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Egitto. Al Cairo mancano due giorni alla grande parata dei faraoni del 3 aprile col trasferimento di 22 mummie reali dal museo Egizio di piazza Tahrir al nuovo museo nazionale della Civiltà egizia di Fustat. Il Governo avvia una campagna promozionale e annuncia dirette tv e on line. Oggi conosciamo altri sei protagonisti del corteo

Per la Parata d’oro dei Faraoni al Cairo del 3 aprile previste dirette tv e on line

egitto_cairo_corteo-mummie_golden-pharaohs'-golden-parade_logoMeno due. Tanti sono i giorni che ci dividono dalla “parata d’oro dei faraoni” del 3 aprile 2021 che “sarà un evento globale”: il Governo egiziano ne è convinto, e non vuole lasciare nulla al caso. Così dalla sera di giovedì 1° aprile 2021 il ministero del Turismo e delle Antichità lancerà un’importante campagna pubblicitaria per promuovere la processione delle mummie reali sulle piattaforme dei social media arabi e internazionali, in particolare nei principali mercati per il turismo dell’Egitto. “Questa campagna promozionale”, assicura l’ing. Ahmed Youssef, amministratore delegato dell’Autorità Experience Egypt,  “comprenderà la traduzione di tutto il materiale promozionale e dei filmati dell’evento in 14 lingue diverse, da collocare sulle pagine ufficiali dei siti di social media Instagram, Facebook, Twitter e YouTube nel mercato arabo e internazionale”. L’obiettivo sono alcuni importanti mercati esportatori di turismo in Egitto; tra questi Paesi ci sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bielorussia, Ucraina, Inghilterra, Giappone e Stati Uniti d’America, Italia, Francia e Germania. La processione delle mummie reali sarà trasmessa in diretta da diversi canali televisivi internazionali e arabi, oltre al live streaming sul canale YouTube ufficiale del Ministero e dell’Authority Experience Egypt. E in attesa del grande evento il ministero del Turismo e delle Antichità “svela” i nomi di re e regine le cui mummie andranno a stare nella nuova dimora a Fustat: oggi facciamo la conoscenza di altri sei protagonisti della “Golden parade” del 3 aprile 2021.

La mummia del re Amenhotep III fu trovata nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV 35), nella Valle dei Re a Luxor (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia del re Amenhotep III, trovata nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV 35) nella Valle dei Re a Luxor, fa parte delle 22 mummie reali protagoniste della parata d’oro dei faraoni. Il re Amenhotep III è il figlio del re Thutmose IV, della XVIII dinastia (Nuovo Regno). Quando si entra nel museo Egizio di Tahrir, si incontra una meravigliosa enorme statua del re Amenhotep III e di sua moglie, la regina Tiye, simbolo del loro forte legame e del loro potere eterno. E a Kom el-Heitan (Tebe Ovest), il suo tempio funerario era fronteggiato da enormi statue oggi conosciute come i Colossi di Memnone. Il re Amenhotep III ha lasciato molti monumenti importanti, tra cui un gran numero di statue.

La mummia del regina Tiye è stata trovata nel 1898 nella sua tomba di Amenhotep II (KV 35) nella Valle dei Re a Luxor (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia della regina Tiye, scoperta nel 1898 nella Tomba di Amenhotep II (KV 35), nella Valle dei Re, a Luxor, sarà tra le 22 mummie reali trasferite dal museo Egizio di Tahrir al museo nazionale della Civiltà Egizia a Fustat. La regina Tiye era la figlia di Yuya e Tjuya del Nuovo Regno, e la grande moglie reale di Amenhotep III, uno dei faraoni di maggior successo dell’Egitto.

La mummia del re Seti I fu trovata nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV 35), nella Valle dei Re a Luxor (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia del re Seti I, scoperta nel 1898 nella Tomba di Amenhotep II (KV 35) a Deir El Bahari, è una delle mummie trasferite nella parata d’oro dei faraoni il 3 aprile 2021 dal museo Egizio di Tahrir al museo nazionale della Civiltà Egizia di Fustat. La tomba del re Seti I, figlio del re Ramses I, fondatore della XIX dinastia, Nuovo Regno, è una delle tombe reali più belle nella Valle dei Re, che conserva ancora i suoi colori sgargianti. Seti I condusse una battaglia contro gli Ittiti. Le sue gesta e le sue vittorie militari furono accuratamente registrate nel Tempio di Amon a Karnak.

La mummia del re Ramses II della XIX dinastia (Nuovo Regno) fu trovata nel nascondiglio di Deir el-Bahari (TT320) nel 1881 (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia di Ramses II, scoperta nel nascondiglio di Deir el-Bahari (TT 320), a ovest di Luxor nel 1881, è tra le 22 mummie reali dal museo Egizio di Tahrir al museo nazionale della Civiltà Egizia nella parata d’oro dei faraoni del 3 aprile 2021. Ramses II succedette a suo padre Seti I e godette di un lungo regno. Governando per 67 anni, ha lasciato un’eredità ben documentata. Ricordato come un grande guerriero, il re Ramses II è probabilmente il più famoso dei faraoni del Nuovo Regno. Ha firmato con gli Ittiti il primo trattato di pace conosciuto nella storia, registrato sulle pareti dei templi di Karnak. Ha registrato su più monumenti la sua battaglia di Qadesh, che ha combattuto contro gli Ittiti nel quinto anno del suo governo. Questo faraone costruì templi quasi ovunque in Egitto. I più famosi dei quali sono Abu Simbel e il Ramesseum (dedicato al suo culto funerario). La sua grande moglie reale era Nefertari, per la quale costruì un tempio vicino al suo ad Abu Simbel.

La mummia del re Merenptah fu trovata nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV 35), nella Valle dei Re a Luxor (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia di re Merenptah, scoperta nel 1898 nella Tomba di Amenhotep II (KV 35) nella Valle dei Re, Luxor,  è una delle 22 mummie reali trasferite dal museo Egizio di Tahrir al museo nazionale della Civiltà Egizia, in un evento senza precedenti il ​​3 aprile 2021. Re Merenptah era il figlio del grande Ramses II, della XIX dinastia, Nuovo Regno. A causa del lungo regno di suo padre, salì al trono in età avanzata. Partecipò a numerose campagne militari. Risale al suo regno “il pannello della vittoria”, uno dei manufatti più importanti, esposto nel Museo Egizio di Tahrir.

La mummia del re Seti II fu trovata nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV 35), nella Valle dei Re a Luxor (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia del re Seti II, il quinto re della XIX dinastia, fu trovata nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV 35) nella Valle dei Re a Luxor, all’interno di molti strati di lino eccezionalmente fine. Per la maggior parte, i tratti del viso di Seti II sono ben conservati. Il 3 aprile, la mummia del re sarà trasferita dal museo Egizio di Tahrir nella processione delle mummie reali al museo nazionale della Civiltà Egizia.

Egitto. La Tac alla mummia di Seqenenre-Taa II il Valoroso, studiata da Zahi Hawass e Sahar Saleem, getta nuova luce sul sovrano della XVII dinastia: “Era in prima linea con i suoi soldati, fu catturato e ucciso dagli Hyksos in un rito sacrificale. Il suo martirio accelerò la liberazione e riunificazione dell’Egitto”

La mummia di Seqenenre-Taa II è stata sottoposta a una scansione Tac (foto ministry of Tourism and Antiquities)

È passato alla storia come il Coraggioso, il Valoroso: Seqenenre-Taa II, sovrano della XVII dinastia, regnò l’Alto Egitto alla fine del Secondo periodo intermedio, quando il Basso Egitto era occupato dagli Hyksos, una dinastia regnante straniera che si impadronì del delta nel nord del Paese per circa un secolo (1650-1550 a.C.). Fu proprio lui che da Tebe iniziò la guerra contro gli Hyksos che sarebbero stati cacciati dall’Egitto solo dal secondo figlio di Seqenenre-Taa II, Ahmose I, col quale iniziava la XVIII dinastia. Il re Valoroso trovò la morte proprio in battaglia per mano degli Hyksos: i suoi imbalsamatori avevano abilmente nascosto alcune ferite alla testa, ma ora i risultati delle scansioni della TC della mummia dell’antico re egiziano hanno rivelato con più precisione le circostanze della sua morte: “Fu martirizzato per il bene di riunificare l’Egitto nel XVI secolo a.C.”. Lo hanno annunciato Zahi Hawass, il famoso archeologo ed ex ministro delle Antichità, e Sahar Saleem, professore di Radiologia alla facoltà di Medicina dell’università del Cairo, che hanno esaminato la mummia del re Seqenenre-Taa II mediante tomografia computerizzata (TAC) e hanno pubblicato la loro ricerca il 17 febbraio 2021 sulla rivista scientifica “Frontiers in Medicine”.

La mummia di Seqenenre-Taa II fu scoperta nel nascondiglio reale di Deir el-Bahari nel 1881 (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia di Seqenenre-Taa II fu scoperta nel nascondiglio reale di Deir el-Bahari nel 1881 e fu sbendata da Gaston Maspero nel 1886 che la esaminò per la prima volta e lasciò una vivida descrizione delle ferite che uccisero il faraone: “Non si sa se cadde sul campo di battaglia o se fu vittima di qualche complotto; l’aspetto della sua mummia prova che morì di morte violenta intorno ai quarant’anni d’età. Due o tre uomini, assassini oppure soldati, devono averlo accerchiato e ucciso prima che qualcuno potesse soccorrerlo. Un colpo di scure deve aver reciso parte della guancia sinistra, esposto i denti, fratturato la mascella e averlo fatto cadere a terra privo di sensi; un altro colpo deve aver gravemente lesionato il cranio, e un pugnale o giavellotto ha tagliato e aperto la fronte un poco sopra l’occhio. Il suo corpo deve essere rimasto per qualche tempo là dov’era caduto: una volta ritrovato, la decomposizione era già cominciata e la mummificazione dovette essere compiuta in fretta, meglio che si poté”. Negli anni ’60 del Novecento la mummia fu studiata ai raggi X. Questi esami hanno indicato che il re defunto aveva subito diverse gravi ferite alla testa; tuttavia, non c’erano ferite al resto del corpo. Le teorie sulla causa della morte del re differivano, poiché alcuni credevano che il re fosse stato ucciso in una battaglia, forse per mano dello stesso re Hyksos. Altri hanno indicato che Seqenenre potrebbe essere stato ucciso da una cospirazione mentre dormiva nel suo palazzo. A causa delle cattive condizioni della mummia, alcuni hanno suggerito che la mummificazione potrebbe essere avvenuta in fretta lontano dal laboratorio di mummificazione reale.

Le mani deformate della mummia di Seqenenre-Taa II (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Zahi Hawass e Sahar Saleem hanno presentato una nuova interpretazione degli eventi prima e dopo la morte del re Seqenenre-Taa II, basata sulla ricostruzione dell’immagine TC bidimensionale e tridimensionale utilizzando tecnologie informatiche avanzate. Le mani deformate indicano che Seqenenre-Taa II potrebbe essere stato catturato sul campo di battaglia: le sue mani erano state legate dietro la schiena, così da impedirgli di difendersi “dal feroce attacco alla sua faccia”. La TAC della mummia di Seqenenre-Taa II ha rivelato i dettagli delle ferite alla testa, comprese quelle che non erano state scoperte in precedenti esami ed erano state abilmente nascoste dagli imbalsamatori.

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L’egittologo Zahi Hawass già ministro delle Antichità (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Le scansioni TC hanno aiutato a studiare molte mummie reali egiziane e determinare l’età alla morte, il sesso e il modo in cui sono morte. Questo studio TC ha determinato che Seqenenre-Taa II aveva circa quarant’anni al momento della sua morte, in base alla forma delle ossa (come l’articolazione della sinfisi pubica) fornendo la stima più accurata fino ad oggi. Zahi Hawass e Sahar Saleem sono pionieri nell’uso delle scansioni TC per studiare diverse mummie reali del Nuovo Regno, inclusi re guerrieri famosi come Thutmosi III, Ramses II e Ramses III; tuttavia, Seqenenre-Taa II sembra essere l’unico tra loro ad essere stato in prima linea sul campo di battaglia.

La punta di una lancia usata dagli Hyksos conservata al museo Egizio del Cairo (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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Un’ascia degli Hyksos conservata al museo Egizio del Cairo (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La ricerca ha incluso anche uno studio di varie armi Hyksos conservate al museo Egizio del Cairo, tra cui un’ascia, una lancia e diversi pugnali. Saleem e Hawass hanno confermato la compatibilità di queste armi con le ferite riscontrate sulla mummia di Seqenenre-Taa II: “Il re fu ucciso da più colpi da diverse angolazioni da diversi aggressori Hyksos che hanno usato armi diverse”, spiegano i due ricercatori. “Seqenenre-Taa II fu piuttosto ucciso in un’esecuzione cerimoniale. Ciò conferma che Seqenenre era davvero in prima linea a rischiare la vita con i suoi soldati per liberare l’Egitto”.

Le profonde ferite sul cranio di Seqenenre-Taa II rivelate dalla Tac (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Inoltre, la Tac ha rivelato importanti dettagli sull’imbalsamazione del corpo di Seqenenre-Taa II. Ad esempio, gli imbalsamatori utilizzavano un metodo sofisticato per nascondere le ferite sulla testa del re sotto uno strato di materiale per imbalsamazione che funziona in modo simile alle otturazioni utilizzate nella moderna chirurgia plastica. Ciò significa che la mummificazione è stata effettivamente eseguita in un laboratorio di mummificazione reale piuttosto che in un luogo mal preparato, come precedentemente suggerito.

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La mummia di Ahmose conservata al museo di Luxor (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Questo studio fornisce infine importanti nuovi dettagli su un punto cruciale nella lunga storia dell’Egitto. “La morte di Seqenenre-Taa II stimolò i suoi successori a continuare la lotta per unificare l’Egitto e per fondare il Nuovo Regno. In una stele nota come la Tavola di Carnavaron, rinvenuta nel Tempio di Tebe di Karnak, sono registrate le battaglie combattute da Kamose, figlio di Seqenenre-Taa II, contro gli Hyksos. Kamose cadde morto durante la guerra contro gli Hyksos, e fu Ahmose, il secondo figlio di Seqenenre-Taa II, a completare l’espulsione degli Hyksos. Li combatté, li sconfisse e li inseguì fino a Sharuhen, principale piazzaforte dei sovrani Hyksos (l’odierna Gaza in Palestina), e riunì l’Egitto”.

Usa. Nonostante il contesto internazionale condizionato dalla pandemia, terza tappa nordamericana della mostra “Le Regine del Nilo” con 250 reperti del museo Egizio di Torino. Al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas) proposto un nuovo allestimento dal titolo “Queen Nefertari’s Egypt”. Il direttore Greco: “Seguite tutte le operazioni di allestimento da remoto”

Il museo Egizio di Torino è chiuso in rispetto delle norme sanitarie, ma il viaggio della regina Nefertari non si ferma. Nuova tappa del tour nordamericano dei reperti del museo Egizio, protagonisti della mostra itinerante “Regine del Nilo” che, nonostante il complesso contesto internazionale fortemente condizionato dalla pandemia di Covid-19, è approdata con un nuovo allestimento al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas), dove potrà essere visitata dal pubblico statunitense fino al 14 marzo 2021. L’esposizione, dopo le tappe di Washington e Kansas City si presenta nella nuova sede col titolo “Queen Nefertari’s Egypt” proponendo un focus dedicato proprio alla regina moglie del faraone Ramses II (1279 – 1213 a. C.).

Il suggestivo allestimento della mostra “Queen Nefertari’s Egypt” al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas) (foto Kimbell Art Museum)
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Il manifesto della mostra “Queen Nefertari’s Egypt” al Kimbell Art Mueum di Fort Worth (Texas)

L’attuale scenario internazionale, condizionato dalla pandemia, ha richiesto un impegno particolare al personale del museo Egizio per l’allestimento della mostra: “Vista l’impossibilità di recarci negli Stati Uniti per seguire il disallestimento della mostra a Kansas City e la preparazione di quella al Kimbell Art Museum”, spiega il direttore del museo Egizio, Christian Greco, “per la prima volta il nostro ufficio Collection Management ha seguito tutte le operazioni da remoto, con un grandissimo impegno e un lavoro durato complessivamente oltre due mesi, svolto fianco a fianco con i colleghi della Soprintendenza, che ringrazio per la proficua e costante collaborazione. Gli importanti sforzi fatti e l’inaugurazione di questa nuova tappa della mostra itinerante dedicata alla regina Nefertari testimoniano ancora una volta la forza della cultura materiale e degli oggetti che abbiamo l’onore e l’onere di custodire: i reperti del museo si confermano un patrimonio dell’umanità, capace di trasmettere delle storie universali e di sensibilizzare il pubblico internazionale circa l’importanza del passato, chiave di lettura fondamentale per capire noi stessi e il tempo presente”.

La stele di Nakhi, probabilmente proveniente da Deir el Medina, esposta nella mostra “Queen Nefertari’s Egypt” al Kimbell Art Museum (foto museo egizio)

“Siamo davvero soddisfatti e orgogliosi di poter proseguire il percorso di internazionalizzazione e di diffusione della cultura egizia che il Museo sta conducendo da anni”, dichiara Evelina Christillin, presidente del museo Egizio, “un’attività che continua a vederci in prima linea in piena sintonia con i nostri partner locali, il ministero dei Beni culturali e la soprintendenza torinese, e nell’ambito della quale hanno pari priorità tanto la valorizzazione quanto la sicurezza dei reperti. L’apertura al pubblico di questa mostra è per noi un segnale estremamente positivo e dimostra il grande dinamismo del nostro Museo: anche se in questo momento siamo chiusi al pubblico la nostra attività non si è fermata e anzi abbiamo continuato a lavorare sulla conservazione, la ricerca e per proporre sempre nuovi contenuti digitali, come dimostrano alcune recenti iniziative tra cui la trasmissione radio ‘Quello che gli Egizi non dicono’ e il calendario di conferenze egittologiche online avviato a novembre”.

Il percorso espositivo (nel video Jennifer Casler Price, curatrice del museo texano, ci conduce in un tour attraverso la mostra “Queen Nefertari’s Egypt”) si snoda attraverso circa 250 reperti del museo Egizio di Torino che comprendono, insieme a statue e oggetti di vita quotidiana, il corredo funerario e il coperchio del sarcofago di Nefertari, portati alla luce dalla Missione Archeologica Italiana guidata da Ernesto Schiaparelli e al lavoro nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905. L’esposizione racconta inoltre ai visitatori la storia delle mogli dei faraoni durante il Nuovo Regno nel periodo che va dal 1500 al 1000 a.C., quando regine come Ahmose Nefertari, Hatshepsut, Tiye, Nefertiti, e in particolare Nefertari, erano donne influenti che non ricoprivano soltanto il ruolo di mogli ma gestivano anche il palazzo del faraone esercitando un potere politico significativo.

In occasione dell’apertura al pubblico, il direttore Christian Greco ha tenuto una conferenza inaugurale per il Kimbell Art Museum, introdotta dal direttore Eric Lee, trasmessa sui canali social del museo di Fort Worth, che qui riproponiamo, dal titolo “Le collezioni del museo Egizio e le ricerche in corso”.

Egitto. Nuovo libro in francese sul grande tempio di Abu Simbel “Le Stanze Nord del Tesoro. Descrizione archeologica e testi geroglifici” a cura di Hisham Elleithy

La copertina del libro “Le grand temple d’Abou Simbel. Les salles nord du trésor” di Hisham Elleithy (Cedae, 2020)

Fu costruito dal faraone Ramses II della XIX dinastia, e scoperto dall’archeologo Giovanni Belzoni nel 1817: parliamo del Grande Tempio di Abu Simbel, nella regione della Nubia, sulla sponda occidentale del Lago Nasser; uno dei siti archeologici inclusi nella lista Patrimonio dell’umanità dell’Unesco, ed è uno dei templi che è stato spostato dalla sua posizione originale in un luogo più in alto sopra la superficie del lago Nasser al momento della costruzione della diga sul Nilo. Su iniziativa del ministero del Turismo e delle Antichità egiziano il Cedae (Centre d’Etude et de Documentation sur l’Ancienne Égypte) ha pubblicato il libro “Le Grand Temple d’Abou Simbel. Les salles nord du trésor. Description archéologique et textes hiéroglyphiques” (Il grande tempio di Abu Simbel. Le Stanze Nord del Tesoro. Descrizione archeologica e testi geroglifici), Il Cairo 2020, a cura Hisham Elleithy, direttore generale del Cedae, sottosegretario di Stato per la Documentazione del ministero delle Antichità e responsabile del Centro documentazione delle Antichità egizie; con l’introduzione del ministro Khaled El-Enany. “Il libro”, spiega Elleithy, “inizia con un’introduzione che tratta di ciò che il centro ha pubblicato in precedenza su questo tempio, e poi passa a descrivere ciò che c’è sul lato settentrionale del tempio: le stanze del tesoro, con descrizione archeologica e traduzione di testi geroglifici. Il libro illustra la pianificazione architettonica del tempio con un’indicazione dell’ubicazione delle camere del tesoro settentrionali, quindi la descrizione archeologica delle iscrizioni e delle scene, quindi una raccolta di fotografie di tali iscrizioni e scene, seguita dai dipinti di disegni al tratto, mappe architettoniche, immagini in bianco e nero e una tavoletta di iscrizioni e scene, oltre a un elenco di offerte e rituali. I nomi di divinità, dipinti e varie calligrafie”. Secondo lo stesso tema delle sale meridionali del Tesoro, quelle del Nord riproducono sulle loro pareti tutta una serie di scene, scolpite in rilievo “nella cavità” con il faraone alla presenza di divinità. Molto spesso Ramses II è raffigurato inginocchiato o più raramente in piedi, di fronte a dee o dei rappresentati seduti. Mentre un certo numero di divinità nubiane sono sotto i riflettori, come Horus de Miâm, Horus de Baki o Buhen o Hathor d’Ibchek, c’è anche un pantheon più classico rappresentato da Rê-Horakhty, Amon, Mut, Khonsou, Ptah, Thot, Iside, Montou e pochi altri. Infine, in alcuni dipinti, Ramses appare sotto un aspetto divino, quello di Ousermaâtrê-Setepenrê, Amon-de-Ousermaâtrê-Setepenrê, Ousermaâtrê il Grande Dio o Ramesses il Grande Dio. Disegnate per la prima volta in inchiostro nero sulle pareti, queste scene furono poi scolpite e dipinte: le figure spiccano in giallo, il colore dell’oro e gli attributi o gli ornamenti (colletto, barba, cintura, bracciali, cavigliere) in nero. Alcuni testi, come nella scena R.14 (dietro il re) non sono stati scolpiti ma sono semplicemente dipinti di giallo.

Il grande tempio di Abu Simbel costruito dal faraone Ramses II

È questo il sesto volume realizzato dal Cedae sul Grande tempio di Abu Simbel: dai diversi volumi relativi alla battaglia di Qadesh, alla facciata (A-E), alle sale meridionali del Tesoro, all’architettura di queste emblematiche specifiche di Ramses II e alla cappella di Ra-Horakhty. E ora si aggiunge il volume dedicato alle sale settentrionali del Tesoro: descrizione archeologica e traduzione di testi, lastre fotografiche e disegni delle scene. “Come le altre pubblicazioni pubblicate dal Cedae”, spiega l’editore, “questa è il risultato di un lavoro collettivo basato sull’indagine sui testi geroglifici effettuata in loco da Sergio Donadoni e verificata da Jaroslav Cerny. Per questo nuovo volume, che compare nella collezione scientifica del Cedae e per il loro gentile sostegno, vorremmo esprimere la nostra gratitudine a Khaled El-Enany, ministro del Turismo e delle Antichità, nonché a Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità”. I due templi di Abu Simbel – ricordiamolo – furono scolpiti sul fianco della montagna durante il regno di re Ramses II nel XIII secolo a.C., come due monumenti dell’eternità, uno per il sovrano stesso (dove commemorava la sua vittoria nella battaglia di Qadesh) e l’altro per la sua regina Nefertari. La costruzione dei due templi iniziò intorno al 1264 a.C. e durò circa 20 anni, fino al 1244 a.C. A Sud si trova il grande “Tempio di Ramses amato di Amon” dedicato agli dei Ra-Horakhty, Ptah e Amon-Rê, mentre il più piccolo, a Nord, è dedicato alla dea Hathor-Sothis, personificata da Nefertari, la più amata di tutte le molte mogli di Ramses.

Torino. Al via le conferenze egittologiche del museo Egizio: apre Paolo Del Vesco con i risultati della missione congiunta italo-olandese a Saqqara. Diretta streaming

La locandina della conferenza di Paolo Del Vesco su “Saqqara. Gli scavi della missione congiunta del museo Egizio e del museo nazionale di Antichità di Leiden”

Primo appuntamento della stagione 2020-21 di conferenze egittologiche promosse dal museo Egizio di Torino: giovedì 12 novembre 2020, alle 18, il direttore del museo Christian Greco introduce la conferenza “Saqqara. Gli scavi della missione congiunta del museo Egizio e del museo nazionale di Antichità di Leiden”, tenuta Paolo Del Vesco, curatore del museo. La conferenza sarà in lingua italiana e verrà trasmessa in streaming sul profilo YouTube e sulla pagina Facebook del museo Egizio.

La necropoli di Saqqara dominata dalla piramide di Djoser (foto museo Egizio)

Dal 2015 il museo Egizio collabora con il museo nazionale di Antichità di Leiden (Olanda) all’esplorazione archeologica di un settore della vasta area cimiteriale di Saqqara, che fu per millenni la necropoli principale dell’antica capitale Menfi. La missione congiunta italo-olandese opera in particolare nell’area desertica situata a Sud della via processionale della piramide di Unas, nota soprattutto per la presenza di numerose strutture funerarie monumentali appartenute a personaggi di alto rango della XVIII e XIX dinastia, fra cui quelle del tesoriere e sopraintendente ai lavori di Tutankhamon, Maya, del generale, e poi faraone, Horemheb e del tesoriere di Ramesse II, Tia. Dal 2017 la missione italo-olandese ha concentrato le proprie indagini in un’area della concessione non precedentemente scavata, posta immediatamente a Nord della tomba di Maya, nella quale è stato possibile portare alla luce una sequenza stratificata di tracce archeologiche che permettono di ricostruire la “vita” di questo settore della necropoli lungo un arco di tempo di circa tremila anni. In questa conferenza saranno presentati i principali risultati delle ultime campagne di scavo, fra i quali spicca sicuramente la scoperta nel 2018 di una nuova tomba a corte porticata la cui esplorazione deve ancora essere completata.

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L’archeologo Paolo Del Vesco, curatore al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Dal 2014 Paolo Del Vesco è curatore e archeologo al museo Egizio di Torino, dove si è occupato dell’allestimento permanente delle sezioni dell’Antico e del Medio Regno e ha co-curato le mostre temporanee “Missione Egitto 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata” (2017/2018) e “Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo” (2018). Ha conseguito il dottorato di ricerca in Orientalistica: Egitto, Vicino e Medio Oriente all’università di Pisa nel 2008 e dal 1995 ha preso parte a numerosi scavi archeologici in Italia, Siria, Arabia Saudita, Egitto e Sudan. È vice-direttore della missione italo-olandese nella necropoli del Nuovo Regno a Saqqara.

Cosmetici ed effetti terapeutici nell’Antico Egitto. Ne parla il prof. Hans-Werner Manfred Fischer-Elfert al museo Egizio di Torino: “Il kohol nelle ricette mediche. Vasi cosmetici e trattati medici sulle malattie dell’occhio sui papiri”

Il cofanetto da toeletta che faceva parte del corredo funerario di Merit, sposa dell’architetto Kha, conservato al museo Egizio di Torino

C’è un reperto prezioso, tra le migliaia esposti al museo Egizio di Torino, che spesso passa quasi inosservato ai più, presi come siamo a memorizzare il più possibile di quella civiltà affascinante quale è quella dell’Antico Egitto. Si trova nella sala riservata alla tomba dell’architetto Kha (“Capo della Grande Casa”, vissuto intorno al 1400 a.C.) e della moglie Merit, scoperta integra e inviolata da Ernesto Schiaparelli nel 1906 a Deir el Medina. Tra letti, panche, sgabelli, cofani, tele, tuniche, stoffe, vasellame in ceramica, metallo e pietra, nel corredo di Merit c’è anche uno straordinario cofanetto da toeletta, che conserva alcuni vasetti per la conservazione e il trasporto di unguenti e cosmetici, tra i quali il famoso kohol per il trucco agli occhi.

La locandina della conferenza del prof. Hans-Werner Manfred Fischer-Elfert al museo Egizio di Torino

Ma quel trucco ha un “trucco”, e scusate il gioco di parole: aveva anche effetti medicamentosi. Martedì 4 giugno 2019, alle 18, se ne parla al museo Egizio nella conferenza “Il kohol nelle ricette mediche. Vasi cosmetici e trattati medici sulle malattie dell’occhio sui papiri”, tenuta dal professor Hans-Werner Manfred Fischer-Elfert. Hans-Werner Manfred Fischer-Elfert è professore di Egittologia all‘istituto di Egittologia dell‘università di Lipsia e direttore generale del museo Egizio “Georg Steindorff” dell’università di Lipsia. Tra i suoi interessi di ricerca: l‘antica letteratura egizia, la religione, la medicina e la magia. I contenitori egizi porta kohol sono di solito considerati soprattutto come vasi porta cosmetici. Galena nera e malachite verde, che formano i costituenti di base della pittura per occhi (kohol), sono però integrati da una vasta gamma di altri ingredienti. Alcuni contenitori databili al Nuovo Regno, tuttavia, recano sulle superfici titoli di ricette mediche che raccontano il loro vero scopo. Inoltre, le iscrizioni possono essere collegate a manuali medici sulle malattie degli occhi. Oltre alla “pittura quotidiana per occhi” incontriamo mezzi specifici per trattare sia problemi stagionali, sia i frequenti problemi degli occhi che molestavano gli Egizi di ogni livello sociale. La loro accessibilità era limitata e legata al Tesoro Reale, però. L’intervento del professor Hans-Werner Manfred Fischer-Elfert tratterà questi temi da una prospettiva combinata su cosmetici e medicina. La conferenza sarà introdotta da Federico Poole, curatore del museo Egizio. Ingresso libero in sala Conferenze fino a esaurimento posti.

Un ritratto della regina Nefertari con gli occhi truccati porge due vasetti per cosmetici (dipinto dalla tomba di Nefertari nella valle delle Regine)

Le regine dell’Antico Egitto amavano truccare gli occhi con il kohol, che allungava la forma dell’occhio, così da ricordare quella del dio Horus. Occhi truccati. Li vediamo nei ritratti della regina Nefertari, sposa del faraone Ramses II, dipinti nella sua tomba, scoperta nella Valle delle Regine da Ernesto Schiaparelli nel 1904. O nel busto della regina Nefertiti, sposa del faraone Akhenaten, scoperto a tell el-Amarna da Ludwig Borchardt nel 1912, e oggi conservato a Berlino. Ma, come verrà ben illustrato nella conferenza del museo Egizio di Torino, quel trucco non soddisfaceva solo un’esigenza estetica, o un sentimento religioso. C’era anche un risvolto medico-farmacologico. “l clima torrido, il sole abbacinante e l’ambiente polveroso dell’Egitto”, spiegano gli esperti, “non erano certo salubri per l’epidermide e gli occhi. Gli antichi creatori di cosmetici avevano quindi messo a punto trucchi dotati di potere protettivo o terapeutico”. È proprio quanto succede con il kohol i cui componenti principali – come abbiamo visto – erano la malachite (carbonato del rame di colore verde intenso) e la galena (composto del piombo dal tono grigio scuro) cui venivano aggiunti grassi animali, cera d’api o resine per agglutinarli. “Tramite l’uso di tipici bastoncini di legno, questi pigmenti venivano stesi generosamente sulle palpebre proteggendo gli occhi dal tracoma, una malattia infiammatoria cronica della congiuntiva, di natura virale e contagiosa. Inoltre, evitavano l’emeralopia, ovvero l’abbassamento della vista al tramonto e curavano la congiuntivite”.

Medio Egitto. Ad Antinoupolis, la città romana voluta dall’imperatore Adriano per il favorito Antinoo c’è un tempio ramesside di 1400 anni prima. Ne parla, con le ultime scoperte, l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino

La locandina dell’incontro con Giulia Rosati al museo Egizio di Torino sul tempio ramesside di Antinoupolis

L’egittologa Giulia Rosati

Poco meno di 300 chilometri a Sud del Cairo, e a una decina da Beni Hasan, nel Medio Egitto sorgono le rovine della città di Antinoupolis, città fondata nel 130 d.C. dall’imperatore Adriano in memoria del suo favorito Antinoo, che secondo la tradizione si sarebbe lasciato annegare nel fiume per salvare il suo imperatore, come vaticinato da un oracolo. Tra le rovine di questa città romana si notano i resti di un tempio realizzato circa 1400 anni prima da Ramses II, riutilizzando gran parte di materiali di Tell el-Amarna, la città del faraone eretico Akhenaten. Prenderà spunto da questo tempio l’incontro con l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino. Appuntamento martedì 26 marzo 2019 alle 18 nella sala conferenze dell’Egizio. Giulia Rosati parlerà di “Un tempio per Amon e per tutti gli dei nella Città di Antinoo: antichi e nuovi culti nella fondazione di Adriano”. La conferenza sarà introdotta dal direttore del museo Egizio, Christian Greco. Gloria Rosati è professore associato di Egittologia all’università di Firenze dal 2007. Fin dal 1978 ha partecipato alle campagne di scavo dell’università di Firenze ad Antinoupolis, in Medio Egitto, e sta portando a compimento, assieme all’architetto M. Coppola, l’edizione del tempio di Ramses II. Nel corso degli anni ha partecipato a campagne in Egitto (Luxor) e Sudan (Gebel Barkal) dirette dall’università di Roma La Sapienza, e ha fatto pratica di testi funerari e rituali su papiro in scrittura ieratica, contribuendo al riordino della collezione dell’Istituto Papirologico “G. Vitelli” – Università di Firenze.

I resti del tempio ramesside ad Antinoupolis (Egitto)

“Sebbene privo dei muri e delle coperture”, spiegano gli studiosi, “del tempio ramesside di Antinoupolis restano le colonne di corte e sala ipostila e – caso raro – gli architravi dell’ipostila e della terrazza orientale della corte. Ne è stata ormai definita correttamente la pianta e si possono fare ipotesi sulle fasi costruttive. Ufficialmente dedicato ad Amon, di fatto sono le grandi divinità nazionali e locali che vi hanno spicco. Ulteriori conoscenze sulla sua decorazione derivano incredibilmente dalle indagini archeologiche condotte nella città, dove materiali originariamente nel tempio sono stati a loro volta riusati. È recentissima poi una scoperta archeologica inattesa, nella quale si ritrovano geroglifici di età adrianea”.

Antico Egitto a Vittorio Veneto. Paolo Renier chiude gli incontri a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018” con il suo intervento su “L’energia di Abydos, il valore simbolico di Sethi I, il retaggio spirituale”

Paolo Renier, autore del Progetto Abido, in mostra a Vittorio Veneto (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” a Vittorio Veneto

Paolo Renier fa il bis per il gran finale della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” alla Rotonda di villa Papadopoli a Vittorio Veneto (Tv), messa a disposizione dall’associazione storico culturale Zheneda, mostra che, dopo la proroga concessa a grande richiesta del pubblico, chiuderà definitivamente domenica 1° luglio 2018. A Vittorio Veneto Paolo Renier presenta un racconto particolare dove il protagonista è proprio lui o, meglio, la sua trentennale esperienza dedicata all’antico Egitto, tra incontri, scoperte e documenti fotografici: dalla “folgorazione” per la civiltà dei faraoni e, soprattutto, per la città sacra di Abydos in occasione del suo primo viaggio – come turista – sulle rive del Nilo (era il 1989), alla nascita del progetto Abydos, alla realizzazione del rilievo fotografico del soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion. E ora, alla vigilia del finissage della mostra, Renier fa il bis o, meglio, completa il suo racconto, come richiesto proprio dagli attenti partecipanti all’incontro di sabato 23 giugno 2018 nell’aula magna della Rotonda di villa Papadopoli. Quindi sabato 30 giugno 2018, stavolta non più alle 18 ma alle 17 (per avere più tempo da condividere con i presenti), il fotografo trevigiano, autore e promotore del Progetto Abydos, riprende la conversazione dal titolo impegnativo “L’energia di Abydos, il valore simbolico di Sethi I, il retaggio spirituale”, durante la quale farà scorrere sullo schermo la sua storia con i testi e le immagini, presenti nel percorso della mostra, sviluppando i tre titoli-temi attraverso l’esperienza trentennale in Egitto dedicata a “Rispetto, Conoscenza e Valore di Abydos-Egitto”.

La grande frattura nella falesia sopra Abido, dove gli antichi egizi ponevano l’ingresso dell’Aldilà (foto Paolo Renier)

Abydos non è un sito qualsiasi dell’Antico Egitto. Quando Renier parla di “energia di Abydos” cerca di rendere quell’atmosfera speciale che ancora oggi si respira tra i suoi templi da dove lo sguardo spazia sul deserto fino all’orizzonte chiuso da un’alta falesia dove si apre una gola che per gli antichi egizi era la porta di accesso all’Aldilà. Di certo per millenni Abydos ha esercitato un’attrazione particolare sugli antichi egizi. Già il nome originale (Ȝbḏw, pronunciato convenzionalmente Abdju) che significa collina del tempio, ci porta dritti all’essenza della città sacra per eccellenza perché appunto si riteneva che in quell’antica città, nel tempio simbolo della collina primigenia emergente dal Nun, vi fosse conservata la testa di Osiride. Forse è un caso che proprio ad Abido sia stata trovata l’unica rappresentazione nota del grande faraone Cheope. Ma forse non è un caso che per ben 3000 anni Osiride sia stato venerato ad Abido dove appunto si diceva fosse conservata la reliquia più preziosa del dio: la sua testa. Un’immagine del reliquiario campaniforme che la racchiudeva si può ammirare ancora oggi. È raffigurata su una splendida pittura policroma all’interno del tempio abideno del faraone Sethi I. Del resto la tradizione raccontava che intorno alla tomba di Osiride ci fossero 365 altari per le offerte, uno per ogni giorno dell’anno.

La grande distesa di cocci che ancora oggi si può vedere nella zona di Umm el-Qa’ab ad Abido (foto Graziano Tavan)

Si perdono nella preistoria le origini della città sacra, che sicuramente fu capoluogo importante se non addirittura capitale dell’Alto Egitto nel periodo predinastico di Naqada e nel protodinastico. E proprio la necropoli di Umm el-Qa’ab (che significa in arabo la Madre dei Vasi, perché quando l’egittologo inglese Flinders Petrie scoprì questo sito – all’inizio del XX secolo – la collina sacra era letteralmente ricoperta da vasi: otto milioni di vasi deposti lì nel corso dei secoli da mani scomparse migliaia di anni fa, in offerta a Osiride, il signore dell’oltretomba) sembra essere l’anello di congiunzione tra l’Antico Egitto prima e dopo l’unificazione. Nel cosiddetto “cimitero U”, uno dei tre della necropoli di Umm el-Qa’ab, sono state portate alla luce ben 650 tombe di epoca predinastica (periodo Naqada I) e sepolture più raffinate (3800-3150 a.C.) dedicate a personaggi importanti, i primi dominatori delle Due Terre. Nella zona centrale c’è il “cimitero B” che ospita gli ultimi re predinastici sepolti approssimativamente dal 3150 al 3050 a.C. Tra i resti di questi signori si trovavano un tempo le spoglie di re Narmer, che la tradizione vuole unificatore delle Due Terre, e di re Horus Aha, il Combattente. Infine, nell’area sud della necropoli abidena, si estende il cimitero più ampio che abbraccia le tombe di una regina e sei re della I dinastia e di due re della II dinastia. Personaggi sepolti intorno al 3050 – 2800 a.C. Uno di questi regnanti, Horus Djer, governò per ben 50 anni. Salì al trono intorno al 2980 a. C. Secoli dopo, la sua tomba sarebbe stata trasfigurata dalla leggenda e divenuta il centro di un culto del dio Osiride.

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L’egittologa Federica Pancin al lavoro ad Abido seguita dal custode del tempio di Sethi I(foto Paolo Renier)

“La necropoli di Umm el-Qa’ab”, scrive Federica Pancin, egittologa di Ca’ Foscari, “costituiva la tappa più importante nella celebrazione dei misteri osiriaci, che si teneva ogni anno ad Abido e a cui partecipavano gli abitanti di ogni parte dell’Egitto e di ogni estrazione sociale: la divinità si manifestava in queste occasioni, quando la sua effigie usciva dal tempio e veniva portata in processione per la città e nel deserto. La grande partecipazione è confermata dalle centinaia di stele, recuperate dalle diverse missioni archeologiche, che i pellegrini più facoltosi provenienti da tutto l’Egitto lasciavano ad Abido, anche se è più verosimile che essi non si recassero fin lì direttamente e commissionassero invece ai locali o ad agenti di viaggio i loro monumenti”. E continua: “La tomba di Djer/Osiride fu meta di pellegrinaggi nazionali per oltre un millennio: ogni anno, verosimilmente nel mese di Khoiak, si celebrava la processione in cui veniva messa in scena la passione di Osiride, che assicurava il successo della rigenerazione di Osiride e, con essa, la rinascita della vegetazione della Valle del Nilo”.

Paolo Renier ad Abydos con l’egittologo Gunter Dreyer dell’università Tedesca del Cairo (foto Graziano Tavan)

Forse non è un caso che proprio nella necropoli di Umm el-Qa’ab siano stati trovati i primi ideogrammi e segni di scrittura datati 3200 a.C. A scoprirli è stato l’egittologo tedesco Gunter Dreyer che Paolo Renier, insieme a chi scrive, ebbe l’onore di incontrare nel suo viaggio-missione del 2004 proprio nella casa della missione tedesca ai margini del deserto di Abido. “Straordinari e importantissimi reperti”, ricorda Renier nella mostra di Vittorio Veneto, “scolpiti in piccole tavolette in avorio o in pietra, vere testimonianze delle prime dinastie dei faraoni, e che in seguito per la loro importanza, essendo i primi segni di scrittura, sono state portate al museo Egizio del Cairo, dove le possiamo ancora vedere esposte nelle teche appena si entra nella sala principale”.

Il faraone Seti I in delicato bassorilievo nel tempio di Seti I ad Abido straordinariamente reso dalla maestria di Paolo Renier

E poi non si può ricordare Abido senza menzionare il faraone Sethi I (e il figlio Ramses II) con il suo grande tempio, una delle opere architettoniche più complesse e straordinarie dell’Antico Egitto, dove l’arte egizia tocca livelli sublimi, forse mai più superati, e con l’annesso Osireion, un unicum nell’architettura dei faraoni, e per certi versi ancora uno dei monumenti più misteriosi, e per questo più affascinanti, non solo di Abido. “Il sito di Abido”, scrive Renier, “si trova esattamente al centro dell’Egitto, e questo non credo sia un caso, anche perché non conosco in tutto l’Egitto un luogo così carico di spiritualità”. Il fotografo trevigiano ricorda bene di aver visto coppie di giovani sposi desiderosi di avere figli, la sposa accompagnata da alcune donne vestite di nero, compiere dei particolari riti nel tempio di Sethi I e nell’acqua dell’Osireion. “Chiaramente non ho mai saputo e soprattutto cercato di voler conoscerne il seguito di quei momenti così intimi di vita con particolare e autentica devozione. Mi piace ricordare che nel Vangelo dell’apostolo Giovanni, c’è questa parabola: “…..a Gerusalemme vi è, presso la Porta delle Pecore, una piscina chiamata in ebraico Betzaeta che ha cinque portici. Sotto di essi c’era sempre un gran numero di sofferenti, ciechi, zoppi e paralitici che attendevano il mutamento dell’acqua, poiché un Angelo del Signore scendeva in tempi stabiliti nella piscina e l’acqua ne era mutata, e il primo che entrava nella piscina, dopo tale mutamento, veniva risanato da ogni infermità …..e Gesù gli disse: “ vuoi essere guarito? ” L’infermo rispose: “ Signore io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si increspa, perciò mentre io mi avvicino, qualche altro scende prima di me.”…..Gesù gli ordinò: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina! ”. Allora mi viene spontanea una domanda: ma se succedeva questo mutamento dell’acqua con incredibili miracoli, in un tempio più piccolo e più semplice di quello di Abydos, cosa poteva succedere nell’imponente edificio dell’Osireion?”.

La sezione trasversale del tempio di Seti I ad Abido evidenzia il canale sotterraneo

“L’acqua è sempre stata veramente un elemento protagonista nel tempio di Sethi I”, continua Renier, “unico tempio in Egitto con due grandi pozzi uguali costruiti all’inizio della grande scalinata di accesso, ora coperti di sabbia. Al tempo del faraone quello di sinistra poteva essere una specie di nilometro che misurava i livelli del Nilo, nonostante la distanza dal fiume di oltre 10 chilometri. Invece quello di destra poteva forse misurare l’altezza dell’acqua del canale dell’Osireion, che ancor oggi ha dei livelli diversi durante l’anno. Tutti e due i pozzi, comunque, servivano per purificare il visitatore. C’è però chi sostiene l’idea che forse il pozzo di destra potesse servire anche all’illuminato che doveva superare una speciale prova, quella di immergersi nell’ingresso di un percorso sotterraneo, per poi nuotare in apnea lungo un condotto di circa 120 m. situato proprio sotto il tempio di Sethi I, forse con delle camere di respiro per poter arrivare fino alle scale di accesso nel piano centrale del vicino tempio dell’Osireion. Una volta eseguiti rituali di particolare spiritualità, in questa specie di isola circondata dall’acqua di un canale, probabilmente si poteva aver accesso al corridoio ipogeo, non a caso lungo ancora circa 120 m., che però questa volta conduce all’esterno di tutto il complesso del tempio di Sethi I, in mezzo al deserto”.

Il sito di Nag Hammadi in Egitto dove sono stati trovati preziosi codici antichi

Gli antichi codici di Nag Hammadi (Egitto)

I codici di Nag Hammadi. E forse non è neppure un caso, come intende Renier porre all’attenzione del pubblico in chiusura del suo incontro, che proprio a pochi chilometri da Abido, a Nag Hammadi, siano stati trovati antichi codici, risalenti al III – IV secolo d.C. e contenenti per la maggior parte scritti gnostici cristiani composti, probabilmente, intorno al II-III secolo d.C.. La scoperta risale al 1945, quando in una giara di terracotta un gruppo di beduini del villaggio di al-Qasr trovò alcuni papiri, che rimasero però nascosti per lungo tempo dopo il ritrovamento; andarono dispersi, ma furono fortunatamente recuperati, messi a disposizione degli studiosi. E infine pubblicati nel 1985. I testi sono scritti in copto antico, benché la maggior parte di essi siano stati tradotti dal greco. L’opera più importante presente in essi è il Vangelo di Tommaso, l’unico manoscritto della raccolta a essere completo. “Vorrei riuscire, nei miei prossimi eventi”, conclude Renier, “ad avvicinarmi a una più reale conoscenza del passato attraverso le mie immagini e soprattutto le mie esperienze egizie, con l’aiuto dei miei più cari amici studiosi, e assieme cercare di scoprire la vera storia che ci lega così incredibilmente all’antico Egitto dei faraoni”.

A tu per tu con il grande Seti I e il suo tempio di Abido che conserva la Lista dei Re: a Jesolo alla mostra “Egitto. Dei, faraoni e uomini” facciamo la conoscenza dei faraoni e del loro ruolo

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

L’egittologo Alessandro Roccati

Il nostro viaggio in barca è finito. Gettiamo l’ancora e scendiamo a terra. Dopo aver navigato attraverso il Mediterraneo incontrando i popoli che nel II e I millennio a.C. lo solcavano, e aver risalito il Nilo facendo la conoscenza delle principali città che sorgevano lungo il fiume, da Alessandria a Menfi a Tebe, la terza sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta fino al 15 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo, ci fa incontrare i faraoni. “Il termine faraone”, spiega l’egittologo Alessandro Roccati, uno dei curatori della mostra, “assume il significato di re dell’Egitto in neoegiziano, e giunge fino a noi attraverso la tradizione biblica. Il significato della parola va oltre il semplice valore politico per designare un essere umano dotato di poteri superiori (re-dio), che gli sono conferiti (o riconosciuti) all’atto dell’intronizzazione. Dopo la morte fisica il faraone raggiunge gli dei (che a loro volta possono morire), i quali lo hanno voluto sulla terra quale garante dell’ordine sociale e cosmico (rappresentato dalla dea Maat). Nei confronti della società divina il faraone è la controparte del visir nei confronti della società umana, quale capo dell’amministrazione e del governo, che applica le leggi decretate dal faraone (“le cui parole si avverano all’istante”) nell’interesse della collettività”.

La preziosa testa del faraone Seti I in granito nero, conservata al museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma (foto Graziano Tavan)

Tra i faraoni più famosi c’è Seti I (1287-1279 a.C.) che accede al trono non più giovanissimo, dopo il brevissimo regno del padre Ramses I, primo sovrano della XIX dinastia. “La famiglia di Seti non è di stirpe regale e proviene dall’ambito militare”, interviene l’egittologa Elisa Fiore Marochetti. “Anche la sposa di Seti, Tuia, madre del futuro re Ramses II, proviene da una famiglia di militari. Sotto Seti I vengono edificati monumenti grandiosi, tra i quali il grande tempio funerario di Abido e il grande atrio ipostilo di Karnak”. In mostra una bellissima testa in granito nero di Seti I, proveniente dal museo Barracco di Roma, che faceva parte di una grande scultura che raffigurava il faraone assiso al trono. Il re indossa la corona khepresh (detta anche corona blu o corona di guerra) utilizzata dal faraone in determinate cerimonie.

L’imponente facciata del tempio di Seti I ad Abido

Il tempio di Seti I ad Abido è consacrato principalmente ad Amon oltre che alla triade di Osiride, Iside, Horus, e a Ra-Harakhti e Ptah. Una cappella inoltre è dedicata al culto funerario del re, così compreso tra le principali divinità, e ai re del passato che sono elencati nella celebre galleria che riporta incisa sulle pareti una “lista” selezionata di sovrani. Sul retro si estende a un livello  più basso il cosiddetto Osireion, il tumulo considerato il luogo di sepoltura del dio circondato da una struttura templare (corridoio ipogeo e stanza del sarcofago) decorata con i Libri delle Cripte e delle Porte, il Libro di Nut e il Libro della Notte, il Libro della Terra e testi cosmologici. A questo tempio Seti I assicura le rendite delle miniere d’oro del deserto orientale. Il faraone, oltre a stabilizzare l’Egitto dopo il complesso periodo postamarniano, combatté guerre vittoriose contro tutti i popoli che circondavano l’Egitto (Ittiti, Siriani, Libici e Nubiani).

La grande parete con la “Lista dei Re” ricostruita in scala 1:1 nella mostra di Jesolo (foto Graziano Tavan)

La “lista dei Re” del tempio di Seti I ad Abido, uno dei documenti fondamentali per ricostruire la storia dell’Antico Egitto,  è riproposta in scala 1:1 nella mostra di Jesolo che, con un sistema di luci e proiezioni, seleziona a rotazione alcuni cartigli spiegando a quale faraone appartengono. Nella “lista” sono riportati i nomi di 76 sovrani, dalle prime dinastie fino allo stesso Seti I: “Un gesto di propaganda politica”, sottolineano gli egittologi, “con cui questo re ha voluto legittimare il proprio potere elencando tutti i sovrani che lo avevano preceduto, come se ne fosse un discendente diretto”. L’importanza di questa lista sta nella possibilità di confrontarla con altre liste di faraoni (la più famosa è il Canone Regio su un papiro del museo Egizio di Torino), ottenendo la successione cronologica dei vari sovrani d’Egitto, che grazie agli studi compiuti si è potuta agganciare a delle date fisse, in modo da fornire una griglia su cui basare la cronologia di tutta la storia antica del Mediterraneo. Ma come tutti i documenti propagandistici, anche la “lista dei Re” non è completamente affidabile. Sono esclusi dall’elenco alcuni sovrani, evidentemente “scomodi”, attestati però da altre fonti, come quelli più antichi (la cosiddetta dinastia 0), alcuni sovrani del Primo e del Secondo Periodo Intermedio, ma soprattutto mancano Hatshepsut, l’unica donna che regnò come faraone, e Akhenaton, il faraone “eretico” che esaltò il culto di Aton, la cui memoria fu per questo bandita dai suoi successori.

(3 – continua; precedenti post il 12 e 17 aprile 2018)

“Nefertari e la Valle delle Regine. Dal museo Egizio di Torino”: all’Ermitage in mostra i capolavori conservati nella città sabauda parte delle ricche collezioni Drovetti e Schiaparelli

La regina Nefertari, grande sposa reale di Ramses II, ritratta nella sua tomba scoperta nel 1904 da Schiaparelli

Il curatore Mikhail Borisovich Piotrovsky, lo sponsor Francesca Lavazza, e il direttore dell’Egizio Christian Greco

La regina Nefertari col suo ricco corredo ha lasciato la sua “casa”, il museo Egizio di Torino, per approdare – fino al 10 gennaio 2018 – nella prestigioso palazzo del museo dell’Ermitage a San Pietroburgo, grazie al protocollo firmato tra la fondazione Ermitage Italia e la fondazione museo Egizio di Torino con la mediazione di Villaggio Globale International e il supporto fondamentale della società Lavazza che, nella persona di Francesca Lavazza, ha permesso l’arrivo dei preziosi reperti nella capitale culturale russa.  La mostra “Nefertari e la Valle delle Regine. Dal Museo Egizio di Torino”, curata da Andrei Olegovich Bol’sakov, responsabile del settore Antico Oriente nel dipartimento d’Oriente dell’Ermitage, e da Andrei Nikolayevich Nikolayev, vice capo del dipartimento d’Oriente, presenta i reperti provenienti dalla valle delle Regine nell’antica Tebe e acquisiti dagli scavi di Drovetti e Schiaparelli, e dove la regina Nefertari, della quale proprio Schiaparelli scoprì la sua tomba monumentale nel 1904, rappresenta la protagonista assoluta. È noto, infatti, che il nucleo principale del museo Egizio di Torino, il più importante al mondo dopo il museo Egizio del Cairo, è il risultato di due eventi: il primo, l’acquisizione nel 1824 da parte di Carlo Felice, Duca di Savoia e Re di Sardegna, della collezione di Bernardino Michele Maria Drovetti, diplomatico italiano al servizio della Francia, che ha portato a Torino gli oggetti più grandi (statue e sarcofagi), insieme a un gran numero di stele, corredi funerari e una ricchissima gamma di papiri, principalmente dalla regione di Tebe. Il secondo, gli scavi condotti dal grande egittologo Ernesto Schiaparelli, direttore dell’Egizio di Torino dal 1894 al 1928, anno della sua morte. Nel 1903 Schiaparelli inaugurò l’attività della Missione Archeologica Italiana in Egitto, portando a termine una quindicina di fruttuose campagne di scavi, tra le quali spiccano per importanza e notorietà la scoperta nel 1904 della splendida tomba di Nefertari, grande sposa reale di Ramses II e una delle regine più influenti dell’Antico Egitto, considerata tra le tombe più belle della Valle delle Regine; e la scoperta, fatta nel 1906 nella necropoli di Tebe, della famosa tomba dell’architetto reale Kha perfettamente intatta e con un ricco corredo funerario, splendidamente conservata a Torino. I risultati degli scavi nella Valle delle Regine (1903-1905) e a Deir el-Medina (1905-1908) hanno fatto del museo Egizio di Torino una delle più belle collezioni di reperti di Tebe e uno dei centri più importanti per lo studio della cultura egizia nel Nuovo Regno e il primo millennio a.C.

Le sale espositive della mostra “Nefertari e la Valle delle Regine” all’Ermitage di San Pietroburgo

Il modellino della tomba di Nefertari nella Valle delle Regine

Un elemento del corredo funerario della regina Nefertari

La mostra all’Ermitage si apre con una sezione dedicata a Nefertari, la grande sposa reale di Ramses II, considerata l’incarnazione vivente della dea Hathor, la moglie del dio-sole. Statue monumentali da Tebe illustrano le funzioni del re, che era non solo sovrano del paese, ma anche l’intermediario tra il popolo e gli dei, e della sua consorte. Molti elementi in questa parte della mostra illustrano la fusione dell’immagine di Nefertari con una serie di dee. Particolarmente importanti gli oggetti trovati nella camera di sepoltura della regina Nefertari e un modello della tomba che è stata fatta immediatamente dopo la sua scoperta nel 1904. Nei corredi di Nefertari in mostra ci sono frammenti del coperchio del sarcofago fracassato da tombaroli, amuleti, vasi, sandali intrecciati da foglie di palma che la regina potrebbe avere indossato e 34 ushabti in legno rifinito con vernice nera che portano il suo nome. Inoltre alcuni oggetti rituali e di uso quotidiano appartenuti a nobili dame e utilizzati alla corte reale, come statue e rilievi, articoli igienici, articoli cosmetici e gioielli, aiutano il visitatore ad avere un quadro della vita di corte e della posizione della donna in Egitto al tempo di Nefertari, cioè nella XIX dinastia, durante i primi 30 anni del regno di Ramses II. Mentre alcuni rari reperti  – oggetti decorativi, frammenti di strumenti musicali, un poggiatesta in legno a sostegno della base del cranio durante il sonno, vasi e ciotole – danno un’idea delle condizioni in cui vivevano la famiglia reale e la nobiltà.

La sala n° 6 nel nuovo percorso del museo Egizio di Torino con i reperti provenienti da Deir el Medina

Una scena dipinta all’interno delle tombe reali

Un’altra sezione della mostra è dedicata agli operai e artigiani impegnati nel tagliare e decorare le monumentali tombe rupestri dei re e delle regine del Nuovo Regno. I reperti esposti a San Pietroburgo, che costituiscono una componente importante delle collezioni del museo Egizio di Torino, provengono dal villaggio di artigiani e artisti posto in una conca tra le montagne di Tebe e la collina Qurnet Murai, in un sito ora conosciuto come Deir el-Medina. Le tombe realizzate dagli abitanti di Deir el-Medina hanno avuto un destino complicato. Sono state saccheggiate, probabilmente già alla fine del Nuovo Regno, e alcune sono state utilizzate per sepolture successive. Per molti secoli, le tombe dei principi reali dimenticati sono servite come tombe di famiglia per l’elite di Tebe. Completano l’esposizione un certo numero di sarcofagi, trovati nelle tombe di Khaemwaset e Seth-suo-khopsef, due figli di Ramses III (1198-1166 a.C.), e utilizzati come depositi per una famiglia sacerdotale del XXV dinastia (722-656 a.C.). Tracce di bruciature ancora visibili su alcuni dei sarcofagi possono essere collegate al saccheggio delle tombe, senza dimenticare che monaci cristiani sono noti per aver usato gli antichi sarcofagi come legna da ardere.

Gruppi scultorei dal museo Egizio di Torino all’Ermitage di San Pietroburgo

Chiude il percorso della mostra la presentazione dei papiri funerari della ricca collezione Drovetti che, probabilmente, provengono anch’essi dalla necropoli tebana. Questi papiri sono della stessa età dei sarcofagi e riportano i capitoli del Libro dei Morti (una raccolta di formule rituali che consentono al defunto di passare in modo sicuro attraverso il mondo prossimo e unirsi con Osiride e le anime dei beati) e l’Amduat, un importante testo funerario che descrive il viaggio notturno del Sole e la sua vittoria contro tutti i pericoli. Il defunto, identificato con il Sole nel corso di questo viaggio, vince i suoi nemici e diventa immortale come il dio Ra.