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Nel giorno della riapertura, il museo civico Archeologico di Bologna pubblica la prima di quattro puntate del fumetto “La solitudine di Askos” dove si racconta la vita quotidiana degli oggetti immersi nel silenzio di spazi senza visitatori

La copertina del fumetto “La solitudine di Askòs” di Elena Maria Canè del museo civico Archeologico di Bologna

Cosa succede quando il museo civico Archeologico di Bologna è chiuso e- per cause di forza maggiore- tutte le archeologhe, i restauratori, il personale sono a casa? Cosa succede dietro le quinte? Proprio, mercoledì 20 maggio 2020, proprio nel giorno di graduale riapertura al pubblico del museo, il fumetto “La solitudine di Askos” viene pubblicato sui canali Facebook e YouTube sotto forma di quattro brevi video dal sapore retrò, con frequenza bisettimanale (20 / 22 / 27 / 29 maggio 2020). In parallelo, puntata dopo puntata, le tavole saranno scaricabili dal sito http://www.museibologna.it/archeologico. Dall’8 marzo scorso l’emergenza della diffusione del virus COVID-19 ha costretto tutti i musei italiani a sospendere il servizio di apertura al pubblico, chiudendo fisicamente le porte e sospendendo ogni visita e attività negli spazi espositivi. Ma come hanno vissuto questo eccezionale stravolgimento della vita quotidiana le opere e gli oggetti del patrimonio culturale abituati a offrire la loro bellezza allo sguardo dei visitatori, che improvvisamente si sono ritrovati immersi nel silenzio assoluto, in sale vuote e vetrine con le luci spente? Ci racconta questo insolito punto di vista il fumetto per i più giovani (e non solo) “La solitudine di Askos”, che ha preso forma dalla matita e dall’inventiva di Elena Maria Canè, restauratrice del Museo Civico Archeologico di Bologna, durante il periodo di lavoro agile da casa, in un progetto che ha coinvolto anche Paola Giovetti, Anna Dore, Federica Guidi, Marinella Marchesi dello stesso museo. Una piccola storia che, attraverso vignette e balloon, ci trasporta con il potere dell’immaginazione alla scoperta dei tesori della collezione permanente del museo in attesa di poterli tornare ad ammirare dal vivo.

L’Askòs Benacci, capolavoro dell’arte etrusca, conservato dal museo civico Archeologico di Bologna (foto Istituzione Bologna Musei)

L’opera, a colori, narra del tempo sospeso dei giorni appena vissuti, dando voce agli oggetti della sezione etrusca del museo, che si animano nel grande edificio vuoto. I protagonisti sono Hero (piccolo guerriero di grande coraggio), Hippo (cavallino sputasentenze) e Bue (grande e pauroso), elementi “normalmente” riuniti in quel capolavoro dell’arte etrusca che è l’Askós Benacci, un raffinato contenitore per liquidi in ceramica, configurato a bovino e sormontato da un piccolo cavaliere in armi, datato all’VIII secolo a.C. Il reperto proviene da uno dei principali sepolcreti etruschi bolognesi di fase villanoviana e orientalizzante e, nella finzione immaginata nell’albo, dialoga con altri reperti e con le archeologhe del museo. Soli e disorientati nelle sale non più frequentate dalle centinaia di classi che solitamente in primavera popolano gli spazi del museo civico Archeologico, i tre personaggi riflettono su vantaggi e svantaggi di questa inedita condizione, mentre la città intorno sembra svanita. Per fortuna, il lieto fine è dietro l’angolo ed è solo questione di tempo per tornare ad avere compagnia.

“Etruschi- Viaggio nelle terre dei Rasna”: apre a Bologna la grande mostra che con 1400 oggetti conduce i visitatori alla scoperta degli etruschi in un vasto territorio compreso tra le nebbiose pianure del Po fino all’aspro Vesuvio: insediamenti, urbanizzazione, gestione e modello economico differenti con una sola cultura, quella etrusca

La locandina della mostra “Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna” al museo Archeologico di Bologna dal 7 dicembre 2019 al 24 maggio 2020

Siete pronti per partire per un viaggio nello spazio e nel tempo alla scoperta degli Etruschi? Bene, allora ci siamo. A Bologna sabato 7 dicembre 2019, al museo civico Archeologico, apre la mostra “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna” (fino al 24 maggio 2020), promossa e progettata da Istituzione Bologna Musei – Museo Civico Archeologico, in collaborazione con la Cattedra di Etruscologia e Antichità Italiche dell’università di Bologna, e realizzata da Electa. Il progetto scientifico è a cura di Laura Bentini, Anna Dore, Paola Giovetti, Federica Guidi, Marinella Marchesi, Laura Minarini (Istituzione Bologna Musei, Museo Civico Archeologico) e Elisabetta Govi, Giuseppe Sassatelli (Cattedra di Etruscologia e Antichità Italiche dell’università di Bologna). Il progetto di allestimento è a cura di PANSTUDIO. Il catalogo della mostra è a cura di Electa.

La sezione Etrusca del museo civico Archeologico di Bologna (foto Matteo Monti / musei civici Bologna)

Non c’è migliore metafora di quella del viaggio per spaziare in un vasto territorio compreso tra le nebbiose pianure del Po fino all’aspro Vesuvio, attraverso paesaggi appenninici e marini, lungo strade e corsi fluviali. A distanza di 20 anni dalle grandi mostre di Bologna e Venezia, il museo civico Archeologico di Bologna presenta “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna”: un ambizioso progetto espositivo dedicato alla civiltà etrusca, in cui saranno riuniti circa 1400 oggetti provenienti da 60 musei ed enti italiani e internazionali in dialogo con la ricchissima collezione etrusca del museo stesso. L’esposizione condurrà i visitatori in un itinerario attraverso le terre degli Etruschi e mostrerà come non esista una sola Etruria, ma molteplici territori che hanno dato esiti di insediamento, urbanizzazione, gestione e modello economico differenti nello spazio e nel tempo, tutti però sotto l’egida di una sola cultura, quella etrusca.

Vaso biconico della seconda metà dell’VIII sec. a.C. dalla Tomba 74 di Monte Vetrano, conservato nel museo Archeologico nazionale di Pontecagnano (foto Sabap-Sa)

La prima parte del percorso offre un momento di preparazione al viaggio: saranno le semplici forme dei vasi biconici degli albori della storia etrusca a dare il via al racconto, a cui si affiancheranno le tombe con i primi segni di differenziazione sociale e le prime importazioni dal bacino del mediterraneo, indice della creazione di una solida rete di scambi.

Il corredo della tomba delle hydriae di Meidias della pPrima metà V sec. a.C., conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto Polo Museale della Toscana)

La mostra prosegue introducendo il tempo delle aristocrazie potenti, ricche e guerriere. Si assisterà poi alla nascita delle città, esemplificate dai templi e dalle loro decorazioni architettoniche, contemplando il fiorire di una ideologia funeraria che guarda al mondo greco e si avvale di oggetti di straordinaria bellezza, come quelli provenienti dalla tomba delle hydriae di Meidias. Vedremo sorgere a nuova grandezza le aree periferiche poste ai margini del cuore etrusco d’Italia, per poi assistere al lento e inevitabile declino di un popolo nel confronto con Celti, Sanniti e Romani. L’ultima e più consistente parte della mostra è affidata alla volontà di mettersi in viaggio del visitatore, attraverso paesaggi sempre diversi che incorniciano la nascita delle principali realtà etrusche.

Lo scarabeo dorato (VII sec. a.C.) dalla Tomba dello Scarabeo a Vulci (foto Sabap-Etruria Meridionale)

L’Etruria meridionale. Tarquinia, Veio, Cerveteri, Pyrgi e Vulci, ovvero le città messe in luce per esemplificare i nuovi rinvenimenti archeologici, come la tomba della sacerdotessa di Tarquinia, i materiali votivi dal santuario- emporio di Pyrgi, la tomba dello scarabeo dorato da Vulci.

Antefissa policroma a volto gorgonico della fine del VI secolo a.C., proveniente da Capua, Fondo Patturelli, e conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

L’Etruria campana. Tra i centri in esame per questo territorio dove i popoli si incontrano e le culture si mescolano, accanto a Pontecagnano, Capua, Nola, anche Pompei con le sue coloratissime decorazioni templari, che rivendica in mostra le sue origini preromane.

Lo scavo della Tomba ! (II-I sec. a.C.) in località Elce a Perugia (foto Sabap)

L’Etruria interna: quella attraversata dal Tevere, quella di Orvieto, Perugia, Chiusi e Cortona. Ed è dalla città di Volsinii, come gli Etruschi chiamavano Orvieto, che arriva in mostra una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi anni: il fanum Voltumnae, santuario federale di tutti gli Etruschi ricordato dalle fonti letterarie, è oggi una realtà anche archeologica.

Stele di Avile Tite con iscrizione) (560-550 a.C.) da Volterra, conservata al museo Etrusco Guarnacci (fotro Sabap-Pi-Li)

L’Etruria settentrionale. Da Populonia provengono alcune delle novità più interessanti della mostra, come l’importante sepoltura bisoma di bambini in pithos, databile al IX secolo, o il deposito delle armi rinvenuto sulla spiaggia di Baratti (V-IV sec. a.C.), mentre icentri disposti dalla costa tirrenica fino alla dorsale appenninica si rivelano attraverso importanti monumenti in pietra come la stele di Avile Tite.

Scavo della tomba 142 (VII sec. a.C.) nella necropoli scoperta in via Belle Arti a Bologna (foto Sabap-Bo)

L’Etruria padana. Un ampio territorio che a partire dalla appenninica Verucchio, terra dei signori dell’ambra, e dalla “nuova città” di Marzabotto giunge fino al mare adriatico (Spina e Adria) e alle realtà della pianura occidentale (Emilia Occidentale e Mantova) , passando per Felsina, la Bologna etrusca che le fonti antiche chiamano Princeps Etruriae, per sottolinearne l’importanza e la nascita antichissima. È da Bologna che vengono i rinvenimenti eccezionali della tomba 142 della necropoli di via Belle Arti con un corredo di suppellettili in legno la cui conservazione rappresenta una novità e una eccezionale rarità per il panorama archeologico bolognese.

Al museo Archeologico di Bologna si presentano le scoperte archeologiche a Claterna e il nuovo museo della Città romana di Claterna (Ozzano Emilia) nell’incontro “Vivere una città romana. Claterna, dallo scavo al Museo”

L’ipotesi di ricostruzione del teatro romano di Claterna (Ozzano Emilia)  (foto Sabap -Bo)

“Vivere una città romana: Claterna”: la locandina

Il foro, il teatro, le domus private e le officine artigianali, e forse anche l’anfiteatro e l’impianto termale: l’antica città romana di Claterna nel territorio di Ozzano dell’Emilia, tra Bologna e Imola, definisce ogni anno di più la sua forma urbis, svelando i propri segreti e confermando le ipotesi ricostruttive proposte nel corso dei vari scavi. Martedì 18 giugno 2019, alle 15.30, nella sala Risorgimento del museo civico Archeologico di Bologna (ingresso da via dei Musei 8), si terrà un incontro di presentazione delle scoperte archeologiche e del nuovo museo della Città romana di Claterna: “Vivere una città romana. Claterna, dallo scavo al Museo”. L’incontro è promosso da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara in collaborazione con museo della Città romana di Claterna e museo civico Archeologico – Istituzione Bologna Musei. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti disponibili.

Sala espositiva del nuovo museo della Città romana di Claterna a Ozzano Emilia (Bo)

In un pomeriggio di studi aperto al pubblico saranno dunque presentati gli esiti di quasi due secoli di ricerche e sondaggi sistematici che hanno permesso di disegnare un quadro pressoché completo dell’area e il museo della Città romana di Claterna, recentemente inaugurato a Ozzano dell’Emilia. Il programma: dopo i saluti di Paola Giovetti, responsabile museo civico Archeologico – Istituzione Bologna Musei, apre gli interventi Marinella Marchesi (museo civico Archeologico – Istituzione Bologna Musei) su “Le prime scoperte a Claterna”. Seguono Claudio Negrelli (università Ca’ Foscari, Venezia) con “Esplorare una città sepolta”, Maurizio Molinari (Centro Studi Claterna “Giorgio Baldella e Aureliano Dondi”) con “L’esperienza di alternanza Scuola-lavoro”. Chiude Renata Curina (soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara) con “Dallo scavo alla valorizzazione. L’apertura del Museo della città di Claterna”.

Veduta aerea dell’area pubblica di Claterna romana (foto Sabap – Bo)

Mosaico a motivi geometrici bianco-neri del complesso termale di Claterna (foto di Cristina Falla)

Ogni campagna di scavo porta con sé nuove sfide e nuove prove. L’integrazione tra ricerche archeologiche tradizionali eseguite in sinergia con l’università Ca’ Foscari di Venezia, prospezioni geomagnetiche condotte dall’università di Siena nel 2018 e mappatura delle tracce aerofotografiche portata avanti in lunghi anni di ricerche ha prodotto un quadro quasi completo dell’area urbana e di parte del suburbio di Claterna. Questi nuovi dati permettono di individuare meglio, tra le tante altre particolarità, tutto il comparto pubblico (compresi alcuni edifici mai individuati prima) e la scansione interna del tessuto urbano di questo centro. Tutte le informazioni raccolte nel corso delle ricerche e una significativa scelta di materiali hanno trovato la giusta collocazione espositiva nel Museo della Città romana di Claterna, inaugurato lo scorso 30 marzo 2019 nel Palazzo della Cultura a Ozzano dell’Emilia.

La città romana di Claterna sorgeva lungo la via Emilia

Dopo l’apertura nel 2010 di uno spazio espositivo dedicato all’area archeologica di Claterna, l’esperienza della mostra/museo maturata all’interno del Progetto Civitas Claterna viene istituzionalizzata ed ereditata dal nuovo Museo che, ampliato e riallestito rispetto alla precedente esposizione, diventa un nuovo elemento attivo nella valorizzazione storico-archeologica del territorio, in sinergia con gli Enti scientifici di riferimento e le associazioni culturali territoriali già operanti in quest’ambito, quali il Centro Studi Claterna “Giorgio Bardella e Aureliano Dondi”. Questa ulteriore fase di musealizzazione consente una più ampia conoscenza e fruibilità da parte di tutti e si pone come una tappa significativa nel lungo percorso di indagine storico-archeologica rivolta al territorio ozzanese e non solo, dedicando il proprio spazio espositivo alle conoscenze acquisite sul sito archeologico di Claterna. L’obiettivo è quello di raccontare le vicende che caratterizzano la storia della città romana di Claterna e del territorio di Ozzano sviluppando, attraverso l’esposizione di reperti e di alcuni materiali particolarmente significativi ed evocativi, un racconto storico completo ed attrattivo che illustra le origini dell’antica città e la sua riscoperta, proseguendo con la struttura urbanistica e le caratteristiche dei principali spazi urbani, pubblici e privati, per terminare con un richiamo alle indagini e ricerche attualmente in corso.

La planimetria degli scavi nell’area archeologica di Claterna (foto Sabap – Bo)

Le ricerche avviate alla fine dell’Ottocento con le prime eccezionali scoperte, la prosecuzione delle indagini con le più moderne tecnologie, l’avvio di ampi progetti di studio e di sperimentazioni di tecniche antiche, il coinvolgimento di studenti di licei impegnati in esperienza di alternanza scuola-lavoro saranno presentate nella giornata di studi al museo civico Archeologico di Bologna, che custodisce i reperti archeologici provenienti dai primi scavi effettuati a Claterna nel XIX secolo e ha concesso in prestito al nuovo Museo uno degli oggetti più significativi della città romana.

Egitto, splendore millenario: a Bologna capolavori dal museo di Leiden. Cinquecento reperti che dialogano con i tesori del museo di Bologna. Per la prima volta ricongiunti i rilievi della tomba di Horemheb a 200 anni dalla sua scoperta a Saqqara

Al museo Archeologico di Bologna la mostra "Egitto. Splendore millenario" con i capolavori del museo di Leiden

Al museo Archeologico di Bologna la mostra “Egitto. Splendore millenario” con i capolavori del museo di Leiden

Il manifesto della mostra al museo archeologico di Bologna

Il manifesto della mostra all’Archeologico di Bologna

Sotto le due torri di Bologna rivive lo splendore di una civiltà millenaria e unica che da sempre affascina tutto il mondo: l’Egitto delle Piramidi, dei Faraoni, degli dei potenti e multiformi, ma anche l’Egitto delle scoperte sensazionali, dell’archeologia avvincente, del collezionismo più appassionato, dello studio più rigoroso. Per la prima volta sono esposti l’uno accanto all’altro i capolavori delle collezioni del museo di Leiden e del museo archeologico di Bologna, nella mostra “Egitto. Splendore millenario. Capolavori da Leiden a Bologna” aperta al museo archeologico felsineo fino al 17 luglio 2016, curata da Paola Giovetti, responsabile del museo e Daniela Picchi, curatore della sezione egiziana del museo. Non solo un’esposizione di fortissimo impatto visivo e scientifico, ma anche un’operazione che non ha precedenti nel panorama internazionale. La collezione di antichità egiziane del museo nazionale di Antichità di Leiden in Olanda – una delle prime dieci al mondo – e quella di Bologna – tra le prime in Italia per numero, qualità e stato conservativo – si integrano in un percorso espositivo di circa 1700 metri quadrati di arte e storia. Sono 500 i reperti, dal periodo Predinastico all’epoca romana, giunti dall’Olanda al museo bolognese: opere quali la Stele di Aku (XII-XIII Dinastia, 1976-1648 a.C.), il “maggiordomo della divina offerta” la cui preghiera racconta l’esistenza ultraterrena del defunto in un mondo tripartito tra cielo, terra e oltretomba; gli ori attribuiti al generale Djehuty, che condusse vittoriose le truppe egiziane nel Vicino Oriente per il faraone Thutmose III (1479-1425 a.C.), il grande conquistatore; le statue di Maya, Sovrintendente al tesoro reale di Tutankhamon, e Meryt, cantrice di Amon, (XVIII dinastia, regni di Tutankhamon-Horemheb, 1333-1292 a.C.), massimi capolavori del museo nazionale di Antichità di Leiden, che hanno lasciato per la prima volta l’Olanda; e, tra i numerosi oggetti che testimoniano il raffinatissimo stile di vita degli egiziani più facoltosi, un Manico di specchio (1292 a.C.) dalle sembianze di una eternamente giovane fanciulla che tiene un uccellino in mano. E per la prima volta dopo 200 anni dalla riscoperta a Saqqara della sua tomba, la mostra offre l’occasione unica e irripetibile di vedere ricongiunti i più importanti rilievi di Horemheb, comandante in capo dell’esercito egiziano al tempo di Tutankhamon e poi ultimo sovrano della XVIII dinastia, dal 1319 al 1292 a.C., che Leiden, Bologna e Firenze posseggono. Ma non è tutto: assieme ai capolavori di Leiden e Bologna, la mostra ospita importanti prestiti del museo Egizio di Torino e del museo Archeologico nazionale di Firenze, all’insegna di un network che vede coinvolte le principali realtà museali italiane.

Le statue di Maya e Meryt, due capolavori provenienti dal museo di Leiden

Le statue di Maya e Meryt, due capolavori provenienti dal museo di Leiden

La mostra si articola in sette sezioni e sette temi principali. Tra tutte, il ruolo centrale spetta a quella dedicata alla tomba di Horemheb, generale dell’esercito egiziano, comandante militare al tempo di Tutankhamon e infine faraone che regnò sull’Egitto dal 1319 al 1292 a.C. Ogni tappa fondamentale della carriera di questo grande stratega si lega a una città diversa nella quale egli ogni volta fece costruire la propria sepoltura. La tomba – i cui resti sono confluiti nella collezione di Bologna – è quella della necropoli di Saqqara, nei pressi di Menfi, all’epoca capitale amministrativa del Paese e sede del comando dell’esercito e dell’arsenale militare. La storia della scoperta della tomba è affascinante, quanto le decorazioni parietali che la rendono un monumento eccezionale del Nuovo Regno (che comprende la XVIII, XIX e XX Dinastia e va dal 1552 fino al 1069 a.C.): individuata a Saqqara nell’Ottocento, fu spogliata di numerosi frammenti parietali, ora esposti nei musei di tutto il mondo, incluse Bologna e Leiden che conservano i nuclei più rilevanti sia per quantità, sia per qualità. Quando oramai si erano perse le tracce della sua esistenza, complice la sabbia del deserto che la aveva nuovamente nascosta, la tomba fu riscoperta nel 1975 da una missione archeologica anglo-olandese: fu così che i rilievi, asportati nell’Ottocento e non sempre attribuiti a Horemheb, poterono essere virtualmente ricollocati al loro posto, evidenziando la ricchezza, originalità e raffinatezza artistiche di questa sepoltura. E allora con gli egittologi di Bologna e Leiden iniziamo una “visita guidata” per conoscere più da vicino i tesori esposti in mostra.

Vaso decorato con struzzi, colline e acque del Periodo Naqada (da Leiden)

Vaso decorato con struzzi, colline e acque del Periodo Naqada (da Leiden)

Il predinastico e l’Età arcaica – alle origini della storia Il passaggio dalla tradizione orale a quella scritta, dalla preistoria alla storia, rappresenta il momento fondante della civiltà egiziana. La collezione di Leiden è ricchissima di materiali che documentano il ruolo centrale della natura in questa lunga evoluzione culturale e artistica. Molti di questi oggetti, di assoluta modernità stilistica, aprono l’itinerario espositivo, tra cui un vaso decorato con struzzi, colline e acque. La scena raffigurata su questo vaso del Periodo Naqada (dal nome di un sito dell’Alto Egitto e che raggruppa la produzione artistica tra il 3900 e il 3060 a.C.) ci riporta a un Egitto caratterizzato da un paesaggio rigoglioso che i cambiamenti climatici hanno poi trasformato nel tempo. Struzzi, come quelli dipinti in rosso sul contenitore, assieme a elefanti, coccodrilli, rinoceronti e altri animali selvatici erano allora una presenza abituale del territorio nilotico.

Tavola per le offerte di Defdji dal museo di Leiden

Tavola per le offerte di Defdji dal museo di Leiden in mostra a Bologna

L’Antico regno – un modello politico-religioso destinato al successo e le sue fragilità Il periodo storico dell’Antico Regno (dalla III alla VI Dinastia, 2700-2192 a.C.) è noto per le piramidi e per il nascere di una burocrazia che ha al suo vertice un sovrano assoluto, considerato un dio in terra e padrone di tutto l’Egitto. Questo senso dello Stato e le sue regole terrene e ultraterrene, molto elitarie, sono ben documentati negli oggetti provenienti da contesto funerario di cui la collezione olandese è particolarmente ricca, tra cui una tavola per offerte in alabastro. L’offerta al defunto era parte fondamentale del rituale funerario per assicurare una vita oltre la morte. La particolarità di questa tavola appartenuta a un alto funzionario di stato è data dalla forma circolare, insolita, e dal ripetersi del concetto di offerta come indicato dal testo scritto, dal vasellame scolpito in visione zenitale e, soprattutto, dalla raffigurazione centrale che corrisponde al geroglifico hotep (offerta), ovvero una tavola su cui poggia un pane.

La stele di Aku, maggiordomo della divina offerta

La stele di Aku, maggiordomo della divina offerta

Il Medio Regno – il dio Osiride e una nuova prospettiva di vita ultraterrena La fine dell’Antico Regno e il periodo di disgregazione politica che ne segue determinano grandi cambiamenti nella società egiziana, che riconosce al singolo individuo una maggiore responsabilità del proprio destino, anche ultraterreno. Ogni egiziano, in grado di farsi costruire una tomba con adeguato corredo funerario, può ora aspirare a una vita eterna. Il dio Osiride, signore dell’oltretomba, diviene la divinità più popolare del Paese. Dal suo tempio ad Abido, uno dei più importanti luoghi di culto dell’Egitto, provengono molte stele ora a Leiden e a Bologna. Tra cui quella di Aku, il maggiordomo della divina offerta, che la dedica a Min-Hor-Nekhbet, la forma del dio itifallico Min adorata nella città di Abido. La preghiera che Aku rivolge al dio racconta di un’esistenza ultraterrena in un mondo concepito come tripartito: in cielo dove il defunto si trasfigura in stella, in terra dove la sepoltura è luogo fondamentale del passaggio dalla vita alla morte e in oltretomba dove Osiride concede al defunto la vita eterna.

Elemento di pettorale o cintura figurato a fiore di loto blu dall tomba del generale Djehuti

Elemento di pettorale o cintura figurato a fiore di loto blu dalla tomba del generale Djehuti

Dal Medio al Nuovo Regno – il controllo del territorio in patria e all’estero La sconfitta degli Hyksos, “i principi dei paesi stranieri” che invadono e governano l’Egitto settentrionale per alcune generazioni, dà origine al Nuovo Regno. Una politica estera molto aggressiva arricchisce il Paese che vive uno dei periodi di maggiore splendore. La classe sociale dei professionisti della guerra si afferma sino al punto da raggiungere il vertice dello stato e dare origine ad alcune dinastie regnanti. La ricchezza e il prestigio di questi militari si concretizzano anche nella produzione di oggetti raffinati, quali gli ori appartenuti a Djehuty, generale del faraone Tuthmosi III. L’arte orafa egiziana ci ha lasciato in eredità gioielli di grande pregio artistico e valore economico, come un elemento di pettorale (o cintura) presente in mostra. Questo monile, attribuito alla tomba del generale Djehuty, l’uomo al quale il sovrano Thutmosi III affidò il controllo delle terre straniere, ne rappresenta un raffinato esempio. Figurato a fiore di loto blu, simbolo di rinascita e rigenerazione, doveva fungere da elemento centrale di un elaborato pettorale o di una cintura cerimoniale a numerosi fili. Il cartiglio inciso sul lato posteriore suggerisce che il gioiello sia stato donato da Thutmosi III in persona.

Un rilievo con prigionieri dalla tomba di Horemheb oggi a Leiden

Un rilievo con prigionieri dalla tomba di Horemheb oggi a Leiden

La necropoli di Saqqara nel Nuovo Regno I musei di Leiden e di Bologna possono essere considerati “gemelli” perché conservano due nuclei importanti di antichità provenienti da Saqqara, una delle necropoli della città di Menfi. Durante il Nuovo Regno questa antica capitale dell’Egitto tornò a essere un centro strategico per la politica espansionistica dei sovrani di XVIII Dinastia. Lo dimostrano le monumentali sepolture degli alti funzionari di stato che vi ricoprirono incarichi amministrativi, religiosi e militari, tra le quali le tombe del Sovrintendente al tesoro reale di Tutankhamon Maya e di sua moglie Meryt, cantrice di Amon, e di Horemheb, comandante in capo dell’esercito e principe ereditario di Tutankhamon. Le statue di Maya e di sua moglie Meryt arrivarono in Olanda nel 1828 con la collezione D’Anastasi. Solo molti anni dopo, nel 1986, una missione archeologica anglo-olandese individuò la tomba di provenienza a sud-est della piramide di Djoser a Saqqara. Queste statue, che rappresentano i massimi capolavori egiziani del museo nazionale di Antichità di Leiden, hanno lasciato per la prima volta il museo olandese per essere esposte in mostra. Quando Egypt Exploration Society di Londra e il museo nazionale di Antichità di Leiden intrapresero gli scavi a sud-est della piramide a gradoni di Djoser nel 1975, l’obiettivo era quello di individuare la tomba di Maya e di Meryt. Grande fu la sorpresa nello scoprire, invece, la sepoltura del generale Horemheb che concluse una strepitosa carriera politica divenendo ultimo sovrano di XVIII Dinastia. La sua tomba, che ha una struttura a tempio, è caratterizzata da un ingresso a pilone, tre grandi corti e tre cappelle di culto che affacciano sulla corte a peristilio più interna. Da quest’ultima proviene gran parte dei rilievi conservati a Leiden e a Bologna, che raccontano le più importanti imprese militari di Horemheb condotte contro Siriani, Libici e Nubiani, le popolazioni confinanti con l’Egitto.

Manico di Specchio conservato a Bologna

Manico di Specchio conservato a Bologna

Il Nuovo Regno – il benessere dopo la conquista Arredi raffinati, strumenti musicali, giochi da tavolo, gioielli: sono solo alcuni dei beni di lusso che testimoniano il benessere diffusosi in Egitto a seguito della politica espansionistica dei sovrani del Nuovo Regno. Grazie ai raffinati oggetti è possibile rivivere momenti di vita quotidiana, immaginando di essere all’interno di un palazzo regale o nella dimora di qualche alto funzionario. Come per il manico di specchio in mostra costituito dal corpo aggraziato e sensuale di una fanciulla, che tiene in mano un piccolo uccellino.

Ritratto femminile dal Fayyum: questo in mostra proviene da Leiden

Ritratto femminile dal Fayyum: questo in mostra proviene da Leiden

L’Egitto del primo millennio L’Egitto del primo millennio a.C. è caratterizzato da una sempre più evidente debolezza del potere centrale a favore dei governatori locali che si attribuiscono il ruolo di dinasti regnanti. La perdita di unità politica e territoriale indebolisce la capacità di difesa dei confini del Paese, che è conquistato a più riprese da Nubiani, Assiri e Persiani. Centri forti di potere rimangono i templi, che gestiscono una parte importante dell’economia e la trasmissione del sapere, svolgendo un ruolo d’intermediazione politica tra potere regnante e popolazione devota. Molti dei capolavori in mostra appartengono a corredi funerari di sacerdoti e provengono da importanti aree templari, tra cui il sarcofago di Peftjauneith che, nell’insieme di cassa e coperchio, riproduce le sembianze del dio Osiride, avvolto in un sudario di lino e con il volto verde che evoca il concetto di rinascita. La raffinata decorazione di questo sarcofago conferma l’alto rango in ambito templare del suo proprietario, sovrintendente ai possedimenti di un tempio del Basso Egitto. La scena interna alla cassa mostra la dea del cielo Nut inghiottire ogni sera (a Occidente) il disco del sole per poi partorirlo ogni mattina (a Oriente). La conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno nel 332 a.C. chiude la fase “faraonica” della storia egiziana. Con i suoi successori, i Tolemei, ha inizio la dominazione greca del Paese che avrà come ultima sovrana la famosa Cleopatra VII. Il dorato declino del Paese continuerà per molti altri secoli, oltre la conquista romana del 31 a.C. sino alla dominazione araba nel VI secolo dopo l’era volgare. Il dialogo tra antico e nuovo, locale e straniero, che contraddistingue l’epoca greca-romana, permette ancora il raggiungimento di elevati livelli artistici, come testimoniano i celebri ritratti del Fayum, di cui il museo di Leiden conserva pregevoli esemplari presenti in mostra.