Fondazione Scuola Beni culturali: nel primo seminario on line rafforzato il ruolo internazionale dell’Italia per l’area del Mediterraneo nella gestione del patrimonio
Progettare il futuro nella gestione del patrimonio: la dimensione internazionale. Con un seminario online dal titolo “Programme follow-up: twinnings and skills sharing” (Aggiornamento del programma: gemellaggi e condivisione delle competenze) si è conclusa, alla presenza del ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo Dario Franceschini, la prima edizione della International School of Cultural Heritage, il programma di scambio e aggiornamento professionale per l’area del Mediterraneo lanciato nel novembre 2019 dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali. Un appuntamento di lavoro basato sul reciproco ascolto e sulla condivisione di esperienze, con il quale si è voluto valorizzare il cospicuo investimento realizzato dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, allo scopo di rafforzare il ruolo internazionale dell’Italia nel campo della gestione del patrimonio e condividere con i Paesi partecipanti il know how italiano. Le indicazioni e le valutazioni emerse durante il seminario conclusivo costituiranno una base di partenza condivisa per la programmazione di attività future: è già prevista per la fine del 2021 una seconda edizione del Programma, e l’avvio di accordi e gemellaggi tra istituzioni italiane e dei Paesi coinvolti. La vice ministra MAECI Marina Sereni e l’Assistant Director-General per la Cultura dell’UNESCO, Ernesto Ottone Ramirez, hanno portato i loro saluti confermando l’interesse e la piena disponibilità delle loro istituzioni a continuare nel lavoro comune. Al seminario hanno preso parte i rappresentanti di alcuni dei partner coinvolti, che hanno ospitato i referenti stranieri nelle loro esperienze sul campo in Italia: Parco archeologico di Paestum, Parco Archeologico dell’Appia Antica, Coopculture, Museo Egizio di Torino, CNR – Istituto di scienze per il patrimonio culturale, Museo Etrusco di Villa Giulia, Fondazione Brescia Musei. Sono intervenuti poi i responsabili apicali delle istituzioni dell’area mediterranea che hanno aderito al Programma, da Algeria, Egitto, Etiopia, Giordania, Iraq, Israele, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Tunisia e Turchia. Il confronto è stato coordinato da Mounir Bouchenaki, archeologo algerino già Vice-Direttore dell’UNESCO per la Cultura e Direttore Generale di ICCROM, attualmente consulente esperto per l’UNESCO.
La prima edizione della International School ha visto la partecipazione di diciannove tra archeologi, architetti, esperti e gestori di musei provenienti da diverse aree del Mediterraneo e dall’Etiopia coinvolti in un corso residenziale della durata di cinque mesi, con il titolo “Gestione del patrimonio archeologico mediterraneo: sfide e strategie”. I professionisti hanno partecipato, in un primo tempo, alla parte teorica del programma: lezioni, visite tematiche e visite di studio a siti e istituzioni culturali, workshop, casi di studio e incontri, si sono susseguiti offrendo un vasto panorama di tematiche legate alla conservazione e alla ricerca, alla gestione e alla valorizzazione del patrimonio archeologico. Successivamente, e fino allo scorso marzo, ogni partecipante si è poi dedicato individualmente a uno specifico progetto sul campo presso enti e istituzioni in tutta la Penisola: da Brescia ad Agrigento, Torino, Roma, Napoli, Paestum, Ercolano e Pompei, collaborando con i colleghi italiani appartenenti a istituzioni, musei e parchi archeologici. Durante il lavoro sul campo, i partecipanti stranieri hanno potuto studiare i modelli e le pratiche delle istituzioni ospitanti e sviluppare un proprio progetto applicabile al contesto di provenienza.

Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali

Maria Alessandra Vittorini, direttore Fondazione Scuola Beni e Attività culturali
“Grazie al contributo delle istituzioni archeologiche italiane già coinvolte nel Programma”, spiega Vincenzo Trione, presidente della Fondazione, “è già in corso la costruzione di una offerta formativa, al momento online, di profilo internazionale: una serie di webinar, in lingua inglese, come occasione di formazione per i partecipanti stranieri e come momento di “promozione” delle istituzioni italiane”. E il direttore Alessandra Vittorini: “L’iniziativa odierna, che ha visto partecipazioni di alto profilo e interessanti riconoscimenti sui risultati conseguiti, rafforza la Fondazione, nel suo impegno volto a contribuire alla costruzione di una rete permanente per l’aggiornamento e l’accrescimento dei professionisti del patrimonio culturale, puntando prevalentemente sullo scambio di esperienze di eccellenza e la condivisione di modelli di lavoro”. “Oggi abbiamo constatato un grande interesse nel modello di scambio della International School e nella proposta di lavorare su possibili gemellaggi tra istituzioni italiane e Paesi stranieri”, conclude Andrea Meloni, membro del Consiglio di Gestione della Fondazione e delegato per i rapporti internazionali, aggiungendo che “tutti i colleghi dei Paesi esteri hanno confermato il pieno apprezzamento per il lavoro fatto e si sono dichiarati fortemente interessati a continuare a lavorare per progetti di collaborazione nel prossimo futuro”.
Il museo Egizio di Torino partecipa all’evento “Sharper – La Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori 2020”: focus sulla mostra temporanea “Archeologia Invisibile”

Il museo Egizio di Torino partecipa all’evento “Sharper – La Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori 2020”, con un programma dedicato a studenti, appassionati e curiosi, con l’obiettivo di raccontare approfondimenti e segreti delle ricerche realizzate sui reperti del museo. SHARPER è il nome di uno dei 7 progetti italiani sostenuti dalla Commissione Europea per la realizzazione della Notte Europea dei Ricercatori nel 2020. SHARPER significa SHAring Researchers’ Passions for Evidences and Resilience e ha l’obiettivo di coinvolgere tutti i cittadini nella scoperta del mestiere di ricercatore e del ruolo che i ricercatori svolgono nel costruire il futuro della società attraverso l’indagine del mondo basata sui fatti, le osservazioni e l’abilità nell’adattarsi e interpretare contesti sociali e culturali sempre più complessi e in continua evoluzione. SHARPER si svolge il 27 novembre 2020 nelle città di Ancona, Cagliari, Camerino, Catania, L’Aquila, Macerata, Nuoro, Palermo, Pavia, Perugia, Terni, Torino e Trieste per raccontare la passione, le scoperte e le sfide dei ricercatori di tutta Europa attraverso mostre, spettacoli, concerti, giochi, conferenze e centinaia di altre iniziative rivolte al grande pubblico. Nell’ambito della sezione dedicata alle scuole “Good morning Torino” il museo è intervenuto con la lezione “La moda senza tempo dei Faraoni”, tenuta dalla curatrice Alessia Fassone: un viaggio nella storia dell’abbigliamento nell’antico Egitto, con esempi tratti dai reperti conservati al Museo Egizio, e una dimostrazione-laboratorio per imparare a vestirsi come veri egizi, con l’uso di stoffe presenti in tutte le case.
All’interno del programma pubblico “Finestre sulla ricerca” il focus è stato invece sulla mostra temporanea “Archeologia Invisibile”: com’è cambiata nel tempo l’attività di scavo e di ricerca sul campo? Oggi si lavora sempre di più tenendo conto dell’importanza della biografia che ogni oggetto ha. Lo scavo è il punto di contatto tra la prima vita e la seconda vita di un oggetto, cioè quando esso a far parte di una collezione, vengono restaurati, esposti e studiati. L’esposizione rivela come la chimica, la fisica, la radiologia e altre discipline scientifiche lavorano a fianco dell’egittologia per restituire preziose informazioni sui reperti della collezione, su chi li hai creati, sul loro uso, sul loro ritrovamento e sulla loro conservazione. Per esplorare queste ricerche è possibile vedere una serie di interviste a ricercatori, curatori e restauratori, disponibili sul canale YouTube del Museo all’interno della playlist “Archeologia Invisibile”.
“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella quarta clip del museo Egizio protagonista a Biella ed Ernesto Schiaparelli direttore del museo Egizio. Sotto la sua direzione la collezione si arricchì di molti reperti, tra i quali il prezioso corredo della tomba di Kha e Merit, frutto di campagne di scavo durate circa 20 anni
Quarta tappa, Biella. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Asti con la terza delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La quarta puntata è dedicata a Biella ed Ernesto Schiaparelli, raccontata in piemontese da Albina Malerba, direttrice del Centro Studi Piemontesi. Ernesto Schiaparelli, il fondatore della Missione Archeologica Italiana in Egitto, nasce a Occhieppo Inferiore (Biella) il 12 luglio 1856 e muore a Torino il 17 febbraio 1928. Dal 1881 al 1894 fu direttore della sezione egizia del Museo Archeologico di Firenze, per poi essere nominato direttore del museo Egizio a Torino, carica che resse fino alla morte. Sotto la sua direzione la collezione si arricchì di molti reperti, tra i quali il prezioso corredo della tomba di Kha e Merit, frutto di campagne di scavo durate circa 20 anni.

Occhieppo Inferiore, provincia di Biella, primi di dicembre 1905. Ernesto Schiaparelli sta risalendo il viale acciottolato che va verso la chiesa. Quando riesce a passare qualche giorno nella casa dove è nato, ritrova la tranquillità che serve a chi progetta grandi imprese. Non sente l’aria gelida del tardo pomeriggio invernale perché la sua mente è in Egitto. Con quell’aspetto severo e con lo sguardo che scruta, da quando è direttore del museo Egizio si dedica anima e corpo ad arricchire la collezione torinese. Ma è convinto che la strada non sia più quella di acquistare le antichità bensì di trovarle con gli scavi archeologici. Per questa ragione e con il sostegno di Vittorio Emanuele III, da un paio di anni ha avviato la prima Missione Archeologica Italiana, che ha già portato grandi frutti. In Egitto è di casa, al Cairo ha maestri e amici importanti che gli danno consigli preziosi ma è molto preoccupato: l’ultima campagna di scavo finanziata dal re in persona è terminata nel 1905, or ai fondi scarseggiano, le spese crescono e l’unica speranza è che il ministero dell’Istruzione pubblica conceda una copertura finanziaria. Schiaparelli, che è un fervente cattolico, non sa più a che santo votarsi per raggiungere il suo scopo. E ha ragione da vendere perché una grande scoperta è vicina. Sono mesi che dall’arida e deserta terra egiziana non emerge più nulla, la fortuna pare essere contraria e gli operai continuano a imbattersi in tombe dove i saccheggiatori hanno già fatto man bassa di oggetti preziosi. Eppure a Deir el Medina, dove stanno scavando senza sosta, lo raggiunge una notizia che gli fa drizzare le orecchie. A metà dicembre 1905, l’egittologo biellese riparte per l’Egitto, intende spronare collaboratori e operai a non perdersi d’animo. Rievoca il racconto di Giacobbe che attese sette anni per trovare la sua Rachele: “E così sarà per noi” va ripetendo l’archeologo. “La nostra attenzione è stata attirata da una valletta che sbocca al centro della valle maggiore”, gli scrivono dallo scavo. “In alto si vede una struttura a piramide che racchiude una cappella dipinta di grande bellezza. Quale segreto si cela?”. Verso la metà di febbraio 1906, una porta in legno al fondo di un angusto corridoio sotterraneo svela una delle più grandi scoperte dell’egittologia mondiale: la tomba intatta di Kha e della sua sposa Merit, un magnifico corredo intatto di oltre 500 oggetti rimasti sepolti per oltre 3000 anni. Degli oltre 30mila reperti che dal 1903 al 1920 giungono a Torino grazie alla Missione Archeologica Italiana, questo tesoro rimane tra i capolavori più ammirati del museo Egizio, dove ancora oggi impera lo spirito di questo nostro scienziato che ha regalato lustro al Piemonte e all’Italia tutta.
“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella terza clip del museo Egizio protagonista Asti e Leonetto Ottolenghi, illustre mecenate e raffinato collezionista. Donò la sua collezione egizia alla città, tra cui la Signora delle Ninfee
Terza tappa, Asti. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Asti con la terza delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La terza puntata è dedicata ad Asti e Leonetto Ottolenghi, raccontata in piemontese da Giovanni Tesio dell’università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Esponente di una delle più famose e influenti famiglie della città, il conte Leonetto Ottolenghi fu un illustre mecenate e un raffinato collezionista. Decise di donare la sua collezione alla città contribuendo così alla costituzione del locale Museo Civico. A comporre la raccolta anche una serie di oggetti provenienti dall’Egitto, tra i quali ricordiamo la cosiddetta Signora delle Ninfee.

Asti, metà dell’Ottocento. In città c’è una famiglia che si sta guadagnando notevole prestigio per l’impegno e la lungimiranza negli affari: sono gli Ottolenghi, una famiglia ebrea che sta accumulando una fortuna economica con il commercio e le attività finanziarie, ma che si dedica anche alla filantropia e al mecenatismo, nella convinzione che la cultura sia un potente strumento di trasformazione sociale. Amano l’arte e le antichità, sostengono artisti e acquistano pitture, sculture e oggetti archeologici che testimoniano la storia della civiltà. Gli Ottolenghi sono l’espressione migliore di quel gusto per il collezionismo che si sta espandendo in Europa e che ora non è più appannaggio dell’aristocrazia e della nobiltà ma annovera anche banchieri, mercanti, imprenditori e industriali. La famiglia Ottolenghi acquista al centro di Asti un palazzo di grande pregio, frutto dell’opera dell’architetto Benedetto Alfieri: è una dimora sontuosa. Leonetto Ottolenghi (1846-1904), intellettuale e collezionista, una delle più eminenti e illuminate personalità della vita culturale della città, mentre ammira i saloni della nuova dimora, sogna che le sue magnifiche raccolte di oggetti preziosi possano essere ammirate da tutti. Non per vanto, ma perché sente la responsabilità di condividere la sua fortuna: desidera che i suoi concittadini possano godere di tanta bellezza e possano conoscere culture di paesi lontani. La Campagna d’Egitto guidata da Napoleone Bonaparte, ha acceso un vivace interesse e molta curiosità per la civiltà faraonica e, da oltre mezzo secolo, le antichità egizie sono assai contese sul mercato antiquario. Leonetto Ottolenghi, che per la sua munificenza riceverà il titolo di conte, ne subisce il fascino e acquista un centinaio di oggetti: scarabei, amuleti, statuine funerarie e bronzetti di divinità. L’emozione più grande la prova dinnanzi a due sarcofagi finemente decorati. Uno di essi contiene una mummia che il benefattore astigiano battezza Signora delle Ninfee per quella donna raffigurata sul coperchio ornata da una corona di fiori che scendono sui capelli e sul vestito. Ci sono uomini che hanno la capacità di arricchire il patrimonio culturale dei luoghi in cui vivono. È grazie al conte Leonardo Ottolenghi, al suo spirito filantropico e illuminato, se Asti può vantare una collezione egizia considerata tra le più importanti del Piemonte. Una testimonianza di collezionismo privato che diventa patrimonio di tutti.
Torino. Al via le conferenze egittologiche del museo Egizio: apre Paolo Del Vesco con i risultati della missione congiunta italo-olandese a Saqqara. Diretta streaming

Primo appuntamento della stagione 2020-21 di conferenze egittologiche promosse dal museo Egizio di Torino: giovedì 12 novembre 2020, alle 18, il direttore del museo Christian Greco introduce la conferenza “Saqqara. Gli scavi della missione congiunta del museo Egizio e del museo nazionale di Antichità di Leiden”, tenuta Paolo Del Vesco, curatore del museo. La conferenza sarà in lingua italiana e verrà trasmessa in streaming sul profilo YouTube e sulla pagina Facebook del museo Egizio.

Dal 2015 il museo Egizio collabora con il museo nazionale di Antichità di Leiden (Olanda) all’esplorazione archeologica di un settore della vasta area cimiteriale di Saqqara, che fu per millenni la necropoli principale dell’antica capitale Menfi. La missione congiunta italo-olandese opera in particolare nell’area desertica situata a Sud della via processionale della piramide di Unas, nota soprattutto per la presenza di numerose strutture funerarie monumentali appartenute a personaggi di alto rango della XVIII e XIX dinastia, fra cui quelle del tesoriere e sopraintendente ai lavori di Tutankhamon, Maya, del generale, e poi faraone, Horemheb e del tesoriere di Ramesse II, Tia. Dal 2017 la missione italo-olandese ha concentrato le proprie indagini in un’area della concessione non precedentemente scavata, posta immediatamente a Nord della tomba di Maya, nella quale è stato possibile portare alla luce una sequenza stratificata di tracce archeologiche che permettono di ricostruire la “vita” di questo settore della necropoli lungo un arco di tempo di circa tremila anni. In questa conferenza saranno presentati i principali risultati delle ultime campagne di scavo, fra i quali spicca sicuramente la scoperta nel 2018 di una nuova tomba a corte porticata la cui esplorazione deve ancora essere completata.

L’archeologo Paolo Del Vesco, curatore al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)
Dal 2014 Paolo Del Vesco è curatore e archeologo al museo Egizio di Torino, dove si è occupato dell’allestimento permanente delle sezioni dell’Antico e del Medio Regno e ha co-curato le mostre temporanee “Missione Egitto 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata” (2017/2018) e “Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo” (2018). Ha conseguito il dottorato di ricerca in Orientalistica: Egitto, Vicino e Medio Oriente all’università di Pisa nel 2008 e dal 1995 ha preso parte a numerosi scavi archeologici in Italia, Siria, Arabia Saudita, Egitto e Sudan. È vice-direttore della missione italo-olandese nella necropoli del Nuovo Regno a Saqqara.
“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella seconda clip del museo Egizio protagonista Alessandria e Carlo Vidua conte di Conzano, grande viaggiatore, che convinse il re Carlo Felice ad assicurarsi la collezione che costituì il nucleo fondante del museo Egizio di Torino
Dopo Cuneo, Alessandria. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Alessandria con la seconda delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La seconda puntata è dedicata ad Alessandria e a Carlo Vidua raccontata in piemontese da Giovanni Tesio dell’università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Il conte, originario di Casale Monferrato, fu uno dei più intrepidi viaggiatori dell’Ottocento! Grazie alla sua opera di persuasione, il re Carlo Felice di Savoia si assicurò la collezione che costituì il nucleo fondante del museo Egizio di Torino.

Talvolta il destino di un uomo si può intuire dai suoi giochi d’infanzia. Siamo in provincia di Alessandria verso la fine del ‘700, a pochi chilometri da Casale Monferrato. Nel giardino di una elegante dimora nobiliare, c’è un bambino intento a scavare, convinto che così raggiungerà gli antipodi della terra: è Carlo Fabrizio Vidua, Conte di Conzano (1785-1830). Bibliofilo, collezionista e archeologo, spinto da una insaziabile fame di conoscenza, Vidua diventerà il più intrepido viaggiatore dell’800. E sarà grazie alla sua caparbietà e alla sua opera persuasiva che il re Carlo Felice di Savoia si aggiudicherà la collezione che costituisce il nucleo fondante del museo Egizio. “Il gusto di viaggiare è il più bello di tutti i gusti, soprattutto nei paesi ricchi di ruine e di memorie grandi” scrisse Vidua poco prima di partire per l’Egitto, un paese che accende la sua curiosità grazie alle descrizioni dello zar Alessandro I, conosciuto durante un viaggio in Russia e con cui intrattiene un vivace scambio intellettuale. Nella terra dei faraoni rimane un anno e mezzo, viaggiando dalla foce del Nilo alla Nubia; descrive la grandiosità dell’Egitto con parole e disegni e, desideroso di non separarsi più da tanta meraviglia, raccoglie una piccola collezione da portare in Italia a testimonianza della civiltà più affascinante che abbia mai visto. Al Cairo incontra monsieur Drovetti, console generale di Francia, che gli illustra la sua ineguagliabile collezione di antichità egizie. Ne comprende immediatamente l’importanza. Con il supporto di un gruppo di nobili eruditi e progressisti piemontesi, si spende affinché la capitale sabauda si assicuri tanta ricchezza di storia, di arte, di archeologia, di bellezza. “Questo patrimonio mi sta moltissimo a cuore”, scrive Vidua. “Desidero che i forestieri non possano più dire: Torino è una città forte, regolare… ma non c’è quasi niente da vedere”. Nel 1824, il Conte di Conzano vede avverarsi il suo sogno, la felice intuizione di un coltissimo visionario che assicura a Torino milioni di visitatori che da allora non smettono di affollare le sale del museo Egizio.
Torino. Il museo Egizio online non si ferma, mette al centro la ricerca, e raddoppia le conferenze con due calendari 2020-’21, entrambi al via da novembre: il primo con studiosi dall’Italia e dall’estero, su risultati e passi avanti delle ricerche in corso; il secondo con protagonisti i progetti di ricerca curati dal Dipartimento Collezione e Ricerca del museo Egizio

La cura e la cultura: per la stagione 2020/21 il museo Egizio di Torino “raddoppia” con due calendari di conferenze egittologiche, tutte online. A novembre il museo Egizio dà il via al proprio programma di conferenze scientifiche, che per la stagione 2020/2021 si presenta con un doppio calendario di incontri interamente online, incentrati sui temi di ricerca e di indagine egittologica, museale e archivistica, che vedrà alternarsi ricercatori internazionali e curatori del museo. L’istituzione, in linea con i propri principi e le proprie finalità, si propone quindi di diventare un palcoscenico dove egittologi e la comunità scientifica tutta raccontino le ricerche e gli studi condotti rendendoli accessibili a un pubblico ampio, che riunisce addetti ai lavori, appassionati e curiosi. Tutti gli appuntamenti verranno trasmessi in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio. “Uno dei compiti propri di un museo è quello di rendere visibile la ricerca che compie diffondendo i risultati degli studi compiuti e mettendoli a disposizione della comunità scientifica e del pubblico”, dichiara Christian Greco, direttore del museo Egizio. “Un’ambizione che in questo periodo assume una centralità ancora più forte perché ci permette di coltivare e mantenere vivo il fondamentale legame tra il museo e il suo pubblico, oltre che con la comunità scientifica nazionale e internazionale. Questo è possibile grazie a tutti coloro che seguono il museo Egizio e che possono esserne parte attiva non solo visitandolo, ma anche supportandone le attività di ricerca”.

Il primo ciclo di conferenze, realizzato in collaborazione con Acme (Associazione Amici e Collaboratori del Museo Egizio), si concentrerà sulla partecipazione di studiosi provenienti dall’Italia e dall’estero, i quali renderanno noti risultati e passi avanti delle varie ricerche in corso. Tra questi Vincent Rondot, direttore del Dipartimento di antichità egizie del Louvre (25 maggio 2021); Rita Lucarelli, che all’università di Berkeley sta conducendo degli studi sull’arte funeraria egizia utilizzando tecnologie 3D e di realtà aumentata (8 giugno 2021); Ramadan Badri Hussein, che terrà una lezione su alcune recenti scoperte legate agli scavi di Saqqara in Egitto (26 gennaio 2021); e Luigi Prada, membro del Dipartimento di Egittologia dell’università di Oxford e presidente ACME (29 giungi 2021). La prima Conferenza è in programma martedì 24 novembre 2020, a cura di Stefano De Martino dell’università di Torino e del direttore Christian Greco su “Cause, conseguenze e memoria della pandemia che colpì l’Egitto e il Regno Ittita nel XIV secolo a.C.”.

La novità di quest’anno è invece rappresentata dal ciclo di conferenze “Museo e Ricerca. Scavi, Archivi e Reperti”, che vedrà come protagonisti i progetti di ricerca curati dal Dipartimento Collezione e Ricerca del museo Egizio. Un modo per dare evidenza e centralità agli studi in corso sulla collezione, che comprendono sia approfondimenti specifici su singoli reperti o contesti archeologici, sia progetti di più ampio respiro e di interesse generale, sempre connessi alla cultura materiale custodita in museo. Sarà proprio con un incontro tenuto da uno dei curatori del Museo che inizierà la programmazione, che proseguirà fino al mese di giugno 2021: giovedì 12 novembre 2020 alle 18, infatti, sarà una conferenza a cura di Paolo del Vesco sugli scavi della missione congiunta del museo Egizio e del museo Nazionale di Antichità di Leiden a Saqqara a inaugurare la nuova stagione di conferenze egittologiche dell’istituzione.
“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella prima clip del museo Egizio protagonista Cuneo e Giulio Cordero di San Quintino, lo studioso che trasferì e ordinò la collezione a Torino
Parte da Cuneo il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino con la prima delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Partiremo da Cuneo per toccare tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”.

Cuneo è legata alla figura di Giulio Cordero di San Quintino (1778-1857), lo studioso che trasferì e ordinò la collezione a Torino. A raccontare in piemontese letterario la storia e la vita di Giulio Cordero (“e anche le sue emozioni, almeno verosimili, non essendoci testimonianze a riguardo”, ricorda il direttore Christian Greco) è Albina Malerba, direttrice del Centro Studi Piemontesi. Originario di Mondovì, dove nasce nel 1778, è tra i protagonisti della nascita del museo Egizio e della sua apertura al pubblico. Nel 1823 il Cordero fu chiamato a far parte di una commissione di accademici incaricati di redigere l’inventario della raccolta di antichità egiziane di Bernardino Drovetti, acquistata da re Carlo Felice di Savoia, e di curarne il trasporto e il trasferimento da Livorno a Torino: erano più di 300 casse colme di reperti insieme alla colossale statua di Seti II, alta più di 5 metri per cinque tonnellate di peso, che giunse nella capitale sabauda su due carri di artiglieria trainati da 16 cavalli. Giulio Cordero fu incaricato anche di trovare una sede adatta all’esposizione della ricca collezione. Nel 1824 aveva già catalogato più di 8mila oggetti posti nell’ex Collegio dei Nobili, dove era stato da studente, ora Reale Accademia delle Scienze. Lì nello stesso anno, il 1824, aprì il museo Egizio, il primo di antichità egizi del mondo, sotto lo sguardo soddisfatto di Giulio Cordero di San Quintino che, in occasione della visita a Torino di Jean François Champollion, che da poco aveva decifrato i geroglifici, respinse la richiesta dello studioso francese di tagliare i lunghi papiri per facilitarne la lettura. Grazie a lui i preziosi papiri sono ancora a Torino, integri.
Torino. Il museo Egizio si racconta in piemontese (la lingua dei suoi ideatori) nel progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: otto clip (una per ogni provincia) realizzate col Centro Studi Piemontesi e patrocinate dalla Regione Piemonte. Greco: “Ricerca e comunicazione non si fermano neppure con la pandemia”. Christillin: “Torino e il Piemonte: un rapporto antico con l’Egizio”. Cirio: “Egitto e Piemonte insieme contro la desertificazione linguistica”


Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
Il museo Egizio non si ferma, nel rispetto delle regole. E si racconta in piemontese, la lingua dei suoi ideatori. Così mentre l’emergenza sanitaria non molla la presa, ed è imminente un nuovo Dpcm con ulteriori misure restrittive per contenere il contagio, come la chiusura di musei e mostre (e per il museo Egizio sarebbe la terza in questo horribilis anno 2020, dopo quella del 24 febbraio e dell’8 marzo), il direttore Christian Greco ne è certo: “In tempi di pandemia siamo tutti chiamati a fare la nostra parte, a seguire quanto ci viene chiesto. Ma non verremo meno alla missione del museo. Continueremo a curare, studiare, restaurare, custodire le collezioni egizie; e anche a comunicare, a mantenere il dialogo con il pubblico – locale, nazionale, globale -, perché il museo è la casa di tutti. E quando questa casa è chiusa, siamo noi ad andarli a trovare nella loro”. È in questa filosofia – di ricerca e comunicazione – che si inserisce il nuovo progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” otto clip realizzate in collaborazione col Centro Studi Piemontesi e patrocinate dalla Regione Piemonte in cui il museo Egizio di Torino si racconta in piemontese. Il progetto è stato presentato in un’inedita sala conferenze dell’Egizio priva di pubblico, con la presidente Evelina Christillin, il direttore Christian Greco, il governatore della Regione Piemonte Alberto Cirio e la direttrice del Centro Studi Piemontesi Albina Malerba a parlare davanti alla telecamera.

Il cammino di riscoperta delle proprie radici intrapreso dal museo Egizio in vista della celebrazione dei suoi 200 anni di vita nel 2024, avviato nell’autunno scorso con il riallestimento delle cosiddette “sale storiche” dedicate alla genesi della collezione egittologica torinese, vive oggi una nuova e inedita tappa. Un’operazione culturale vede protagonista la “lingua” della Torino dell’800, il tempo in cui l’istituzione vide la luce: il piemontese è infatti stato scelto come strumento per un viaggio narrativo sul filo della memoria che racconta la storia del museo Egizio e dei personaggi che l’hanno reso grande. Nascono così le otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” che, nel vero senso della parola, ridà voce, con la parlata del loro tempo (ma con sottotitoli in italiano), ad alcune delle più autorevoli figure del passato del Museo, ciascuna legata a una provincia della nostra regione. Sarà quindi possibile ascoltare in perfetto piemontese le vicende di Bernardino Drovetti nel video dedicato alla provincia di Torino, quelle del casalese Carlo Vidua per la provincia di Alessandria, conoscere l’astigiano Leonetto Ottolenghi, il biellese Ernesto Schiapparelli, per la provincia di Cuneo il monregalese Giulio Cordero di San Quintino, per quella di Novara Stefano Molli, natio di Borgomanero, mentre la provincia di Vercelli sarà rappresentata da Virginio Rosa e quella del Verbano Cusio Ossola da Giuseppe Botti.

Evelina Christillin, presidente del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
“Nell’assolvere al nostro ruolo di custodi di un patrimonio culturale che appartiene all’umanità intera”, spiega la presidente del museo Egizio, Evelina Christillin, “abbiamo al contempo il dovere e l’onore di valorizzare il legame che ci unisce a Torino e alla Regione Piemonte, di cui siamo ambasciatori nel mondo. Un rapporto antico in cui affondano le origini di questa storica istituzione, in virtù del quale la comunità regionale vive con orgoglio la presenza del museo Egizio sul proprio territorio, così come noi siamo orgogliosi di far parte della storia del Piemonte e di rappresentare un punto di riferimento per la sua gente. Raccontando nel nostro dialetto le vicende dei personaggi provenienti dalle otto Province del territorio, desideriamo dedicarle al 50esimo anniversario della fondazione delle Regioni italiane, e a tutti coloro che ne hanno costruito la storia”.

Il Centro Studi Piemontesi è attivo da mezzo secolo a Torino
“Il Centro Studi Piemontesi”, spiega la direttrice, Albina Malerba, “da sempre ha a cuore la collaborazione con chi è impegnato nella valorizzazione dell’immagine e della storia del Piemonte e ha accolto con entusiasmo l’invito del museo Egizio, una bella e ghiotta occasione – dovremmo dire galupa in piemontese – per raggiungere un pubblico più ampio e probabilmente meno avvezzo alle parlate della nostra terra, ma che ci auguriamo possa affezionarsi a questa lingua di lunga e ricca tradizione letteraria nonché glottologico-linguistica. Come Centro Studi siamo depositari e promotori di una lingua capace di indiscutibile forza espressiva e creativa, e dunque non diminutivamente confinabile nell’esercizio di un quotidiano e purtroppo sempre più povero parlare. Per i testi del progetto del Museo abbiamo optato per il piemontese di koinè, cioè quello della tradizione letteraria scritta (e anche parlata nel capoluogo), che tuttavia non rinuncia ad accogliere apporti di altre realtà più periferiche. Una soluzione ragionevolmente obbligata, che certo non sottovaluta le singole e plurime parlate del Piemonte, ma consente una più ampia e comune comprensibilità”.
Nel corso dei mesi di novembre e dicembre, ogni martedì con cadenza settimanale, il canale YouTube del museo Egizio proporrà queste otto storie esclusive, offrendo al pubblico non soltanto l’opportunità di riscoprire il dialetto piemontese quale patrimonio linguistico accessibile, ridando vigore e dignità alla cultura regionale, ma anche l’occasione per dare un volto ai protagonisti di grandi imprese e guardare da una nuova prospettiva al legame fra questa regione e l’antico Egitto. Ciascuno degli otto racconti si fonda su notizie documentate ed accertate seppur restituite da una narrazione creativa, non inverosimile, con l’intento di accompagnare i fatti reali ai sentimenti, alle ambizioni e allo spirito di uomini che guardarono allo studio, alla scoperta e alla cultura come uniche vie di arricchimento e crescita della società. Il medesimo approccio ha inoltre guidato la scelta della colonna sonora che caratterizza i video: si tratta della Danza Piemontese op. 31 di Leone Sinigaglia (1868-1944) nell’esecuzione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino. Anche Sinigaglia è un illustre figlio del Piemonte, formatosi fra Torino, Vienna e Praga, la cui produzione musicale comprende opere sinfoniche, da camera e vocali. Molti dei suoi lavori, e quello che accompagna i racconti del Museo Egizio ne è un esempio, traggono spunto dal patrimonio della musica popolare piemontese e si fondono con gli schemi formali del romanticismo tedesco.


Il logo della Regione Piemonte nel 50.mo dell’istituzione
Il progetto ha raccolto l’attenzione della Regione Piemonte, che l’ha patrocinato quale omaggio del museo Egizio ai piemontesi e alla loro terra nell’anno in cui si celebrano i 50 anni della costituzione delle Regioni a statuto ordinario. Un omaggio realizzato grazie alla collaborazione e alla piena condivisione dell’iniziativa con il Centro Studi Piemontesi, la cui attività istituzionale si fonda proprio sull’impegno scientifico volto a promuovere lo studio della vita e della cultura piemontese in ogni sua manifestazione, nella convinzione che un’identità affonda le sue radici più vere e profonde nel proprio patrimonio storico e culturale. “Non è un paradosso parlare la lingua piemontese dentro al più grande museo egizio del mondo”, interviene Alberto Cirio, governatore della Regione Piemonte, che non è voluto mancare alla presentazione del progetto, nonostante questo difficile momento. “La storia si incarica sempre, prima o poi, di scuotere la scatola della memoria per disvelare arcani misteri. Erano Piemontesi e parlavano piemontese i collezionisti del tempo quando fu pensato e costruito il secondo più grande museo dedicato alle antichità egizie dopo quello del Cairo. A queste persone, la cui storia è pressoché sconosciuta se non per gli addetti ai lavori, gli organizzatori hanno dedicato l’omaggio più grande, quello di farli parlare in video attraverso i loro manoscritti trasformandoli così da nomi stampati sui libri in personaggi che raccontano le loro scoperte nella lingua del loro tempo. Nel 50esimo anniversario delle identità regionali siamo orgogliosi di aver sostenuto questa iniziativa geniale nella sua «intuizione scenica», e allo stesso tempo pedagogica quando ricorda che la nostra terra custodisce beni materiali di inestimabile valore ma anche immateriali come quello dell’antico idioma che parlavano i nostri antenati. Spesso parliamo per acronimi che condensano meccanismi complessi in poche letterine che testimoniano la dolorosa rinuncia ai nostri idiomi, da quello nazionale a quelli dialettali. Egitto e Piemonte – chi l’avrebbe detto – uniscono oggi le forze per resistere alla tempesta della desertificazione linguistica, ma anche per omaggiare personaggi illustri della nostra regione che parlavano piemontese anche nelle terre d’Oriente. C’è, tuttavia, un significato ulteriore – conclude – che segna il passo di iniziative come questa che coincidono con il «senso della continuità» e la voglia di «proseguire» per portare a termine un progetto, un’idea un programma che non si fermano neppure di fronte alla pandemia trasformando così le insidie della condizione umana in opportunità”.
Al museo Egizio di Torino torna Silvia Giorcelli Bersani per presentare in streaming il libro “L’Impero in quota. I Romani e le Alpi”, evento annullato a marzo per l’emergenza coronavirus

Silvia Giorcelli Bersani torna al museo Egizio di Torino per presentare il suo libro “L’impero in quota. I romani e le Alpi” (Einaudi, 2019) in dialogo con il direttore del museo Egizio, Christian Greco. L’appuntamento è per lunedì 19 ottobre 2020, alle 18. Ma stavolta non ci sarà il rischio che salti per l’emergenza Covid, come è già successo il 2 marzo scorso, perché la presentazione sarà in streaming sulla sola pagina Facebook del museo Egizio (https://www.facebook.com/events/950654795455141/). Al termine, la registrazione verrà caricata sul nostro canale ufficiale YouTube.

La prof.ssa Silvia Giorcelli Bersani dell’università di Torino
Silvia Giorcelli Bersani insegna Storia romana ed Epigrafia latina all’università di Torino e, dall’anno 2020/21, Storia delle donne romane. Studia i processi di romanizzazione in area cisalpina con particolare riferimento alle strutture istituzionali, sociali, religiose delle comunità urbane; si interessa di ricezione del passato romano tra XVI e XX secolo, con attenzione alla storiografia e alle antichità sabaude. Ha curato le edizioni critiche del patrimonio epigrafico di Alba Pompeia, Vercellae e Augusta Praetoria e, sulla genesi del Corpus Inscriptionum Latinarum, ha curato la mostra “Carlo Promis e Theodor Mommsen cacciatori di pietre fra Torino e Berlino”, Biblioteca Reale di Torino, Catalogo edizioni Hapax 2015. Tra i suoi volumi, si segnalano: Epigrafia e storia di Roma (2004 e 2015); L’auctoritas degli antichi. Hannah Arendt tra Grecia e Roma (2010); Torino «capitale degli studi seri». Carteggio Theodor Mommsen-Carlo Promis, (2014); con Filippo Carlà-Uhink, «Monsieur le Professeur». Correspondances italiennes 1853-1888 (2018). Ha presieduto il Comitato Pari Opportunità e il Comitato Unico di Garanzia dell’Ateneo torinese ed è attualmente Presidente del corso di laurea magistrale in Archeologia e Storia antica e vicedirettrice della Scuola di Scienze Umanistiche. Per il volume L’impero in quota. I Romani e le Alpi (2019) ha vinto il Premio Itas del Libro di montagna 2020 (sezione Vita e Storie di montagna) e il Premio Mario Rigoni Stern 2020.

La copertina del libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi”
Il volume non ha una sequenza cronologica, ma segue lo snodarsi storico degli eventi importanti con approfondimenti sulla vita materiale, sulle mentalità, sulle strutture sociali, economiche e religiose entro cui si sono formati e hanno operato uomini e donne vissuti nel territorio alpino. I Romani hanno scritto un capitolo importante nella storia delle Alpi, anche se a loro non piacevano affatto; per ragioni politiche e strategiche essi decisero di occuparle, abbastanza tardi nella loro storia, per riuscire a valicarle in sicurezza e completare la costruzione del loro grande impero. La conquista non si tradusse però nella mera occupazione militare di un territorio sottratto con le armi ai popoli che lo abitavano. Ben presto i Romani compresero che le Terre Alte, in apparenza «naturalmente» svantaggiate, potevano essere utili non solo dal punto di vista del controllo territoriale ma anche come serbatoio di materie prime e come potenziali incubatori di sviluppo economico. Nei secoli della conquista le Alpi diventarono dunque il teatro di avventure umane quasi in stile Far West rappresentando un’opportunità concreta per uomini spregiudicati alla ricerca di fortuna, per coloni italici trapiantati nelle città alpine, per imprenditori che fondarono le loro attività nelle valli e nelle aree collinari prealpine.
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