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Il Teatro Mobile per tre giorni a Pompei: un nuovo modo di vivere l’antica città romana, rivivendo le storie del passato. Il pubblico coinvolto in un evento itinerante ascoltando in cuffia “L’arte di amare” per il Bimillenario di Ovidio, o “Octavia” di Seneca, l’unica tragedia romana giuntaci integralmente

Galatea Ranzi è “Octavia” nella suggestiva messa in scena della tragedia di Seneca al parco archeologico di Pompei

Il pubblico segue l’evento itinerante ascoltando la lettura del testo in cuffia

Il Teatro Mobile fa tappa tre giorni a Pompei offrendo ai visitatori del parco archeologico un nuovo modo di vivere l’antica città romana, rivivendo le storie del passato. Dopo il successo delle anteprime nell’Estate Romana 2016, grazie al contributo diretto del ministro ai Beni e alle Attività Culturali il progetto “Memoria e immaginario di Roma” si presenta a Pompei. Il pubblico partecipa all’evento itinerante ascoltando in cuffia la partitura testuale, sonora e musicale dell’evento. Le diverse tappe del suo percorso sono modulate sul testo scelto: spazi attraversati e visioni spettacolari si coniugano con azioni dal vivo create per i luoghi, una messinscena che si allontana dalla tradizione, sperimentando l’efficacia di un dispositivo scenico che ha il connotato della leggerezza e della mobilità. Un esperimento scenico dunque che tocca ora uno dei luoghi archeologici più importanti al Mondo: Pompei.

Liliana Massari con Pietro Faiella legge un moderno adattamento de “L’arte di amare” di Ovidio

Venerdì 10 novembre 2017, alle 15,  per il “Bimillenario di Ovidio” Pietro Faiella e Liliana Massari leggono un agile e moderno adattamento de “L’arte di Amare” di Publio Ovidio Nasone, nell’ambito di un progetto che ha già toccato Sulmona, Roma e Costanza (i luoghi di nascita, vita e morte di Ovidio) con l’ascolto in cuffia. Al termine si ascolta un contributo di Emanuela Ceccaroni, archeologo della soprintendenza Archeologia dell’Abruzzo. Sabato 11 e domenica 12 novembre 2017, alle 15, va in scena “Octavia, una tragedia romana” con Galatea Ranzi e Nicola D’Eramo, Pietro Faiella, Liliana Massari, Galliano Mariani, Paolo Musio e la partecipazione straordinaria di Ludovica Modugno; colonna sonora Olbos, al violoncello Susanna García Rubí; traduzione e adattamento Pina Catanzariti; regia Marcello Cava. Partecipazione gratuita, posti limitati: solo su prenotazione www.teatromobile.eu. Biglietto di ingresso agli scavi 13 euro, ridotto 7,50 euro (per i cittadini UE tra i 18 e i 25 anni); ingresso e uscita da Porta Marina. La produzione degli eventi è possibile grazie ai  sistemi audioriceventi di Musound e al sostegno delle aziende estrattive e di lavorazione del travertino romano e vuole raccogliere contributi e adesioni per i suoi sviluppi futuri.

In “Octavia” partecipazione straordinaria di Ludovica Modugno

“Octavia”, unica tragedia romana pervenutaci integralmente e attribuita a Seneca (appositamente tradotta e adattata da Pina Catanzariti), narra di Ottavia, la sposa che Nerone abbandona per Poppea, condannandola all’esilio e alla morte. La presenza di personaggi storici – e quindi “umani” più che mai – in un luogo “reale” come il Palatium imperiale e in un tempo di “fatto” attuale all’autore, e non lontano nel tempo mitico, rendono questo testo un tentativo ultimo e straordinariamente moderno di reinvenzione della tragedia. Un terreno, inesplorato e fecondo, per un progetto di messinscena che vuole essere rivisitazione di un codice irrimediabilmente lontano nel tempo. Nerone e il suo tempo rivivono negli scavi di Pompei nella leggerezza del Teatro Mobile dimostrando la possibilità di un uso consono e non deturpante del nostro patrimonio culturale. I visitatori-spettatori muniti di audiocuffia ascolteranno la partitura testuale, sonora e musicale del dramma in un percorso che, partendo dalla Basilica, attraverso il Foro, la via dell’Abbondanza, le Terme Stabiane e il teatro piccolo si concluderà al teatro grande. Nella tappe di questo “viaggio nel tempo” gli spettatori incontreranno Octavia, “Chorus”, e poi Seneca e Nerone, la voce del fantasma di Agrippina e Poppea in un esperimento che associa i luoghi, le parole e le persone alla ricerca della “memoria dell’antico”. Al termine di “Octavia”, nel viaggio di ritorno verso l’uscita degli scavi, sabato 11 a cura di Alberto Prestininzi, geologo della Sapienza, si parlerà dell’eruzione del Vesuvio (narrata da Plinio Il Giovane) e domenica 12 Paolo Musio leggerà (anche in latino!) il De rerum Natura di Lucrezio.

Quattro sere a tu per tu con l’imperatore Nerone e le sue donne: visita notturna spettacolarizzata nella grandiosa villa di Poppea a Oplontis, l’odierna Torre Annunziata

Quattro sere di viste guidate spettacolarizzate nella villa romana di Poppea a Oplontis (l’odierna Torre Annunziata)

Metti una sera con l’imperatore Nerone e le sue donne. Dove? Agli scavi di Oplontis, ovviamente nella villa di Poppea. Nell’ambito del programma “Campania by night. Archeologia sotto le stelle” organizzato e promosso dalla Scabec, società campana per i Beni culturali, in collaborazione con il Mibact, la Regione Campania e il Parco archeologico di Pompei propongono “Nerone e le Imperatrici”, quattro serate a tema nella grande villa romana scoperta nell’odierna Torre Annunziata (Napoli) ancora nel Settecento e nell’Ottocento da saggi borbonici, ma studiata sistematicamente solo dal 1964 (e gli scavi archeologici non sono ancora terminati). L’anteprima di “Nerone e le Imperatrici”, visita spettacolarizzata alla villa di Poppea, è fissata per le 19.30 di mercoledì 6 settembre 2017. Seguiranno poi gli ingressi delle 21 e delle 22.15:  la visita spettacolo di circa 65 minuti è in gruppi di 50 persone. Le altre serate sono in programma giovedì 7, mercoledì 13 e giovedì 14 settembre 2017.  Prenotazione consigliata telefonando al numero 800600601 (da fisso) oppure al numero 08119737256 (da cellulare e dall’estero). L’acquisto del biglietto per i prenotati sarà possibile la sera stessa dell’evento presentandosi con un anticipo di almeno 30 minuti presso l’ingresso del sito da cui avrà inizio il percorso. Sarà comunque favorito l’eventuale acquisto del biglietto e l’accesso alle persone non prenotate fino ad esaurimento posti disponibili.

I grandiosi affreschi che decorano la villa di Poppea a Oplontis

La villa romana di Poppea “riemersa” tra i quartieri moderni di Torre Annunziata

La villa di Poppea – spiegano in soprintendenza -, grandiosa per dimensioni, qualità degli affreschi e adorna di numerose sculture in marmo, venne costruita intorno alla metà del I secolo a.C. e poi ampliata in età claudia. È stata attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone, per la presenza di un’iscrizione dipinta su di un’anfora, indirizzata a Secundus, liberto di Poppea: in ogni caso doveva appartenere al ricchissimo patrimonio della famiglia imperiale che, come molti altri esponenti del patriziato romano, prediligeva la costa campana, famosa già nell’antichità per la salubrità del clima e lungo la quale amava edificare sontuose ville residenziali (ville di otium). La villa era disabitata al momento dell’eruzione del 79 d.C.: non c’erano infatti suppellettili nelle stanze, né vasellame nella cucina. Molti oggetti rinvenuti, come colonne e lucerne, erano accantonati in poche stanze. Materiali edili e lavori in corso dimostrano che nella villa si stavano riparando i danni di uno dei numerosi terremoti che colpivano con frequenza l’area vesuviana. La villa, circondata da ampi giardini, è dotata, fra l’altro, di un quartiere termale; non mancano gli ambienti produttivi, come quello dove si pigiava l’uva per la produzione del vino. La decorazione pittorica, con finte porte e colonne . continuano a spiegare gli archeologi -, è correlata all’architettura reale, creando così giochi prospettici, corrispondenze fra reale ed immaginario. Numerosi e di grande qualità i particolari delle decorazioni pittoriche, costituiti da maschere, cesti di frutta, fiaccole, uccelli. La villa era originariamente adorna di numerose sculture, in prevalenza copie romane di originali di ambito ellenistico del III-II secolo a.C. La zona orientale è quasi interamente scavata , mentre quella occidentale non è stata del tutto posta in luce per la presenza della strada moderna e di un edificio militare, l’ antica Real Fabbrica d’Armi.

Eccezionale scoperta fuori Porta Stabia a Pompei: trovata la tomba monumentale in marmo del “princeps”, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori, con la più lunga iscrizione mai rinvenuta nella colonia: insieme all’elogio del defunto anche i retroscena della rissa all’anfiteatro del 59 d.C. La tomba si può completare col grande bassorilievo dei gladiatori, al Mann dalla metà dell’Ottocento. Per la prima volta trovato sullo strato di lapilli le tracce dei carri dei pompeiani in fuga dall’eruzione

Archeologi al lavoro per ripulire la monumentale tomba in marmo a ridosso delle fondamenta del palazzo San Paolino a Pompei

La Porta Stabia a Pompei da cui usciva la strada che lambiva la tomba scoperta

Il soprintendente Massimo Osanna illustra l’eccezionale scoperta

Trovata a Pompei la tomba del “princeps”, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori dell’area vesuviana, con la più lunga iscrizione mai trovata nella colonia romana, che svela i retroscena della più grave rissa mai registrata nell’anfiteatro pompeiano (episodio che costrinse l’imperatore Nerone a sospendere gli spettacoli a Pompei), e permette di “collocare” un grande bassorilievo, proveniente dalla zona di Porta Stabia, ma trovato fuori contesto, e conservato al Mann dalla metà dell’Ottocento. Ce n’è abbastanza per far esultare il direttore generale della soprintendenza Massimo Osanna, che mercoledì 26 luglio 2017 ha presentato ufficialmente il ritrovamento fuori Porta Stabia a Pompei: “Senza falsa modestia, è la scoperta più importante registrata a Pompei negli ultimi decenni, e soprattutto un colpo di fortuna straordinario perché questa scoperta non viene da uno scavo programmato ma da uno scavo che nasce per la ristrutturazione dell’edificio di San Paolino”. Il caso ancora una volta ha dato una mano agli archeologi. Il San Paolino era stato realizzato negli anni Quaranta dell’Ottocento come cascinale privato ai margini dell’area archeologica. “Già allora si fecero degli scavi. Ma l’abbiamo capito quando siamo intervenuti con uno scavo preventivo prima di procedere alla ristrutturazione del San Paolino che, speriamo dall’autunno, è destinato ad ospitare la grande biblioteca della soprintendenza, mentre gli uffici sono al piano superiore”. Durante gli accertamenti sulle fondazioni, è stato fatto uno saggio in profondità che ha intercettato un pezzo della strada che usciva da Porta Stabia e un pezzettino di un monumento: “Essendo in marmo ci ha fatto capire che doveva essere un qualcosa di eccezionale. Ma con il Grande Progetto non si poteva fare scavi perché sarebbe stata una variante al contratto che quindi Bruxelles non ci avrebbe riconosciuto, e quindi abbiamo deciso di fare uno sforzo e con il nostro Cda abbiamo individuato i fondi, 200mila euro, per scavare, aspettandoci una sorpresa. E la sorpresa è avvenuta: la tomba monumentale probabilmente è del personaggio più importante degli ultimi anni della colonia”. Morto un anno prima dell’esplosione del vulcano, il notabile – di cui non si è trovato il nome – fu seppellito nell’area di Pompei, fuori Porta Stabia, denominata San Paolino, quindi lungo la strada più importante che usciva dalla colonia verso la ricca Stabiae e quindi il mare. Per la sua fama e la sua ricchezza gli fu dedicata una lunga epigrafe su marmo che ora emerge dal terreno e rivela aspetti della storia pompeiana e, quasi sicuramente, il nome dell’uomo sepolto. Che per ora però non è emerso. Secondo Osanna potrebbe trattarsi di Gneo Alleo Nigidio Maio, che il popolo soprannominò “principe” della colonia, in segno di gratitudine per i favolosi spettacoli che organizzava.  Ma andiamo con ordine.

I solchi lasciati sullo strato di lapilli dai carri con i pompeiani in fuga dall’eruzione

Tracce dei pompeiani in fuga dall’eruzione. “Il monumento”, riprende Osanna, “sorge lungo una strada basolata che in questo momento non vediamo perché è ricoperta da uno spesso strato di lapilli. È proprio sopra questa superficie trasformata in strada di fortuna che arriva il dato più toccante: per la prima volta si sono scoperte le tracce della fuga dei pompeiani. Si vedono i solchi lasciati dai carri dei pompeiani che fuggivano da Porta Stabia e correvano due metri sopra i lapilli verso la salvezza. Lo scavo è stato fatto con grande perizia e ci ha permesso di individuare queste tracce che probabilmente saranno state presenti anche in altre situazioni ma non sono state viste perché in passato non sempre gli scavi sono stati condotti in maniera stratigrafica corretta, cosa che invece bisogna fare sempre”.

L’iscrizione scoperta sulla tomba monumentale, 4 metri di lunghezza e 7 righe di testo, la più grande mai trovata a Pompei

Osanna indica la grande iscrizione su un lato della tomba

L’iscrizione. La tomba presenta un’iscrizione lunghissima: 4 metri su 7 righe, che ci dà dati inediti sulla storia di Pompei riportando in maniera dettagliata le tappe fondamentali della vita (acquisizione della toga virile, nozze) e la descrizione delle attività munifiche che accompagnarono tali eventi (banchetti pubblici, elargizioni liberali, organizzazione di giochi gladiatori e combattimenti con belve feroci). “Questa iscrizione”, assicura il soprintendente, “un po’ cambia la storia di Pompei”. Si tratta di una iscrizione sepolcrale nella forma delle res gestae (cioè con la descrizione delle imprese realizzate in vita).  Le iscrizioni sepolcrali, notoriamente, contengono il nome del defunto, possono o meno indicare l’età, la condizione sociale e la carriera o altre notizie biografiche. Per i magistrati la citazione delle attività svolte si riassume nel cursus honorum (la carriera pubblica); altri riferimenti sono piuttosto rari. Nel nostro caso invece viene fatto l’elogio del defunto, cosa che a Pompei non ha confronti. “Questo personaggio racconta quello che ha fatto nella sua vita: il suo racconto inizia quando, raggiunta la maggiore età, prese la toga virile. Per l’occasione donò a tutto il popolo pompeiano un banchetto – sarebbe bello capire dove -, soffermandosi anche sui dettagli: allestì 456 triclini, dove le persone potevano banchettare. Quindi dobbiamo immaginare migliaia di pompeiani stesi a triclino, tutti ospiti di questo personaggio che, non pago, offrì anche uno spettacolo gladiatorio con 416 gladiatori – cita l’iscrizione – cosa straordinaria. Se pensate che tutti i dati che noi abbiamo sugli spettacoli gladiatori, anche quelli ricavati dalle iscrizioni ritrovate a Pompei, non ricordano mai più di 30 coppie di gladiatori. Qui invece sono 416 per uno spettacolo gigantesco che in quel momento si poteva allestire solo a Roma. Quindi fu un grande spettacolo, e sostanzialmente una grande carneficina”.

La cruenta rissa tra pompeiani e nocerini del 59 d.C. alll’anfiteatro è ricordato da un affresco pompeiano oggi al Mann

I retroscena della grande rissa del 59 d.C. “L’iscrizione – e qui è il dato straordinario che vien fuori – ci parla della rissa del 59 d.C. registrata anche da Tacito ma di cui oggi possiamo dire non ci aveva detto tutto”. Negli Annales (XIV, 17) Tacito ricorda come in quell’anno, durante uno spettacolo di gladiatori nell’anfiteatro di Pompei, iniziarono alcuni screzi tra gli abitanti di Pompei e quelli di Nuceria Alfatena. I primi erano infatti ancora risentiti per la deduzione a colonia di Nuceria (avvenuta nel 57 d.C.), a svantaggio della vicina Pompei, che perse così parte del suo territorio agricolo. Durante i giochi, dalle ingiurie si passò alle sassate e poi alle armi. Alla fine dei tumulti erano soprattutto i Nocerini i più danneggiati, e molti di essi rimasero uccisi o tornarono a casa feriti. L’imperatore Nerone portò la vicenda al Senato romano. Dopo l’inchiesta venne deliberata la chiusura dell’anfiteatro pompeiano per dieci anni (poi ridotti a due)  e lo scioglimento dei collegia; il senatore Livinio Regolo, organizzatore dei giochi, e gli altri incitatori della rissa vennero esiliati. “Ma l’iscrizione ritrovata”, fa sapere Osanna, “ci dà alcuni dettagli che Tacito non aveva scritto: innanzitutto questo personaggio si pregia che lui aveva così buoni rapporti con l’imperatore che solo lui godette di riportare a casa i duoviri, cioè i magistrati del 59 che evidentemente erano stati esiliati anche loro, ma di cui Tacito non parla. Quindi un torbido notevole di straordinarie proporzioni che doveva coinvolgere le famiglie principali di Pompei che quindi nel 59 si trovava con entrambi i duoviri esiliati.

Un dettaglio del grande bassorilievo con scene gladiatorie trovato fuori contesto nell’area di Porta Stabia e conservato al Mann dalla metà dell’Ottocento

Poi parla delle sue nozze. “L’impresario ricorda  che anche in occasione delle sue nozze continuò a organizzare spettacoli gladiatori e ne fece uno enorme questa volta accompagnato con venationes, cioè spettacoli con la caccia ad animali esotici e bestie feroci. Per l’occasione portò a Pompei animali catturati in Africa proprio per allietare i cittadini pompeiani. E alla fine i pompeiani lo acclamarono patronus, e lui – sottolinea Osanna – si schernisce dicendo di non esserne degno. Nell’iscrizione è ricordato come princeps coloniae, un altro caso interessante: vuol dire che era uno dei personaggi più influenti per la cittadinanza, un titolo onorifico per ribadire che lui era il migliore della colonia”. Questo continuo rinvio agli spettacoli gladiatori e alle venationes nella monumentale iscrizione scoperta fuori Porta Stabia ha permesso di ricontestualizzare un pezzo importante finito al MANN alla metà del XIX secolo da un ritrovamento fuori contesto. “È più che verosimile che la parte superiore della tomba, danneggiata dalla costruzione dell’edificio di San Paolino nell’Ottocento, fosse completata con un rilievo conservato al Mann. Se si valuta il ruolo che gli spettacoli gladiatori e le venationes hanno nell’elogio, si può ipotizzare che fosse ivi collocato il noto rilievo con scene gladiatorie e di cacce con animali del Mann. Il rilievo ha infatti dimensioni compatibili con il monumento, lungo com’è circa 4 metri, e risponderebbe bene nel tema al ruolo del defunto di straordinario organizzatore di giochi.

Un bell’esemplare di elmo gladiatorio in bronzo rinvenuto a Pompei

Si può dare un nome a questo importante impresario? “Purtroppo”, ammette il soprintendente, “sull’iscrizione messa in luce non il nome non c’è. Ma dal prosieguo delle ricerche potremmo essere smentiti. Noi comunque pensiamo possa trattarsi di Gneus Alleius Nigidius Maius, uno dei personaggi più in vista dell’età neroniana-flavia, il più noto tra gli impresari di spettacoli gladiatori della città, che risulta acclamato più volte a Pompei proprio come prodigo dispensatore di giochi. Morto nel 78 d.C., quindi un anno prima dell’eruzione del Vesuvio, era un liberto figlio di uno schiavo. Il personaggio ben rappresenta la classe dirigente degli ultimi decenni di vita della città, affermatosi in virtù dell’estrema mobilità sociale di quegli anni e grazie all’adozione da parte dell’importante famiglia degli Alleii. Si tratterebbe quindi di un personaggio ben in vista a Pompei”.

“Defacing the Past”: una mostra al British Museum di Londra illustra la particolare applicazione della “damnatio memoriae” sulle monete imperiali romane confrontate con esempi da Egitto, Mesopotamia e Grecia. Ne parla l’archeologo numismatico Dario Calomino

Il cosiddetto “tondo severiano” che raffigura la famiglia dell’imperatore Settimio Severo con il ritratto del figlio Geta cancellato

Ritratti scalpellati e violentati, statue distrutte, monumenti danneggiati: quando si voleva cancellare il ricordo di un personaggio pubblico non si rispettava niente e nessuno. In ogni epoca, in ogni luogo. È la cosiddetta Damnatio memoriae, termine non presente nel diritto latino, ma che nel diritto latino si concretizzava nella pena della cancellazione della memoria di una persona e la distruzione di qualsiasi traccia che potesse tramandarla ai posteri, come se quella persona non fosse mai esistita. In Egitto, ad esempio, il tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari, a Tebe, sulla sponda ovest del Nilo, è forse uno dei casi più famosi: statue rimosse, frantumate o sfigurate. Alla morte della regina-faraone infatti Thutmosi III prima e il figlio Amenofi II poi procedettero alla sistematica cancellazione di Hatshepsut dai monumenti, eliminando la sua figura e i suoi cartigli. E nel mondo romano sono stati molti gli imperatori colpiti dalla damnatio memoriae. Ricordiamo, tra gli altri, Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo, Eliogabalo, Massenzio, Treboniano Gallo, Didio Giuliano. Ma la stessa condanna non risparmiò neppure uomini e donne di spicco, come Seiano, il braccio destro dell’imperatore Tiberio, oppure la madre di Nerone, Agrippina, o ancora Geta, fratello di Caracalla che non esitò a farlo assassinare e a far sì che se ne perdesse ogni traccia. Emblematico proprio il caso di Geta: sul famoso “tondo severiano” che raffigura la famiglia dell’imperatore Settimio Severo il volto di Geta appare cancellato. Il nome di Geta, invece, è stato fatto “sparire” sempre da Caracalla dall’arco del padre Settimio Severo nel foro a Roma, sostituito dalle parole optimis fortissimisque principibus, mentre la sua figura è stata abrasa dall’arco severiano di Leptis Magna, il Libia.

Il manifesto della mostra “Defacing the past. Damnation and desecration in imperial Rome” allestita al British Museum di Londra

Dario Calomino, archeologo numismatico

Ma la damnatio memoriae non interessò solo i monumenti: l’immagine del personaggio caduto in disgrazia fu cancellato qualche volta anche dal dritto delle monete circolanti. Lo spiega bene la mostra “Defacing the past. Damnation and desecration in imperial Rome”, allestita nella sala 69 del British Museum di Londra fino al 7 maggio 2017, che affronta la storia romana da una prospettiva diversa, quella delle monete con immagini abrase per condannare la memoria di imperatori romani deceduti o per minare il potere di quelli ancora viventi. La mostra presenta una selezione di monete, iscrizioni, sculture e papiri che mostrano immagini e simboli di potere cancellati nell’antichità. Ci sono esempi da Egitto, Mesopotamia e Grecia, a dimostrazione che i romani continuarono una consuetudine molto antica. “L’abitudine di cancellare dalle iscrizioni i nomi dei governanti e leader politici caduti in disgrazia”, spiega Dario Calomino, archeologo numismatico al British Museum, “così come di deturpare o distruggere le loro immagini, esisteva in Egitto e nel Vicino Oriente, come nel mondo greco. Nell’antica Roma si consolidò tra il II sec. a.C. e il III sec. d.C. Le monete però sono state abrase solo raramente. Ciò dipende dal fatto che, poiché le monete continuavano a circolare anche dopo la damnatio memoriae, la gente temeva che un’alterazione del conio potesse minarne la sua validità. Per questo le monete sono state cancellate solo in circostanze eccezionali”.

L’eccezionale Cameo Blacas con l’effige del divo Augusto conservato al British Museum di Londra

Uno dei pezzi più pregiati in mostra è il famoso Cameo Blacas, al British Museum dal 1867, quando fu acquisita la famosa collezione di antichità che Luigi, duca di Blacas, aveva ereditato dal padre, tra cui il Tesoro dell’Esquilino. Il cameo romano antico, in sardonica con quattro strati alternati di bianco e marrone, insolitamente grande (quasi 13 centimetri), mostra la testa di profilo del divo Augusto, realizzato probabilmente dopo la sua morte avvenuta nel 14 d.C. “La damnatio memoriae scattava più frequentemente quando gli imperatori avevano fretta di essere divinizzati prima della morte”, spiega Calomino. “Molti gli imperatori divinizzati dopo la loro morte, ma questo non era sufficiente per alcuni che, come Caligola, voleva essere venerato come un dio in vita. Altri imperatori erano considerati non meno pericolosi perché volevano cambiare la religione della tradizione romana. Come è il caso di Elagabalo. Una delle sue monete è in mostra: non è stata abrasa, ma presenta l’imperatore come sommo sacerdote del dio siriano Sole-Elagabal, che voleva porre al di sopra di Giove”. Da questo momento il potere imperiale è diventato sempre più transitorio e, nella prima metà del III sec. d.C. assistiamo a una sequenza di generali che vengono acclamati e deposti a tempo di record dalle diverse legioni dell’impero. “Ci sono due esempi interessanti di monete coniate da Massimino il Trace, imperatore per un brevissimo periodo dal 235 al 238, deturpate in modo diverso: una mostra il volto graffiato dell’imperatore, mentre l’altra ha un lato interamente abraso, su cui è stata stampata una H (maiuscola della eta, lettera dell’alfabeto greco), che in greco indicava il numero 8, per registrare il valore della moneta. Ma è stato lasciato leggibile il nome e il simbolo della città di emissione”.

Gerusalemme. Per la prima volta gli archeologi hanno trovato in situ una moneta romana: aureo di Nerone del 56-57 d.C.

Sul Monte Sion che guarda ka Città Vecchia di Gerusalemme trovato un aureus di Nerone

Sul Monte Sion che guarda ka Città Vecchia di Gerusalemme trovato un aureus di Nerone

Un aureo dell'imperatore Nerone

Un aureo dell’imperatore Nerone

Una rara, e ben conservata, moneta d’oro con l’immagine dell’imperatore Nerone è stata ritrovata da ricercatori americani dell’università di Charlotte (North Carolina) in un recente scavo sul Monte Sion, fuori la Città Vecchia di Gerusalemme. Ne ha dato notizia il sciencedaily.com. La scoperta della moneta, coniata nel 56-57 d.C., “è eccezionale” hanno spiegato Shimon Gibson, James Tabor e Rafael Lewis, condirettori dello scavo, “perché è la prima volta che un conio di questo tipo è rinvenuto a Gerusalemme in un scavo scientifico. Monete di questo tipo sono di norma rintracciabili solo in collezioni private di cui però non conosciamo l’esatta provenienza”. Secondo gli scienziati, questa moneta potrebbe essere appartenuta a un sacerdote giudeo, la cui casa sarebbe stata saccheggiata nel VI-VII sec. d.C. Sul bordo della moneta è ben visibile la scritta: NERO CAESAR AVG IMP (Imperatore Cesare Nerone Augosto). Sul retro c’è la scritta: EX SC (ex Senatus consulto) e PONTIF MAX TR P III (Pontefice massimo, terzo anno di tribunicia potestas). Il fatto che Nerone sia ricordato come Pontefice massimo (titolo avuto nel 55 d.C.), secondo il numismatico britannico David Jacobson permette di datare l’aureo al 56-57 d.C.

Subiaco. Restaurato il nucleo A della villa imperiale di Nerone, splendida dimora realizzata sulle rive di tre laghi artificiali. Visite guidate in tutti i week end di agosto e settembre 2016

Grazie ai restauri della soprintendenza è oggi possibile visitare il sito della villa di Nerone a Subiaco

Grazie ai restauri della soprintendenza è oggi possibile visitare il sito della villa di Nerone a Subiaco

Della grande villa imperiale voluta da Nerone nei suoi primi anni di regno (54-55 d.C.) nel territorio di Subiaco in un’area ricca di vegetazione tra i monti Taleo e Francolano, lambita dal fiume Aniene, rimangono modeste vestigia, ma sufficienti a dare l’idea della monumentalità del complesso: una splendida dimora che si estendeva su una superficie di circa 75 ettari. Tanto per avere un’idea, 15 in più della parte scavata di Villa Adriana a Tivoli. La villa, nota come villa Sublaqueum (sotto il lago), fu costruita sulle rive di tre laghi artificiali, ottenuti con lo sbarramento in tre punti della valle e la realizzazione di altrettante dighe. A destra e a sinistra dei tre laghi, denominati simbruina stagna (i laghetti dei Simbruini, scomparsi dopo una piena del 1305), si levarono i padiglioni della villa, lungo una superficie di circa due chilometri e mezzo; la villa era dunque costituita di più nuclei. Univa i padiglioni un grande ponte di marmo.

La pianta dell'imponente villa imperiale voluta da Nerone tra l'Aniene e i monti di Subiaco

La pianta dell’imponente villa imperiale voluta da Nerone tra l’Aniene e i monti di Subiaco

La villa di Nerone sorgeva attorno a tre laghetti artificiali su una superficie di 75 ettari

La villa di Nerone sorgeva attorno a tre laghetti artificiali su una superficie di 75 ettari

Proprio uno di questi nuclei, il cosiddetto nucleo A – nella zona di San Clemente – grazie ai recenti lavori di restauro condotti dalla soprintendenza Archeologia del Lazio con la collaborazione del Comune di Subiaco, viene aperto al pubblico in tutti i week end di agosto e settembre 2016. In località San Clemente, sulla riva destra dell’Aniene, si trovano infatti le tracce più evidenti, particolarmente interessanti perché riguardano il nucleo della villa che S. Benedetto utilizzò per costruire la casa-madre, il primo dei monasteri da lui fondati. L’area di 1400 mq fu parzialmente scoperta nel 1883 e portata alla luce tra il 1994 e il 1999. Il fabbricato, in muratura (opus reticulatum), è compatto. Rimane isolata, nel punto più alto, solo una cisterna rettangolare; mentre più in basso ci sono una ventina di ambienti circondati da un corridoio che li stacca dalla roccia. “Risulta difficile al momento stabilire quali funzione avessero i diversi ambienti”, spiegano gli esperti, “tuttavia quasi certamente cinque di essi fungevano da terme: sono stati individuati un locale per il bagno caldo e la relativa camera di combustione. Un altro vano rettangolare corrisponde a un ninfeo ed è stata individuata anche una vasca ellittica forse destinata ad allevamento ittico”.

L'Efebo di Subiaco, trovato nel nucleo D della villa di Nerone, è oggi conservato al museo di Palazzo Massimo a Roma

L’Efebo di Subiaco, trovato nela villa di Nerone, è oggi conservato al museo di Palazzo Massimo a Roma

Alla villa Imperiale si arrivava attraverso la via Sublacense, fatta progettare dallo stesso Nerone, che qui si rifugiava nei periodi caldi dell’anno tra cascate, giochi d’acqua e grotte. Ma tutta questa natura rigogliosa non bastò a trattenere l’imperatore che – come ci narra Tacito negli Annales (XIV, 22) – considerò nefasta la caduta di un fulmine sul tavolo dove stava bacchettando. E così nel 60 d.C. Nerone decise di abbandonarla, e solo durante il regno di Traiano la Villa venne in parte ristrutturata. Tutte le dighe crollarono durante il Medioevo. I resti della villa imperiale affiorano in diverse zone del sublacense. Nei nuclei della villa situati più in alto, rinvenuti nel 1883-84, furono ritrovate due statue: l’Efebo di Subiaco del IV secolo a.C. e una testa di fanciulla dormiente, conservate nel museo nazionale Romano. Tale nucleo è interpretato dagli archeologi come padiglione-belvedere.

Visite guidate alla villa imperiale di Nerone a Subiaco nei week end d agosto e settembre 2016

Visite guidate alla villa imperiale di Nerone a Subiaco nei week end d agosto e settembre 2016

“Dopo la riapertura della Rocca Abbaziale, visitabile in questo periodo tutti i giorni”, spiega soddisfatto il sindaco Francesco Pelliccia, “riapriamo alla pubblica fruizione un altro sito storico e culturale di grande importanza per la nostra città che merita davvero attenzione. Aumentiamo i nostri siti attrattivi per aumentare la nostra competitività sul mercato turistico. Ci tengo a ringraziare – conclude – la soprintendente Alfonsina Russo e Zaccaria Mari, funzionario di zona, per l’impegno profuso al fine di valorizzare finalmente questo sito dalle enormi potenzialità”. Ecco dunque i cicli di aperture in agosto e settembre 2016 secondo un programma di aperture regolato dall’associazione Ethea che garantisce l’accoglienza e le visite guidate. Il sito, riaperto ufficialmente il 6 agosto, apre il 20, il 21, il 28 e il 29 agosto, e a settembre il 4, l’11 e il 18, sempre dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 17.30. Il prossimo passo sarà rendere fruibile il nucleo D del complesso, collocato dall’altro lato del fiume Aniene, proprio di fronte all’area appena recuperata.

“Passeggiate nel cuore di Roma antica tra Romolo e Costantino”: Andrea Carandini racconta l’antica Roma al Piccolo Eliseo di Roma

L'archeologo Andrea Carandini, tra i massimi esperti di Roma antica, oggi presidente del Fai

L’archeologo Andrea Carandini, tra i massimi esperti di Roma antica, oggi presidente del Fai

Quattro passi nell’Antica Roma: l’archeologo Andrea Carandini, uno dei massimi conoscitori del Palatino e delle origini di Roma, oggi presidente del Fai (Fondo per l’Ambiente Italiano), sarà il protagonista al Piccolo Eliseo di Roma di un ciclo di incontri dedicati allo straordinario patrimonio artistico, archeologico e monumentale di Roma antica dal titolo “Passeggiate nel cuore di Roma antica tra Romolo e Costantino”. Quattro appuntamenti a cadenza mensile che ripercorrono la storia dei luoghi e degli eventi che vi si svolsero. Una sintesi (fino al 21 aprile) storico, topografica e archeologica del cuore dell’Urbe, tra l’VIII secolo a.C. e il IV secolo d.C., con le sue meraviglie e i suoi monumenti. Il Palatino e, in particolare, la sua pendice settentrionale erano il cuore di Roma antica. Qui, attorno alla metà dell’VIII secolo a.C., vengono edificati edifici sacri e pubblici che erano il fulcro della città stato. Col passare del tempo il paesaggio del monte e della pendice mutano: prima accogliendo le dimore dell’aristocrazia e poi i palazzi degli imperatori e grandi edifici funzionali. “L’archeologo è come Freud”, ricorda Carandini. “Sono trent’anni che scavo dentro. Anche lì si porta alla luce, si cercano radici, fondamenta”.

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Al Piccolo Eliseo di Roma gli incontri di Andrea Carandini

Al Piccolo Eliseo di Roma gli incontri di Andrea Carandini

Si comincia giovedì 21 gennaio 2016 alle 17.30 con “Il tempo dei primi re: tra Romolo e Tarquinio Prisco (750-530 a.C.). Si prosegue poi giovedì 18 febbraio alle 17.30 con “Dagli ultimi re alla tarda repubblica: tra Servio Tullio e Giulio Cesare (530-44 a.C.)” sulla storia di Servio Tullio che dà inizio a un lungo processo che porterà sulla pendice del Palatino le splendide dimore dei più illustri uomini della città e che giungerà al culmine in età tardo-repubblicana. Sempre alle 17.30 giovedì 17 marzo ci sarà “Dalla fine della repubblica a Nerone: tra il triumvirato e il grande incendio (44 a.C.-64 d.C.)” che racconta come, dopo le guerre civili e la fine della Repubblica, Augusto rifonda, ingrandisce e abbellisce la città. Sotto i suoi successori le dimore palatine dell’aristocrazia senatoria vengono sostituite dai palazzi imperiali. Tutto sarà interrotto dalla distruzione causata dall’incendio neroniano. Infine l’ultimo incontro dal titolo “L’età imperiale: tra l’incendio di Nerone e Costantino (64 d.C.-IV secolo d.C.)” che si svolgerà giovedì 21 aprile e che racconta la nuova rivoluzione urbanistica, quella neroniana, iniziata dopo l’incendio. Il tiranno puntava a trasformare Roma in una grande e regolare capitale ellenistica incentrata sulla sua sconfinata reggia, la Domus Aurea. L’assolutismo di Nerone e la sua sconfinata dimora falliscono e vengono sepolti dalle opere degli imperatori successivi, ma il tessuto cittadino rimarrà lo stesso fino alla fine dell’impero.