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“Pompei e i Greci”: visita guidata alla mostra allestita nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, con 600 reperti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano

Il prof. Carlo Rescigno, uno dei curatori della mostra “Pompei e i Greci” davanti a un cratere da Locri Epizefiri (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Pompei e i Greci” a Pompei

Sono oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana. Ecco la grande mostra “Pompei e i Greci”, allestita fino al 27 novembre 2017 nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), e promossa dalla soprintendenza di Pompei con l’organizzazione di Electa. L’allestimento espositivo è progettato dell’architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion) che intensificano l’esperienza del visitatore, immergendolo in un ambiente multisensoriale legato al racconto della mostra e articolato in tre atti. “Con Pompei e i Greci”,  spiegano i due curatori, Osanna e Rescigno, “abbiamo voluto provare non a raccontare un incontro ideale con un mondo vagheggiato, l’Ellade. Che Pompei contenga la nostalgia del mondo greco era già noto. Abbiamo voluto mettere al centro dell’esposizione quel mondo fluido del Golfo di Napoli, fatto di accentuata mobilità, migrazioni, incessanti processi di contatti e trasformazioni, dove i porti marittimi e gli scali fluviali hanno per secoli generato una cultura estremamente dinamica, impedendo il radicarsi stabile di logiche identitarie monolitiche: città aperte dove anche lo scontro militare non ha impedito il transitare incessante di tradizioni artigianali e modi di pensare. La rete straordinaria di queste vicende si legge attraverso la materialità, gli oggetti che il passato ci ha trasmesso, carichi di biografie che ci parlano ancora oggi di chi li ha prodotti, usati, caricati di significati, scambiati e persi” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/26/pompei-fu-una-citta-della-magna-grecia-alla-domanda-risponde-la-mostra-pompei-e-i-greci-curata-da-osanna-e-rescigno-lo-spiegano-bene-nel-saggio-pubblicato-sul-catalogo-electa-segu/).

Cratere a figure rosse dalla tomba 113 Licinella di Paestum e una testa femminile dalla Basilica Noniana di Ercolano (Foto Graziano Tavan)

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro “biografie” luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. E allora facciamo questo viaggio alla scoperta di Pompei prima della Pompei che conosciamo attraverso le tredici sezioni della mostra. All’ingresso il visitatore è accolto dalla prima installazione multimediale che ti riporta indietro nello spazio e nel tempo facendoti vivere e percepire uno spaccato di vita pompeiana. Lo spettatore è portato a percepire l’eccitazione provata dagli antichi navigatori nell’avvistare per la prima volta il golfo di Napoli dal ponte delle loro imbarcazioni, e ad assistere alla fusione di diversi popoli e culture nella grande rete di comunicazioni e di scambi che diede vita a uno stile di vita e a una forma di espressione artistica inconfondibili. La prima sezione, “Una grammatica greca di oggetti”, racconta dei primi contatti dell’Occidente con l’Oriente, spesso sottesi nel mito o nell’epica. Ecco dunque Odisseo/Ulisse che percorre il Mediterraneo, e da Oriente giunge in Occidente. “Del suo mitico viaggio e dell’incontro del mondo greco con le culture mediterranee”, spiegano Osanna e Rescigno, “abbiamo muti, solidi testimoni: sono gli oggetti, passati di mano in mano, trasportati ammassati nella chiglia di una nave, ricreati dalla sapienza manuale di un artigiano. Sopravvissuti al naufragio dell’antico, sono per noi parole di un racconto, testimoni del culto di un eroe, di una cerimonia votiva, parte di una rassegna di immagini intorno al tempio di una dea, incunaboli di vita privata”.

Sima con protome leonina dal tempio Dorico di Pompei (foto Luigi Spina)

La piroga in un unico tronco dall’abitato protostorico di Longola (foto Graziano Tavan)

“Pompei prima di Pompei” è la seconda sezione. Alla foce del fiume Sarno e lungo la sua vallata il contatto con il mondo greco inizia ben prima della fondazione della città, con i villaggi che precedono Pompei. Nelle necropoli di Striano, nell’insediamento protostorico perifluviale di Longola di Poggiomarino ai materiali indigeni (notevole la piroga dell’VIII sec. a.C., lunga 7 metri, ricavata da un unico tronco di legno quercino) si sommano reperti greci, provenienti da scambi commerciali innescati con le rotte mediterranee di passaggio per la foce del fiume, o giunti per il tramite delle città greche o etrusche presenti in Campania. È in questo contesto che nasce Pompei: “Gli spazi della città” (sezione 3). Pompei viene fondata alla fine del VII secolo a.C. Lo spazio cittadino è suddiviso da strade regolari in cui si distribuiscono case e luoghi pubblici. Una geometria di santuari, con templi dalla ricca decorazione policroma, scandisce il tempo del politico e del sociale. La nuova città, italica, con forti presenze stanziali etrusche, viene costruita anche ricorrendo a maestranze greche, ad artigiani che potremmo trovare attivi a Cuma, Poseidonia, Capua e Metaponto. E così nella IV sezione, “La non città: un palazzo italico”, vediamo cosa succede attorno a Pompei, dove il sapere greco diversamente incontra il mondo indigeno. La reggia del re di un insediamento lucano, a Torre di Satriano, viene decorata come un tempio da artigiani tarantini. Il palazzo diventa il microcosmo delle relazioni sociali, del controllo del territorio e delle sue risorse. Linguaggi, stili, mode greche si adattano a una realtà non urbana, con esiti di eccezionale importanza, straordinariamente conservati, come il magnifico tetto decorato da una primitiva, minacciosa Sfinge e da lastre con scene di combattimento. “La riscoperta del palazzo di Torre Satriano”, spiegano Osanna e Rescigno, “ha permesso di conoscere uno spaccato significativo della cultura indigena: lo spazio del potere, dove le formule di derivazione ellenica sono reinterpretate nella rappresentazione dell’autorità del signore del luogo”. In Campania, di questo adattarsi delle forme culturali, abbiamo numerose testimonianze: siamo nella sezione 5, “Il sacro e il politico”. Da Cuma si diffonde il culto di Apollo e della divina Sibilla, si affermano pratiche politiche e sociali. La cavalleria campana era il corpo dei giovani aristocratici, basata su di un fermo apprendistato, su riti di iniziazione, strutture e cerimonie che ritroviamo a Cuma, greca, come a Capua, etrusca e poi italica. I contatti tra i centri erano assicurati da trattati e alleanze, sanciti all’ombra dei templi, ricordati da cerimonie e iscrizioni. In Campania, con la fondazione di Poseidonia (Paestum), si affaccia la potente Sibari, la città achea, nell’attuale costa ionica di Calabria, che intorno a sé aveva costruito un impero: una laminetta, esposta nel santuario di Olimpia, ricorda l’alleanza costruita tra la città e il popolo tirrenico dei Serdaioi, testimone la città di Poseidonia.

La ricostruzione dei fondali del porto di Napoli con un ammasso di reperti di molte epoche (foto Graziano Tavan)

Elmo corinzio in bronzo trofeo della Battaglia di Cuma (474 a.C.)

È “Un mondo multietnico” (sezione 6) quello che si va componendo sotto i nostri occhi: un mondo variegato di genti, che parlano lingue diverse, manipolano gli stessi oggetti, ma ne personalizzano l’uso adattandoli alle proprie esigenze, praticano un commercio per piccoli scali, dove il sapere si mescola con le partite di merci. Nei porti di Pompei e Sorrento, a Partenope o presso il Rione Terra di Pozzuoli, allora sede di un piccolo scalo cumano, avremmo potuto udire parlar greco, etrusco, italico. Un equilibrio rotto dalla “Battaglia di Cuma” del 474 a.C. (sezione 7). Il mondo dei piccoli scali lungo il golfo, della grande Pompei, delle alleanze, entra in crisi alla fine del VI sec. a.C. ed esplode nella prima metà del secolo successivo. Un tiranno a Cuma crea i presupposti per un nuovo equilibrio, alterando la trama delle primitive alleanze. La fondazione di Neapolis, la nuova città al centro del golfo voluta da Cuma, che si affianca a Partenope ereditandone il culto della Sirena, crea una brusca frattura, interrompe il flusso composito di idee e merci, crea nuove forme di identità. Gli etruschi vengono affrontati in una battaglia navale e sconfitti dai cumani con l’aiuto dei siracusani. È qui che troviamo la seconda installazione multimediale. Il visitatore assiste a uno scontro tra due flotte da guerra che seminò distruzione e morte sul fondo del mare: la celebre Battaglia di Cuma che segnò l’inizio di una nuova era nella storia di Pompei, segnata dal declino di questa città un tempo fiorente e l’ascesa di altri centri urbani nell’area. Ancora una volta il lontano santuario di Olimpia registra gli eventi storici campani: nella dedica di una decima del bottino da parte del vincitore Ierone, tiranno di Siracusa, che graffia sulla superficie del lucido bronzo il ricordo della vittoria, trasformando l’evento in ricordo perenne grazie ai versi di un’ode di Pindaro. Dunque Pompei si contrae, un vecchio mondo tramonta. E Neapolis segna uno sviluppo costante e continuo. Come dimostrano i recenti scavi dei fondali del porto, oggetto della sezione 8: “Neapolis, materiali dai fondali del porto”. Della nuova città, Neapolis, possediamo infatti il racconto narrato proprio dalle merci che si depositarono nel tempo sui fondali del porto: ritroviamo le voci di una città greca che vive e respira nel Mediterraneo. Alla II metà del VI sec. – I metà del V sec. a.C. risalgono le coppe ioniche; al IV – III sec. a.C. le anfore vinarie del tipo greco-italico di produzione locale; al II sec. a.C. le ceramiche comuni di produzione neapolitana, le anfore di produzione pompeiana, le anfore ovoidi di produzione brindisina, le anfore puniche di Cadice, e le anfore di produzione rodia. Tramite il suo porto imponente, Neapolis raggiunge luoghi lontani e ne condivide usanze, costumi, mode, specchio dinamico per nuove, infinite identità greche.

L’hydria, premio dei vincitori dei giochi di Hera ad Argo (V sec. a.C,), finita nella casa pompeiana di Giulio Polibio nel I sec. d.C. (foto Graziano Tavan)

Si apre “Un nuovo mondo” (sezione 9): Oriente e Occidente si toccano. Pompei rinasce al seguito dei grandi eventi innescati nel Mediterraneo dall’epopea di Alessandro Magno e della famiglia macedone, e dall’espansione progressiva di Roma. I racconti della conquista d’Oriente arrivano per immagini e scopriamo in un vaso apulo l’immagine della battaglia di Alessandro contro Dario che ritroveremo, secoli dopo, a Pompei, nel grande mosaico della casa del Fauno. La città, nel corso del II secolo a.C., è parte dell’universo ellenistico, ricercata per architetture pubbliche e private, colorata da affreschi, impreziosita da fregi in terracotta. Due scarichi, uno da Atene, il secondo da Pompei, testimoniano, con le dovute differenze, la comunanza di pratiche sociali, le similitudini nella ricerca di agi e modi di concepire la vita e i suoi piaceri. E così si comincia a “Vivere alla greca” (sezione 10). Il mondo ellenico entra infatti a far parte del lessico quotidiano, utilizzato, esibito, consumato. Dalla casa di Giulio Polibio e da quella del Menandro provengono ricchi corredi di suppellettili che raccontano di culture composite in cui il mondo greco trova il suo ampio spazio tramite originali o oggetti imitati e ricreati. Proprio Giulio Polibio ereditò o acquistò un pezzo autenticamente greco di stile severo (460 a.C.), un’hydria (contenitore per l’acqua) in bronzo. L’iscrizione sul bordo (“sono dei giochi di Hera Argiva”) indica che il vaso è stato un premio per i vincitori dei giochi che si svolgevano in onore di Hera nel santuario di Argo: a Pompei probabilmente il pezzo arriva da trafugamento di qualche tomba, forse in Magna Grecia, venduto sul mercato antiquario, dove subisce trasformazioni (foro nella pancia per probabile applicazione di rubinetto) per far sfoggio come centrotavola. E poi c’è il servizio mensa in argento, 20 pezzi, probabilmente per quattro persone, trovato recentemente a Moregine, che garantivano al padrone di casa prestigio e successo. Queste argenterie trasportano in Campania un po’ del lusso delle vecchie regge ellenistiche.

Particolare della statua in bronzo di Apollo Lampadoforo trovata nel triclinio della casa di Giulio Polibio a Pompei (foto Luigi Spina)

La passione per il mondo greco diventa, infine, collezionismo (“Conservare oggetti greci””, sezione 11). Oggetti antichi sono richiesti, acquistati ed esposti nelle case. Di questa passione e delle sue distorsioni, abbiamo uno specchio significativo nelle storie di Verre, il potente romano accusato da Cicerone per le sue ruberie di opere d’arte in Sicilia. Accanto al latino si usa il greco (“La lingua greca a Pompei”, sezione 12): ovviamente per transazioni commerciali ma anche come lingua dell’emozione, del sentimento, della cultura. Le stanze delle case acquistano nomi greci, la cura del corpo e il mondo dell’amore si rivestono di parole greche, i bambini imparano a utilizzare l’alfabeto greco, ritroviamo il nome di Eschilo iscritto su di un gettone teatrale. L’ultima installazione fa vivere al visitatore l’esperienza del lusso e della ricchezza culturale della città, malgrado il suo violento passato. Pompei ricominciò a prosperare e fiorire, fondendo le più svariare influenze in una ricca produzione culturale ispirata dai Greci, che traspare nelle arti, nelle ville e nei giardini incantati del periodo. E così arriviamo all’ultima sezione, la 13: “Atene a Pompei”. Nelle statue diffuse in spazi pubblici e privati, in giardini, peristili e cortili, in sale di rappresentanza ritroviamo le opere mirabili dell’arte greca imitate e riprodotte. Un pezzo di Atene migra a Pompei, trasmettendo il ricordo di Afrodite e di Kore così come apparivano presso l’acropoli ateniese.

“L’Arte di Vivere al tempo di Roma”: ricreata al museo “Isidoro Falchi” di Vetulonia una domus pompeiana con cento preziosi reperti dal museo Archeologico di Napoli e una star assoluta: l’Efebo di via dell’Abbondanza, la più bella statua mai trovata a Pompei

L’Efebo di via dell’Abbondanza nel suggestivo allestimento della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico di Vetulonia

Un cancelletto di legno. Apparentemente insignificante. Eppure è un’autentica “porta del tempo”: di qui noi, di là il mondo degli antichi romani. Basta varcarlo per fare un salto indietro nel tempo di duemila anni. Benvenuti nella casa di un antico pompeiano, accolti da un personaggio speciale: l’Efebo di via dell’Abbondanza. Ma questa domus, fate bene attenzione, non si trova a Pompei, bensì a Vetulonia, importante centro della dodecapoli etrusca. All’interno del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia è stata infatti ricreata una vera domus pompeiana grazie alla collaborazione della direttrice del “Falchi”, Simona Rafanelli, con il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini. Ecco dunque la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider; vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/20/pompei-trasloca-in-etruria-notte-speciale-dei-musei-a-vetulonia-con-la-mostra-larte-del-vivere-al-tempo-di-roma-i-luoghi-del-tempo-nelle-domus-di-pompei/), con un centinaio di reperti provenienti dalle colonie romane dell’area vesuviana, Pompei, Ercolano, Stabia, e per la maggior parte conservati nei magazzini del Mann. “Abbiamo cercato gli oggetti da prestare per questa mostra”, ricorda Valeria Sampaolo, conservatore delle collezioni del Mann, “nei magazzini, locali protetti da pesanti cancelli dove sono conservati tesori di bronzi, ceramica e vetro. Con Simona Rafanelli abbiamo selezionato quanto potesse essere più significativo per facilitare la ricostruzione ideale di ambienti analoghi a quelli rimessi in luce dalle ricerche vetuloniesi. I visitatori possono così percepire di quante comodità gli antichi fossero riusciti a circondarsi, e a quali livelli di tecnica e di artigianato si fosse giunti nel I sec. d.C. attraverso oggetti reali, concreta e tangibile testimonianza del passato”. Reperti così importanti (alcuni usciti per la prima volta dal Mann) che, per dissipare l’incredulità manifestata dai primi visitatori sorpresi da tanta qualità, gli organizzatori sono stati “costretti” a porre un cartello bilingue all’ingresso “Sono tutti pezzi originali”.

Visione assonomentrica del progetto di allestimento della mostra “Arte di Vivere al tempo di Roma” dell’architetto Luigi Rafanelli

Entriamo dunque a scoprire “L’Arte di Vivere” di senechiana memoria in questa ricca domus pompeiana. Ci accompagna un’ospite speciale, l’archeologa Luisa Zito. Apriamo il cancelletto, ed eccoci nel I sec. d.C. I pavimenti musivi della domus sono stati riprodotti nei minimi dettagli per un allestimento, curato dall’architetto Luigi Rafanelli, “immersivo” ed “emozionale”, per solleticare più sensi del visitatore: dalla vista all’udito, e, per i fortunati presenti all’inaugurazione, all’olfatto. “Quel giorno – ricorda Zito – nel giardinetto cui si accede dal tablino c’erano piante vere (ora sostituite da riproduzioni per ovvi motivi tecnici) che inondavano le stesse fragranze simili a quelle apprezzate dagli antichi pompeiani”. Per ricreare queste atmosfere, “ridare vita agli oggetti domestici, e restituire splendore alle straordinarie opere d’arte, di pittura e scultura, presenti in mostra”, spiega Luigi Rafanelli, “si è ricostruita parzialmente, in due stanze del museo, una domus pompeiana: nella prima, sono stati localizzati ambienti dedicati a banchetto, simposio, cucina, dispensa, toeletta, che si affacciano sull’atrio, con al centro l’impluvio; nella seconda, sono riproposti tre ambienti: uno interno, il tablinum; uno interesterno, il portico; uno esterno, il giardino, in sequenza scenografica”. La casa pompeiana qui è intesa dall’architetto allestitore non come semplice contenitore di un’antologia di pezzi archeologici, ma come luogo dove è (ri)messa in scena L’Arte di Vivere dei romani, il teatro della rappresentazione delle attività domestiche, comprese quelle artistiche e culturali, fondamentali nello stile di vita di quel tempo.

(1 – continua)

Pompei è la nuova sfida dell’università di Padova: studiare, scavare e valorizzare le Terme del Sarno grazie a una stretta collaborazione con la soprintendenza speciale. Obiettivo: aprire al pubblico entro il 2020 il grande complesso con oltre 100 ambienti disposti su sei livelli

L’impressionante complesso delle Terme del Sarno a Pompei oggetto dell’accordo di collaborazione tra l’università di Padova e la soprintendenza speciale

I professori Claudio Modena e Francesca Ghedini (Università di Padova)

L’impressionante complesso architettonico sul fronte meridionale di Pompei accompagna lo sguardo delle migliaia di visitatori che ogni giorno varcano l’ingresso degli scavi della città romana sepolta nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio. Sono le terme del Sarno, frutto dell’accorpamento, trasformazione e sviluppo di due abitazioni affacciate con terrazze verso il mare, terme che, nella fase finale, contavano oltre 100 ambienti, 60 metri di fronte, 28 di altezza, articolato su 3000 metri quadrati coperti e 700 di scoperto, sei terrazzamenti. Ma il pubblico, per poter visitare le terme del Sarno, dovrà aspettare fino al 2020. È l’impegno preso dall’università di Padova e la soprintendenza speciale di Pompei alla presentazione del bilancio dei risultati dei primi due anni di collaborazione nell’ambito del progetto Mach, uno dei Progetti strategici di Ateneo con il quale l’università di Padova concentra significative risorse per consentire di sviluppare la ricerca e sperimentare nuovi approcci metodologici. In particolare il progetto Mach (Multidisciplinary methodological Approaches to the knowledge, conservation and valorization of Cultural Heritage) mette in campo approcci metodologici multidisciplinari alla conoscenza, conservazione e valorizzazione dei beni culturali già applicati nei siti archeologici di Nora in Sardegna, Gortina a Creta, Aquileia nell’Alto Adriatico, e che ora vengono attuati a Pompei. Si tratta infatti di un contributo scientifico di fortissimo impatto che ha visto, da luglio 2015 a giugno 2017, cinquanta ricercatori di tre dipartimenti (Ingegneria, responsabile Claudio Modena; Beni Culturali, responsabile Francesca Ghedini; Geoscienze, responsabile Gilberto Artioli) lavorare insieme, contaminando le loro conoscenze, per arrivare ad elaborare nuovi metodi condivisi e raggiungere risultati innovativi. “Nel progetto inter-area (Umanistiche e Scienze dure)”, ricorda il direttore del dipartimento Beni culturali, Jacopo Bonetto, “le aree d’intervento prescelte sono contesti di altissimo valore, sia sul piano archeologico che paesaggistico, del Mediterraneo: Gortina, a Creta, è stata una delle maggiori metropoli del Mediterraneo di età greca e romana; Nora, in Sardegna, è protesa sul limite sud-occidentale del golfo di Cagliari, lungo le rotte di navigazione che solcavano il Mediterraneo sin dall’età del Bronzo; Pompei rappresenta un sito paradigmatico per la sua unicità storico-archeologica e il suo significato strategico in termini di conservazione e fruizione. A Gortina le indagini si sono concentrate sul Santuario di Apollo e il teatro ed abbracciano un arco temporale  dal VI secolo a.C. al IV sec. d.C., a Nora si sono sondati diversi contesti appartenenti al VIII sec. a.C. e al III sec. d.C., mentre Pompei, dal 1997 sito Patrimonio dell’Umanità, ha avuto come focus scientifico il complesso multifunzionale noto come Terme del Sarno che data dal II sec. a.C. al 79 d.C.”. Con Mach, Pompei, il più grande e significativo sito archeologico del mondo, entra a far parte dei progetti scientifici dell’università di Padova grazie ad una convenzione tra i tre dipartimenti patavini e la soprintendenza: “Una scelta strategica di grandissima importanza”, sottolinea Francesca Ghedini, “perché permette la collaborazione di enti diversi che condividono obiettivi fondamentali di ricerca, conservazione e valorizzazione. Per l’Università di Padova MACH diventa una sintesi perfetta di tutte e tre le missioni di un Ateneo: Ricerca, Formazione e Terza missione”.

Studio dei materiali costruttivi alle terme del Sarno di Pompei

Il progetto Mach. “Tra il 2015 e il 2017 l’università di Padova ha condotto a Pompei, uno dei più importanti siti archeologici al mondo, una ricerca connotata da un approccio fortemente interdisciplinare, idoneo a rinnovare le metodologie di studio e le conoscenze sull’intera città”, spiega Claudio Modena, responsabile del progetto Mach e dell’Unità di Ricerca sullo studio statico e strutturale. “Il progetto ha inteso valorizzare le importanti competenze presenti in ateneo nell’area di ricerca sui beni culturali, consentendo di sviluppare una metodologia integrata di studio dei beni architettonici e archeologici, che possa essere implementata in modo versatile e generale ai fini di ampliare le conoscenze del bene investigato, oltre che definire strategie conservative e di valorizzazione.  L’intervento specifico del gruppo di lavoro di Ingegneria è stato rivolto alla conoscenza e valutazione dello “stato di salute” del complesso e alla realizzazione di un rilievo accurato”.

Veduta delle terme del Sarno a Pompei: obiettivo è l’apertura al pubblico per il 2020

L’università di Padova a Pompei: il caso-studio delle Terme del Sarno. “L’università di Padova è entrata in questa grande sfida lanciata dall’Unione Europea e dal ministero dei Beni culturali per la sicurezza e la valorizzazione di Pompei, mettendo a disposizione i suoi ricercatori e le sue risorse nell’ambito di una formale convenzione”, afferma Maria Stella Busana, coordinatrice del progetto Mach. “In accordo con il prof. Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, è stato scelto come caso di studio il complesso delle Terme del Sarno (Regione VIII, Insula 2), in un settore di Pompei poco indagato e mai aperto al pubblico. Il complesso si articolava su sei piani, accogliendo molteplici funzioni (residenziali, ricreative, di servizio, forse anche pubbliche). Un convegno e la successiva pubblicazione faranno conoscere i risultati delle ricerche finora condotte, dalla rivisitazione degli studi passati e degli archivi storici alle indagini più analitiche, frutto dell’approccio interdisciplinare che caratterizza il progetto Mach. I risultati delle indagini forniranno il supporto scientifico per la valorizzazione di un complesso straordinario, di fatto ancora sconosciuto”.

Ortofoto della facciata delle Terme del Sarno a Pompei

Il soprintendente Massimo Osanna e la professoressa Maria Stella Busana

“Pompei, entrata esattamente vent’anni fa nel Patrimonio dell’Umanità (1997), rappresenta la città più nota tra i siti archeologici e un laboratorio di ricerca essenziale per la comprensione della civiltà antica, in particolare romana”, ricorda Bonetto. “La lunga storia di scavi (in realtà, quasi sempre sterri), avviati nel 1748, ha oggi restituito circa 2/3 della superficie urbana originaria, estesa su 63 ettari, e un elevato numero di complessi edilizi, molti dei quali oggi visitabili. Di contro alla straordinarietà del sito, la conoscenza di questa realtà immensa e la sua conservazione sono state perseguite in forma molto discontinua nel tempo e nelle diverse aree della città, mettendo a serio rischio i suoi resti. Da alcuni anni, grazie a un significativo finanziamento europeo, Pompei è oggetto di un grande piano di documentazione e restauro al fine di garantire la salvaguardia dei resti e potenziarne la fruibilità (Grande Progetto Pompei). In questo quadro sono stati avviati anche importanti ricerche scientifiche, prevalentemente rivolte allo studio dei caratteri architettonici, decorativi e funzionali di singoli edifici, soprattutto abitazioni private (domus)”. Anche l’Università di Padova ha deciso di mettere a disposizione di questo straordinario sito archeologico le proprie competenze, avviando nel 2015, nell’ambito dei Progetti Strategici di Ateneo, un progetto di ricerca organico sul complesso eccezionale noto come Terme del Sarno (Regio VIII, Insula 2, Civici 17-23): una scelta decisa insieme alla soprintendenza speciale di Pompei, con la quale è stato siglato un accordo di collaborazione. “L’incontro con la prof. Francesca Ghedini”, sottolinea Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, “mi ha particolarmente sorpreso: non è venuta a chiedere concessioni ma a offrire le risorse professionali dell’ateneo patavino da mettere a disposizione di Pompei e del Grande Progetto Pompei. Si è deciso di concentrare gli sforzi nel complesso delle Terme del Sarno, che era rimasta fuori dal Grande Progetto Pompei, perché richiede un grande impegno per la conoscenza, l’analisi e la diagnostica. Senza dimenticare che studiare quest’area, sul fronte meridionale della città romana,  darà indicazioni importanti per capire finalmente dove era il porto”.

Le analisi degli affreschi del frigidarium nelle Terme del Sarno a Pompei

“Le Terme del Sarno sono un complesso polifunzionale”, spiega Maria Stella Busana, “originariamente articolato su sei piani, posto ai limiti meridionali della città, al margine del pianoro vulcanico su cui Pompei venne costruita. Gli scavi eseguiti tra il 1888 e il 1890 avevano portato alla luce quasi un centinaio di stanze e un intero livello utilizzato come terme. Benché sottoposto subito a restauro, il complesso non venne mai aperto al pubblico, anche per problemi di natura statica dell’intero fronte meridionale del pianoro, e dopo i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale divenne un deposito di materiali archeologici. Le caratteristiche strutturali, la funzione, la cronologia, il contesto ambientale in cui era inserito, la natura (pubblica o privata) dei proprietari e dei fruitori dell’edificio sono stati discussi da molti studiosi dal momento della sua scoperta fino agli anni ’90 del secolo scorso, senza raggiungere mai a risultati definitivi”.

Studio delle tecniche costruttive del complesso delle Terme del Sarno

Il prof. Jacopo Bonetto

“Le indagini dell’università di Padova – continua Busana – hanno deciso di affrontare lo studio del complesso attraverso un innovativo approccio multidisciplinare con l’intento di ricostruire: il contesto ambientale attraverso scavi archeologici e analisi geologiche e palinologiche; l’evoluzione architettonica dell’edificio, tramite analisi strutturale, statica e dei materiali in un’ottica diacronica, dalla costruzione alla destrutturazione, fino alla riscoperta e ai restauri di fine Ottocento; i sistemi decorativi e la cultura artistica dell’epoca, tramite analisi stilistiche e strumentali dei pigmenti; la cronologia assoluta delle fasi costruttive, tramite datazioni al radiocarbonio, epigrafiche e stratigrafiche; le funzioni e i fruitori degli spazi tramite lettura architettonica, analisi epigrafiche, studio della decorazione. Fondamentale per tutta la ricerca si è rivelata la raccolta sistematica e l’analisi critica dei dati editi a partire da fine ‘800 e della documentazione d’archivio (giornali di scavo, inventari dei materiali, foto, disegni)”. La prima fase della ricerca, condotta nell’ambito del Progetto Strategico, interviene Bonetto, “ha rivelato le grandi potenzialità dell’approccio multidisciplinare e archeometrico. I risultati, dal valore soprattutto metodologico, costituiscono un’esperienza di grandissimo valore per le future indagini sull’intero complesso del Sarno, estendibili ad altre aree limitrofe, e forniscono il supporto scientifico per la futura valorizzazione e apertura al pubblico dell’area”

Una scansione 3D della facciata delle Terme del Sarno

Il rilievo 3D. “Il contributo del Laboratorio di Rilevamento e Geomatica del Dicea è consistito nella progettazione, acquisizione dati, elaborazione e rappresentazione di un  modello tridimensionale dell’intero complesso delle Terme del Sarno, tramite l’integrazione di metodologie avanzate di rilevamento”, sottolinea Vladimiro Achilli, responsabile del rilievo 3D. “Le metodologie impiegate (laser scanning, satellitari GNSS, fotogrammetria e livellazione geometrica di alta precisione) hanno consentito, dai modelli 3D ottenuti e dai dati forniti dalla Soprintendenza, di definire piante, sezioni, ortofoto ad alta risoluzione, di misurare gli spessori delle volte e di contribuire all’attività di monitoraggio della struttura. Il rilievo così definito, coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, ha costituito la base necessaria per la progettazione ed esecuzione degli interventi effettuati e fornisce i presupposti  per la programmazione di eventuali interventi futuri”.

Gli affreschi del frigidarium con la raffigurazione dei pigmei prima e dopo il restauro

Il prof. Gilberto Artioli

Le indagini archeometriche. “L’unità di ricerca ha investigato i materiali delle Terme del Sarno a diverse scale spaziali e con tecniche di avanguardia”, sostiene Gilberto Artioli, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio archeometrico dei materiali e sulle indagini geofisiche. “Tutti i materiali presenti nell’edificio, usati sia nelle fasi costruttive che nelle fasi di restauro (unità murarie – mattoni, litica; leganti – malte, intonaci; pigmenti) sono stati identificati  e caratterizzati a livello microscopico e sub-microscopico per individuarne la natura, l’origine, la distribuzione e la loro funzione architettonica, strutturale o decorativa. Discussi in modo coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, i dati fino ad ora misurati sui materiali forniscono una solida base per la comprensione e l’interpretazione strutturale dell’edificio, la ricostruzione della storia architettonica e conservativa, e un punto di partenza per la proposta di conservazione futura”.

La ricostruzione della decorazione parietale del frigidarium delle Terme del Sarno

Le indagini archeologiche e geoarcheologiche. “Grandi novità hanno portato anche i primi saggi di scavo e la campagna di carotaggi condotti fuori della città in corrispondenza del complesso delle Terme di Sarno”, conclude Jacopo Bonetto, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio storico e archeologico. “Queste hanno riguardato in particolare la ricostruzione della morfologia dell’area, che presentava un ripido declivio, le caratteristiche ambientali (un ambiente palustre) e l’uso degli spazi (discariche), delineando un quadro del tutto inaspettato dell’immediata periferia di Pompei”.

Pompei fu una città della Magna Grecia? Alla domanda risponde la mostra “Pompei e i Greci” curata da Osanna e Rescigno: lo spiegano bene nel saggio pubblicato sul catalogo Electa. Seguiamo il rapporto di Pompei con i popoli e le culture che fin dal VI sec. a.C. interagirono e si influenzarono: ecco le storie di un incontro tra Etruschi, Greci, Sanniti, Latini, Romani

Pompei romana e il Vesuvio: un connubio indissolubile. Ma Pompei è nata molto prima dell’arrivo dei Romani

Il manifesto della mostra “Pompei e i Greci” a Pompei

Statuina in bronzo della Sibilla da Cuma (Foto Luigi Spina)

Possiamo considerare Pompei una città della Magna Grecia? A questa domanda che mette in discussione l’immagine tradizionale di Pompei, città romana sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., cerca di rispondere la grande mostra “Pompei e i Greci”, allestita fino al 27 novembre 2017 nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), e promossa dalla soprintendenza di Pompei con l’organizzazione di Electa. Sono oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana. La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro “biografie” luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. Pompei e i Greci racconta le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Vengono così ricostruite le presenze greche prima di Pompei, le forme della città arcaica, i cambiamenti imposti nel golfo dopo la fondazione di Neapolis – di cui si espongono materiali inediti dai fondali del porto – fino al mondo ellenistico e alla grecità pensata e segmentata del mondo romano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/).

Il suggestivo allestimento della mostra “Pompei e i Greci” nella palestra grande di Pompei

“Con Pompei e i Greci”,  spiegano i due curatori, Osanna e Rescigno, “abbiamo voluto provare non a raccontare un incontro ideale con un mondo vagheggiato, l’Ellade. Che Pompei contenga la nostalgia del mondo greco era già noto. Nemmeno mettere al centro società ibride e meticce, un approccio che resta nella sostanza duale. Abbiamo voluto provare a indagare i meccanismi tramite i quali la cultura si muove, provare a restituire al grande pubblico il rumore degli ingranaggi che facevano funzionare il Mediterraneo tramite reti locali dai confini permeabili, continuamente in contatto, dai nodi mobili e stratificati, in cui le informazioni viaggiano. Abbiamo voluto mettere al centro dell’esposizione quel mondo fluido del Golfo di Napoli, fatto di accentuata mobilità, migrazioni, incessanti processi di contatti e trasformazioni, dove i porti marittimi e gli scali fluviali hanno per secoli generato una cultura estremamente dinamica, impedendo il radicarsi stabile di logiche identitarie monolitiche: città aperte dove anche lo scontro militare non ha impedito il transitare incessante di tradizioni artigianali e modi di pensare. La rete straordinaria di queste vicende si legge attraverso la materialità, gli oggetti che il passato ci ha trasmesso, carichi di biografie che ci parlano ancora oggi di chi li ha prodotti, usati, caricati di significati, scambiati e persi”.

Frammento di cratere attico (V sec. a.C.) dal santuario di Apollo a Pompei (Foto Luigi Spina)

Il soprintendente Massimo Osanna illustra la mostra “Pompei e i Greci”

Testa di acrolito (500 a.c.) da Poseidonia

È dunque Pompei una città della Magna Grecia? Sono proprio Osanna e Rescigno ad aiutarci a dare una risposta, seguendo il loro saggio pubblicato sul catalogo Electa. “Considerare Pompei una città della Magna Grecia potrebbe apparire un errore storico”, esordiscono. “Non furono i Greci a fondarla, non abbiamo consultazione di oracoli, né la trasmissione del nome degli ecisti (condottieri greci scelti per andare a colonizzare una città, ndr) ma attraverso il mito si serba il ricordo dell’evento collegandolo a Eracle”. Fin da epoca arcaica, Pompei ci appare come un centro di nuova fondazione, quasi programmata. “La teoria tradizionale vuole che essa nasca dal sinecismo dei villaggi della Valle del Sarno in una temperie di profonda trasformazione urbanistica che investe la Campania e ne prepara il complesso assetto topografico arcaico: siamo tra la metà del VII secolo a.C. e gli inizi del secolo successivo e Pompei appare come città insieme a numerosi altri centri, dotata di mura, forse già di una piazza, con il suo santuario, dedicato ad Apollo, cui risponde, sul poggio del foro triangolare, l’area sacra e il culto di Atena. Ignoriamo quali ne fossero le forme istituzionali di governo: le iscrizioni, provenienti perlopiù da santuari e connesse alla pratica del rito, denunciano una significativa presenza etrusca ma non conosciamo quali fossero le sue assemblee politiche, quali i suoi sommi magistrati”. Nei due principali luoghi di culto – spiegano Osanna e Rescigno – furono all’opera maestranze diverse: nel santuario di Apollo maestri cumani a decorare un edificio costruito in legno e pietra; nel tempio dorico di Atena, costruito in pietra, forse una bottega locale che adatta a un modo originale di concepire lo spazio sacro la tradizione dorica, con un tetto che non riesce ad essere risolto né come produzione poseidoniate né cumana, condividendo tratti di entrambe le tradizioni. “Queste tracce di contatti, movimenti di genti, trasmissione di saperi e tecniche, che affiorano in maniera sfumata dalla ricerca archeologica, ci fanno riflettere su quanto abbiamo perduto di una storia complessa, fatta di contatti, contaminazioni, ibridazioni di tradizioni e costumi. Una trama di relazioni, una rete di rapporti che emerge nelle fonti letterarie solo nei suoi momenti più eclatanti e comunque deformata dagli occhi di chi osserva, interpreta, trascrive. Anche da questo punto di vista, Pompei si comporta quindi come una città greca o etrusca e forse dovremmo meglio dire arcaica, con le sue specificità ma anche condividendo, in un orizzonte ampio, tratti significativi delle nuove definizioni urbane che il VI secolo trascinava con sé in Italia meridionale e, più latamente, nel dialogo tra Grecia e Italia.

fregio in terracotta (III-II sec. a.C.) da Pompei con scene di battaglia

Lo spazio di Pompei arcaica è quello del golfo, tra gli scali cumani a nord, per esempio Partenope, e gli abitati che si snodano lungo il tratto costiero meridionale, in cui Pompei, Stabia e Sorrento costituiscono i nodi maggiori di realtà minori, come Vico Equense e l’insediamento arcaico di Piano di Sorrento. “Questo mondo”, ricordano i curatori della mostra, “conosce una profonda ristrutturazione con la fondazione di Neapolis che le recenti scoperte hanno oggi ancorato ai decenni finali del VI secolo a.C. La tirannide di Aristodemo aveva introdotto nuovi assetti, creato alleanze, la fondazione della nuova città, di Neapolis, altera i vecchi delicati equilibri e crea la risposta militare di una parte di quel mondo etrusco, quello dell’Etruria costiera, presente nel golfo”. Scoppia la battaglia di Cuma, combattuta nelle acque del golfo nel 474 a.C. L’intervento di Ierone, tiranno di Siracusa, condurrà alla vittoria dei cumani e da quegli anni il mondo del commercio costiero e la vita dell’opulenta Pompei sembrano arrestarsi. Non è un caso che nelle stratigrafie pompeiane, come registra chi scava in profondità, si percepisca sistematicamente una lacuna di documentazione che va dal secondo quarto del V secolo al 400 a.C. circa. “Un’inquietante assenza di documentazione materiale e di tracce di frequentazione, come se la città arcaica ricca e dinamica avesse cessato di vivere, o quanto meno di essere popolosa ed estesa”.

Lastra con cavalieri (VI sec. a.C.) dal palazzo di Torre di Satriano (Potenza) (foto Luigi Spina)

Carlo Rescigno illustra la mostra “Pompei e i Greci”

Il soprintendente Massimo Osanna in sopralluogo alla tomba sannitica della necropoli di Porta Ercolano a Pompei

Ritroviamo il confronto di Pompei con la Grecia dopo circa ottanta anni – spiegano ancora Osanna e Rescigno – , con un fenomeno che condurrà alla composizione di un linguaggio franco, quello ellenistico, dalle ampie latitudini che consegnerà alle soglie del primo impero le esperienze di un antico mondo fatto di città. “È il momento della “rinascita” di Pompei, della cosiddetta città sannitica che a partire dall’inizio del IV secolo a.C. ritorna progressivamente ad essere un centro importante all’interno delle dinamiche insediative del golfo. I protagonisti sono nuove genti, giunte verosimilmente da fuori, all’interno di quel rinnovato fenomeno di mobilità e migrazioni che interessa buona parte del comparto italico centro-meridionale”. Di questo “mondo campano” l’archeologia sta restituendo proprio in questi ultimi anni dati di rilievo: due tombe a cassa dell’incipiente IV secolo, una maschile, l’altra femminile, dal ricco corredo di ceramiche a figure rosse e a vernice nera, sono affiorate nella necropoli di Porta Ercolano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/23/pompei-ancora-scoperte-a-porta-ercolano-allinterno-di-due-botteghe-artigiane-gli-scheletri-di-cinque-pompeiani-tra-cui-un-bambino-in-fuga-dalleruzione-del-vesuvio-del-7/), tra le più tarde botteghe artigianali, documentando tra l’altro la lunga durata nella destinazione degli spazi della nuova città, che userà quest’area di necropoli fino alla sua distruzione nel 79 d.C.  (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/06/pompei-stupisce-ancora-nella-necropoli-di-porta-ercolano-scoperta-tomba-a-cassa-del-iv-secolo-a-c-con-corredo-funerario-completo-un-anno-fa-la-stessa-area-restitui-una-tomba-sannitica-che-fa-luce/) . “Anche la nuova esperienza nasce nel segno dell’ibridazione. Le tombe a cassa con cadavere supino non si distinguono da quelle di altri coevi centri italici della Campania; il corredo presenta le forme da banchetto tipiche di una tradizione greca che è divenuta pervasiva nel Mediterraneo globalizzato, le decorazioni delle ceramiche a figure rosse, di ascendenza greca, rivelano però uno scarto nella maniera artigianale che sembra tradire ancora una volta una definizione locale, la nascita di una tradizione epicoria (indigena, ndr) che costruisce temporanee identità aprendosi e mescolando. La Grecia dei condottieri, di Filippo e Alessandro, compone un nuovo linguaggio di potere, che dalle arti di corte filtra nell’artigianato più corrente. La Grecia è ormai ancor di più un fatto plurale e mediterraneo e gli stimoli provengono da luoghi diversi. Le nuove ricerche hanno rivelato case e assetti urbani per frammenti e già per questi livelli è possibile trovare nuovamente un dialogare alla greca”.

Dischetto in bronzo con iscrizione (VII-VI sec. a.C.) probabilmente da Cuma

E anche lo studio delle lingue antiche si apre a nuove prospettive. “Ancora una volta”, riprendono i due curatori, “sono le storie del Mediterraneo contemporaneo a insegnarci la dimensione del multilinguismo e a illustrarci un fenomeno come l’utilizzo mimetico delle lingue, per situazioni e registri comunicativi. In un luogo come il golfo di Napoli in età antica possiamo scoprire le lingue, in più situazioni, utilizzate in senso tecnico: l’etrusco a Pompei come strumento dominante di comunicazione alta, il greco in alcuni contesti come comunicazione nelle pratiche del sacro e del rito, il latino al momento della fondazione del porto puteolano come lingua franca nelle transazioni commerciali, ancora il greco come lingua della comunicazione letteraria. Ma Pompei da questo punto di vista insegna ancora di più: negli spazi delle case ritroviamo eco delle terminologie riportate nelle fonti per descrivere le stanze utilizzando parole greche anche quando gli ambienti definiti con il mondo greco nulla avevano a che fare, il mondo latino rimodella e sviluppa il suo mondo greco. In questa stessa prospettiva, il greco a Pompei è anche la lingua dell’amore e della cura del corpo femminile. Non possiamo quindi stupirci di trovare tracce d’insegnamento della lingua greca a Pompei, in un contesto che non può fare a meno di ricorrere a questa lingua per descrivere oggetti e idee anche sue proprie. Il mondo greco diventa immagine culturale al plurale, non supinamente ereditata ma vitalmente accresciuta e declinata nel proprio mondo”.

Dettaglio della straordinaria hydria in bronzo (460-450 a.C.) dal lussuoso corredo della casa di Giulio Polibio a Pompei

La statua in bronzo (I sec. a.C.) di Apollo lampadoforo chiude la mostra “Pompei e i Greci”

A Pompei, il mondo greco diventa anche patrimonio da collezionare, ma con forme culturali ben diverse da quelle che attribuiamo oggi a questo termine. Ritroviamo piccoli originali greci, in numero davvero limitato, in sculture e rilievi riadoperati, per esempio, negli arredi da giardino. Ancora un originale greco è la preziosa hydria di V a.C. premio dei giochi argivi che componeva, con altri vasi, il corredo lussuoso della casa di Giulio Polibio. “Proprio in questo”, sottolineano Osanna e Rescigno, “oggetto potremmo riconoscere una specificità: non sappiamo come sia giunta a Pompei, se per il tramite di vendite d’asta, come premio di guerra, acquisizione da mercanti d’arte o se recuperata scavando casualmente nei propri poderi e imbattendosi in tombe antichissime, in ogni caso cogliamo una risemantizzazione dell’oggetto. L’hydria di Giulio Polibio è inserita in un servizio composito, in cui quasi ogni singolo oggetto ha la sua biografia che può giungere fino a rinnegare o appannare il suo contesto di origine. Anche nella pittura pompeiana un tema greco viene utilizzato in luoghi diversi. Così di quello schema, di quella tavola perduta o lontana e copiata si crea una nuova immagine. Così per le sculture. “La presenza nel luogo ameno del golfo di Napoli di botteghe di copisti”, concludono Osanna e Rescigno, “crea i presupposti per la diffusione delle copie degli originali in bronzo del mondo greco e delle immagini sacre di Atene. Nel contesto pompeiano questi oggetti sono rivissuti e risemantizzati, un processo ormai da tempo oggetto di studio della ricerca contemporanea”.

Pompei “trasloca” in Etruria. Notte speciale dei Musei a Vetulonia con la mostra “L’arte del vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei”: protagonista assoluto l’Efebo di Via dell’Abbondanza con molti altri capolavori concessi dal Mann

Il “bellissimo Efebo”, come lo definì Amedeo Maiuri, scoperto il 25 maggio 1925 in via dell’Abbondanza a Pompei

“Improvvisamente”, era il 25 maggio 1925, “veniva in luce la testa e la parte superiore del corpo di una statua bronzea che si rivelò subito quale opera di incomparabile bellezza”: così scriveva l’archeologo Amedeo Maiuri, soprintendente alle Antichità di Napoli e del Mezzogiorno dal 1924 al 1961, sulla scoperta dell’Efebo di Via dell’Abbondanza a Pompei. “Rimosso tutt’intorno lo strato di lapillo e di cenere che l’aveva sepolta e fortunatamente preservata tra la rovina delle cadenti murature, un bellissimo Efebo emerse a grado a grado con la sua calda patina di bronzo dal grigio uniforme strato dei materiali eruttivi e parve all’attonita e commossa meraviglia degli astanti, quasi una divina apparizione, una bellezza viva e palpitante miracolosamente risorta dalla morta città”. Quel “bellissimo Efebo” di via dell’Abbondanza, capolavoro indiscusso della statuaria in bronzo restituita da Pompei, copia romana di originale greco del V sec. a.C., è il protagonista assoluto di una speciale Notte dei Musei a Vetulonia. Alle 18, di sabato 20 maggio 2017, al museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, viene infatti inaugurata la mostra evento “L’arte del vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” che rimarrà aperta fino al 5 novembre. “Unica ad oggi, fra le città etrusche, ad ospitare la più bella statua di Pompei, come la definì l’archeologo Amedeo Maiuri all’indomani della sua scoperta”, sottolinea con orgoglio la direttrice del museo, Simona Rafanelli, “Vetulonia rappresenta oggi la destinazione del celeberrimo Efèbo dalla via dell’Abbondanza, dopo quella di Pompei, sul suolo nazionale, e le tappe estere segnate dalla Corea e dal Giappone e, infine, dal Paul Getty Museum di Los Angeles, da dove la splendida statua in bronzo è rientrata nel 2012”.

L’archeologo Amedeo Maiuri a Pompei: il 25 maggio 1925 scoprì l’Efebo in bronzo

L’Efebo di Via dell’Abbondanza, copia romana da originale greco del V sec. a.C.

Riemerso dalle ceneri, che ancora ricoprivano i vani della ricca domus pompeiana di Publius Cornelius Tages, aperta sulla via dell’Abbondanza e da allora nota anche come “Casa dell’Efebo”, lo straordinario fanciullo di bronzo, utilizzato come porta-lampade per far luce fra il tablino (sala di rappresentanza) e il triclinio (sala da pranzo) estivo, ritornò alla luce – come detto – il 25 maggio del 1925 per mano dell’archeologo Amedeo Maiuri. Il lungo e complesso restauro, durato per quasi un secolo, si è svolto fra Campania, Toscana e Stati Uniti d’America. “Un’opportunità e un privilegio”, continua Rafanelli, “il senso intrinseco della mostra di Vetulonia. Il privilegio, concesso in primo luogo dal direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, e dal curatore capo delle collezioni, Valeria Sampaolo, di collaborare con il principale museo archeologico d’Italia, per allestire una mostra che vanta la prerogativa di ospitare, per la prima volta in Toscana, una selezione straordinaria di reperti provenienti da Pompei e dalle altre importanti realtà dell’area vesuviana (Ercolano e Stabia) e conservati a Napoli sin dal tempo della loro scoperta”. Particolarmente soddisfatto il sindaco di Castiglione della Pescaia, Giancarlo Farnetani: “Questa mostra è un evento culturale di prim’ordine che segna un’ulteriore e significativa tappa lungo un itinerario di sviluppo, capace di coniugare cultura, sport, turismo, economia. Obiettivo primario è quello di candidare Castiglione della Pescaia al ruolo di destinazione ambita, mèta ideale dei turisti e luogo privilegiato per i residenti, sviluppando le potenzialità del territorio a 360 gradi tramite un’offerta che tenga conto delle risorse marittime, agroalimentari, artistiche, archeologiche di una terra che reca in sé tutte le possibilità per attrarre sempre nuove e molteplici fasce di turisti”. Guarda il video:

 

Una sala del museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia

Il manifesto della mostra di Vetulonia

Pompei dunque “trasloca” in Etruria. La mostra “L’arte di vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei”, argomento al quale Seneca dedicò uno dei suoi celebri Dialoghi (De vita beata), come ben illustra Simona Rafanelli sul sito dei Musei della Maremma (www.museidimaremma.it) , “si dispiega attraverso i diversi linguaggi espressivi (pittura a fresco, scultura, toreutica, ceramica, vetro) che creano la trama del racconto espositivo, dipanato entro i confini di una residenza immaginaria, articolata, al pari di un’abitazione reale, negli spazi riservati alle attività pratiche e speculative. Spazi ideali eletti a luoghi del tempo nei quali si snodano le tappe del vivere quotidiano, ispirate dagli interessi e dalle occupazioni che dettano i tempi dell’otium nella sua dimensione domestica. Negli ambienti di una casa romana”. Al museo di Vetulonia, continua la direttrice, “entro i confini di uno spazio chiuso, rievocato intorno a un atrio custodito dalle divinità domestiche, alcuni arredi, come il portalucerne o i candelabri in bronzo, scandiscono, con i tempi del giorno, il percorso di visita. In corrispondenza delle vetrine, un’apertura, intesa come una falsa porta, introduce metaforicamente agli altri vani della domus, cui alludono gli oggetti esposti, ai quali è affidata la descrizione della toeletta maschile e femminile, dell’allestimento della tavola, dell’organizzazione della cucina-dispensa”.

La domus dell’Efebo, una ricca dimora di mercanti, tra le case pompeiane riaperte

La ricostruzione di uno spazio esterno si traduce poi nella suggestiva allusione a un giardino, inteso come luogo della cultura, dell’educazione dei giovani alle Arti delle Muse e popolato da arredi marmorei quali la statuetta di Venere al bagno, le erme, gli oscilla, le maschere teatrali, le riproduzioni di animaletti da cortile, come la tartaruga o il coniglietto, sul fondo di un immaginario tablinum, luogo di eccellenza di una domus, arredato a imitazione di una sorta di “quadreria” dell’antichità. “Qui il varco centrale aperto sul portico”, fa notare Rafanelli, “diviene la cornice reale e fantastica atta a inquadrare, stagliata sulla quinta di paesaggio offerta dal giardino, la statua dell’Efebo lychnophoros  (portatore di lampada), ove si concentra, nella morbida flessione del corpo e nell’espressione meditativa del volto, il significato intrinseco della mostra”.

Simona Rafanelli, direttrice del museo Archeologico di Vetulonia

Un oscillum da Pompei: decorava lo spazio tra peristilio e giardino

La mostra affronta anche il rapporto dell’area vesuviana con l’arte greca. In nostro aiuto interviene ancora Simona Rafanelli: “Osservatorio privilegiato per cogliere il senso dell’arte di vivere – nel concetto in sé e nella mostra di Vetulonia – sono quei brani di un fraseggiare al contempo didascalico e allusivo rappresentati dai frammenti delle pitture a fresco che formano il compendio del lascito, assolutamente unico e per questo ancor più prezioso, delle domus di Pompei e delle altre città del comprensorio vesuviano. Ogni aspetto che, nell’educazione dei giovani aristocratici, concorreva a comporre la sintesi riuscita della loro formazione, plasmata sulla paidéia greca, trova la più alta espressione nella gestualità delle figure, sottratte per sempre al filo di una narrazione sinottica per divenire icone assolute di un gesto bloccato nella fissità dell’istante nel quale sono state immortalate. Così la piccola filatrice, intenta nell’occupazione emblematica dell’attività domestica, diviene simbolo sempiterno di quella occupazione, nella quale risiede il significato più profondo della presenza e dell’identità della donna romana, eterna Lucrezia, nel cuore della dimora signorile”.

Alla Bit di Milano presentata la XX edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico (26-29 ottobre 2017): in apertura alla presenza del segretario generale dell’Unwto il convegno sul turismo sostenibile per lo sviluppo dei siti archeologici a iniziare dal Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco

La presentazione della XX edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico alla Bit di Milano

Ugo Picarelli, direttore della Bmta

Diecimila visitatori e 100 espositori di cui 20 Paesi Esteri; e poi prestigiosi patrocini dal ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo all’Unesco, dall’Unwto all’Iccrom, al ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale; e ancora: opportunità di business per gli operatori turistici con il Workshop tra la domanda estera selezionata dall’Enit e l’offerta del turismo culturale: ecco in sintesi la nuova edizione, la XX, della Borsa Mediterranea del Turismo archeologico (Bmta), in calendario dal 26 al  29 ottobre 2017 nell’area archeologica della città antica di Paestum, presentata nei giorni scorsi a Milano alla Borsa internazionale del Turismo (Bit). “I 20 anni della Bmta rappresentano un momento importante per tutto il Sud Italia”, sottolinea Francesco Palumbo, direttore generale Turismo del MiBACT, “una destinazione con ancora pochi flussi turistici rispetto alle grandissime potenzialità. I beni archeologici, quando ben gestiti e ben valorizzati, possono essere veramente l’elemento distintivo che attira i turisti, soprattutto se si riesce a offrire un prodotto innovativo. Proprio qui alla Bit ho avuto modo di parlare con le delegazioni russa e cinese di quanto sia attrattiva per i loro territori la Magna Grecia, il cui patrimonio archeologico è presente in tutte le regioni del Sud. La Borsa di Paestum, quindi, può e deve continuare a sviluppare temi importanti, su cui ragionare tutti insieme”.

Il parco Archeologico di Paestum che ospita la Borsa mediterranea del turismo archeologico

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum

Tra le autonomie amministrative e gestionali volute dalla Riforma Franceschini rientra il Parco Archeologico di Paestum, sede della Bmta, affidato alla direzione del giovane archeologo tedesco Gabriel Zuchtriegel. “Paestum sta vivendo una stagione particolarmente fortunata per qualità ed originalità delle iniziative e delle progettualità”, conferma Alfonso Andria, consigliere di amministrazione del Parco Archeologico di Paestum, “esprimendo eccellente capacità di relazione con le Istituzioni e con il territorio, raggiungendo la potenziale utenza nazionale e internazionale soprattutto grazie all’efficace comunicazione che il direttore Zuchtriegel personalmente cura attraverso una presenza capillare sui media e il sapiente utilizzo dei social“. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’incremento nel 2016, rispetto al dato dell’anno precedente, del 27% dei visitatori e del 46% degli introiti da biglietti di ingresso all’area archeologica e al museo Archeologico nazionale; la risposta di diverse aziende private a seguito di un’azione di fundraising attivata circa un anno fa che ha portato frutti insperati in termini di finanziamento di borse di studio per attività di scavo e di restauro, di interventi di arredo e di adeguamento dello spazio espositivo e, prima tra tutti in ordine di tempo, della ristrutturazione della sala “Mario Napoli” in cui è esposta la Tomba del Tuffatore. “In questo clima – continua Andria – si colloca la ventesima edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, che vede il Parco tra i più convinti sostenitori e protagonisti. Del resto fin da subito la Borsa di Paestum, di cui accompagnai le prime edizioni in quanto all’epoca presidente della Provincia di Salerno, si è caratterizzata per la peculiarità e l’unicità del riferimento al turismo archeologico, articolandosi non soltanto come vetrina espositiva e come luogo di commercializzazione dell’offerta in quel particolare ambito, ma anche in relazione ai contenuti culturali di convegni e workshop per i quali il direttore Ugo Picarelli riesce ad avvalersi dell’apporto di eminenti personalità della Comunità scientifica internazionale”.

Il sito incaico di Machu Picchu, in Perù, patrimonio dell’Unesco, protagonista alla Bmta di Paestum

Il programma della ventesima edizione ospiterà prestigiose iniziative, tra cui l’anteprima dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale indetto dalla Commissione Europea per il 2018 e il convegno “Il turismo sostenibile per lo sviluppo dei siti archeologici mondialia cura dellOrganizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite (Unwto): infatti, il segretario generale Unwto, Taleb Rifai, che più volte ha inaugurato la Borsa, ha voluto dare grande attenzione al 20° anniversario, organizzando un incontro sul turismo sostenibile quale strumento per la salvaguardia e la promozione dei siti archeologici. All’iniziativa, che si inserisce nell’ambito dell’Anno Internazionale del Turismo Sostenibile per lo Sviluppo dichiarato dall’Onu per il 2017, sono stati invitati Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo; Lina Annab, ministro del Turismo e delle Antichità della Giordania; Amin Abdulkedir, ministro della Cultura e del Turismo dell’Etiopia; Magali Silva, ministro del Commercio estero e del Turismo del Perù; Thong Khon, ministro del Turismo della Cambogia. I siti Unesco rappresentati (Pompei, Petra, Aksum e Tiya, Machu Picchu, Angkor Wat) esprimono al meglio le potenzialità del patrimonio archeologico per lo sviluppo locale e l’occupazione. “Un’operazione importante, oltre al valore scientifico garantito dalle ricerche e dalle tavole rotonde a cui partecipano gli esperti del settore, anche da un punto di vista politico al fine di fondere sempre di più tradizioni e patrimoni comuni dei Paesi del Mediterraneo”, interviene Francesco Caruso, consigliere ai Rapporti internazionali e all’Unesco del Presidente della Regione Campania. E continua: “La Regione Campania, che realizza uno sforzo di sistema nella valorizzazione del suo patrimonio culturale rappresentato da sei siti Unesco più i due immateriali, appoggia e sostiene tradizionalmente la Borsa che, curando entrambi gli aspetti, scientifico e politico, e considerato il periodo che stiamo vivendo, si conferma un evento di cui si avverte il bisogno”.

Il direttore della Borsa mediterranea del turismo archeologico, Ugo Picarelli, con il segretario generale dell’Unwto, Taleb Rifai

Particolarmente soddisfatto ed emozionato il direttore della Bmta, Ugo Picarelli, nel suo intervento alla Bit: “Raggiungere il traguardo dei 20 anni è un risultato straordinario soprattutto per l’unanime riconoscimento internazionale che l’evento è stato capace di ricevere. Il merito va agli enti che hanno sostenuto la felice intuizione, in primis la Provincia di Salerno, che nel 1998 lanciò l’evento, e la Regione Campania che negli ultimi anni ne ha raccolto il testimone assicurandone la continuità, e ricordando l’impegno della amministrazione comunale di Capaccio Paestum che si è assunta l’onere di assicurare le spese logistiche quando la Borsa nel 2013 ha scelto il Parco Archeologico quale sua location attuale. La presenza di Taleb Rifai segretario generale dell’Unwto  all’apertura della Borsa darà ampio risalto internazionale oltre all’inserimento dell’evento nel programma ufficiale dell’Anno Internazionale del Turismo Sostenibile indetto dall’Onu nel 2017. La recente riforma del MiBACT, poi, ha reso ancora più sinergico ed efficace il rapporto con il Parco Archeologico, senza nulla togliere alla preziosa collaborazione dei soprintendenti succedutisi”.

Napoli e Pompei: museo Archeologico nazionale e scavi. Bilancio di una partnership preziosa: mostre, collaborazioni internazionali, restauri, riaperture, e una grande risposta del pubblico. Dopo l’Egitto, ora si affronta il rapporto con la Grecia

Il soprintendente Massimo Osanna e il direttore Paolo Giulierini presentano sotto il Toro Farnese programmi e bilanci degli Scavi di Pompei e del museo Archeologico nazionale di Napoli

Progetti di mostre ambiziosi, numeri di presenze da capogiro: dati resi noti in occasione della presentazione delle due mostre più prossime da parte del direttore generale della soprintendenza Pompei, Massimo Osanna, e del direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini: Pompei e i Greci (Scavi di Pompei, Palestra Grande, 12 aprile – 27 novembre 2017) e Amori divini (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, 7 giugno – 16 ottobre 2017). Ma vediamo con ordine programmi e bilanci, in parte già descritti da archeologiavocidalpassato.

“Ganimede e l’aquila”, gesso dall’Accademia di San Luca di Roma, tra l opere che saranno esposte nella mostra “Amori divini” al Mann

Pompei e le civiltà del Mediterraneo: un progetto espositivo pluriennale Dopo la grande mostra su Pompei e l’Europa, allestita nel 2015 in due sezioni al museo Archeologico nazionale di Napoli e nell’Anfiteatro di Pompei, la soprintendenza di Pompei e il museo Archeologico nazionale hanno ideato e promosso, in stretta collaborazione, un progetto espositivo esteso, con l’organizzazione di Electa. Un programma di grande valore che si inserisce in una ampia riflessione di approfondimento sulle relazioni di Pompei con le grandi civiltà affacciate sul Mediterraneo. Il primo capitolo Egitto Pompei, nel 2016, articolato in tre esposizioni (Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano, Torino, Museo Egizio; Egitto Pompei, Scavi di Pompei, Palestra Grande; Egitto Napoli. Dall’Oriente, Napoli, Museo Archeologico Nazionale), ha raccontato influssi e innesti spirituali, sociali, politici e artistici originati da culti ed elementi di stile nati o transitati per la terra del Nilo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/). Nella primavera 2017, la secondo tappa del progetto vede protagonista la Grecia, nel suo rapporto con Pom­pei, la Campania e il mondo romano.  Il 12 aprile (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/), la mostra Pompei e i Greci, curata dal direttore generale soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (università della Campania Luigi Vanvitelli), racconta al pubblico le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediter­raneo greco, mettendo a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Il 7 giugno, inaugura al Mann la mostra Amori divini, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, che illustra i miti di trasformazione o metamorfosi e la loro rilet­tura da parte del mondo romano, permettendo al contempo di mostrare molti dei capolavori del Museo sotto nuova luce, in una collocazione diversa da quella consueta, come tessere più lontane di racconti che dall’antichità arrivano fino a noi anche attraverso opere del Rinascimento e del Neoclassicismo.

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

Strategie di condivisione e di rete Dopo la prima collaborazione internazionale per la mostra itinerante Pompeii. The Exhibition, negli Usa fino a maggio 2018, il 10 novembre 2016 è stato siglato a San Pietroburgo un accordo di collaborazione che lega per i prossimi quattro anni Ermitage, soprintendenza Pompei e museo Archeologico di Na­poli (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/16/mostre-convegni-restauri-scavi-archeologici-scambi-culturali-siglato-protocollo-di-collaborazione-tra-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-gli-scavi-di-pompei-e-il-museo-ermitage-di-san-pie/): oltre allo scambio di opere per la realizzazione di mostre congiunte, le tre istituzioni lavoreranno insieme per condividere esperienze e competenze nel campo dello scavo archeologico, per organizzare conferenze scientifiche, seminari e tavole rotonde, confrontandosi sull’utilizzo delle nuove tecnologie per la conservazione, fruizione e valorizzazione del patrimonio culturale. In particolare sarà presentata all’Ermitage, nel 2018, una importante mostra su Pompei e i suoi riflessi nella cultura dell’Impero Russo. Il Mann, oltre all’importante rapporto strutturato con il Getty Museum di Los Angeles, ha potenziato il dia­logo con fondazioni private (Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo e Fondazione Ligabue) e con associazioni (Scarlatti, Astrea, Festival Barocco) che hanno contribuito alla crescita del numero di visitatori e continuano a farlo.

A sei anni dalla chiusura, riapre la Collezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli

Dalla mostra alla collezione permanente Nell’ambito del progetto espositivo dedicato alle civiltà del Mediterraneo, la nuova sezione del museo Archeo­logico Egitto Napoli. Dall’Oriente è stata funzionale alla riapertura della Sezione Egizia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/02/i-faraoni-tornano-a-napoli-dopo-sei-anni-di-chiusura-riapre-la-sezione-egiziana-del-museo-archeologico-di-napoli-1200-reperti-la-piu-antica-collezione-egizia-deuropa-nata-nel-1821-come-rea/) e della Sezio­ne Epigrafica (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/06/grandi-riaperture-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-con-la-sezione-egiziana-torna-fruibile-la-sezione-epigrafica-collezione-di-iscrizioni-greco-romane-tra-le-piu-prestigiose-al-mondo-dalle/), riallestite per l’occasione e secondo un itinerario articolato per temi: sono state così esposte testimonianze della diffusione del culto isiaco a Ercolano, a Capua, ancora a Pompei, recuperando opere famosissime (come gli affreschi con cerimonie isiache da Ercolano, o le coppe di ossidiana da Stabia) o opere ritenute disperse (come la nicchia isiaca dai praedia di Giulia Felice a Pompei), ripresentando attestazioni dei contatti con i Nabatei della penisola Arabica devoti a Dusares, scoperte a Pozzuoli negli anni del regno di Carlo di Borbone e già esposte all’Herculanense Museum, o le iscrizioni della necropoli ebraica di Napoli mostrate per la prima volta al pubblico dall’epoca della loro scoperta.

Gli scavi di Pompei nel 2016 sono stati frequentati da quasi 3milioni 300mila visitatori

2016: numeri in crescita Il 2016 ha visto un importante incremento degli ingressi nei luoghi della cultura statali, crescita nella quale il sud gioca un ruolo importante: la Campania, al secondo posto della classifica delle regioni con il maggior numero di visitatori nei musei statali, ha registrato oltre 8 milioni di ingressi. Per la visita agli Scavi di Pompei sono stati staccati 3.283.740 biglietti, mentre al museo Archeologico nazionale 452.000, con un aumento di circa 102.000 visitatori rispetto al 2015. Al Mann, la crescita del numero di visitatori è stata sicuramente favorita – oltre che da una innovativa cam­pagna di comunicazione attraverso le varie forme d’arte del progetto Obvia (cartoon, fumetti, spot d’autore, grandi testimonial come Erri De Luca) – da mostre importanti (Mito e Natura, Carlo III), esposizioni di arte con­temporanea (Giorni di un futuro passato di Adrian Tranquilli) e mostre di oggetti conservati nei depositi (Mostra su Ercole liberato). Tra le varie iniziative promosse dal museo ricordiamo la riapertura al pubblico dei giardini storici, conferenze e iniziative dedicate (Festival Fuoriclassico, Festival di Musica Borbonica), l’apertura serale del museo ogni giovedì, al costo di soli 2 euro, nonché le azioni di fidelizzazione del grande pubblico (come il calendario con il Calcio Napoli). Ad aprile inaugurerà Festival Mann/Muse al Museo (19-25 aprile 2017), il primo Festival internazionale orga­nizzato da un museo autonomo statale e costruito sui principi della valorizzazione dei Beni Culturali dettati dalla Riforma Franceschini. Sullo sfondo la prossima apertura dei nuovi laboratori di restauro (12 maggio), della sala del plastico con ap­porti multimediali (19 maggio), della caffetteria entro l’anno.

La domus dell’Efebo, una ricca dimora di mercanti, tra le case pompeiane riaperte

Il manifesto del concerto di David Gilmour a Pompei il 7 e 8 luglio 2016

Nel corso degli ultimi due anni le attività di Pompei hanno seguito un duplice filone, che ha determinato oltre all’aumento dei visitatori che nel 2017 sta registrando in ciascun mese una crescita costante del +20 % circa di pubblico rispetto allo scorso anno, anche il consolidamento di un’immagine positiva del sito che funge da elemento indiscusso di attrazione. Le attività di valorizzazione, quali le mostre condivise con il Mann sono state di fondo precedute dalle numerose attività di restauro e messa in sicurezza delle strutture archeologiche previste dal Grande progetto Pompei, che oltre a restituire l’integrità delle strutture e fermare il degrado, hanno consentito anche l’ampliamento dell’offerta di visita, con l’apertura di ben 30 Domus/edifici restaura­ti negli ultimi due anni (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/15/pompei-dopo-i-restauri-apre-al-pubblico-una-nuova-domus-la-casa-dei-mosaici-geometrici-una-delle-piu-grandi-della-citta-romana-una-superficie-di-3000-metri-quadrati-e-60-stanze-disposte-a-terrazze/; https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/12/25/scavi-di-pompei-per-natale-i-visitatori-hanno-trovato-tre-doni-restituiti-il-piccolo-lupanare-la-casa-di-obellio-firmo-e-la-casa-di-marco-lucrezio-frontone-grazie-agli-interventi/) e la restituzione della rete viaria completa di intere Regiones. Le attività di valorizzazione che sono seguite si sono concretizzate nella realizzazione di mostre per la prima volta, dopo anni, organizzate all’interno dell’area archeologica (quali quelle condivise con il MANN), alle quali si sono aggiunte: l’esposizione delle colossali sculutre di Mitoraj nel sito fino a maggio 2017; le due mostre all’Antiquarium Per grazia ricevuta ormai conclusa e Il corpo del reato fino al 27 agosto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/01/17/il-corpo-del-reato-in-mostra-a-pompei-un-primo-lotto-di-tesori-antichi-prove-del-saccheggio-del-patrimonio-archeologico-di-campania-puglia-basilicata-avvenuti-tra-il-1970-e-il-1/). In maniera permanente sono stati anche esposti alla Palestra Grande gli affreschi provenienti da Moregi­ne, e si è avviato l’innovativo progetto di musealizzazione diffusa con la ricollocazione in loco di reperti ori­ginali negli ambienti di provenienza (la cucina della Fullonica di Stephanus e il triclinio della Villa imperiale) e che sarà riproposta anche in altri luoghi degli scavi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/08/25/pompei-ecco-il-museo-diffuso-dai-cubicula-ricreati-nella-villa-imperiale-alla-cucina-nella-fullonica-di-stephanus-e-poi-arredi-nelle-domus-e-reperti-organici-alla-palestra-grande/). Una grande riapertura è stata quella dell’Antiquarium di Pompei dopo ben 36 anni, con spazi per mostre temporanee, sale di proiezione multimediale con rico­struzioni in 3d e un grande e attrezzato bookshop. E ancora la riapertura dal 2014 delle scene del Teatro grande con spettacoli dal balletto classico, alla lirica, alle tragedie greche, che con la programmazione estiva di quest’anno si ripeteranno con il Teatro stabile di Napoli. Ancora i due grandi eventi/concerto all’Anfiteatro degli scavi (David Gilmour, corredata dalla Mostra Pompei Underground e Elton John: vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/18/musica-e-archeologia-a-pompei-per-la-prima-volta-lanfiteatro-romano-apre-alle-rockstar-con-il-pubblico-il-7-e-8-luglio-david-gilmour-il-12-elton-john-e-nelle-gallerie-divenute-sede-esp/ ), le passeggiate not­turne abbinate a spettacoli di danza e performance teatrali che si riproporranno per la stagione estiva nell’area del Foro. L’inaugurazione del percorso Pompei per tutti itinerario facilitato di visita all’area archeologica per persone con difficoltà motorie e non solo. E non ultimo la nuova attività di promozione e comunicazione della soprin­tendenza con l’attivazione dei Canali Social che hanno determinato un coinvolgimento sempre più ampio e partecipato del pubblico di utenti, visitatori effettivi e potenziali del sito.

“Pompei e i Greci”: ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture, e poi scritte graffite sui muri. La nuova mostra a Pompei racconta la storia di un incontro tra due mondi attraverso 600 preziosi reperti

Apollo Lampadoforo, bronzo del I sec. a.C. scoperta nella Casa dell’Efebo a Pompei (foto Luigi Spina)

Seicento reperti per raccontare le storie di un incontro: quello di Pompei con il Mediterraneo. E per ricostruire i frequenti contatti tra la città italica e il mondo greco si seguono artigiani, architetti, stili decorativi, ci si sofferma su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Ecco dunque ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate (greco, etrusco, paleo italico), argenti e sculture greche riprodotte in età romana. La mostra “Pompei e i Greci”, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), promossa dalla soprintendenza speciale di Pompei con l’organizzazione di Electa, illustrerà alla Palestra Grande degli Scavi di Pompei dal 12 aprile al 27 novembre 2017 questo storico “incontro” risultato di un progetto scientifico e di ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei. Gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro biografie luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L’allestimento è progettato dell’architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). La grafica di mostra e la comunicazione sono disegnate dallo studio Tassinari/Vetta. “Pompei e i Greci”, spiegano in soprintendenza, “illustra al grande pubblico il fascino di un racconto storico non lineare, multicentrico, composto da identità multiple e contraddittorie, da linguaggi stratificati, coscientemente riutilizzati: il racconto del Mediterraneo. Una narrazione che suggerisce non da ultimo, un confronto e una riflessione con il nostro contemporaneo con il suo dinamismo fatto di migrazioni e conflitti, incontri e scontri di culture”. La mostra di Pompei è la prima tappa di un programma espositivo realizzato congiuntamente con il museo Archeologico nazionale di Napoli dove, a giugno, si inaugurerà una mostra dedicata ai miti greci, a Pompei e nel mondo romano, e al tema delle metamorfosi.

A Napoli gli originali, a Madrid i gessi, a Città del Messico i disegni: tre mostre in contemporanea per raccontare Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che promosse i primi scavi di Pompei e Ercolano, e diffuse le antichità, simbolo della bellezza del regno, grazie alle riproduzioni della Stamperia reale

Ritratto di Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che promosse i primi scavi archeologici a Ercolano e Pompei

Alcuni gessi fatti realizzare da Carlo di Borbone

Paolo Giulierini, direttore del Mann

Tre grandi città che un filo rosso lega e segna profondamente: Carlo di Borbone, sovrano illuminato delle Due Sicilie e re di Spagna, ma anche “comunicatore globale”. Proprio a Carlo III di Borbone, cui si devono i primi scavi settecenteschi a Ercolano e Pompei, nel trecentenario della nascita, il museo Archeologico di Napoli dedica la mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle Antichità”, che chiuderà il 16 marzo 2017, collegata ad esposizioni “gemelle” alla Real Academia de Bellas Artes di San Fernando di Madrid e all’Academia de San Carlos di Città del Messico dove sono custoditi gessi e disegni di quelle meraviglie che il Re volle disseminare per trasmettere al mondo la classicità senza privare la città degli originali: tre sedi accomunate da uno stesso patrimonio, esposto in contemporanea e connesso a distanza da tecnologie multimediali, ricostruzioni 3d, restituzioni ad alta definizione  e realtà virtuale.  A Napoli complessivamente circa 60 opere, tra dipinti, disegni, incisioni, sculture, affreschi, documenti storici e rami, riconducibili all’attività illuminata del sovrano. “La mostra”, come spiega la curatrice Valeria Sampaolo, “è incentrata sulla figura di Carlo di Borbone come divulgatore delle scoperte della nascente archeologia soprattutto attraverso i volumi prodotti dalla Stamperia Reale da lui stesso fondata. Il restauro di 200 delle oltre 5mila matrici custodite dal museo, completato nel 2015 dall’Istituto Centrale per la Grafica è occasione per approfondire anche gli aspetti tecnici delle attività di incisione e di stampa, illustrati anche attraverso prestiti della biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, che conserva le tirature originali”. E Paolo Giulierini, direttore del Mann: “Con Carlo e i suoi uomini l’annoso e spesso sterile dibattito, purtroppo attuale, che pone come antagoniste conservazione e valorizzazione, era stato ampiamente superato dall’idea geniale di inserire in un unico cortometraggio  l’esperienza dello scavo, del restauro, dell’esposizione e della veicolazione dei contenuti tramite una stampa integrata da immagini. A volte, per dare semplici risposte al presente, basta dare una rapida occhiata all’operato di chi ci ha preceduto, avendo il coraggio di ammettere che talvolta le epopee culturali passate ancora fanno scuola”.

I famosi bronzi scoperti nella villa dei Papiri mentre regnava Carlo di Borbone

Il manifesto della mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle Antichità”

La mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle antichità” a Napoli è articolata in tre sezioni. La prima restituisce l’immagine di Carlo III attraverso la sua iconografia, dall’infanzia fino agli anni napoletani. La seconda è dedicata alle attività di scavo nelle città vesuviane, con l’esposizione o il rimando ad alcuni originali, i più famosi scoperti fino al 1759: le “Ercolanesi” dello scavo del principe d’Elboeuf, le grandi statue bronzee dell’Augusteum, il Teatro di Ercolano, le sculture in bronzo e marmo della Villa dei Papiri. La terza sezione interamente dedicata all’attività della Stamperia Reale, con esposte le matrici in rame dell’Antichità e di quelle della Dichiarazione di Luigi Vanvitelli, l’artista e architetto assunto al servizio del sovrano, per il quale realizzò la splendida Reggia di Caserta, e i capilettera da egli stesso disegnati per le Antichità. La mostra che chiude con la partenza per la Spagna, nel 1759, di Carlo III che, salutando Napoli, si toglie l’antico anello che sempre aveva portato al dito dopo la scoperta di Pompei. “Il re”, ricordano le cronache e sottolineano gli organizzatori, “era molto legato a quella pietra antica, che rappresentava una maschera teatrale. Ma il sovrano scelse di lasciarla qui, nella sua Napoli. Perché, come dispose, nessuna proprietà e nessun tesoro delle Due Sicilie lo avrebbe accompagnato in Spagna. Dietro il semplice gesto del liberarsi di un anellino, c’è la grandezza di un re, lungimirante e illuminato. Ma anche una precisa strategia di propaganda, che mostrasse al popolo le virtù di Carlo, statista e mecenate. Con la diffusione internazionale di disegni e riproduzioni, le antichità pompeiane ed ercolanesi erano simbolo di bellezza e cultura di un regno”.

Carlo di Borbone portò a Napoli la collezione archeologica ereditata dalla madre Elisabetta Farnese

L’origine e la formazione delle collezioni che oggi ammiriamo al Mann di Napoli sono legate proprio alla figura di Carlo III di Borbone, sul trono del Regno di Napoli dal 1734, e alla sua politica culturale: il re promosse – come detto – l’esplorazione delle città vesuviane sepolte dall’eruzione del 79 d.C. (iniziata nel 1738 a Ercolano, nel 1748 a Pompei) e curò la realizzazione in città di un Museo Farnesiano, trasferendo dalle residenze di Roma e Parma parte della ricca collezione ereditata dalla madre Elisabetta Farnese. Si deve invece al figlio Ferdinando IV il progetto di riunire nell’attuale edificio, sorto alla fine del 1500 con la destinazione di cavallerizza e dal 1616 fino al 1777 sede dell’università, i due nuclei della Collezione Farnese e della raccolta di reperti vesuviani già esposta nel museo Ercolanese all’interno della Reggia di Portici. L’idea che muove Carlo III è quella di promuovere la conoscenza delle arti al pubblico. E per farlo si affidò a mezzi di comunicazione allora all’avanguardia: a iniziare dai volumi a stampa realizzati a Napoli dalla Stamperia Reale istituita proprio dalla necessità di attivare un polo tipografico capace di dare una degna veste “grafica” ai reperti archeologici provenienti da Ercolano, di produrre documenti di natura burocratica, e per la realizzazione di edizioni di lusso per la corte borbonica. Il sovrano borbonico chiamò alla corte di Napoli alcuni tra i migliori disegnatori e incisori attivi in Italia, che avrebbero dato vita alla celebre scuola di Portici annessa alla Stamperia Reale. E sotto la supervisione di Bernardo Tanucci, la Stamperia realizza gli splendidi volumi delle “Antichità di Ercolano esposte”, con il primo volume uscito nel 1757, con riproduzioni fedeli degli oggetti e le relative spiegazioni sulle loro funzioni da parte dell’Accademia Ercolanese. A Madrid porta anche calchi in gesso delle sculture bronzee rinvenute nella Villa dei Papiri a Ercolano, mentre per l’Academia de San Carlos di Città del Messico fa realizzare copie delle sculture in bronzo, perché anche nel Nuovo Mondo gli allievi delle accademie potessero conoscere le antichità.

Tourisma 2017: a Firenze per tre giorni il più importante evento europeo sulla promozione dei beni culturali. Trenta convegni, 240 relatori, sette laboratori, cento espositori. L’Egitto ospite speciale. Ricostruita la camera funeraria di Tutankhamon. E poi Longobardi, Etruschi, Preistoria, Vicino Oriente, turismo culturale

L'auditorium del centro congressi di Firenze stracolmo per Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

L’auditorium del centro congressi di Firenze stracolmo per Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

Ci siamo. Ancora poche ore, si può dire, e Firenze aprirà le porte alla terza edizione di TourismA 2017, il Salone internazionale dell’Archeologia, che si terrà al Palazzo dei Congressi di Firenze dal 17 al 19 febbraio. Nei tre giorni sono previsti oltre trenta fra convegni e workshop, con 240 relatori, sette laboratori didattici. Un centinaio gli espostori nel settore fieristico, fra cui cinque Paesi stranieri: Algeria, Cipro, Croazia, Egitto (special guest 2017), Giordania, Turchia. Sarà visitabile la camera funeraria di Tutankhamon ricostruita per la prima volta a grandezza naturale (grazie a Cultour Active) ed è esposta la copia in bronzo del meraviglioso Apoxyomenos di Lussino. Fra gli ospiti speciali: Alberto Angela, Franco Cardini, Valerio Massimo Manfredi, Giuliano Volpe, Louis Godart, Zahi Hawass, Alberto Sironi. Il ministro Dario Franceschini consegnerà a Piero Angela il premio speciale “R. Francovich” attribuito dalla Sami per la comunicazione scientifica. Il ministro greco della cultura Lydia Koniordou lancerà da TourismA il suo appello per la restituzione dei Marmi del Partenone da parte del British Museum. “L’archeologia ha un’attrattiva incredibile”, sottolinea Cristina Giachi, vicesindaco di Firenze. “A TourismA non si trattano solo buone pratiche dal punto di vista della conservazione ma si approfondiscono i temi legati alla valorizzazione dei patrimoni archeologici che si dimostrano in grado di attrarre molto pubblico. Più volte siamo andati a parlare di queste buone prassi in realtà dove si stenta a vedere il potenziale attrattivo di questa ricchezza. Un terreno, oggi, di grande attenzione perché riguarda Paesi interessati dal fuoco incrociato delle guerre e del terrorismo: questo patrimonio è spesso saccheggiato e molti reperti sono trafugati e, venduti sul mercato illegale, diventano un mezzo di sostentamento degli stessi gruppi terroristici”. Per avere il programma completo vedi http://www.tourisma.it/programma-2017/

Franco Cardini, professore emerito di Storia medievale alla Scuola Normale superiore di Pisa

Franco Cardini, professore emerito di Storia medievale alla Scuola Normale superiore di Pisa

ANTEPRIMA A PALAZZO VECCHIO L’inaugurazione di TourismA 2017 in realtà non è venerdì 17, ma giovedì 16 febbraio, alle 20.45 nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio alla presenza di Dario Nardella, sindaco di Firenze; Andrea Pessina, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Firenze Pistoia e Prato; Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva; e Giuliano Volpe, presidente Consiglio superiore Beni culturali e paesaggistici. Il moment clou la lectio magistralis su “Firenze ai tempi di Dante e Boccaccio: idealità e realtà nella vita medievale” tenuta da Franco Cardini, professore emerito di Storia medievale alla Scuola Normale Superiore di Pisa. A Cardini riceverà il premio speciale “R. Francovich” per la divulgazione del Medioevo. Quindi la Società Archeologi medievisti italiani assegnerà il premio “R. Francovich” al miglior museo o parco archeologico a tema medievale. Infine premio speciale alla memoria di Mario Monicelli per la saga di Brancaleone.

L'archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un'immagine esclusiva per SC Exhibitions

L’archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un’immagine esclusiva per SC Exhibitions

OMAGGIO A TUTANKHAMON  L’Egitto sarà l’ospite speciale della terza edizione di TourismA. E a illustrarlo sarà un testimonial d’eccezione, il noto archeologo Zahi Hawass che venerdì 17 aprirà la manifestazione con un convegno interamente dedicato alla tanto discussa figura di Tutankhamon: Zahi Hawass presenterà al pubblico presente “Ultime notizie dalla tomba del faraone bambino”. Per il direttore dell’Ente del Turismo egiziano in Italia, Emad Fathy, “la partecipazione dell’Egitto in qualità di Paese ospite costituisce un’occasione importante per promuovere la destinazione in collaborazione con i tour operator. Il nostro intento è quello di rivolgersi a una parte importante del target di riferimento del Paese, vale a dire agli appassionati di archeologia e a tutti quei viaggiatori che amano il mondo antico”. L’Egitto, sottolinea dal canto suo Piero Prunetti, direttore di TourismA, “è una vera miniera di meraviglie archeologiche e ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo dell’archeologia mondiale. La collaborazione tra Egitto e Italia in questo campo ha prodotto risultati eccellenti grazie anche alle missioni archeologiche italiane in terra egiziana”.

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 in esclusiva nella mostra "Omaggio a Tutankhamon" a Oderzo

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 esposta in esclusiva a Firenze per Tourisma 2017

LA CAMERA FUNERARIA DI TUT E sempre per celebrare la civiltà della terra del Nilo, arriva in anteprima assoluta per la Toscana, l’unica copia esatta della celebre tomba di Tutankhamon scoperta dall’inglese Haward Carter nel lontano 1922. È questo uno dei «regali» più attesi dal pubblico della manifestazione fiorentina (oltre diecimila presenze nella passata edizione) che potrà visitare (gratuitamente) la meravigliosa camera funeraria, ricostruita in scala 1:1 dalle abili mani dell’artigiano e appassionato di egittologia Gianni Moro (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/04/10/legitto-a-oderzo-omaggio-a-tutankhamon-prorogata-a-grande-richiesta-la-mostra-di-palazzo-foscolo-visita-guidata-con-legittologa-avanzo-serata-speciale-con-i-fratelli-castiglioni-e-il-fi/). Si tratta di una vera e propria opera d’arte, proprio come l’originale rivenuta nella Valle dei Re, a cui si è giunti dopo anni di studio e lavoro su progetto scientifico delle università di Torino, Padova e Venezia. Riprodotta al millimetro in scala reale, la tomba del “faraone fanciullo” salito al trono all’età di otto anni e morto a soli diciannove, ripropone anche le copie esatte di gioielli, oggetti e perfino il famoso trono regale. Non solo. All’interno della tomba così come la scoprì Carter, vi erano anche tre anfore contenenti tre diversi tipi di vino. Uno di questi, il più alcolico e dolciastro, che doveva aiutare secondo le credenze a far rinascere il sovrano, era denominato Shedeh. Ebbene, con la stessa etichetta oggi quel vino – grazie al ritrovamento nella tomba stessa di Tutankhamon di alcuni semi utilizzati e alla disponibilità di un produttore vinicolo di Treviso che si è cimentato nell’impresa – è stato riprodotto e sarà presentato per la prima volta proprio a TourismA. Per costruire la copia perfetta della tomba sono stati necessari tre anni. Pazienza, rigore e passione le armi vincenti dell’équipe che adesso può mostrare al pubblico una delle più incredibili scoperte dell’egittologia. “Entrando nella tomba di Tutankhamon che abbiamo ricostruito”, spiega l’egittologa e ideatrice del progetto scientifico Donatella Avanzo, che a Firenze interverrà prima di Zahi Hawass, “si respira un fascino sospeso, come se fossimo accolti anche noi nell’aldilà del sovrano. Sono sicura che per i visitatori sarà un viaggio incredibile”.

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

TURISMO ARCHEOLOGICO Tra le novità di quest’anno, la prima conferenza sul Turismo archeologico. Opportunità per operatori e destinazioni a cura del Centro internazionale Studi Economia del Turismo, in programma sempre venerdì 17 al mattino. TourismA è infatti anche una grande occasione per parlare di parchi, musei e turismo culturale con proposte di nuovi tour nei Paesi mediterranei più ricchi di testimonianze del passato: saranno presenti – come detto – Egitto, Giordania, Turchia, Croazia, Cipro, Algeria. Per la Croazia interverrà (venerdì pomeriggio) il ministro del Turismo Gari Cappelli, per presentare il nuovissimo museo di Lussino dedicato alla preziosa statua greca dell’Apoxyomenos (a TourismA verrà esposta la fedele copia in bronzo) a suo tempo restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure. L’Ente del Turismo Egiziano (Eta) sarà presente con uno stand che ospiterà alcuni dei principali tour operator italiani specializzati, come Agenzia Viaggi Rallo, che da ventotto anni organizza i Viaggi di Archeologia Viva, Mistral Quality Group e Tui. L’area espositiva di TourismA 2017 ospiterà, inoltre, l’Ufficio Cultura e Informazioni della Turchia, l’Ente del turismo della Giordania l’Ente nazionale per il turismo di Cipro, il Consolato Generale d’Algeria che parteciperà con il tour operator Unitour e la Croazia che sarà presente con il Muzej Apoksiomena di Lussino. Storici tour operator specializzati in viaggi culturali presenteranno al pubblico i loro itinerari archeologici, come I Viaggi di Maurizio Levi e Tucano Viaggi, insieme a operatori dedicati a specifiche destinazioni, come “Sardegna Insolita” e “Fantastiche Dolomiti”. Le nuove proposte del turismo culturale in Algeria, Egitto, Giordania e Sicilia saranno presentate da enti del turismo e tour operator in quattro incontri che si succederanno all’interno della Rassegna “Viaggi di Cultura e Archeologia” sabato 18 febbraio dalle 14 alle 18.30. Il pubblico troverà, inoltre, tutte le novità dell’editoria archeologica e le guide di viaggio di Polaris Editore. Si parlerà anche di turismo digitale, storytelling e social media per la comunicazione dei beni culturali con il convegno e workshop su Archeosocial e il convegno sul Digital Storytelling (venerdì pomeriggio e domenica mattina).

Il ministro alla cultura Dario Franceschini annuncia per il 25 Aprile un lunedì speciale con musei aperti

Il ministro alla cultura Dario Franceschini consegnerà il premio “Francovich” per la divulgazione scientifica a Piero Angela

ARRIVA IL MINISTRO Spetterà invece al ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini in persona consegnare sabato 18 alle 11 a Piero Angela l’ambito Premio speciale “Riccardo Francovich” per il suo impegno nella divulgazione scientifica. Alla cerimonia che vede protagonista il popolare conduttore televisivo è presente Giuliano Volpe, presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e della Società Archeologi Medievisti Italiani che promuove il prestigioso riconoscimento. Il Premio ordinario viene invece assegnato alle Catacombe di Napoli e all’Area archeologica di Santa Maria di Siponto come migliori siti d’interesse medievale.

Il parco archeologico-naturalistico di Belverde completa la scoperta della preistoria in Valdichiana

Il parco archeologico-naturalistico di Belverde completa la scoperta della preistoria in Valdichiana

LONGOBARDI, ETRUSCHI, PREISTORIA, VICINO ORIENTE, PERSONAGGI Altri protagonisti di TourismA 2017 sono i Longobardi (sabato mattina), con lo storico Franco Cardini che rivede – e corregge – la loro cattiva nomea di distruttori. E Giampietro Brogiolo, ordinario di Archeologia medievale dell’università di Padova, interviene con “Ultime notizie dal fronte (archeologico)”. Omaggio doveroso anche ai “padroni di casa” gli Etruschi, con l’intera mattina di sabato 18 su “Riti e misteri etruschi: sepolture anomale e sacrifici umani”: da non perdere la presentazione di una scoperta sconvolgente in Valdichiana che fa parlare addirittura di sacrifici umani. Partecipa anche l’Università di Firenze con il rettore Luigi Dei ad aprire le comunicazioni (domenica 19 al pomeriggio) sulle ricerche dell’Ateneo fra Oriente e Africa. Poi il fascino misterioso della preistoria d’Italia: quando e come fu popolata la Penisola? Ne parleranno venerdì 18 al pomeriggio gli esperti di sei diversi atenei che da decenni svolgono indagini nel settore. Inoltre, per la prima a Firenze, arriva Ötzi, l’Uomo del Similaun, che non cessa di stupire con le notizie fornite dallo studio della sua mummia e che verranno presentate (venerdì pomeriggio) in anteprima a TourismA da Gunther Kaufmann curatore del Museo dell’Alto Adige. Spazio anche alle ultime scoperte a Pompei illustrate direttamente dal soprintendente Massimo Osanna (sabato 18, al pomeriggio). Tra speranze di rinascita e cronache di distruzione, si parlerà (venerdì pomeriggio) dello stato dei beni culturali in Iraq e Siria (con le ultime da Palmira): Paolo Brusasco, docente di Archeologia del Vicino Oriente antico all’università di Genova su “L’arte violentata della Mesopotamia: estinzione del patrimonio e orizzonti di rinascita”. Tanti i nomi della divulgazione storico-archeologica a corredare il già ricco programma. Sarà lo scrittore-archeologo Valerio Massimo Manfredi a farci rivivere (sabato 18, al pomeriggio) i terribili momenti (per i Romani) della battaglia di Teutoburgo, mentre sapremo qualcosa di più delle donne nell’antica Roma grazie all’intervento del’archeologa e scrittrice Marisa Ranieri Panetta (domenica pomeriggio) con “Messalina imperatrice trasgressiva da… morire”. La ministra greca della cultura Lydia Koniordou sarà presente (domenica 19, al mattino) insieme a Louis Godart, consigliere culturale del presidente della Repubblica italiana, per sostenere la causa della restituzione ad Atene dei marmi del Partenone che sono al British Museum. Mentre il gran finale toccherà ad Alberto Angela che parlerà di Leonardo e la Gioconda. Ma per le migliaia di appassionati che da anni seguono il popolare divulgatore scientifico e scrittore, non sarà possibile, come nei precedenti incontri, intrattenersi con lui alla fine del suo intervento. “Per impegni di lavoro”, avvertono gli organizzatori, “Alberto Angela dovrà ripartire subito dopo il suo intervento, per cui non potrà rilasciare dediche o autografi”.

Laboratori didattici nello spazio fieristico di Tourisma (foto Valerio Ricciardi)

Laboratori didattici nello spazio fieristico di Tourisma (foto Valerio Ricciardi)

LABORATORI  A grande richiesta è stata ampliata infine la proposta di Archeolaboratori per grandi e piccoli, dove sarà possibile simulare lo scavo di una tomba etrusca, sperimentare la scheggiatura della pietra e l’accensione del fuoco, praticare l’antica arte della tessitura, scrivere in geroglifico, giocare alla longobarda. Soddisfatto il direttore della manifestazione, Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva: “In tempi di crisi profonda, TourismA rappresenta una realtà culturale e fieristica in piena espansione. Abbiamo creato, anche grazie alla collaborazione di FirenzeFiera e sotto l’egida del Comune di Firenze, il più importante evento europeo dedicato alla promozione dei beni culturali e ambientali”.