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Piombino. Al parco archeologico di Baratti-Populonia week end con “Festa etrusca! La storia si racconta”. Ecco il ricco programma con una novità: un campo etrusco permanente per rivivere usi e costumi di questo antico popolo italico

populonia_parco-baratti_festa-etrusca_locandinaSabato 27 e domenica 28 agosto al parco archeologico di Baratti-Populonia a Piombino (Li), cioè proprio dove tutto ha avuto inizio nel 2016, arriva la seconda tappa della “Festa etrusca! La storia si racconta” la manifestazione culturale dedicata all’archeologia e alla storia, in particolare agli strumenti per la loro divulgazione: dai libri alla rievocazione storica, occasione di incontro, divertimento e scambio culturale tra i molteplici operatori del settore (musei, università, centri di ricerca, case editrici, società e cooperative archeologiche, agenzie specializzate nel turismo culturale, associazioni culturali) e il pubblico dei visitatori. Al parco archeologico di Baratti e Populonia il programma sarà ricchissimo e includerà una grande novità: un campo etrusco permanente per rivivere usi e costumi di questo antico popolo italico. Inoltre sarà possibile prenotare tanti laboratori per bambini e ragazzi e visite guidate in collaborazione con il museo ospitante! Per info: https://www.festaetrusca.info/.

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Laboratori “etruschi” promossi da “Festa etrusca! La storia si racconta” (foto etru)

Sabato 27 agosto 2022. Alle 11, sull’acropoli, inaugurazione del campo storico etrusco con Toscana Promozione Turistica, Regione Toscana, Marta Coccoluto (parco archeologico di Baratti e Populonia), Maurizio Amoroso (presidente Entertainment Game Apps, Ltd). Le didattiche presenti nel campo storico riguardano scrittura, religione, commercio, viaggi, armi, tessitura, profumi, cibo, vino, giochi, tiro con l’arco, fusione metalli, vetro, ceramica, danza, musica, numismatica, medicina sono realizzate a cura di: Associazione Culturale Suodales, Ruva Leo E.T.S., Phoenix Lanavium, G.A.M. Gruppo Archeologico Massarosese, A.R.S. Auxilia Legionis APS, Heliades Kuroi – Figli del Sole APS, Pithos Ancient Reproductions di Paolini Roberto, Associazione Culturale Ninuphar Eventi, Herentas, Luca Bedini, Associazione Arkè, Cohors Veterana APS. Il campo storico etrusco, con le pause per pranzo e cena, chiude alle 22. Alle 12, rievocazione storica “Il teatro della guerra: didattica sulla guerra nel mondo antico. Come si affrontavano i popoli nel Mediterraneo del VI secolo? guerrieri, armi e armature”. Alle 15.30 e alle 17, laboratorio di scrittura etrusca a cura della Parchi Val di Cornia (biglietto acquistabile in cassa, durata 1 ora e mezzo). Alle 17.30, “A touch of drama. la rievocazione storica nei musei e nei parchi archeologici. Studio, immedesimazione…diletto”: intervengono Marta Coccoluto (parco archeologico di Baratti e Populonia), Valentino Nizzo (museo nazionale Etrusco di Villa Giulia), Giulio Ranaldi (associazione Suodales). Introduce e modera Simona Sanchirico (fondazione Dià Cultura). Alle 18.15, narrazione storica sui popoli e le civiltà che fecero di Populonia un crocevia di tradizioni culturali al centro del Mediterraneo “La Populonia di 2500 anni fa: un crocevia di genti e culture nella Toscana degli Etruschi”. Alle 21 e alle 21.30, danze antiche. Alle 21.10, live session “Tursen: progetto musicale dedicato alla civiltà etrusca. Suoni delle perdute terre d’Etruria”. Alle 21.30, visita teatralizzata alla necropoli di San Cerbone a cura della Parchi Val di Cornia (chiusura biglietteria 15 minuti prima dell’inizio, tariffe Interno € 10,00 – ridotto € 8,00. Info e prenotazione tel. 0565 226445 – prenotazioni@parchivaldicornia.it.

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Rito etrusco a “Festa etrusca! La storia si racconta” (foto etru)

Domenica 28 agosto 2022, sull’acropoli, alle 10.30, apertura delle attività del campo storico etrusco, con le stesse modalità. Chiude alle 18. Alle 11.30, “L’aulos di Anthase”: incontro con un suplu e una danzatrice etrusca che spiegheranno il mondo della musica e della danza nell’Antica Etruria. Alle 16.30, visita guidata al campo storico a cura di Valentino Nizzo (direttore museo nazionale Etrusco di Villa Giulia). Alle 17.30, etrusca disciplina: rievocazione di un rito di aruspicina.

Vetulonia. Per “Le notti dell’Archeologia” conversazione archeologica sui temi della mostra-evento “A tempo di DANZA. In armonia, grazia e BELLEZZA” al museo “Isidoro Falchi” con Pruneti, Giulierini, Giacco, Saviano, Passa e Spina. Anteprima del corto di Antonioni con Caterina Di Rienzo

vetulonia_archeologico_mostra-a-tempo-di-danza_notti-dell-archeologia_locandina“Le Notti dell’Archeologia” fa tappa a Vetulonia. Mercoledì 20 luglio 2022, alle 21, nell’ambito della rassegna promossa dalla Regione Toscana, piazza Vatluna sarà il palcoscenico di una speciale conversazione archeologica sui temi della mostra evento 2022 “A tempo di DANZA. In armonia, grazia e BELLEZZA” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia fino al 6 novembre 2022. La serata, condotta da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva e di tourismA, avrà come ospiti d’eccellenza: Paolo Giulierini direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli; le archeologhe del Mann Marialucia Giacco e Stefania Saviano; Antonio Passa, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Carrara; Luigi Spina, il più quotato fotografo contemporaneo di Antichità, autore dei quadri fotografici che nel percorso espositivo della mostra dialogano con le opere esposte. Alla conversazione archeologica seguirà la prima proiezione del cortometraggio videoarte realizzato dal film-maker Lorenzo Antonioni con l’artista Caterina Di Rienzo, danzatrice e coreografa. Il corto, ambientato e proiettato all’interno della Sala della Danza, diventerà esso stesso parte integrante del percorso della mostra. Evento gratuito. Possibilità di prenotare posti a sedere fino esaurimento. Info e prenotazioni: 0564 927241 (da martedì a domenica 10-14 e 15-19).

Grosseto. Il film “Al tempo dei dinosauri” si è aggiudicato il premio del pubblico al Maremma Archeofilm 2022

grosseto_maremma-archeo-film_locandina-ridottaI dinosauri hanno conquistato il pubblico di Grosseto. Dopo tre giorni di programmazione nel Giardino dell’Archeologia, il pubblico ha decretato il film vincitore del Maremma Archeofilm 2022, organizzato da Comune di Grosseto, Regione Toscana, associazione M.arte, museo Archeologico e d’Arte della Maremma, Archeologia Viva – Giunti Editore, Firenze Archeofilm. Il premio “Maremma Archeofilm” è stato infatti al film “Al tempo dei dinosauri / Au temps des dinosaures” di Pascal Cuissot (Francia-Giappone, 52’). Negli ultimi vent’anni, la scoperta di nuove specie di dinosauri e mostri marini ha cambiato il panorama paleontologico. In un viaggio attraverso il pianeta, il pubblico imparerà a conoscere comportamenti e caratteristiche precedentemente inaspettati: come questi giganti cacciavano, si riproducevano e si prendevano cura della prole. Questa prova esclusiva è combinata con immagini 3D altamente realistiche in un documentario ambizioso e spettacolare. Una visione elettrizzante ben lontana tuttavia dal mondo di Jurassic Park.

Grosseto. Al via Maremma Archeofilm: tre sere a ingresso gratuito con il meglio della cinematografia sulle civiltà del passato. Primo appuntamento della grande stagione 2022 dei Festival organizzati con Archeologia Viva/Firenze Archeofilm

Si viaggia nel tempo e nello spazio con i film proposti da “Archeologia Viva/Firenze Archeofilm” e Associazione M.Arte al “Maremma Archeofilm”, il festival di archeologia arte e ambiente che sbarca a Grosseto dal 17 al 19 giugno, alle 21.15, nel Giardino dell’Archeologia: tre sere – tutte a ingresso gratuito – con il meglio della cinematografia sulle civiltà che hanno fatto la storia del nostro passato. L’evento è sostenuto da Comune di Grosseto, Regione Toscana, con il contributo Fondazione CR Firenze e Cesvot. Sponsor: Conad, Banca Tema, Cesvot. Informazioni: 0564. 488752 (museo Archeologico di Grosseto). In caso di maltempo il festival si svolgerà presso il museo di Storia naturale (str. Corsini 5, Grosseto).

La fortuna e la memoria del popolo degli Etruschi tra passato presente e futuro, ma anche la spettacolare scoperta di nuove specie di dinosauri e mostri marini che ha cambiato il panorama paleontologico. E poi l’Egitto al femminile attraverso la storia del Busto di Nefertiti scoperto nel 1912 nella terra dei faraoni, ma tuttora conservato a Berlino, la preistoria con il rinvenimento del primo essere umano in Sud Africa, il film animato su Seleuco fondatore della potente dinastia dei Selucidi nonché successore di Alessandro Magno nel settore orientale dello sterminato impero ellenistico. Infine le ultimissime scoperte sugli Incas costruttori del più grande impero precolombiano che l’America abbia conosciuto.

Ogni sera in programma oltre ai film, una conversazione con i protagonisti dell’archeologia tra cui Susanna Sarti, direttore Area archeologica nazionale di Roselle; Chiara Valdambrini, direttore museo Archeologico e d’Arte della Maremma; Simona Rafanelli, direttore museo Archeologico “I. Falchi” di Vetulonia. Il pubblico, in qualità di giuria popolare, potrà esprimere il proprio giudizio sui film in concorso contribuendo all’attribuzione del Premio “Maremma Archeofilm” alla pellicola più gradita. “Torna l’appuntamento con “Maremma Archeofilm”, la kermesse che coniuga l’arte, la cultura e la storia”, dichiarano il sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna e l’assessore alla Cultura, Luca Agresti. “A partire dalle radici etrusche del nostro territorio si potranno scoprire mondi antichi e volare sulle ali della fantasia, grazie alla splendida selezione cinematografica che sarà proposta nella stupenda cornice del Giardino dell’archeologia. L’amministrazione è felice di sostenere questo progetto, che mira alla riscoperta, alla valorizzazione e alla condivisione di un inestimabile patrimonio comune”.

Con “Maremma Archeofilm” inizia la grande stagione 2022 dei Festival del cinema di Archeologia Arte Ambiente organizzati con Archeologia Viva/Firenze Archeofilm, sempre a ingresso libero e gratuito. Dopo Grosseto, sarà la volta di Perugia, con “Perugia Archeofilm” ai Giardini del Frontone (21 – 22 giugno) e al museo Archeologico nazionale dell’Umbria (23 giugno), alle 21.15. Programma: www.firenzearcheofilm.it/perugia/ . Chiude il mese di giugno con “Vieste Archeofilm” al Castello di Vieste (29 giugno – 1° luglio), alle 21.15. Programma: www.firenzearcheofilm.it/vieste-fg/. All’inizio di luglio tocca a Centuripe (En) con “Centuripe Archeofilm” in piazza Duomo (8 – 11 luglio), alle 21.30. Programma: www.firenzearcheofilm.it/centuripe-en/. E a fine mese si torna ad Aquileia con “Aquileia Film Festival” in piazza Capitolo (26 luglio – 2 agosto), alle 21. Programma: www.firenzearcheofilm.it/aquileia/. La programmazione riprende a settembre a Varese con “Varese Archeofilm” ai Giardini Estensi (1° – 4 settembre), alle 20.30. Programma: www.firenzearcheofilm.it/varese/. Il mese successivo si chiude a Napoli con “Archeocinemann” al museo Archeologico nazionale (20 – 22 ottobre). Qui il programma è da definire.

A Firenze il convegno “Le immagini del patrimonio culturale: un’eredità condivisa?”: il tema sarà affrontato dal punto di vista della ricerca, dell’economia, del diritto e dell’associazionismo. In presenza all’auditorium di Santa Apollonia e on line

Ha senso oggi porre limiti alla diffusione del patrimonio culturale pubblico? La riproduzione delle sue immagini è un diritto collettivo che appartiene a tutti? Se la risposta è sì, perché a tutt’oggi non viene concessa a tutti? È infatti interdetta per le finalità commerciali, e quindi per le più variegate forme nelle quali si manifesta la creatività sociale. Sulla concessione della riproduzione delle immagini si misura la “temperatura” del dialogo tra istituzioni pubbliche e cittadini sul patrimonio culturale. Cerca di rispondere a questi scottanti e attualissimi interrogativi il convegno “Le immagini del patrimonio culturale: un’eredità condivisa?” organizzato dalla Fondazione Aglaia, d’intesa con la Regione Toscana, e in collaborazione con Archeologia Viva, Past Experience, ArchaeoReporter, in programma sabato 11 giugno 2022 a Firenze, all’auditorium di Santa Apollonia (via San Gallo 25a). L’incontro avrà inizio alle ore 10.30 e potrà essere seguito anche in diretta streaming sul canale YouTube di ArchaeoReporter. Informazioni: 339.7544894 / 0565.1766345 info@pastexperience.it.

“Selfie art” (foto archeologia viva)

Il tema, ricco di sfaccettature, sarà affrontato dal punto di vista della ricerca, dell’economia, del diritto e dell’associazionismo e sarà arricchito dall’illustrazione di alcune esperienze in atto facendo riferimento in modo particolare – ma non esclusivo – al territorio della Toscana. Nell’ambito del convegno si confrontano dunque diverse competenze, e in particolare è lasciato ampio spazio al mondo degli esperti di patrimonio culturale, diritto, economia e pubblica amministrazione, senza trascurare i punti di vista dell’associazionismo culturale. Conclude l’incontro una tavola rotonda che darà voce ai potenziali utilizzatori delle immagini, e quindi alle diverse professioni legate al patrimonio culturale, all’editoria e all’industria creativa.

Firenze. TourismA ’21 apre con una coinvolgente presentazione della musica etrusca perduta. L’etruscologa Rafanelli e il sassofonista Cocco Cantini non solo hanno ripercorso dieci anni di Progetto musica etrusca, ma hanno portato nuove scoperte: gli Etruschi accordavano gli strumenti come Mozart ed erano capaci di eseguire al contempo melodia e accompagnamento

L’etruscologa Simona Rafanelli e il sassofonista Stefano “Cocco” Cantini sul palco dell’auditorium del Palacongressi di Firenze per Tourisma 2021 (foto graziano tavan)

Accordavano gli strumenti come Mozart ed erano capaci di eseguire al contempo melodia e accompagnamento. Chi? Gli Etruschi 2600 anni fa. Se l’etruscologa Simona Rafanelli e il sassofonista  e musicista Stefano “Cocco” Cantini volevano stupire il pubblico selezionato e preparato del Palacongressi di Firenze, ci sono riusciti perfettamente. E Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, con tutto lo staff della Giunti Editore non poteva trovare argomento migliore, la musica perduta degli Etruschi, per aprire ufficialmente e alla grande la settima edizione di Tourisma, il salone dell’Archeologia e del Turismo culturale. Alle 9.30, di questa mattina, venerdì 17 dicembre 2021, nel grande auditorium che si riempiva alla spicciolata mentre fuori una lunga coda affrontava i rigorosi controlli secondo le normative anti Covid, è stata Simona Rafanelli, direttore del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, a introdurre il Progetto Musica etrusca, nato nell’ambito della Rete Museale della Maremma di Grosseto e con il sostegno della Regione Toscana. “Sono passati dieci anni da quando è iniziato il nostro “viaggio” alla ricerca di quelle sonorità, e siamo ancora i più apprezzati in questo particolare campo di ricerca”, ha ricordato con un certo orgoglio: “Molti sono i progetti, infatti, dedicati al recupero della musica etrusca, ma noi siamo gli unici che ci basiamo su dati archeologici e non su ricostruzioni di strumenti realizzati osservando le pitture di Tarquinia o i rilievi di Chiusi. I nostri strumenti sono invece la riproduzione perfetta di quegli strumenti è stata possibile grazie al piccolo lotto di strumenti a fiato, in legno di bosso e in avorio, recuperato nelle acque della Baia del Campese, dal relitto di una nave affondata circa duemilaseicento anni orsono, attualmente esposto nell’Antiquarium della Fortezza spagnola di Porto Santo Stefano, che costituisce ad oggi la principale fonte documentaria archeologica”.

Il suplu (suonatore di strumenti): particolare della Tomba dei Leopardi a Tarquinia (foto archeologia viva)

Del resto che la musica facesse parte integrante anche della vita degli Etruschi ce lo ricorda, ad esempio, Aristotele (“Gli Etruschi praticavano il pugilato, fustigavano i servi e impastavano il pane a suon di musica”) e trova puntuale conferma nelle immagini raffigurate sulla superficie dipinta dei vasi o delle tombe di Chiusi, Tarquinia e Orvieto. “Ma una volta riprodotti i flauti, non sapevamo come gli Etruschi riuscissero a usarli”, spiega Cantini: “se si soffia in un tubicino l’aria esce dalla parte opposta silenziosamente. Bisogna creare una vibrazione che produca un suono nella canna”. Purtroppo tutti gli affreschi, se pur bellissimi, mostrano tutti i suonatori col flauto in bocca, impedendo di capire come era il bocchino. Tutti, eccetto uno. “Si tratta della suonatrice sulla parete di fondo della tomba Francesca Giustiniani”, ha annunciato Rafanelli. E Cantini: “Qui il pittore di 2600 anni fa ha dipinto il flauto che si sta avvicinando alla bocca. Così ho capito che gli Etruschi usavano un’ancia semplice. E una volta realizzata, siamo riusciti a riprodurre gli stessi suoni che percepivano gli Etruschi. È fantastico!”.

Ma non è finita. Accordavano come Mozart. Tra le “deduzioni” più straordinarie a cui sono giunti i due studiosi, Cantini e Rafanelli, vi è che l’accordatura dei suoni, avveniva esattamente come facevano i grandi della Musica, Mozart ad esempio per citarne il massimo genio. “Cioè”, continua Cantini, “anche senza il diapason, ma andando solo con la sensibilità dell’orecchio, riuscivano a riprodurre il suono a una frequenza di 432 Hertz, come sappiamo noi oggi con strumenti di misurazione. E quello che è clamoroso è che anche gli auloi trovati a Paestum, pur producendo un suono diverso perché sono più lunghi, rispettano la stessa frequenza di 432 Hertz”. Cantini è andato anche più in là. Melodia e accompagnamento tutto in uno. Dalla gestualità stessa del suonatore sugli affreschi, il posizionamento delle sue mani a coprire i fori sulle due canne che compongono il doppio strumento a fiato, la novità più strabiliante: gli Etruschi suonavano l’unico strumento al mondo capace di eseguire al contempo melodia e accompagnamento. E dal palco di TourismA Cantini ne ha dato una dimostrazione coinvolgente. “Se è ancora evidentemente impossibile comprendere, in assenza di “spartiti” dell’epoca, quali fossero le melodie intonate dai fiatisti nelle diverse occasioni del vivere sociale, laico e religioso”, concludono Cantini e Rafanelli, “questo Progetto ha consentito di ritrovare la voce reale – ed unica – degli strumenti rimasti ad oggi muti. Rompendo di fatto un silenzio durato almeno duemilaseicento anni”.

Toscana. Il 27 agosto dichiarato Giornata degli Etruschi che apre le “Celebrazioni etrusche”. Eventi in 20 Comuni. A Firenze mostra dei tesori inediti dell’antico santuario etrusco di Poggio Colla in Mugello. Convegno a Chiusi sulla collezione Paolozzi, nucleo del museo nazionale Etrusco di Chiusi

La bolla papale del 27 agosto 1569 con la quale Papa Pio V assegnava a Cosimo de Medici il titolo di Granduca di Toscana

La bolla papale del 27 agosto 1569 con la quale Papa Pio V assegnava a Cosimo de Medici il titolo di Granduca di Toscana

Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale della Toscana

Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale della Toscana

Il 27 agosto 1569 Pio V concesse con bolla papale il titolo di Granduca di Toscana, “Magnus Dux Etruriae”, per Cosimo dei Medici, ossia “la legittimazione storica di quella che era stata la terra degli Etruschi e che possiamo considerare la Toscana moderna”, come ha proclamato il presidente del Consiglio regionale della Toscana, Eugenio Ciani, nell’annunciare che quest’anno, 2016, il 27 agosto viene istituita la Giornata degli Etruschi che apre le Celebrazioni Etrusche, iniziativa dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, per celebrare l’origine etrusca del territorio toscano, anche attraverso il sostegno a iniziative tematiche promosse dagli enti locali e da musei civici della Toscana, con un ricco programma che coinvolge venti Comuni (vedi http://www.consiglio.regione.toscana.it/upload/COCCOINA/documenti/ETRUSCHI%20Le%20Celebrazioni%20nei%20Comuni(1).pdf). “Il giorno della bolla papale sarà il riconoscimento che ogni anno riserveremo ai nostri progenitori, gli Etruschi, un popolo che ha vissuto un vasto territorio italiano passando dal Lazio all’Umbria, traversando gli Appennini, nella Pianura Padana fino al Golfo di Napoli”, sottolinea Giani. “Un popolo che ha avuto un’influenza determinante e che per mille anni ha in qualche modo dominato prima di essere progressivamente assorbito dai romani. Finora abbiamo fatto meno di quanto dovremmo per valorizzare i nostri progenitori, coloro che mille anni prima di Cristo già indicavano la strada per estrarre i metalli e arrivare all’età del Ferro. Erano il popolo più evoluto in Italia e in generale in questa parte di Europa mediterranea. Cercheremo di fare molto di più con iniziative, manifestazioni, illustrazioni di scoperte che sono sempre più frequenti”.

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Sabato 27 agosto 2016 è dunque dichiarata ufficialmente Giornata degli Etruschi. Articolato il programma. Alle 12, consegna della pergamena di riconoscimento alle città che, in periodi diversi ma in Toscana, hanno fatto parte della dodecapoli, ovvero della lega delle principali città Etrusche: tra queste, Arezzo, Volterra, Cortona, Chiusi, Fiesole, Vetulonia (Castiglione della Pescaia), Populonia (Piombino), Grosseto. Poi consegna di uno speciale riconoscimento ad Andrea Pessina della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato (“Ha fatto tanto per la Toscana”, assicura Giani). Nel pomeriggio, alle 17, a palazzo Panciatichi, in via Cavour 2 a Firenze, sede del Consiglio regionale della Toscana, si inaugura la mostra “Scrittura e culto a Poggio Colla: un santuario etrusco nel Mugello” (27 agosto – 31 dicembre 2016) che per la prima volta mostra reperti inediti rinvenuti nel sito di Poggio Colla, presso Vicchio del Mugello in provincia di Firenze, dove ancora sono in corso gli scavi, reperti archeologici di inestimabile importanza non solo per la conoscenza del territorio, ma anche per lo studio della lingua etrusca. La mostra sul sito etrusco di Poggio Colla è promossa in collaborazione tra Consiglio regionale, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e il concessionario di ricerca e scavo, Mugello Valley Archeological Project (Mvap). Il progetto scientifico, elaborato da soprintendenza e MVAP, è seguito dal professor Gregory Warden della Franklin University Switzerland e dall’archeologo Susanna Sarti della soprintendenza. “Siamo consapevoli”, continua Giani, “che degli Etruschi conosciamo ancora molto poco. Ogni giorno arriva notizia di un nuovo rinvenimento, emerge una loro tavola che ci porta a conoscerne meglio la scrittura. È il caso del complesso di Vicchio, dove è stata recentemente scoperta una stele che qualcuno ha paragonato a quella di Rosetta. Non sappiamo se questo sia vero o meno ma sappiamo che i reperti di Poggio Colla sono importanti e per la prima volta pezzi inediti saranno in Consiglio regionale”.

La stele rinvenuta nel sito etrusco del VII-VI sec. a.C. con un'iscrizione in etrusco

La stele rinvenuta nel sito etrusco del VII-VI sec. a.C. con un’iscrizione in etrusco

La mostra mira a fare luce sul periodo più antico del santuario etrusco di Poggio Colla, dove – come ricorda Giani – di recente è stata scoperta una stele arcaica in arenaria con caratteri etruschi iscritti. Il ritrovamento è di grande rilevanza perché non solo permette “di comprendere la natura del sito etrusco nel VII-VI secolo a.C.”, come si legge nel progetto scientifico della mostra, “ma accresce la conoscenza della lingua e la scrittura etrusca. Il fatto che la stele fosse collocata nelle fondazioni del podio del monumentale tempio tuscanico costruito intorno al 490, 480 a.C. suggerisce che il santuario di Poggio Colla fosse importante già nella fase più antica, ipotesi confermata da altri preziosi ritrovamenti che vengono qui per la prima volta esposti al pubblico”. Della stele, ancora in fase di studio e restauro, è esposto un ologramma. Il manufatto, che contiene la più lunga iscrizione lapidea conosciuta sino a oggi, è eccezionale per la lunghezza dell’iscrizione, la sua antichità e il suo contesto, ma anche perché non è un oggetto di carattere funerario. Il testo fa infatti riferimento a divinità etrusche e in particolare ricorda il “luogo di Uni”, la più importante divinità femminile degli etruschi, paragonabile alla Giunone dei Romani o alla greca Era. La possibilità che il culto di Uni esistesse a Poggio Colla è testimoniata dal ritrovamento di un frammento di bucchero che, assicurano gli etruscologi, “ha restituito la più antica rappresentazione di parto conosciuta nell’arte europea”, verosimilmente un parto sacro. Altro materiale ritrovato testimonia la ricchezza di attività culturali e rituali tra il VII e il V sec. a.C. Così una raffinata produzione di bucchero decorato, vasi che possono essere associati al banchetto e che testimoniano la presenza di ricche élite già prima della costruzione del tempio monumentale. Sono esposte anche quattro figure in bronzo che sono parte di contesti rituali connessi sia con la fondazione che con la distruzione del tempio. Una figura arcaica mostra tracce di fuoco e abrasioni, probabilmente dovute ad azioni rituali: era parte, spiega il comitato scientifico, di una stipe che doveva contenere più di 400 oggetti e frammenti di bronzo. Una eccezionale testa arcaica in bronzo, probabilmente raffigurante una divinità, ha caratteri grecizzanti e indica la qualità delle importazioni nel santuario. Infine, una base di arenaria di forma piramidale, iscritta con il nome di chi, appartenente alla élite etrusca di Poggio Colla, l’aveva dedicata. Essa attesta, come la stele, l’importanza della parola scritta in una fase molto antica del santuario di Poggio Colla.

Il canopo di Dolciano uno dei tesori conservati al museo nazionale Etrusco di Chiusi

Il canopo di Dolciano uno dei tesori conservati al museo nazionale Etrusco di Chiusi

Da Firenze a Chiusi per un altro importante appuntamento nell’ambito del ricco programma delle Celebrazioni etrusche. Domenica 28 agosto 2016 al teatro Mascagni di Chiusi è in programma il convegno “Il patrimonio archeologico etrusco a Chiusi”, dedicato principalmente alla collezione Paolozzi, che costituisce un nucleo importante delle collezioni del museo nazionale Etrusco di Chiusi, e vuole essere propedeutico alla pubblicazione integrale della raccolta. Infatti, anche se la figura di Giovanni Paolozzi è stata già oggetto di diversi contributi e alcuni dei materiali della collezione sono stati ben studiati, manca ancora una ricerca di insieme che renda conto del valore quantitativo e qualitativo della raccolta e presenti al contempo, oltre alla famiglia Paolozzi, documenti e donazioni che l’hanno accompagnata, quali ad esempio il busto in marmo che raffigura il collezionista, opera, nel 1873, di Vincenzo Consani, ceduto nel 1907 al museo chiusino. Intenso il programma della Giornata che prevede anche laboratori didattici per i più piccoli al museo nazionale Etrusco di Chiusi e la visita guidata ai musei cittadini e alla necropoli di Poggio Renzo. La mattinata alle 10.30 apre con i saluti del presidente del Consiglio regionale della Toscana, Eugenio Giani, e del sindaco di Chiusi, Juri Bettolini. Seguono gli interventi di Giulio Paolucci (Giovanni Paolozzi e il patrimonio Archeologico di Chiusi”), Maria Angela Turchetti (“I materiali della Collezione Paolozzi nel museo nazionale Etrusco di Chiusi), Mattia Bischeri (“I materiali della collezione Paolozzi di provenienza visentina”), Alessandra Minetti (“La Tomba della Pania”), Giuseppe Venturini (“Il Cinerario Paolozzi: note tecniche di restauro”). Nel pomeriggio dalle 15, visite guidate al museo civico “La Città Sotterranea”, al museo della Cattedrale – Labirinto di Porsenna, al museo nazionale Etrusco di Chiusi, alla Necropoli di Poggio Renzo. Grazie a questo convegno si pone all’attenzione del pubblico una delle collezioni archeologiche più importanti del territorio chiusino formatasi grazie alla famiglia Paolozzi e soprattutto grazie alle ricerche e acquisizioni di Giovanni Paolozzi che per lascito testamentario ha donato, nel 1907, la parte più cospicua della sua ingente raccolta all’allora museo civico, dal 1962 museo nazionale Etrusco di Chiusi. La collezione – ricorda la soprintendenza Archeologia della Toscana – annovera al suo interno reperti di eccezione quali il Cinerario Paolozzi, il Canopo di Dolciano, le sculture del monumento fatto costruire dalla gens Allia e il mosaico tardo-repubblicano di Monte Venere. L’acquisizione, nel 1876, della Collezione Terrosi permise a Giovanni Paolozzi di entrare in possesso, fra l’altro, del corredo della Tomba della Pania che rappresenta ad oggi il più completo esempio della sepoltura di un princeps chiusino della seconda metà del VII sec. a.C., nota per la pregevole pisside in avorio, (parzialmente riprodotta in locandina) appartenuta ad uno degli individui sepolti nell’ipogeo ed oggi conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze.

A Volterra affiorano mura ellittiche: potrebbe essere stato trovato l’anfiteatro romano. “Sarebbe la più importante scoperta archeologica degli ultimi cento anni”

+++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING; NO TV+++ Una scoperta casuale che potrebbe cambiare la storia dell'archeologia: una struttura muraria, di forma ellittica, della lunghezza di 80 metri che farebbe pensare ad un anfiteatro romano destinato forse allo svolgimento di giochi tra gladiatori. E' quanto rinvenuto nelle scorse settimane, l'8 luglio, a Volterra (Pisa), sarebbe il più importante ritrovamento di un anfiteatro romano degli ultimi 100 anni. ANSA/UFFICIO STAMPA

Il tratto di mura ad andamento ellittico scoperto a Volterra nello sterro di Porta Diana

Una struttura muraria, di forma ellittica, della lunghezza di 80 metri, che farebbe pensare ad un anfiteatro. È la scoperta fatta recentemente a Volterra (Pisa) che, se confermata, spiegano gli archeologi della soprintendenza toscana, potrebbe cambiare la storia dell’archeologia volterrana e sarebbe il più importante ritrovamento di un anfiteatro romano negli ultimi 100 anni. I blocchi sono emersi uno dopo l’altro durante i lavori di scavo del consorzio di bonifica, nei pressi di Porta Diana, ad ovest del cimitero comunale di Volterra, e a sud della necropoli etrusca del Portone. Pochi, disposti regolarmente e soprattutto ancora in situ. Fin da subito è stato evidente che si trattava di un tratto di muratura dall’andamento curvilineo. E il pensiero è andato subito all’anfiteatro romano di Volterra, finora mai trovato, come hanno raccontato -nell’annunciare la scoperta – il presidente della Regione Enrico Rossi, il sindaco di Volterra Marco Buselli, il soprintendente ai Beni archeologici della Toscana Andrea Pessina, l’archeologa Elena Sorge e il presidente del Consorzio di bonifica 4 Basso Valdarno .

Il tratto di mura antiche emerso a Volterra: potrebbe essere una parte dell'anfiteatro

Il tratto di mura antiche emerso a Volterra: potrebbe essere una parte dell’anfiteatro

“Dal terreno sono emerse strutture murarie dallo sviluppo lineare di oltre 20 metri. Una prima indagine, condotta sul campo, ne ha riportato in luce pochi filari, messi in opera con la stessa tecnica costruttiva del teatro romano di Volterra e caratterizzati da un andamento spiccatamente curvilineo. Successivamente, lo scavo ha consentito di mettere in evidenza in due saggi, uno a sud e l’altro a nord, ulteriori 20 metri lineari della medesima muratura per un totale di 42 metri, ad andamento curvilineo costante, che orienta verso uno sviluppo ellittico della pianta. Se così fosse si tratterebbe di un edificio pubblico romano di straordinaria rilevanza, probabilmente a carattere ludico, quasi certamente un anfiteatro destinato a giochi gladiatori”.

Dal tratto di mura emerso sono state ipotizzate le dimensioni dei due assi dell'anfiteatro romano

Dal tratto di mura emerso sono state ipotizzate le dimensioni dei due assi dell’anfiteatro romano

Allo stato attuale non è possibile proporre una ricostruzione planimetrica, tuttavia, se l’andamento ad ellisse dovesse essere confermato, avrebbe un asse maggiore intorno agli 80 metri, ed un asse minore di circa 60 metri. Le dimensioni dell’ellisse fanno escludere che si sia ancora individuato il piano dell’Arena, sebbene si possa ipotizzare un anello mediano o superiore, che implicherebbe la necessità di uno scavo, a Volterra, pari solo a quello del teatro romano scoperto negli anni ’50 da Enrico Fiumi.

I filari delle mura riportati alla luce dallo scavo archeologico a Volterra

I filari delle mura riportati alla luce dallo scavo archeologico a Volterra

“Una scoperta archeologica molto importante”, sottolinea il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, “che conferma il ruolo di Volterra anche in epoca romana. Il ritrovamento dei resti di un anfiteatro, di cui si ignorava l’esistenza, avvenuto in maniera casuale nelle scorse settimane, dovrà ora essere approfondito, e andranno finanziati i lavori di scavo. Per questo ho subito cercato il ministro Franceschini, che si è rallegrato e ha chiesto di essere aggiornato, annunciando una visita in loco entro un arco di tempo breve”. E aggiunge: “Un buon periodo questo per la Toscana della cultura, con 18 milioni di rifinanziamento agli Uffizi e 5 milioni destinati al Museo della navi di Pisa (vedi ….). A questo si aggiunge l’impegno della Regione di attribuire 30 milioni di fondi europei allo sviluppo e alla messa in rete dei grandi attrattori museali”. Volterra “si conferma città di grande importanza nel suo passato anche romano e continua ad esserlo oggi per la Toscana e per il mondo. Noi sogniamo una Toscana che è forte della sua storia, del suo passato, ma che vuole stare nella contemporaneità, essere una regione che cresce, si sviluppa, innova. Tenere in equilibrio questi due poli – conclude – è il nostro segreto e il nostro futuro. Credo che ci stiamo riuscendo”.

Tra mammuth e tigri dai denti a sciabola: riapre il museo Paleontologico di Montevarchi, uno dei più antichi d’Europa: allestimento innovativo multimediale per conoscere il Valdarno tre milioni di anni fa

L'impressionante fossile di Mammuthus meridionalis "simbolo" del museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno

L’impressionante fossile di Mammuthus meridionalis “simbolo” del museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno

Il manifesto dell'inaugurazione del rinnovato museo di Montevarchi

Il manifesto dell’inaugurazione del rinnovato museo di Montevarchi

Il Valdarno si distende tra il massiccio di Pratomagno e le dolci colline ridisegnate ad arte dai vigneti del Chianti, con l’orizzonte mosso da filari di cipressi che impettiti resistono al vento, e la base dei poggi ricca di opifici tra le moderne vie di comunicazione: un paesaggio accogliente valorizzato dai molti agriturismi, oasi di relax e di tentazioni per il palato. Ma ora chiudiamo gli occhi e prepariamoci a un viaggio indietro nel tempo di alcuni milioni di anni. Quando li riapriremo, davanti ai nostri occhi apparirà un mondo fantastico: una giungla equatoriale che lascia via via il posto a una tundra popolata di animali terrificanti, come l’immenso mammuth o la temibile tigre dai denti a sciabola. Non siamo su set di un sequel di Jurassik Park, ma all’ingresso del rinnovato museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno, uno dei più antichi d’Europa con quasi due secoli di vita, museo che sabato 6 dicembre riapre al pubblico dopo oltre sei anni di chiusura impiegati per dotare la celebre istituzione di un allestimento al passo con i tempi. Il restauro si deve a un forte impegno economico della Regione Toscana e del Comune di Montevarchi, proprietario di gran parte della struttura in cui il nuovo museo può finalmente valorizzare le sue ricchezze, ovvero l’ex convento trecentesco di San Lodovico: una delle più interessanti raccolte europee di fossili, tutti estratti da quell’immensa “miniera” che è il territorio del Valdarno. Qui tra il Pliocene superiore e il Pleistocene inferiore, ovvero tra 5,332 e 2,588 milioni di anni fa, una giungla equatoriale si trasformò gradualmente in una tundra sotto la quale, per una singolare fortunata combinazione chimico fisica, i resti degli antichi animali si fossilizzarono perfettamente. Le scoperte datano già in epoca medicea ma il sottosuolo continua a offrire sempre nuove sorprese. “Le potenzialità del rinnovato museo Paleontologico sono fortissime”, assicurano i responsabili dell’accademia Valdarnese, titolare del museo. “Fortissime soprattutto in ambito didattico, vista la possibilità e l’ambizione di proporre numerose attività anche in orario extrascolastico per bambini e famiglie. Ma siamo anche convinti che il “nuovo” Paleontologico con la storia naturalistica di un territorio come il Valdarno avrà un grande appeal turistico soprattutto all’estero”.

Una delle gallerie del museo Paleontologico di Montevarchi nell'allestimento ottocentesco

Una delle gallerie del museo Paleontologico di Montevarchi nell’allestimento ottocentesco

Il museo Paleontologico di Montevarchi, che – come detto – appartiene all’accademia Valdarnese del Poggio, nasce intorno al 1809 da una raccolta donata dal monaco di Vallombrosa Luigi Molinari. Poco dopo Georges Cuvier, fondatore della paleontologia moderna, studiò questi primi reperti che erano allora conservati nei locali del convento dei Minori Francescani di Figline Valdarno. Nel 1818 la raccolta, assieme alla sede dell’accademia e al fondo librario nel frattempo costituitosi, fu trasferita nei locali attuali di Montevarchi e fu aperta al pubblico ufficialmente nel 1829. Mezzo secolo dopo, fra il 1873 e il 1880, il prof. Paolo Marchi di Firenze e il prof. Forsyth Major di Glasgow classificarono i 732 reperti fino allora raccolti e iniziarono a compilare il relativo catalogo. Fu poi il prof. Giovanni Capellini, geologo e paleontologo cui è dedicato il museo Geologico e Paleontologico dell’università di Bologna, a continuare la catalogazione mentre il museo si arricchiva di nuovi pezzi. La raccolta nel tempo si è ampliata con nuove scoperte per lo più in ambito locale, cui hanno sostanzialmente contribuito le segnalazioni da parte di contadini e abitanti del territorio.

Il paesaggio del Valdarno superiore ben diverso da quello di tre milioni di anni fa

Il paesaggio del Valdarno superiore ben diverso da quello di tre milioni di anni fa

La ricostruzione del paesaggio del Valdarno nel Pleistocene

La ricostruzione del paesaggio del Valdarno nel Pleistocene

L’allestimento originale, che rispecchiava il concetto ottocentesco di esposizione museale, articolato in quaranta vetrine disposte in tre gallerie, è stato sostituito da un allestimento moderno che disegna un percorso didattico in grado di stimolare l’interesse e arricchire la conoscenza del visitatore. Dopo un primo corridoio in cui si ripropone un saggio dell’allestimento ottocentesco, si passa al nuovo, in cui ogni reperto esposto nelle vetrine è illustrato da didascalie. Ci sono poi pannelli su alcuni aspetti peculiari del territorio come le trasformazioni delle faune, delle flore e delle condizioni climatico – ambientali che hanno accompagnato la storia del Valdarno negli ultimi tre milioni di anni.

Il nuovo allestimento del museo di Montevarchi con pannelli didattici e supporti multimediali

Il nuovo allestimento del museo di Montevarchi con pannelli didattici e supporti multimediali

Il museo di

Un fossile di mammifero conservato al museo Paleontologico

Un fossile di mammifero conservato al museo Paleontologico

Montevarchi accoglie circa 2600 reperti. Fra essi si distinguono fossili vegetali, come le noci di Juglans tephrodes e le foglie di Platanus aceroides e una ricca collezione di fossili animali, provenienti quasi esclusivamente dal Valdarno Superiore e di età compresa fra il Pliocene superiore e il Pleistocene inferiore. Tra gli esemplari più interessanti del museo un gigantesco scheletro di elefante – Mammuthus meridionalis – quasi completo con enormi zanne di oltre tre metri di lunghezza di 320 cm, popolarmente noto come “Gastone l’elefantone”, il cranio della tigre dai denti a sciabola – Homotherium crenatidens -, chiamata così per le dimensioni dei canini superiori, i crani di Hystrix etrusca, e il cranio del Canis etruscu, il “Tipo”, cioè il primo che ha dato origine ad una nuova specie. Una delle ultime acquisizioni sono i resti fossili di Palaeoloxodon antiquus, giovane elefantessa divenuta subito popolare col nomignolo di “La Giulia”. Questo ritrovamento, avvenuto nel 2001 nell’Aretino in località Campitello, vicino a Bucine, è particolarmente importante perché associato a tre strumenti litici con ancora i resti delle legature originali.

Il moderno allestimento del museo Paleontologico ricco di informazioni

Il moderno allestimento del museo Paleontologico ricco di informazioni

Numerosi sono i disegni, le tavole di confronto e soprattutto le ricostruzioni paleoambientali che si articolano lungo il percorso. Il visitatore può approfondire dinamicamente la storia del Valdarno Superiore soffermando la sua attenzione su una serie di video, dislocati lungo il tracciato, nei quali vengono ricostruite le cause e gli effetti delle oscillazioni glaciali-interglaciali, i caratteri della foresta equatoriale caldo-umida diffusa nel Valdarno 3.1 milioni di anni fa e infine altri video nei quali sono approfonditi i caratteri delle singole specie rinvenute nella argille e nelle ligniti della fase a foresta. Prospettive scenografiche in cui le figure si compongono e si scompongono a seconda del punto di osservazione, ricostruzioni di uomini primitivi e multimedialità fanno da cornice capace di suggestionare il visitatore e di incantare soprattutto i più piccoli.

I semi di uva recuperati da Alvaro Tracchi nel sito etrusco-romano di Cetamura del Chianti

I semi di uva recuperati da Alvaro Tracchi nel sito etrusco-romano di Cetamura del Chianti

Il percorso del museo Paleontologico è completato da una nuova sezione archeologica dedicata allo studioso locale Alvaro Tracchi, con reperti etruschi provenienti dal territorio del Valdarno, ma anche dalla zona del Viterbese. “Gli apparati didattici e la multimedialità”, spiegano in accademia, “permetteranno di proporre una didattica archeologica innovativa, capace di approfondire tematiche sulla vita quotidiana in età lontanissime”. Infine la nascita di un laboratorio di restauro interno, che permetterà di monitorare lo stato di conservazione del materiale e di intervenire tempestivamente, ma anche di svolgere attività didattiche per bambini per lo sviluppo della manualità o corsi di formazione per adulti.

Dagli etruschi ai romani, dal Medioevo ai giorni nostri: tremila anni di storia nel “museo” inaugurato nell’atrio del nuovo ospedale di Lucca con i reperti recuperati dal cantiere

Il nuovo ospedale San Luca di Lucca dove è stato aperto un percorso museale archeologico

Il nuovo ospedale San Luca di Lucca dove è stato aperto un percorso museale archeologico

La mostra "Emersioni" che nel 2011 presentò per la prima volta i reperti dal cantiere del San Luca

La mostra “Emersioni” che nel 2011 presentò per la prima volta i reperti dal cantiere del San Luca

A Lucca entri in ospedale e fai un viaggio all’indietro nel tempo di tremila anni. L’archeologia, gli antenati della Lucchesia, fanno infatti capolino nel nuovo percorso museale nella hall del nuovo ospedale San Luca di Lucca, ultima prestigiosa tappa di una collaborazione virtuosa tra Regione Toscana, Azienda sanitaria 2, soprintendenza ai Beni archeologici iniziata molti anni fa quando si decise di realizzare un nuovo polo sanitario nel quartiere Arancio-San Filippo. Proprio gli scavi preliminari per la realizzazione del San Luca hanno infatti permesso di ritrovare materiali preziosi, che testimoniano la storia del territorio dall’antichità ad oggi, e che ora si possono ammirare nelle nuove teche di vetro al piano terreno dell’ospedale, per un’esposizione permanente almeno di una piccola parte di quanto ritrovato. Regista di questa singolare iniziativa culturale è stato Giulio Ciampoltrini della soprintendenza di Lucca, certo coadiuvato non poco dal sostegno organizzativo dell’Asl 2, col direttore generale Joseph Polimeni, e dal supporto economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. “Qui al San Luca non ci facciamo mancare proprio nulla”, sorride soddisfatto Polimeni all’inaugurazione del “museo”, “ed è davvero bello che pazienti e visitatori possano usufruire di un percorso di questo genere, che richiama alle radici dei lucchesi. I resti sono romani, greci ed etruschi: l’area dell’Arancio-San Filippo può adesso ammirare le proprie origini”. E ricorda: “Gli scavi archeologici che hanno accompagnato la costruzione dell’ospedale erano già stati raccontati nell’apprezzata mostra Emersioni, allestita nel mese di novembre del 2011 nella Casermetta del Museo Nazionale di Villa Guinigi a Lucca. Il progetto di musealizzazione viene adesso completato e presentato alla cittadinanza. Questo percorso rappresenta un esempio virtuoso di come l’impegno condiviso di più soggetti, pubblici e privati, si possa trasformare in una duratura acquisizione per la cultura”. Il percorso è illustrato da cartelli esplicativi dei reperti presentati. Decisivo l’aiuto economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca: “La Lucchesia è da sempre terra ricca di storia e tradizioni, che tutti noi abbiamo il dovere di tramandare alle generazioni future. Per questo il nostro intervento, seppure in un periodo di complessità per le fondazioni dovuto a riforme legislative, era inevitabile”.

Lo scavo archeologico è andato avanti di pari passo col cantiere del nuovo ospedale di Lucca

Lo scavo archeologico è andato avanti di pari passo col cantiere del nuovo ospedale di Lucca

L'archeologo Giulio Ciampoltrini

L’archeologo Giulio Ciampoltrini

Il cantiere del nuovo ospedale si è sviluppato – lo si è capito subito – su un’area che in antico era occupata da una “mansio”, cioè una stazione di sosta e cambio dei cavalli dove i viaggiatori si fermavano per approvvigionarsi e riposare la notte. Ciampoltrini, direttore scientifico degli scavi, sottolinea la complessità dell’operazione: “Le ricerche sono partite da lontano, nel 2005, con gli accordi di programma tra Regione Toscana e ministero dei Beni culturali per la costruzione dei quattro nuovi poli ospedalieri nella Toscana settentrionale e, poi, con l’applicazione in via sperimentale di una archeologia di tutela. Molti dei reperti sono testimonianze uniche, che ci raccontano moltissimo dei nostri antenati e di quello che si faceva in questo luogo”. Proprio l’archeologo, oltre a curare l’esposizione nell’atrio del San Luca, ha realizzato insieme ai suoi collaboratori una pubblicazione che descrive i rapidi mutamenti che caratterizzano l’area di Arancio-San Filippo attraverso 10 storie di grande fascino e suggestione: “La storia che hanno raccontato anni di scavo, dal 2009 al 2012, nel cantiere dell’ospedale San Luca e poi nei depositi e nei laboratori, è ben sintetizzata dal termine anamorfosi, che in zoologia indica una trasformazione repentina e nella pittura l’effetto ottico che rende leggibili le immagini solo da una particolare angolazione. Sono infatti emerse vicende di mutamenti di paesaggi e di insediamenti, dapprima in un ambiente dominato dai fiumi, poi dalle strade che ne determinano il complesso rapporto con un polo urbano così vicino”.

La presentazione del percorso museale archeologico nell'atrio del San Luca

La presentazione del percorso museale archeologico nell’atrio del San Luca

“A dimostrazione che la realtà è più variegata di quanto possa immaginare la fantasia dell’archeologo, gli scavi e alcune fotografie satellitari hanno rivelato un complesso intreccio di stratificazioni e di strutture sepolto sotto il paesaggio di Arancio-San Filippo”, sostiene Ciampoltrini, “e l’esame minuzioso dei reperti, da parte degli studiosi della Cooperativa Archeologia, ha permesso di disegnare una mappa straordinariamente più affascinante ed inquietante di quella che le valutazioni formulate sulla scorta dei dati inizialmente acquisiti potevano far immaginare”. Sono stati evidenziati un sepolcreto dell’VIII secolo a.C., un insediamento arcaico del 600-550 a.C., un abitato del III secolo a.C., una mansio d’età romana, un lacus vinarius ancora d’età romana, altre forme di insediamento della tarda antichità, un edificio medievale nel paesaggio della ‘Casa degli Aranci’, ceramiche contadine risalenti a fine Ottocento-inizio Novecento e una discarica del malato degli anni 1920-’30 del secolo scorso. “Questo è un’altra testimonianza di quanto profonde siano le radici di Lucca”, conclude il vicesindaco Ilaria Vietina, “con questa struttura la cultura si fonde ad un complesso innovativo e diventa momento di interesse e svago per pazienti e visitatori. Spesso servono tempi lunghi per realizzare progetti del genere, ma poi i risultati si vedono”.