Archivio tag | soprintendenza Speciale Archeologia belle arti e paesaggio di Roma

Roma. Scoperto in piazza Pitagora nel quartiere Parioli un tratto di strada basolata: getta luce sul percorso della Salaria Vetus

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Roma: piazza Pitagora nel quartiere Parioli. Scoperto tratto di strada basolata. Veduta da drone (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

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Tomba romana scoperta in piazza Pitagora nel quartiere Parioli a Roma (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

In piazza Pitagora nel quartiere Parioli di Roma riportati alla luce un tratto di una strada basolata, verosimilmente pertinente alla via Salaria Vetus, e una tomba di età romana. La scoperta durante le indagini archeologiche condotte sotto la direzione della soprintendenza Speciale di Roma nell’ambito dei lavori per la realizzazione della nuova linea in cavo interrato Nomentana-Villa Borghese.

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Il tratto di strada basolata scoperto in piazza Pitagora nel quartiere Parioli a Roma (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

Gli scavi, con la direzione scientifica di Fabrizio Santi, archeologo della soprintendenza Speciale di Roma, coadiuvato da Alba Casaramona e Leandro Lentini, e condotti sul campo dagli archeologi Cesare Baglieri, Angela Conti e Viviana Petraroli della Tethys srl, sono ancora in corso di svolgimento e finalizzati alla corretta individuazione dei reperti antichi, alla loro tutela e a raccogliere dati e informazioni scientifiche, permettendo la prosecuzione dell’opera il più rapidamente possibile.

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Roma: piazza Pitagora nel quartiere Parioli. Scoperto tratto di strada basolata. Veduta da drone (foto fabio caricchia / ssabap-roma)

“Ancora una volta abbiamo la possibilità di assistere a un ritrovamento di grande rilievo”, ha dichiarato il soprintendente speciale Daniela Porro. E l’archeologo Fabrizio Santi: “Gli studiosi moderni hanno a lungo dibattuto sul percorso della Salaria Vetus: c’è chi ipotizza che, costeggiando la collina dei Parioli in direzione della via Flaminia, proseguisse fino al Tevere, altri invece ritengono che, all’altezza dell’attuale via Rossini all’incrocio con via dei Cavalieri, piegasse verso l’antico centro latino di Antemnae, l’attuale monte Antenne. Questo rinvenimento è importante perché ci aiuta a gettare luce sul tracciato di questa via romana”.

Roma. Alle Terme di Caracalla due sabati con “Muses”: quattro performance contemporanee ispirate al sito archeologico, al suo passato e ai suoi spazi monumentali. Gli spettacoli sono inclusi nel costo del biglietto

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Alle Terme di Caracalla torna “Muses”, progetto di Artestudio in collaborazione con la Soprintendenza Speciale di Roma (foto ssabap-roma)

Il 22 e il 29 ottobre 2022 si rinnova l’appuntamento con Muses alle Terme di Caracalla: un progetto di Artestudio in collaborazione con la Soprintendenza Speciale di Roma, che proporrà gratuitamente ai visitatori quattro performance contemporanee ispirate al sito archeologico, al suo passato e ai suoi spazi monumentali. Le quattro azioni sceniche evocano fin dai titoli il passato dell’impianto termale. Il tema delle performance è proprio quello di proporre un viaggio per suggerire al visitatore lo spazio/tempo originale delle Terme di Caracalla, quando migliaia di cittadini romani ogni giorno le affollavano, impegnati nelle più diverse occupazioni. Gli spettacoli sono inclusi nel costo del biglietto di ingresso delle Terme di Caracalla. Gli orari di ingresso sono dalle 9.00 alle 18.30 ultimo ingresso alle 17.30

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Alle Terme di Caracalla torna “Muses”, progetto di Artestudio in collaborazione con la Soprintendenza Speciale di Roma (foto maria sandrelli)

Sabato 22 ottobre 2022, alle 15: “BESSALES” a cura di Alba Bartoli. Durata 20’ circa. Misurare lo spazio con la misura dei piedi, la stessa misura dei mattoni delle TERME. La performance intende il restauro, i ritrovamenti, come metafora della vicenda umana al tempo della complessità dove gli artisti – e il pubblico – non sono soltanto ospiti, ma indagatori di quel flusso che trattiene passato e futuro. Con la compagnia Ferrovie Cucovaz. Alle 16: “FRIGIDARIUM” a cura di Cosimo Distrutto. Durata 20’ circa. Un complesso unico al mondo. Uno dei luoghi più rappresentativi. La performance intende proporre una mappatura, un’ispezione dello spazio: mettersi in ascolto delle migliaia di persone che frequentavano le terme, riproporne nei gesti degli artisti convocati l’andirivieni degli ospiti. Il tema del passare nei luoghi del sito archeologico come memoria del nostro passaggio sulla Terra. Con la compagnia Il Cimitero delle bottiglie.

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Alle Terme di Caracalla torna “Muses”, progetto di Artestudio in collaborazione con la Soprintendenza Speciale di Roma (foto maria sandrelli)

Sabato 29 ottobre 2022, alle 15: “PALESTRA” a cura di Alba Bartoli. Durata 20’ circa. I frequentatori delle Terme impegnati nei loro esercizi. In controluce la nostra memoria di esseri viventi, abitanti di luoghi costruiti utili come pure a simbolo della avventura umana. Da lontano l’eco del teatro classico come elemento propiziatore di quel doppio sguardo sull’esistenza. Con la compagnia Ferrovie Cucovaz. Alle 16: “ELIOGABALO” a cura Cosimo Distrutto. Durata 20’. In questo caso la performance è dedicata ad un personaggio che non solo seguita la costruzione delle Terme, ma che rappresenta un esempio di metissage culturale e infine, ci ricorda l’opera di Antonin Artaud. Una traccia per gli artisti in scena per intraprendere un viaggio nel più misterioso degli avvenimenti umani: il proprio nome. Con la compagnia Il Cimitero delle bottiglie.

Roma. Apertura straordinaria dell’area archeologica di Grottarossa al VI miglio della via Flaminia che presenta una grande concentrazione di edifici funerari

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Area archeologica di Grottarossa sulla via Flaminia: un mausoleo “a torre” (I secolo a. C.-I secolo d. C.), trasformato in fortilizio a controllo del Tevere nel Medioevo (foto ssabap-roma)

Visite guidate e aperture straordinarie a settembre nei luoghi più affascinanti della via Flaminia. Con una vera novità per settembre 2022: l’apertura straordinaria dell’area archeologica di Grottarossa. La Soprintendenza Speciale di Roma, diretta da Daniela Porro, ha infatti attivato un progetto di valorizzazione di alcuni dei siti meno conosciuti del XV Municipio curato dall’archeologo responsabile Roberto Narducci e dalla responsabile dell’ufficio valorizzazione Angelina De Laurenzi. Posta al VI miglio dell’antica via Flaminia, che riemerge in più punti tra gli edifici moderni, la piana di Grottarossa presenta una grande concentrazione di edifici funerari, alcuni dei quali di straordinaria monumentalità forse per la vicinanza con l’abitato di Rubrae e con grandiose ville residenziali situate sull’altopiano omonimo. Le indagini compiute dalla Soprintendenza tra il 1980 e il 1989 hanno individuato diversi edifici funerari, un grande complesso residenziale, un impianto tardo antico ed un lungo tratto della via consolare che corre tra i mausolei in parte ancora visibili. Questi sono del tipo “a torre” (I secolo a. C.-I secolo d. C.), trasformato in fortilizio a controllo del Tevere nel Medioevo, a tamburo cilindrico (seconda metà del I secolo a. C.) ed un sepolcro del tipo a “tempietto” (metà II secolo d. C.). Più a nord, sullo stesso lato della Flaminia, si succedono altri monumenti funerari, tra cui quello “a nicchie” per olle cinerarie delimitato da un recinto in laterizio (I secolo d. C.). L’angolo sinistro del frontone del sepolcro “a tempietto” in laterizi sagomati, coronato da una raffinata cornice marmorea, è stato recuperato e ricomposto nell’Antiquarium di Malborghetto che accoglie alcuni materiali testimonianza della ricchezza dell’area e della sua lunga frequentazione fino nel Medioevo, quando il sito divenne una cava per materiali da calcinare. Le visite si terranno sabato 17 settembre 2022 in tre turni: alle 10, alle 11.30 e alle 13 per un massimo di trenta partecipanti. Le visite sono gratuite con prenotazione obbligatoria compilando l’apposito modulo. Prenotazioni al link https://bit.ly/3QpXL6a.

Milano. Apre alle Gallerie d’Italia la mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces”: 96 marmi della Collezione Torlonia, la più importante raccolta privata di statuaria classica

milano_gallerie-d-italia_mostra-marmi-torlonia_locandinaLe Gallerie d’Italia in piazza Scala a Milano, museo di Intesa Sanpaolo, presentano dal 25 maggio al 18 settembre 2022 la mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces”: 96 marmi della Collezione Torlonia, la più importante raccolta privata di statuaria classica, in una grande esposizione che, con cinque nuove opere restaurate, inaugura il programma espositivo mondiale della Collezione. Martedì 24 maggio 2022, alle 11.30, alle Gallerie d’Italia, presentazione ufficiale della mostra. Intervengono Giovanni Bazoli, presidente emerito Intesa Sanpaolo; Daniela Porro, soprintendente speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma; Alessandro Poma Murialdo, presidente della Fondazione Torlonia; Salvatore Settis, curatore della mostra; Carlo Gasparri, curatore della mostra.

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Capolavori di arte antica nella mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” nell’allestimento a Villa Caffarelli nei musei Capitolini a Roma (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)

La mostra conduce in un viaggio a ritroso nel tempo attraverso le vicende dei diversi nuclei collezionistici confluiti nella collezione Torlonia, composta da 620 pezzi tra cui sono stati selezionati statue, sarcofagi, busti, rilievi ed elementi decorativi. I curatori Salvatore Settis e Carlo Gasparri hanno individuato cinque momenti che corrispondono alle sezioni del percorso espositivo: evocazione del museo Torlonia fondato nel 1875 e rimasto aperto fino all’inizio del secolo scorso; sculture provenienti dagli scavi archeologici effettuati nell’Ottocento nelle proprietà Torlonia; marmi provenienti da collezioni settecentesche custoditi a Villa Albani, acquistata nel 1866 dal principe Alessandro Torlonia, e dello Studio dello scultore e restauratore Bartolomeo Cavaceppi; un ricco nucleo proveniente dalla collezione del marchese Vincenzo Giustiniani acquistata dai Torlonia nell’Ottocento; il percorso si conclude con un insieme di opere riunite in raccolte quattro e cinquecentesche. Il museo Torlonia si racconta dunque come una collezione di collezioni, o come un gioco di scatole cinesi, in cui una raccolta racchiudeva in sé pezzi provenienti da collezioni ancor più antiche.

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“Il caprone a riposo” della collezione Torlonia con restauri realizzati da Gian Lorenzo Bernini (foto lorenzo de masi)

All’eccezionalità dei materiali esposti si aggiunge il fatto che essi hanno conservato restauri e integrazioni storiche, riflettendo il gusto e l’uso di epoche in cui i reperti mutili venivano “completati”, nelle parti mancanti, anche ricorrendo all’abilità di famosi scultori del tempo. La mostra racconta così una lunga storia non solo del collezionismo ma delle pratiche di restauro, che si chiude in maniera emblematica con la statua di un Ercole composto da 125 frammenti di marmo. Il restauro ha contribuito in maniera determinante ad aggiungere nuovi indizi storici sulle opere in mostra rivelando, ad esempio, tracce di colore sul Rilievo di Porto del III sec. d.C., confermando la mano di Gian Lorenzo Bernini per la statua del Caprone a riposo. Impressi nella materia che li costituisce, il restauro ha scoperto una stratificazione di segni che oggi, grazie alle nuove osservazioni condotte, si è cercato di decodificare, per poter giungere alla loro piena comprensione e a una corretta datazione. Roma e l’Italia hanno avuto un primato indiscutibile: i musei sono nati dal collezionismo di antichità. E questa storia contemporanea si concluderà con l’individuazione di una sede espositiva permanente per l’apertura di un rinnovato museo Torlonia.

Roma. Domus dell’Aventino: apre alle visite la Scatola archeologica, un tappeto di mosaici realizzati nell’arco di duecento anni ora narrati con nuove tecnologie

Domus dell’Aventino: la narrazione con le nuove tecnologie della Scatola archeologica (foto ssabap-roma)

Un tappeto di mosaici che lascia senza fiato: la Scatola archeologica dell’Aventino è uno scrigno di storia a cui la tecnologia regala una narrazione innovativa e avvincente. Così è possibile stupirsi della raffinatezza dei mosaici di viale Aventino a Roma, realizzati nell’arco di quasi duecento anni dalla fine del I a.C. all’età antonina (150-175 d.C.) testimoniano la ricchezza dei proprietari e le continue trasformazioni del complesso, in parte legate all’instabilità del sottosuolo attraversato da cavità e gallerie. La Scatola Archeologica sarà aperta il 1° e il 22 aprile 2022, con turni di visita alle 14, 15, 16 e 17, per un massimo di 15 partecipanti alla volta.

Il tappeto di mosaici della Scatola archeologica dell’Aventino (foto ssabap-roma)

In epoca traianea 98-117 d.C. un’iscrizione su mosaico, della quale si conserva solo un frammento, riflette l’uso semipubblico di un ambiente del complesso, riservato ai membri di un collegium. Successivamente in epoca adrianea (117-138 d. C.) vengono realizzati mosaici bianco e nero con decorazioni geometriche mentre nell’età antonina ( 150-175 d.C. ) vengono realizzati mosaici bianco e nero a motivi geometrici o vegetali su quattro vani contigui con al centro uno pseudo émblema policromo con un pappagallo con tessere verdi gialle e rosse e in un altro un kantharos con tralci di vite carichi di foglie e grappoli d’uva con utilizzo di tessere in vetro colorato dal grigio al verde intenso. Per vedere tutto questo, valorizzato dall’allestimento di Paco Lanciano con la voce narrante di Piero Angela, è possibile prenotare la visita su www.scatolaarcheologica.it. Riservando sul sito web un intero turno di visita di 15 posti e inoltrando una richiesta all’indirizzo in calce, è possibile effettuare la proiezione in: inglese, francese, tedesco, spagnolo, cinese, russo, giapponese.

Roma. La soprintendenza speciale annuncia l’apertura a febbraio di due luoghi unici dove archeologia e paesaggio si armonizzano, entrambi lungo l’antica via Flaminia: la Villa di Livia, moglie di Augusto, e l’Arco di Malborghetto, un tetrapylon inglobato in un antico casale. Niente prenotazione, ma solo il Green Pass

Archeologia e paesaggio si intrecciano nei siti di Villa di Livia e Arco di Malborghetto a Roma: luoghi della cultura unici dove archeologia e paesaggio si armonizzano creando contesti fuori dall’ordinario. Si potranno visitare tra il 3 e il 20 febbraio 2022 secondo un calendario predisposte dalla soprintendenza speciale di Roma. Arco di Malborghetto (via Barlassina 1, tel. 0633625595): giovedì 3, venerdì 4, sabato 5 dalle 9.30 alle 13.30; domenica 6 dalle 9.30 alle 16.30; giovedì 17, venerdì 18, sabato 19 dalle 9.30 alle 13.30; domenica 20 dalle 9.30 alle 16.30. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Per garantire una migliore gestione del flusso di visitatori, nel caso di gruppi superiori alle 10 persone si consiglia di scrivere preventivamente all’indirizzo: ss-abap-rm.malborghetto@beniculturali.it. Villa di Livia (via di Villa di Livia 187 con ingresso all’interno del parco comunale di Prima Porta, tel. 0633626826): giovedì 3, venerdì 4, sabato 5 dalle 9.30 alle 13.30; domenica 6 dalle 9.30 alle 16.30; giovedì 17, venerdì 18, sabato 19 dalle 9.30 alle 13.30; domenica 20 dalle 9.30 alle 16.30. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Per garantire una migliore gestione del flusso di visitatori, nel caso di gruppi superiori alle 10 persone si consiglia di scrivere preventivamente al responsabile del sito: angelina.delaurenzi@beniculturali.it. Si ricorda che per effetto del Decreto Legge 221 del 24 dicembre 2021 per accedere è necessario esibire all’ingresso il Green Pass e indossare la mascherina. Per far fronte ad eventuali problemi tecnici si consiglia di portare con sé il documento cartaceo. L’ingresso è gratuito senza prenotazione. 

Gli alzati della villa di Livia, sulla via Flaminia, con le pareti affrescate (foto ssabap-roma)

Villa di Livia a Prima Porta. In un angolo incontaminato lungo l’antica via Flaminia, emergono i significativi resti della Villa di Livia, moglie di Augusto. Denominata dalle fonti antiche ad gallinas albas, in ricordo di uno straordinario evento occorso a Livia mentre si recava nei suoi possedimenti, narrato da Plinio con queste parole: “…a Livia Drusilla…un’aquila lasciò cadere dall’alto in grembo…una gallina di straordinario candore che teneva nel becco un ramo di alloro con le sue bacche. Gli aruspici ingiunsero di allevare il volatile e la sua prole, di piantare il ramo e custodirlo religiosamente. Questo fu fatto nella villa dei Cesari che domina il fiume Tevere presso il IX miglio della Via Flaminia, che perciò è chiamata alle Galline; e ne nacque prodigiosamente un boschetto”. (Plin. nat. XV, 136-137). La precisa collocazione topografica e gli imponenti muri di sostruzione della basis villae, da sempre in vista, hanno esposto il complesso a ripetute spoliazione dalla fine dell’Impero in poi. Nel 1863, alcune fortunate ma non adeguatamente documentate esplorazioni, hanno portato al rinvenimento, dapprima della famosa statua di Augusto loricato, ora ai Musei Vaticani, e subito dopo della stanza seminterrata con le pareti affrescate dalle note pitture di giardino, staccate nel 1951 a scopo conservativo e trasferite al Museo Nazionale Romano e ora esposte a Palazzo Massimo alle Terme.

Una stanza della Villa di Livia, sulla via Flaminia, riportata in luce dagli scavi della soprintendenza (foto ssabap-roma)
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Un dettaglio delle pareti affrescate della Villa di Livia sulla via Flaminia (foto ssabap-roma)

Grazie alle ricerche archeologiche della Soprintendenza Speciale di Roma, è stato possibile scoprire buona parte delle strutture antiche. Varcare la soglia della Villa immette negli ambienti privati dove sono ancora visibili le camere da letto, cubicula, di Livia e dell’imperatore, l’atrio e un piccolo giardino interno, e la zona di rappresentanza, costituita da grandi ambienti che si affacciano sul peristilio. Tutto il complesso aveva le pareti affrescate e i pavimenti a mosaico e in opus sectile. Una grande terrazza porticata con giardino, probabilmente il lauretum ricordato dalle fonti, ornava il lato orientale della residenza imperiale, da cui si poteva ammirare il Tevere. Recenti indagini hanno rivelato diverse fasi dopo quella di epoca giulio-claudia: una degli inizi dell’età flavia, testimoniata dalla presenza di ben due piscinæ calidæ e una natatio, e una successiva, del periodo severiano, caratterizzata da una radicale ristrutturazione. Dalla fine dell’Impero il complesso è stato oggetto di ripetute spoliazioni. Nell’Antiquarium, posto presso l’attuale ingresso dell’area archeologica, sono esposti i reperti più significativi rinvenuti nel sito.

L’Arco di Malborghetto, oggi un casale, immerso nel verde della campagna romana (foto ssabap-roma)

Arco di Malborghetto. Poco oltre il XIII miglio della Flaminia antica si trova il Casale di Malborghetto. L’edificio ha inglobato un Arco quadrifronte del IV secolo d.C. posto a segnacolo dell’incrocio tra la via Flaminia e la strada di collegamento tra Veio e la Tiberina. Il tetrapylon, a pianta rettangolare, su quattro pilastri in laterizio, era coronato da un attico a copertura piana. La presenza di un arco onorario sulla via Flaminia, databile al IV sec. d.C., è stato messo in relazione alla discesa delle truppe di Costantino da settentrione proprio lungo questa strada per opporsi a quelle dell’imperatore Massenzio. La tradizione cristiana vuole che Costantino, accampatosi in questo luogo, abbia visto al tramonto nel cielo il segno della croce e che “durante il sonno viene avvertito di far segnare sugli scudi il celeste segno di Dio e di dar battaglia”. Il giorno dopo, il 28 ottobre del 312, Costantino sbaragliava ai Saxa Rubra l’esercito del rivale e lo stesso Massenzio periva nelle acque del Tevere. A seguito di questa vittoria, nel 315, il Senato Romano fece erigere nell’Urbe l’arco bifronte presso il Colosseo e forse nel Suburbium quello di Malborghetto.

Il modellino dell’Arco quadrifronte inglobato nel Medioevo in una chiesa fortificata, esposto nell’Antiquarium dell’Arco di Malborghetto (foto ssabap-roma)

Nel corso del tempo l’arco ha subìto numerose trasformazioni sia strutturali che funzionali. Nell’ XI sec. diventa chiesa fortificata dedicata alla Vergine e nel XIII viene inserito nella cinta muraria di un castrum, denominato dalle fonti Burgus S. Nicolai de arcu Virginis. Parte delle difese dello Stato Pontificio sino al XV, fu distrutto durante le lotte tra gli Orsini e i Sacrofanesi. Trasformato in casale e circondato dalle rovine del Borgo, prese da allora il nome di Malborghetto o Borghettaccio. Nel 1567 l’edificio venne restaurato dallo speziale (aromatarius) milanese Costantino Petrasanta e poi nel XVIII secolo adattato a Stazione di Mezza Posta. Mantenne questa funzione sino a quando Pio VI, collegando Civita Castellana alla via Cassia, soppresse il servizio postale lungo il tratto suburbano della via Flaminia. Tornato ad essere un semplice casale, solo nel 1982 entrò a far parte dei Beni del Demanio. Dopo un’attenta opera di restauro ospita un Antiquarium con i ritrovamenti pertinenti alla Via Flaminia.

Roma. Prorogata al 27 febbraio 2022 la grande mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori” a Villa Caffarelli-musei Capitolini: 92 opere greco-romane selezionate tra i marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo

Nuova proroga. Proseguirà fino al 27 febbraio 2022 la mostra “I marmi Torlonia Collezionare Capolavori” – ospitata dall’ottobre 2020 nella sede espositiva dei Musei Capitolini, Villa Caffarelli – con gli oltre 90 capolavori della statuaria classica appartenenti alla più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo. La mostra è il risultato di un’intesa del ministero della Cultura con la fondazione Torlonia e nello specifico, per il Ministero, della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio con la Soprintendenza Speciale di Roma. Il progetto scientifico di studio e valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore della mostra con Carlo Gasparri. Electa, editore del catalogo, cura anche l’organizzazione e la promozione dell’esposizione. Il progetto di allestimento è di David Chipperfield Architects Milano, nei rinnovati ambienti del nuovo spazio dei Musei Capitolini a Villa Caffarelli, tornati alla vita grazie all’impegno e al progetto della Sovrintendenza di Roma Capitale. La fondazione Torlonia ha restaurato i marmi selezionati con il contributo di Bvlgari che è anche main sponsor della mostra. Servizi museali a cura di Zètema Progetto Cultura. L’esposizione si articola come un racconto, in cinque sezioni, in cui si narra la storia del collezionismo dei marmi antichi, romani e greci, in un percorso a ritroso che comincia con l’evocazione del Museo Torlonia, inaugurato nel 1875 dal principe Alessandro Torlonia, e visitabile fino agli inizi del Novecento (vedi Roma. Prorogata al 9 gennaio 2022 la grande mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori” a Villa Caffarelli-musei Capitolini: 92 opere greco-romane selezionate tra i marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo | archeologiavocidalpassato).

Roma. Da gennaio, il terzo giovedì del mese la soprintendenza speciale apre al pubblico le tombe di Fadilla e dei Nasoni, due tesori dell’antica via Flaminia

L’interno della tomba dei Pisoni sull’antica via Flaminia a Roma (foto ssabap-roma)
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Mosaico della Tomba di Fadilla sull’antica via Flaminia (foto ssabap-roma)

Il 2022 inizia con una novità nell’offerta culturale proposta dalla Soprintendenza Speciale di Roma, diretta da Daniela Porro, e ancora una volta l’attenzione si concentra sul patrimonio archeologico dislocato in aree periferiche. Dal 20 gennaio 2022, ogni terzo giovedì del mese, aprono al pubblico due tesori dell’antica via Flaminia: le tombe di Fadilla e dei Nasoni. Su iniziativa del funzionario responsabile Roberto Narducci e dell’archeologa Barbara Ciarrocchi i due siti, distanti circa 400 metri l’uno dall’altro, saranno aperti alle visite guidate con prenotazione obbligatoria ogni terzo giovedì del mese. Ecco tutti i dettagli per partecipare. Il calendario: il terzo giovedì del mese (a partire da giovedì 20 gennaio 2022). Il percorso di visita e gli orari: primo turno di visita alle 10.30 con inizio in via dei Casali Molinario davanti l’ingresso della Tomba di Fadilla e termine in via Flaminia 961 alla Tomba dei Nasoni; secondo turno di visita alle 12 con inizio in via Flaminia 961 davanti l’ingresso della Tomba dei Nasoni e conclusione in via dei Casali Molinario con visita alla Tomba di Fadilla. Modalità di accesso: è consentito l’accesso, nel rispetto delle normative sanitarie in vigore (Green Pass rafforzato e mascherina), a un massimo di 10 persone per turno di visita; l’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti; prenotazione obbligatoria scrivendo a: ss-abap-rm.malborghetto@beniculturali.it nella email di prenotazione è necessario indicare: turno di visita selezionato, numero di partecipanti per ogni singola prenotazione, nome, cognome e un recapito email. Le prenotazioni verranno raccolte fino alle 12 del mercoledì precedente l’apertura. Per gruppi già organizzati superiori alle 10 unità si ricorda che è necessario rivolgersi preventivamente all’Ufficio Valorizzazione (responsabile Angelina De Laurenzi – contatti: ss-abap-rm.valorizzazione@beniculturali.it).

Dettaglio affresco della Tomba di Fadilla sull’antica via Flaminia (foto ssabap-roma)

La Tomba di Fadilla. Piccola e ben conservata è stata scoperta nel 1923 in via dei Casali Molinario. L’edificio deve il suo nome a una piccola lapide in marmo, inserita sulla parete destra, con una epigrafe funeraria dedicata dal marito alla moglie Fadilla, nome diffuso nella famiglia degli Antonini. Questo elemento, la tipologia della tomba e i bolli laterizi sui mattoni permettono di datare il monumento alla fine del II secolo d.C. Ben conservato è l’intero impianto decorativo, a partire dal pavimento a mosaico, in bianco e nero, con ottagoni collegati da piccoli quadrati a formare un ampio disegno geometrico. Su tre pareti, la quarta è occupata dalla porta di ingresso, si aprono altrettanti arcosoli. Le quattro pareti, la volta e gli arcosoli conservano una delicata decorazione pittorica caratterizzata da riquadri che racchiudono animali e figure umane. Grazie all’intervento di restauro sono state pulite le superfici pittoriche e del mosaico, con successivo consolidamento di quelle parti dove la adesione e la coesione del colore o dei tasselli musivi mostrava piccoli segni di cedimento. Infine, per permettere una lettura più armonica delle decorazioni delle volte è stato effettuato un ritocco pittorico reversibile su alcune lacune.

L’ingresso della Tomba dei Nasoni sull’antica via Flaminia (foto ssabap-roma)

La Tomba dei Nasoni. La tomba è stata scoperta nel 1674 al chilometro 8,300 della via Flaminia, da allora ha tuttavia attraversato varie vicissitudini, che ne hanno compromesso parzialmente la conservazione, ciò nonostante rappresenta un monumento di grande importanza. A rendere l’idea di come fosse l’edificio al momento della sua scoperta restano le 35 tavole realizzate dal pittore e incisore Pietro Santi Bartoli, pubblicate nel 1680 con il titolo Le pitture antiche del sepolcro dei Nasoni, nella via Flaminia. Grazie a queste immagini infatti si è a conoscenza dell’esistenza di una facciata in marmo a forma di tempietto, oggi scomparsa, dove si apriva una porta sormontata dalla tabula inscriptionis che ha permesso di attribuire il sepolcro a Quintus Nasonius Ambrosius e dunque alla famiglia dei Nasoni. Il sepolcro, del II secondo secolo d.C., è oggi costituito da un ambiente rettangolare con volta a botte, articolato in tre nicchie in ciascuno dei lati lunghi e una nella parete di fondo. La complessa decorazione, suddivisa da una cornice in due registri alterna riquadrature in stucco e pitture rappresentanti temi mitologici, dettagliatamente ricostruiti anche grazie alle riproduzioni di Bartoli, che hanno permesso la creazione di una serie di pannelli esplicativi. Le nicchie sono decorate da grandi scene simboleggianti la sopravvivenza dopo la morte e la speranza di un luogo di beatitudine. Il complesso funerario ha richiesto un complesso intervento, nel corso dei secoli infatti nell’area era presente una forte attività di cava e la tomba stessa ha subìto delle spoliazioni (al nipote di Papa Clemente X fu consentito di strappare tre frammenti di affreschi, che trovarono poi sistemazione nella sua villa all’Esquilino).

Roma. Al Mausoleo di Sant’Elena sulla Casilina al via “Sguardi d’Autore”: speciale visita guidata teatralizzata, durante la quale l’imperatore Costantino, l’artigiano Eutropos, l’eques Iulius Lucius, Papa Damaso prenderanno voce letteralmente con Giulia Anglani e Federico De Luca. Prenotazione obbligatoria e Super GreenPass

La locandina dell’evento “Sguardi di Storia” al Mausoleo di Sant’Elena a Roma

I monumenti non hanno solo una funzione di testimonianza storica, ma restano come luoghi ‘parlanti’ che raccontano una storia in relazione con il territorio circostante. Il Mausoleo di Sant’Elena sulla via Casilina ne è un esempio. L’imperatore Costantino, l’artigiano Eutropos, l’eques Iulius Lucius, Papa Damaso le loro vicende prenderanno voce… letteralmente. Una novità attende i visitatori del mausoleo di Sant’Elena in questo primo mese del 2022: “Sguardi di storia”, nuovo evento teatralizzato. Il debutto è previsto per domenica 16 gennaio 2022, alle 11, la prenotazione è obbligatoria (3396528887, chiamate e Whatsapp; santimarcellinoepietro@gmail.com). Accesso con Super Green Pass e mascherina. Dalla semplice visita guidata si passerà alla visita teatralizzata. La voce della guida Giulia Anglani sarà intervallata dalle ‘incursioni’ dei personaggi storici a cui darà volto ed espressione il giovane attore Federico De Luca. L’evento si potrà rivedere al link https://bit.ly/3mNF2oq.

Veduta aerea del mausoleo di sant’Elena a Roma (foto ssabap-roma)

“L’area del Mausoleo di Sant’Elena, all’interno del possedimento imperiale definito nel Liber Pontificalis come ad duas lauros o inter duas lauros, spiegano gli archeologi della Ssabap-Roma, “era interessata a partire dalla tarda età repubblicana da necropoli estese lungo l’antica via Labicana, l’attuale Casilina. Tra il II e il III sec. d.C. fu occupata dal cimitero degli equites singulares, cavalieri della guardia imperiale, ma già al tempo delle persecuzioni i cristiani scelsero questa località per le tombe di alcuni martiri subito oggetto di venerazione. Deliberatamente in questa zona, all’interno del fundus vicino al palazzo imperiale del Sessorium occupata da cimiteri di martiri, ma anche distruggendo la necropoli della guardia imperiale che egli stesso sciolse poiché schierata a favore di Massenzio, Costantino tra il 315 e il 325 d.C. realizzò la basilica circiforme in onore dei Santi Marcellino e Pietro, periti durante la persecuzione dioclezianea, e il mausoleo dinastico in cui sarà sepolta la madre Elena, secondo uno schema con il quale diede inizio alla cristianizzazione monumentale del suburbio”.

Ricostruzione assonometrica del mausoleo di sant’Elena a Roma (foto ssabap-roma)
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Planimetria e alzato del Il Mausoleo di sant’Elena a Roma su due tavole del Piranesi (foto ssabap-roma)

“A pianta circolare con diametro di oltre 20 metri – continuano gli archeologi Ssabap-roma -, preceduto sul lato Ovest da un atrio rettangolare originariamente collegato con il nartece della basilica, attualmente conservata solo al livello delle fondazioni, l’edificio presenta un basamento articolato internamente con nicchie alternativamente circolari e rettangolari in origine decorato da incrostazioni marmoree e una copertura a cupola decorata a mosaico comprensiva di due giri concentrici di anfore olearie iberiche, da cui il nome moderno di Tor Pignattara. Presso la basilica si sviluppò lo straordinario impianto delle catacombe dedicate ai Santi Marcellino e Pietro considerate, per il ricco corredo di pitture per lo più risalenti al IV secolo d.C., una vera e propria pinacoteca dell’epoca. La distruzione dell’edificio avvenne in un periodo collocabile presumibilmente tra il XI secolo, epoca della traslazione del corpo di Sant’Elena, e il XII secolo, quando il suo sarcofago di porfido venne trasportato in Laterano. La proprietà imperiale si trasmise quindi alla chiesa di Roma, perpetuando così il potere che passò dallo stato all’autorità ecclesiastica. Infatti all’interno del mausoleo, nel XVII secolo, furono costruite la chiesetta dedicata ai Santi Marcellino e Pietro e l’annessa canonica, ampliata nel XVIII secolo, in concomitanza con la chiusura della nicchia principale del tamburo, a est, ove era posto il sarcofago in porfido di Sant’Elena”.

Il Mausoleo di sant’Elena a Roma in una spettacolare immagine (foto ssabap-roma)

Il Mausoleo di Sant’Elena con il suo Antiquarium è stato restituito alla fruizione del pubblico esattamente due anni fa. L’allestimento concretizza la musealizzazione del territorio attraverso la lettura delle testimonianze nel loro contesto di origine: i reperti provenienti dal cimitero degli equites singulares e della sottostante catacomba illustrano infatti la progressiva cristianizzazione del suburbio. Il monumento è stato restaurato e valorizzato come museo del suo contesto cimiteriale, con la collezione dei reperti rinvenuti negli scavi effettuati dalla Soprintendenza e cortesemente prestati dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, rinvenuti nelle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro. Grazie alla sinergia con la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra il complesso monumentale è reso fruibile e aperto al pubblico in un percorso congiunto con le adiacenti catacombe.

Archeologia in lutto. È morta a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. Il ricordo di colleghi e amici

L’archeologa Fedora Filippi, la “signora della Domus Aurea” (foto PArCo)

Archeologia in lutto: il 5 gennaio 2022 è morta, a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. “È nella luce soffusa della Domus Aurea, fra i meravigliosi colori che la adornano che vogliamo ricordare Fedora Filippi”, scrivono archeologi ed archeologhe del parco archeologico del Colosseo. “Oggi ci ha lasciato una grande archeologa, di grande intelligenza ed energia. Non solo una collega, una guida illuminata e solerte, un’amica sensibile. L’abbiamo amata per la sua tenacia, l’abbiamo stimata per la sua professionalità e cultura. Quello che lei ha iniziato abbiamo il dovere di portarlo a termine. Ciao, cara Fedora”. “Intelligente e riservata, scrupolosa negli studi e nella comunicazione, ma allo stesso tempo generosa e dotata di una fine ironia che riservava alle persone che riuscivano a farle breccia nel cuore”: così la descrivono quanti hanno avuto modo di lavorare con lei o semplicemente di conoscerla.

Alessandro D’Alessio

Alessandro D’Alessio è il nuovo direttore del parco archeologico di Ostia antica

“È con sommo sconforto e profonda tristezza che apprendo della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di chiara fama, in forze fino a pochi anni or sono alla gloriosa Soprintendenza Archeologica di Roma”, scrive Alessandro D’Alessio, direttore del parco archeologico di Ostia Antica, già archeologo del parco archeologico del Colosseo e responsabile scientifico della Domus Aurea. “Responsabile per lungo tempo della Domus Aurea, dove ha avuto l’enorme merito di avviare l’impegnativa opera di messa in sicurezza e risanamento delle strutture murarie e degli apparati decorativi di uno dei monumenti più importanti e delicati della città, e ancora della ricerca e tutela nell’area del Campo Marzio, cui ha pure dato un contributo di primo piano, Fedora è stata una studiosa di altissimo livello e un Funzionario esemplare del nostro Ministero. Personalmente mi mancherà sempre il confronto con la sua intelligenza e lungimiranza. A nome mio e di quello che fu lo staff della Domus Aurea sotto la sua e poi mia responsabilità, esprimo a Henner, ai familiari e agli amici tutti di Fedora le mie più sentite condoglianze e il rammarico per la gravissima perdita”.

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Daniela Porro, soprintendente speciale ABAP di Roma

Cordoglio per la prematura scomparsa dell’archeologa Fedora Filippi è stato espresso anche dalla soprintendenza speciale di Roma. “Con profonda tristezza”, scrivono il soprintendente Daniela Porro e gli archeologi della Sabap Roma, “apprendiamo la notizia della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di fama internazionale e fino a pochi anni fa in servizio presso la soprintendenza Archeologica di Roma e nostra apprezzata e stimata collega. Fine studiosa e eccellente archeologa, Fedora ha dedicato la sua carriera lavorativa alla salvaguardia, allo studio e alla valorizzazione del patrimonio archeologico e culturale di Roma, dedicandosi in particolare alla tutela dell’area centrale. Prima fra tutte va ricordata la sua attività come direttore della Domus Aurea dove ha portato avanti la messa in sicurezza e il restauro del monumento e, con la consueta lungimiranza, ne ha reso partecipe il grande pubblico in tempo reale.

L’archeologa Fedora Filippi (foto sabap roma)
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La copertina del libro “HORTI ET SORDES. Uno scavo alle falde del Gianicolo”

Responsabile della tutela archeologica delle aree di Campo Marzio e Trastevere, è stata autrice di scoperte archeologiche di grande importanza, come le scuderie imperiali di via Giulia, il complesso sotto la Rinascente in via del Tritone, gli Horti alle falde del Gianicolo, solo per ricordarne alcune e che spesso sono confluite in pubblicazioni scientifiche di grande spessore come “Horti et sordes. Uno scavo alle falde del Gianicolo” del 2008 e “Campo Marzio. Nuove ricerche” del 2016. Nella sua attività – continuano – ha sempre messo in primo piano anche la divulgazione, curando mostre di grande impatto e respiro e che testimoniano il suo interesse e curiosità anche per argomenti diversi, come “I colori del fasto. La domus del Gianicolo e i suoi marmi” del 2005, “Ricostruire l’antico prima del virtuale. Italo Gismondi un architetto per l’archeologia” del 2007, “I colori dell’archeologia. La documentazione archeologica prima della fotografia a colori” del 2009. Durante gli anni in Soprintendenza ha curato anche la sistematizzazione e informatizzazione dei dati dell’archivio storico archeologico, organizzandoli in una banca dati consultabile on-line e ha coordinato l’attività di tutela nell’area centrale. Per tutti noi suoi colleghi, quella di Fedora, è una grande perdita e ci mancheranno molto la sua intelligenza, la sua preparazione e la sua amicizia e affettività. Ai familiari e agli amici le nostre più partecipate condoglianze”.

L’archeologa Fedora Filippi a Beirut durante la missione archeologica (foto ilmitte)

Un personalissimo ricordo l’ha scritto la giornalista Lucia Conti, direttore de “Il Mitte”, il primo quotidiano online per gli italiani all’estero, inaugurato il 7 maggio 2012 a Berlino. “Per me questa donna dalla mente eccelsa – scrive Lucia Conti – era soprattutto Fedora, o Fedi. L’ho conosciuta per la prima volta a casa dell’amica comune Amelia Massetti, persona straordinaria che tanto le è stata vicina, fino all’ultimo giorno. Ricordo il suo sorriso, la sua eleganza e ricordo il fatto che ci venne naturale chiacchierare. Parlammo del lavoro, delle incombenze del momento, della serata piacevolissima che stavamo vivendo, di cose poco importanti e importantissime, nello schema generale della vita. Il legame si creò subito. Ebbi la grande fortuna e l’onore di essere oggetto della sua stima”. E continua: “Ricordo la sua timidezza, le sue mani che quasi tremavano, la riservatezza estrema che questa donna così elegante e delicata mostrava quando si trattava di venire avanti anche in prima persona, e non solo attraverso i risultati del suo eccellente lavoro. Laddove molti rivendicano titoli e spazi con tracotanza, a volte anche a gomitate, lei nascondeva i suoi successi come se fossero colpe. Però era sempre pronta a farsi violenza e a vincere se stessa, quando si trattava di esporsi per una causa giusta. A casa sua ebbi modo di scorrere alcune tra le sue innumerevoli pubblicazioni scientifiche, che l’avevano resa una star dell’archeologia. E quanto si imbarazzerebbe, se leggesse oggi queste mie parole! Scoprii anche che aveva lavorato a Beirut, con grande successo e in condizioni di estremo pericolo. Ogni tanto spuntava fuori un tassello di quel meraviglioso mosaico che è stata la sua vita professionale e quando accadeva era bellissimo restare in silenzio, a imparare”. Conclude Lucia Conti: “Sinceramente prostrata dalla notizia, mi unisco a chi la amava, è l’unica cosa che posso fare. Quindi abbraccio con tutto il cuore innanzitutto la famiglia, il marito Henner, che è stato straordinario in momenti terribili, e Federica, gemella di Fedora, che sono stata felicissima di conoscere, anche se in circostanze davvero tristi. Fedora è andata via in una giornata uggiosa. Il giorno dopo è spuntato il sole e domina il suo ricordo, più luminoso di quanto sia questo spicchio di luce a cui sto anche dando le spalle. Voglio immaginarla immersa nelle cose che amava: leggere, studiare, viaggiare, esplorare il passato del mondo, le sue passeggiate nel bosco, la purezza assoluta dei monti e i soggiorni in famiglia sul Baltico, quando c’è sole, ma fa ancora freddo”.