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Apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Il mondo che non c’era” con i capolavori della collezione Ligabue dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane, dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé. Il confronto tra culture e mondi diversi rientra nel progetto “Classico/anticlassico” voluto dal direttore Paolo Giulierini

La mostra”Il mondo che non c’era” della collezione Ligabue apre al Mann di Napoli

Dopo Firenze e Rovereto, l’arte precolombiana della collezione Ligabue sbarca a Napoli. Il 16 giugno 2017 apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra che ci fa conoscere “Il mondo che non c’era”, straordinaria esposizione (si potrà visitare fino al 30 ottobre 2017) promossa dalla fondazione Giancarlo Ligabue dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni nel continente americano prima dell’incontro con gli europei. Dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé: un’apertura al confronto tra mondi e culture diverse che ben si colloca nel filone programmatico di eventi “Classico /Anticlassico” inserito nel piano strategico del Mann dal già direttore Paolo Giulierini. I capolavori della Collezione Ligabue ci accompagnano in uno spettacolare viaggio nelle civiltà precolombiane, alle quali ci legano alcune passioni: dal gioco del “pallone” al pomodoro. “Queste cose son più belle che delle meraviglie […] Nella mia vita non ho mai visto cose che mi riempissero di gioia come questi oggetti”. Così scrive nel 1520 Albrecht Dürer di fronte ai regali di Montezuma a Cortes, giunti a Bruxelles da quel continente lontano, sconosciuto fino a pochi decenni prima.

Maschera funebre in rame ricoperta da lamina d’oro (Perù, 1300 d.C.) simbolo della mostra “Il mondo che non c’era”

Tra la fine del XV e gli albori del XVI secolo l’Europa viene scossa da una scoperta epocale: le “Indie”, “Il mondo che non c’era”. Un fatto che scardina la visione culturale del tradizionale asse Roma – Grecia – Oriente; l’incontro di un nuovo continente e, secondo l’antropologo Claude LéviStrauss, l’evento forse più importante nella storia dell’umanità. Fu il grande esploratore Amerigo Vespucci a comprendere per primo che le terre incontrate da Cristoforo Colombo nel 1492 non erano isole indiane al largo del Cipango (Giappone) e neppure le ricercate porte dell’Eden, ma un “Mundus Novus”, un nuovo continente che pochi anni dopo alcuni geografi che lavoravano a Saint-Denis des Voges vollero chiamare, in suo onore, “America”. Si tratta di culture che in molta parte devono ancora essere studiate e comprese: annientante, annichilite e ignorate per lunghi anni dopo la scoperta di quelle terre, da parte dei Conquistadores ammaliati solo dalle ricchezze materiali, responsabili di stragi e razzie.

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra “Il mondo che non c’era”

Ora un corpus di capolavori straordinari – dalle rarissime maschere in pietra di Teotihuacan ai vasi Maya d’epoca classica, dalle statuette antropomorfe della cultura Olmeca, che tanto affascinarono Frida Kahlo e gli artisti surrealisti, alle Veneri ecuadoriane di Valdivia, dalle sculture azteche a straordinari oggetti in oro – sarà esposto al pubblico per la prima volta grazie a questo progetto.  Tutto questo è contenuto in una delle collezioni più complete e importanti in quest’ambito in Italia: la Collezione Ligabue. A poco più due anni dalla scomparsa di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) – imprenditore ma anche paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore e appassionato collezionista – questa esposizione vuole infatti essere anche un omaggio alla sua figura da parte del figlio Inti Ligabue che, con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata, continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione, dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha anche dato vita negli anni, con acquisti mirati, a un’importante collezione d’oggetti d’arte, espressione di moltissime culture.

Capolavori precolombiani nella mostra “Il mondo che non c’era”

Una parte di questa collezione è il cuore della mostra che giunge a Napoli, curata da Jacques Blazy specialista delle arti pre-ispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud, e che vanta tra i membri del comitato scientifico anche André Delpuech, Direttore del Musée de l’Homme-Muséum d’Histoire Nationale Naturelle di Parigi e già responsabile delle Collezioni delle Americhe al Musée du quai Branly, e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig anche membri del comitato scientifico della Fondazione Giancarlo Ligabue.

Apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Amori divini”, focus sul mito greco, secondo capitolo della collaborazione tra il Mann e gli Scavi di Pompei dove è in corso la mostra “Pompei e i Greci”. I vasi del Mann in mostra dal 2018 protagonisti della nuova sezione sulla Magna Grecia

Il manifesto della mostra “Amori divini” con il “Ratto di Ganimede” di Anton Domenico Gabbiani conservato agli Uffizi

La collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli e la soprintendenza di Pompei sui rapporti tra l’area vesuviana e il Mediterraneo si arricchisce di un nuovo capitolo. A poco più di un mese di distanza dall’apertura della mostra “Pompei e i Greci” nella palestra grande dell’area archeologica di Pompei (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/), che racconta l’incontro della città italica di Pompei con il mondo greco, il 7 giugno 2017 si inaugura  al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Divini amori”, voluta da Paolo Giulierini, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, e promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dal Mann con l’organizzazione di Electa.La mostra, che rimarrà aperta fino al 16 ottobre 2017, indaga i meccanismi di trasmissione e ricezione del mito greco attraverso i secoli presentando circa 80 opere, provenienti dai siti vesuviani e, più in generale, dalla Magna Grecia, e da alcuni tra i più prestigiosi musei italiani e stranieri (tra gli altri, l’Ermitage di San Pietroburgo, il musée du Louvre di Parigi, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e il Kunsthistorisches Museum di Vienna).

“Ganimede e l’aquila”, gesso dall’Accademia di San Luca di Roma, tra l opere che saranno esposte nella mostra “Amori divini” al Mann

L’esposizione propone un percorso nel mito greco e nella sua fortuna attraverso storie che hanno due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione. Traendo ispirazione dal vastissimo repertorio pompeiano, la mostra racconta i miti amorosi accomunati da un episodio fondamentale: almeno uno dei protagonisti, uomo o dio, muta forma trasformandosi in animale, in pianta, in un oggetto o in fenomeno atmosferico. A partire dalla letteratura e dall’arte greca, attraverso il poema delle “forme in mutamento” di Ovidio, fino alle più contemporanee interpretazioni della psicologia, i miti di Danae, Leda, Dafne, Narciso, fino al racconto straordinariamente complesso di Ermafrodito, sono parte dell’immaginario collettivo. Accanto ai vari manufatti antichi di soggetto mitologico – pitture parietali e vascolari, sculture in marmo e in bronzo, gemme e preziose suppellettili – per ciascun mito viene proposto un confronto con una selezione di opere di periodi più recenti. Infatti oltre 20 opere tra dipinti e sculture, con particolare attenzione all’arte del XVI e XVII secolo, illustrano i momenti fondamentali della ricezione moderna del mito e ne mettono in luce evoluzioni, modifiche e ampliamenti. Artisti quali Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo e molti altri ancora permettono non solo di seguire la fortuna del mito greco fino ad epoche a noi più vicine, ma anche di comprendere il ruolo che, in questa tradizione, giocano le fonti letterarie ed iconografiche antiche.

“Io e Argo”, dipinto proveniente da Pompei e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Il percorso della mostra, che occupa le sale del museo attigue al salone della Meridiana, caratterizzate da splendidi sectilia e mosaici antichi inseriti nei pavimenti, presenta inoltre una importante campionatura della collezione vascolare del Mann, che sarà nuovamente visibile per quanto riguarda le opere provenienti dalla Magna Grecia con il prossimo riallestimento (2018) di quella collezione del Museo, il cui progetto scientifico è curato da Enzo Lippolis e che comprenderà accanto ai vasi, bronzi, terrecotte, ori e lastre tombali dipinte.

Museo Archeologico nazionale di Napoli, dopo sei anni, riaperta con nuovo allestimento la sezione Epigrafica, una delle più prestigiose collezioni al mondo: 300 iscrizioni (greche, latine, italiche) tra cui – vera novità – le scritte dipinte o graffite sui muri di Pompei

Edicola funeraria con iscrizione latina esposta nella rinnovata sezione epigrafica del Mann

La guida Electa della sezione Epigrafica del Mann

Si potranno finalmente ammirare le cosiddette Tavole di Eraclea, le Laminette orfiche di Thurii e la Meridiana delle Terme Stabiane di Pompei in lingua osca: vere icone mondiali nell’ambito dell’epigrafia. E poi le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei: manifesti elettorali, annunci di giochi, declamazioni poetiche, sconci disegni, tra le novità del percorso della sezione Epigrafica riaperta il 30 maggio 2017, dopo sei anni, al museo Archeologico nazionale di Napoli: esposte oltre 300 opere di una delle più prestigiose collezioni al mondo d’iscrizioni greche, latine e italiche, documenti eccezionali per la storia della scrittura e della storia del passato, con particolare riferimento alla Campania all’Italia centro-meridionale, con un allestimento completamente rivisto, corredato da nuovi apparati didattici cartacei e multimediali, e accompagnato da una specifica guida edita da Electa. Il lavoro è stato condotto con la curatela scientifica di Carmela Capaldi, dell’università Federico II di Napoli, e di Fausto Zevi, emerito dell’università La Sapienza di Roma e accademico dei Lincei, e il coordinamento di Valeria Sampaolo, capo conservatore delle collezioni del Mann. Dopo la sezione Egiziana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/02/i-faraoni-tornano-a-napoli-dopo-sei-anni-di-chiusura-riapre-la-sezione-egiziana-del-museo-archeologico-di-napoli-1200-reperti-la-piu-antica-collezione-egizia-deuropa-nata-nel-1821-come-rea/) e in attesa di poter ammirare nel 2018 i capolavori della Magna Grecia, ecco, dunque, un ulteriore importante momento di crescita del Museo napoletano sotto la guida di Paolo Giulierini già direttore del Mann dalla fine del 2015 .

Un’iscrizione dipinta proveniente da Pompei ed esposta al museo Archeologico nazionale di Napoli

Le iscrizioni, spiegano gli archeologi, sono alla base della ricostruzione delle vicende storiche: “spaccati luminosi di vita quotidiana, di pratiche religiose, cardini della giurisprudenza antica alla base del nostro sistema legislativo”. La riaperta sezione, come si diceva, ospita oltre trecento epigrafi, alcune particolarmente rare, altre quasi dimenticate se non addirittura date per scomparse, che spaziano dal VI sec. a.C. al IV sec. d.C. nelle diverse lingue, greco, latino, osco, umbro, nord-sabellico, che riguardano un ampio contesto meridionale, visto il ruolo centrale del Real Museo Borbonico. Testimonianze scritte su materiali lapidei o su metalli, alle quali si aggiungono – novità assoluta di questo allestimento – le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei, testimonianza particolarmente toccante della vita pubblica e privata dei romani, di norma difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani: i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori,  declamazioni poetiche cui spesso si sovrappongono disegni rozzi o sconci.
Testimonianze in varie lingue antiche. Dalla documentazione in lingua greca con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura  greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa (Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano.  Eccezionale è poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico) come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C, documento tra i più antichi della lingua umbra, o quella nord-sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C. Mentre della lingua osca, formatasi probabilmente in Campania tra il V e il IV secolo a. C. per abbracciare i popoli di  ceppo sannitico (base etrusca e numerose influenze dal greco e dal latino) il Mann conserva i testi più lunghi e complessi tra quelli finora rinvenuti, come la Tabula Osca Bantina e il Cippo Abellano.

Una delle Tavole di Eraclea, lastra in bronzo del I sec. a.C.

E veniamo alle top star. Le Tavole di Eraclea (I sec. a.C.), qui esposto un calco moderno della parte latina nella sala dedicata alla romanizzazione (gli originali saranno nella sezione della Magna Grecia), sono lastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, che furono rinvenute nel 1732 in Basilicata, nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota. “Il loro ritrovamento”, ricordano i curatori, “fu un vero evento e il fatto che i reali Borbonici, in fuga a Palermo nel 1798,  abbiano voluto nel 1806 portare in Sicilia, insieme a sculture, dipinti e gioielli, anche queste pesanti lastre dimostra quanta importanza “politica” fosse loro attribuita, quali strumenti di legittimazione della nuova casa regnante (i Borbone erano saliti al trono del regno autonomo delle Due Sicilie nel 1734), degna erede dei territori che avevano costituito la Magna Grecia – il cui appellativo di origine  pitagorica andava inteso come “doctrinarum magnitudine” – grande per qualità intellettuali e non per estensione geografica”.

Una delle laminette orfiche n oro ritrovate a Thurii e conservate al Mann

Le laminette di Thurii, in lingua greca, sono invece sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica. Ma vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al Mann) della cosiddetta Tavola Bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali; oppure il Menologium rusticum Colotianum (I sec d. C.) uno dei due soli esempi di calendari agricoli romani che ci sono pervenuti, documento eccezionale per la rarità e lo stato di conservazione che ci fornisce preziose indicazioni sulla scansione delle attività stagionali e dei riti connessi. Riti, costumi, trasformazioni urbane, leggi e commerci,  divinità e uomini, siano essi personaggi pubblici, commercianti, notabili o atleti, mogli, sacerdotesse o prostitute: le testimonianze epigrafiche ci narrano e ci fanno scoprire i molteplici aspetti e protagonisti del mondo antico, basti pensare agli archivi di tavolette cerate rinvenute a Pompei nel 1875 e a Ercolano negli anni trenta del Novecento e a come essi restituiscono uno spaccato unico della vita sociale ed economica della prima età imperiale (tra il 40 e il 79 d.C.) ma anche anticipino abitudini molto attuali.

 

Napoli e Pompei: museo Archeologico nazionale e scavi. Bilancio di una partnership preziosa: mostre, collaborazioni internazionali, restauri, riaperture, e una grande risposta del pubblico. Dopo l’Egitto, ora si affronta il rapporto con la Grecia

Il soprintendente Massimo Osanna e il direttore Paolo Giulierini presentano sotto il Toro Farnese programmi e bilanci degli Scavi di Pompei e del museo Archeologico nazionale di Napoli

Progetti di mostre ambiziosi, numeri di presenze da capogiro: dati resi noti in occasione della presentazione delle due mostre più prossime da parte del direttore generale della soprintendenza Pompei, Massimo Osanna, e del direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini: Pompei e i Greci (Scavi di Pompei, Palestra Grande, 12 aprile – 27 novembre 2017) e Amori divini (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, 7 giugno – 16 ottobre 2017). Ma vediamo con ordine programmi e bilanci, in parte già descritti da archeologiavocidalpassato.

“Ganimede e l’aquila”, gesso dall’Accademia di San Luca di Roma, tra l opere che saranno esposte nella mostra “Amori divini” al Mann

Pompei e le civiltà del Mediterraneo: un progetto espositivo pluriennale Dopo la grande mostra su Pompei e l’Europa, allestita nel 2015 in due sezioni al museo Archeologico nazionale di Napoli e nell’Anfiteatro di Pompei, la soprintendenza di Pompei e il museo Archeologico nazionale hanno ideato e promosso, in stretta collaborazione, un progetto espositivo esteso, con l’organizzazione di Electa. Un programma di grande valore che si inserisce in una ampia riflessione di approfondimento sulle relazioni di Pompei con le grandi civiltà affacciate sul Mediterraneo. Il primo capitolo Egitto Pompei, nel 2016, articolato in tre esposizioni (Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano, Torino, Museo Egizio; Egitto Pompei, Scavi di Pompei, Palestra Grande; Egitto Napoli. Dall’Oriente, Napoli, Museo Archeologico Nazionale), ha raccontato influssi e innesti spirituali, sociali, politici e artistici originati da culti ed elementi di stile nati o transitati per la terra del Nilo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/). Nella primavera 2017, la secondo tappa del progetto vede protagonista la Grecia, nel suo rapporto con Pom­pei, la Campania e il mondo romano.  Il 12 aprile (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/), la mostra Pompei e i Greci, curata dal direttore generale soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (università della Campania Luigi Vanvitelli), racconta al pubblico le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediter­raneo greco, mettendo a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Il 7 giugno, inaugura al Mann la mostra Amori divini, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, che illustra i miti di trasformazione o metamorfosi e la loro rilet­tura da parte del mondo romano, permettendo al contempo di mostrare molti dei capolavori del Museo sotto nuova luce, in una collocazione diversa da quella consueta, come tessere più lontane di racconti che dall’antichità arrivano fino a noi anche attraverso opere del Rinascimento e del Neoclassicismo.

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

Strategie di condivisione e di rete Dopo la prima collaborazione internazionale per la mostra itinerante Pompeii. The Exhibition, negli Usa fino a maggio 2018, il 10 novembre 2016 è stato siglato a San Pietroburgo un accordo di collaborazione che lega per i prossimi quattro anni Ermitage, soprintendenza Pompei e museo Archeologico di Na­poli (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/16/mostre-convegni-restauri-scavi-archeologici-scambi-culturali-siglato-protocollo-di-collaborazione-tra-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-gli-scavi-di-pompei-e-il-museo-ermitage-di-san-pie/): oltre allo scambio di opere per la realizzazione di mostre congiunte, le tre istituzioni lavoreranno insieme per condividere esperienze e competenze nel campo dello scavo archeologico, per organizzare conferenze scientifiche, seminari e tavole rotonde, confrontandosi sull’utilizzo delle nuove tecnologie per la conservazione, fruizione e valorizzazione del patrimonio culturale. In particolare sarà presentata all’Ermitage, nel 2018, una importante mostra su Pompei e i suoi riflessi nella cultura dell’Impero Russo. Il Mann, oltre all’importante rapporto strutturato con il Getty Museum di Los Angeles, ha potenziato il dia­logo con fondazioni private (Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo e Fondazione Ligabue) e con associazioni (Scarlatti, Astrea, Festival Barocco) che hanno contribuito alla crescita del numero di visitatori e continuano a farlo.

A sei anni dalla chiusura, riapre la Collezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli

Dalla mostra alla collezione permanente Nell’ambito del progetto espositivo dedicato alle civiltà del Mediterraneo, la nuova sezione del museo Archeo­logico Egitto Napoli. Dall’Oriente è stata funzionale alla riapertura della Sezione Egizia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/02/i-faraoni-tornano-a-napoli-dopo-sei-anni-di-chiusura-riapre-la-sezione-egiziana-del-museo-archeologico-di-napoli-1200-reperti-la-piu-antica-collezione-egizia-deuropa-nata-nel-1821-come-rea/) e della Sezio­ne Epigrafica (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/06/grandi-riaperture-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-con-la-sezione-egiziana-torna-fruibile-la-sezione-epigrafica-collezione-di-iscrizioni-greco-romane-tra-le-piu-prestigiose-al-mondo-dalle/), riallestite per l’occasione e secondo un itinerario articolato per temi: sono state così esposte testimonianze della diffusione del culto isiaco a Ercolano, a Capua, ancora a Pompei, recuperando opere famosissime (come gli affreschi con cerimonie isiache da Ercolano, o le coppe di ossidiana da Stabia) o opere ritenute disperse (come la nicchia isiaca dai praedia di Giulia Felice a Pompei), ripresentando attestazioni dei contatti con i Nabatei della penisola Arabica devoti a Dusares, scoperte a Pozzuoli negli anni del regno di Carlo di Borbone e già esposte all’Herculanense Museum, o le iscrizioni della necropoli ebraica di Napoli mostrate per la prima volta al pubblico dall’epoca della loro scoperta.

Gli scavi di Pompei nel 2016 sono stati frequentati da quasi 3milioni 300mila visitatori

2016: numeri in crescita Il 2016 ha visto un importante incremento degli ingressi nei luoghi della cultura statali, crescita nella quale il sud gioca un ruolo importante: la Campania, al secondo posto della classifica delle regioni con il maggior numero di visitatori nei musei statali, ha registrato oltre 8 milioni di ingressi. Per la visita agli Scavi di Pompei sono stati staccati 3.283.740 biglietti, mentre al museo Archeologico nazionale 452.000, con un aumento di circa 102.000 visitatori rispetto al 2015. Al Mann, la crescita del numero di visitatori è stata sicuramente favorita – oltre che da una innovativa cam­pagna di comunicazione attraverso le varie forme d’arte del progetto Obvia (cartoon, fumetti, spot d’autore, grandi testimonial come Erri De Luca) – da mostre importanti (Mito e Natura, Carlo III), esposizioni di arte con­temporanea (Giorni di un futuro passato di Adrian Tranquilli) e mostre di oggetti conservati nei depositi (Mostra su Ercole liberato). Tra le varie iniziative promosse dal museo ricordiamo la riapertura al pubblico dei giardini storici, conferenze e iniziative dedicate (Festival Fuoriclassico, Festival di Musica Borbonica), l’apertura serale del museo ogni giovedì, al costo di soli 2 euro, nonché le azioni di fidelizzazione del grande pubblico (come il calendario con il Calcio Napoli). Ad aprile inaugurerà Festival Mann/Muse al Museo (19-25 aprile 2017), il primo Festival internazionale orga­nizzato da un museo autonomo statale e costruito sui principi della valorizzazione dei Beni Culturali dettati dalla Riforma Franceschini. Sullo sfondo la prossima apertura dei nuovi laboratori di restauro (12 maggio), della sala del plastico con ap­porti multimediali (19 maggio), della caffetteria entro l’anno.

La domus dell’Efebo, una ricca dimora di mercanti, tra le case pompeiane riaperte

Il manifesto del concerto di David Gilmour a Pompei il 7 e 8 luglio 2016

Nel corso degli ultimi due anni le attività di Pompei hanno seguito un duplice filone, che ha determinato oltre all’aumento dei visitatori che nel 2017 sta registrando in ciascun mese una crescita costante del +20 % circa di pubblico rispetto allo scorso anno, anche il consolidamento di un’immagine positiva del sito che funge da elemento indiscusso di attrazione. Le attività di valorizzazione, quali le mostre condivise con il Mann sono state di fondo precedute dalle numerose attività di restauro e messa in sicurezza delle strutture archeologiche previste dal Grande progetto Pompei, che oltre a restituire l’integrità delle strutture e fermare il degrado, hanno consentito anche l’ampliamento dell’offerta di visita, con l’apertura di ben 30 Domus/edifici restaura­ti negli ultimi due anni (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/15/pompei-dopo-i-restauri-apre-al-pubblico-una-nuova-domus-la-casa-dei-mosaici-geometrici-una-delle-piu-grandi-della-citta-romana-una-superficie-di-3000-metri-quadrati-e-60-stanze-disposte-a-terrazze/; https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/12/25/scavi-di-pompei-per-natale-i-visitatori-hanno-trovato-tre-doni-restituiti-il-piccolo-lupanare-la-casa-di-obellio-firmo-e-la-casa-di-marco-lucrezio-frontone-grazie-agli-interventi/) e la restituzione della rete viaria completa di intere Regiones. Le attività di valorizzazione che sono seguite si sono concretizzate nella realizzazione di mostre per la prima volta, dopo anni, organizzate all’interno dell’area archeologica (quali quelle condivise con il MANN), alle quali si sono aggiunte: l’esposizione delle colossali sculutre di Mitoraj nel sito fino a maggio 2017; le due mostre all’Antiquarium Per grazia ricevuta ormai conclusa e Il corpo del reato fino al 27 agosto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/01/17/il-corpo-del-reato-in-mostra-a-pompei-un-primo-lotto-di-tesori-antichi-prove-del-saccheggio-del-patrimonio-archeologico-di-campania-puglia-basilicata-avvenuti-tra-il-1970-e-il-1/). In maniera permanente sono stati anche esposti alla Palestra Grande gli affreschi provenienti da Moregi­ne, e si è avviato l’innovativo progetto di musealizzazione diffusa con la ricollocazione in loco di reperti ori­ginali negli ambienti di provenienza (la cucina della Fullonica di Stephanus e il triclinio della Villa imperiale) e che sarà riproposta anche in altri luoghi degli scavi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/08/25/pompei-ecco-il-museo-diffuso-dai-cubicula-ricreati-nella-villa-imperiale-alla-cucina-nella-fullonica-di-stephanus-e-poi-arredi-nelle-domus-e-reperti-organici-alla-palestra-grande/). Una grande riapertura è stata quella dell’Antiquarium di Pompei dopo ben 36 anni, con spazi per mostre temporanee, sale di proiezione multimediale con rico­struzioni in 3d e un grande e attrezzato bookshop. E ancora la riapertura dal 2014 delle scene del Teatro grande con spettacoli dal balletto classico, alla lirica, alle tragedie greche, che con la programmazione estiva di quest’anno si ripeteranno con il Teatro stabile di Napoli. Ancora i due grandi eventi/concerto all’Anfiteatro degli scavi (David Gilmour, corredata dalla Mostra Pompei Underground e Elton John: vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/18/musica-e-archeologia-a-pompei-per-la-prima-volta-lanfiteatro-romano-apre-alle-rockstar-con-il-pubblico-il-7-e-8-luglio-david-gilmour-il-12-elton-john-e-nelle-gallerie-divenute-sede-esp/ ), le passeggiate not­turne abbinate a spettacoli di danza e performance teatrali che si riproporranno per la stagione estiva nell’area del Foro. L’inaugurazione del percorso Pompei per tutti itinerario facilitato di visita all’area archeologica per persone con difficoltà motorie e non solo. E non ultimo la nuova attività di promozione e comunicazione della soprin­tendenza con l’attivazione dei Canali Social che hanno determinato un coinvolgimento sempre più ampio e partecipato del pubblico di utenti, visitatori effettivi e potenziali del sito.

Il restauro del monumentale mosaico di Alessandro a Restaura di Ferrara: un milione di tessere, scoperto nella casa del Fauno a Pompei. Il museo Archeologico di Napoli presenta il settore restauro, fiore all’occhiello del Mann

Il monumentale mosaico con la battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario III, trovato nella casa del Fauno nel 1831 a Pompei

Lo straordinario e monumentale Mosaico di Alessandro, uno degli emblemi del museo Archeologico nazionale di Napoli, universalmente noto, rinvenuto nel 1831 nella Casa del Fauno di Pompei e trasferito nel 1843, dopo anni di acceso dibattito, al Real Museo Borbonico sarà il protagonista a Ferrara mercoledì 22 marzo 2017 del primo giorno di “Restaura”,  il Salone dell’economia, della conservazione, delle tecnologie e della valorizzazione dei beni culturali e ambientali (22-24 marzo 2017), giunto alla XXIV edizione. Tanto si era consapevoli dell’unicità di questo mosaico che all’epoca re Ferdinando II si preoccupò di raccomandare a Pietro Bianchi – architetto della Real Casa incaricato della direzione degli scavi di Pompei, Ercolano e Paestum – “di badar bene a quello che si facea, perché questo monumento non era nostro, ma dell’Europa, ed alla intera Europa doveasi dar conto delle nostre operazioni”. Di questo capolavoro dell’arte musiva (5,82 x 3,13 m) composto da circa un milione di tessere e realizzato con un finissimo opus vermiculatum sono state ora ricostruite – grazie a un’inedita e puntuale documentazione su lastre fotografiche, datate 1916 e 1917 – le complesse vicende e gli aspetti tecnici della successiva movimentazione, avvenuta in quegli anni, con lo spostamento del  grande mosaico pompeiano dal pianoterra del museo all’ammezzato occidentale, nella sala dei mosaici dove si trova tuttora. Un’operazione delicatissima, ricostruita e raccontata a Ferrara per la prima volta il  22 marzo alle 12.30 nella Sala A, tra i pad. 3 e 4.

ll laboratorio di Conservazione e restauro del museo Archeologico nazionale di Napoli

È la prima volta che il MANN partecipa a “Restaura”. Lo ha deciso il direttore Paolo Giulierini, che ha inteso richiamare la giusta attenzione su uno dei tanti settori di competenza e di attività del Museo napoletano che costituiscono un fiore all’occhiello per dimensione, specializzazione e riconoscibilità nazionale e internazionale, e che il prossimo maggio si arricchirà – nei progetti di ampliamento e di rinnovamento del MANN, con la nuova direzione – di ulteriori 4 nuovi laboratori attrezzati. Il Mann di Napoli infatti, oltre all’enorme patrimonio culturale che custodisce –  tra i più importanti musei archeologici al mondo con i suoi 250mila oggetti che comprendono le collezioni Borboniche da Pompei, Ercolano e Paestum e le raccolte Farnesi – rappresenta un’Istituzione di riferimento anche nel campo documentario e in quello del restauro. In particolare quest’ultimo costituisce un vero e proprio dipartimento con 22 operatori (5 funzionari restauratori; 12 assistenti tecnici; 4 operatori tecnici; 1 assistente tecnico fotografo), distribuiti in cinque Sezioni (Materiali Lapidei e Copie; Dipinti Murali e Mosaici; Ceramica, Vetri, Ossi, Avori; Metalli; Allestimenti),  prevedendo interventi nei cantieri di scavo – ad esempio il cantiere delle navi romane della Stazione Metro di piazza Municipio a Napoli – o anche su materiali archeologici che ad esso affluiscono, su richiesta delle soprintendenze territoriali, per interventi specializzati. Tantissime sono anche le collaborazioni promosse dall’Ufficio di Restauro del Mann per gli stage formativi degli studenti (Corso di laurea magistrale in Conservazione e restauro dell’università Suor Orsola Benincasa, dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, del Centro di restauro Venaria Reale di Torino, del Cesma del Piemonte e di Scuole di Restauro italiane e straniere), così come le collaborazioni con università e istituti di ricerca italiani e stranieri per progetti di diagnostica per la conservazione e per il restauro. Non è un caso che Giulierini abbia voluto inserire anche il tema del restauro nel Memorandum di Collaborazione quadriennale siglato pochi mesi fa con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo e che nel contempo abbia rinnovato l’accordo di collaborazione con il J. Paul Getty  Museum di Los Angeles per la realizzazione di progetti di prestiti di lunga durata finalizzati al restauro – congiuntamente seguito dai due musei – su opere di grande rilevanza.

I restauratori del Mann mentre curano il grande mosaico di Alessandro

Appuntamento dunque mercoledì 22 marzo a Ferrara con la conferenza “Il Mosaico di Alessandro: da Pompei al Real Museo Borbonico e oltre, alla luce di nuovi documenti inediti”: il racconto e la ricostruzione, grazie a inedite lastre fotografiche datate 1916-1917 delle vicende e delle soluzioni tecniche utilizzate  nel primo decennio del Novecento, per la delicata movimentazione del mosaico -composto da oltre 1 milione di tessere – dal piano terra all’ammezzato del museo.  Introdurrà i lavori Paolo Giulierini, direttore del Mann. Seguirà l’intervento di Luigia Melillo, funzionario archeologo, responsabile dell’ufficio restauro e dell’ufficio relazioni internazionali del Mann. Ingresso libero.

A Napoli gli originali, a Madrid i gessi, a Città del Messico i disegni: tre mostre in contemporanea per raccontare Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che promosse i primi scavi di Pompei e Ercolano, e diffuse le antichità, simbolo della bellezza del regno, grazie alle riproduzioni della Stamperia reale

Ritratto di Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che promosse i primi scavi archeologici a Ercolano e Pompei

Alcuni gessi fatti realizzare da Carlo di Borbone

Paolo Giulierini, direttore del Mann

Tre grandi città che un filo rosso lega e segna profondamente: Carlo di Borbone, sovrano illuminato delle Due Sicilie e re di Spagna, ma anche “comunicatore globale”. Proprio a Carlo III di Borbone, cui si devono i primi scavi settecenteschi a Ercolano e Pompei, nel trecentenario della nascita, il museo Archeologico di Napoli dedica la mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle Antichità”, che chiuderà il 16 marzo 2017, collegata ad esposizioni “gemelle” alla Real Academia de Bellas Artes di San Fernando di Madrid e all’Academia de San Carlos di Città del Messico dove sono custoditi gessi e disegni di quelle meraviglie che il Re volle disseminare per trasmettere al mondo la classicità senza privare la città degli originali: tre sedi accomunate da uno stesso patrimonio, esposto in contemporanea e connesso a distanza da tecnologie multimediali, ricostruzioni 3d, restituzioni ad alta definizione  e realtà virtuale.  A Napoli complessivamente circa 60 opere, tra dipinti, disegni, incisioni, sculture, affreschi, documenti storici e rami, riconducibili all’attività illuminata del sovrano. “La mostra”, come spiega la curatrice Valeria Sampaolo, “è incentrata sulla figura di Carlo di Borbone come divulgatore delle scoperte della nascente archeologia soprattutto attraverso i volumi prodotti dalla Stamperia Reale da lui stesso fondata. Il restauro di 200 delle oltre 5mila matrici custodite dal museo, completato nel 2015 dall’Istituto Centrale per la Grafica è occasione per approfondire anche gli aspetti tecnici delle attività di incisione e di stampa, illustrati anche attraverso prestiti della biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, che conserva le tirature originali”. E Paolo Giulierini, direttore del Mann: “Con Carlo e i suoi uomini l’annoso e spesso sterile dibattito, purtroppo attuale, che pone come antagoniste conservazione e valorizzazione, era stato ampiamente superato dall’idea geniale di inserire in un unico cortometraggio  l’esperienza dello scavo, del restauro, dell’esposizione e della veicolazione dei contenuti tramite una stampa integrata da immagini. A volte, per dare semplici risposte al presente, basta dare una rapida occhiata all’operato di chi ci ha preceduto, avendo il coraggio di ammettere che talvolta le epopee culturali passate ancora fanno scuola”.

I famosi bronzi scoperti nella villa dei Papiri mentre regnava Carlo di Borbone

Il manifesto della mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle Antichità”

La mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle antichità” a Napoli è articolata in tre sezioni. La prima restituisce l’immagine di Carlo III attraverso la sua iconografia, dall’infanzia fino agli anni napoletani. La seconda è dedicata alle attività di scavo nelle città vesuviane, con l’esposizione o il rimando ad alcuni originali, i più famosi scoperti fino al 1759: le “Ercolanesi” dello scavo del principe d’Elboeuf, le grandi statue bronzee dell’Augusteum, il Teatro di Ercolano, le sculture in bronzo e marmo della Villa dei Papiri. La terza sezione interamente dedicata all’attività della Stamperia Reale, con esposte le matrici in rame dell’Antichità e di quelle della Dichiarazione di Luigi Vanvitelli, l’artista e architetto assunto al servizio del sovrano, per il quale realizzò la splendida Reggia di Caserta, e i capilettera da egli stesso disegnati per le Antichità. La mostra che chiude con la partenza per la Spagna, nel 1759, di Carlo III che, salutando Napoli, si toglie l’antico anello che sempre aveva portato al dito dopo la scoperta di Pompei. “Il re”, ricordano le cronache e sottolineano gli organizzatori, “era molto legato a quella pietra antica, che rappresentava una maschera teatrale. Ma il sovrano scelse di lasciarla qui, nella sua Napoli. Perché, come dispose, nessuna proprietà e nessun tesoro delle Due Sicilie lo avrebbe accompagnato in Spagna. Dietro il semplice gesto del liberarsi di un anellino, c’è la grandezza di un re, lungimirante e illuminato. Ma anche una precisa strategia di propaganda, che mostrasse al popolo le virtù di Carlo, statista e mecenate. Con la diffusione internazionale di disegni e riproduzioni, le antichità pompeiane ed ercolanesi erano simbolo di bellezza e cultura di un regno”.

Carlo di Borbone portò a Napoli la collezione archeologica ereditata dalla madre Elisabetta Farnese

L’origine e la formazione delle collezioni che oggi ammiriamo al Mann di Napoli sono legate proprio alla figura di Carlo III di Borbone, sul trono del Regno di Napoli dal 1734, e alla sua politica culturale: il re promosse – come detto – l’esplorazione delle città vesuviane sepolte dall’eruzione del 79 d.C. (iniziata nel 1738 a Ercolano, nel 1748 a Pompei) e curò la realizzazione in città di un Museo Farnesiano, trasferendo dalle residenze di Roma e Parma parte della ricca collezione ereditata dalla madre Elisabetta Farnese. Si deve invece al figlio Ferdinando IV il progetto di riunire nell’attuale edificio, sorto alla fine del 1500 con la destinazione di cavallerizza e dal 1616 fino al 1777 sede dell’università, i due nuclei della Collezione Farnese e della raccolta di reperti vesuviani già esposta nel museo Ercolanese all’interno della Reggia di Portici. L’idea che muove Carlo III è quella di promuovere la conoscenza delle arti al pubblico. E per farlo si affidò a mezzi di comunicazione allora all’avanguardia: a iniziare dai volumi a stampa realizzati a Napoli dalla Stamperia Reale istituita proprio dalla necessità di attivare un polo tipografico capace di dare una degna veste “grafica” ai reperti archeologici provenienti da Ercolano, di produrre documenti di natura burocratica, e per la realizzazione di edizioni di lusso per la corte borbonica. Il sovrano borbonico chiamò alla corte di Napoli alcuni tra i migliori disegnatori e incisori attivi in Italia, che avrebbero dato vita alla celebre scuola di Portici annessa alla Stamperia Reale. E sotto la supervisione di Bernardo Tanucci, la Stamperia realizza gli splendidi volumi delle “Antichità di Ercolano esposte”, con il primo volume uscito nel 1757, con riproduzioni fedeli degli oggetti e le relative spiegazioni sulle loro funzioni da parte dell’Accademia Ercolanese. A Madrid porta anche calchi in gesso delle sculture bronzee rinvenute nella Villa dei Papiri a Ercolano, mentre per l’Academia de San Carlos di Città del Messico fa realizzare copie delle sculture in bronzo, perché anche nel Nuovo Mondo gli allievi delle accademie potessero conoscere le antichità.

5 febbraio 2017: boom di ingressi nella domenica gratuita. L’Archeologico di Napoli il museo più visitato: superati Pompei e la Reggia di Caserta. Primato assoluto per il Colosseo e i fori finalmente unificati

Visitatori in coda attendono di entrare al museo Archeologico nazionale di Napoli

Visitatori in coda attendono di entrare al museo Archeologico nazionale di Napoli

Domenica da record per il museo Archeologico nazionale di Napoli: con 7773 presenze nella giornata ad ingresso gratuito (domenica 5 febbraio 2017) è stato il sito più visitato della Campania, davanti a Pompei ed alla Reggia di Caserta e secondo in Italia solo al Colosseo e all’area archeologica di Roma che, come annunciato nei giorni scorsi, è stata la vera novità con la visita unificata ai fori imperiali e al foro romano. “Essere il primo museo italiano in questa bellissima giornata è  risultato eccezionale che premia il grande lavoro del personale del museo, a partire dai custodi, e che ci è di stimolo a continuare su questa strada”, commenta il direttore Paolo Giulierini, che ricorda come il Mann, uno dei musei che gode dell’autonomia della riforma Franceschini, nel 2016 abbia registrato un aumento del 30% dei visitatori rispetto al 2015. Bene al Mann, ma non solo. “Boom di visitatori”, annuncia il ministero, “anche in questa edizione di febbraio della #domenicalmuseo, la promozione introdotta nel luglio del 2014 dal ministro Franceschini che prevede l’ingresso gratuito nei musei e nei luoghi della cultura statali ogni prima domenica del mese. In tutta Italia, dalle prime ore del mattino, è stata registrata una grande affluenza di visitatori nei musei e nelle aree archeologiche statali e nei tanti musei civici che aderiscono. Si segnala che i musei romani, in particolare alla galleria nazionale d’Arte moderna e contemporanea, alle gallerie nazionali di Arte antica, al museo delle Civiltà e al museo Etrusco di Villa Giulia, hanno registrato numeri significativamente superiori rispetto alla media del passato. Un’edizione – ricorda ancora il ministero – che è stata “dedicata” al carnevale con una campagna digitale ad hoc sulle maschere e sui travestimenti nell’arte che sta riscuotendo grande successo sui social”.

domenica-al-museoVediamo nel dettaglio gli ingressi nei principali musei e siti d’Italia: 22297 ingressi al Colosseo e Area Archeologica Centrale; 7773, museo Archeologico nazionale di Napoli; 7005, museo nazionale Romano; 6185, Pompei; 6110, gallerie degli Uffizi; 5858, museo di Capodimonte; 5763, Reggia di Caserta; 5533, galleria Palatina di Firenze; 5381, galleria nazionale d’Arte moderna e contemporanea di Roma; 5130, galleria dell’Accademia di Firenze; 5101, musei Reali di Torino; 4691, museo delle Civiltà di Roma; 4513, giardino di Boboli; 4161, gallerie nazionali di Arte antica di Roma; 3775, pinacoteca di Brera; 2320, gallerie dell’Accademia di Venezia; 2013, museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria; 2001, museo nazionale Etrusco di Villa Giulia; 1730, museo Archeologico nazionale di Taranto; 1638, palazzo Ducale di Mantova; 1360, Cappelle Medicee; 1340, Villa d’Este; 1305, Cenacolo Vinciano; 1222, museo del Bargello; 1198, Ercolano; 1040, Appia; 872, Paestum; 813, complesso monumentale della Pilotta; 787, Villa Adriana; 727, scavi di Ostia antica; 668, Castello di Miramare di Trieste; 649, galleria nazionale delle Marche; 617, galleria nazionale dell’Umbria; 493, museo Archeologico di Venezia; 419, galleria nazionale di Palazzo Spinola; 331, museo di Palazzo Reale di Genova.

Mostre, convegni, restauri, scavi archeologici, scambi culturali: siglato protocollo di collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli, gli Scavi di Pompei e il museo Ermitage di San Pietroburgo

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

Il museo statale dell'Ermitage di San Pietroburgo

Il museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo

Il museo Archeologico nazionale di Napoli

Il museo Archeologico nazionale di Napoli

Il sito archeologico di Pompei

Il sito archeologico di Pompei

L’Ermitage sbarca a Napoli e mette radici alle falde del Vesuvio. L’accordo di collaborazione tra gli Scavi di Pompei, il museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann) e il prestigioso museo di San Pietroburgo è stato siglato il 10 novembre 2016 nella storica città russa dal direttore del museo statale Ermitage, Michail Piotrovskij, il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini e il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna. L’obiettivo è ambizioso: preparare e realizzare un programma di collaborazione culturale e scientifica tra le tre Istituzioni. A darne notizia è stato il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini in visita a Napoli. “Il protocollo della durata di quattro anni – spiega – prevede una condivisione di esperienze e competenze nel campo dello scavo archeologico, lo scambio di mostre e la realizzazione congiunta di progetti espositivi e, inoltre, stage di studio tra i collaboratori scientifici e gli specialisti nel campo della storia dell’arte, dell’archeologia, dell’eredità culturale, della museologia, della conservazione e del restauro; l’attuazione di conferenze scientifiche, convegni, seminari, tavole rotonde, sulle problematiche della storia dell’arte, dell’eredità culturale, della museologia, della conservazione, del restauro e della gestione dei Beni Culturali; il confronto in merito all’utilizzo di sistemi e tecnologie innovative applicate ai beni culturali con particolare riferimento alla digitalizzazione, all’archiviazione, all’applicazione di realtà aumentate e multimedialità finalizzati alla valorizzazione del patrimonio, alla sua conservazione e fruizione pubblica e specialistica; lo studio e confronto sulle nuove forme di approccio e di diffusione della conoscenza, anche attraverso l’interdisciplinarità delle arti, dei patrimoni archeologici e delle eredità storico-artistiche; l’attivazione di borse di studio e la partecipazione reciproca ad attività di indagine e campagne di scavo sulla base di ricerche e progetti condivisi”. Secondo Giulierini “un protocollo con l’Ermitage, il più grande museo del mondo, vale più di una partecipazione a una Borsa del turismo, perché significa disseminare in Russia non solo l’immagine del Mann, ma anche quella della città e di tutta la Campania. E soprattutto fare in modo che i depositi di via Foria continuino a generare profitto senza depauperare l’esposizione permanente”. Il protocollo di San Pietroburgo è la seconda collaborazione internazionale siglata insieme da Pompei e Mann dopo quella per la mostra “Pompeii. The Exhibition” in tour negli Usa fino a maggio 2018 con tappe a Kansas City, Portland e Tampa.

Moda e archeologia: le collezioni Medusa di Versace al museo Archeologico nazionale di Napoli. Un grande evento nel 2017 dove le opere del famoso atelier dialogheranno con i tesori pompeiani e la collezione farnese

Il museo Archeologico nazionale di Napoli ospiterà nel 2017 una collezione Versace

Il museo Archeologico nazionale di Napoli ospiterà nel 2017 una collezione Versace

versace-medusaModa e archeologia. A Napoli. L’antico che ispira il moderno. Il moderno che dà vita all’antico. Succederà l’estate 2017 al museo Archeologico nazionale di Napoli quando, con la collaborazione di Medusa, le sale del Mann ospiteranno le opere uscite dall’atelier di Versace in dialogo stretto con i tesori pompeiani e la collezione farnese. La visita di Santo Versace nei giorni scorsi a Napoli è stata fruttuosa. Lo stilista italiano, fratello del compianto Gianni e di Donatella, presidente del celebre atelier che ha contribuito a rendere la moda italiana famosa nel mondo, è stato letteralmente rapito dalla bellezza dell’antico che permane dalle sale del Mann, lui che dell’esperienza dell’antico ha fatto una delle fortune delle sue collezioni. A cominciare dal nome: Medusa, mostro dall’aspetto terribile, con zanne di cinghiale, mani di bronzo, ali d’oro e testa cinta di serpenti, che impietriva uomini e donne con il solo sguardo. Gianni Versace, il fondatore della casa di moda, scelse proprio la testa di Medusa pensando al mito: chi la guardava si innamorava di lei e non poteva più farne a meno. E così contava potesse essere l’effetto delle sue collezioni.

Sabina Albano e Santo Versace davanti al Toro Farnese, uno dei capolavori conservati al Mann

Sabina Albano e Santo Versace davanti al Toro Farnese, uno dei capolavori conservati al Mann

Santo Versace è stato dunque ospite al museo Archeologico nazionale di Napoli, dove ha visitato la sezione egizia (da poco riaperta) e la splendida collezione Farnese, accompagnato da una cara amica napoletana, Sabina Albano, una laurea in Lettere Classiche, indirizzo archeologico, “concept artist” a 360 gradi, che spazia dall’arte alla moda e allo spettacolo. Assieme hanno ammirato le incantevoli bellezze del museo di Napoli. E hanno incontrato il direttore del Mann, Paolo Gulierini. Dall’incontro è nata una collaborazione per programmare una mostra-evento dedicato al marchio della Medusa. Il progetto della mostra al momento è ancora in fase embrionale. Ma il direttore Giulierini conferma: Il piano scientifico non è ancora pronto ma le date sono certe. Stiamo lavorando con la Fondazione Versace”. Un’occasione per mescolare moda ed arte. Da luglio a settembre 2017 si potranno dunque ammirare al Mann le creazioni che hanno fatto la storia del celebre marchio di moda.

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli

“Protagonisti indiscussi della mostra”, spiegano in museo, “saranno sicuramente gli abiti, ma l’allestimento prevederà anche mobili e ceramiche create da Versace in accostamento a creazioni e monili antichi. L’esposizione sarà affiancata ad alcuni capolavori provenienti da Pompei ed Ercolano che daranno vita ad un connubio moda/archeologia, tanto affascinante quanto provocatorio,andando a sottolineare quindi quelle caratteristiche che contraddistinguono da sempre la casa di moda Versace”. E il direttore Giulierini: Le creazioni di Versace sono spesso influenzate dall’antico, dal mondo greco e, talvolta, da quello pompeiano. Con questa mostra desideriamo affiancare questi due universi, apparentemente lontani, con abiti messi accanto all’opera a cui sono ispirati. L’idea è quella di creare un’esposizione di abiti affiancati dalle opere d’arte a cui si sono ispirate”.  Dopo l’evento Dolce e Gabbana che ha caratterizzato la scorsa estate napoletana, con una coda autunnale (D&G hanno appena realizzato una campagna a Capri), nel 2017 si annuncia dunque un nuovo grande attrattore per Napoli legato al mondo dell’alta moda. Che Napoli ormai “sia di moda” lo testimoniano anche le scelte di case come Givenchy e Christian Louboutin che recentemente hanno girato spot in città.

I faraoni tornano a Napoli. Dopo sei anni di chiusura riapre la sezione Egiziana del museo Archeologico di Napoli, 1200 reperti, la più antica collezione egizia d’Europa nata nel 1821 come Real Museo Borbonico

Il cosiddetto "Neoforo farnese", forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli, primo in Europa ad avere una collezione egiziana

Il cosiddetto “Neoforo farnese”, forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli, primo in Europa ad avere una collezione egiziana

I faraoni tornano a Napoli. Dopo sei anni di assenza. E tornano non in un luogo qualsiasi ma nella prima città europea in cui avevano trovato “casa”. Riapre infatti l’8 ottobre 2016 la sezione egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann), oltre 1200 reperti e un nuovo allestimento progettato dal Mann e dall’università l’Orientale di Napoli, completamente ripensato per la più antica collezione d’Europa rispetto al precedente, datato alla fine degli anni Ottanta. È questa la terza tappa del grande progetto “Egitto Pompei” presentato a febbraio (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/), iniziato al museo Egizio di Torino con la mostra “Il Nilo a Pompei” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/09/egitto-pompei-al-museo-egizio-di-torino-la-prima-tappa-del-progetto-con-la-mostra-il-nilo-a-pompei-nella-nuova-sala-asaad-khaled-per-la-prima-volta-gli-affreschi-del-tempio-di-isid/), e continuata a Pompei con l’allestimento nella Palestra Grande (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/18/egitto-pompei-seconda-tappa-del-progetto-alla-palestra-grande-di-pompei-si-materializza-la-dea-sekhmet-itinenario-egizio-negli-scavi-dal-tempio-di-iside-alle-domus-con-affreschi-egittizzanti/). E ora Napoli dove l’Egitto, come si diceva, non è una novità. Fu infatti il “Real Museo Borbonico di Napoli” il primo tra i grandi musei europei a istituire una sezione dedicata alle antichità egizie. Era il 1821 e l’allora direttore, Michele Arditi, inaugurò “Il Portico dei Monumenti Egizi”, facendovi confluire l’interessante collezione Borgia, il Naoforo Farnese (forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli) e svariati reperti rinvenuti in Campania in contesti archeologici di epoca romana, descritti l’anno successivo da Giovanbattista Finati in una Guida per la visita delle collezioni.  “Naoforo”  (“portatore di tempio”) è un termine utilizzato dagli egittologi per indicare un tipo di scultura, tipica proprio dell’arte egiziana, che rappresenta un personaggio che tiene davanti a sé un tabernacolo contenente una figura o degli emblemi divini. A Napoli sarebbero seguiti a ruota nel 1823 Berlino, nel 1824 Torino e Firenze, nel ‘26 il Museo del Louvre a Parigi e nel 1830 i Musei Vaticani. Il primo nucleo delle collezioni del Cairo è del 1858, e l’attuale museo cairota è “solo” del 1902.

A sei anni dalla chiusura, riapre la Collezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli

A sei anni dalla chiusura, riapre la Collezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli

Paolo Giulierini, direttore del Mann

Paolo Giulierini, direttore del Mann

Dunque, la più antica collezione egizia d’Europa, divenuta con gli acquisti successivi anche la più importante e ricca d’Italia dopo Torino, torna finalmente a essere esposta al pubblico dall’8 ottobre 2016 – a sei anni dalla chiusura delle sale – nella sezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli. Una conferma del processo di profondo rinnovamento avviato al Mann dal nuovo direttore Paolo Giulierini, che, pochi mesi fa, ha pure inaugurato la splendida sala dedicata ai “Culti Orientali”: entrambi eventi  conclusivi dell’importante progetto “Egitto Pompei”, condotto in collaborazione  tra il museo Egizio di Torino, la soprintendenza di Pompei e appunto il museo napoletano. La collezione napoletana, oltre 1200 oggetti di una raccolta davvero unica, formatasi in gran parte prima della spedizione napoleonica, conta importanti parti di mummie e sarcofagi, vasi canopi, numerosi e preziosi ushabty, sculture affascinanti come il monumento in granito di Imen-em–inet o la cosiddetta “Dama di Napoli”, statue cubo e statue realistiche, stele e lastre funerarie di notevole fattura, cippi di Horus e papiri.

La Collezione Egiziana si sviluppa nelle sale del seminterrato del museo Archeologico di Napoli

La Collezione Egiziana si sviluppa nelle sale del seminterrato del museo Archeologico di Napoli

Con gli egittologi del Mann cerchiamo di conoscere meglio la collezione Egiziana. Il percorso si snoda nelle sale del seminterrato del museo napoletano, oggetto di specifici interventi per il controllo microclimatico e illuminotecnico. Ora l’allestimento è tematico e rilegge i materiali del museo svelando il fascino della grande civiltà egizia: “il faraone e gli uomini”, “la tomba  e il suo corredo”, “la mummificazione”, “la religione e la magia”, “la scrittura e i mestieri”, “l’Egitto e il Mediterraneo antico”. Un’ampia sezione introduttiva presenta – anche attraverso l’esposizione di falsi settecenteschi, di calchi ottocenteschi e di esempi dell’arredo antico – le vicende della sezione e delle sue raccolte, preziose testimonianze di storia del collezionismo egittologico. È qui infatti che il visitatore si imbatte nella figura del cardinale Stefano Borgia che animato da interesse storico e antiquario e agevolato dal suo ruolo di Segretario di Propaganda Fide, tra il 1770 e il 1789, implementò la collezione di famiglia di numerose antichità orientali dando vita a una vera e propria raccolta di “tesori dalle quattro parti del mondo”. Ereditata in parte dal nipote Camillo (che non fu certo in buoni rapporti con il governo pontificio, accusato tra l’altro d’essere tra i responsabili dell’invasione francese del Lazio), la raccolta fu acquistata nel 1815 da Ferdinando IV di Borbone. Quindi si incontra il veneziano Giuseppe Picchianti e la moglie, contessa Angelica Drosso, che all’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto e delle sensazionali scoperte nella valle del Nilo, in pieno XIX secolo, furono tra quegli avventurieri e collezionisti pronti a recarsi nelle terre dei faraoni a caccia di reperti preziosi, animati dalla speranza di facili profitti. In  un viaggio durato sei anni, misero insieme una raccolta notevolissima che tentarono di vendere prima al re di Sassonia e poi al Museo di Napoli, che tuttavia ne acquistò solo una parte nel 1828. Insoddisfatto dal ricavato, un mese dopo, Picchianti donò la restante collezione allo stesso museo, a patto d’essere assunto come custode e restauratore delle antichità egizie (fece anche alcuni interventi sulle mummie), non mancando di approfittare del suo ruolo per sottrarre alcuni oggetti rivenduti poi al British Museum.

Una tavola del fumetto “Nico e l’indissolubile problema… egizio” del grande disegnatore disneyano Blasco Pisapia

Una tavola del fumetto “Nico e l’indissolubile problema… egizio” del grande disegnatore disneyano Blasco Pisapia

Nuova guida e album a fumetti. Particolarmente attenta nei contenuti e nella grafica, arricchita da contributi multimediali è la didattica con l’aggiunta di una guida dedicata, in un nuovo formato editoriale, a cura di Electa. È infine una vera sorpresa l’albo a fumetti, dedicato alla sezione Egiziana del Mann (Electa) appositamente creato dal grande Blasco Pisapia per invitare i piccoli visitatori a scoprire le meraviglie racchiuse nel museo. All’architetto e fumettista napoletano – che ha collaborato con le principali case editrici italiane di libri per ragazzi e che da vent’anni è autore completo Disney Italia/Panini – si devono dunque i testi e i disegni di “Nico e l’indissolubile problema… egizio”. Il fumetto rientra nel progetto Obvia ideato da Daniela Savy (università Federico II di Napoli) e da Carla Langella (Seconda università di Napoli) con il quale il museo Archeologico nazionale di Napoli vuole proporre nuove modalità di fruizione e valorizzazione delle opere d’arte al di fuori dei consueti confini dei musei e dei siti culturali.