Archivio tag | soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno Padova e Treviso

Padova. Per il ciclo “Tutta Padova ne parla” conferenza “Copie e falsi nell’archeologia e nell’arte” sull’esito del progetto dell’università di Padova per la conoscenza del patrimonio ceramico greco e magnogreco in Veneto

“Copie e falsi nell’archeologia e nell’arte” è il tema del prossimo appuntamento per il ciclo di conferenze “Tutta Padova ne parla”, promosso dalla soprintendenza e dal dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, che si terrà giovedì 23 giugno 2022, alle 17, al Complesso universitario patavino Beato Pellegrino, aula 5 dell’università di Padova (ingresso dalla piazzetta di via Elisabetta Vendramini, 13). Ingresso libero e gratuito, è raccomandato l’uso della mascherina. L’incontro a più voci è finalizzato a presentare in anteprima una pubblicazione che raccoglie l’esito di contributi multidisciplinari dedicati a un tema di singolare fascino e interesse, al quale l’università di Padova da anni dedica una specifica attenzione e cura con ricerche e studi specialistici di eccellenza, finalizzati alla conoscenza del patrimonio ceramico greco e magnogreco presente in Veneto. Il ritrovamento e l’identificazione di reperti falsificati presenti nelle collezioni museali pubbliche e private ha permesso di diversificare l’approccio allo studio e alla ricerca, coinvolgendo professionalità di varia provenienza e di formazione anche giuridica, competenti negli ambiti correlati della tutela e della legalità. Introduce Fabrizio Magani, soprintendente Abap area metropolitana Venezia e province Belluno Padova Treviso. Intervengono: Monica Salvadori, università di Padova; Emanuele Pellegrini, scuola IMT Alti Studi Lucca.

Adria. Al museo Archeologico nazionale per “Padusa incontri” pomeriggio su “Etruschi e Greci in Polesine. Novità archeologiche tra San Cassiano, Adria e San Basilio” con le ricerche portate avanti dalle università di Bologna, Padova e Venezia

Per “PADUSA incontri” appuntamento venerdì 20 maggio 2022, alle 14.30, al museo Archeologico nazionale di Adria con la conferenza “Etruschi e Greci in Polesine. Novità archeologiche tra San Cassiano Adria e San Basilio”. Programma: 14.30, accoglienza; 14.45, saluti delle Autorità (Comune di Adria, Fondazione Cariparo, Comune di Ariano nel Polesine, Comune di Crespino); 15, introduzione: Alberta Facchi (MAN Adria), Giovanna Falezza (Soprintendenza ABAP VR RO VI), Paolo Bellintani (CPSSAE); 15.15: modera e introduce: Giuseppe Sassatelli (UniBO); 15.30, Maurizio Harari (UniPV), Raffaele Peretto (CPSSAE), Federica Wiel-Marin su “San Cassiano, il Cavaliere e altre storie del Polesine etrusco”; 15.55, Giovanna Gambacurta (UniVE), Silvia Paltineri (UniPD) su “San Basilio. Le nuove indagini nell’insediamento preromano (2018-2021)”; 16.20 – 16.50, pausa caffè; 16.50, modera e introduce: Simonetta Bonomi (Soprintendenza ABAP FVG); 17.05, Maurizio Harari (UniPV) presenta il volume “Iscrizioni della città etrusca di Adria. Testi e contesti tra Arcaismo ed Ellenismo” di Andrea Gaucci; 17.30, Maria Cristina Vallicelli (Soprintendenza ABAP VE MET), Claudio Balista su “Adria – nuovi dati sulla storia dell’abitato – i carotaggi del progetto VALUE”; 18, chiusura lavori (Simonetta Bonomi). La partecipazione alla giornata è libera. Consigliata la prenotazione allo 0426 21612.

L’area archeologica di San Basilio, vicino ad Ariano Polesine: i reperti sono al museo di Adria (foto drm-veneto)

Incentrata sulle evidenze archeologiche etrusche e greche e frutto di collaborazione tra CPSSAE (Centro polesano studi storici archeologici ed etnografici), Direzione regionale Musei Veneto, Soprintendenze ABAP di Verona e di Padova, la giornata intende illustrare al territorio gli esiti dei più recenti studi di archeologia e delle ricerche sul campo condotti tra Adria, San Basilio di Ariano nel Polesine e San Cassiano di Crespino dalle università di Bologna, Padova e Venezia in collaborazione con i tre Enti organizzatori della giornata. Numerose Istituzioni e Amministrazioni comunali hanno sostenuto negli anni le ricerche oggetto di questa giornata, tra cui la Fondazione Cariparo con il progetto “Ritorno a San Basilio” e l’Ente Parco regionale veneto Delta del Po attraverso il progetto europeo VALUE. La pluralità di soggetti pubblici e privati coinvolti nello studio dell’antico Polesine, tra cui ricordiamo l’impegno per la ripresa delle indagini a Frattesina di Fratta Polesina, è il segno più evidente della possibilità per il territorio di collaborare nell’ottica della formazione di un “sistema” di archeologia partecipata, nella consapevolezza che proprio l’archeologia rappresenti un forte elemento identitario del Polesine e in particolare dell’area deltizia.

Bibione (Ve). Conclusa la prima campagna di scavi della villa romana marittima: il team italo-tedesco (università di Ratisbona e università di Padova) ha individuato nuovi ambienti dell’impianto di I sec. d.C. e un ampliamento di epoca tardoantica

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Una fase dello scavo archeologico della villa romana marittima di Bibione (Ve) al Mutteron dei Frati (foto Universität Regensburg-Institut für Klassische Archäologie / Dirk Steuernagel)

Nei mesi di marzo e aprile 2022 l’Istituto di Archeologia dell’università di Ratisbona (Regensburg) ha portato a termine una prima campagna di scavi di una villa di epoca romana a Bibione (Ve). Con la concessione del ministero della Cultura e in stretto accordo con la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area metropolitana di Venezia e per le Province di Belluno Padova e Treviso, gli archeologi di Ratisbona hanno collaborato sul campo con i colleghi dell’università di Padova. Il team italo-tedesco, sotto la guida del prof. Dirk Steuernagel, ha potuto così individuare nuovi ambienti pertinenti al primo impianto della residenza romana, databile agli inizi del I secolo d.C., e ad un ampliamento di epoca tardoantica. Sono emersi dunque nuovi risultati soprattutto riguardo al periodo tardoantico, in cui l’impianto residenziale non solo continuò ad essere abitato ma fu pure ingrandito. Le indagini di scavo sono durate tre settimane (dal 21 marzo all’8 aprile 2022). Decisivo per la realizzazione degli scavi è stato anche il generoso sostegno logistico dei proprietari e dell’affittuario della tenuta Valgrande. Gli scavi hanno interessato un’area di circa 40 mq, aperta a lato di un settore della villa già noto e parzialmente visibile.

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Visualizzazione 3D dello scavo archeologico della villa romana marittima di Bibione (Ve) al Mutteron dei Frati, visto da sudest (foto Universität Regensburg-Institut für Klassische Archäologie / Alice Vacilotto)

La villa sorgeva sul fianco meridionale di un’antica duna di sabbia (il “Mutteron dei Frati”), probabilmente risalente all’epoca preistorica. Essa venne realizzata dunque in prossimità dell’antica costa dell’Adriatico, mentre l’odierna spiaggia di Bibione, formatasi nei secoli successivi, dista varie centinaia di metri. La villa prosperò verosimilmente grazie alle risorse del mare, in particolare con la pesca e l’allevamento di pesci, come sembra indicare peraltro il ritrovamento di pesi di terracotta per le reti. Le imponenti strutture murarie, realizzate in pietra del Carso e di Aurisina e il lussuoso arredo delle stanze, decorate da affreschi e mosaici, testimoniano allo stesso tempo le elevate possibilità economiche dei proprietari. La villa di Bibione offre quindi importanti informazioni riguardo all’insediamento di età romana nella regione nord-adriatica.

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Visualizzazione 3D dello scavo archeologico della villa romana marittima di Bibione (Ve) al Mutteron dei Frati, visto da sudovest (foto Universität Regensburg-Institut für Klassische Archäologie / Alice Vacilotto)

Il sito era già noto da molto tempo. Le prime menzioni di scoperte archeologiche fortuite si hanno nel Settecento. In seguito, furono intrapresi scavi a più riprese, diretti dall’allora soprintendenza Archeologica del Veneto, tuttavia senza mai riuscire a indagare sistematicamente l’intero complesso inserendolo nel suo ambiente naturale antico e nel quadro delle floride attività economiche e commerciali di allora. Proprio a tale scopo gli archeologi di Ratisbona e di Padova hanno ora elaborato un esteso programma di ricerca che coinvolge anche esperti di geologia, geografia e scienze naturali. Insieme alla soprintendenza ABAP per l’Area metropolitana di Venezia, si è cominciato già nel 2018 a rilanciare le ricerche sulla villa marittima condividendo i dati archeologici disponibili, riprendendo le questioni aperte e sviluppando nuove prospettive anche per la possibile valorizzazione futura del sito nella cornice naturalistica di grande pregio della Valgrande. Nel corso di due anni, si sono svolte indagini preliminari di diverso tipo, tra l’altro prospezioni geofisiche e primi saggi di scavo, dirette dalla Soprintendenza.

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Pesi di terracotta per reti da pesca dallo scavo archeologico della villa romana marittima di Bibione (Ve) al Mutteron dei Frati (foto Universität Regensburg-Institut für Klassische Archäologie / Francesca Pandolfo)

Nel novembre 2021, una squadra italo-tedesca, coordinata dalla prof. Maria Stella Busana dell’università di Padova, ha condotto ricognizioni archeologiche nell’entroterra della villa, nel Comune di San Michele al Tagliamento, individuando altri siti frequentati in epoca romana e studiando i materiali raccolti per meglio definire la loro cronologia e funzione. Nello stesso periodo, i geofisici di Padova hanno svolto sotto la direzione della prof. Rita Deiana nuove prospezioni geoelettriche, che hanno aiutato a identificare le aree poi interessate dallo scavo. Per proseguire le ricerche gli archeologi di Ratisbona hanno fatto richiesta di finanziamento presso la principale istituzione tedesca preposta alla promozione della ricerca scientifica.

Feltre. Nasce il nuovo museo civico Archeologico, dedicato ai mille anni di storia della città veneta: dalla civiltà retica alla caduta dell’Impero, con un focus particolare sulla romana Feltria

Testa di satiro conservata al museo civico Archeologico di Feltre (foto marco bergamaschi)

feltre_archeologico_nuovo-museo_locandinaAlle pendici delle Dolomiti nasce il nuovo museo Archeologico di Feltre, la “Venezia dolomitica”, che narra di quel municipium romano, Feltria, tra i più rilevanti centri dell’alta terraferma veneta, che controllava un territorio vastissimo, le vallate alpine comprese tra Belluno e Trento, ricordato – meglio, sancito – da una grande iscrizione scolpita a oltre 2000 metri d’altezza sul monte Pergol, nella catena del Lagorai. Il nuovo museo civico Archeologico di Feltre sarà inaugurato il 29 aprile 2022 al piano terra di Palazzo Villabruna, seminterrato e scavato nella roccia su cui poggia l’edificio, accoglie in una rara struttura a fondaco con botteghe. E poi dal 30 aprile 2022 aperto al pubblico con orari, per tutto il mese di maggio 2022, dal lunedì alla domenica 10.30-13 e 15-18. Previste aperture straordinarie e serali  https://www.visitfeltre.info/. Ingresso con Totem card che consente l’accesso a museo civico, Galleria Rizzarda, museo Diocesano, Torri del Castello ed ex Prigioni (ridotta 8 euro, intera 10, famiglia 14). Info e prenotazioni Società Aqua srl 327/2562682.

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La sala del museo civico Archeologico di Feltre che espone lastre con iscrizioni (foto studio esseci)

Il museo Archeologico di Feltre, dedicato ai mille anni di storia della città veneta (dalla civiltà retica alla caduta dell’Impero), è stato creato dal Comune di Feltre, d’accordo con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Βelluno Padova e Treviso. È un museo di nuova generazione, luogo di esposizione di reperti spesso unici, ma anche e soprattutto luogo dove la Storia si fa racconto. Per offrire un viaggio che inizia all’interno del Museo per espandersi nell’intera città, conducendo ai luoghi di rinvenimento dei reperti esposti o di collocazione dei principali monumenti della città romana e, ancor prima, retica. Qui ogni reperto esposto è abbinato ad un sistema di approfondimento digitale, che si connette ad un archivio web, richiamato tramite QR Code direttamente sullo smartphone del visitatore. Altri dispositivi multimediali, quali videoproiettori, monitor, diffusori acustici, accompagnano il percorso espositivo, rendendolo altamente interattivo.

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La scenografica parata di capitelli ionico-italici che accoglie il visitatore al museo civico Archeologico di Feltre (foto studio esseci)

Ad accogliere il visitatore nel nuovo Museo è la scenografica parata di capitelli ionico-italici in pietra tenera di Vicenza. L’attigua sala è invece dedicata alla piccola statuaria e mostra il gusto raffinato degli ornamenti delle ricche dimore locali tra il I sec. a.C. e il II d.C. La fontanella, rinvenuta nel 1926 in via Mezzaterra, evoca gli zampilli che dovevano risuonare in un elegante giardino e l’enigmatico sorriso della Testa di Satiro, trovata poco distante nel 1935, trasporta in un mondo di miti legati a Dioniso e al suo seguito. Davvero insolite le circostanze del rinvenimento del busto di efebo, copia romana del Narciso di Policleto, scoperto nel 1986, murato nei palazzetti Bovio-Da Comirano.

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La monumentale statua di Esculapio simbolo del museo civico Archeologico di Feltre (foto studio esseci)

Nella sala dedicata ai culti è possibile ammirare la monumentale statua di Esculapio in marmo greco, emersa durante gli scavi sul sagrato del Duomo nel 1974, che costituisce oggi la più grande rappresentazione del dio della medicina di tutta l’Italia centro-settentrionale ed è uno dei pezzi più iconici del museo civico Archeologico. Accanto ad essa l’ara votiva all’antichissima dea delle origini di Roma, la già citata Anna Perenna. Due altre sale propongono una carrellata sui culti funerari attestati nel Feltrino: dalle iscrizioni, come quella a Celio Montano dall’elaborata decorazione scolpita, al frammento di un imponente sarcofago di età imperiale emerso negli scavi di palazzo Bizzarini nel 2002. Non mancano reperti rinvenuti in aree sepolcrali di remoto utilizzo quale quella del cimitero urbano, che offrono un esempio degli oggetti che accompagnavano il defunto nel suo viaggio nell’aldilà: dagli ornamenti della persona a monete e suppellettili in terracotta, vetro soffiato e metallo. Del tutto particolare la tomba di Aeronia Maxima rinvenuta a Sovramonte negli anni ’50, composta da un’urna tufacea contenente ossa incinerate, un’iscrizione e un piccolo corredo.

Udine. All’università e in streaming su Teams il seminario conclusivo del progetto “BENĀCUS – Ricerche storico-archeologiche e prospezioni geofisiche integrate per una mappatura del patrimonio culturale sommerso del lago di Garda” per il recupero di fonti archeologiche inedite da affiancare a quelle storico-archivistiche nella ricostruzione delle vicende della flotta veneziana tra XV e XVI secolo

Locandina del seminario sul progetto “Banacus” dell’università di Udine, anche in streaming
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Prospezioni archeologiche subacquee nelle acque del lago di Garda, lungo la sponda veronese (foto uniud)

Martedì 19 ottobre 2021 seminario conclusivo del Progetto di Ricerca Dipartimentale (PRID) “BENĀCUS – Ricerche storico-archeologiche e prospezioni geofisiche integrate per una mappatura del patrimonio culturale sommerso del lago di Garda”. L’evento verrà offerto in modalità ibrida: studenti e personale interno dell’università di Udine potranno assistere in presenza previa prenotazione, mentre il pubblico esterno potrà seguire la diretta trasmessa su Teams. Nato dalla collaborazione tra il dipartimento di Studi umanistici e del Patrimonio culturale dell’università di Udine e il dipartimento di Matematica e Scienze della Terra dell’università di Trieste, e forte dell’accordo con la soprintendenze locali, il progetto PRID “Benacus” ha portato avanti un’analisi autoptica della sponda veronese del lago di Garda per il recupero di fonti archeologiche inedite da affiancare a quelle storico-archivistiche nella ricostruzione delle vicende della flotta veneziana tra XV e XVI secolo. A conclusione delle ricerche, il DIUM organizza il seminario “BENĀCUS – Ricerche storico-archeologiche e prospezioni geofisiche integrate per una mappatura del patrimonio sommerso del lago di Garda”, curato da Massimo Capulli (responsabile scientifico del progetto) e dal prof. Andrea Zannini, in programma per il pomeriggio di martedì 19 ottobre 2021, alle 16, a Palazzo Antonini-Cernazai, Aula 13 (ex 14), in via Petracco 8 a Udine. Interverranno anche Giovanni Falezza e Alessandro Asta in rappresentanza delle soprintendenze Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo, Vicenza e per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

Relitto di una galea veneziana sui fondali della sponda veronese del lago di Garda (foto uniud)

“BENĀCUS – Ricerche storico-archeologiche e prospezioni geofisiche integrate per una mappatura del patrimonio culturale sommerso del lago di Garda” è un progetto del dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’università di Udine in collaborazione con il dipartimento di Matematica e Scienze dell’università di Trieste (referente prof. Michele Pipan) e il dipartimento di Ingegneria industriale dell’università di Firenze (referente prof. Benedetto Allotta), ed in accordo con la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza. L’obiettivo principale è di condurre una ricerca interdisciplinare che abbia per oggetto la sponda veronese del lago di Garda, finalizzata in primis alla ricostruzione storico-archeologica delle vicende connesse alla flotta della Serenissima nel periodo compreso tra la guerra veneto-viscontea e quella di Cambrai. La ricerca e la mappatura si avvalgono di una metodica interdisciplinare che prevede la raccolta e analisi delle fonti storico-archivistiche, lo spoglio dell’inedito archeologico disponibile presso gli uffici della Soprintendenza e l’organizzazione di campagne di prospezione strumentale. Queste ultime si basano sull’uso combinato di AUV (Autonomous Underwater Vehicle) e sistemi acustici, quali il Side Scan Sonar e il Sub Bottom Profiler, elettrici ERT (Electrical Resistivity Tomography) ed elettromagnetici GPR (Ground Penetrating Radar). La validazione finale del carattere archeologico delle segnalazioni/anomalie esito delle campagne di prospezione strumentale è affidata ad analisi autoptica da parte di archeologi subacquei fino ad una profondità massima di 50 metri, mentre per i siti più profondi ci si avvarrà di ROV, in questo caso dotati di fotocamere professionali e manipolatori che consentono in remoto di produrre una prima documentazione e prelevare eventuali campioni. Quest’attività farà sì che per ogni zona oggetto di indagine saranno disponibili le seguenti informazioni: coordinate precise di ciascun sito; documentazione video–fotografica; dimensioni e possibile datazione.

Oderzo. “La necropoli di Opitergium”, giornata di studi on line intorno alla mostra “L’anima delle cose” con la partecipazione di autorevoli studiosi italiani ed esteri

L’allestimento della mostra “L’anima delle cose” a Oderzo (foto Oderzo Cultura)

La mostra “L’Anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium”, promossa e organizzata da Oderzo Cultura in collaborazione con il Polo Museale del Veneto e con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso, da poco prorogata fino al 31 maggio 2021, diventa anche l’occasione per un ulteriore arricchimento dal punto di vista scientifico e culturale. Martedì 25 maggio 2021, “La necropoli di Opitergium”, giornata di studi on line intorno alla mostra “L’anima delle cose” sulla tematica dell’esposizione: appuntamento di grande interesse per la partecipazione di autorevoli studiosi italiani ed esteri. Vediamo il programma.

Programma. Alle 10, apertura dei lavori e saluti istituzionali: Maria Teresa De Gregorio, presidente di Oderzo Cultura; Maria Scardellato, sindaco del Comune di Oderzo; Fabrizio Magani, soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le Province di Belluno, Padova e Treviso. Dalle 10.30 alle 12.30, Prima Sessione. Modera: Marta Mascardi, Oderzo Cultura. Interventi: Marta Mascardi (Oderzo Cultura – museo Archeologico “Eno Bellis”) su “Il progetto espositivo”, Margherita Tirelli (già soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto) su “Spolia dalla necropoli opitergina: monumenta”, Giovannella Cresci Marrone (università Ca’ Foscari di Venezia) su “Spolia dalla necropoli opitergina: scripta”, Maria Cristina Vallicelli (soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le Province di Belluno, Padova e Treviso) su “I recinti funerari della necropoli opitergina: dallo scavo alla valorizzazione”, Luca Zaghetto (archeologo) su “Lo strano secchio da via Spiné”,  Elisa Possenti (università di Trento) su “Sepolture altomedievali di Oderzo: status quaestionis e problemi aperti”. Dopo la pausa pranzo, dalle 14 alle 16, Seconda Sessione. Modera: Maria Cristina Vallicelli (soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le Province di Belluno, Padova e Treviso). Interventi: Bruno Callegher (università di Trieste) su “Davvero “Obolo per Caronte”? Tombe con più monete nella Venetia et Histria”, Véronique Dasen (Université de Fribourg/ERC Locus Ludi) su “Play and toys in funerary contexts”, Margherita Bolla (Musei Civici di Verona) su “Strumenti scrittori in contesti funerari dell’Italia del Nord. Riflessioni a partire dal caso di Oderzo”, Cecilia Rossi (soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna) su “L’ombra dei gesti. Dal dato materiale alla ricostruzione del rito”. Alle 16, Tavolo di discussione e chiusura dei lavori. Modera: Margherita Tirelli già soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto.

Al museo civico di Montebelluna “Archeologia del territorio a Montebelluna”: giornata di studi archeologici dalla mostra “Sapiens. Da cacciatore a cyborg” dopo un’impegnativa campagna di studi sulle nuove scoperte archeologiche del territorio e la revisione delle collezioni nei depositi. Webinar gratuito su Zoom

Archeologia del territorio a Montebelluna: giornata di studi archeologici dalla mostra “Sapiens. Da cacciatore a cyborg”, a cura di Emanuela Gilli e Benedetta Prosdocimi. Evento on line organizzata dal museo civico di Montebelluna (Tv) insieme alla competente soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per parlare di archeologia, ricerca, tutela e valorizzazione. Partner scientifici: università di Padova – Dipartimento di Beni Culturali; università di Ferrara – Dipartimento di Studi Umanistici; università Ca’ Foscari Venezia – Dipartimento di Studi Umanistici; università di Verona – Dipartimento di Culture e Civiltà. Tutto questo grazie alla mostra “Sapiens. Da cacciatore a cyborg” allestita al Museo Civico di Montebelluna dopo un’impegnativa campagna di studi sulle nuove scoperte archeologiche del territorio e la revisione delle collezioni nei depositi. Appuntamento mercoledì 31 marzo 2021, mattino: 10.15-12.30 / pomeriggio: 16.30-18.30. Webinar gratuito su piattaforma Zoom. È possibile iscriversi ad entrambe le sessioni oppure ad una soltanto. Iscrizione obbligatoria a info@museomontebelluna.it oppure chiamando lo 0423300465. PROGRAMMA. Ore 10.15: Apertura dei lavori e saluti istituzionali, interviene Fabrizio Magani soprintendente ABAP-Ve-Met; ore 10.30-12.30 | SESSIONE 1 – Pre-Protostoria: “Valorizzare il patrimonio tra tutela, ricerca e comunicazione. Il caso della mostra Sapiens. Da cacciatore a cyborg” con Emanuela Gilli (museo di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna), Benedetta Prosdocimi (soprintendenza ABAP-Ve-Met) e Giorgio Vaccari (museo di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna). “Art Bonus per lo studio delle collezioni litiche preistoriche del museo civico di Montebelluna” con Nicolò Scialpi (università di Ferrara), Marco Peresani (università di Ferrara). “L’indagine di strutture con indicatori di attività artigianale dell’Età del ferro a Montebelluna-Via Mercato Vecchio” con Veronica Groppo archeologa, Gaspare De Angeli archeologo, Paolo Reggiani (Paleostudy). “Lo studio della tomba 410 dell’Età del Ferro dalla necropoli di Montebelluna-Posmon. Dati archeologici e antropologici a confronto” con Benedetta Prosdocimi funzionario archeologo SABAP-Ve-Met, Nicoletta Onisto antropologa. Ore 16:30-18:30 | SESSIONE 2 – Età Romana: “Montebelluna, una società multiculturale: il caso delle spade celtiche da tombe romane dalla necropoli di Posmon” con Pier Giorgio Sovernigo archeologo. “Microstorie di romanizzazione. Lo studio della tomba 304 dalla necropoli di Montebelluna-Posmon” con Claudia Casagrande archeologa, Giovannella Cresci Marrone (università Ca’ Foscari Venezia), Anna Marinetti (università Ca’ Foscari Venezia), Nicoletta Onisto archeologo (antropologo) professionista, e Michele Asolati (università di Padova). “La fucina romana di Montebelluna. Dallo scavo alla ricostruzione virtuale” con Maria Stella Busana (università di Padova), Denis Francisci (università di Padova), Emanuel Demetrescu (istituto di Scienze del Patrimonio Culturale-CNR). “Nuovi dati sul centro romano di Montebelluna. Il fondo Amistani a Mercato Vecchio” con Attilio Mastrocinque (università di Verona), Luca Arioli archeologo, e Alfredo Buonopane (università di Verona).

In ottobre aperture straordinarie dell’area archeologica di via Santo Stefano a Este e del giardino storico di Palazzo Soranzo – Cappello a Venezia

Aperture straordinarie dei luoghi della cultura. Nel mese di ottobre 2020 la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso aderisce al Piano di valorizzazione dei luoghi della cultura, promosso dal ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, offrendo ai visitatori l’opportunità di accedere gratuitamente all’area archeologica di via Santo Stefano a Este e al giardino storico di Palazzo Soranzo – Cappello a Venezia. Durante le aperture straordinarie il personale della soprintendenza sarà a disposizione del pubblico per approfondimenti e visite guidate. Il calendario delle aperture straordinarie: giardino di Palazzo Soranzo – Cappello a Venezia giovedì 1° e venerdì 2 ottobre, giovedì 8 e venerdì 9 ottobre, giovedì 15 e venerdì 16 ottobre 2020; area archeologica di via Santo Stefano a Este (Pd) giovedì 1° e venerdì 9 ottobre 2020.

Il giardino di Palazzo Soranzo-Cappello, uno tra i più rinomati a Venezia, risale al XVII secolo e conserva ancora l’originario apparato scultoreo monumentale, la corte, il tempietto e gli spazi arborei. Fu reso celebre anche da Henry James, che ne diede una suggestiva descrizione nel Carteggio Aspern. L’accesso sarà libero e contingentato dalle 15.30 alle 19.30, nel rispetto delle misure di prevenzione dal rischio di infezione da Covid-19. All’interno potranno essere presenti contemporaneamente 15 persone al massimo, tenute obbligatoriamente al distanziamento sociale e a indossare la mascherina. È prevista una visita guidata gratuita, a cura del personale della soprintendenza, alle 16.30 (massimo 8 partecipanti). Informazioni: Palazzo Soranzo Cappello Venezia, fondamenta Rio Marin, Santa Croce 770, tel. 0412728811 – 0412574011. Apertura gratuita al pubblico: 15.30 – 19.30; visita guidata gratuita: 16.30; numero massimo di partecipanti alla visita: 8 persone. Prenotazioni in loco fino a esaurimento dei posti disponibili. Informazioni: sabap-ve-met.urp@beniculturali.it

L’area archeologica di via Santo Stefano a Este (Pd) sarà gratuitamente aperta al pubblico – in collaborazione con il Comune di Este – nelle giornate di giovedì 1° ottobre e venerdì 9 ottobre 2020, dalle 16 alle 19, con visite guidate alle 16.30 e alle 17.30 (massimo 10 partecipanti per ciascun turno di visita). In tale occasione il personale della soprintendenza illustrerà le campagne di scavo che hanno interessato dalla fine dell’Ottocento al secolo scorso la necropoli, in uso dall’VIII secolo a.C., dalla quale sono emerse più di centocinquanta sepolture romane e preromane, tra le quali la tomba di Nerka Trostiaia, il cui corredo funerario – di particolare pregio – è attualmente esposto nel vicino museo Archeologico nazionale Atestino. Durante il percorso, che permette al visitatore di osservare agevolmente la complessa stratificazione degli scavi archeologici, si potrà apprezzare la varietà delle strutture portate alla luce, corrispondenti a diverse fasi storiche, e formate sia da tumuli di terreno delimitati da circoli funerari in piccole pietre, sia da complessi delimitati da grandi lastre di pietra, probabilmente riferibili a gruppi familiari e contenenti le cassette tombali con i resti cremati dei defunti. Informazioni: area archeologica di via Santo Stefano a Este in via Santo Stefano 13. Apertura gratuita al pubblico: 16–19; visite guidate gratuite: 16.30 e 17.30; numero massimo di partecipanti alla visita: 10 persone. Prenotazione obbligatoria Per informazioni e prenotazioni: sabap-ve-met.urp@beniculturali.it, tel. 0498243811.

 

Museo nazionale e area archeologica di Altino: la direttrice Marianna Bressan fa un primo bilancio, annuncia le iniziative del 2020, e presenta il ciclo di incontri “L’archeologo racconta. Scavi, studi e ricerche su Altino e dintorni”

Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale e dell’area archeologica di Altino (foto Graziano Tavan)

La mostra “Antenati altinati” al museo Archeologico nazionale di Altino (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Antenati altinati” al museo Archeologico nazionale di Altino

“L’archeologo racconta. Scavi, studi e ricerche su Altino e dintorni”: dieci incontri tra gennaio e maggio 2020 al museo Archeologico nazionale di Altino, al mercoledì pomeriggio alle 17.30. “L’iniziativa è nata perché ci sembrava giusto offrire un aggiornamento delle ricerche in corso e di quelle che sono in programma. C’è un filo rosso che collega i dieci incontri in programma: proprio l’aggiornamento. Vogliamo far conoscere a una platea sempre più ampia le attività dell’Archeologico di Altino, far passare il messaggio che il nostro museo non è fermo, anche nel campo della ricerca. E questo in piena collaborazione con la soprintendenza competente (Sabap per il Comune di Venezia e Laguna),  condizione essenziale per lo sviluppo armonico della ricerca e della comunicazione del Museo, ora che le competenze di tutela e valorizzazione sono attribuite a due diversi uffici”. C’è entusiasmo e partecipazione nelle parole di Marianna Bressan, la giovane direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino che ha ideato e aperto il ciclo di incontri “L’archeologo racconta” presentando un primo bilancio di un anno di direzione al museo insieme alle iniziative programmate o in cantiere. “Nel 2019”, ricorda Bressan, “l’Icom, l’International Council of Museums, ha cercato di dare una definizione di museo più aggiornata”. In un Convegno sono stati infatti affrontati i temi dell’accessibilità, della sicurezza e della trasformazione digitale nei musei, nell’ottica dei professionisti museali, a cui vengono richieste competenze un tempo non previste per aprirsi all’ascolto e alla partecipazione in un mondo sempre più interculturale. La rapida trasformazione degli istituti di cultura con una sempre maggiore attenzione alle persone, alle comunità e all’ambiente, il diverso approccio al patrimonio culturale e il superamento delle barriere disciplinari, schiudono nuove prospettive da cogliere ed elaborare. “Noi abbiamo cercato di migliorare, valorizzare, promuovere l’accessibilità del museo”, continua la direttrice. “A cominciare dall’ideazione e allestimento della mostra Antenati altinati, realizzata nell’ambito del progetto di collaborazione Historic, finanziato dal Programma INTERREG CBC Programma Italia -Croazia e finalizzato alla valorizzazione turistica dei siti pilota museali di Altino e Torcello con il coinvolgimento di professori e studenti universitari/neolaureati”. I reperti in mostra sono in pietra o marmo e pertanto sono “toccabili”. “Con la mostra lanciamo il progetto Tocchiamoli con mano per allargare l’accessibilità dell’esposizione agli ipovedenti”. E poi un altro modo per coinvolgere il visitatore è l’allestimento: i reperti, “gli altinati”, sembrano dialogare tra loro e al contempo rivolgersi al visitatore/viandante che cammina tra i sepolcri.

Paride Arciere, bronzetto di produzione etrusco-padana (prima metà V sec. a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Altino (foto museo Altino)

La direttrice Marianna Bressan nella nuova aula didattica del museo Archeologico nazionale di Altino (foto Graziano Tavan)

Ma i progetti in cantiere per il 2020 non finiscono qui. Come spiegato da Marianna Bressan nel primo incontro de “L’archeologo racconta” da gennaio a maggio ecco “Aspettando i centri estivi”, laboratori gratuiti per bambini e ragazzi dai 6 ai 12 anni, dove i piccoli partecipanti si cimentano nel produrre strumenti antichi e nello sperimentare antiche tecniche di lavorazione, tenendo sempre presente il quadro storico e geografico in cui si inseriva Altino. A ospitare i bambini e i ragazzi è la nuova aula didattica, fresca di inaugurazione, arredata grazie al progetto Historic. “I bambini”, interviene Bressan, “tengono una parte dei lavori realizzati per sé e parte li lasciano in dono al museo a disposizione delle persone con disabilità visive, che potranno così farne esperienza attraverso l’esplorazione tattile”. E poi il museo è pronto a presentare, dopo il Paride-Arciere (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/01/11/novita-al-museo-archeologico-nazionale-di-altino-ve-al-via-il-ciclo-reperto-riscoperto-con-lesposizione-di-oggetti-provenienti-dai-depositi-si-inizia-col-bronzetto-etru/) il secondo reperto dai depositi su cui focalizzare l’attenzione del pubblico. Infine la prima domenica del mese, in occasione dell’ingresso gratuito al museo, ci sono le “PasseggiAltine”: percorsi guidati con partenza alle 15 e alle 17.30.

Il sito della prima età del ferro studiato nell’ambito del progetto Altnos dell’università di Padova

Il prof. Michele Cupitò (università di Padova)

Il ciclo “L’archeologo racconta” riprende il 5 febbraio 2020 l’incontro con Michele Cupitò, docente di Preistoria e Protostoria e di Archeologia del Veneto preromano all’università di Padova, su “Altino-Padova: un legame antico che si rinnova. Il progetto “Altnos” dell’università di Padova”. Seguirà il 19 febbraio 2020, Luigi Sperti, docente di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’università Ca’ Foscari di Venezia, “Architettura e decorazione architettonica di Altino dalla tarda età repubblicana al III sec. d.C.”; il 4 marzo 2020, Diego Calaon, ricercatore di Topografia antica all’università Ca’ Foscari di Venezia, su “Torcello e Altino tardoantica e altomedievale. Archeologia e topografia degli spazi lagunari”; il 18 marzo 2020, Luigi Sperti, docente di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’università Ca’ Foscari di Venezia; Silvia Cipriano, conservatrice del museo della Centuriazione romana di Borgoricco; Eleonora Del Pozzo, dottoranda all’università Ca’ Foscari di Venezia, su “Alla ricerca di Altinum 2012-2020. Indagini archeologiche nel cuore dell’antica città romana”; il 1° aprile 2020, Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale di Altino, e il gruppo di lavoro della mostra, su “Antenati altinati. Incontro a sorpresa… la Mostra si attiva”; il 15 aprile 2020, Marta Mascardi, conservatrice del museo Archeologico “Eno Bellis” – Fondazione Oderzo Cultura, su “Mostrare l’anima delle cose. Opitergium si racconta attraverso i reperti della sua necropoli”; il 29 aprile 2020, Alessandro Asta, archeologo della soprintendenza Archeologia Bap Venezia-Metropolitana; Stefano Medas, archeologo subacqueo, su “Storie sommerse tra Murano e Cavallino-Treporti. L’archeologia subacquea in Laguna Nord”; il 6 maggio 2020, Alberta Facchi, direttrice del museo Archeologico nazionale di Adria; Maria Cristina Vallicelli, archeologa della soprintendenza Archeologia Bap Venezia-Metropolitana, su “Adria. Una città tra Veneti, Greci ed Etruschi”; infine il 20 maggio 2020, Émilie Mannocci, dottoranda dell’università Aix-Marsiglia, università di Padova, École française de Rome, su “Una tavola raffinata: bicchieri e coppe decorate per i banchetti di Altino romana”.

Cinquanta corredi inediti dalla città dei morti per raccontare la città dei vivi: a Palazzo Foscolo e al museo Archeologico di Oderzo la mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” che dà conto delle straordinarie scoperte delle ricerche archeologiche a Oderzo tra il 1986 e il 2013

Il corredo della Tomba 13 (I-II sec. d.C.) da via Spinè di Oderzo: Olpe, bicchiere, coppe, piatto in vetro azzurro trasparente, balsamari, spilloni, monete (foto Sabap Ve-Met / Maddalena Santi)

Locandina della mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” a Oderzo dal 24 novembre 2019 al 31 maggio 2020

Cinquanta corredi dalla città dei morti per raccontare la città dei vivi. Cinquanta tra i più belli e significativi corredi, rinvenuti in più di trent’anni di scavi nella necropoli dell’antica Opitergium in mostra per la prima volta. Sei secoli di storia, dal I al VI secolo d.C., raccontati in un viaggio attraverso reperti inediti, alla scoperta dell’antico municipio romano e dei suoi abitanti. Ecco cosa propone la mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium”, in programma dal 24 novembre 2019 al 31 maggio 2020 a Oderzo, tra Oderzo Cultura-Palazzo Foscolo e museo Archeologico “Eno Bellis”: per la prima volta vengono presentati al pubblico, in una visione d’insieme, alcuni tra i corredi più belli e significativi rinvenuti grazie alle indagini archeologiche che, a partire dagli anni Ottanta, hanno interessato il centro di Oderzo, portando alla luce importanti evidenze dell’antica città romana e rivelando il glorioso passato dell’abitato. Personaggi, consuetudini, lo spaccato di una società attraverso i secoli; il mondo dei vivi che riemerge dalla città dei morti, grazie all’esposizione promossa e organizzata dalla Fondazione Oderzo Cultura in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso e con il Polo Museale del Veneto. Il progetto è accompagnato da un impegnativo catalogo Edizioni Ca’ Foscari, curato da Margherita Tirelli e Marta Mascardi, nel quale sono raccolti saggi di Marianna Bressan, Bruno Callegher, Claudia Casagrande, Silvia Cipriano, Francesca Ferrarini, Anna Larese, Marta Mascardi, Elisa Possenti, Giovanna Maria Sandrini, Margherita Tirelli e Maria Cristina Vallicelli.

Corredo della Tomba 33 (I sec. d.C.) dal sottopasso SS 53: statuina fittile
di cavallo e cavaliere e due volti fittili (soto Sabap-Ve-Met-Maddalena-Santi)

L’importanza e lo splendore di Oderzo e dei suoi abitanti in epoca romana, come pure la decadenza in età tardoantica, emergono con evidenza dalle indagini condotte nella necropoli della città di cui la mostra darà finalmente conto, esponendo ben 50 corredi funerari dei 94 appositamente selezionati e studiati dal comitato scientifico del progetto, composto dai Funzionari della soprintendenza che hanno coordinato e sovrainteso alle diverse campagne di scavo – Marianna Bressan, Annamaria Larese, Margherita Tirelli e Maria Cristina Vallicelli – e da Marta Mascardi, conservatore del museo Archeologico di Oderzo. Corredi per lo più inediti ed effettivamente rappresentativi per tipologia di rituale, arco cronologico, distribuzione topografica e materiali rinvenuti.

Cavallino giocattolo in ceramica arancio (I-V sec. d.C.) da via degli Alpini (foto Sabap-Ve-Met-Maddalena-Santi)

Le indagini archeologiche, effettuate dal 1986 al 2013 hanno in particolare interessato, in anni successivi, l’area del canale Navisego Vecchio Piavon e della cosiddetta lottizzazione Le Mutere (a Ovest), l’area del sottopasso ferroviario e della lottizzazione dell’Opera Pia Moro (Sud) e l’ampia area di via Spiné, via degli Alpini, via Caduti dei Lager (sud est) e, relativamente all’età tardoantica in una fase di contrazione dell’abitato, la zona delle ex Carceri di Oderzo: sono queste le principali aree di provenienza dei reperti in mostra, tutti restaurati grazie a finanziamenti della Regione del Veneto e del Comune di Oderzo. Lo studio approfondito dei corredi selezionati, preliminare al progetto espositivo, ha portato a una lettura sistematica dei diversi settori di necropoli, messi in rapporto con il centro urbano e le principali direttrici di traffico, e ad un più ampio discorso sulla ritualità funeraria opitergina, completando la documentazione sino ad oggi edita.

La romana Opitergium sul tracciato della via Postumia (da http://www.magicoveneto.it)

Opitergium, romanizzata grazie alla costruzione della via Postumia – l’asse viario che metteva in comunicazione Genova con Aquileia – e soprattutto in seguito all’estensione della cittadinanza romana ai suoi abitanti negli anni compresi tra il 49 e il 42 a. C. (come per le popolazioni dell’intera Transpadana), ha infatti una storia rilevante di interventi urbani in chiave monumentale, in linea con il modello della capitale, ma anche di coinvolgimenti nelle vicende politiche e militari della stessa. A fianco di Roma si posero i reparti opitergini nell’assedio di Ascoli Piceno tra il 90 e l’89 a.C.; mentre è tramandato da fonti storiche e letterarie il famoso atto eroico, di estrema fedeltà al partito cesariano, compiuto dal tribuno Caius Vulteius Capito e dei suoi 1000 uomini, tutti opitergini, che nella guerra tra Cesare e Pompeo del 49 a. C. furono protagonisti di un suicidio collettivo pur di non cadere nelle mani degli avversari. Cesare ricompensò la città con l’esenzione ventennale dal servizio militare e l’aggiunta di trecento centurie all’agro opitergino.

Fibula del III sec. d.C. da via degli Alpini in bronzo e smalto rosso, blu e bianco (foto Sabap-Ve-Met-Maddalena-Santi)

Elementi di collana del IV sec. d.C. da via degli Alpini in pasta vitrea di diversi colori (foto Sabap-Ve-Met-Maddalena-Santi)

La mostra si sviluppa nelle sale di Palazzo Foscolo, ove sono esposti i corredi suddivisi per tipologie di deposizione – incinerazione diretta, incinerazione indiretta, inumazione – e prosegue nel salone centrale del Museo archeologico, che raccoglie numerosi reperti provenienti da contesti funerari, spesso riutilizzati negli edifici cittadini, ricostruendo idealmente l’assetto di una via che conduce ad Opitergium. Un racconto per oggetti dunque, attraverso sei secoli (dal I al VI sec. d.C.), che consente di fare nuova luce sulle pratiche funerarie in uso in età romana in città e di approfondire anche alcune questioni relative allo status economico e sociale dei defunti. Così per esempio un prezioso corredo scrittorio databile a età imperiale o lo stilo in ferro e il calamaio in vetro rinvenuti in tombe del I secolo, sono allusivi non solo della probabile attività del defunto, scriba o maestro, ma anche di una sua posizione sociale elevata; mentre appare evidente come, dopo la grande stagione del I-II sec. d.C. in cui la necropoli opitergina conobbe la sua maggiore estensione e monumentalità, l’età tardoantica si connoti per la mancanza di strutture monumentali riferibili a ceti elevati e per la presenza di militari e stranieri (soprattutto orientali e talvolta germanici). A testimoniarlo sarebbero il precoce diffondersi dell’inumazione (tipica nei territori orientali), la notevole quantità di vasellame ceramico e vetri e monili di importazione orientale (pensiamo ai pendenti a forma di brocchetta, in pasta vitrea scura con decorazioni a zig zag di filamenti applicati di colore giallo e azzurro, prodotti nelle regioni dell’Oriente mediterraneo a partire dal IV sec. d.C. e importati in Occidente come amuleti, da portare al collo, legati all’acqua e al bere che ritemprano) o alcuni elementi di corredi, come le fibule a cerniera e a testa di cipolla, fibbie in lamina ripiegata, particolari coltelli.

Il Genius Cucullatus, statuetta in ceramica arancio del I sec. d.C. da via degli Alpini (foto Sabap-Ve-Met-Maddalena-Santi)

Filo conduttore dunque dell’esposizione è l’idea che, al di là del necessario confronto con il tema della morte, al quale il mondo romano si accosta in modo pragmatico, in una precisa scansione di rituali, gli oggetti del corredo siano strumenti per dare voce alle persone alle quali appartenevano. Emergono in questo modo, muovendosi tra le sale, i ritratti degli antichi opitergini: una donna con i suoi gioielli e uno specchio, un bambino con un sonaglio (la statuina di Genius Cucullatus) donato come passatempo ma anche a protezione dagli spiriti maligni, forse un soldato romano con il suo coltello. I corredi presentano esempi pregiati di vetri (piatti, bottiglie, piccoli balsamari), giocattoli, materiale ceramico, fibule bronzee, oltre alle caratteristiche monete. Il percorso si conclude, a Palazzo Foscolo, con una sezione fotografica dedicata al lungo processo di studio, analisi, restauro ecc. che porta il bene archeologico dallo scavo alla sua esposizione al pubblico, coinvolgendo tante competenze diverse.

L’eccezionale secchio in bronzo del III sec. d.C. da via Spinè realizzato con un gran numero di laminette di reimpiego (foto Sabap-Ve-Met-Maddalena-Santi)

Al museo Archeologico il pubblico potrà ammirare in conclusione del percorso espositivo i cosiddetti “reperti notevoli”, rinvenuti negli scavi della necropoli opitergina, ma non riconducibili a corredi precisi come un anello chiave, un bracciale in oro di probabile provenienza magno greca o un eccezionale secchio in bronzo rinvenuto all’interno di un pozzo della necropoli in via Spiné grazie agli scavi del 2013 realizzato con un gran numero di laminette di reimpiego, assemblate tra loro con ribattini. L’attento restauro cui l’oggetto è stato sottoposto ha rivelato una laminetta figurata risalente addirittura alla seconda età del Ferro. Oderzo continua dunque a rivelare nuovi tasselli della sua storia e nuove incredibili testimonianze degli uomini e delle donne che hanno abitato queste terre.