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Archeologia in lutto. È morta a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. Il ricordo di colleghi e amici

L’archeologa Fedora Filippi, la “signora della Domus Aurea” (foto PArCo)

Archeologia in lutto: il 5 gennaio 2022 è morta, a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. “È nella luce soffusa della Domus Aurea, fra i meravigliosi colori che la adornano che vogliamo ricordare Fedora Filippi”, scrivono archeologi ed archeologhe del parco archeologico del Colosseo. “Oggi ci ha lasciato una grande archeologa, di grande intelligenza ed energia. Non solo una collega, una guida illuminata e solerte, un’amica sensibile. L’abbiamo amata per la sua tenacia, l’abbiamo stimata per la sua professionalità e cultura. Quello che lei ha iniziato abbiamo il dovere di portarlo a termine. Ciao, cara Fedora”. “Intelligente e riservata, scrupolosa negli studi e nella comunicazione, ma allo stesso tempo generosa e dotata di una fine ironia che riservava alle persone che riuscivano a farle breccia nel cuore”: così la descrivono quanti hanno avuto modo di lavorare con lei o semplicemente di conoscerla.

Alessandro D’Alessio

Alessandro D’Alessio è il nuovo direttore del parco archeologico di Ostia antica

“È con sommo sconforto e profonda tristezza che apprendo della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di chiara fama, in forze fino a pochi anni or sono alla gloriosa Soprintendenza Archeologica di Roma”, scrive Alessandro D’Alessio, direttore del parco archeologico di Ostia Antica, già archeologo del parco archeologico del Colosseo e responsabile scientifico della Domus Aurea. “Responsabile per lungo tempo della Domus Aurea, dove ha avuto l’enorme merito di avviare l’impegnativa opera di messa in sicurezza e risanamento delle strutture murarie e degli apparati decorativi di uno dei monumenti più importanti e delicati della città, e ancora della ricerca e tutela nell’area del Campo Marzio, cui ha pure dato un contributo di primo piano, Fedora è stata una studiosa di altissimo livello e un Funzionario esemplare del nostro Ministero. Personalmente mi mancherà sempre il confronto con la sua intelligenza e lungimiranza. A nome mio e di quello che fu lo staff della Domus Aurea sotto la sua e poi mia responsabilità, esprimo a Henner, ai familiari e agli amici tutti di Fedora le mie più sentite condoglianze e il rammarico per la gravissima perdita”.

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Daniela Porro, soprintendente speciale ABAP di Roma

Cordoglio per la prematura scomparsa dell’archeologa Fedora Filippi è stato espresso anche dalla soprintendenza speciale di Roma. “Con profonda tristezza”, scrivono il soprintendente Daniela Porro e gli archeologi della Sabap Roma, “apprendiamo la notizia della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di fama internazionale e fino a pochi anni fa in servizio presso la soprintendenza Archeologica di Roma e nostra apprezzata e stimata collega. Fine studiosa e eccellente archeologa, Fedora ha dedicato la sua carriera lavorativa alla salvaguardia, allo studio e alla valorizzazione del patrimonio archeologico e culturale di Roma, dedicandosi in particolare alla tutela dell’area centrale. Prima fra tutte va ricordata la sua attività come direttore della Domus Aurea dove ha portato avanti la messa in sicurezza e il restauro del monumento e, con la consueta lungimiranza, ne ha reso partecipe il grande pubblico in tempo reale.

L’archeologa Fedora Filippi (foto sabap roma)
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La copertina del libro “HORTI ET SORDES. Uno scavo alle falde del Gianicolo”

Responsabile della tutela archeologica delle aree di Campo Marzio e Trastevere, è stata autrice di scoperte archeologiche di grande importanza, come le scuderie imperiali di via Giulia, il complesso sotto la Rinascente in via del Tritone, gli Horti alle falde del Gianicolo, solo per ricordarne alcune e che spesso sono confluite in pubblicazioni scientifiche di grande spessore come “Horti et sordes. Uno scavo alle falde del Gianicolo” del 2008 e “Campo Marzio. Nuove ricerche” del 2016. Nella sua attività – continuano – ha sempre messo in primo piano anche la divulgazione, curando mostre di grande impatto e respiro e che testimoniano il suo interesse e curiosità anche per argomenti diversi, come “I colori del fasto. La domus del Gianicolo e i suoi marmi” del 2005, “Ricostruire l’antico prima del virtuale. Italo Gismondi un architetto per l’archeologia” del 2007, “I colori dell’archeologia. La documentazione archeologica prima della fotografia a colori” del 2009. Durante gli anni in Soprintendenza ha curato anche la sistematizzazione e informatizzazione dei dati dell’archivio storico archeologico, organizzandoli in una banca dati consultabile on-line e ha coordinato l’attività di tutela nell’area centrale. Per tutti noi suoi colleghi, quella di Fedora, è una grande perdita e ci mancheranno molto la sua intelligenza, la sua preparazione e la sua amicizia e affettività. Ai familiari e agli amici le nostre più partecipate condoglianze”.

L’archeologa Fedora Filippi a Beirut durante la missione archeologica (foto ilmitte)

Un personalissimo ricordo l’ha scritto la giornalista Lucia Conti, direttore de “Il Mitte”, il primo quotidiano online per gli italiani all’estero, inaugurato il 7 maggio 2012 a Berlino. “Per me questa donna dalla mente eccelsa – scrive Lucia Conti – era soprattutto Fedora, o Fedi. L’ho conosciuta per la prima volta a casa dell’amica comune Amelia Massetti, persona straordinaria che tanto le è stata vicina, fino all’ultimo giorno. Ricordo il suo sorriso, la sua eleganza e ricordo il fatto che ci venne naturale chiacchierare. Parlammo del lavoro, delle incombenze del momento, della serata piacevolissima che stavamo vivendo, di cose poco importanti e importantissime, nello schema generale della vita. Il legame si creò subito. Ebbi la grande fortuna e l’onore di essere oggetto della sua stima”. E continua: “Ricordo la sua timidezza, le sue mani che quasi tremavano, la riservatezza estrema che questa donna così elegante e delicata mostrava quando si trattava di venire avanti anche in prima persona, e non solo attraverso i risultati del suo eccellente lavoro. Laddove molti rivendicano titoli e spazi con tracotanza, a volte anche a gomitate, lei nascondeva i suoi successi come se fossero colpe. Però era sempre pronta a farsi violenza e a vincere se stessa, quando si trattava di esporsi per una causa giusta. A casa sua ebbi modo di scorrere alcune tra le sue innumerevoli pubblicazioni scientifiche, che l’avevano resa una star dell’archeologia. E quanto si imbarazzerebbe, se leggesse oggi queste mie parole! Scoprii anche che aveva lavorato a Beirut, con grande successo e in condizioni di estremo pericolo. Ogni tanto spuntava fuori un tassello di quel meraviglioso mosaico che è stata la sua vita professionale e quando accadeva era bellissimo restare in silenzio, a imparare”. Conclude Lucia Conti: “Sinceramente prostrata dalla notizia, mi unisco a chi la amava, è l’unica cosa che posso fare. Quindi abbraccio con tutto il cuore innanzitutto la famiglia, il marito Henner, che è stato straordinario in momenti terribili, e Federica, gemella di Fedora, che sono stata felicissima di conoscere, anche se in circostanze davvero tristi. Fedora è andata via in una giornata uggiosa. Il giorno dopo è spuntato il sole e domina il suo ricordo, più luminoso di quanto sia questo spicchio di luce a cui sto anche dando le spalle. Voglio immaginarla immersa nelle cose che amava: leggere, studiare, viaggiare, esplorare il passato del mondo, le sue passeggiate nel bosco, la purezza assoluta dei monti e i soggiorni in famiglia sul Baltico, quando c’è sole, ma fa ancora freddo”.

Piramide Cestia: entro dicembre ultimati i restauri pagati da mecenate giapponese. Il ministro: un esempio per le nostre aziende (che ora possono usufruire dell’Art Bonus)

Il magnate giapponese Yuzo Yagi davanti alla Piramide Cestia "incartata" per i restauri

Il magnate giapponese Yuzo Yagi davanti alla Piramide Cestia “incartata” per i restauri

Una veduta aerea della Piramide di Caio Cestio vicino a Porta San Paolo a Roma

Una veduta aerea della Piramide di Caio Cestio vicino a Porta San Paolo a Roma

dicembre sarà ultimato il restauro della Piramide di Caio Cestio a Roma, vicino a Porta San Paolo, nota anche come Piramide Cestia: il cantiere chiuderà in anticipo di cinque mesi per il primo lotto e di tre mesi per il secondo. Un risultato eccezionale che ha stupito prima di tutto il finanziatore dei restauri, Yuzo Yagi, un mecenate nipponico – magnate della moda giapponese – che ha voluto contribuire con una donazione di due milioni di euro alla soprintendenza speciale archeologica di Roma per il recupero della tomba di Caio Cestio, i cui marmi di Carrara stanno tornando agli antichi splendori grazie ai lavori di pulitura, stuccatura e messa in stabilità. “Il restauro sta andando molto bene”, commenta soddisfatto dall’alto dei ponteggi dove si è arrampicato qualche giorno fa nel suo terzo sopralluogo al cantiere accompagnato dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, dalla soprintendente Mariarosaria Barbera e dalla direttrice Rita Paris. “Gli architetti e gli archeologi che stanno lavorando sono molto seri, anche se, con mia sorpresa – aggiunge ridendo – sono italiani”. Una battuta dietro la quale si nasconde in realtà un certo stupore: “Faccio affari con gli italiani da quarant’anni e sono molto creativi, ma non proprio puntuali, ecco. Se fissi la scadenza al 10 settembre, loro in genere consegnano il 10 ottobre”. Evidentemente questa volta la virtù ha superato il vizio e Yagi già pensa all’inaugurazione: “Faremo la cerimonia l’estate prossima, attorno a giugno-luglio, con amici americani ed europei”.

La Piramide fu voluta come tomba da Caio Cestio e realizzata tra il 18 e il 12 a.C.

La Piramide fu voluta come tomba da Caio Cestio e realizzata tra il 18 e il 12 a.C.

La Piramide Cestia è l’unico monumento superstite di una serie presente a Roma nel I sec. a.C., quando l’edilizia funeraria fu interessata dalla moda sorta a Roma dopo la conquista dell’Egitto nel 31 a.C. Caio Cestio, uomo politico romano, membro del collegio sacerdotale degli epuloni, dispose nel testamento che la costruzione del proprio sepolcro, in forma di piramide, avvenisse in 330 giorni. La tomba fu innalzata lungo la Via Ostiense, nel periodo tra il 18 e il 12 a.C., cioè tra l’anno di promulgazione della legge contro l’ostentazione del lusso che impedì di porre all’interno della cella alcuni pregiati arazzi, e quello della morte di Agrippa, genero di Augusto, menzionato tra i beneficiari del testamento. La piramide fu successivamente inglobata nella cinta muraria costruita tra il 272 e il 279 su iniziativa dell’imperatore Aureliano.

La Piramide Cestia è alta 36,40 metri con una base quadrata di 29,50 metri di lato

La Piramide Cestia è alta 36,40 metri con una base quadrata di 29,50 metri di lato

La tomba, nel cuore della piramide, è decorata a fresco: fu violata nel medioevo

La tomba, nel cuore della piramide, è decorata a fresco: fu violata nel medioevo

“La struttura, alta 36,40 metri con una base quadrata di 29,50 m di lato”, spiega la direttrice Rita Paris -, è composta da un nucleo di opera cementizia con cortina di mattoni; il rivestimento esterno è costituito da lastre in marmo lunense. La camera sepolcrale, di circa 23 mq, con volta a botte, fu murata al momento della sepoltura, secondo l’usanza egiziana. Al Medioevo risale probabilmente la prima violazione della tomba, attraverso un cunicolo scavato sul lato settentrionale, che ha determinato la perdita dell’urna cineraria e di porzioni notevoli della decorazione. Le pareti – continua – sono decorate a fresco secondo uno schema decorativo a pannelli, all’interno dei quali si distinguono, su fondo chiaro, figure di ninfe alternate a vasi lustrali. In alto, agli angoli della volta, quattro Vittorie alate recano nelle mani una corona e un nastro; al centro in origine doveva essere una scena di apoteosi raffigurante il titolare del sepolcro”.

Il restauro della Piramide Cestia sarà ultimato entro dicembre con tre mesi di anticipo

Il restauro della Piramide Cestia sarà ultimato entro dicembre con tre mesi di anticipo

Il ministro Franceschini col mecenate Yagi sulle impalcature del cantiere di restauro

Il ministro Franceschini col mecenate Yagi sulle impalcature del cantiere di restauro

Il restauro della cella sepolcrale è stato realizzato dalla soprintendenza Archeologica di Roma nel 2001. E ora si sta procedendo al restauro della struttura della piramide grazie all’aiuto di Yagi. “Siamo qui – dice il ministro nel sopralluogo col mecenate – per testimoniare la nostra gratitudine a Yagi che ha voluto dare una somma così importante, prima 1 milione di euro e poi un altro milione di euro, per restaurare un bene che appartiene all’umanità intera. Questo, infatti, mi ha sottolineato appena arrivato Yagi – racconta – e cioè che questo bene appartiene al mondo, come i siti Unesco appartengono all’umanità. Difficile dire, infatti, che appartengano allo Stato, al Comune o ad un privato che li possiede pro tempore. È davvero importante che ci sia stato un atto di mecenatismo puro che ci consente di recuperare la piramide, con un cantiere in cui si sono incontrate tutte le eccellenze italiane e che è riuscito a finire il primo lotto con cinque mesi di anticipo e che con tutta probabilità terminerà il secondo lotto in anticipo di tre mesi sul cronoprogramma”. Yuzo Yagi è un privato “che guarda con grande amore all’Italia e al suo straordinario patrimonio storico e monumentale. Credo debba servire da esempio per molte imprese italiane che hanno sempre manifestato la volontà di fare donazioni e liberalità per il recupero del nostro patrimonio, lamentando però il fatto che non ci fossero incentivi fiscali. Ora però ce ne sono di formidabili – conclude Franceschini – e valgono per le imprese che hanno sede in Italia. Incentivi del 65% che ci mettono davanti a tutti i Paesi europei. Gli alibi, quindi, sono finiti”. Altre donazioni in vista da parte del magnate della moda giapponese? “Sì, perché no? Non escludo di investire in altri beni italiani in futuro”, risponde Yagi. “Per ora non ho pensato a nulla in particolare. In Italia ci sono molte ‘sleeping beauty’, bellezze dormienti, sepolte sotto la polvere. Non lo escludo”.

 

Grazie al milione di euro donato dall’Azerbaijan parte l’operazione Parco dei Fori imperiali riuniti a Roma: scavi in via Alessandrina che in parte “sparirà”

Il tracciato di via Alessandrina e di via dei Fori imperiali che insiste suI foro di Nerva, di Augusto e di Traiano a Roma

Il tracciato di via Alessandrina e di via dei Fori imperiali che insiste suI foro di Nerva, di Augusto e di Traiano a Roma

Via Alessandrina a Roma corre alta sopra i Fori Imperiali, che in parte divide: presto una parte "sparirà"

Via Alessandrina a Roma corre alta sopra i Fori Imperiali, che in parte divide: presto una parte “sparirà”

Grazie a fondi privati questa sembra la volta buona per dare sostanza al grande progetto del parco archeologico dei Fori imperiali, nel cuore di Roma: una delle più grandi aree archeologiche del mondo. C’è infatti il via libera agli scavi archeologici e alla valorizzazione dell’area dei Fori imperiali, in particolare sotto la via Alessandrina (destinata in parte a “sparire”), che permetteranno la riunificazione di uno dei complessi archeologici più importanti al mondo costituito dai fori di Traiano, Augusto e Nerva. E tutto grazie a un mecenate: la Repubblica dell’Azerbaijan, che ha donato a Roma un milione di euro. L’annuncio è stato dato durante l’incontro tra il sindaco di Roma Ignazio Marino e il presidente della Repubblica dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, sulla terrazza sui Mercati di Traiano, che affaccia proprio sulla via Alessandrina, strada parallela ai Fori imperiali, chiusa nel 2007 per essere riaperta completamente ristrutturata il 28 ottobre 2013, nella zona più bassa del Rione Monti, dalla quale la zona circostante prendeva il nome di Quartiere Alessandrino. L’intervento (che sarà curato dalla soprintendenza Capitolina, guidata da Claudio Parisi Presicce, e da quella statale, la soprintendenza ai Beni archeologici di Roma) partirà tra circa 6 mesi e sarà affidato con gara pubblica, coinvolgendo le università con i dipartimenti di Archeologia e le accademie straniere presenti a Roma, per una durata di 24 mesi dall’affidamento. Il finanziamento sarà suddiviso in due rate da 500mila euro: la prima entro 3 mesi dal completamento delle procedure della legislazione azera, la seconda a un anno di distanza. Anche i lavori saranno divisi in due fasi: una per le verifiche e i sondaggi archeologici e la seconda per l’eliminazione del terreno attraverso l’uso di speciali macchinari. Questa comunque è solo l’ultima delle iniziative che la Repubblica dell’Azerbaijan ha messo in piedi con Roma Capitale: la collaborazione, infatti, ha già visto la mostra al museo della Civiltà Romana “Azerbaijan, la terra dei fuochi sulla via della seta” e il restauro degli elementi architettonici delle opere della Sala dei Filosofi nei Musei Capitolini.

Una veduta aerea di via Alessandrina nel cuore dei Fori imperiali a Roma

Una veduta aerea di via Alessandrina nel cuore dei Fori imperiali a Roma

Il nome Via Alexandrina era stato attribuito alla via nata dall’allargamento dell’antica Via Recta voluto da Alessandro VI per il giubileo del 1500. Il toponimo “Alessandrino” oggi in uso deriva dall’acquedotto Alessandrino che insiste nella zona. La zona dei Fori – ricordano gli archeologi – non fu mai completamente abbandonata, anche nei secoli della decadenza, in parte demolendo ma anche ricostruendo e riutilizzando strutture dei fabbricati antichi, e in parte trasformando in terreno agricolo quello che era un tempo il centro della Roma imperiale. Gli scavi nell’area dei Fori in corso dal 1998 hanno infatti evidenziato gli strati di crollo o di abbandono databili tra il VI e il VII secolo e resti di case aristocratiche databili al IX e X secolo nel Foro di Nerva, tra le pochissime tracce di edilizia di età carolingia note in Roma. La zona comunque, pianeggiante e posta ai piedi dei colli Quirinale, Viminale e Oppio, con la messa fuori uso del sistema fognante romano era tornata paludosa, tanto da essere denominata popolarmente i Pantani. La prima sistemazione urbanistica moderna della zona tra il Foro di Nerva e la Colonna Traiana avvenne attorno al 1570 per opera del cardinale Michele Bonelli, nipote di Pio V Ghislieri, detto l’Alessandrino dalla sua zona di origine. Questi provvide a bonificare l’area e a renderla edificabile, tracciandovi la via detta, dal suo appellativo, Alessandrina. La strada tagliava l’antico Argiletum raggiungendo il Tempio della Pace (al di là dell’odierna via Cavour).

Il quartiere Alessandrino nel cuore di Roma prima degli sventramenti del Ventennio fascista

Il quartiere Alessandrino nel cuore di Roma prima degli sventramenti del Ventennio fascista

Il quartiere, con una sua vita, una sua storia, e memorie anche di rilievo, insisteva però su un’area che, per la sua ricchezza dovuta alla presenza di straordinari giacimenti archeologici, fin dall’Unità d’Italia era stata al centro di quella che Antonio Cederna chiamò “l’eterna fissazione sventratoria che si afferma subito dopo l’Unità”. Già il primo piano regolatore di Roma capitale, del 1873, prevedeva l’allargamento di via Cremona (la parallela di via Alessandrina sotto il Campidoglio, che insisteva sul Foro di Cesare) in direzione di via Cavour e la costruzione di un viadotto che, prolungando la stessa via Cavour (costruita appunto in quegli anni), attraversasse il Foro romano in sopraelevata, verso la Bocca della Verità e Trastevere. Tuttavia la costruzione dell’enorme massa del Vittoriano – avvenuta tra il 1900 e il 1911 al di fuori di ogni piano, come accadde per decenni a Roma – spostò il fuoco dell’attenzione urbanistica dai Fori a piazza Venezia.

Una veduta del quartiere Alessandrino a Roma durante gli sventramenti del 1932

Una veduta del quartiere Alessandrino a Roma durante gli sventramenti del 1932

Cominciò allora ad apparire indispensabile realizzare un tracciato viario rettilineo che mettesse in comunicazione il nuovo nucleo monumentale moderno con quello antico individuato nel Colosseo. Le prime demolizioni – finalizzate appunto alla costruzione del Vittoriano – erano avvenute nel primo decennio del Novecento tra piazza Venezia e il fianco nord del Campidoglio, polverizzando fra l’altro il chiostro del convento dell’Ara Coeli e la Torre di Paolo III sul Campidoglio. Nel 1926 venne deliberata una variante al piano regolatore che prevedeva la completa demolizione di quanto era stato costruito nei secoli sopra i Fori tra piazza Venezia e via Cavour. Lo sventramento fu così approvato nel 1931, e realizzato in un solo anno, interessando tutto lo spazio tra piazza Venezia e il Colosseo, dove per costruire i 900 metri di quella che sarà poi chiamata la Via dell’Impero vengono rimossi 300mila metri cubi di terra e calcestruzzi romani (sversati qualche chilometro più in là a colmare “le bassure già malariche della via Ostiense”), praticamente senza fare rilievi di ciò che si distruggeva. Alla fine dell’operazione saranno stati demoliti circa 5mila vani di abitazione in cui abitavano circa 4mila persone, trasferite dalle loro case sotto al Campidoglio in borgate cosiddette “provvisorie” che erano allora sperdute in mezzo alla campagna – Val Melaina, Tormarancia, Primavalle, Gordiani, Pietralata, San Basilio, Prenestino, Tiburtino. L’ultimo blocco di case demolito nel 1933 – la via dell’Impero è aperta al pubblico il 21 aprile 1933 – è quello di via Alessandrina.

 

L’Athena Nike di Fondazione Sorgente Group: un originale greco a Roma. Ora è oggetto di studio della comunità scientifica alla Normale di Pisa

La statua greca di Athena Nike del 430 a.C. comprata da Fondazione Sorgente Group

La statua greca di Athena Nike del 430 a.C. comprata da Fondazione Sorgente Group

Due giorni per svelare tutti i segreti della statua greca di Athena Nike della Fondazione Sorgente Group. Il 3 e il 4 aprile la statua del 430 a.C. è al centro di un convegno di studio organizzato dalla Scuola Normale Superiore di Pisa. Introdotto da Eugenio La Rocca (che per primo identificò e studiò l’opera) e da Gianfranco Adornato, l’incontro fa luce sulle caratteristiche di questo capolavoro dell’arte greca antica, già oggetto di una mostra multimediale nello Spazio Espositivo Tritone a Roma. La statua di Athena Nike fu acquistata dalla Fondazione Sorgente Group nel dicembre del 2011: l’opera, individuata nel mercato antiquario, è stata subito sottoposta a vincolo di tutela dalla soprintendenza Archeologica di Roma. Il convegno, organizzato da Gianfranco Adornato (ricercatore di Archeologia classica in Normale) si propone di far conoscere questo capolavoro greco alla comunità scientifica e di proseguirne gli studi, discutendo – con i maggiori specialisti a livello internazionale – questioni e aspetti sull’iconografia della scultura ancora non risolti. Eugenio La Rocca, ordinario di Archeologia e storia dell’arte all’Università “Sapienza” di Roma, che – come si diceva – ha affrontato per primo uno studio approfondito scientifico sulla scultura, è riuscito a individuare la cronologia e soprattutto l’identificazione del soggetto. “La scultura è un originale greco in marmo pario lychnite del V secolo a.C.”, spiega l’esperto archeologo, “da inquadrarsi intorno al 430 a.C. È stato possibile identificarla come Athena Nike per gli attributi che la caratterizzano: l’egida trattenuta sul davanti da una fibbia ricoperta da una piccola testa di Medusa e i due fori quadrangolari sulle scapole indicano l’originaria presenza delle ali, ora perdute”. Tuttavia non esistono confronti statuari coevi da poter prendere a esempio: “L’opera è un unicum, sarebbe l’archetipo, il modello a cui si guardò per la realizzazione della copia romana di una Minerva Vittoria di età antoniniana della collezione Pitcairn, conservata nel Museo Glencairn a Philadelphia”. Al convegno di Pisa apre i lavori proprio Eugenio La Rocca (Università di Roma La Sapienza) dopo l’introduzione di Gianfranco Adornato della Scuola Normale Superiore. Sulla cattedra si alternano poi Arne Thomsen (Universitat des Saarlandes), Kenneth Lapatin (The J. Paul Getty Museum, Los Angeles), Olga Palagia (Università di Atene) e Irene Bald Romano (The University of Arizona, Tucson) mentre le note conclusive verranno affidate a Lucia Faedo (Università di Pisa).

L'Athena Nike nella ricostruzione in 3D su studi del pro. La Rocca con in mano la corona d'alloro e la palma, l'egida sul petto e, dietro, due ampie ali

L’Athena Nike nella ricostruzione in 3D su studi del pro. La Rocca con in mano la corona d’alloro e la palma, l’egida sul petto e, dietro, due ampie ali

La Fondazione Sorgente Group nel febbraio 2013 ha presentato per la prima volta a Roma la scultura di Athena Nike, ponendola al centro di un allestimento multimediale nel suo Spazio Espositivo Tritone, su iniziativa della vicepresidente della Fondazione, Paola Mainetti. Per circa un anno la statua è stata esposta al pubblico in un progetto multimediale realizzato da Paco Lanciano con la sua equipe di Mizar, grazie a sofisticati procedimenti informatici e installazioni illuminotecniche e audio. La statua del 430 a.C. ha mostrato così il suo aspetto originario con suggestive proiezioni tridimensionali. “Il progetto multimediale”, spiega Paola Mainetti, “nasce dall’idea di trasmettere e rendere fruibile il grande capolavoro dell’Athena Nike al pubblico, regalando un’emozione inaspettata e scoprendo l’arte greca in una forma più comprensibile”. La ricostruzione virtuale realizzata da Paco Lanciano si è basata scientificamente sull’accurato studio delle ipotesi ricostruttive e iconografiche della scultura del prof. Eugenio La Rocca. “Nel passato la statua – spiega La Rocca – era una scultura votiva, collocata su una colonna o pilastro, a circa 5 metri di altezza, all’interno di un santuario attico o di ambiente filo-ateniese, atterrava su uno sperone di roccia per celebrare le vittorie dell’esercito”. Continua La Rocca: “Nella mano sinistra doveva tenere una corona di alloro o ulivo destinata al vincitore della battaglia, mentre nella destra un ramo di palma. La tradizionale egida, collocata sul petto completava e caratterizzava la dea come Athena, mentre le ali la connotavano come una Nike. È possibile che in età augustea l’Athena Nike di Fondazione Sorgente Group sia stata trasferita dalla sua sede originaria a Roma, dove venne restaurata”. Claudio Strinati, direttore scientifico della Fondazione Sorgente Group: “Ho sposato subito il progetto per la sua novità, poiché unisce innovazione tecnologica e mondo della cultura per mostrare un prodotto di facile comprensione”. Un filmato didattico realizzato dalla Sema di Sergio Fontana ha documentato la realizzazione dei modelli tridimensionali della statua approfondendone gli aspetti archeologici di realizzazione della superficie.