallerie del Quirinale, tornato in Italia dopo la sua recente esposizione a Tunisi nel museo del Bardo, in un’ideale testimonianza da parte della Presidenza della Repubblica del rilievo storico della figura di Annibale nell’area del Mediterraneo. La mostra vuole essere anche un tramite per il rafforzamento dei rapporti culturali, di scambio e collaborazione, con tutti i paesi gravitanti intorno al Mediterraneo. L’esposizione si avvale del supporto e contributo dei maggiori esperti e delle più importanti istituzioni scientifiche italiane e si affianca al progetto “La Rotta dei Fenici”, Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa. Il percorso si snoda lungo due ali divergenti del settore sudorientale della fortezza: nella prima il visitatore esplora come in una emozionante premessa le vicende umane e culturali che segnarono l’infanzia e la giovinezza di Annibale e ne determinarono la svolta verso la grande impresa per cui è rimasto famoso. La seconda ala il cui perno è costituito da un monumentale spazio circolare è interamente dedicata al viaggio di Annibale e alle sue tappe in successione dalla Spagna all’Italia fino al rientro definitivo in Africa. I pannelli didascalici, pensati come un diario di viaggio con appunti, immagini e citazioni di storici antichi e contemporanei, in italiano e inglese, si alternano a nuclei di oggetti selezionati per rappresentare i momenti clou di questo percorso e la fisionomia delle popolazioni incontrate e a installazioni multimediali che attraverso immagini e piccole storie in movimento rendono emozionante la visita. In particolare è la proiezione che anima la grande cupola della sala circolare a comunicare al visitatore una suggestiva esperienza di totale immersione nel viaggio di Annibale.

L'allestimento della mostra "Annibale. Un viaggio" al castello di Barletta

L’allestimento della mostra “Annibale. Un viaggio” al castello di Barletta

“Da teatro di drammi umanitari e diffidenze reciproche a spazio geografico fecondo di scambi e conoscenza tra popoli di sponde diverse”: questo, secondo Cesaro, deve tornare a essere il Mediterraneo, così come lo è stato per tanti secoli nel passato. “La cultura”, conclude il sottosegretario ai Beni culturali, “ancora una volta si propone come la migliore diplomazia per favorire il dialogo e il rispetto reciproco.  Lo stesso castello di Barletta con le sue sovrapposizioni architettoniche di epoca sveva, normanna e angioina è un simbolo di come la Puglia, al pari di tutto il Mezzogiorno italiano, abbia tratto vantaggio dalle millenarie contaminazioni culturali tra popoli e religioni differenti. Grazie al suo corredo multimediale e al suo coinvolgente storytelling questa esposizione rappresenta un valore aggiunto nell’offerta turistica pugliese che mai come quest’anno è in grado di proporre a italiani e stranieri delle alternative culturali di qualità al consueto soggiorno balneare”.

Protostoria dei popoli latini. A Roma, nella nuova sezione al museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano, prendono forma le sepolture delle principesse dell’antica Collatia

Il ricco corredo dalla Tomba 81 dalla necropoli dell'antica Collatia ora esposto nella nuova sala al museo nazionale Romano di Roma

Il ricco corredo dalla Tomba 81 dalla necropoli dell’antica Collatia ora esposto nella nuova sala al museo nazionale Romano di Roma

Il nome di Collatia ai più dice poco. Era uno dei centri minori che si sviluppano nel Latium vetus intorno al IX sec. a.C., fiorito grazie alla sua posizione strategica su alcune delle principali vie di comunicazione e di scambio: la via Collatina e il fiume Aniene. Ne parlano le fonti storiche – è vero – per il suo collegamento con la storia più antica di Roma. Collatia infatti è ricordata da Tito Livio per la vicenda di Lucrezia, la virtuosa moglie di Lucio Tarquinio Collatino: dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio del re Tarquinio il Superbo, si uccise per l’oltraggio subito e, stando alle fonti, sarebbe stata proprio la sua morte a scatenare la rivolta contro la tirannia etrusca che portò alla istituzione della repubblica. Siamo nel V sec. a.C. e Collatino sarebbe stato eletto primo console insieme a Bruto. Ma come si vede siamo sempre a conoscenze molto specialistiche. Ma con l’apertura al primo piano del museo nazionale Romano alle terme di Diocleziano a Roma della nuova sala all’interno della sezione dedicata alla “Protostoria dei popoli latini”, l’antica Collatia con le sue principesse è destinata a diventare famosa.

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Le Terme di Diocleziano a Rom sede del museo nazionale Romano

Le Terme di Diocleziano a Rom sede del museo nazionale Romano

Principesse e principi dall'antica Collatia: è la nuova sala della sezione "Protostoria dei popoli latini"

Principesse e principi dall’antica Collatia: è la nuova sala della sezione “Protostoria dei popoli latini”

Tre corredi principeschi, uno maschile e due femminili, risalenti al periodo tra l’VIII e il VII secolo a.C., di cui è stata appena concluso il restauro e lo studio, sono esposti per la prima volta nella nuova sala museo Nazionale Romano: la collezione permanente, che illustra lo sviluppo della cultura laziale tra il XI e il VI secolo a.C., si arricchisce così di uno dei più importanti ritrovamenti degli ultimi decenni, rimasto inedito fino a oggi. Sono stati gli scavi condotti dalla soprintendenza speciale per il Colosseo, il museo nazionale Romano e l’Area archeologica di Roma, a consentire di localizzare con certezza, in corrispondenza della borgata di La Rustica, l’antico centro di Collatia. La scoperta del sepolcreto e dell’abitato arcaici in corrispondenza di La Rustica risale al 1972, quando si stava costruendo il tratto di penetrazione urbana dell’autostrada Roma-L’Aquila. Tra il 2009 e il 2012 i lavori di archeologia preventiva per l’ampliamento di questo tratto autostradale hanno portato alla luce le tre tombe principesche esposte ora alle terme di Diocleziano insieme ad altre sepolture ancora in fase di studio e restauro. Alle indagini sul campo come al successivo lavoro in laboratorio sui reperti hanno partecipato studiosi di diverse discipline e specializzazioni. Questo lavoro interdisciplinare ha consentito di ricostruire il quadro dello stile di vita e dell’organizzazione della comunità dell’antica Collatia in epoca protostorica. L’apertura di questa nuova sala della sezione di “Protostoria dei popoli latini” arricchisce dunque la collezione permanente che illustra e valorizza lo sviluppo della cultura laziale, compreso tra la fine dell’età del Bronzo (XI secolo a.C.) e l’età del Ferro fino al cosiddetto periodo “orientalizzante” (X sec. a.C. – inizio del VI sec. a.C.). “La vicenda di Collatia è una vicenda particolare e significativa, perché riesce ad inquadrare la nascita e la crescita di Roma nell’ambiente in cui il seme della città ha germinato”, spiega il soprintendente dell’area archeologica di Roma, Francesco Prosperetti.

Lo scavo archeologico in località La Rustica riporta alla luce un carro da guerra a due ruote

Lo scavo archeologico in località La Rustica riporta alla luce un carro da guerra a due ruote

La scoperta del sito archeologico. “Il sito archeologico di La Rustica, oggi certamente identificabile con l’antico centro di Collatia”, riassumono gli archeologi della soprintendenza, “è stato individuato nel 1972, in seguito ai lavori per la costruzione del tratto di penetrazione urbana dell’autostrada Roma-L’Aquila. Collatia, situata lungo l’antica via Collatina, si trovava non lontano dall’Aniene e in posizione intermedia fra Roma e Gabii. Sorgeva su un’altura di forma allungata e dalle pareti ripide, immediatamente a sud di una seconda collina occupata dalla necropoli. Proprio i lavori per la costruzione della A24 sono stati determinanti per la scoperta del sito, ma al tempo stesso hanno causato la distruzione di un ampio settore della necropoli e la perdita di alcune centinaia di tombe”. In totale della necropoli di La Rustica fino a oggi sono state scavate 418 tombe, per la maggior parte databili fra l’VIII e gli inizi del VI sec. a.C. (III e IV periodo della cultura laziale). Circa 30 sepolture senza corredo possono probabilmente essere datate al VI-V secolo a.C.; le tombe più recenti, circa 10, si datano al III-II secolo a.C. Le tombe più antiche offrono la documentazione più ampia e completa per la fase avanzata del III periodo laziale (VIII secolo a.C.): un totale di 155 sepolture a inumazione in fossa, per la maggior parte femminili e con corredi molto ricchi. Al IV periodo (fine VIII-inizi VI secolo a.C.), che coincide con il momento di massimo sviluppo dell’insediamento, si data un gruppo di 224 tombe: sono fosse più larghe spesso con un loculo scavato al centro di uno dei lati lunghi per contenere il corredo. Le tombe più importanti sono a pseudo-camera (grandi fosse quadrangolari senza ingresso e con copertura di tavole di legno). In tutte le sepolture di questo periodo sono presenti vasi da rituale: olle di impasto rosso e soprattutto anfore di impasto bruno, rotte intenzionalmente e gettate nella fossa prima della deposizione del cadavere e del corredo, durante una cerimonia di libagione in onore del defunto.

Lo scettro trovato nella Tomba 3: un bastone di legno di corniolo con pomo sferico di bronzo decorato con animali fantastici, contenuto in una scatola di legno di faggio.

Lo scettro trovato nella Tomba 3: un bastone di legno di corniolo con pomo sferico di bronzo decorato con animali fantastici, contenuto in una scatola di legno di faggio.

Le tombe principesche. La “tomba 3” appartiene a un principe che ha esercitato il potere politico sul centro di Collatia ed è databile alla metà del VII secolo a.C. (orientalizzante medio). La struttura a pseudo-camera ha conservato un ricco corredo che comprende oltre alla fibula, all’affibbiaglio (un prezioso ferma mantello in argento) e alla spada di ferro anche uno scettro, costituito da un bastone di legno di corniolo con pomo sferico di bronzo decorato con animali fantastici ottenuti con intarsi in ferro, contenuto in una scatola di legno di faggio. “Si tratta di un ritrovamento straordinario perché documenta per la prima volta la presenza sicura di uno scettro nel Latium vetus. Alla sinistra principe era posto un carro da guerra a due ruote. Il resto del corredo era composto da vasi di bronzo e di impasto, due coltelli, due spiedi e due lance di ferro”.

Lo scavo della Tomba 81: la tomba della principessa di Collatia

Lo scavo della Tomba 81: la tomba della principessa di Collatia

La “tomba 81” è invece riferibile a una giovane tra i 16 e i 18 anni. La defunta era collocata all’interno di un tronco di quercia avvolta in un sudario orlato con anellini di bronzo. Gli ornamenti personali, fra i quali un cinturone di lamina di bronzo, sono straordinari per la quantità e la fattura. Anche la ceramica mostra elementi non comuni: due vasi sono probabilmente importati dall’Etruria meridionale, forse da Veio, e sono presenti due vasetti da filtro. “Lo straordinario cinturone di bronzo compare solo in pochissimi importanti corredi della necropoli, ritrovati esclusivamente in tombe di giovani donne di età compresa fra 16 e 20 anni. Questo elemento specifico potrebbe indicare un ruolo collegato con attività di culto”.

Lo scavo della Tomba 238 appartenuta a una donna adulta, con un ricchissimo corredo

Lo scavo della Tomba 238 appartenuta a una donna adulta, con un ricchissimo corredo

Una cista in bronzo del corredo funerario della Tomba 238

Una cista in bronzo del corredo funerario della Tomba 238

La “tomba 238”: una grande fossa isolata in cui era deposta una donna adulta, avvolta in un sudario fermato ai lati da fibule di piccole dimensioni. Il corredo, ricchissimo di ornamenti personali, comprende una fascia di lamina di bronzo sulla fronte, fibule e collane di perle di pasta vitrea e ambra, cinque vasi di bronzo e cinque di impasto. Avvolti in una stoffa sono stati trovati anche un grande coltello e tre spiedi. In uno dei vasi di bronzo erano contenute alcune ghiande che potrebbero indicare che la morte è avvenuta nei mesi autunnali. La sepoltura è in fase di restauro. Infine la “tomba 64”, che ha restituito un principe. “L’ipotesi è data dal ritrovamento di un poggiapiedi di lamina di bronzo con decorazione a sbalzo che suggerisce la presenza di un trono di legno, materiale deteriorabile e per questo probabilmente non conservato”. Come nella tomba 3 era presente un carro a due ruote, adatto all’andatura veloce. Del carro si conservano solo le parti in ferro: i cerchioni e i morsetti fermagavelli delle ruote, le fasce copri-mozzo, gli acciarini. Gli altri elementi strutturali, costituiti da materiali organici come legno e cuoio, sono andati perduti quasi completamente.

Il cinturone in bronzo della principessa di Collaatia esposto alle Terme di Diocleziano

Il cinturone in bronzo della principessa di Collaatia esposto alle Terme di Diocleziano

“Lo studio sulle comunità protostoriche”, interviene Prosperetti, “è frutto di decenni di ricerche archeologiche, che hanno avuto l’opportunità di riconnettere tante informazioni sul momento in cui Roma comincia a nascere e sulla crescita del suo potere sui popoli del Lazio ad essa preesistenti. Di Collatia si sono perse le tracce durante i secoli e si sono susseguite ipotesi di dove fosse questa città. Le uniche tracce certe sono quelle lasciate dalle sepolture, riemerse dai lavori dell’A24. Non sono tombe qualsiasi – conclude – perché destinate a principesse e principi. I corredi ritrovati sono corredi speciali, unici per la loro importanza, a testimonianza di questa realtà che si potrebbe definire “feudale”, precedente all’egemonia di Roma. Erano luoghi in cui esistevano importanti personaggi che avevano forza e potere su limitate porzioni di territorio, spesso in lite tra loro. Per questo motivo troviamo, in due sepolture, veri carri da guerra di cui sono rimaste intatte le parti metalliche”.

Trovata a Orvieto la testa del dio degli Etruschi, Voltumna, nel tempio del Fanum Voltumnae il santuario federale della lega delle dodici città etrusche, localizzato dopo secoli di ricerche

La testa del dio degli Etruschi, Voltumna, trovato nello scavo di Fanum Voltumnae a Orvieto

La testa del dio degli Etruschi, Voltumna, trovato nello scavo di Fanum Voltumnae a Orvieto

L'etruscologa Simonetta Stopponi, direttore dello scavo a Campo Fiera

L’etruscologa Simonetta Stopponi, direttore dello scavo a Campo della Fiera a Orvieto

È stato un luogo sacro per eccellenza per quasi duemila anni, dal VI secolo a.C. alla Peste nera della fine del Trecento: del Fanum Voltumnae, il luogo delle riunioni annuali dei rappresentanti della lega delle dodici città etrusche, ne hanno parlato le fonti antiche (lo storico romano Tito Livio ricorda che alle cerimonie religiose si accompagnavano fiere, mercati, spettacoli teatrali e giochi solenni) e quelle medievali, ma la sua localizzazione è sempre rimasta avvolta nel mistero. Stavolta però gli archeologi e gli storici possono gridare “L’abbiamo trovato! Il Fanum Voltumnae è a Orvieto” con un certo margine di sicurezza. La localizzazione a Orvieto del Fanum è supportata anche da un documento epigrafico, il cosiddetto “Rescritto di Spello”, ossia la disposizione con la quale l’imperatore Costantino concedeva agli Umbri di poter celebrare, secondo un’antichissima consuetudine, le annuali cerimonie religiose e i giochi ad esse connessi a Spello, senza doversi più recare “presso Volsinii“. Se la Volsinii cui si fa riferimento può essere riconosciuta nell’attuale Bolsena, va detto che il richiamo a un’antichissima consuetudine e la puntualizzazione topografica (“presso”) conforta nel pensare alla Volsinii etrusca, Orvieto. Alcuni versi di un’elegia del poeta umbro Properzio rivelano inoltre inequivocabilmente l’origine volsiniese di Voltumna, il dio titolare del Fanum. In aggiunta Plinio il Vecchio ricorda che in occasione della conquista di Velzna/Volsinii/Orvieto furono depredate ben duemila statue di bronzo, che indicano l’esistenza di un importante luogo di culto.

L'area dello scavo di Fanum Voltumnae a Campo Fiera copre tre ettari

L’area dello scavo di Fanum Voltumnae a Campo Fiera copre tre ettari

Nella zona di Campo della Fiera, l’area pianeggiante a ovest del pianoro di tufo su cui sorge Orvieto, non solo è stato trovato un grosso tempio, e la via sacra che ad esso conduceva, ma anche una testa maschile che ha tutta l’aria di essere l’immagine di Voltumna, il dio degli Etruschi “titolare” del Fanum Voltumnae, che non era un dio qualsiasi ma la principale divinità dell’antico popolo. A dare l’annuncio nei giorni scorsi l’etruscologa Simonetta Stopponi, ordinario di Etruscologia e Antichità italiche dell’università di Perugia, da tre lustri alla ricerca del santuario federale degli etruschi, nel presentare i risultati della quindicesima campagna di scavo che si è tenuta questa estate.

Giovani impegnati nello scavo archeologico a Campo della Fiera

Giovani impegnati nello scavo a Campo della Fiera

La mappa delle dodici città che formavano la lega etrusca

La mappa delle dodici città che formavano la lega etrusca

Il Fanum Voltumnae si trova dunque in località Campo della Fiera, toponimo che ricorda come la zona fu sede di fiere e mercati periodici per secoli, epoca romana compresa, fino al 1384, l’anno della micidiale peste nera che spopolò città e campagne. Nel 1876 i primi scavi archeologici restituirono resti di strutture murarie in tufo e furono recuperate pregevoli terrecotte architettoniche oggi al Pergamon Museum di Berlino. Nel Duemila le indagini sono riprese anche sulla spinta di studi più recenti secondo i quali il mitico Fanum Voltumnae, massimo santuario del popolo etrusco, doveva trovarsi proprio a Campo della Fiera. Inutilmente cercato fin dal Quattrocento (I tentativi sono stati molteplici ma i risultati non sono stati mai confortati da una prova decisiva. Le ipotesi hanno interessato molte località, da Viterbo a Bolsena, da Montefiascone fino al Voltone, nei pressi di Farnese. In realtà l’unico indizio scritto sulla localizzazione del fanum si trova in un’epigrafe di età imperiale romana, molti secoli dopo la fine dell’indipendenza dell’ultima città etrusca), il Fanum era il luogo delle riunioni annuali dei rappresentanti della lega delle dodici città etrusche. E poiché, come abbiamo visto, Tito Livio ricorda la presenza concomitante di fiere, mercati, spettacoli teatrali e giochi solenni, doveva trattarsi di un’area molto vasta, capace di ospitare tutte le delegazioni e accogliere così tante manifestazioni diverse.

Una splendida statua recuperata a Campo Fiera

Una splendida statua recuperata a Campo Fiera

Il sito, indagato dal 2000 in un’area che supera i tre ettari di superficie, ha restituito ad oggi straordinarie evidenze archeologiche che avvalorano con sempre maggior sicurezza l’identificazione di questo luogo con Fanum Voltumnae, il celebre santuario federale degli Etruschi che qui, come indicano numerosi documenti di carattere epigrafico e letterario, svolgevano le riunioni e le cerimonie religiose della lega. Gli scavi in Campo della Fiera sono a cura dell’Università di Perugia su concessione ministeriale e vengono finanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto.

Un interessante ex voto di produzione greca trovato a Fanum Voltumnae

Un interessante ex voto di produzione greca trovato a Fanum Voltumnae

L'area sacra del santuario federale etrusco sta restituendo grandi vestigia

L’area sacra del santuario federale etrusco sta restituendo grandi vestigia

Scoperto il tratto di strada etrusca che collegava Orvieto con Bolsena

Scoperto il tratto di strada etrusca che collegava Orvieto con Bolsena

Già nel 2013, nel corso della quattordicesima campagna di scavo, sono state tante le novità emerse. Nella parte meridionale dello scavo erano già stati individuati il basamento di un imponente edificio sacro e la struttura di una fontana di metà del quinto secolo a.C. con gocciolatoio a protome leonina. L’anno scorso, a quota più alta, sono emerse le strutture di canalizzazione che facevano confluire l’acqua verso la fontana e altri edifici segnalati da grandi blocchi in tufo dei quali si intende proseguire l’indagine. Scendendo a valle, in prossimità di una villa moderna, è emerso un altro edificio sacro, significativo per la presenza di una piattaforma in tufo con foro e tappo, funzionale alle offerte liquide rivolte alle divinità sotterranee, le divinità ctonie. All’interno del recinto sacro è stato effettuato il rinvenimento di una testa fittile maschile finemente lavorata e contraddistinta da un’imponente massa di capelli: un ritratto senza confronti noti e che lascia spazio a più che suggestive interpretazioni. Risultati eccezionali anche per la frequentazione di epoca romana del sito, testimoniata da una ben conservata struttura termale, probabilmente pertinente ad una lussuosa villa, dove è stato liberato l’intero percorso balneare. Dalle terme è affiorata una straordinaria spilla che raffigura una delle vicende più note del mito della fondazione di Roma: la Lupa che allatta i gemelli.

Nello scavo è stato riportato alla luce anche l'edificio medievale di San Pietro in vetere

Nello scavo è stato riportato alla luce anche l’edificio medievale di San Pietro in vetere

Nel 2013 è emersa anche la parete frontale della chiesa di San Pietro in vetere di epoca medievale, che ora è completamente visibile nelle sue dimensioni (35 metri x 7 metri). “Una ricerca importantissima”, sottolinea a professoressa Stopponi, “condotta con l’università di Foggia grazie alla preziosa collaborazione del professor Danilo Leone, in quanto si tratta dell’unica chiesa che sorgeva nei pressi del Ponte del Sole ove avvenne l’incontro tra Papa Urbano IV e il Corporale insanguinato portato da Bolsena. Inoltre, sono emersi i resti dell’annesso Convento e le basi delle colonne del chiostro. Da non dimenticare che il completamento delle ricerche della chiesa coincide in questo biennio 2013/2014 con la celebrazione del 750° anniversario del Miracolo Eucaristico, ricordato dal mondo della cristianità con il Giubileo Straordinario”.

Il ritrovamento della testa del dio etrusco Voltumna consolida l'ipotesi che questo è il Fanum Voltumnae

Il ritrovamento della testa del dio etrusco Voltumna consolida l’ipotesi che questo è il Fanum Voltumnae

Tratto della via sacra del Fanum Voltumnae

Tratto della via sacra del Fanum Voltumnae

E con la quindicesima campagna di scavo, nuovi eccezionali ritrovamenti. Dal sito di Campo della Fiera insieme a un tempio di grandi dimensioni, probabilmente il principale del Fanum, è venuta alla luce una splendida testa maschile in terracotta in origine policroma, a grandezza naturale e su base dello stesso materiale, che secondo i primi accertamenti potrebbe identificarsi proprio con Voltumna, divinità suprema del pantheon etrusco. Scoperto inoltre un tratto della via sacra che conduceva al tempio. “La testa – spiega Stopponi – è molto bella e ben conservata. È un ritrovamento importante così come quello del tempio, che misura 12 metri per 18. Finora non sono state rintracciate iscrizioni, ma stiamo ancora scavando e contiamo di trovare presto altro eccellente materiale. Sarà invece problematico far riaffiorare l’intera strada sacra. Sul percorso si trova infatti una villa privata la cui costruzione ha certo compromesso l’integrità della zona”.

Una statua di età imperiale ritrovata a Campo della Fiera

Una statua di età imperiale ritrovata a Campo della Fiera

Le ultime scoperte nell’area archeologica non si limitano tuttavia al periodo etrusco. In queste settimane, ricorda la professoressa Stopponi sono state scoperte le vestigia di un enorme edificio, lungo circa 30 metri, probabilmente il refettorio con relativo chiostro della chiesa medievale di San Pietro in Vetere.

Così i Veneti Antichi respinsero l’incursione del principe spartano Cleonimo: a Dolo la ricostruzione-spettacolo della battaglia e la presentazione della trilogia di Federico Moro

A Dolo la ricostruzione-spettacolo gli “Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo”

A Dolo la ricostruzione-spettacolo gli “Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo”

Il manifesto della manifestazione "Cleonimo di Sparta contro i Veneti"

Il manifesto della manifestazione “Cleonimo di Sparta contro i Veneti”

Sabato 6 settembre 2014, alle 20.45 a Dolo (Ve), in piazza Cantiere, tornano gli “Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo”: la ricostruzione-spettacolo della battaglia combattuta in terra veneta nel 301-302 a.C. sarà preceduta alle 19.30 dall’intervento di Federico Moro con il “racconto dei fatti”, sulla base del volume “Il coraggio degli Antichi Veneti” (Helvetia Editrice), che ha ispirato l’evento. Ingresso libero. Lungo via Cantiere, sarà ricostruito un villaggio dei Veneti antichi con banchi di ogni tipo (apertura alle 10; didattica e giochi per bambini alle 10.30 e 15.30).

Una fase della battaglia tra veneti e spartani nella ricostruzione-spettacolo

Una fase della battaglia tra veneti e spartani nella ricostruzione-spettacolo

Della battaglia le fonti antiche non ci danno certezze; ne parlano Tito Livio e Diodoro Siculo, e non sono neppure tra loro concordanti. Lo ha ben spiegato lo storico Lorenzo Braccesi qualche anno fa – L’ avventura di Cleonimo (a Venezia prima di Venezia), Padova 1990 – riportando alla ribalta la remota vicenda adriatica dello spartano Cleonimo, esautorato dalla successione al trono e venuto, nell’anno 302/301 a.C., a guerreggiare con i suoi prodi in terra italica (veneta in particolare). Braccesi racconta – seguendo soprattutto Livio – la sfortunata campagna italiota (probabilmente la seconda) del principe lacóne che, nella memoria dell’antica storiografia, sarebbe stato “il primo navigante che avvisti le acque di Venezia al di là di un esile cordone sabbioso delimitante la laguna (l’arenile del Lido?), il primo condottiero, inoltre, che trovi sicuro ormeggio per la flotta nel porto fluviale del Medóakos (l’approdo di Malamocco?), il primo aggressore straniero, infine, che di qui risalga il Brenta per predare in territorio patavino”.  Ma lo scontro in terra padana – per altro non attestato da ulteriori fonti né confermato da evidenze archeologiche – assume presso Livio (ma già forse nella sua fonte – magari un antico cantare popolare) i toni di un epico conflitto, culminante con la misera, ingloriosa fuga degli invasori sulle poche navi superstiti (appena un quinto della poderosa flotta) e la consacrazione delle armi sottratte al nemico nel tempio padovano di Reitia (in aede Iunonis veteri fixa). Un’operazione propagandistica, quella di Tito Livio, che ben s’inserisce nel contesto cultural-politico maturato sotto Augusto, allo scopo di accreditare una derivazione di Padova dalla Troia di Priamo sulla scorta del mitico sbarco, alle foci del Meduaco-Brenta, di Antenore fuggiasco assieme agli Enetoi di Paflagonia. Si crea così un parallelismo tra Padova e Roma: entrambe vantano nella tradizione una comune origine troiana, e se i romani, discendenti di Enea, hanno vendicato la distruzione di Troia sottomettendo le città dei re achei, i patavini, discendenti di Antenore, hanno lavato nel sangue l’antica offesa sconfiggendo il principe spartano Cleonimo già prima di essere romanizzati.

Lo studioso Federico Moro intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica e teatrale

Lo studioso Federico Moro intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica e teatrale

"Il coraggio degli Antichi Veneti" di Federico Moro

“Il coraggio degli Antichi Veneti” di Federico Moro

È in questo contesto storico (in cui nulla dimostra che la battaglia abbia davvero avuto luogo) che si muove la ricerca di Federico Moro, nato a Padova, ma che vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, Moro intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica e teatrale. A Dolo presenta “Il coraggio degli Antichi Veneti: L’avventura. L’epopea. L’eredità perduta” (Collana Rosso Veneziano) che raccoglie la trilogia completa dei thriller storici ambientati nel Veneto del III sec. a.C., costruiti sulla misteriosa figura di Nerka Trostiaia, la Gran Sacerdotessa del Santuario di Pora-Reitia di Ateste, diventata punto di riferimento per i Veneti nella loro lotta contro i Celti grazie alle estasi mistiche che la rendono la “voce della Dea”. In questo romanzo Federico Moro sfrutta a pieno tutte le sue potenti armi di scrittore: la verosimiglianza nella ricostruzione storica e la velocità adrenalinica nei combattimenti. In “L’avventura” le nazioni dei Celti sono riunite con l’obbiettivo di distruggere l’Armata e le città dei Veneti. La flotta dello spartano Cleonimo risale il Medoacus verso il Santuario di Lova seminando dolore e devastazione, spetterà a Nerka Trostiaia assumere il comando della pericolosa missione per salvare il popolo veneto. In “L’epopea” la morte corre lungo il fiume Plavis, falciando guerrieri veneti e scompaginando l’avanzata delle centurie romane. Toccherà al giovane Lucio Decimo Mure svelare i retroscena dei delitti che si diramano dal Santuario di Trumusiate a Lagole. In “L’eredità perduta” siamo nell’anno 452 d.C.: gli Unni di Attila sono sotto le mura di Altino ed esigono la consegna del misterioso Tesoro di Reitia. Solo “l’uomo senza paura”, Orso Galbaio, può salvare la città dall’attacco risolvendo l’arcano che sta dietro alla scritta “In Altino occultus est”.

La rievocazione-spettacolo della battaglia contro Cleonimo all'interno del villaggio dei Veneti Antichi

La rievocazione-spettacolo della battaglia contro Cleonimo all’interno del villaggio dei Veneti Antichi

All’incontro con Federico Moro segue la rievocazione storica – spettacolo “Gli Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo?” che – come detto – vuole ricordare i fatti accaduti nel 302 a.C., quando Cleonimo, spintosi con le sue navi nell’alto Adriatico, entrò nella laguna di Venezia e risalì il Brenta/Meduacus per predare in territorio patavino. Cleonimo però venne ricacciato in mare dai Patavini, che sconfissero le sue truppe e gli distrussero i quattro quinti della flotta. In scena in piazza Cantiere un centinaio di figuranti rappresentanti l’esercito venetico e i soldati spartani con combattimenti rituali preceduti dalla presentazione del procuratore. E nel villaggio dei Veneti Antichi sarà possibile immergersi nel clima culturale, economico, artistico dell’epoca, grazie alle accurate ricostruzioni storiche, che spaziano dall’abbigliamento, all’alimentazione, dalle arti ai mestieri, dalla musica alle armature.

 

“Seduzione etrusca”: a Cortona i tesori del British Museum. In mostra 40 capolavori in prestito da Londra per la prima volta

A Palazzo Casali di Cortona è aperta la mostra "Seduzione etrusca" fino al 31 luglio

A Palazzo Casali di Cortona è aperta la mostra “Seduzione etrusca” fino al 31 luglio

La passione per l’antico e per gli Etruschi nel mondo anglosassone e la moda del Grand Tour; un giovane rampollo dell’aristocrazia inglese Lord Thomas Coke, appassionato di Tito Livio, costruttore di Holkham Hall e dal 1744 primo conte di Leicester; il manoscritto Dempster scritto in latino quasi un secolo prima e rinvenuto fortuitamente presso un antiquario fiorentino nel 1719; la corte dei Medici impegnata a rinnovare il mito delle sue origini; le prime campagne di scavo e l’eco delle grandi scoperte etrusche; un’impresa editoriale durata sette anni e la figura di Filippo Buonarroti, erudito, archeologo dilettante, collezionista e ministro ducale: nasce in questo clima effervescente l’etruscologia, lo studio e la moda per gli Etruschi che infiamma l’Europa a partire dal XVIII secolo; con i loro misteri, la loro arte, i tesori ancora nascosti nelle viscere della terra, nel cuore dell’Italia. A Cortona, fino al 31 luglio, a Palazzo Casali, sede del Maec, la mostra-evento “Seduzione etrusca. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum” ricostruisce proprio la nascita dell’etruscologia moderna nel XVIII secolo e la passione degli anglosassoni e dell’Europa per gli Etruschi attraverso dipinti, disegni, reperti archeologici, documenti e oggetti: prestiti eccezionali per la prima volta in Italia dal British Museum e dalla residenza di Holkham Hall e i più noti capolavori etruschi accostati ai disegni originali del “De Etruria Regali”.

Uno dei disegni originali del "De Etruria Regali" ritrovato in un corridoio d'attico di Holkham Hall

Uno dei disegni originali del “De Etruria Regali” ritrovato in un corridoio d’attico di Holkham Hall

La miccia che farà esplodere la “passione per gli Etruschi” – come racconta la mostra cortonese nel suo percorso espositivo – è la pubblicazione a Firenze, finanziata proprio da Lord Coke, del “De Etruria Regali libri VII” di Thomas Dempster. Siamo nel 1726 e sarà il primo libro a stampa completato da un corredo iconografico delle principali opere etrusche in Italia. A Cortona, l’anno successivo la pubblicazione del “De Etruria Regali” nasce, sull’onda dell’interesse esploso, la prima Accademia di studi etruschi in Europa – l’Accademia Etrusca di Cortona – alla quale si iscriveranno i maggiori intellettuali del tempo, da Montesquieu a Voltaire, e moltissimi inglesi. Quasi 300 anni più tardi, il ritrovamento dei disegni originali e delle lastre di rame incise per il volume – in un corridoio d’attico di Holkham Hall, straordinaria residenza fatta erigere in Norfolk dal conte di Leicester – e la recentissima scoperta di nuovi documenti sulla pubblicazione del “De Etruria”, hanno fornito l’occasione di questa mostra storica e forse irripetibile. Un’esposizione che a Cortona – e la scelta, si capisce, non è stata casuale – rievoca quel clima, ripercorre e svela l’avventura di un uomo e la sua passione, descrive i legami tra il mondo anglosassone e l’Italia tra Sette e Ottocento, indaga la seduzione degli Etruschi in Gran Bretagna e il gusto all’etrusca, mostra per la prima volta al pubblico alcuni “capolavori simbolo” di quell’antico popolo. E a Cortona, una politica attenta di scavi, ricerche, restauri e musealizzazione, perseguita con tenacia negli ultimi vent’anni, ha portato oggi ad avere un sistema archeologico a ciclo completo – Parco, gabinetto di restauro, Museo – assolutamente all’avanguardia.

Il suggestivo allestimento della mostra "Seduzione etrusca" a Cortona

Il suggestivo allestimento della mostra “Seduzione etrusca” a Cortona

E veniamo alla mostra. “Seduzione etrusca”, curata da Paolo Bruschetti, Bruno Gialluca, Paolo Giulierini, Suzanne Reynolds e Judith Swaddling, è promossa dal museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (Maec), dal British Museum e da Holkham Hall, con il sostegno della Regione Toscana e la collaborazione di tanti musei italiani che hanno prestato opere uniche e, in particolare, della soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. La mostra è accompagnata da un catalogo di grande respiro (edito da Skira), che costituirà una pietra miliare negli studi in questo campo per i tanti documenti inediti proposti. A Palazzo Casali di Cortona sono esposte 150 opere che rievocano la passione per gli Etruschi, descrivono i legami tra il mondo anglosassone e l’Italia tra Sette e Ottocento, indagano la seduzione degli Etruschi in Gran Bretagna e il gusto all’etrusca, presentando per la prima volta al pubblico alcuni capolavori simbolo di quell’antico popolo: come l’Arringatore e il Putto Graziani e le meraviglie etrusche confluite nelle raccolte del British Museum di Londra in tre secoli di collezionismo, contese e acquisizioni. È un nucleo di oltre 40 opere prestate dal grande museo londinese per la prima volta al mondo, in questa eccezionale occasione.

Gorgone da Chiusi (VI secolo a.C.) oggi al British Museum: in prestito a Cortona

Gorgone da Chiusi (VI secolo a.C.) oggi al British Museum: in prestito a Cortona

“La mostra Seduzioni etrusche. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum”, spiegano Paolo Bruschetti, Paolo Giulierini, Andrea Mandara e Francesca Pavese, che hanno curato l’allestimento, “lega in modo ancora più stretto rispetto alle grandi esposizioni degli anni passati la manifestazione espositiva al MAEC-Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona. Infatti, per una precisa scelta culturale degli organizzatori, si è voluto allestire la mostra non solo nelle sale normalmente destinate ad accogliere mostre temporanee, ma nelle stesse sale del Museo, in molti casi proprio nelle vetrine che normalmente ospitano la raccolta permanente. Tale scelta è stata dettata in particolare dalla natura stessa dell’esposizione: un viaggio nel tempo alla scoperta di influenze italiche sulla cultura britannica percorrendo le strade del collezionismo settecentesco”. E così nella prima sezione della mostra sono presentati gli esiti del grand tour condotto da Thomas Coke, giovane rappresentante dell’aristocrazia britannica verso la terra d’Italia, come era d’uso nel Settecento per completare l’educazione umanistica giovanile. “Fu lui poi a dare inizio alla costruzione della propria residenza inglese Holkham Hall e a porre le basi delle ricche collezioni d’arte ancora oggi in quelle sale conservate e alcune delle quali in quest’occasione concesse in mostra a Cortona. Durante quel soggiorno il giovane Coke acquistò a Firenze il manoscritto del De Etruria Regali, che dopo alterne vicende fu dato alle stampe grazie alla collaborazione con Filippo Buonarroti. Costui, grande collezionista e impegnato uomo politico, fu Lucumone perpetuo dell’Accademia Etrusca appena formata. L’edizione del volume fu quindi la premessa per una stagione di grandi studi e ricerche che portarono alla nascita della moderna disciplina etruscologica, in una fase di assoluto predominio della visione classica dell’archeologia”.

Askos a forma di Anatra da Vulci (350-325 a.C.) prestato dal British Museum a Cortona

Askos a forma di Anatra da Vulci (350-325 a.C.) prestato dal British Museum a Cortona

Nella seconda sezione della mostra sono esposti materiali di assoluto prestigio, concessi in prestito dal British Museum. A partire dall’uscita del primo libro sugli Etruschi esplode la seduzione di questo popolo antico per il mondo anglosassone, in molti campi dell’arte, dell’arredo, del collezionismo, fino alla formazione di un formidabile nucleo di materiali etruschi nel British Museum. Testimoniano tale periodo oltre 50 spettacolari reperti provenienti dal grande museo di Londra, ordinati secondo la provenienza: Prato, il lago degli idoli del Falterona, Arezzo, Lucignano, Cortona, Sarteano, Chiusi, Perugia, Orvieto, Bolsena e Vulci. Si tratta di una completa campionatura dell’arte etrusca nel campo della ceramica, oreficeria, scultura a tutto tondo, bassorilievo, bronzistica, accompagnata anche da una serie di disegni ottocenteschi relativi agli stessi materiali. “Parte della collezione etrusca del British Museum – continuano – dialoga in mostra con le collezioni etrusche raccolte a Cortona, non a caso nelle stesse sale del Museo dell’Accademia Etrusca, anche questa, istituzione culturale, che fino dall’inizio della sua attività raccolse una serie assolutamente eterogenea di oggetti, rappresentativi della cultura artistica di ogni epoca storica, bloccando così la dispersione verso musei e collezioni straniere di tutto ciò che esisteva o veniva scoperto nel territorio cortonese. Forse proprio per questo motivo sia oggi, che nelle mostre precedentemente organizzate con i maggiori musei europei al MAEC, sono pochi i materiali provenienti da Cortona, ciò non è quindi motivo di rammarico ma di orgoglio per la funzione di tutela e di arricchimento del patrimonio locale svolte nel tempo dall’Accademia Etrusca di Cortona”.

La copia della Chimera dal museo archeologico di Firenze troneggia in mostra

La copia della Chimera dal museo archeologico di Firenze troneggia in mostra

Uscendo nel cortile interno, si sale il monumentale scalone che reca al piano nobile del Palazzo e si giunge alla sala dei Mappamondi. “La mostra si articola a partire dalla sala Medicea del MAEC, nella galleria dei mappamondi, nelle sale Tommasi fino a trovare il suo culmine nella sala del Biscione, dominata dalla presenza della statua dell’Arringatore, dalla copia della Chimera e da una grande statua chiusina in pietra fetida. I materiali del museo, per accogliere quelli temporaneamente in mostra, sono solo in parte spostati, ma nella maggior parte dei casi restano al loro posto, ad indicare la vicinanza e il dialogo concettuale fra esposizione temporanea e collezione permanente”. Concludono la rassegna due vasi a testa umana di ceramica Wedgwood, fabbrica inglese che dalla metà dell’Ottocento imita quella etrusca, e una selezione di materiali dell’Accademia Etrusca, nata nel 1727, un anno dopo l’uscita del De Etruria Regali, che hanno rapporti culturali e antiquari con il mondo britannico e, in particolare, con la Società degli Antiquari di Londra: medaglie e quadri d’epoca che raffigurano accademici o lucumoni inglesi, doni librari di personaggi inglesi all’Accademia.