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Roma. Per “Dialoghi in Curia” presentazione, in presenza e on line, di un volume della serie dei Quaderni Vulcenti, editi da Antiqua Res Edizioni: “Regisvilla. Scavi e Ricerche (1968 – 1983)” di Carlo Regoli

roma_dialoghi-in-cuiria_regisvilla-scavi-e-ricerche_carlo-regoli_locandinaNuovo appuntamento con i “Dialoghi in Curia” promossi dal parco archeologico del Colosseo. Giovedì 10 novembre 2022, alle 16.30, la Curia Iulia ospita la presentazione, in presenza e on line, di un volume della serie dei Quaderni Vulcenti, editi da Antiqua Res Edizioni: “Regisvilla. Scavi e Ricerche (1968 – 1983)” di Carlo Regoli, dedicato alla ricostruzione delle indagini archeologiche e allo studio delle strutture e dei materiali rinvenuti nel sito costiero di Regisvilla (Montalto di Castro, VT), oggetto di scavi tra il 1977 e il 1980 da parte dell’Istituto di Topografia Antica dell’università La Sapienza di Roma. Oltre a queste ricerche, edite solo in parte, sono state riesaminate tutte quelle attività che hanno interessato l’area, come ricognizioni di superficie e recuperi di emergenza, testimoniate da documenti d’archivio databili tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta. Presenta Stephane Verger, direttore del museo nazionale Romano; intervengono Margherita Eichberg, soprintendente ABAP per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale e Gianni Bonazzi, presidente Fondazione Vulci. Introduce Alfonsina Russo, direttore del PArCo. L’evento potrà essere seguito in presenza con prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti (max 100) su www.eventbrite.it.

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La copertina del libro Nuovo appuntamento “Regisvilla. Scavi e Ricerche (1968 – 1983)” di Carlo Regoli

Il volume si articola in due Parti, divise in sei capitoli. La Parte Prima si apre con un’introduzione al territorio costiero vulcente (Cap. 1), a cui segue un riesame di tutte le fonti e i documenti d’archivio riguardanti il sito di Regisvilla (Cap. 2). Sono poi descritte e interpretate le attività di scavo svolte tra il 1977 e il 1980 (Cap. 3) e analizzati nel dettaglio i vari gruppi di reperti rinvenuti (Cap. 4). Concludono questa prima sezione alcune considerazioni interpretative sul sito e i suoi frequentatori (Cap. 5). La Parte Seconda, invece, è composta essenzialmente dal Catalogo analitico dei materiali diagnostici (Cap. 6), presentati per schede seguendo l’ordine di scavo, cioè per saggio, “strato” o “livello”, e per classe di produzione, all’interno della quale sono, a loro volta, divisi per forme e tipi. Seguono le abbreviazioni bibliografiche e le tavole con l’apparato grafico. Da sempre Regisvilla ha suscitato grande interesse ed attenzione. Nel suo periodo di massima espansione Vulci vantava ben due porti. Il primo, il più antico, era quello situato alla foce del fiume Fiora, canale navigabile dove le merci potevano essere veicolate da chiatte trainate da funi e trasportate sino alla città. Poi c’era appunto l’altro porto di Regisvilla. Il nome Regisvilla significa “Città del Re” e viene citata da Strabone, che narra come qui regnò Maleos, re dei Pelasgi, per poi procedere alla volta di Atene. Detto anche Regae, da “Regai” cioè “scogliera”, perché vicino a Punta delle Murelle a Montalto Marina. I reperti rinvenuti, databili al VI e al V sec. a. C. permettono di datare il porto all’età tardo arcaica. Un ulteriore tassello è stato aggiunto dalla ricognizione ad opera dell’Associazione Subacquea Assopaguro di Montalto, che ha scoperto strutture sommerse, formate da ciottoli fluviali: forse proprio la struttura originaria del Porto. Ciò, dunque, permetterebbe persino di associare Regisvilla, per tipologia, ad altri porti del Mediterraneo in siti che hanno caratteristiche geomorfologiche simili a quelle delle coste di Montalto. Di recente, la Soprintendenza ha provveduto ad acquisire, attraverso la procedura della prelazione, una parte delle aree un tempo collegate al porto di Regisvilla, vincolate con DM del 05.08.1985.

Anguillara Sabazia (Roma). All’ex consorzio “Anguillara riscoperta. Recenti ritrovamenti archeologici dal territorio comunale”: evento per promuovere il ricco patrimonio archeologico e far conoscere al pubblico i recenti ritrovamenti

anguillara-sabazia_anguillara-riscoperta_locandinaSabato 22 ottobre 2022, alle 10, all’ex consorzio agrario in via Anguillarese 145, ad Anguillara Sabazia (Roma) è in programma “Anguillara riscoperta. Recenti ritrovamenti archeologici dal territorio comunale”: evento che vuole promuovere la conoscenza del ricco e variegato patrimonio archeologico di Anguillara Sabazia, cui la soprintendenza aderisce, ma anche un momento partecipativo per spiegare al pubblico i recenti ritrovamenti avvenuti in occasione di lavori pubblici; delle attività di studio e valorizzazione dei beni archeologici del territorio comunale promosse da istituti universitari, ricercatori indipendenti, realtà imprenditoriali attive nel settore dei beni culturali. Frutto di una collaborazione interistituzionale e della forte sinergia fra Soprintendenza, Comune e atenei (italiani e stranieri), l’evento vede coinvolti anche gli studenti del liceo artistico ‘Luca Paciolo’, che hanno realizzato un’opera scultorea per il museo della Piroga. Tanti gli interventi in programma. Alle 10, saluti del sindaco Angelo Pizzigallo; alle 10.30, apre gli interventi, moderati da Carlotta Schwarz, funzionaria archeologo della soprintendenza ABAP di Viterbo e dell’Etruria meridionale, G. Cordiano (università di Siena) su “Angularium: la villa romana e il suo porto sommerso dal lago d Bracciano; Le Mura di Santo Stefano: una villa latifondistica e i suoi proprietari venuti dall’Africa”. Alle 11.15, gli archeologi liberi professionisti M. Amadei, C. Di Tommaso, G. Francozzi, F. Galiffa su “Frammenti di storia dai cantieri stradali: ritrovamenti archeologici ad Anguillara”; alle 11.45, A. Averini (coop. Archeologia) su “Nuove scoperte dai lavori Italferr presso l’acqua Claudia”; dopo il break, alle 13, T. Sgrulloni, ricercatrice indipendente, su “Spanora e il suo casale: analisi e trasformazioni di un edificio antico del distretto sabatino”; alle 13.30, M. Mineo (università La Sapienza Roma), F. Nomi (università di Roma Tre) e M. Truffi (università di Roma Tre) su “Il villaggio de La Marmotta. Nuove indagini di ricerca multidisciplinari e rinnovate attività di tutela e valorizzazione di un importante patrimonio archeologico anguillarino”; alle 14, P. Lorizzo (parco archeologico dell’Acqua Claudia) su “Analisi storica della villa romana dell’Acqua Claudia”; alle 14.30, i ricercatori indipendenti M. Marino e G. Bitti su “Testimonianze di epoca paleocristiana ad Anguillara Sabazia”.

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La villa romana delle Mura di Santo Stefano ad Anguillara Sabazia (Roma) (foto regione lazio)

Anguillara Sabazia è ricca di rilevanze archeologiche: da testimonianze di epoca paleocristiana; ad altri beni culturali di epoca romana: come il complesso della villa romana delle Mura di Santo Stefano (della fine del II secolo d.C.) dove, tra il 1977 e il 1981, la Scuola britannica svolse una campagna di scavi. O il villaggio del neolitico antico in località ‘La Marmotta’, risalente a circa 8.000 anni fa, ora sommerso. Simbolo per eccellenza poi della città, sicuramente, è l’Acqua Claudia: la fonte, ma anche l’omonima villa romana (complesso della fine dell’età Repubblicana), di cui verrà fornita un’analisi storica. Scoperta nel 1934, è un capolavoro di architettura curvilinea romana databile alla I metà del I secolo a.C. E questi sono soltanto degli esempi. Ancora molto c’è da scoprire e conoscere. Ma soprattutto questo è solo un punto di partenza e non d’arrivo per una duplice azione (messa in campo in primis dalla Soprintendenza): da una parte di salvaguardia, tutela e conservazione, dall’altra di indagine e ricerca, finalizzate a una migliore valorizzazione di tale patrimonio. Passato, presente e futuro si fondono per descrivere l’evoluzione socio-culturale della città, dei suoi usi e costumi, anche attraverso casali come quello di Spanora. Tradizioni millenarie (r)innovate e riscoperte, testimonianza di memoria storica; come nel caso del torrione medievale, oggi sede del Museo della civiltà contadina e della cultura popolare, dove l’architettura si fa manifestazione di beni demo-etno-antropologici.

Canino (Vt). Al museo della Ricerca archeologica conferenza del direttore degli scavi Marco Pacciarelli (università Federico II di Napoli) su “SCAVI 2020-2022 nella necropoli di Ponte Rotto. Nuove conoscenze sulle origini e la società di Vulci”: riconosciuta per la prima volta un’organizzazione topografica per gruppi familiari

canino_museo_scavi-necropoli-ponte-rotto_locandinaIn occasione della conclusione della campagna di scavo 2022 presso la Necropoli di Ponte Rotto a Vulci, il prof. Marco Pacciarelli presenta al pubblico i risultati. Appuntamento venerdì 21 ottobre 2022, alle 17.30, al museo della Ricerca archeologica di Canino (Vt), nel Complesso del San Francesco, con la conferenza “SCAVI 2020-2022 nella necropoli di Ponte Rotto. Nuove conoscenze sulle origini e la società di Vulci”. Con il relatore prof. Marco Pacciarelli dell’università “Federico II” di Napoli interverranno Simona Carosi della soprintendenza dell’Etruria meridionale e Carlo Casi direttore del Parco di Vulci. Ingresso libero.

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Veduta da drone della necropoli di Ponte Rotto a Vulci (foto sabap-etru-mer)

Il programma di scavo archeologico condotto tra 2020 e 2022 dal dipartimento di Studi umanistici dell’università di Napoli Federico II (direttore del Dipartimento: Andrea Mazzucchi; direttore dello scavo: Marco Pacciarelli), in collaborazione con la competente Soprintendenza (SABAP per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale) e con la Fondazione Vulci (nelle persone rispettivamente di Simona Carosi e Carlo Casi) è ricco di novità. Le oltre cento tombe indagate a Ponte Rotto dal 2020 offrono infatti una grande quantità di nuove conoscenze, sia quantitative che relativamente ai rituali funerari. Lo scavo ha permesso di esplorare scientificamente un ampio settore della necropoli di Ponte Rotto, celebre per eccezionali sepolture come la tomba François e il tumulo della Cuccumella. Per la prima volta è stato possibile riconoscere un’organizzazione topografica per gruppi familiari, che si formano nella fase primigenia detta villanoviana (IX e VIII secolo) e continuano a svilupparsi nella fase orientalizzante (fine VIII e VII secolo a.C.). Questi gruppi utilizzano con sorprendente continuità gli stessi appezzamenti per due-tre secoli, dunque per non meno di dieci generazioni. Nella fase villanoviana i resti ossei cremati dei defunti, prelevati dalla pira, erano deposti entro urne cinerarie coperte da una scodella e sepolte verticalmente in pozzetti cilindrici. Si è scoperto che per alcuni bambini le urne, piuttosto piccole, erano invece sistemate in posizione orizzontale.

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Lo scavo di una sepoltura a inumazione nella necropoli di Ponte Rotto a Vulci (foto sabap-etru-mer)

La comunità sepolta a Ponte Rotto mantiene un tenace attaccamento al rito della cremazione ancora fino alla fase orientalizzante, quando appaiono nuovi tipi tombali tra cui quello a cassetta di lastre litiche. Lo scavo ha permesso però di scoprire anche un significativo numero di sepolture a inumazione entro fossa, relative a individui che non seguono il rito tradizionale della cremazione e che perlopiù non sono accompagnati da manufatti di particolare pregio. Lo studio dei resti scheletrici, molto ben conservati, offrirà prospettive di conoscenza del tutto nuove. La studiosa Carmen Esposito, che si è laureata alla “Federico II” e ha conseguito il dottorato all’università di Belfast, condurrà analisi volte a ricavare il DNA antico, che permetterà di accertare il sesso e i rapporti di parentela, e anche di indagare il profilo genetico di questa comunità. Da altre analisi (anche sui resti cremati) si otterranno gli isotopi dello stronzio, considerati affidabili indicatori dell’area di nascita e dunque anche della mobilità degli individui. Da tutto ciò si potranno finalmente ricavare solidi elementi scientifici sulle origini e sulla composizione della prima società etrusca.

Roma. Presentazione del libro “Augusto. Città e territorio, potere e immagini: l’esempio del Latium e dell’Etruria meridionale” (edito da Quasar) che raccoglie gli atti del Convegno tenutosi a Nepi il 26 e 27 maggio 2017

roma_soprintendenza_presentazione-libro-augusto_locandinaLa soprintendenza ABAP dell’Etruria meridionale celebra Augusto, presentando gli atti del convegno di Nepi 2017. Palazzo Patrizi Clementi (via Cavalletti 2, Roma) ospita venerdì 30 settembre 2022 la presentazione del volume a cura di Alfonsina Russo, Stefano De Angeli e Stefano Francocci “Augusto. Città e territorio. Potere e immagini: l’esempio del Latium e dell’Etruria meridionale” (edito da Quasar), che raccoglie gli atti del Convegno tenutosi a Nepi il 26 e 27 maggio 2017, in occasione del rientro nel comune in provincia di Viterbo della testa marmorea di Ottaviano Augusto, nota come “Augusto di Bruxelles”. Oltre agli autori, parteciperanno all’incontro il soprintendente Margherita Eichberg; il sindaco di Nepi, Franco Vita; il prof. Eugenio Polito, docente di Archeologia classica all’università di Cassino e del Lazio Meridionale; Daniele Federico Maras, funzionario archeologo responsabile per il territorio di Nepi; il prof. Mario Mazza, emerito di Storia romana dell’università di Roma ‘La Sapienza’ e accademico dei Lincei. Una giornata dedicata soprattutto alla figura di Augusto, 35 anni dopo la prima edizione del celebre volume di Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini (Monaco, 1987), alla quale allude il titolo stesso del nuovo volume. Dal culto del Princeps alla propaganda imperiale, dalla società romana alla Pax Augustea, con un occhio soprattutto al territorio di Nepi e all’Etruria meridionale, che faceva parte della VII delle Regiones in cui Augusto divise l’Italia, prefigurando l’attuale divisione amministrativa. Con la presentazione di un libro miscellaneo, che raccoglie il frutto del lavoro di ricerca di diversi studiosi, la Soprintendenza partecipa così idealmente alla “Notte Europea dei ricercatori e delle ricercatrici”, che animerà gli istituti e luoghi della cultura italiani a partire dalla serata di venerdì 30 settembre.

Archeologia partecipata a Pyrgi. Dal Castello di Santa Severa ogni giovedì accesso del pubblico al cantiere di scavo di Sapienza Università a Pyrgi porto e nel grande santuario marittimo della città etrusca di Caere

santa-severa_pyrgi_scavo-sapienza_aperto-al-pubblico_locandinaAppuntamento con l’archeologia partecipata a Pyrgi per far conoscere il territorio e il patrimonio culturale. Oltre alle aperture straordinarie e visite guidate il sabato e la domenica che proseguiranno per tutto il mese di settembre, il giovedì è previsto l’accesso allo scavo in corso, alle 11 e alle 15, dall’ingresso del castello di Santa Severa, in modalità libera e gratuita. Le attività di valorizzazione sono in collaborazione con la Regione Lazio. È infatti partita da qualche giorno la 57ma campagna di scavo della Sapienza Università di Roma, svolta su concessione del MIC- Soprintendenza Archeologia Belle arti Paesaggio per la provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale. In via inedita, sarà possibile visitare il cantiere di scavo e vedere in azione gli archeologi e ricercatori della Sapienza Università di Roma (da sempre impegnata qui in indagini) nel comprensorio archeologico di Pyrgi porto e del grande santuario marittimo della città etrusca di Caere (Cerveteri).

Tarquinia sotterranea: scoperta una rete di ambienti sotterranei dimenticati nel sottosuolo dell’ex-Ospedale di Santa Croce

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Ambienti sotterranei scoperti sotto l’ex ospedale di Santa Croce a Tarquinia (foto sabap-etru mer)

Tarquinia sotterranea: una scoperta inattesa nell’ospedale di Santa Croce. Una rete di ambienti sotterranei dimenticati è stata portata alla luce a Tarquinia nel sottosuolo dell’ex-Ospedale di Santa Croce, in via Garibaldi, durante i lavori di risanamento conservativo, effettuati sotto la supervisione della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale. L’ operazione di restauro dell’immobile sito al civico 23, da destinare alla nuova sede dell’ufficio anagrafe del comune di Tarquinia, ha richiesto la rimozione della pavimentazione moderna esistente. Sono stati così scoperti alcuni ambienti sotterranei, ai quali si è potuto accedere attraverso un vecchio lucernaio, un tempo chiuso da una griglia di ferro e poi murato all’epoca dell’abbandono del piano interrato.

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Ex ospedale di Santa Croce a Tarquinia: esplorazione degli ambienti sottostanti da parte degli archeo-speleologi dell’associazione Asso (foto asso)

Dopo una ripresa con una telecamera, una prima esplorazione degli ambienti sottostanti è stata effettuata dagli archeo-speleologi dell’associazione Asso (Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione), nell’ambito di un accordo di collaborazione con la soprintendenza. Sono stati così visitati in sicurezza e documentati tre ambienti, più un quarto quasi interamente riempito di detriti, che sembrano far parte di un sistema esteso sotto l’intera superficie di calpestio dell’immobile comunale. Con ogni probabilità i sotterranei sono stati abbandonati e poi sigillati nella prima parte del Novecento. Nel corso dell’avventurosa esplorazione, alla quale hanno preso parte di persona anche i funzionari della soprintendenza, Giuseppe Borzillo e Daniele F. Maras, e il sindaco Alessandro Giulivi, sono stati presi accordi per la continuazione delle indagini da parte del Comune di Tarquinia in sinergia con la soprintendenza.

Chieti. L’università D’Annunzio presenta, in presenza e on line, i risultati della prima campagna di scavi nella necropoli settentrionale di Vulci nell’area, localmente, denominata come Poggio o Punta delle Urne: finora identificate 25 sepolture ad incinerazione sia del tipo a pozzetto circolare che a fossa con risega

chieti_università_scavi-a-vulci_preentazione-risultati_locandinaNel mese di novembre 2021, tra il giorno 8 e il 26, si è svolta la prima campagna di scavi nella necropoli settentrionale di Vulci nell’area, localmente, denominata come Poggio o Punta delle Urne. L’origine del nome, non presente nella cartografia, si deve al ritrovamento, occasionale, da parte di scavatori clandestini, nel 1964, della “famosa” urna capanna in bronzo attualmente esposta nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. Le ricerche, autorizzate con concessione per il triennio 2021-2024 dalla Direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio del ministero per la Cultura su parere favorevole della soprintendenza Abap di Viterbo e l’Etruria meridionale, sono state condotte, in piena e totale collaborazione con il parco archeologico e naturalistico di Vulci, dall’università Gabriele D’Annunzio di Chieti Pescara, titolare il professor Carmine Catenacci, direttore il professor Vincenzo d’Ercole. Giovedì 19 maggio 2022, incontro in presenza e on line sugli scavi Ud’A a Vulci “Risultati della campagna di scavo archeologico 2021”. Appuntamento alle 11, in aula Giuntella, Edificio di Lettere e Beni culturali, Campus universitario di Chieti. E on line al link https://teams.microsoft.com/l/meetup-join/19%3aM-vxYp2sRXlKmV0MSxpzpHazhXlip4GGjXn_5n7qtRY1%40thread.tacv2/1651076556425?context=%7b%22Tid%22%3a%2241f8b7d0-9a21-415c-9c69-a67984f3d0de%22%2c%22Oid%22%3a%226ab30605-6d99-4ae7-8d14-6d23169ad66d%22%7d.

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I vasti panorami che ci regala il parco archeologico naturalistico di Vulci (foto graziano tavan)

È stata esplorata un’area di 100 mq situata nel punto più alto della lingua di terra che si trova fra Casaletto Mengarelli ad Est e il Casale dell’Osteria ad Ovest. Nell’area di scavo, non esaustivamente esplorata, sono state, finora, identificate 25 sepolture ad incinerazione sia del tipo a pozzetto circolare che a fossa con risega. La maggior parte delle sepolture era stata manomessa sia dalle lavorazioni agricole, che avevano tagliato ed asportato la parte superiore delle urne cinerarie (colli ed orli dei biconici), che dagli interventi dei clandestini particolarmente devastanti nei casi delle tombe più monumentali: a fossa e a camera? Alcune sepolture a pozzetto, tombe 2, 3 e 6, collocate nella porzione di banco geologicamente più solido, nell’angolo nord ovest dell’area indagata, risultavano vuote, prive cioè di ogni reperto archeologico e antropologico: asportato in antico? Potrebbe infatti trattarsi dei resti di contesti ad incinerazione scavati nei secoli scorsi e non posizionate esattamente sul terreno. Sul lato orientale dello scavo si individua un altro pozzetto già svuotato, tomba 24, eccezion fatta per i resti di rogo rinvenuti sul fondo. Visibili solo in parte e pertanto non indagate risultano una fossa posizionata nell’angolo nord ovest, tomba 5, e i pozzetti numero 14, 17, 18 e 23 collocati nel settore orientale dello scavo. L’area meglio conservata è risultata essere quella sud-orientale dello scavo nella quale il banco di base risultava meno solido e compatto non permettendo ai “forini” dei tombaroli di distinguere, con precisione, tra il terreno in posto, di maggiore consistenza, e quello di riempimento delle sepolture più morbido e “penetrabile” con le punte degli spiedi (gli strumenti in ferro a forma di T). In questa zona è stato individuato un “grappolo” di pozzetti per incinerazioni manomessi solamente dalle arature meccaniche degli ultimi 70/80 anni. In particolare è stata portata alla luce la tomba 1, di 50 cm di diametro, pertinente ad un individuo femminile di circa 18/20 anni di età con un corredo composto da un biconico tagliato poco sopra il punto di massima espansione, all’interno del quale erano state deposte due fibule in bronzo, frammenti di lamina in bronzo decorata a sbalzo, gancetti metallici ed una fuseruola biconica in ceramica. La tomba 1 era stata tagliata dalla sepoltura numero 7 nella quale si rinvengono frammenti dell’urna cineraria con la base ancora in situ e degli anellini in bronzo. Sul lato sud-ovest della sepoltura precedente, di 80 cm di diametro, una lastra quadrangolare in pietra copriva un pozzetto di circa 40 cm di diametro che conteneva, ancora in situ, un biconico coperto da una scodella (tomba 7bis). All’interno dell’urna, oltre ai resti di un individuo infantile di 2/3 anni di età alla morte, vi era una fibula in bronzo. Ai margini occidentali di questo gruppo di sepolture è venuta alla luce la tomba 11 che ha restituito, oltre alla scodella e al biconico in frammenti, un “ricco” corredo, sempre di carattere femminile, con due scaraboidi in fayence con incastonatura mobile in argento, una tazza carenata, 158 borchiette di bronzo, vaghi in ambra, pasta vitrea ed argento, tre elementi tubolari di collana in bronzo. Il “grappolo” di sepolture si chiude, per ora, con la tomba 25 contenente l’urna biconica ed una armilla in bronzo. L’area centrale dello scavo è caratterizzata dalla presenza di grandi pozzetti circolari di oltre un metro di diametro che hanno suscitato l’interesse degli scavatori clandestini: tra questi si segnala la tomba 16, coperta da un grande lastrone circolare, con un orciolo decorato a lamelle metalliche, un rocchetto, due fibule in bronzo, vaghi ed anellini in ambra e bronzo, tre pendenti tubolari, biconici, in bronzo. La sepoltura più recente (seconda metà VIII secolo a. C.) portata alla luce è la tomba 4, una corta fossa con risega su cui poggiavano le lastre di copertura rinvenute cadute in cui era deposto un incinerato in biconico con articolato corredo femminile formato da uno scaraboide, una coppia di alari in ferro, una fuseruola, elementi in bronzo, coppe baccellate in impasto bruno della caratteristica produzione vulcente ed almeno una decina di vasi scampati al saccheggio dei violatori di tombe etrusche. Allo scavo hanno partecipato, oltre a studenti e laureati delle Università di Chieti-Pescara, Roma Sapienza e Padova, specializzandi dell’Istituto Centrale per il Restauro coordinati da Vilma Basilissi, antropologi fisici diretti da Alfredo Coppa e Francesco di Gennaro.

Pyrgi. Al via vasto progetto della soprintendenza dell’Etruria meridionale per la valorizzazione, la fruizione e la conservazione del patrimonio culturale, paesaggistico e naturalistico della zona del Santuario integrata con la Riserva Naturale di Macchiatonda e il Castello di Santa Severa

L’area archeologica di Pyrgi è al centro di un articolato progetto di valorizzazione della soprintendenza (foto sabap vt)

“Nell’area di Pyrgi è in atto un vasto programma di progettualità di tutela e valorizzazione, sia attraverso lo strumento vincolistico, sia con il recupero della zona del Santuario”, spiega l’archeologa Rossella Zaccagnini della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio della provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, annunciando un progetto, basato su una azione studiata ad hoc sulle sue specificità.

Percorsi tra terra e mare nell’area di Pyrgi (foto sabap vt)
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Una veduta aerea dell’area sacra di Pyrgi a un passo dal mare

“Quello di Pyrgi, ricordano gli archeologi della Sabap Viterbo, fu uno dei santuari più importanti del Mediterraneo, frequentato anche da Fenici e Greci; con due aree sacre di circa 12mila mq, che accoglievano riti diversi. Fu il grande porto della metropoli etrusca di Caere-Cerveteri con la quale era collegata da un’arteria lunga ben 13 chilometri, da cui partiva il controllo delle rotte del mar Tirreno. Proprio in quanto porto, Pyrgi è stato crocevia di popolazioni, dal carattere multietnico, frequentato da Etruschi, Greci e Fenici. Noto anche grazie a preziose attestazioni letterarie, il sito era ricordato per la sua vocazione “marinara”, il suo santuario, la ricchezza dei suoi tesori e per le pratiche religiose che vi si svolgevano”.

Le lamine auree di Pyrgi con un testo bilingue: etrusco e fenicio (foto sabap vt)
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Ipotesi di ricostruzione dell’area santuariale di Pyrgi con i templi A e B (foto sabap vt)

Le tre lamine d’oro con iscrizione bilingue in etrusco e fenicio sono ad oggi probabilmente il più famoso ritrovamento effettuato a Pyrgi: “Documento eccezionale – sottolinea Zaccagnini – sui rapporti tra Etruschi e Cartaginesi, sull’egemonia di Caere nel Mediterraneo e su Pyrgi quale avamposto strategico”. Trovate nel 1964 durante una delle prime campagne di scavo della “Sapienza” Università di Roma, il loro rinvenimento ha portato lo scavo di Pyrgi ad essere annoverato tra i “Grandi Scavi” del prestigioso ateneo romano, consentendo di riconsegnare alla storia l’area santuariale con i due templi monumentali (noti come A e B, dedicati a Leucothea e ad Uni), il santuario meridionale, con i suoi altari e sacelli dedicati a culti misterici di tipo greco, ed il quartiere pubblico-cerimoniale, che con i suoi edifici ci offre uno spaccato di vita quotidiana. Gli scavi si susseguono ininterrottamente dal 1957, con intere generazioni di archeologi che hanno qui operato negli anni, ma il sito è talmente ricco che la sua conoscenza non è stata ancora esaurita.

Il castello di Santa Severa che insiste sull’antico castrum romano di Pyrgi

L’obiettivo della Soprintendenza per il futuro è non solo quello di preservare un bene archeologico di indubbio valore, ma anche quello di integrare tale conoscenza con il contesto ambientale, paesaggistico e monumentale circostante, mantenutosi miracolosamente quasi intatto con la Riserva Naturale di Macchiatonda e il Castello di Santa Severa, tanto da essere stato dichiarato nel 2017 Monumento Naturale dalla Regione Lazio. Vasto 60 ettari, è ancora conservato: un ecosistema ricco di biodiversità da salvaguardare, habitat ideale per molte specie. “Un mix di naturalità, antropizzazione, monumentalità, paesaggio. Con scelte condivise occorre non solo studiarne meglio la morfologia, ma preservare, con il drenaggio delle acque in eccesso, l’assetto sia archeologico delle evidenze, che naturale, animale e vegetale”.

Rendering dei percorsi di visita dell’area di Pyrgi (foto sabap vt)

La grande azione di tutela e valorizzazione avviata a Pyrgi dalla soprintendenza prevede l’imposizione di vincoli, per evitarne la cementificazione, e un moderno progetto di fruizione della zona del Santuario, che vede in campo professionisti esperti di ingegneria naturalistica che progettino modalità concrete di conservazione, fruizione e accessibilità. “Sono in studio percorsi di visita”, continua l’archeologa Rossella Zaccagnini, “che si integrino in un ambiente tanto delicato a partire da un centro visite dotato delle più moderne tecnologie, una nuova esposizione dei reperti all’interno della Manica Lunga del Castello di Santa Severa e la rifunzionalizzazione dei depositi del materiale archeologico, che comprendono una attrezzata sala studio e il laboratorio di restauro. L’intento – conclude Zaccagnini – è rendere Pyrgi un luogo simbolo di rinascita e fulcro e architrave di civiltà, incentivandone la valorizzazione, la fruizione e la conservazione del patrimonio culturale, paesaggistico e naturalistico”.

Al museo di Francoforte aperta la mostra “Leoni, Sfingi e Mani d’argento. Lo splendore immortale delle famiglie etrusche di Vulci”: esposte le ultime scoperte archeologiche dalla metropoli di Vulci e alcuni reperti dal Foro e dal Palatino della Roma dei re etruschi

Promotori e organizzatori all’inaugurazione della mostra “Leoni, Sfingi e Mani d’argento. Lo splendore immortale delle famiglie etrusche di Vulci” al museo Archeologico di Francoforte (foto sabap etruria meridionale)
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L’inaugurazione della mostra “Löwen Sphingen Silberhände. Der unsterbliche Glanz etruskischer Familien aus Vulci – Leoni, Sfingi e Mani d’argento. Lo splendore immortale delle famiglie etrusche di Vulci” al museo Archeologico di Francoforte (foto sabap etruria meridionale)

Per la prima volta i nuovi ritrovamenti archeologici provenienti dagli scavi in ​​corso della necropoli della città etrusca di Vulci si possono vedere fuori dall’Italia: succede al museo Archeologico di Francoforte dove il 2 novembre 2021, alla presenza del console generale d’Italia Andrea Samà e dell’assessore alla Cultura Ina Hartwig, del direttore del museo Wolgang David, del sindaco di Montalto di Castro Sergio Caci, di Simona Carosi della soprintendenza, di Carlo Casi e Carlo Regoli di Fondazione Vulci, è stata inaugurata la mostra “Löwen Sphingen Silberhände. Der unsterbliche Glanz etruskischer Familien aus Vulci – Leoni, Sfingi e Mani d’argento. Lo splendore immortale delle famiglie etrusche di Vulci” (3 novembre 2021-10 aprile 2022) che tra agosto e settembre 2021 aveva avuto un’anteprima nel complesso monumentale di S. Sisto a Montalto di Castro, comune nel quale insiste l’area archeologica di Vulci.

La locandina della mostra “Löwen Sphingen Silberhände. Der unsterbliche Glanz etruskischer Familien aus Vulci – Leoni, Sfingi e Mani d’argento. Lo splendore immortale delle famiglie etrusche di Vulci” a Francoforte dal 3 novembre 2021 al 10 aprile 2022
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Una vetrina della mostra “Löwen Sphingen Silberhände. Der unsterbliche Glanz etruskischer Familien aus Vulci – Leoni, Sfingi e Mani d’argento. Lo splendore immortale delle famiglie etrusche di Vulci” al museo Archeologico di Francoforte (foto alessandro lugari)

Le ultime scoperte archeologiche dalla metropoli di Vulci e le più recenti riflessioni sullo sviluppo della civiltà etrusca in Italia, come nella recente mostra “Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna” a Bologna (vedi Bologna. Al museo civico Archeologico riapre la grande mostra “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna”, grazie a Istituzione Bologna Musei ed Electa, e alla solidarietà dei gran musei europei prestatori: biglietti solo on line e ingressi contingentati. In 75 minuti si possono ammirare 1400 oggetti che dialogano con la collezione bolognese | archeologiavocidalpassato) hanno spinto la SABAP dell’Etruria Meridionale, insieme al museo di Francoforte, alla Fondazione Vulci (ente gestore del Parco di Vulci) e al parco archeologico del Colosseo, a promuovere l’evento. “La mostra rappresenta un esempio straordinario”, commenta il soprintendente Margherita Eichberg, “di una riuscita collaborazione internazionale tra il nostro Ministero e il Museo tedesco. È anche grazie alla condivisione e alla diffusione della conoscenza del nostro patrimonio che si combatte il traffico illecito dei reperti e si stimola la coscienza di una cultura partecipata dal più ampio pubblico possibile”.

Alcune sfingi da Vulci esposte nella mostra “Löwen Sphingen Silberhände. Der unsterbliche Glanz etruskischer Familien aus Vulci – Leoni, Sfingi e Mani d’argento. Lo splendore immortale delle famiglie etrusche di Vulci” al museo Archeologico di Francoforte (foto sabap etruria meridionale)

Alla mostra di Francoforte si possono ammirare i reperti rinvenuti nei recenti scavi effettuati nella Necropoli dell’Osteria e in quella di Poggio Mengarelli. Fanno bella mostra di sé i corredi della Tomba delle Mani d’argento, della Tomba dello Scarabeo Dorato e della Tomba 18 con la rarissima coppa tolemaica, oltre che gli esempi delle più importanti produzioni di artigianato artistico vulcente, come la statuaria in pietra e gli elementi della devozione popolare in terracotta. In mostra, inoltre, alcuni reperti da contesti sacri e sepolcrali dal Foro e Palatino di Roma, relativi al periodo della Roma dei Re Etruschi.

“Veio: Lost City”, è il progetto di ricerca, tutela e valorizzazione condiviso dal ministero della Cultura con la Sapienza Università di Roma e l’Ente Regionale Parco di Veio. Nuova edizione della “Guida Archeologica del Parco di Veio”

L’Apollo di Veio (510-500 a.C.): statua acroteriale, terracotta policroma plasmata a mano, dal santuario del Portonaccio, conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Si chiama “Veio: Lost City”, titolo che richiama l’aura leggendaria di una città scomparsa, da riscoprire e valorizzare e non da esplorare e saccheggiare alla maniera dei ‘cercatori di tesori’, è il progetto di ricerca, tutela e valorizzazione condiviso dal ministero della Cultura con la Sapienza Università di Roma e l’Ente Regionale Parco di Veio, che da molti anni spende impegno ed energie per la promozione del territorio (www.parcodiveio.it). Le problematiche relative al sito archeologico di Veio sono tornate di attualità all’indomani del servizio di Striscia la notizia che ha denunciato l’intrusione di estranei nell’area archeologica dell’antica Veio, nonostante che penetrare nelle aree archeologiche chiuse e recintate senza autorizzazione della Soprintendenza e manomettere i beni archeologici (sia pure con buone intenzioni) sia un reato e metta a rischio proprio quelle testimonianze di arte e di cultura che si intendono apprezzare e proteggere. Il pianoro urbano della città di Veio è un sito archeologico e naturalistico di grande estensione, compreso nel Parco di Veio e incuneato nel XV Municipio di Roma Capitale, che spesso viene trascurato e dimenticato dai normali percorsi turistici. Ma il territorio riserva ancora scorci meravigliosi e paesaggi sorprendenti per i visitatori che vi si avventurano, magari come pellegrini lungo la Via Francigena.

La copertina della “Guida archeologica del Parco di Veio”

Progetto “Veio: Lost City”. La collaborazione dei dipartimenti della Sapienza di Architettura e Progetto e di Scienze dell’Antichità fornisce le competenze necessarie a programmare un piano strategico di riqualificazione dell’area archeologica e naturale, alla quale prendono parte attiva la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, competente per territorio; la direzione dei Musei statali della Città di Roma, titolare del santuario di Portonaccio; e il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, dove le maggiori testimonianze archeologiche di Veio sono esposte. i interventi di progetto coniugano gli obiettivi di riqualificazione e valorizzazione con le esigenze di messa in sicurezza e accessibilità delle aree archeologiche attualmente chiuse al pubblico. A tempo debito saranno coinvolti nella progettazione, anche gli enti locali interessati al territorio di Veio, che si estende su diversi comuni e arrivava nell’antichità fino alla riva destra del Tevere. Un primo risultato è stato già ottenuto dal Parco di Veio, che in accordo con la Soprintendenza ha portato a termine la nuova edizione della “Guida Archeologica del Parco di Veio”, che a breve verrà presentata nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, inaugurando così la nuova stagione di valorizzazione della “città scomparsa” etrusca e romana.​