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L’EAA European Association of Archaeologists ha assegnato al SITAR, il Sistema Informativo Territoriale Archeologico di Roma della Soprintendenza Speciale di Roma il prestigioso Premio per il patrimonio archeologico europeo per il 2021

Il SITAR, il Sistema Informativo Territoriale Archeologico di Roma della Soprintendenza Speciale di Roma, ha conquistato il Premio per il patrimonio archeologico europeo per il 2021, il prestigioso riconoscimento assegnato dalla EAA European Association of Archaeologists, una delle più importanti istituzioni internazionali dedicate allo studio dell’antichità riconosciuta dal Consiglio d’Europa, nell’ambito della conferenza annuale della EAA svoltosi a Kiel dal 6 all’11 settembre 2021. Fondata nel 1994, l’Associazione Europea degli Archeologi ha istituito lo European Archaeological Heritage Prize nel 1999. Un comitato indipendente assegna ogni anno il Premio per l’eccezionale contributo alla conoscenza del patrimonio archeologico europeo e alla sua diffusione, protezione e valorizzazione. “È un premio importante”, dichiara il ministro della Cultura Dario Franceschini,  “che dimostra la qualità e il livello di eccellenza raggiunto dalle nostre strutture poste a tutela e valorizzazione dello sterminato patrimonio archeologico romano”. “Un riconoscimento che ci rende orgogliosi”, afferma Daniela Porro soprintendente Speciale di Roma, “perché illumina il lavoro fatto dalla Soprintendenza per rinnovare e rendere accessibile a tutti l’inesauribile patrimonio archeologico della città di Roma. Il Sitar ne è una delle principali risorse, divenuta nel tempo un vero e proprio “mediatore culturale” tra la Pubblica Amministrazione e l’utenza privata, promuovendo la sensibilizzazione dei cittadini sull’importanza culturale della conservazione degli spazi e dei contesti urbani ed extraurbani. Ma il premio ci spinge a fare sempre di più nel campo della tecnologia e della condivisione”.

Dal 2007 il Sitar è un sistema informativo georeferenziato in cui la Soprintendenza immette in rete i dati e le informazioni sui ritrovamenti e i reperti archeologici rinvenuti nel territorio romano. Un progetto open data di archeologia pubblica partecipato, in grado di coinvolgere attraverso internet la cittadinanza e utenti anche di altri paesi. Proprio il carattere innovativo del progetto e la continua implementazione, che ha visto la creazione di un nuovo sito nel 2020, sono alla base del Premio che la EAA ha voluto assegnare quest’anno al Sitar. Dal 2020 Sitar è consultabile attraverso un nuovo sito web più completo e multilingue (www.archeositarproject.it) ricco di risorse, strumenti e tutorial dettagliati per entrare in ogni sezione del progetto, al fine di facilitare le diverse interazioni tra gli utenti, chiamati a dare il loro contributo, e la Soprintendenza. Obiettivo principale è la continua implementazione di un archivio digitale condiviso e di una struttura di elaborazione di big data per il patrimonio archeologico di Roma. Su www.archeositarproject.it è possibile individuare su una mappa i ritrovamenti archeologici del passato e recenti sul territorio romano, corredati da immagini e informazioni. Inoltre il sito offre la mappatura dei vincoli archeologici che facilitano la gestione della tutela, della valorizzazione e delle caratteristiche archeologiche della Capitale. La digitalizzazione degli archivi garantisce inoltre la conservazione nel tempo di Sitar, a oggi il principale deposito archeologico digitale dedicato al patrimonio di Roma, di libero accesso e consultazione. “Il premio della EAA è un importante riconoscimento per la Soprintendenza Speciale di Roma e per il Ministero della Cultura. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza un affiatato gruppo di lavoro”, spiega Mirella Serlorenzi, alla guida del Sitar fin dalla sua nascita. “Un premio che ci identifica come uno strumento al servizio della collettività, in grado di offrire liberamente i contenuti e la conoscenza archeologica, ma soprattutto fondamentale per attuare quelle politiche di condivisione e partecipazione sociale sui temi della tutela e conservazione del patrimonio”.

Roma. Apre a Palazzo Caffarelli ai musei Capitolini la mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori”, il grande evento 2020 più volte rinviato causa Covid-19: 96 marmi, selezionati dalla celebre collezione Torlonia la quale torna così finalmente visibile al pubblico. Alla presentazione il ministro Franceschini

La statua di Meleagro della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)
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La locandina della mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini

Giusto un anno fa veniva annunciata come l’evento dell’anno per il 2020 a Roma: è la mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini al Campidoglio: una inedita esposizione di 96 marmi, selezionati dalla celebre collezione Torlonia la quale torna così finalmente visibile al pubblico. Uno dei progetti di mostra più prestigiosi, per partecipazioni istituzionali, valore scientifico ed eccezionalità dell’occasione, nella programmazione di Electa che, oltre a pubblicarne il catalogo, cura l’organizzazione e la promozione. La mostra era programmata dal 25 marzo 2020 al 10 gennaio 2021. Poi venne il coronavirus. E tutto è cambiato. Prima la vernice era stata “aggiornata” con grande ottimismo al 4 aprile 2020. Poi, visto l’aggravarsi dell’emergenza sanitaria e il lockdown, si era parlato di settembre 2020. Ora ci siamo. E stavolta sembra quella giusta: la mostra sarà aperta dal 14 ottobre 2020 al 29 giugno 2021. E lunedì 12 ottobre 2020, alla presentazione ufficiale (che si potrà seguire in streaming dato il contingentamento e le restrizioni anti Covid-19) ci sarà anche il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo Dario Franceschini, con il sindaco di Roma Virginia Raggi, il presidente della Fondazione Torlonia Alessandro Poma Murialdo, e il curatore della mostra Salvatore Settis.

La mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” è il risultato di un’intesa del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo con la Fondazione Torlonia; e nello specifico, per il ministero, della direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio con la soprintendenza Speciale di Roma. Il progetto scientifico di valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore dell’esposizione con Carlo Gasparri. Il progetto di allestimento della collezione Torlonia è di David Chipperfield Architects Milano. Bvlgari è main sponsor del restauro delle opere esposte. La mostra è allestita nella sede espositiva dei musei Capitolini a Palazzo Caffarelli, tornata alla vita grazie all’impegno e al progetto della sovrintendenza di Roma Capitale. La scelta della sede è stata dettata dal proposito di incentrare il percorso espositivo sulla storia del collezionismo: un aspetto sotto il quale la vicenda del Museo Torlonia alla Lungara (fondato dal principe Alessandro Torlonia nel 1875), che conta 620 pezzi catalogati, appare di eccezionale rilevanza. Questa raccolta si presenta infatti come una collezione di collezioni o, meglio, come uno spaccato altamente rappresentativo e privilegiato della storia del collezionismo di antichità in Roma dal XV al XIX secolo. I marmi Torlonia, restaurati nei Laboratori Torlonia, sono raccontati in una serie di video su collezione ed esposizione, disponibile al link https://www.fondazionetorlonia.org/channel/.

Statua di caprone in riposo: marmo greco della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi /Fondazione Torlonia)
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Collezione Torlonia. Gruppo di sculture restaurate: in primo piano statua di guerriero inginocchiato e statua di Afrodite, replica della Venere Medici (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)

L’esposizione si articola come un racconto, in cinque sezioni, in cui si narra la storia del collezionismo dei marmi antichi, romani e greci, in un percorso a ritroso che comincia con l’evocazione del museo Torlonia, fondato nel 1875 dal principe Alessandro Torlonia, e rimasto aperto fino agli anni Quaranta del Novecento. La sezione successiva riunisce i rinvenimenti ottocenteschi di antichità nelle proprietà Torlonia. La terza sezione rappresenta le forme del collezionismo del Settecento, con le sculture provenienti dalle acquisizioni di Villa Albani e della collezione dello scultore e restauratore Bartolomeo Cavaceppi. A seguire, una selezione dei marmi di Vincenzo Giustiniani, uno dei più sofisticati collezionisti romani del Seicento, e per finire pezzi da collezioni di famiglie aristocratiche del Quattro e Cinquecento. La mostra termina con un affaccio sull’esedra dei musei Capitolini dove sono riuniti la statua equestre del Marco Aurelio, la lupa romana e i bronzi del Laterano che Sisto IV nel 1471 donò alla città.  Un nesso importante con il museo che gli antichi busti, rilievi, statue, sarcofagi ed elementi decorativi in mostra creano: riflesso di un processo culturale in cui Roma e l’Italia hanno avuto un primato indiscutibile.

Dopo oltre tre mesi di chiusura a Roma hanno riaperto i cancelli le Terme di Caracalla il più grande complesso termale dell’antichità giunto fino a noi, un’oasi di bellezza e maestosità nel cuore di Roma. Quattro giorni la settimana, per un massimo di 380 persone al giorno: “Esperienza nuova, più intima”

L’Adagietto della sinfonia n°5 di Gustav Mahler nel video prodotto dalla soprintendenza speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma all’indomani della chiusura di tutti i monumenti per l’emergenza sanitaria rendeva bene lo stato d’animo di tutto il personale, dalla soprintendente all’ultimo addetto, che da un giorno all’altro ha dovuto chiudere le porte ai visitatori. Ma quell’arrivederci con l’impegno ad “accudire” il patrimonio nel silenzio degli spazi culturali era un segnale di speranza. La soprintendenza speciale di Roma, diretta dal soprintendente speciale Daniela Porro, ha lavorato incessantemente per mettere a punto il piano strategico e consentire ai visitatori di fruire nella maniera più ampia possibile dell’area archeologica e del parco reso ancora più affascinante dopo tre mesi di chiusura obbligata. I dispositivi di sicurezza sono stati allestiti, il termoscanner è stato installato all’ingresso, i percorsi sono stati stabiliti per garantire la salvaguardia della salute: tutto è stato preparato per riaprire sabato 13 giugno 2020 i varchi di accesso alle Terme di Caracalla, un’oasi di bellezza e maestosità nel cuore di Roma.

Una veduta delle monumentali Terme di Caracalla a Roma (foto SSABAP-Roma)

Alle 9 in punto di sabato 13 giugno 2020, dopo oltre tre mesi, i cancelli delle Terme di Caracalla si sono riaperti per accogliere i primi visitatori con i nuovi percorsi rimodulati alla luce delle misure di sicurezza anti Covid-19. Un obiettivo importante per la soprintendenza speciale di Roma diretta dal soprintendente speciale Daniela Porro. “Le Terme di Caracalla tornano a essere il luogo della bellezza e del benessere di Roma”, dichiara il soprintendente Daniela Porro. “Non solo un sito archeologico tra i più importanti e imponenti della Capitale, ma anche un parco verde e lussureggiante, dove poter godere insieme di cultura e quiete. Le Terme spalancano di nuovo le loro porte all’insegna della sicurezza, rivolgendosi ancora di più ai romani e a tutti coloro che desiderano conoscerne il fascino eterno”. E il direttore del sito, Marina Piranomonte: “È un modo nuovo per visitare le Terme, per godere di questo luogo magico in una dimensione più intima e rarefatta. Un’occasione per i visitatori di apprezzare ogni dettaglio delle maestose architetture, dei raffinati mosaici, dei celebri giardini e degli spazi solenni e carichi di storia”.

Il percorso “a senso unico” previsto per le visite delle Terme di Caracalla nel dopo Covid-19 (foto SSABAP-Roma)

Indossando mascherine e rispettando il distanziamento fisico di un metro i visitatori tornano ad essere i benvenuti nel più grande complesso termale dell’antichità giunto fino a noi. In questa fase di ripartenza il complesso archeologico è aperto quattro giorni a settimana dal giovedì alla domenica con orario prolungato dalle 9 alle 19.15, ultimo ingresso alle 18.30 (i biglietti potranno essere acquistati esclusivamente on line sul sito http://www.coopculture.it) per godere al massimo del parco e immergersi nell’area monumentale e scoprirne angoli segreti e preziosi mosaici. È possibile accedere alle Terme in gruppi contingentati di massimo 10 persone ogni 15 minuti consentendo l’ingresso a 40 visitatori ogni ora. Nell’arco della giornata potranno entrare un massimo di 380 persone e, vista la grandezza dell’area del giardino, i visitatori potranno fermarsi tra le aiuole progettate da Rodolfo Lanciani a inizio Novecento e godere della bellezza della natura delle Terme di Caracalla oltre che ammirare l’opera contemporanea di Michelangelo Pistoletto “Il terzo Paradiso” senza preoccuparsi del tempo che scorre. Il percorso obbligato nell’area archeologica vera e propria è invece contingentato. Dunque meno di 400 visitatori al giorno. Ben altri sono i numeri a cui il complesso termale era abituato nell’antichità quando poteva accogliere fino a 8000 persone al giorno oppure, in tempi recenti, gli oltre 250mila turisti all’anno. Come ha sottolineato il direttore del monumento Marina Piranomonte “le vestigia delle Terme di Caracalla ci insegnano il valore della resilienza e la loro capacità di adattarsi alle vicende della storia e a resistere. Le visite in questo nuovo contesto saranno molto più intime, quasi contemplative dando la possibilità a chi verrà alle Terme di Caracalla di immergersi nella silente maestosità delle sue architetture. Un’esperienza nuova per tutti anche e soprattutto per i romani che potranno riscoprire una parte importante della loro storia e della loro città. Abbiamo tutti bisogno di riconciliarci in qualche modo con l’antichità e le terme di Caracalla vi aspettano”.

Veduta aerea del complesso delle Terme di Caracalla a Roma (foto Mibact)

“Le Thermae Antoninianae”, spiegano in soprintendenza speciale, “un complesso straordinario per dimensioni e decorazioni, rappresentano uno dei grandi edifici imperiali meglio conservati dell’antichità. Furono costruite nella parte meridionale di Roma su iniziativa dell’imperatore Marco Aurelio Antonino Bassiano, detto Caracalla, figlio di Settimio Severo, che inaugurò l’edificio centrale nel 216 d.C. La pianta rettangolare è tipica delle “grandi terme imperiali”: non solo un edificio per il bagno, lo sport e la cura del corpo, ma anche un luogo per il passeggio e lo studio. Il blocco centrale, quello destinato propriamente alle Terme, è disposto su un unico asse lungo il quale si aprono in sequenza il calidarium, il tepidarium, il frigidarium e la natatio. Ai lati, disposti simmetricamente e raddoppiati, le due palestre e gli spogliatoi. Nel recinto che circonda l’area centrale erano presenti le cisterne e le due biblioteche simmetriche, a Sud, due grandi esedre, a Ovest e a Est, e gli accessi principali e le tabernae inserite nello spazio perimetrale, Nord. I sotterranei erano il fulcro della vita del complesso, il luogo in cui lavoravano centinaia di schiavi e di operai specializzati in grado di far funzionare l’ingegnosa macchina tecnologica delle Terme. Conservati per circa due chilometri, i sotterranei erano un dedalo di gallerie carrozzabili dove si trovavano oltre ai depositi di legname, l’impianto di riscaldamento, costituito da forni e caldaie, un impianto idrico, un mulino e il Mitreo, uno dei più grandi conservati nella città di Roma, in cui è ancora oggi riconoscibile la fossa sanguinis, probabilmente utilizzata per i rituali di iniziazione degli adepti del culto. Il Mitreo è parte integrante del complesso termale e denota la forte vicinanza della famiglia dei Severi ai culti di origini orientali”. In attesa di una visita “dal vivo”, eccone una virtuale con un video realizzato per il Natale di Roma, lo scorso 21 aprile 2020, dalla soprintendenza speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma: una visita guidata comodamente da casa alle maestose Terme di Caracalla.

 

Archeologia medievale. A cinque anni dalla scoperta del più grande cimitero medievale ebraico noto in Italia, esce il libro “Il cimitero ebraico medievale di Bologna: un percorso tra memoria e valorizzazione” a cura di Curina e Di Stefano

Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

Anello d’oro recuperato dagli scavi del cimitero ebraico medievale di Bologna (foto Roberto Macrì)

Soppresso 450 anni fa, col tempo se n’erano perse le tracce del cimitero ebraico medievale di Bologna, citato dalle fonti storiche e documentarie, anche se una tradizione popolare non ha mai dimenticato la presenza degli “orti degli ebrei”. Ci ha pensato l’archeologia. Tra il 2012 e il 2014 l’area di via Orfeo a Bologna è stata oggetto di ricerche archeologiche che hanno individuato il cimitero ebraico medievale, il più grande finora noto in Italia con le sue 408 sepolture, il quale è stato oggetto e punto di partenza di un progetto di valorizzazione del patrimonio culturale ebraico del capoluogo felsineo. “È la più vasta area cimiteriale medievale mai indagata in città, testimone di eventi che hanno radicalmente mutato la storia e la vita di una parte della popolazione bolognese tra il XIV e il XVI secolo. Per 176 anni è stato il principale luogo di sepoltura degli ebrei bolognesi ma dopo le bolle papali della seconda metà del Cinquecento -che autorizzano la distruzione dei cimiteri ebraici della città- sopravvive per secoli solo nel toponimo di Orto degli Ebrei”, avevano raccontato alla presentazione della scoperta Renata Curina e Valentina Di Stefano, archeologhe della soprintendenza, e Laura Buonamico di Cooperativa Archeologia, che hanno seguito le ricerche archeologiche (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/02/archeologia-medievale-scoperto-in-via-orfeo-a-bologna-il-cimitero-ebraico-soppresso-450-anni-fa-con-le-sue-408-sepolture-e-il-piu-grande-ditalia-e-il-secondo-in-europa-sara-il-fulcro-di-un/).

Il sepolcreto si colloca nei pressi del monastero di San Pietro Martire, nell’isolato compreso tra via Orfeo, via de’ Buttieri, via Borgolocchi e via Santo Stefano (foto Sabap – Bo)

Il sepolcreto si colloca nei pressi del monastero di San Pietro Martire, nell’isolato compreso tra via Orfeo, via de’ Buttieri, via Borgolocchi e via Santo Stefano. “Le fonti d’archivio riportano che quest’area fu acquistata nel 1393 da un membro della famiglia ebraica dei Da Orvieto (Elia ebreo de Urbeveteri)”, spiegano le tre archeologhe, “per poi essere lasciata in uso agli ebrei bolognesi come luogo di sepoltura. Questa funzione permane fino al 1569, quando l’emanazione di due Bolle Papali condanna le persone di religione ebraica ad abbandonare le città dello Stato Pontificio e ad essere cancellate dalla memoria dei luoghi dove avevano vissuto e operato. Uno degli effetti più violenti di queste persecuzioni è l’autorizzazione a distruggere i cimiteri e a profanare le sepolture ebraiche presenti in città. Una damnatio memoriae che riesce solo in parte visto che negli atti e registri degli anni seguenti, ma soprattutto nella consuetudine orale, quell’area continua ad essere indicata come Orto degli Ebrei”.

Preziosi anelli rinvenuti nell’area del cimitero ebraico di via Orfeo

La copertina del libro di Renata Curina e Valentina Di Stefano “Il cimitero ebraico medievale di Bologna: un percorso tra memoria e valorizzazione”

L’analisi dei dati archeologici condotta dalla soprintendenza, lo studio antropologico sugli inumati effettuato dall’università di Bologna e la costante collaborazione della Comunità Ebraica Bolognese – il tutto con il sostegno della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna – hanno aperto la strada a un processo di conoscenza più sistematico su periodi e aspetti della storia di Bologna, delle sue tradizioni e delle abitudini di vita dei suoi abitanti. Ora, a pochi anni da questa eccezionale scoperta e grazie al contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, esce il volume curato dalle archeologhe Renata Curina e Valentina Di Stefano “Il cimitero ebraico medievale di Bologna: un percorso tra memoria e valorizzazione” che viene presentato giovedì 11 luglio 2019, alle 17, nel Salone d’Onore di Palazzo Dall’Armi Marescalchi, via IV Novembre n. 5 a Bologna, sede della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Intervengono: Giusella Finocchiaro, presidente Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna; Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia, belle arti e Paesaggio di Bologna; Daniele De Paz, presidente Comunità Ebraica di Bologna; Alberto Sermoneta, rabbino capo Comunità Ebraica di Bologna; Sauro Gelichi, università Ca’ Foscari Venezia; Daniela Rossi, soprintendenza speciale Archeologia, belle arti e Paesaggio di Roma. Il volume, tredicesimo della collana DEA, Documenti ed Evidenze di Archeologia, della soprintendenza, documenta gli studi e le ricerche effettuate nell’ultimo lustro e offre abbondante materia di riflessione per individuare modalità di restituzione della memoria e di valorizzazione di questo importante patrimonio culturale ebraico di Bologna.

La locandina della mostra “LA CASA DELLA VITA. Ori e Storie intorno all’antico cimitero ebraico di Bologna”

Per gli interessati, fino al 6 gennaio 2020 è allestita al MEB – Museo Ebraico di Bologna in via Valdonica 1/5 a Bologna la mostra “La Casa della Vita. Ori e Storie intorno all’antico cimitero ebraico di Bologna”, visitabile da domenica a giovedì, dalle 10 alle 17.30, venerdì (dalle 10 alle 15.30), chiusa sabato e festività ebraiche. “La Casa della Vita” o Beth ha-Chaim è uno dei modi con cui gli ebrei indicano tradizionalmente il cimitero (Beth ha-kevaroth): “… ti ho posto davanti la vita e la morte … scegli dunque la vita, onde tu viva, tu e la tua progenie” Deuteronomio (30,19). La mostra consente di ripercorrere, in modo globale e sistematico, la storia di una minoranza, dei suoi usi, della sua cultura e delle sue interazioni con la società cristiana del tempo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/06/19/bologna-ad-alcuni-dalla-scoperta-in-citta-del-piu-importante-cimitero-ebraico-finora-noto-in-italia-apre-la-mostra-la-casa-della-vita-ori-e-storie-intorno-allantico-cimitero-ebrai/).

Ginnasio ellenistico (Al Fayoum, Egitto), piccola Pompei (Vienne, Francia), il più antico porto di una città sumerica (Abu Tbeirah, Iraq), Domus del Centurione (Roma, Italia), città romana sommersa (Hammamet, Tunisia): sono le cinque scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 4ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Aperto il voto popolare. La premiazione alla XXI Bmta

Alla Bmta di Paestum l’international archaeological discovery Award intitolato a Khaled al-Asaad

Il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum (Egitto), la piccola Pompei di Vienne (Francia), il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah (Iraq), la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma (Italia), e la città romana sommersa nel golfo di Hammamet (Tunisia), sono le cinque scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 4ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo, che sarà consegnato a Paestum il 16 novembre in occasione della XXI BMTA, dal 15 al 18 novembre 2018, alla presenza di Fayrouz, figlia di Khaled al-Asaad. Lo hanno annunciato i promotori, Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla quarta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale. Il Premio sarà assegnato alla prima scoperta archeologica classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata, che indicherà cinque scoperte in ordine di preferenza, tutte avvenute nell’anno precedente. La somma delle indicazioni di ogni testata determinerà l’assegnazione del riconoscimento. Sarà attribuito, inoltre, uno “Special Award” alla scoperta archeologica che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico) nel periodo 18 luglio – 18 ottobre. E allora cerchiamo di conoscere meglio queste scoperte archeologiche.

Il ginnasio ellenistico scoperto nei pressi dell’oasi di al-Fayyum in Egitto

Egitto: il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum. Presso Al Fayoum, l’oasi più grande dell’Egitto, nota come “il giardino dell’Egitto”, a 130 km a sud-ovest del Cairo, nell’antico villaggio di Philoteris, l’odierna oasi di Madinat Watfa vicino al Qarun Lake, archeologi tedesco-egiziani del Fayum Survey Project hanno rinvenuto il primo ginnasio ellenistico conosciuto in Egitto. La presenza di gymnasia in Egitto era già attestata da fonti scritte, soprattutto nei papiri tolemaici, ma non se n’era mai trovata traccia. Gli scavi hanno portato in luce elementi architettonici riconducibili a una pista da corsa, una palestra, ma anche giardini e altri luoghi di ritrovo. “Il ginnasio”, spiega Aymen Ashmawi, capo del dipartimento delle Antichità dell’Antico Egitto al ministero delle Antichità, “comprendeva una grande sala riunioni, allora con tante statue, una sala da pranzo e un cortile. La pista da corsa era quasi di 200 mt, per le tipiche gare di 180 metri negli stadi. Intorno all’edificio sontuosi giardini”. E Cornelia Römer, responsabile degli scavi per conto dell’Istituto Archeologico Germanico (DAI) aggiunge: “Questi ginnasi erano finanziati privatamente da persone ricche, desiderosi che i loro villaggi diventassero ancora più greci. In questi luoghi i giovani greci dell’alta società si allenavano negli sport, imparavano a leggere e scrivere, e godevano di discussioni filosofiche”. Questa sensazionale scoperta, prima nel suo genere, mostra chiaramente l’impatto che la vita greca ebbe in Egitto; Alessandro Magno fu il primo a introdurla in Egitto e in seguito migliaia di coloni greci vi giunsero attratti dal nuovo regno tolemaico, che prometteva pace e prosperità.

A Vienne, in Francia, è stata scoperta una città romana del I sec. d.C. distrutta da incendi come Pompei

Francia: una piccola Pompei a Vienne. Il ritrovamento di una città romana, di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici e statue monumentali e uffici pubblici, frequentata per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi, è avvenuto nelle vicinanze di Vienne, sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione, capitale dei Galli. Per Benjamin Clement, l’archeologo ricercatore associato al Laboratorio ArAr, Archéologie et Archéométrie, che guida i lavori, “è senza dubbio lo scavo di un sito romano più importante degli ultimi 40 o 50 anni”. La città di Vienne, già famosa per il suo teatro romano e per un tempio, fu un importante nodo nella strada che collegava la Gallia settentrionale con la provincia della Gallia Narbonensis, la Francia meridionale di oggi. Il sito è stato scoperto nell’aprile 2017, in seguito all’inizio di lavori di costruzione per un complesso abitativo. Molti degli oggetti si sono presentati, non solo in ottimo stato di conservazione, ma in quello stato di razionalità nel disordine, di ambiente pietrificato da un istante all’altro, proprio di un sito abbandonato all’improvviso per un’emergenza. Ecco perché, insieme alla tipologia degli ambienti ritrovati, è stata fatta la similitudine con la città devastata dall’eruzione vesuviana. Tra i ritrovamenti un’imponente casa dei Baccanali, all’interno della quale c’è una pavimentazione a mosaico che mostra una processione di menadi e satiri; e in un’altra area un bellissimo mosaico dipinge Talia, musa protettrice della commedia, rapita dal dio-satiro Pan; c’è poi un grande edificio pubblico con una fontana monumentale, una struttura atipica per i tempi, molto probabilmente la Schola di retorica e/o di filosofia, che gli studiosi sanno venisse ospitata a Vienne.

Nel tell di Abu Tbeirah in Iraq è stato scoperto il più antico porto di una città sumerica

Iraq: il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah. La scoperta di un porto risalente al III millennio a.C. nella parte Nord-Ovest del tell di Abu Tbeirah (di 130×40 mt circa, vicino all’antica linea di costa del golfo arabico, una posizione importante all’interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare) da parte della missione archeologica italo-irachena, diretta da Franco D’Agostino e Licia Romano dell’università La Sapienza di Roma, scrive un nuovo capitolo della storia della Mesopotamia, superando l’immaginario comune che identifica le antiche città attorniate da distese di campi di cereali, irrigati da canali artificiali. Le città sumeriche erano tutte organizzate attorno al polo templare/palatino e collegate tra di loro tramite canali, dotate per questo di un porto che consentisse la gestione dei contatti e dei commerci. Il porto è un bacino artificiale, una zona più depressa, circondata da un massiccio terrapieno con un nucleo di mattoni d’argilla, con due accessi che lo mettevano in comunicazione con la città e che sono chiaramente visibili anche dalle immagini satellitari di Google. Si tratta del porto più antico sinora scavato in Iraq, visto che le uniche testimonianze di strutture portuali provengono da Ur, di duemila anni più tarde. La connessione del sito con le paludi sumeriche non esclude che il porto non fosse deputato esclusivamente alla funzione di ormeggio delle barche e di gestione dei commerci con le altre città, ma anche riserva d’acqua e immensa vasca di compensazione delle piene del fiume, nonché fulcro di varie attività dell’insediamento connesse all’utilizzo della risorsa idrica. La scoperta apre nuovi scenari di ricerca sulla vita delle città del sud della Mesopotamia, ma anche sulle ragioni del loro abbandono. La forte connessione con le paludi del delta, quindi con un ambiente estremamente sensibile ai cambiamenti climatici e al regime delle precipitazioni, potrebbe chiarire i motivi della riduzione e poi scomparsa dell’insediamento di Abu Tbeirah alla fine del III millennio a.C., un momento in cui in diverse parti del mondo si registra un cambiamento climatico importante, il cosiddetto 4.2 ka BP event, cioè un evento di 4200 anni fa.

I lavori per la Metro C a Roma hanno portato alla luce la Domus del Centurione

Italia: la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma. Mosaici in bianco e nero suggestivi, pavimenti di ardesia e marmo bianco, pitture sulle pareti, i resti di una fontana. Tutto questo è stato rinvenuto a dodici metri di profondità, nel corso degli scavi del cantiere della Metro C. Si tratta di una scoperta straordinaria in un’area, nei pressi della stazione della metropolitana di Amba Aradam, che dalla primavera del 2016 restituisce strutture legate al mondo militare. Il rinvenimento più recente, è stato definito la Casa del Comandante. Dagli scavi sono riemersi mosaici bianchi e a figure nere, geometrie, alberi, un satiro e un amorino, che lottano o danzano sotto un tralcio d’uva, un uccello su un ramo e perfino un’antica fontana, e due edifici della caserma con i dormitori dei soldati imperiali. La struttura potrebbe aver ospitato le milizie speciali, ovvero, i servizi segreti dell’imperatore. Per gli archeologi, Simona Morretta e Rossella Rea, della soprintendenza speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, guidata da Francesco Prosperetti, il rinvenimento sarebbe parte integrante del complesso militare, risalente agli inizi del II secolo d.C., nel pieno dell’età adrianea. Protagonista della scoperta è la Domus del Comandante della caserma, un edificio rettangolare di circa 300 mq, in cui sono riconoscibili i gradini di accesso al corridoio, il pavimento di opus spicatum (i mattoncini a spina di pesce tipici dell’epoca), le 14 stanze intorno a una sorta di cortile centrale, i resti di una fontana con vasche, arricchita, probabilmente, da sculture decorative. Incredibili i pavimenti a quadrati di marmo bianco e ardesia, in opus sectile, e intorno le pareti decorate con intonaci colorati o bianchi. Una delle stanze doveva essere riscaldata alla luce del rinvenimento delle suspensurae, pile di mattoni che formavano un’intercapedine per il passaggio dell’aria calda. Lo scavo ha riportato alla luce anche i resti di una scala realizzata successivamente per salire al piano superiore che ospitava, probabilmente, uffici o altri dormitori di soldati. Inoltre, è stata individuata un’area di servizio con pavimenti in mattoncini, vasche, canalizzazioni dell’acqua e una soglia in travertino, destinata ad accogliere le merci da conservare, e ancora, oggetti di uso comune come anelli d’oro, un manico d’avorio intarsiato di un pugnale, amuleti e i bolli laterizi che hanno consentito di datare i resti. I due nuovi edifici, come il dormitorio dei soldati, furono abbandonati e poi rasati a un metro e mezzo di altezza dopo la metà del III secolo, quando nel 271 si cominciarono a costruire le fortificazioni delle Mura Aureliane. L’importanza della scoperta si deve alla complessità e allo stato di conservazione dei CASTRA, nonché alla loro posizione, che integra tutta la cintura di edifici militari rinvenuta tra il Laterano e il Celio, un vero e proprio quartiere militare. I resti sono stati smontati e saranno rimontati all’interno della stazione museo, definita “la stazione archeologica della metropolitana più bella del mondo”.

Nel golfo di Hammamet in Tunisia sotto il mare è stata scoperta una città romana

Tunisia: una città romana sommersa nel golfo di Hammamet. Una città romana sommersa, Neapolis, con il suo reticolo di cardi e decumani che si estende per circa 20 ettari sotto il mare del Golfo di Hammamet in Tunisia è stata scoperta da archeologi sardi, tunisini e algerini, nell’ambito della nona di una serie di missioni archeologiche iniziate nel 2010 da parte del Consorzio Uno per gli studi universitari di Oristano, gli archeologi Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu del dipartimento di Storia, Scienze dell’uomo e della Formazione dell’università di Sassari e il professor Mounir Fantar dell’INP Institut National du Patrimoine di Tunisi. L’area è una sorta di zona industriale della già ben nota Colonia Iulia Neapolis ed è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di vasche, dove si procedeva alla salagione di grandi quantità di pesce (in particolare sardine ma anche piccoli tonni), che venivano sistemate all’interno di anfore di terracotta, caricate sulle navi per vari paesi del Mediterraneo. L’avventura era cominciata nel 2009 sulla base di una proposta del professor Zucca, che dopo aver studiato la Neapolis sarda, di fronte al Golfo di Oristano, mirava a studiare anche la gemella e omonima città africana. I rilievi anche subacquei e aerei eseguiti nel corso della missione appena conclusa hanno permesso di completare la planimetria della città sommersa, che rappresenta circa un terzo dell’intera Colonia Iulia Neapolis. Grazie alla scoperta di un grosso frammento di lastra calcarea utilizzata per una iscrizione plateale, la missione ha anche permesso di individuare, tra le rovine della città di terraferma, quella che potrebbe essere la 27a piazza forense romana (la 4a in territorio africano) con il suo tempio dedicato a Giove Capitolino, la sua Curia e la sua Basilica giudiziaria. Un rovinoso terremoto avvenuto più o meno a metà del IV secolo d.C. avrebbe sommerso proprio quella parte della città, aspetti attualmente da svelare anche con la partecipazione di archeosismologi e geomorfologi subacquei.

Roma, le Terme di Caracalla sono il primo sito archeologico italiano interamente visitabile in 3D con il progetto “Caracalla IV dimensione”. Con speciali visori il complesso severiano riacquista tutta la magnificenza degli ambienti, con le immagini reali di colonne, statue, fontane disperse nelle piazze e nei palazzi nobiliari di tutta Italia. A cominciare dal Toro Farnese oggi al Mann

Il complesso monumentale delle Terme di Caracalla realizzate a Roma nel 216 d.C.

Se dico “Toro Farnese”, la risposta è facile: “Museo Archeologico nazionale di Napoli”.  Il gruppo scultoreo ellenistico in marmo, la più grande scultura dell’antichità mai ritrovata, è infatti uno dei simboli del Mann. Ma l’opera colossale non proviene dall’area vesuviana, come molti capolavori lì esposti, ma da Roma. Anzi, per la precisione dalle Terme di Caracalla. E c’è anche un’ipotesi formulata dagli archeologi che “Il supplizio di Dirce”, più noto come “Toro Farnese”, non sia un capolavoro ellenistico ma di epoca imperiale, realizzato appositamente per le terme. Il gruppo fu rinvenuto nelle terme di Caracalla nel 1545 durante gli scavi commissionati da papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, per recuperare antiche sculture per abbellire la sua residenza di Palazzo Farnese. Il gruppo scultoreo, insieme al resto della collezione di antichità Farnese, fu prima ereditato da Carlo Borbone, figlio di Elisabetta, ultima discendente dei Farnese, e poi trasferita a Napoli per volontà di Ferdinando IV di Borbone nel 1788, quando si ultimò il trasferimento della raccolta nella capitale del Regno. E nel 1826,  il Toro Farnese passò dalla villa reale al museo archeologico, dove si trova tuttora. Ma le centinaia di migliaia di visitatori che in questi anni hanno ammirato le imponenti vestigia romane, non solo non hanno trovato nella Palestra grande il Toro Farnese, ma si sono trovati di fronte un monumento che nei secoli ha subito saccheggi e spoliazioni, tanto da rendere talora difficile la lettura delle rovine ai meno esperti. Ora non più.

Marmi preziosi, colonne, capitelli nella ricostruzione virtuale 3D delle Terme di Caracalla a Roma

Francesco Antinucci del Consiglio nazionale delle Ricerche

Dal 20 dicembre 2017 è possibile il tour in 3D delle terme di Caracalla con il progetto “Caracalla IV Dimensione”, promosso dalla soprintendenza Speciale Archeologia, belle arti e paesaggio di Roma e da CoopCulture, che lo ha finanziato con un investimento di 100 mila euro, e a cui ha collaborato per l’ideazione tecnologica Francesco Antinucci del Consiglio nazionale delle Ricerche. Il complesso, inaugurato dall’imperatore Caracalla della dinastia dei Severi nel 216 d.C., è il primo sito archeologico italiano interamente visitabile in 3D, con la possibilità di leggere e interpretare le grandiose vestigia delle Terme degli imperatori della dinastia dei Severi, in un continuo confronto tra realtà fisica e quella virtuale, tra presente e passato, attraverso un visore che riproduce i luoghi dove si trova il visitatore con una prospettiva immersiva. Dopo la riapertura di Santa Maria Antiqua nel 2015, i nuovi allestimenti della Domus Aurea nel 2016, l’illuminazione della tomba di Giulio II a San Pietro in Vincoli e il progetto dei luoghi segreti del Palatino e del Foro Romano nel 2017, per la soprintendenza speciale di Roma le terme di Caracalla rappresentano una nuova tappa nella promozione delle nuove tecnologie per la più ampia valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico romano. Il costo delle visite con la video guida virtuale è di 7 euro che si aggiungono al prezzo del biglietto (intero 8 euro). La prenotazione (consigliata) è di 2 euro.

Il famoso gruppo scultoreo del Toro Farnese “ricollocato” virtualmente nella Palestra grande delle Terme di Caracalla

Turisti con gli speciali visori alle Terme di Caracalla

Il soprintendente Francesco Prosperetti

Le Terme di Caracalla tornano a vivere e a raccontarsi ai turisti, grazie a un visore di ultimissima generazione che permette di visitarle vedendole ricostruite in tutta la magnificenza degli ambienti, con le immagini reali di colonne, statue, fontane che soprattutto nel Rinascimento sono state disperse nelle piazze e nei palazzi nobiliari di tutta Italia: le acque dell’immensa Natatio tornano a muoversi, cristalline, tra marmi preziosi, colonne, capitelli; lo splendore dell’immensa sala del Frigidarium ritrova le magnifiche volte alte più di cinquanta metri, i lucidi pavimenti intarsiati e la grande fontana rossa; la superba palestra con la grande statua del Toro Farnese, dopo secoli sembra magicamente tornata al suo posto. E presto il progetto verrà esteso al Mann di Napoli, il museo che oggi ospita nelle sue sale il gruppo scultoreo del Toro Farnese e altri elementi decorativi provenienti dal complesso termale romano. “Così anche al Mann”, spiega la presidente Coopculture Giovanna Barni, “i visitatori potranno vedere i capolavori dell’arte antica ricollocati nel luogo per il quale erano nati”. “Abbiamo realizzato qualcosa di meglio di una audio guida. In pratica la possibilità per tutti di fare un viaggio a ritroso nel tempo”, sottolinea il soprintendente Francesco Prosperetti. “Grazie alla tecnologia dotiamo le Terme di Caracalla di un indispensabile supporto per consentire al visitatore di vedere non solo gli spazi, ma anche gli strabilianti apparati e gruppi scultorei che decoravano gli ambienti antichi. Ma per Caracalla abbiamo voluto di più, abbiamo ibridato la realtà virtuale aggiungendo cioè immagini vere, riprodotte in tre dimensioni, di statue, oggetti e particolari architettonici che oggi non sono più in situ, e che tornano a Caracalla grazie a questo progetto innovativo”. Si parte in via quasi sperimentale con 30 visori, sottolinea la presidente di Coopculture, ma l’idea è di arrivare ai mesi più caldi e quindi più frequentati, con una dotazione molto più ampia, alla quale si potrebbero aggiungere nel tempo anche game e mappe digitali. “Caracalla IV Dimensione” è il frutto di un meticoloso lavoro storico e scientifico fatto in collaborazione da soprintendenza speciale di Roma e Cnr che hanno ripercorso gli studi degli ultimi trent’anni.  Entusiasta Marina Piranomonte, direttrice delle Terme di Caracalla, archeologa, da trent’anni alle prese con tutti i misteri del sito: “La biblioteca l’ho scavata nel 1987. Allora una tecnologia così non era nemmeno pensabile, l’unica cosa erano i disegni. Oggi con questo lavoro, trent’anni di studio e di ricerca diventano patrimonio di tutti”.

La magnificenza delle terme di Caracalla ricostruite in 3D grazie alle informazioni degli archeologi

Sei delle dieci tappe previste dal tour sono virtuali

La nuova visita delle terme di Caracalla è articolata in dieci tappe di cui sei con la realtà virtuale. Ci si muove tra i diversi ambienti, confrontando lo stato attuale con la ricostruzione storicamente meticolosa dell’aspetto originale, e scoprendo via via particolari che in una visita normale, guida cartacea alla mano, sono certamente più difficili da cogliere, compresi i pavimenti a mosaico che in larghi frammenti si sono conservati, alcuni con colori ancora incredibili. E se certo è impossibile tornare ad ammirare per esempio tutte le 156 statue che nel III secolo d.C. adornavano le altrettante nicchie ricavate sulle pareti di palestre, biblioteca, frigidarium e calidarium, così come non si sono potute ricostruire virtualmente le opere perdute, la sensazione di entrare all’interno di ambienti oggi scoperchiati dal tempo e scarnificati da intemperie e saccheggi è davvero molto coinvolgente. “La cosa più importante che pensiamo di avere ottenuto è l’effetto di comprensione delle strutture antiche”, conclude Antinucci: “Il progetto ha reso portabile la realtà virtuale e si avvale di una tecnologia sostenibile, facile da gestire e facile da usare per ogni tipo di turista”.