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#iorestoacasa. Mentre il Parco archeologico dei Campi Flegrei è chiuso, il direttore presenta le Piccole Terme di Baia, dove è “nato” il termalismo romano. Video promo sui tesori dell’area flegrea

Il direttore del Parco archeologico dei Campi Flegrei, Fabio Pagano, aderisce alla campagna #iorestoacasa e illustra come è cambiata la situazione in questo mese di marzo 2020 rispetto a qualsiasi altro marzo passato: dall’invasione delle scolaresche in gita al silenzio. Ma il parco non si ferma. E mentre il personale ne approfitta per manutenzione, interventi, e progettazione per le scuole e i visitatori che verranno, il direttore ci ricorda le bellezze del parco, dalle terme, all’area sommersa – un patrimonio unico nel panorama nazionale -, dal Rione terra di Pozzuoli al castello aragonese sede del museo archeologico dei Campi Flegrei. E poi Pagano ci fa conoscere un luogo meno noto del parco ma non per questo meno importante, le Piccole Terme di Baia. Quest’area, databile al I sec. a.C., è caratterizzata da un ambiente particolare, un “laconicum” (sala per la traspirazione del corpo), realizzato con pavimento a “suspensurae” (pilastrini di terracotta che sorreggevano un secondo pavimento rialzato e amovibile) che permetteva le esalazioni di vapore caldo dal basso ed in modo uniforme. In alto è presente un foro circolare che in origine aveva una funzione termodinamica: tappato tratteneva il vapore caldo realizzando lo scopo del locale, alla rimozione del coperchio invece, essendo l’aria calda molto più leggera di quella fredda, esso ne defluiva rapidamente. Di fronte si accede ad un’ampia terrazza. Essa dà modo di poter osservare il Parco Archeologico nel suo insieme ed anche la costa da Punta dell’Epitaffio a Pozzuoli.

Le Piccole Terme di Baia

Le Piccole Terme di Baia non sono aperte al pubblico. E per questo, proprio quando tutto il parco è chiuso per decreto governativo, il direttore ha scelto di farle conoscere al pubblico online. “In questo luogo si percepisce l’origine dei grandi complessi termali di Baia”, spiega il direttore. “In questo luogo sfocia un cunicolo artificiale che va a intercettare quella tipica energia dell’area flegrea, cioè delle polle di acqua calda e del vapore, di cui parlano Vitruvio, Cassio Dione, Plinio. Questo vapore rendeva funzionale i bagni caldi, alle sudationes, anche in assenza di quelle strutture e infrastrutture e di forni che sono soliti negli altri complessi termali. Quindi quel condotto portava aria calda, vapore caldo che, attraverso il modello – che poi diventerà canonico – delle suspensurae, permetteva il riscaldamento di questi piani, ma non soltanto. Attraverso ingegnose sostruzioni garantiva anche il riscaldamento di quello che potremmo definire gli “scaldabagni” antichi, dove era possibile un deposito di acqua calda. È questo uno dei luoghi più importanti del termalismo antico.

E per avere un’idea del ricco patrimonio archeologico dell’area flegrea così da programmare una visita quando questa emergenza sarà superata, ecco un video promosso dal Parco archeologico dei Campi Flegrei con il Mibact.

 

Firenze. A Tourisma la cerimonia di consegna del Premio Francovich: il pubblico ha indicato il museo dell’Alto Medioevo di Ascoli Piceno, i soci Sami l’area archeologica di Sant’Eulalia a Cagliari. Omaggio al regista italiano Edoardo Carlo Winspeare Guicciardi

Sul palco di Tourisma il presidente di Sami, Paul Arthur, e l’intera commissione: da sinistra, Pruneti, Visser, Degli Innocenti, Morandini, Pagano e Volpe (foto Graziano Tavan)

Un museo marchigiano, un’area archeologica sarda, un regista salentino d’adozione: sono loro i destinatari del Premio Francovich, il prestigioso riconoscimento che la SAMI (Società Archeologi Medievisti Italiani) conferisce al museo, parco o complesso archeologico che si sia distinto nelle modalità di comunicazione al grande pubblico dei propri contenuti. La cerimonia di proclamazione sabato 22 febbraio 2020 all’auditorium del centro congressi di Firenze, nell’ambito di Tourisma, il salone dell’archeologia e del turismo culturale. A rendere noti i vincitori è stato il presidente di Sami, Paul Arthur, docente Archeologia medievale all’università del Salento, che prima ha voluto rievocare la figura del grande medievista, Roberto Francovich. “Ricordo con nostalgia”, ha esordito il presidente, con una voce visibilmente emozionata, “quando, negli anni ’70, venni in Italia per iniziare a scavare nella villa romana di Settefinestre, fra Capalbio e Orbetello in Toscana, databile all’età tardorepubblicana, vicino a Cosa, una colonia romana fondata nel 273 a.C. Allora il mio direttore era Andrea Carandini. Ma già si parlava che lì vicino scavava un altro archeologo, medievalista, tal Roberto Francovich, che investigava le tracce medioevali sulle colline. C’erano dunque presenti a poca distanza tra loro due linee di lavoro in qualche modo parallele (per i metodi rigorosi adottati da entrambi) e su campi di studio cronologicamente legati tra loro, essendo uno il prosieguo dell’altro. Volli conoscerlo. E abbandonai l’archeologia classica per abbracciare l’archeologia medioevale che si può ben dire, se lo si è visto al lavoro, sia stato proprio Francovich a crearla sia a livello scientifico (adottando tutte quelle nuove tecnologie che potevano essere a supporto della ricerca) sia a livello conoscitivo, cercando fin da subito di rendere partecipe il pubblico dei risultati delle sue ricerche”.

Riccardo Francovich, l’iniziatore dell’archeologia medievale in Italia: a lui è dedicato il premio Sami

Il Premio Francovich è nato nel 2013, e viene assegnato annualmente dalla SAMI per ricordare l’archeologo medievista Riccardo Francovich (1946-2007), fondatore della rivista Archeologia Medievale e ritenuto il principale esponente del gruppo di studiosi che in Italia hanno contribuito alla nascita di questa disciplina. Oltre al presidente Paul Arthur, fanno parte della Commissione giudicatrice del Premio Francovich: Eva Degl’Innocenti (direttrice museo Archeologico nazionale di Taranto), Francesca Morandini (responsabile Servizio collezioni e aree archeologiche dei musei civici d’Arte e Storia di Brescia), Fabio Pagano (direttore Parco archeologico dei Campi Flegrei), Piero Pruneti (direttore Archeologia Viva), Giuliano Volpe (docente Archeologia medievale all’università di Bari, già presidente SAMI), Anna Maria Visser (docente Museologia all’università di Ferrara). Una volta salita sul palco tutta la commissione, chiamata dal presidente Arthur, si è proceduto alla proclamazione dei vincitori.

La consegna del Premio Francovich a Tourisma: da sinistra, Andrea Staffa, Paul Arthur e Donatella Ferretti (foto Graziano Tavan)

Il premio del pubblico, su una rosa scelta e proposta dalla commissione giudicatrice, è andato al museo dell’Alto Medioevo di Ascoli Piceno (col 42,48 per cento delle preferenze dei 7580 votanti), come recita la motivazione, “per le innovative soluzioni espositive e comunicative adottate per favorire la conoscenza dello straordinario cimitero longobardo di Castel Trosino e di altri siti tardo antichi e altomedievali per sostenere lo sviluppo del territorio marchigiano attraverso la cultura”. A ricevere la targa dalle mani del presidente l’assessore alla Cultura di Ascoli Piceno, Donatella Ferretti, con fascia tricolore, che ha portato a Tourisma anche il Gonfalone della città. “Grazie per aver acceso con questo premio una luce su un territorio come il nostro ricchissimo di arte e storia, ma porta ancora le ferite del sisma del 2016”, ha commentato mostrando l’orgoglio di tutta la sua città. “Oggi questo premio ci stimola ulteriormente a valorizzare il nostro museo che è uno strumento di crescita”. E Andrea Staffa, archeologo e progettista dell’allestimento del museo dell’Alto Medioevo di Ascoli Piceno, con voce a tratti rotta dalla commozione, ha voluto ricordare “due persone che hanno dato tanto per questa istituzione e che ora non ci sono più: Lidia Paroli, storica direttrice del museo, e Giuliano De Marinis che ha contribuito alla riorganizzazione della rete museale marchigiana”.

Il museo dell’Alto Medioevo di Ascoli Piceno

Il museo dell’Alto Medioevo di Ascoli Piceno è composto principalmente dai corredi in oro di due delle circa 260 tombe longobarde scoperte nel 1893 presso la necropoli di Castel Trosino, in territorio ascolano. Sono esposti inoltre gli oggetti ritrovati nell’ultimo scavo. Oltre alle due tombe nel Museo sono esposti in alcune vetrine perimetrali gli oggetti ritrovati nell’ultimo scavo effettuato dalla Soprintendenza per i beni Archeologici delle Marche nel 2001. Tra questi uno splendido anello d’oro massiccio con incastonata una pietra azzurra raffigurante una coppia di buoi in bassorilievo.

A Tourisma la delegazione di Sant’Eulalia e la commissione Sami del premio Francovich (foto Graziano Tavan)

La consegno del premio Francovic all’area archeologica di Sant’Eulalia: don Marco sorregge la targa (foto Graziano Tavan)

Il premio dei soci Sami è stato conferito all’Area archeologica di Santa Eulalia, nel quartiere storico della Marina di Cagliari, che “consente un viaggio nella storia stratificata, eccellente esempio di collaborazione tra istituzioni e di fusione tra ricerca, tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico e sviluppo locale”. A ritirare il premio don Marco Lai, parroco di Sant’Eulalia, insieme a Giovanna Pietra, responsabile tutela archeologica della Sabap per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna. Don Marco ha ricordato “il contributo del vecchio parroco, don Mario Cucusi, e la preziosa collaborazione con la soprintendenza e l’università di Cagliari, che hanno permesso la scoperta e il recupero di un pezzo importante della città di Cagliari testimone dai punici al medioevo”. Accorato e partecipato l’intervento di Giovanna Pietra: “Noi archeologi della soprintendenza amiamo il proprio lavoro, contro ogni difficoltà o problema. E quando poi ci sono eventi come quello che stiamo vivendo oggi con il riconoscimento del premio Francovich, ci sentiamo ripagati per tutte le nostre fatiche e i nostri sacrifici. Ik premio ci gratifica e ci dice che siamo sulla strada giusta. Oggi il quartiere della Marina a Cagliari è uno di quelli più multietnici della città: lo scavi di Sant’Eulalia ci conferma che lo è sempre stato”.

L’area archeologica di Sant’Eulalia a Cagliari

L’area archeologica di Sant’Eulalia, situata sotto il rilievo su cui sorge la chiesa, gode di una stratificazione architettonica di epoche che vanno dall’età punica e romana repubblicana, passando per il medioevo, fino ai giorni nostri. I reperti archeologici vennero scoperti nel 1990 proprio grazie a lavori di restauro eseguiti nella chiesa. Il complesso archeologico gode di una stratificazione architettonica di epoche che vanno dall’età punica e romana repubblicana, passando per il medioevo, fino ai giorni nostri. Il sito archeologico di Sant’Eulalia è uno scorcio dal quale sono visibili molti elementi caratterizzanti la civiltà Romana nella città di Cagliari, illustrando l’estrazione della materia prima per l’edilizia, l’efficienza della loro rete idrica e fognaria, il loro culto religioso, con il tempietto ed i tesori che erano custoditi al suo interno, la rete stradale e l’abitazione privata, casa e rifugio. Di un periodo storico più tardo, presumibilmente altomedievale, sono le mura che percorrono l’antica strada, probabilmente erette a difesa dalle continue scorribande vandaliche, e successivamente saracene, che coinvolsero l’isola durante la caduta dell’impero romano. Sempre medievali anche degli ambienti in cui sono conservate delle vasche abbeveratoi per animali. Di periodo più tardo è la cripta della stessa chiesa risalente presumibilmente al XVIII secolo.

Il direttore di fotografia Paolo Carnera riceve il premio Francovich per conto del regista Edoardo Carlo Winspeare Guicciardi (foto Graziano Tavan)

Infine la giuria del Premio “Francovich” ha assegnato un riconoscimento speciale al regista italiano Edoardo Carlo Winspeare Guicciardi per la sua opera di divulgazione delle tradizioni medievali (in particolare con i film Pizzicata e Filia Solis) e per il suo attivismo a favore della cultura e del paesaggio. Il premio è stato ritirato dal direttore della fotografia Paolo Carnera, perché il regista ha dovuto rientrare urgentemente per motivi di famiglia.

Parco archeologico dei Campi Flegrei: al castello di Baia prorogata la mostra fotografica “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea e in Sicilia” che racconta, partendo dagli anni ’50, le prime fasi pionieristiche dell’archeologia subacquea in Italia. Nuovo accordo col museo Archeologico nazionale di Napoli

Il castello di Baia, sede del museo Archeologico dei Campi Flegrei (foto Pafleg)

Doveva fare da battistrada, dal 24 maggio 2019, come una preview che anticipava, essendone complemento necessario, la grande mostra “Thalassa. Meraviglie dei Mari della Magna Grecia e del Mediterraneo”, inaugurata al museo Archeologico nazionale di Napoli il 12 dicembre 2020. Ma il successo riscontrato, ha convinto la direzione dei parco archeologico dei Campi Flegrei di prorogare al 9 marzo 2020 la mostra fotografica “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”, allestita all’interno del Castello Aragonese di Baia. La mostra, che il Parco Archeologico dei Campi Flegrei ha affidato a Teichos Archeologia, che ne ha curato la progettazione e la realizzazione, racconta, partendo dagli anni ’50, le prime fasi pionieristiche dell’archeologia subacquea in Italia, particolarmente nell’area Flegrea ed in Sicilia, con le grandi scoperte che ne sono derivate e che hanno dato impulso alla ricerca scientifica in questo campo e alla relativa applicazione delle tecnologie più avanzate, nonché alla nascita di strumenti di tutela specifici, fino a giungere alla costituzione della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana da parte di Sebastiano Tusa (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/30/al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-thalassa-meraviglie-sommerse-dal-mediterraneo-vetrina-delle-scoperte-dellarcheologia-subacquea-dal-1950-ad-oggi-viaggi/) .

Al castello di Baia la mostra fotografica “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea e in Sicilia” (foto Pafleg)

Proprio in occasione di questa proroga si rafforza la collaborazione tra Campi Flegrei e museo Archeologico nazionale di Napoli con una promozione congiunta che prevede l’applicazione di una scontistica sul biglietto di ingresso ai due istituti culturali. Nel dettaglio le tariffe speciali, offerte fino al 16 marzo prossimo, saranno le seguenti: il MANN applicherà lo sconto di due euro sul biglietto intero a tutti coloro che in biglietteria presenteranno il ticket di ingresso a uno dei siti del circuito flegreo o la “myfleg card” (l’abbonamento annuale del Parco Archeologico). Il parco archeologico dei Campi Flegrei invece, concederà la tariffa agevolata sia sul biglietto singolo (2 euro anziché 4 euro) sia su quello integrato (4 euro anziché 8 euro) a tutti coloro che alle biglietterie dei siti presenteranno il ticket del Mann o l’abbonamento annuale OpenMann. Contestualmente alla proroga, nell’ambito del programma “Il Parco della Scuola”, verranno proposti dei laboratori didattici gratuiti sul tema del mare a cura dei funzionari del Parco Archeologico. L’iniziativa è rivolta a studenti della scuola primaria e secondaria. I laboratori saranno costruiti attraverso l’attività pratica e il gioco, per condividere l’esperienza educativa con curiosità e creatività. Per maggiori informazioni è possibile inviare una mail al seguente indirizzo: pa-fleg.comunicazione@beniculturali.it

Il percorso multimediale della mostra “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea e in Sicilia” al castello di Baia (foto Pafleg)

Il percorso della mostra, che utilizza materiali video e fotografici d’epoca, con allestimenti multimediali e sensoriali, accompagna il visitatore in una realtà virtuale immersiva per un’esperienza unica ed evocativa. Il luogo in cui è ospitata la mostra, il museo Archeologico dei Campi Flegrei, collocato nel Castello di Baia, non è solo una suggestiva cornice ma esso stesso un elemento integrante e fondamentale di quanto accaduto in quegli anni. La mostra è un racconto fatto di documenti d’archivio, foto d’epoca e lettere dei protagonisti della ricerca subacquea, provenienti dagli archivi delle soprintendenze del ministero per i Beni e le Attività Culturali, da Istituti specializzati, da archivi privati, dalle Soprintendenze della Regione Siciliana. Spiega, attraverso i relitti ritrovati, come la ricerca sia riuscita a comprendere i flussi migratori e i rapporti commerciali lungo le coste, le relazioni tra i popoli, come siano stati individuati quei punti di partenza e di arrivo di genti, merci ed idee che hanno caratterizzato la storia del Mediterraneo, le sue città portuali, le mete del commercio, che sin dall’antichità sono stati luoghi nevralgici dei processi di trasformazione culturale. Il compianto Sebastiano Tusa, assessore ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana, ha lavorato con passione al progetto, agli eventi collegati e a questa stessa mostra, realizzata anche grazie alle sue fondamentali indicazioni. Questo appuntamento costituisce perciò anche un primo grande omaggio e un riconoscimento sentito rivolto alla memoria di un grande archeologo e soprattutto di un grande uomo.

Week end della Befana nei parchi archeologici dei Campi Flegrei, di Pompei e di Ercolano, e al museo Archeologico nazionale di Napoli: domenica 5 gennaio ingressi gratuiti, all’Epifania apertura straordinaria e iniziative per i bambini

Il castello Aragonese di Baia (Bacoli) sede del museo Archeologico dei Campi Flegrei

Il duo Luca Iovine e Marco Caiazzo al Castello di Baia

Week end della Befana nel Napoletano con la grande archeologia. Ricco il week-end dell’Epifania al Parco Archeologico dei Campi Flegrei che chiude gli eventi dell’iniziativa #ilparcodiNatale che accompagna il pubblico dal 7 dicembre 2019 alla scoperta del territorio. Si è iniziato sabato 4 gennaio 2020 al Castello di Baia con il concerto di Luca Iovine al clarinetto e Marco Caiazza alla chitarra. Il duo sarà immerso in una esplorazione non facile di un Novecento che si volge con delicatezza ad un passato rivisto in luce neoclassica e che risente di musiche di tradizioni e latitudini diverse facendo della contaminazione il suo tratto più caratteristico. In programma musiche di Egberto Gismonti (Água e Vinho, trascrizione di Marco Caiazza), Laurent Boutros (Amasia), Jan Freidlin (Mist Over the Lake), Giancarlo Sanduzzi (Tre Momenti di Danza Allegro Moderato (quasi tango) Come un Valzer Lento Allegretto Ritmico e Balcanico), Marco Caiazza (Retratos Ethos Arabesque), Astor Piazzolla (Café 1930 Fuga y Misterio, trascrizione di Marco Caiazza). La partecipazione è inclusa nel biglietto di ingresso ai siti.

Un gruppo di visitatori venti metri sotto la lava alla scoperta del Teatro Antico di Ercolano (foto parco Ercolano)

Domenica 5 gennaio 2020, alle 11, al Castello di Baia, “Arti in sintonia: archeologia, musica e teatro” con la visita alla sezione museale dedicata ai reperti provenienti da Liternum, a cura di Pasquale Schiano di Cola, funzionario responsabile dei Servizi educativi del Parco dei Campi Flegrei, e la performance musicale e teatrale degli allievi iscritti ai corsi proposti dall’Associazione Le Ninfe. Nella stessa giornata di domenica 5 gennaio 2020 al parco di Ercolano sarà accessibile il percorso al Teatro Antico, sepolto dall’eruzione del 79 d.C., e restituito ai visitatori dopo circa 20 anni dalla sua chiusura. Il Teatro fu il primo monumento ad essere scoperto nei siti vesuviani colpiti dal cataclisma ed i visitatori potranno accedervi scendendo a più di 20 metri sotto il materiale eruttivo, per ammirare il percorso concepito come una vera e propria esplorazione; potranno avventurarsi in un luogo unico e suggestivo, in cui sono presenti, oltre ai resti dell’antico edificio, reperti, graffiti lasciati nei secoli dai visitatori, che alla luce delle fiaccole attraversarono nel XVIII e XIX secolo le gallerie e i pozzi creati per penetrare nelle viscere dell’antica Ercolano. I visitatori vengono forniti dal parco archeologico di Ercolano di caschetti, cuffia per capelli, mantelline e torce da utilizzare nel percorso. Si raccomanda l’uso di scarpe chiuse, basse, resistenti ed impermeabili e di indossare maglie o giacche comode, da indossare prima della visita, dato il considerevole sbalzo termico da affrontare durante il percorso. Al percorso si accede con un biglietto di 10 euro, e particolarmente vantaggioso è il costo del biglietto per i ragazzi dai 18 ai 25 anni che potranno vivere l’esperienza con un biglietto di soli 2 euro.

Domenica 5 gennaio 2020, prima domenica del mese, nell’ambito delle iniziative promosse dal MiBACT #IoVadoAlMuseo e #domenicalmuseo, saranno aperti gratuitamente i seguenti siti: museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia, dalle 9 alle 14.20, ultimo ingresso alle 13; parco archeologico delle Terme di Baia, dalle 9 alle 16, ultimo ingresso alle 15; parco archeologico di Cuma, dalle 9 alle 16, ultimo ingresso alle 15; anfiteatro Flavio di Pozzuoli, dalle 9 alle 16, ultimo ingresso alle 15; Pompei, Oplontis e Stabia, dalle 8.30 alle 17, ultimo ingresso alle 15.30; Boscoreale, dalle 9 alle 17, ultimo ingresso alle 16; parco archeologico di Ercolano, dalle 8.30 alle 17, ultimo ingresso alle 15.30; museo Archeologico nazionale di Napoli, dalle 9 alle 19.30, ultimo ingresso alle 19.

Al castello di Baia la performance “Ti trovo cambiato” rielaborazione delle Metamorfosi di Ovidio

Lunedì 6 gennaio 2020, negli spazi suggestivi delle Terme di Baia, avrà luogo la performance “Ti Trovo cambiato”, un progetto di Dissonanzen sulle note di Six Metamorphoses after Ovid op.49 di Benjamin Britten, che vede impegnati Alessandra Petitti (danza e coreografia) e Tommaso Rossi (flauto) con la partecipazione di Asad Ventrella (gioielli). Due gli appuntamenti delle durata di circa 30 minunti: uno alle 11 e l’altro 12.30. La partecipazione è inclusa nel biglietto di ingresso ai siti. La suite di sei pezzi di Britten racconta con sintetici quanto efficaci gesti sonori sei delle storie più famose del capolavoro ovidiano. Lo stile delle composizioni diventa così perfetto per una rielaborazione coreografica, che riverberi nel linguaggio del corpo le minute articolazioni, i rapidi ed essenziali gesti di una partitura di straordinario fascino. Il mito ovidiano così rivive e naturalmente si ambienta negli spazi suggestivi delle Terme di Baia, ricchi di affascinanti riverberi fisici e della memoria. In occasione dell’Epifania, invece, i siti non osserveranno il giorno di chiusura, ma saranno eccezionalmente visitabili con regolare biglietto. Inoltre, per i bambini è prevista una piccola sorpresa a tema befana. In occasione dell’Epifania i siti del Parco archeologico dei Campi Flegrei non osserveranno il giorno di chiusura. “La Befana viene… al Parco!”: per ogni bambino che visiterà i siti del parco ci sarà una dolce sorpresa.

Il Padiglione della Barca a Ercolano (foto parco archeologico Ercolano)

Il giorno della Befana il parco archeologico di Ercolano sarà regolarmente aperto al pubblico e anche in questo giorno si potrà approfittare per visitare la mostra “SplendOri. Il lusso negli ornamenti ad Ercolano”, la preziosa collezione di circa 200 reperti, messaggeri di storia di antico artigianato e manifattura, oltre che dell’ulteriore valore acquisito per essere appartenuti agli abitanti dell’antica città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., e il Padiglione della Barca, che custodisce rari reperti che dimostrano lo stretto legame del sito di Ercolano al mare. In entrambe le giornate della domenica gratuita e del giorno della Befana i visitatori troveranno la gradita accoglienza della Proloco Hercvlanevm, che li accoglierà con bevande calde e dolci del territorio.

Una tavola della guida per bimbi “Thalassa. Tra mare e stelle” (foto Mann)

L’Epifania si festeggia anche al museo Archeologico nazionale di Napoli: per lunedì 6 gennaio 2020, in occasione delle aperture straordinarie degli istituti culturali nazionali promosse dal Mibact, il Mann organizzerà una giornata a misura dei bambini (e delle loro famiglie). Per promuovere l’exhibit sulle meraviglie sommerse dal Mediterraneo, sarà in dono all’infopoint dell’Archeologico, come fantasioso pensiero per la Befana, il racconto illustrato per bambini (6/10 anni) “Thalassa. Tra mare e stelle”. Questa particolare guida kids (ideazione e curatela: Servizi Educativi del Mann; testi: Roberta Bellucci ed Antonio Coppa; illustrazioni originali ad acquerello: Marianna Canciani) permetterà ai piccoli visitatori ed ai loro genitori di addentrarsi in un itinerario tematico, scoprendo le opere del Mann: i capolavori, inclusi nella mostra “Thalassa”, saranno in dialogo con i reperti normalmente esposti nelle collezioni del Museo. La sceneggiatura “Tra mare e stelle” proporrà due temi che il MANN intende valorizzare: l’ambiente e l’intercultura; se, ad inizio della storia, un Poseidone adirato non riconoscerà il Mare nostrum oggi invaso dalla plastica, un’attenzione particolare sarà dedicata alle antiche migrazioni, che avvenivano soprattutto attraverso i mari, con un esplicito riferimento alle vicende della fondazione greca di Napoli. L’efficacia didattica della guida sarà confermata dalla proposta di alcuni simpatici giochi enigmistici (crucipuzzle, “unisci i puntini” e labirinti, anch’essi tematici), pensati per fissare informazioni storiche e mitologiche, veicolandole in maniera semplice e divertente. Sempre per il 6 gennaio, previsto un ulteriore regalo della Befana: accompagnando i bambini al Mann, soltanto un genitore pagherà l’ingresso, mentre l’altro accederà gratuitamente.

Al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, vetrina delle scoperte dell’archeologia subacquea dal 1950 ad oggi. Viaggio con quattrocento reperti alla scoperta del Mediterraneo nelle sue varie accezioni: cultura, economia, società, religiosità, natura e paesaggio. La mostra esempio di collaborazione tra enti scientifici, amministrativi e privati

Le “costellazioni” illuminano e indicano il percorso della grande mostra “Thalassa” nel Salone della Meridiana al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” dal 12 dicembre 2019 al 9 marzo 2020

Le costellazioni indicano ancora la via. Ieri guidavano i navigli dei popoli che dalle sponde del Mediterraneo affrontavano il mare alla ricerca di approdi dove intessere rapporti commerciali, fondare nuove città, conquistare territori. Oggi, sospese nel “cielo” del Salone della Meridiana del museo Archeologico nazionale di Napoli, indicano ai visitatori della grande mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” (fino al 9 marzo 2020) la “rotta” per scoprire i tesori restituiti dal mare. E non sono costellazioni qualsiasi: sono proprio quelle scolpite sul globo sorretto dall’Atlante Farnese, capolavoro marmoreo del II sec. d.C. conservato al Mann, fulcro attorno al quale si sviluppa l’esposizione, dove la grande scultura è mostrato in un modo nuovo e insolito. “Un paravento riflettente”, spiega Simona Ottieri della Gambardellarchitetti che ha curato l’allestimento, “mostra, come in un caleidoscopio, le costellazioni contenute nella parte superiore della meravigliosa scultura. In un unico sguardo è così possibile vedere l’Atlante da più punti di vista”.

Le sculture ritrovate nei fondali della Grotta Azzurra a Capri (foto Mann / Giorgio Albano)

La grande mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, che rappresenta una vera e propria summa di quanto svelato dalla disciplina dell’archeologia subacquea dal 1950 sino ad oggi, raccoglie circa quattrocento reperti, provenienti da prestigiose istituzioni italiane ed internazionali. Centro simbolico della mostra – come si diceva – è l’Atlante Farnese: il percorso di visita, infatti, con particolarissimi artifici allestitivi e giochi di luce, segue le costellazioni rappresentate nella parte superiore della scultura, assecondando, in una suggestiva rotta artistica tra passato e presente, il modus dei naviganti antichi che orientavano il proprio viaggio seguendo il cielo. Filo conduttore di questo originale itinerario è la scoperta del Mediterraneo che, sin dalle radici storiche più remote delle civiltà occidentali, era interpretato (e vissuto) secondo diverse accezioni: cultura, economia, società, religiosità, natura e paesaggio sono termini legati, da sempre, al Mare Nostrum.

La locandina della mostra “Poseidonia città d’acqua: archeologia e cambiamenti climatici” a museo Archeologico nazionale di Paestum dal 4 agosto 2019 al 31 gennaio 2020

La firma del protocollo d’intesa per la mostra “Thalassa” nel luglio 2018 tra Paolo Giulierini (per il museo Archeologico nazionale di Napoli e il Parco Archeologico dei Campi Flegrei), Sebastiano Tusa, purtroppo scomparso tragicamente nel marzo 2019 (per l’assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana – Regione Sicilia) e Salvatore Agizza (per Teichos- servizi e tecnologie per l’archeologia)

Così il tema dell’interconnessione (di dimensioni temporali, discipline, contenuti scientifici e linguaggi della comunicazione) ha caratterizzato il progetto espositivo di “Thalassa”, sin dalla sua genesi: la mostra è nata, infatti, nel più ampio framework di collaborazione tra il Mann e l’assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana della Regione Siciliana; questa sinergia è stata resa possibile grazie all’impegno del prof. Sebastiano Tusa, archeologo di fama internazionale, scomparso tragicamente nella sciagura aerea di marzo 2019. “Teichos. Servizi e tecnologie per l’archeologia” ha elaborato il progetto scientifico dell’esposizione, curata da Paolo Giulierini, Sebastiano Tusa, Salvatore Agizza, Luigi Fozzati e Valeria Li Vigni. L’exhibit è stato promosso anche in rete con il parco archeologico di Paestum, sede della mostra “gemella” “Poseidonia. Città d’acqua” su archeologia e cambiamenti climatici (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/30/a-paestum-la-mostra-poseidonia-citta-dacqua-archeologia-e-cambiamenti-climatici-che-racconta-i-disastri-ambientali-futuri-scavando-nel-passato-remoto-e-la-storia-del-terri/), e con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, che ospita il percorso espositivo su “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area flegrea e in Sicilia”. La mostra ha ottenuto il patrocinio morale di ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione Campania, Comune di Napoli e Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno centrale (Napoli-Salerno-Castellammare di Stabia), università di Salerno, università “L’Orientale” e università Suor Orsola Benincasa di Napoli. L’esposizione è stata realizzata anche in collaborazione con la Scuola Archeologica di Atene, l’università di Bari, l’università “Parthenope”, ENEA ed INGV.

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

“Thalassa non è solo una mostra sul Mediterraneo antico”, spiega il direttore del Mann, Paolo Giulierini, “ma è, soprattutto, un esempio di metodo. Segna la fine dei biechi personalismi e mette al centro della questione la ricerca scientifica, il sostegno tra enti statali e territoriali, l’apporto delle Università, le professionalità dei giovani archeologi, le azioni innovative di aziende tecnologiche di natura privata. Le costellazioni del cosmo celeste dell’Atlante Farnese, simbolo della mostra, non sono dunque solo un riferimento alle rotte nel mondo antico ma, per noi, equivalgono ad una guida verso un nuovo corso. Quando l’alchimia dell’alleanza riesce, allora si raggiungono questi fondamentali risultati. Per questo non posso che ringraziare di cuore anzitutto il compianto Sebastiano Tusa, inventore della Soprintendenza del Mare, promotore dell’iniziativa e del protocollo tra Mann e Regione Sicilia. A lui e alla sua umanità sono dedicati l’esposizione e il catalogo. Analoga gratitudine va al Presidente Nello Musumeci e al Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, che da anni sostiene l’attività del nostro museo. Accanto a loro voglio sottolineare il lavoro dei tanti funzionari della Regione Sicilia, del direttore della Fondazione Federico II Patrizia Monterosso, i generosi prestiti e la collaborazione incondizionata dei soprintendenti Teresa Cinquantaquattro e Luigi la Rocca che permettono di far luce su anni di attività scientifica, fino alle clamorose scoperte delle navi del porto di Napoli nonché dei Direttori dei tanti Istituti autonomi: Fabio Pagano (Parco Archeologico dei Campi Flegrei), Gabriel Zuchtriegel (Parco Archeologico di Paestum), Carmelo Malacrino (Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria), Eva degli Innocenti (Museo Archeologico Nazionale di Taranto). A questi si aggiungono i tanti musei ed enti prestatori nazionali ed internazionali. Ed ancora voglio ricordare Cherubino Gambardella del Dipartimento di Architettura dell’Università Vanvitelli per le linee guida sull’allestimento, il Comune di Napoli, NextGeosolutions, Coelmo, ETT, Snav, Unicocampania, Città del Gusto Gambero Rosso. Un ringraziamento a parte va a Teichos, nella persona di Salvatore Agizza, per aver sostenuto buona parte del peso scientifico, curatoriale e organizzativo dell’intera operazione, Federico Baciocchi per il suo talento artistico e Luigi Fozzati, che si è fatto carico di raccordare tutti gli aspetti di curatela scientifica e di coordinamento editoriale della mostra, ad Electa per la stampa della guida e del catalogo e ai miei solerti colleghi del Mann”.

Il singolare allestimento a specchi che permette di apprezzare l’Atlante Farnese in tutte le sue sfaccettature (foto Graziano Tavan)

La mostra si snoda nel Salone della Meridiana presentando molte sezioni con temi legati al Mediterraneo antico, nelle quali dialogano reperti archeologici riemersi dalle acque, tecnologia, ricostruzioni: dai tesori al commercio, dal mito all’economia, dalla vita di bordo alle ville d’otium fino ai rinvenimenti nelle acque profonde il visitatore potrà avere un quadro aggiornato dello stato dell’arte dell’archeologia subacquea del Meridione. L’esposizione prosegue con una seconda sezione, ubicata nell’area sotterranea della Metropolitana, che accoglie nuove scoperte provenienti dall’area portuale di Neapolis. “Thalassa – continua Giulierini – disegna, nel complesso, rotte culturali di connessione tra tanti siti campani, del Meridione in genere e di altri paesi mediterranei. Si tratta di una connessione storica che però deve rafforzare l’idea che il Mare Nostrum è un ponte e non una separazione. In questo senso vanno intese anche le collaterali a questa mostra, che ci parlano di migranti napoletani e Ischitani fra fine Ottocento e primi del Novecento. Di più: il mare può essere una fonte di ispirazione letteraria e poetica da Omero in poi. Così andranno inquadrate le prossime presentazioni di libri di grandi autori che hanno scritto di mare, come Erri De Luca. Il mare è avventura, fascino dell’esotico, crocevia di culture: ed ecco la mostra su Corto Maltese che abbiamo ospitato al Mann qualche mese fa, nel quadro del progetto Obvia e della collaborazione con il Comicon Napoli, o la ragione della presenza di un Festival dedicato alla distesa blu che accompagnerà i giorni iniziali della mostra”.

“Il mare è, infine, ambiente da tutelare: nel percorso si succedono le fasi antiche e quelle future del Mediterraneo mentre, praticamente a fianco, la mostra “Capire il cambiamento climatico”, realizzata con il National Geographic, ci parla di quanto le plastiche e le altre forme di inquinamento insidino le nostre acque (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/09/il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-scende-in-campo-per-lambiente-con-la-mostra-capire-il-cambiamento-climatico-experience-exhibition-mix-tra-il-linguaggio/) . Alla fine del ragionamento possiamo concludere che tutti noi abbiamo un compito da svolgere: ripescare la pagella che si era portato dietro il bambino tragicamente annegato qualche mese fa. Questa pagella, in realtà, non lo riguarda: riguarda noi. Siamo noi sotto esame, ora: non avremo altre occasioni per dimostrare che anche la cultura può far crescere le persone, attraverso una ricerca che ci porti ad una maturazione non solo contenutistica ma etica. Anche noi possiamo dare un senso al nostro lavoro se lavoriamo per aprire le menti, insegnando che il mare deve essere esplosione di vita, non riferimento di morte. Oggi credo che, tutti insieme, con questa importante fatica, abbiamo intrapreso una buona rotta, seguendo la costellazione del Sapere che, guarda caso, è legato nell’etimo a sapidus, dunque salato e pertanto saporito. Ancora una volta – conclude Giulierini – torna in ballo il mare e ci dice di dare un senso a questa conoscenza, perché non sia insipida e priva di obiettivi finali”.

Alcuni reperti del prezioso carico della nave di Antikythera, naufragata tra il 70 e il 60 a.C. recuperati tra il 1900 e il 1901, e conservati al museo Archeologico nazionale di Atene (foto Graziano Tavan)

“Thalassa”: una mostra che crea rete. Il messaggio di tutela e valorizzazione del Mare nostrum, alla base del progetto scientifico di “Thalassa”, ha determinato la creazione di una rete sinergica tra soggetti pubblici e privati, che hanno cooperato, a differenti livelli, alla realizzazione della mostra. Il percorso sulle “Meraviglie sommerse del Mediterraneo” è stato anticipato da altri due importanti appuntamenti espositivi, caratterizzati da una grafica promozionale “Verso Thalassa”: da aprile a settembre del 2019, in collaborazione con il Salone del Fumetto Comicon e nell’ambito del progetto universitario “Obvia-Out of Boundaries Viral Art Dissemination”, è stata in calendario al MANN la mostra “Corto Maltese. Un viaggio straordinario”, celebrazione della creatività artistica di Hugo Pratt; ancora, da maggio a settembre, la Sala del Plastico di Pompei ha ospitato l’incursione dello street artist Blub, noto per aver rappresentato, su sportellini di ferro arrugginiti nei centri storici cittadini, personaggi famosi con la maschera da sub (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/06/02/lo-street-artist-blub-invade-il-cuore-di-napoli-con-ritratti-famosi-in-maschera-da-sub-e-al-mann-presenta-la-mostra-blub-larte-sa-nuotare-dove-le-sue-opere-dialogano-con-i/). Una meditazione sulla necessità di difendere l’ambiente marino è rappresentata dalla mostra “Capire il cambiamento climatico” che, sino al 31 maggio 2020, mostrerà al pubblico cause ed effetti del riscaldamento globale. Non soltanto arti visive, ma anche spettacolo: in tre giorni di eventi (5/8 dicembre 2019, con corollario prenatalizio il 20 dicembre), l’Archeologico ha promosso la kermesse “Muse al Museo. Speciale Thalassa”, una produzione FestivalMANN con perfomance e concerti ispirati al mare (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/04/muse-al-museo-speciale-thalassa-al-museo-archeologico-di-napoli-musica-spettacolo-e-performance-dedicati-al-mare-in-attesa-della-grande-mostra-sulle-meraviglie-sommerse-d/).

L’esposizione a Villa San Michele ad Amacapri sull’isola di Capri

La locandina dell’offerta ExtraMann

Questa focalizzazione programmatica, che ha anticipato la mostra nei tempi e nei contenuti, ha consentito di pianificare una comunicazione integrata fra diversi istituti culturali: se con il Parco Archeologico di Paestum è in corso un progetto di valorizzazione social delle mostre “Poseidonia. Città d’acqua” (a Paestum sino al 31 gennaio 2020), “Capire il cambiamento climatico” (all’Archeologico sino al prossimo 31 maggio) e “Thalassa”, anche tutti gli altri musei statali, che custodiscono opere con soggetto marino, saranno invitati a promuovere le proprie collezioni con un’unica grafica riferita alla mostra del MANN. La rete degli istituti culturali, abbracciati dal mare simbolico di “Thalassa”, coinvolgerà anche un altro importante monumento storico-artistico della nostra regione: la Villa San Michele ad Anacapri. La dimora del medico e scrittore Axel Munthe, oggi sede permanente delle istituzioni svedesi, è un capolavoro di architettura perfettamente integrato nel paesaggio dell’isola azzurra (il giardino della Villa è stato premiato come più bel Parco d’Italia nel 2014/2015): al suo interno, è presente una pregevole collezione di vasi, anfore ed oggetti artistici, tra cui figurano anche riproduzioni delle opere del MANN. Assecondando, dunque, una matrice culturale comune (Axel Munthe era uno studioso di archeologia e la sua Villa riflette, nell’assetto museale, questa passione) e una vocazione mediterranea condivisa, il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, e la soprintendente di Villa San Michele Kristina Kappelin, hanno firmato una convenzione che promuoverà una scontistica integrata tra i due siti. L’iniziativa è stata inserita nel più ampio quadro di eventi organizzati per ricordare i 70 anni dalla scomparsa di Axel Munthe. In occasione di “Thalassa” anche la rete Extramann si rafforzerà: ogni visitatore dei 16 siti partner (per l’elenco degli istituti aderenti, consultare https://www.museoarcheologiconapoli.it/en/extramann-partner/) potrà richiedere alla biglietteria del MANN un ingresso ridotto (9 euro), mostrando il ticket di uno degli istituti del circuito. Viceversa, il biglietto dell’Archeologico e la card Open Mann daranno diritto all’ ingresso scontato del 25% in tutti i siti Extramann.

Dal mondo della cultura all’imprenditoria: sempre seguendo le rotte della navigazione, a partire dai primi giorni di programmazione della mostra “Thalassa” e per tutto il 2020, sarà attivo l’accordo tra la compagnia SNAV ed il MANN. Non soltanto una convenzione di tipo commerciale, che consentirà uno sconto biunivoco ai visitatori del MANN ed ai clienti di SNAV, ma anche una comunicazione integrata nel moderno circuito on board delle unità della compagnia e nei video all’interno del Museo: un particolare spot spiegherà a visitatori e clienti che “L’arte ti fa viaggiare con SNAV” ed “Al MANN si arriva in aliscafo”. E sempre dal settore imprenditoriale campano provengono altre azioni di supporto alla mostra “Thalassa”: l’azienda COELMO, specializzata nella produzione di gruppi elettrogeni anche a basso impatto ambientale, ha dato un contributo alla realizzazione dell’esposizione, aderendo alla campagna a favore del Mecenatismo promossa con Artbonus. Ancora COELMO, in occasione della manifestazione Nauticsud 2020 (8/16 febbraio), brandizzerà il proprio stand anche con la grafica di “Thalassa”, allestendo un corner multimediale per diffondere i video in mostra. Infine, l’organizzazione della Mostra d’Oltremare per Nauticsud 2020 promuoverà, in rete con il MANN, una scontistica integrata per visitatori del Museo e della fiera, diffondendo anche contenuti multimediali di “Thalassa” nell’esposizione nautica curata da Afina. Dal Mecenatismo alla rete con il territorio: il Consorzio Unicompania metterà in vendita, da metà dicembre, il Ticket integrato del trasporto pubblico con la grafica dell’esposizione sulle “Meraviglie sommerse dal Mediterraneo”. Città del Gusto Napoli/Gambero Rosso, in qualità di partner ed in occasione del vernissage della mostra “Thalassa”, proporrà un percorso di degustazione di food e wine, selezionando protagonisti di eccellenza per promuovere la cultura gastronomica del territorio. L’azienda Next Geosolutions ha dato supporto per la realizzazione dei pannelli in mostra e dei video dedicati alle esplorazioni subacquee. ETT ha fornito i contenuti multimediali nella sezione “Relitti” dell’esposizione “Thalassa”.

“Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta…”: a Comacchio la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” in collaborazione con il Mann. Prima parte: dai versi di Omero alla scoperta di Troia, passando per il giudizio di Paride, la bella Elena, l’inascoltata Cassandra e il mito di Telefo

Locandina della mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” a Comacchio fino al 27 ottobre 2019

Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆως οὐλομένην, ἥ μυρί Ἀχαιοῖς ἄλγε’ ἔθηκε… “Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta, che (infiniti) lutti addusse agli Achei…”. Chi non ricorda dai tempi della scuola la traduzione di Vincenzo Monti del proemio dell’Iliade del poeta Omero? Anzi, del “primo poeta” come lui stesso scrive: “Il mio nome è Omero, il primo poeta. Canto la madre di tutte le guerre”. E la madre di tutte le guerre è la guerra di Troia, alla quale è dedicata un’interessante mostra aperta fino al 27 ottobre 2019 a Palazzo Bellini di Comacchio. Curata da Carla Buoite e Lorenzo Zamboni, da un’idea di Paolo Giulierini, Alice Carli e Roberto Cantagalli, la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” conferma la collaborazione tra il Comune di Comacchio e il museo Archeologico nazionale di Napoli, offrendo la possibilità di ammirare alcuni capolavori del patrimonio archeologico mondiale. Dopo la mostra “Lettere da Pompei. Archeologia della scrittura”, Palazzo Bellini ospita una nuova esposizione temporanea, ispirata alla più antica opera scritta dell’Occidente: l’Iliade. Sulla scia delle parole di Omero, la mostra “Troia. La fine della città, la nascita del mito” presenta, in una cornice evocativa, sculture, affreschi e vasi figurati originali che raccontano i miti e i personaggi dell’epico scontro. L’esposizione è ulteriormente arricchita da un prezioso reperto della raccolta cumana del museo Archeologico nazionale di Napoli, ora custodito nel suggestivo museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia.

Skyphos calcidese a figure nere, provenienza sconosciuta, 540 a.C. circa. Duello tra Achille (a sinistra) e Memnone (a destra), re degli Etiopi, alla presenza delle rispettive madri, la dea Teti e la dea Aurora. Conservato al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

E allora riprendiamo le parole di Omero prima di addentrarci nel percorso della mostra. “Seguitemi – scrive Omero – tra gli dei e gli eroi di un’epoca remota: vi canterò degli Achei armati di lancia: di Agamennone, crudele signore di popoli, e di suo fratello Menelao, dal grido possente; vi canterò di Achille piè veloce, simile a un dio, splendente nelle sue armi infallibili, e dell’amato Patroclo, guidatore di carri; ecco l’ingegnoso Ulisse, dalla mente fina, tessitore di inganni, e l’aitante Diomede, domatore di cavalli, dalla forza sovrumana; ed ecco i due Aiaci, il gigante Telamonio, e l’empio Oileo. Vi canterò l’eterno scontro con i Troiani, domatori di cavalli: ecco il vecchio re Priamo, nobile cuore, e accanto a lui Ettore, campione di Troia, sterminatore di uomini, dall’elmo lucente; ed ecco Paride, bello come un dio, abile con l’arco, ma dal cuore pavido, e al suo fianco Elena, la più bella delle donne, che ammalia al solo sguardo. Per lei le case bruciano, e le città cadono… Vi canterò di Enea, il figlio di Afrodite, la dea capricciosa le cui promesse d’amore portano gli uomini alla rovina; vi canterò di Cassandra, inascoltata profetessa di sventure, che con occhi dolenti già vede le fiamme lambire le mura di Troia. E nella mischia furibonda ecco scendere dall’Olimpo persino gli dei, schierati a fianco degli eroi: insieme ai Troiani combattono la celeste Afrodite, il saettante Apollo e il sanguinario Ares, mentre Era e Atena, potenti e vendicative, sono favorevoli ai Greci, e per loro Efesto, dio del fuoco, forgia armi invincibili… E al di sopra di tutti il Destino possente, che inesorabile decide le sorti degli uomini…”. I corpi degli eroi sono fredda cenere ormai – intervengono i curatori -, svanita è la memoria degli dei, ma il mito di Troia continua. Ecco la mostra.

Busto in marmo di Omero, Collezione Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Replica antonina (150-174 d.C.) da originale greco del I secolo a.C. (foto Giorgio Albano, Mann)

Omero, chi era veramente? Omero non è il nome di un poeta. È il nome di un collettivo di artisti, di una lunga schiera di aedi e cantori che per secoli hanno tramandato per via orale, arricchendola, un’antica materia epica. Omero, personaggio di cui non sappiamo nulla di certo, fu forse colui che per primo, verso l’VIII secolo a.C., fissò una parte di quel poema, componendo l’Iliade così come è arrivata fino a noi. L’Iliade è un’opera poetica che si ispira a vicende e personaggi risalenti a molti secoli indietro, ai periodi della civiltà micenea e della prima età del Ferro, tra la metà del II e gli inizi del I millennio a.C. Non racconta l’intera guerra di Troia, dalle premesse alla convulsa fine, ma, con una scelta narrativa sorprendente, solo una manciata di eventi che si svolgono nell’ultimo anno di conflitto: si concentra su alcuni episodi cruciali, legati ai principali eroi dei due schieramenti, Achille ed Ettore, e al loro rapporto con l’onore e la vergogna. Da un lato assistiamo al momentaneo ritiro di Achille dallo scacchiere bellico, offeso per un’ingiustizia subita che rischia di costare ai Greci la sconfitta definitiva. Dall’altro seguiamo la sorte tragica di Ettore, baluardo di Troia, ucciso e umiliato da Achille, quando finalmente costui tornerà in battaglia per vendicare la morte dell’amato Patroclo. Oltre all’Iliade, il ciclo troiano è composto da molti altri poemi, in parte oggi perduti, che narrano quello che accadde dopo l’uccisione di Ettore: la morte dello stesso Achille, la caduta di Troia, i viaggi di ritorno degli eroi. Da tremila anni i personaggi omerici continuano a popolare tragedie, poesie, romanzi, fumetti e film, rinnovando, nei secoli, la loro immortalità.

Cratere a figure rosse di produzione campana, da Frignano (Caserta), IV secolo a.C. La nascita di Elena dall’uovo, tra la madre Leda e un perplesso Tindaro, re di Sparta. Conservato al Mann (foto Patrizio Lamagna, Mann)

Tutta colpa della bella Elena… Il giudizio di Paride è a tutti gli effetti il primo concorso di bellezza della storia. Durante la festa di nozze di Peleo e Teti, futuri genitori di Achille, tra i divini convitati scoppia una grande contesa: una mela d’oro con la frase alla più bella rotola tra i piedi di tre invitate d’eccezione, Atena, Era e Afrodite. Subito tutte e tre si sentono chiamate in causa, pretendendo ognuna di essere la più bella. Il giudizio viene demandato ad un mortale, il bel Paride, ancora lontano dagli onori di corte e dal futuro di perdizione che lo attende. Il giovane non è però del tutto imparziale: pesa sulla sua scelta la promessa da parte di Afrodite dell’amore di Elena di Sparta, la cui bellezza era famosa in tutto il mondo. Elena ha tutto quello che rende una donna irresistibile secondo i canoni dell’epoca: bianche braccia, bella chioma, lungo peplo, ed è brava a tessere. La sua nascita ha del divino e prodigioso: dall’unione di Zeus con l’affascinante regina di Sparta, Leda (o secondo altre versioni del mito, con la dea Nemesi), emerse da un uovo, forma perfetta e simbolo di fecondità e rinascita. Icona dell’eterno femminino della cultura occidentale, Elena è in realtà una figura tragica, dotata di un fascino irresistibile, oggetto dei desideri e delle gelosie degli uomini, pedina nelle mani degli dei. La più bella tra le donne viene offerta come premio di un futile gioco tra dee capricciose, e scatenerà, suo malgrado, la crudele guerra, che infiniti lutti addusse agli Achei.

Affresco della Profezia di Cassandra, prima metà del I secolo d.C., da Pompei, Casa della Grata Metallica, Grande Triclinio. Al centro Cassandra, a sinistra, seduto, Priamo, con Paride col pomo della discordia, a destra Ettore, con la lancia. Conservato al Mann (foto Patrizio Lamagna, Mann)

La profetessa inascoltata. “Giungerà qui un’armata di guerra, e navi con le vele al vento riempiranno i lidi…”, scrive Quinto Ennio nel II sec. a.C. nella tragedia “Alexander”. Alle porte di Troia Cassandra, la più bella delle figlie del re Priamo, già vede le fiamme che avvolgeranno le mura della città. Il pomo della discordia, la promessa di Afrodite, l’incontro tra Paride ed Elena, la fuga dei due amanti a Troia, la guerra, la morte di Ettore, lo stratagemma del cavallo, la caduta della città: la triste fanciulla conosce già la sorte di ognuno, ma nessuno le darà credito. A Cassandra Apollo concesse in dono la capacità di vedere il futuro. La giovane non volle però cedere al suo amore, e il dio, offeso, si vendicò, privando di credibilità le sue profezie. Fiera e superba, Cassandra andrà incontro al proprio destino, lontano da Troia, da principessa ridotta a schiava, condannata, fino alla fine, a non essere creduta.

Rilievo neoattico in marmo pentelico, fine del I secolo a.C – inizi del I d.C., da Pompei, Casa del rilievo di Telefo. A sinistra, Achille consulta l’oracolo; a destra, Achille cura la ferita di Telefo. Conservato al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Telépheion tráuma / La ferita di Telefo. “…così od’io che solea far la lancia / d’Achille e del suo padre esser cagione / prima di trista e poi di buona mancia…” scrive Dante nel Canto XXXI (4-6) dell’Inferno. Telefo, figlio di Eracle, è il sovrano di Misia, regione confinante con il territorio di Troia, e sposo di una delle innumerevoli figlie del re Priamo. I Greci, salpati alla volta di Troia, approdano per sbaglio in Misia, e subito infuria lo scontro. Telefo guida i suoi con successo, ma viene ferito dalla micidiale lancia di Achille, un’arma creata dal centauro Chirone. La ferita è terribile e sembra non guarire mai, lasciando Telefo in preda al tormento. Ancora una volta è una profezia, un oracolo a svelare la soluzione: “Solo chi ha inferto la ferita la potrà curare”. Achille acconsentirà così a guarire Telefo che, grato, indicherà finalmente agli Achei la strada per Troia. Quello di Telefo è un mito secondario nelle vicende della guerra di Troia, ma ne rappresenta una fondamentale premessa. Telefo divenne oggetto di culto eroico nella città di Pergamo, in Misia, e le sue gesta sono raffigurate sul fregio del celebre, omonimo Altare conservato a Berlino.

Heinrich Schliemann con gli scavatori che stanno riportando alla luce l’antica Troia sulla collina di Hisarlik in Turchia

Heinrich Schliemann

Veduta d’insieme delle sale espositive del nuovo museo di Troia (foto dunyabizim.com)

La scoperta di Troia. Secondo la tradizione, il sito archeologico di Troia fu scoperto nel 1868 da Heinrich Schliemann, uno dei padri dell’archeologia, guidato solo dal suo intuito e con l’Iliade di Omero in mano, che lo aveva folgorato fin dall’età di 8 anni… In realtà la collina di Hisarlik (“il luogo della fortezza”), nell’attuale Turchia nordoccidentale, fu identificata come una possibile sede dell’antica Troia prima da Charles Maclaren e poi da Frank Calvert, viceconsole britannico e antiquario, che acquistò metà della collina e iniziò gli scavi nel 1865. Successivamente Schliemann venne a sapere degli scavi di Calvert, e decise di contribuire personalmente con le sue ingenti ricchezze. Schliemann era infatti un ricco mercante e uno spregiudicato uomo d’affari, oltre ad essere un grande appassionato di antichità greche. La sua “naturale inclinazione verso tutte le cose misteriose e meravigliose” delinea però più un romantico visionario che uno scienziato, cui va riconosciuta al più un’incrollabile determinazione. I suoi scavi a Hisarlik, dal 1870 al 1890, furono piuttosto dei brutali sterri, condotti con schiere di operai armati di pala, e delle rocambolesche ‘cacce al tesoro’, come quella del famoso “tesoro di Priamo”. Solo grazie all’opera dell’architetto Wilhelm Dörpfeld (1853-1940) si riuscì a trarre un primo spaccato sintetico del sito identificato con la Troia di Omero. Ma è soprattutto con l’avvento dell’archeologia moderna, prima con Carl Blegen (1887-1971) e poi con Manfred Korfmann (1942-2005) e gli scavi delle rispettive università di Cincinnati e Tubinga, che l’archeologia troiana ha compiuto enormi passi in avanti. Oggi gli scavi a Hisarlik sono ripresi sotto la direzione di Rüstem Aslan. Nel 1998 Troia è stata inserita nei siti del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, e nel 2018 è stato inaugurato a Çanakkale un grandioso nuovo museo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/11/20/a-troia-aperto-il-nuovo-museo-dellantica-ilio-il-2018-e-stato-dichiarato-dalla-turchia-lanno-di-troia-nel-ventennale-delliscrizione-nella-lista-del-patrimonio-dell/). Dopo 3000 anni di storia, e 150 anni di scavi, Troia non smette di attrarre la nostra attenzione.

“Canova e l’Antico”: la mostra-evento al Mann è l’occasione per approfondire il rapporto tra il Canova e Napoli, meta imprescindibile per gli artisti del Settecento richiamati dalle scoperte di Ercolano e Pompei. Ci accompagna l’esperto canoviano Giuseppe Pavanello

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Giuseppe Pavanello, grande esperto di Canova, e curatore della mostra “Canova e l’Antico” al Mann (foto Graziano Tavan)

La mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli sta per chiudere (ultimo giorno di visita sarà il 30 giugno 2019), ma una passeggiata nel cuore del capoluogo partenopeo sulle orme del grande artista veneziano è sempre possibile. Ad accompagnarci è Giuseppe Pavanello, curatore della mostra-evento al Mann, tra i massimi studiosi di Canova. “Sappiamo che dopo Venezia, sua patria, e Roma, dove fissò la sua residenza a partire dal 1780 e dove visse sin quasi alla morte”, scrive Pavanello, “Napoli è di certo la città con la quale Antonio Canova ebbe più relazioni. Del resto la capitale del regno borbonico era meta imprescindibile per qualsiasi artista nella seconda metà del Settecento, anche per la risonanza degli scavi di Ercolano e Pompei. È dunque il desiderio di ammirare le bellezze e le opere d’arte della città, di conoscere le antichità “ercolanesi” e di Paestum, che spinse il giovane scultore a recarsi a Napoli. Vi giunse il 27 gennaio 1780. L’artista ci consente di seguire, passo passo, i suoi itinerari grazie alle preziose note del suo secondo “Quaderno di viaggio”. La città gli apparve “veramente situata in una delle più amene situazioni del mondo”. Il giorno dopo l’arrivo scrive: “per tutto sono situazioni di Paradiso”, e rimane incantato, dopo aver visto il “nuovo giardino pubblico”, della “deliciosissima situazione di questo Paese”. Subito prende contatto con l’ambasciatore della Repubblica di Venezia, Gaspare Soderini, e s’incontra con una delle donne più belle e celebri del tempo – parola, fra gli altri, dell’imperatore Giuseppe II – la veneziana Contarina Barbarigo, esiliata dalla Serenissima per la libertà dei suoi costumi, che alloggiava all’albergo Reale in largo Castello”.

Carlo di Borbone: promosse gli scavi di Ercolano e Pompei

Autoritratto di Canova scultore conservato alla Gypsoteca di Possagno (Tv)

“Visita sistematicamente le chiese – ricorda Pavanello – e, per prima cosa, si fornisce di una guida della città, forse la Guida di Napoli di Pompeo Sarnelli (pubblicata nel 1772), e che troviamo presente nella biblioteca di Canova, come l’altra Guida, pure di Sarnelli, dedicata a Pozzuoli, Baja, Cuma. Frequenta i teatri, dà una dettagliata descrizione della “famosa mascherata del Re” che figurava quell’anno il viaggio del Sultano alla Mecca. Nella cappella Sansevero: invece che la Pudicizia del veneto Antonio Corradini, gli “parve di più merito” il Cristo morto di Giuseppe Sanmartino. L’artista visita la galleria di Capodimonte e il Museo di Portici: come a dire una delle più belle raccolte di pittura d’Europa e il museo d’avanguardia, in cui erano state riunite le antichità ritrovate negli scavi recenti, approfitta del permesso di disegnare il nudo all’Accademia, ma osserva che la scuola “è male diretta, essendo li giovani troppo pieni di libertà, che li sembrano di essere in strada”. Non poteva mancare l’escursione sul Vesuvio e il 14 febbraio si reca a Pompei “sito che si sta scavando presentemente”, a Salerno e a Paestum. È quindi la volta degli scavi di Portici e di Pozzuoli, dell’antro della Sibilla, di Baia, della solfatara. Il 28 febbraio lascia Napoli per Caserta e per Capua: ritorna a Roma”.

Il gruppo “Adone e Venere” di Antonio Canova: da questo gesso (oggi in collezione privata) Canova fece il marmo che fu posto nel tempietto di casa Berio a Napoli (foto Graziano Tavan)

Il gruppo “Ercole e Lica” di Canova, bronzo oggi all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

“Occorreva, tuttavia, perché si potesse instaurare un rapporto privilegiato – sottolinea Pavanello -, una grande occasione, e questa fu l’accordo stipulato con il marchese Francesco Berio patrizio genovese residente a Napoli per scolpire il gruppo in marmo di Adone e Venere: un’idea già elaborata da Canova che piacque a Berio e per 2000 zecchini la portò nel suo tempietto, a Napoli, dove una interminabile processione di intendenti e di curiosi si recò in pellegrinaggio. Carlo della Torre, uno dei più autorevoli critici dell’epoca, esaltò l’artista come Prassitele redivivo, cogliendo la componente neoellenistica dell’ “antico” canoviano. Nello stesso 1795, quando il gruppo di Adone e Venere giunge a Napoli, inizia l’avventura dell’Ercole e Lica, un altro gruppo, questa volta colossale. Canova, allora in città, propone a don Onorato Gaetani dell’Aquila d’Aragona duca di Miranda di eseguire per lui una scultura raffigurante Ercole e Lica, per confrontarsi, ed è la prima volta, nel genere “forte” o “fiero”, come lo connotavano i contemporanei. Non casualmente l’opera era prevista per Napoli, dove si conservava il colossale “Ercole Farnese”, di cui lo scultore intendeva creare un equivalente moderno, anche nelle dimensioni, mentre per la soluzione compositiva, l’artista guarda piuttosto a un altro importante marmo delle raccolte farnesiane, che erano state trasferite da Roma a Napoli nel 1792, il cosiddetto “Atamante e Learco” o “Ettore e Troilo”, o “Commodo”, ancor oggi conservato nel museo Archeologico. Il modello fu realizzato prontamente ma la vicende della scultura furono travagliate e la scultura finita non arrivò mai nella città campana. Il gruppo alla fine andò a Roma, richiesto nel 1801 dal banchiere Giovanni Torlonia, nel cui palazzo fu collocato nel 1815”.

La colossale statua di re Ferdinando IV di Borbone, realizzata da Antonio Canova, che troneggia al museo Archeologico nazionale di Napoli

“All’inizio del 1800 – riprende Pavanello – si riannodano i rapporti con Napoli. Il re in persona, Ferdinando IV di Borbone, volle esser effigiato da Canova. Il sovrano intendeva lanciare l’immagine di Napoli, città di fondazione greca, quale nuova Atene e nuova Roma, in cui convivevano l’antico – dagli scavi ercolanesi alla raccolta di marmi farnesiani – e il moderno: e pure qui le collezioni Farnese giocavano un ruolo essenziale. La statua di Ferdinando IV ebbe una storia complessa, e, sebbene Canova si fosse alacremente messo al lavoro – tanto che già nell’ottobre 1800, dopo il modellino in gesso di Possagno, era compiuto il modello colossale e nel 1803 anche la sbozzatura del marmo – l’avvento sul trono napoletano della dinastia Bonaparte nel 1806 determinò un brusco arresto dell’impresa. Si dovette arrivare al 1815, al ritorno quindi del legittimo sovrano a Napoli con il nome di Ferdinando I re delle due Sicilie, perché si parlasse di riprendere l’opera, terminata quattro anni dopo, e spedita via mare a Napoli alla fine del 1819. Nel 1821, finalmente, la gigantesca statua veniva collocata nel museo Borbonico (ex Palazzo degli Studi; l’attuale museo Archeologico nazionale), a cura dell’architetto Pietro Bianchi, nel luogo indicato da Canova stesso: una nicchia dello scalone monumentale, dove da poco è finalmente tornata”.

L’Ercole Farnese, statua monumentale conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

“Canova, rispetto all’ “Adone e Venere” e all’ “Ercole e Lica”, cambia ancora”, fa notare Pavanello: “qui vuol imporre, secondo il modello antico prescelto, un’immagine di severa grandiosità. Proprio per questo piacque a Carl Ludwig Fernow, che rimproverava di solito ai marmi canoviani una certa gracilità: “l’atteggiamento è nobile e fermo, e questa statua, alta all’incirca 15 palmi, è fra le opere migliori di Canova”. Per l’altezza, lo scultore prende ancora a modello l’Ercole Farnese, che superava i tre metri come farà di lì a poco anche per la statua di “Napoleone I come Marte pacificatore”. L’attenzione dell’artista si focalizza sul panneggio che ammanta la figura del sovrano, con il braccio sinistro puntato sul fianco, interamente nascosto nella stoffa. Ma si tratta pur sempre di un ritratto: ecco allora emergere il volto icasticamente caratterizzato. Siamo a un vertice nella statuaria proprio a cavallo dei due secoli: l’Ottocento veniva ad aprirsi con un capolavoro che andava a integrarsi con altri marmi di prim’ordine, sempre differenti tra loro, dai Pugilatori al Perseo trionfante”.

Bozzetto del Canova per il monumento equestre di Carlo III Borbone (foto Graziano Tavan)

Seguiranno per Napoli: la statua equestre bronzea di Carlo III di Borbone (1815), che doveva essere in realtà di Napoleone – ma, realizzati i gessi del cavallo e del condottiero, il nuovo vento politico impose un cambio di personaggio per l’opera finita – e l’avvio di quella per Ferdinando I, per la quale Canova riuscì a realizzare solo il Cavallo; quindi i busti di Carolina e Gioacchino Murat (1813) e la raffinatissima Erma di Vestale (ora al Getty Museum di Los Angeles) commissionata dal conte Paolo Marulli d’Ascoli. Il monumento funerario al marchese Berio non fu mai completato a causa della sopraggiunta scomparsa dello scultore nel 1822 e venne utilizzato da monsignor Giambattista Sartori Canova, fratellastro dello scultore, come tomba per Canova e per se stesso nel Tempio di Possagno.