Archivio tag | museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma

2 giugno 2020: riaprono i musei civici di Roma Capitale (musei Capitolini, museo di Roma a Palazzo Braschi, Mercati di Traiano, Ara Pacis, Centrale Montemartini, museo Barracco), i Fori imperiali e il Circo Massimo. Prorogate le mostre “bloccate” dal lockdown. Biglietti on line, misure di sicurezza e turni di ingresso contingentati

2 giugno 2020: riaprono i musei civici di Roma. Dopo i musei Capitolini, il museo di Roma a Palazzo Braschi e il Palazzo delle Esposizioni, che hanno aperto i cancelli da qualche giorno, riprendono le attività i musei dell’Ara Pacis, Mercati di Traiano, Fori Imperiali, Centrale Montemartini, museo di Roma in Trastevere, Galleria d’Arte Moderna, musei di Villa Torlonia, museo Civico di Zoologia, museo Bilotti, museo Barracco, museo Napoleonico, museo Canonica, museo della Repubblica romana, Casal de’ Pazzi, museo delle Mura. Sempre dal 2 giugno 2020 sono nuovamente visitabili le aree archeologiche dei Fori imperiali (ingresso dalla Colonna Traiana e uscita dal Foro di Cesare su Via dei Fori Imperiali), dalle 08.30 alle 19.15 (ultimo ingresso 18.15), e del Circo Massimo (a esclusione di Circo Maximo Experience) , dalle 9.30 alle 19 (ultimo ingresso 18). Si torna così a vivere di persona tutti i musei civici, spazi di cultura e bellezza, visitando le loro prestigiose collezioni permanenti e la ricca e variegata offerta di mostre molte delle quali prorogate dopo la sospensione dovuta al lockdown. La riapertura avviene nel rispetto delle linee di indirizzo per la riapertura delle attività economiche, produttive e ricreative della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome.

La Mic Card come un passpartout. Grazie alla Mic, lo strumento ideato e creato a luglio 2018 da Roma Capitale – assessorato alla Crescita culturale, chi vive, lavora e studia a Roma e nella Città Metropolitana avrà nella card lo strumento di eccellenza per entrare al costo di 5 euro per 12 mesi nei musei Civici. Innanzi tutto, chi ha già la Mic ha diritto ad una proroga di tre mesi della validità della carta. Poi, per i possessori, la prenotazione obbligatoria allo 060608 sarà gratuita per entrare nei musei Civici. La chiamata al numero gratuito attiverà un biglietto, anch’esso gratuito, da mostrare all’ingresso insieme alla Mic. Inoltre, per i possessori della card, rimane l’obbligo del preacquisto del biglietto anche per la mostra “Canova. Eterna bellezza”, accessibile con riduzione sul costo del ticket. Anche tutte le categorie beneficiarie di gratuità secondo le norme vigenti dovranno prenotare gratuitamente il turno d’ingresso allo 060608. Si consiglia l’acquisto della MIC Card online (acquisto con 1 euro di prevendita) con ritiro in biglietteria dei musei.

Come acquistare il biglietto per i musei civici. È obbligatorio il preacquisto da casa dei biglietti di ingresso ai musei e/o alle mostre ospitate tramite il sito http://www.museiincomuneroma.it (acquisto con 1 euro di prevendita). Una procedura che annullerà le code in biglietteria e ridurrà gli affollamenti nelle sale, grazie all’assegnazione di fasce orarie in cui presentarsi per entrare al museo e iniziare la visita. Una volta completato l’acquisto sarà sufficiente stampare la ricevuta e mostrarla cartacea o digitale all’ingresso del museo scelto e/o della mostra.

Come si svolge la visita nei musei civici. All’arrivo al museo, il visitatore dovrà attendere il proprio turno di ingresso e mantenere la distanza di sicurezza. Verrà sottoposto a misurazione della temperatura tramite termoscanner e in caso di un risultato uguale o superiore ai 37.5 gradi non gli verrà consentito l’accesso. Al termine di questa operazione, con il biglietto pre-acquistato potrà accedere nelle sedi museali senza passare dalla biglietteria, solo mostrando il biglietto sullo smartphone o stampato. Ai varchi di accesso e nelle sale interne saranno disponibili gel disinfettanti per igienizzare le mani. All’interno delle sale espositive sarà obbligatorio l’utilizzo delle mascherine e il mantenimento della distanza di sicurezza dalle altre persone. Per evitare assembramenti o affollamenti, è stata predisposta una nuova segnaletica nel percorso di visita. Tutte le informazioni di sicurezza si trovano su http://www.museiincomuneroma.it o chiamando lo 060608.

I musei Capitolini occupano gli spazi di due imponenti edifici di piazza del Campidoglio: il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo, collegati fra di loro dalla Galleria Lapidaria, un passaggio sotterraneo che consente di attraversare piazza del Campidoglio senza dover uscire dal museo. Aperto al pubblico nel 1734, il Palazzo dei Conservatori contiene una grande pinacoteca, che espone capolavori di maestri del calibro di Caravaggio, Tiziano, Rubens e Tintoretto, oltre ai numerosi busti di personaggi illustri. Uno dei capolavori del museo è la scultura originale della Lupa Capitolina. Una delle zone più importanti del palazzo è la sala rivestita di vetro, dove si espone la statua equestre di Marco Aurelio (sostituita a piazza del Campidoglio da una copia), oltre ai frammenti di alcuni colossi. Palazzo Nuovo è dedicato principalmente alle opere scultoree della collezione, quasi tutte copie romane di originali greci. Fra le migliori opere del museo vi è la Venus Capitolina, una scultura di marmo eseguita fra il 100 e il 150 d.C., Il Discobolo di Mirone e la famosa Galata morente. Nella Sala dei filosofi, si possono osservare i busti di personaggi dell’Antica Grecia, opere che precedentemente decoravano i giardini e le biblioteche della nobiltà romana. Orario: tutti i giorni, 9.30-19.30. Turni di ingresso contingentati tramite acquisto on line o 060608. È possibile l’utilizzo dell’App – disponibile sugli store IOS e Android – attraverso la quale si potrà acquistare e scaricare la videoguida dei musei Capitolini.

Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali. Costruito fra il 100 e il 110 d.C., il Mercato di Traiano è il primo centro commerciale coperto della storia. Il complesso edilizio, costruito in mattoni, era formato da sei piani, lungo i quali si distribuivano più di 150 locali commerciali. Il Mercato di Traiano attualmente accoglie il Museo dei Fori Imperiali. Visitando il museo si possono attraversare viarie zone del mercato, oltre ad un percorso espositivo con i resti dei Fori imperiali. Al museo dei Fori Imperiali prosegue fino al 6 settembre 2020 la mostra “Civis Civitas Civilitas” che illustra, attraverso plastici degli edifici sacri e pubblici, il modello di vita urbano romano, esportato militarmente anche nelle città dell’impero. Orario: tutti i giorni, 9.30-19.30. Turni di ingresso contingentati tramite acquisto on line o 060608. I possessori Mic Card e gli aventi diritto alla gratuità solo tramite 060608.

Museo dell’Ara Pacis. Gli spazi del museo progettato dallo studio dell’architetto statunitense Richard Meier, sono modulati sul contrasto luce e penombra. Particolarmente legati a questo effetto, risultano i primi due corpi di fabbrica: dopo una zona in penombra, la Galleria di accesso, si passa al padiglione centrale che ospita l’Ara Pacis, nella piena luce naturale che filtra attraverso 500 mq di cristalli; questi, pur non interrompendo visivamente la continuità con l’esterno, favoriscono il silenzio necessario per il pieno godimento del monumento. Nella quiete dell’isolamento acustico è possibile apprezzare i ritmi pacati dei motivi decorativi; assistere allo scorrere del corteggio, posto lungo i fianchi del recinto dell’Ara, composto dalle massime cariche sacerdotali di età augustea e dai membri della famiglia imperiale, guidati dallo stesso Augusto; ripercorrere le mitiche origini di Roma e le glorie augustee che hanno donato all’impero la possibilità di vivere tempi tanto felici da essere denominati seculum aureum. Al Museo dell’Ara Pacis fino al 30 agosto 2020 si può visitare la grande mostra “C’era una volta Sergio Leone”, con la quale Roma celebra, a 30 anni dalla morte e a 90 dalla sua nascita, uno dei miti assoluti del cinema italiano. Orario: tutti i giorni, 9.30-19.30. Turni di ingresso contingentati tramite acquisto on line o 060608. I possessori Mic Card e gli aventi diritto alla gratuità solo tramite 060608.

Centrale Montemartini. Secondo polo espositivo dei Musei Capitolini, è uno straordinario esempio di riconversione in sede museale di un edificio di archeologia industriale, il primo impianto pubblico di Roma per la produzione di energia elettrica. La storia del museo inizia nel 1997 con il trasferimento nella centrale elettrica di una selezione di sculture e reperti archeologici dei Musei Capitolini. Due mondi diametralmente opposti, l’archeologia e l’archeologia industriale, sono stati per la prima volta accostati tramite un allestimento coraggioso, nel quale lo spazio è organizzato in modo che gli oggetti preesistenti e ciò che si vuole mostrare rimangano integri e non si snaturino a vicenda. Alla Centrale Montemartini è stata prorogata al 1° novembre la mostra “Colori degli Etruschi. Tesori di terracotta”, la straordinaria selezione di lastre parietali figurate e decorazioni architettoniche a stampo in terracotta policroma, provenienti dal territorio di Cerveteri (l’antica città di Caere), in parte inedite. Sono esposti reperti archeologici di fondamentale importanza per la storia della pittura etrusca, recentemente rientrati in Italia grazie a un’operazione di contrasto del traffico illegale. Orario: martedì-domenica, 9-19. Turni di ingresso contingentati tramite acquisto on line o 060608. I possessori Mic Card e gli aventi diritto alla gratuità solo tramite 060608.

Il museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco” è formato da una prestigiosa collezione di sculture antiche – arte assira, egizia, cipriota, fenicia, etrusca, greca-romana – che Giovanni Barracco, ricco gentiluomo calabrese, donò al Comune di Roma nel 1904. Il barone Barracco aveva dedicato la sua vita alla raccolta dei reperti, sia acquistandoli sul mercato antiquario sia recuperandoli dagli scavi che sul finire dell’Ottocento segnarono le trasformazioni urbanistiche di Roma Capitale. Per ospitare la collezione fu costruita un’apposita palazzina neoclassica che purtroppo andò distrutta con i lavori per l’allargamento di corso Vittorio. Solo a partire dal 1948 la collezione poté essere riordinata nella “Farnesina ai Baullari”, edificio eretto nel 1516 su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane. L’arte egizia è rappresentata a partire dalle più antiche dinastie (3000 a.C.) fino all’epoca romana. Orario: ingresso con prenotazione obbligatoria gratuita allo 060608 e visita accompagnata. Giugno – settembre: da martedì a domenica, 13- 19. Turni di ingresso a prenotazione obbligatoria.

Al museo di Roma a Palazzo Braschi il pubblico ha l’opportunità di visitare anche la mostra “Canova. Eterna Bellezza”, che vanta un record di oltre 145 mila visitatori prima del lockdown e che è stata eccezionalmente prorogata fino al 21 giugno 2020, grazie alla grande disponibilità con cui tutti i musei, nazionali e internazionali, hanno eccezionalmente accettato di rinnovare i prestiti delle loro opere. Ancora un mese, dunque, per ammirare le 170 opere di Canova e degli artisti a lui contemporanei, giunte a Roma da alcune tra le più grandi collezioni del mondo. Incorniciate all’interno di un allestimento di grande impatto visivo e raccolte in 13 sezioni, le opere in mostra raccontano l’arte canoviana e il contesto che lo scultore trovò giungendo nell’Urbe nel 1779. La mostra – promossa dall’assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale, prodotta dalla sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia e organizzata con Zètema Progetto Cultura – è curata da Giuseppe Pavanello e realizzata in collaborazione con l’Accademia Nazionale di San Luca e con Gypsotheca e Museo Antonio Canova di Possagno. Orari: dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 19 (chiusura biglietteria ore 18) – Sabato e domenica dalle 10 alle 22 (chiusura biglietteria ore 21).

Al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, viaggio multisensoriale alla scoperta di una grande civiltà con reperti dai grandi musei del mondo e, per la prima volta, i calchi ottocenteschi dei rilievi assiri di Nimrud e Ninive conservati dal Mann e mai esposti prima

La scalinata che porta alla mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” al secondo piano del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Al Mann la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” fino al 16 settembre 2019

Come salire su una ziggurat. La breve rampa che dalle scale monumentali dominate dalla grande statua di Ferdinando di Borbone, il padrone di casa, realizzata da Antonio Canova, porta alle quattro sale (dalla 90 alla 93) al secondo piano del museo Archeologico nazionale di Napoli ti prepara al suggestivo viaggio nella storia alla scoperta di una grande civiltà antica proposto dalla mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, in programma fino al 16 settembre 2019, focus sulla regione dell’Assiria, che rappresentava la fascia territoriale dell’alto Tigri in corrispondenza della parte settentrionale dell’odierno Iraq. Su quel lembo di terra, dall’Ottocento in poi, si concentrarono le ricerche di intellettuali e antiquari, che gettarono le basi per la costituzione di una moderna koinè di studiosi internazionali: un modello sinergico riproposto dalla rete di collaborazioni che hanno portato alla realizzazione dell’esposizione “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”. Il progetto scientifico, promosso dal Mann e dall’università di Napoli “L’Orientale”, ha selezionato oltre quarantacinque reperti, provenienti, tra l’altro, da British Museum, Ashmolean Museum, Musei Vaticani, Museo Barracco, Musei Civici di Como e Musei Reali di Torino: fulcro dell’allestimento, i calchi ottocenteschi, appartenenti alle collezioni del Mann e non esposti da molti anni. La mostra è stata realizzata con il contributo della Regione Campania (POC Campania 2014-2020) e dell’Ismeo (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente).

La prima sala della mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” al Mann (foto Graziano Tavan)

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini

“L’impero assiro rivive al museo Archeologico di Napoli in tutto il suo splendore parlandoci di eredità profonde”, dichiara il direttore Paolo Giulierini. “Assiri all’ombra del Vesuvio” è una mostra preziosa, fortemente voluta dal Mann con il coordinamento dell’università di Napoli L’Orientale, per fare luce sul patrimonio di calchi di ortostati i cui originali sono ora conservati presso il British Museum. Ci furono tempi infatti in cui il nostro museo ambiva a rappresentare tutte le civiltà, come testimonia anche la presenza della collezione egizia. Oggi in un clima di rinnovato slancio internazionale, e in attesa del riallestimento definitivo, dal Mann emergono opere che ci parlano di storie apparentemente lontane nel tempo e nello spazio rivelandosi veicolo eccezionale di connessione tra i popoli in un mondo globalizzato”. E poi, una riflessione. Lavorare sulla storia dell’Assiria significa accendere un riflettore su un’area molto sensibile del Medio Oriente, la Siria, l’Iraq e l’Iran, Paesi che per la posizione strategica e la presenza di petrolio hanno subito guerre, devastazione di musei e distruzione di siti archeologici . Seguire con attenzione tutto quanto attiene il patrimonio culturale in pericolo, come già accaduto con la realizzazione del forum e del volume “Archeologia Ferita”, deve far parte della nostra missione.

Scena di corte: Assurnasirpal II, con attendenti e genio alato, compie l’aspersione rituale. Calco di rilievo da Nimrud, conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

In tre sale (in prossimità della Meridiana) i visitatori sono condotti a scoprire, in un iter circolare, i tre palazzi che furono il centro del potere e della cultura degli Assiri: si parte dalla ricostruzione del palazzo di Nimrud, in cui erano collocati i rilievi originari di cui il Mann presenta i calchi; si passa, poi, a Ninive, per affrontare i temi dell’imperialismo e della guerra contro gli Arabi e contro l’Elam; infine, si “entra”, simbolicamente, nelle sale del palazzo di Korsabad, dove viene presentata la testa di Sargon II, proveniente dai Musei Reali di Torino, per esaltare, appunto, il motivo del potere del sovrano.

La pianta del Palazzo Nord-Ovest di Assurnasirpal II a Nimrud (foto Graziano Tavan)

Nimrud e il palazzo di Assurnasirpal II. L’opera di Assurnasirpal II comincia con il trasferimento della capitale imperiale da Assur, dove è nata la dinastia assira e patria del dio eponimo, a Kalkhu (odierna Nimrud). Il Palazzo Nord-Ovest, situato sulla cittadella, fu il primo edificio monumentale eretto dal re. La concezione spaziale di questa imponente costruzione consiste nella realizzazione di vani a pianta rettangolare, sviluppati su due file attorno a una corte centrale, il bitanu (“il settore della casa”), e di una grande corte pubblica, il babanu (“il settore della porta”), dalla quale si accedeva alla sala del trono B. Gli ambienti erano decorati con lastre scolpite in calcare alabastrino che rivestivano le pareti delle sale di rappresentanza: il tema predominante dei rilievi del palazzo è di natura rituale e mitico-simbolica, mentre le lastre narrative a tema bellico e venatorio decoravano principalmente la sala del trono. Un aspetto fondamentale dell’esercizio della regalità è il coinvolgimento del sovrano nelle attività rituali e cultuali. L’importanza delle pratiche rituali si manifesta anche sui sigilli che raffigurano il re e i sacerdoti e nelle riproduzioni miniaturizzate di demoni e di esseri ibridi.

Modellino in resina di una ziggurat, l caratteristico tempio mesopotamico (foto Graziano Tavan)

La ziggurat è il caratteristico tempio mesopotamico costruito su sette terrazze quadrangolari sovrapposte, che dall’alto verso il basso aumentano progressivamente di dimensione. Il tempio vero e proprio si trova sull’ultima terrazza. La struttura è caratterizzata da nicchie e contrafforti. Ciascuna terrazza termina con una merlatura.

Tavoletta cuneiforme da Ninive, conservata al British Museum, con una lettera inviata ad Assurbanipal che annuncia disgrazia capitata al re dell’Elam (foto Graziano Tavan)

Assiria ed Elam. L’Elam (Iran sud-occidentale) è il confinante orientale dei popoli mesopotamici fin dal III millennio a.C. Una lettera scritta al re Asarhaddon da un alleato nel Paese del Mare (Mesopotamia meridionale) denuncia la politica aggressiva di Teumman, fratello del re elamita. Poco dopo Teumman sale al trono e Assurbanipal lo attacca. Secondo gli Annali assiri, l’esercito assedia le città reali tra cui Bit Bunaki. La battaglia campale è sulle rive del fiume Ulai (653 a.C.) tra Babilonia e Susa. Teumman è catturato e decapitato. La sua testa fa capolino tra le fronde del banchetto in giardino mentre Assurbanipal brinda alla vittoria, celebrata dalla propaganda anche in un’ottica religiosa: Assurbanipal ha saputo unificare l’Elam e stabilire gli assiri in regioni lontane, imponendo il proprio tributo. I rapporti furono anche di convivenza, come testimonia una lettera in elamico ritrovata a Ninive.

Pianta del Palazzo Nord di Assurbanipal a Ninive (foto Graziano Tavan)

Ninive e il Palazzo di Assurbanipal. Nel I millennio la città di Ninive fu eletta nuova grande capitale dell’impero neoassiro da Sennacherib; non si tratta di una fondazione ex novo, bensì di un’imponente opera di ristrutturazione e riedificazione di un antico e sacro centro urbano d’Assiria. Sul lato settentrionale del tell anche Assurbanipal innalzò la sua residenza reale, il Palazzo Nord, da cui provengono le mirabili serie di rilievi narrativi che esaltano il tema della caccia, della guerra e del banchetto. Gli spazi residenziali e amministrativi del Palazzo Nord furono ideati secondo la tradizionale concezione palatina assira, con una serie di grandi corti a cielo aperto e ambienti di carattere pubblico che introducevano alla sala del trono, e i quartieri abitativi probabilmente situati al secondo piano del complesso, nell’area posta dietro la corte del bitanu.

Collana in lapislazzuli da Ur (XXVII-XXV sec. a.C..) conservata all’Ashmolean Museum (foto Graziano Tavan)

La corte del re. La vita di corte si svolgeva nel benessere dei palazzi e dei giardini, allietata da banchetti, prelibate leccornie servite in vasellame di lusso e intrattenimenti musicali come nella scena ritratta nel celebre rilievo di Assurbanipal. I sovrani neo-assiri profusero molte energie nella costruzione dei palazzi reali di cui si enfatizzava la monumentalità e il lusso. La ricchezza dei materiali esaltava infatti la natura interculturale dell’impero sotto l’egida del sovrano. I legni esotici e gli incensieri diffondevano fragranze di paesi lontani, mentre gli intarsi in avorio e pietre preziose e le decorazioni metalliche donavano agli ambienti luce e colore. Particolare attenzione era riservata al decoro personale. Tessuti speciali e accessori in oro arricchivano l’abbigliamento del sovrano e dei membri della corte, il cui gusto raffinato si esprimeva nella gioielleria e nell’uso di unguenti profumati, provenienti dalle periferie dell’impero e custoditi in preziose fiale di alabastro.

Scene di caccia reale dal palazzo di Assurbanipal di Ninive. Calco ottocentesco conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

La caccia reale è documentata in Mesopotamia fin dal IV millennio a.C. Si tratta di un atto fortemente simbolico che vuole rappresentare la lotta del sovrano contro le forze del caos. La caccia reale al leone raggiunge il suo apice a livello ideologico durante l’impero assiro ed è parte integrante della propaganda regia. L’attività venatoria, lungi dall’essere un semplice passatempo sportivo, è un privilegio reale e al contempo un dovere religioso imposto dalle divinità: nelle iscrizioni reali i racconti della caccia sono infatti sempre preceduti da un’invocazione religiosa. Questa pratica rituale veniva svolta all’interno dei parchi reali, condotta dal sovrano in piedi sul carro e armato di arco e frecce o di lancia.

Pianta del Palazzo di Sargon II a Khorsabad (foto Graziano Tavan)

Testa di Sargon II conservata ai musei Reali di Torino (foto Graziano Tavan)

Khorsabad e il Palazzo di Sargon II. Dur Sharrukin (“Fortezza di Sargon”, odierna Khorsabad) fu la nuova capitale fondata da Sargon II. La città fu edificata a Nord di Ninive tra il 717 e il 706 a.C. e abbandonata l’anno seguente perché ritenuta maledetta a seguito della morte prematura del re. La città era cinta da imponenti mura scandite da 157 torrioni che ne proteggevano il perimetro. Sette porte permettevano di entrare nella città da tutte le direzioni. La cittadella, con il palazzo reale, i templi e una ziggurat a sette piani, fu edificata su un mastodontico terrazzamento artificiale. Il palazzo comprendeva oltre 200 stanze ordinate intorno a corti interne ed era protetto da ulteriori mura. Al suo interno si accedeva mediante una maestosa porta ai cui stipiti erano scolpiti due monumentali lamassu, tori androcefali alati. Il palazzo era suddiviso in tre zone: l’area templare, il quartiere amministrativo e l’area palatina. Le sue pareti erano decorate da numerose sculture e rilievi.

Sigillo cilindrico con scena rituale dell’VIII-VII sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

I sigilli, strumenti di potere. L’uso dei sigilli è documentato nel Vicino Oriente antico dal VII millennio a.C. al I millennio d.C. Fin dal primo apparire vennero impiegati come marchio di proprietà e garanzia. Il sigillo cilindrico è documentato per la prima volta a Uruk nell’Iraq meridionale, e a Susa nell’Iran sud-occidentale, alla metà del IV millennio a.C., da dove si diffonde in tutto il Vicino Oriente antico. Il repertorio iconografico dei sigilli illustra tematiche attinenti a ogni aspetto della vita materiale e spirituale: economia, potere, guerra, religione, mitologia.

Rilievo con leonessa morente dal Palazzo Nord i Assurbanipal a Ninive. Calco ottocentesco conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

Ritratto di Alessandro Castellani (foto Graziano Tavan)

Nella mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” un approfondimento ad hoc è riservato, naturalmente, alla storia dei calchi ed alla loro inclusione nelle collezioni del Mann. I calchi furono realizzati da Domenico Brucciani per riprodurre i rilievi neoassiri, rinvenuti nei palazzi di Assurnasirpal II (883-859 a.C.) a Nimrud e di Assurbanipal (668-630 a.C.) a Ninive, e conservati oggi nell’Assyrian Basement del British Museum di Londra: qui è raccolta una vera e propria summa della cultura assira, perché i rilievi, databili dal IX al VII secolo a.C., decoravano i palazzi dei sovrani e costituivano la parte iconografica di un significativo fenomeno di propaganda politica ante litteram, volta a celebrare le gesta dei regnanti. Le riproduzioni delle grandi lastre in calcare giunsero al museo Archeologico nazionale grazie al dono di Alessandro Castellani: questo ambiguo e discusso esperto d’arte, in esilio a Napoli, ebbe il merito di comprare i calchi e di affidarli all’istituto allora diretto da Giuseppe Fiorelli, dove sono stati sempre custoditi, ricevendo adesso, grazie alla mostra, una nuova valorizzazione.

Tavola litografata del volume in folio dl 1853 con i bassorilievi assiri frutto della missione di Austen Henry Layard, volume conservato nelal biblioteca del Mann (foto Graziano Tavan)

All’Archeologico fu legato, soprattutto, Henry Austin Layard, autore delle fortunate campagne di scavo che portarono in Inghilterra, nel cuore dell’Ottocento, alcuni capolavori dei palazzi neoassiri: vicino, ancora una volta, a Giuseppe Fiorelli, anche per la condivisione degli ideali risorgimentali, Layard donò al Museo un frammento di rilievo assiro ed alcuni pregevoli libri, riproposti nel percorso espositivo per inquadrare le tappe più importanti della scoperta dell’Assiria. Accanto a un ritratto di Lady Layard affacciata sul Canal Grande, a documenti e litografie che ripropongono le campagne di scavo, un touch screen permette al pubblico di sfogliare, leggere ed ingrandire le pagine dei testi appartenuti all’archeologo inglese.

Modellino del Palazzo di Khorsabad per un’esperienza tattile (foto Graziano Tavan)

Peculiarità della mostra sugli Assiri è la presenza di un’innovativa dotazione tecnologica, il cui coordinamento progettuale è stato affidato al prof. Ludovico Solima (università della Campania

Effetto speciale a ricostruire le scene tratte dai rilievi assiri (foto Giorgio Albano)

“Luigi Vanvitelli”). Per la prima volta al Mann è stato creato, infatti, un ambiente immersivo, destinato successivamente a diventare uno spazio multimediale permanente del Museo: in questa stanza sono proiettati in successione tre diversi filmati, realizzati da Capware (regia: Marco Capasso/musiche originali: Antonio Fresa) per approfondire i contenuti scientifici della mostra sugli Assiri. Nei punti segnalati all’interno del percorso espositivo è inoltre possibile utilizzare occhiali multimediali dotati di lenti trasparenti (gli occhiali sono stati progettati dalla startup Ar tour srl), che consentono di fruire degli effetti suggestivi della cd. Realtà Aumentata; il servizio (che ha un costo aggiuntivo di 5 euro, con riduzioni a 3 euro, tra l’altro, per titolari di OpenMann ed Artecard) è basato su ricostruzioni 3D degli ambienti degli antichi palazzi Assiri e su animazioni in 3D che ripropongono dettagli dei bassorilievi in mostra. I dispositivi funzionano, così, come un “navigatore culturale”, grazie al quale vengono mostrati, in sovrapposizione alla realtà visiva, i punti d’interesse e le relative informazioni «aumentate»: testi, immagini, audio, video. L’intera mostra, inoltre, è concepita come percorso multisensoriale: la vista è messa in gioco non solo dall’osservazione delle opere presentate, ma anche dai filmati immersivi e dalle ricostruzioni realizzate con la tecnica del videomapping; l’udito è coinvolto dalle musiche composte da Antonio Fresa per l’ambiente immersivo; la percezione tattile è garantita dalla stampa di oggetti in 3D, a disposizione non solo degli utenti con disabilità visiva, ma di tutti i visitatori; l’olfatto è stimolato dai diffusori di fragranze che, nella terza sala del percorso espositivo, ricreano i profumi di un giardino assiro; il gusto, infine, è legato ai prodotti alla liquirizia, pianta che quel popolo usava a scopi medicinali (previste degustazioni in mostra).

Napoli, al Mann tre giorni di eventi: dopo “Paideia” e il passaggio della fiaccola della Universiade, apre la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” con preziosi reperti dall’estero e i calchi ottocenteschi dei rilievi di Ninive e Nimrud

Vaso attico a figure nere (VI sec. a.C.) con soggetto sportivo nella mostra “Paideia” al Mann (foto Mann)

Il museo Archeologico nazionale di Napoli protagonista di un’intensa tre giorni nella vita del capoluogo partenopeo. Lunedì primo luglio 2019, in omaggio alla 30.ma universiade Napoli 2019 (dal 3 al 14 luglio 2019) il commissario Gianluca Basile inaugura la mostra “Paideia. Giovani e sport nell’antichità”, in programma fino al 4 novembre 2019: durante il vernissage esibizione in un’antica danza greca delle coreute ufficiali di Olimpia, ospiti dell’associazione Amarthea – Isolimpìa, cui è affidato tradizionalmente il compito dell’accensione della fiaccola olimpica (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/06/29/benvenuta-universiade-napoli-torna-a-essere-olimpica-e-il-mann-dove-dormira-la-torcia-delle-universiadi-partecipa-con-la-mostra-paideia-giovani-e-sport-nella/). Dopo l’ultimo passaggio napoletano (2 luglio 2019) della Torcia, mercoledì 3 luglio 2019 (alle 11) la fiaccola sarà nella Sala dei Tirannicidi, nel percorso espositivo di “Paideia”, prima di essere consegnata, dal direttore del Mann Paolo Giulierini, al Comitato organizzatore Universiade Napoli 2019.

Ma non è finita. Mercoledì 3 luglio, alle 17.30, apre la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, che punterà simbolicamente i riflettori sulla regione dell’Assiria, che rappresentava la fascia territoriale dell’alto Tigri in corrispondenza della parte settentrionale dell’odierno Iraq. Il progetto scientifico, promosso dal Mann e dall’università di Napoli “L’Orientale”, ha selezionato reperti provenienti, tra l’altro, da British Museum, Ashmolean Museum, Musei Vaticani, Museo Barracco, Musei Civici di Como e Musei Reali di Torino: fulcro dell’allestimento, i calchi ottocenteschi, appartenenti alle collezioni del MANN e non esposti da molti anni, che riproducono i rilievi originari rinvenuti a Ninive e Nimrud. Peculiarità dell’esposizione sarà l’allestimento di una ricca sezione tecnologica, per approfondire contenuti scientifici e coinvolgere il visitatore in un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo.

Nella mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo viaggio nell’Oltretomba per capire le credenze degli antichi egizi, incontrando Anubi, scoprendo i segreti della mummificazione, imparando a conoscere vasi canopi, amuleti e ushabti

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

Raffigurazione di Osiride proiettata sulla parete di un tempio egizio nella mostra di Jesolo (foto Gianfranco Grendene)

Nel nostro viaggio alla scoperta dell’Antico Egitto, con la “lista dei Re” conservata nel tempio di Seti I ad Abido, la città sacra ad Osiride, abbiamo fatto la conoscenza di uno dei documenti fondamentali per ricostruire la storia della civiltà del Nilo: 76 sovrani, dalle prime dinastie fino al faraone Seti I, esseri umani dotati di poteri superiori (re-dio), conferiti loro (o riconosciuti) all’atto dell’intronizzazione. E sempre ad Abido abbiamo saputo dell’esistenza dell’Osireion, un unicum dell’Antico Egitto, dove si riteneva fosse sepolta la testa di Osiride, il dio dell’Aldilà e della Resurrezione. E allora è arrivato il momento di scendere nell’Oltretomba entrando nella quinta sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta fino al 15 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo. “La civiltà egizia elabora un proprio concetto di morte considerando l’evento una parte della vita”, interviene l’egittologa Claudia Gambino, “e immagina un Aldilà ben definito, geograficamente localizzato (a Occidente), affrontabile, se non piacevole. La morte viene vista in una visione ottimistica di ritorni e ringiovanimenti come avviene per una serie di fenomeni ciclici naturali di cui l’uomo egizio è testimone, ad esempio, il ciclo solare e quello vegetativo legato alla piena del Nilo”.

Donatella Avanzo, curatrice della mostra, illustra la scultura di Anubi realizzata da Novello Finotti (foto Graziano Tavan)

Anubi, adorato nell’Alto Egitto, era considerato il signore della necropoli, l’imbalsamatore per eccellenza; accompagnava i defunti davanti al tribunale supremo e li introduceva al cospetto di Osiride per la pesatura del cuore sulla bilancia divina. Anubi venne raffigurato dapprima come sciacallo o canide, con grandi orecchie e lunga coda, in seguito in forma ibrida con testa di sciacallo nero e corpo umano. Considerato Signore della Duat (l’Aldilà), in epoca greca fu assimilato ad Hermes Psychopompos (guida delle anime dei defunti). Eccezionale, in mostra a Jesolo, è l’Anubi 1, in marmo nero del Belgio, realizzato da Novello Finotti nel 1988-’89. “L’Anubi di Finotti”, assicura Donatella Avanzo, curatrice esecutiva della mostra, “è da considerare un autentico capolavoro, una scultura in grado di suscitare infinite sfumature di emozionalità. Il passaggio tra Anubi e la tensione del corpo dell’animale è la perfetta sintesi del guardiano presente al momento di transizione tra la morte e la vita. La sua lunga coda diviene colonna vertebrale per la rigenerazione dell’essere umano”.

La ricostruzione della fase del cervello del defunto (foto Graziano Tavan)

Ricostruzione della preparazione dei vasi canopi (foto Graziano Tavan)

Ricostruzione della fase di bendaggio della mummia (foto Graziano Tavan)

La mummificazione. “Per permettere al defunto di giungere nell’Aldilà”, continua Gambino, “e in seguito rinascere e accedere il mondo degli Eletti è di obbligo la conservazione del suo corpo attraverso una serie di trattamenti (la mummificazione) ed è auspicabile una certa conoscenza del mondo oltremondano. In sostanza, se da una parte il corpo, trasformato in una entità eterna, e il suo Ka (una sorta di principio vitale), risiedono nella tomba con offerte e beni di vario genere che servono a nutrirli, e attendendo di potersi ricongiungere con gli altri elementi del proprio essere; dall’altra una serie di guide forniscono una descrizione dell’Aldilà e quelle formule per rispondere alle entità che lo popolano e che potrebbero essere nocive se non adeguatamente preparati”. Il processo di mummificazione è stato ricostruito in mostra a Jesolo con una rappresentazione 3D: nella penombra dei laboratori dell’Antico Egitto seguiamo tutte le varie fasi dall’estrazione delle interiora e degli organi dal corpo del defunto fino all’introduzione della mummia nel sarcofago con una resa impressionante. “Il processo di mummificazione ci è stato tramandato da Erodoto”, spiega l’egittologo Cristiano Daglio. “Ci sono alcuni che sono addetti proprio a questo e fanno questo mestiere”, scrive Erodoto nelle Storie (II, 86-88). “Prima di tutto con un ferro ricurvo attraverso le narici estraggono il cervello, alcune parti estraendole così, altre versando dentro droghe. Quindi con una pietra etiopica aguzza, dopo aver praticato un taglio lungo il fianco, estraggono tutti gli intestini e, dopo averli purificati e lavati con vino di palma, li lavano di nuovo con aromi pestati. Poi, riempita la cavità del ventre di mirra pura tritata e di cannella e degli altri aromi, tranne l’incenso, lo ricuciono. Fatto questo lo mettono sotto sale, coprendolo con natron per settanta giorni. Passati i quali, lavato il cadavere, ne avvolgono tutto il corpo con strisce tagliate di un lenzuolo di bisso, spalmandole al di sotto di gomma, che gli egiziani usano come colla”. Il procedimento di mummificazione, perfezionatosi nel corso delle prime dinastie, raggiunge uno sviluppo praticamente completo nell’Antico Regno (III-IV dinastia).

Il vaso canopo dall’Egizio di Firenze e il coperchio dal Barracco di Roma (foto Graziano Tavan)

I vasi canopi. “I visceri estratti attraverso l’incisione dell’addome”, continua Daglio, “venivano posti in quattro vasi chiusi da coperchi che, nell’Antico e nel Medio Regno, presero la forma del volto idealizzato del defunto, e poi quelle delle teste di Imseti / Amseti (testa umana), Hapi (babbuino), Duamutef (cane), Qebensenuf (falco), figli di Horo, i guardiani del morto. Contenevano rispettivamente fegato, polmoni, stomaco e intestino della mummia. Ognuno era sotto la protezione di una dea: Iside, Nefti, Neith e Selqet. Usualmente questi vasi chiusi sono noti come vasi canopi, ma l’espressione è impropria e deriva dall’immagine del dio greco-egizio Canopo di epoca tolemaico-romana, venerato nel quartiere omonimo di Alessandria, raffigurato da un vaso con coperchio a testa umana”. Notevoli in mostra il vaso canopo in alabastro e pittura nera (fine Nuovo Regno/Terzo Periodo Intermedio) conservato al museo Egizio di Firenze, con il coperchio che raffigura la testa del figlio di Horo, Amseti, con volto umano e tratti leggermente consunti; e il coperchio di vaso canopo in calcare (XVIII dinastia), conservato al museo Barracco di Roma, con la testa – anche in questo caso – di Amseti. Quindi entrambi i vasi avevano contenuto il fegato del defunto.

Serie di amuleti e di ushabti esposti a Jesolo (foto Graziano Tavan)

Gli amuleti avevano un ruolo fondamentale nella società egizia. “Indossati dai vivi”, spiegano gli egittologi della mostra jesolana, “essi avevano un ruolo fondamentale nella società egizia. Indossati dai vivi, essi potevano arrivare dove la medicina falliva, a garantire la fertilità, la guarigione dalle malattie o la fortuna. Quando erano posti tra le bende delle mummie avevano il compito di proteggere il defunto da tutti i pericoli che avrebbe affrontato nel suo viaggio nell’Oltretomba. I tipi di amuleti conosciuti sono circa 300, ciascuno adatto a specifiche esigenze a seconda del soggetto raffigurato e del materiale (oro, argento, lapislazzuli, corallo, diaspro, paste vitree, basalto, granito, ematite e più raramente legno, rame o papiro). Il colore e la resistenza del materiale contribuivano alla sua efficacia: quelli in metallo erano ritenuti i migliori, ma erano appannaggio di pochi. La maggior parte degli egizi sceglieva materiali meno pregiati che imitavano l’aspetto e quindi le proprietà di quelli più preziosi”.

Alcuni ushabti esposti a Jesolo davanti a due bei vasi canopi (foto Graziano Tavan)

Gli ushabti (letteralmente: “il rispondente”) sono statuette funerarie molto frequenti all’interno delle tombe dell’Antico Egitto. “Gli egizi credevano che, dopo la morte, il cuore (o, meglio, l’anima del defunto) venisse giudicata da Osiride e dall’assemblea degli dei nella cerimonia della pesatura dell’anima-cuore. Secondo la credenza il cuore veniva posto su un piatto della bilancia che aveva come contrappeso la piuma di Maat, dea della verità e della giustizia. Se il defunto avesse superato positivamente la pesatura (cioè se il suo cuore fosse stato più leggero della piuma di Maat), sarebbe stato premiato con l’onore di lavorare per l’eternità i campi divini, i cosiddetti Campi di Iaru, dove i defunti degni aravano, seminavano e mietevano. Gli ushabti avevano il compito di sostituire il defunto nei lavori agricoli, animandosi magicamente e lavorando al suo posto, per consentire all’anima del morto di godere del riposo ultraterreno. Il significato del termine ushabti, il rispondente, deriva dal fatto che Osiride, proprietario dei Campi di Iaru, chiamava quotidianamente al lavoro i defunti e gli ushabti avrebbero risposto alla sua chiamata al posto del defunto”.

(5 – continua; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio, 22 giugno 2018)

Da Atum a Horus: la cosmogonia dell’Antico Egitto elaborata a Eliopoli al centro della mostra di Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini”

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

L’egittologo Alessandro Roccati

“La nascita del mondo (cosmogonia) costituisce uno dei cardini della religione egizia”, spiega l’egittologo Alessandro Roccati, uno dei curatori della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta fino al 15 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: “Secondo la visione egizia, l’uomo che diventava faraone si trasformava in dio, ovvero rivelava la propria natura divina non riconosciuta prima”. Quindi, dopo aver incontrato i popoli che nel II e I millennio a.C. interagirono con l’Antico Egitto; aver conosciuto le principali città che sorgevano lungo il Nilo, da Alessandria a Menfi a Tebe; ed essere stati a tu per tu con i faraoni, è arrivato il momento di saperne di più del pantheon egizio, tema della quarta sala della mostra jesolana. Il faraone era quindi “il solo a poter fornire il tramite con la popolazione celeste che avrebbe protetto il genere umano. Ma si pensava che anche gli dei avessero avuto un’origine, come avrebbero avuto una fine”.

Raffigurazione di Osiride proiettata sulla parete di un tempio egizio nella mostra di Jesolo (foto Gianfranco Grendene)

Stele in calcare con il dio Bes di tarda età tolemaica dal museo Barracco di Roma (foto Gianfranco Grendene)

La prima entità cosmica fu Atum, il “Tutto”. Da lui si generarono due coppie, che diedero origine ad altre due, nelle quali si riconoscono i quattro elementi: l’Aria (Shu) e il Fuoco (Tefenet), genitori della Terra (Geb: maschile in egiziano) e del(l’Acqua del) Cielo (la dea Nut). Geb e Nut separati da Shu, misero al mondo due coppie di dei, Osiride e Iside, Seth e Nefti. Dall’unione miracolosa di Osiride (che era stato ucciso da Seth) e Iside nacque Horus, il bambino modello di ogni faraone. La natura sregolata di Seth, oltre a portarlo all’uccisione di Seth, gli impedì di avere una famiglia stabile. Dalla sua unione con Nefti nacque Anubi, il dio dell’imbalsamazione (che però potrebbe essere stato frutto di una “scappatella” di Thot), ma da altre sue unioni adulterine furono generati demoni. In seguito alla sua morte, Osiride fu nel tempo considerato il dio dei morti. Atum fu presto collegato alla dottrina che vedeva nel Sole (il dio Ra, uno dei due occhi del cielo; l’altro era considerato Thot, la Luna) il creatore del mondo. Atum fu considerato quindi il sole serale, ormai vecchio, mentre il sole mattutino fu impersonato da Khepri. “Questa”, conclude Roccati, “fu la teologia elaborata ad Eliopoli (in greco la “città del sole”), presso Menfi, l’antica capitale. Essa non fu l’unica, ma altre fiorirono nel lungo periodo, connesse alle figure di altri grandi dei”.

Bronzetto ella collezione Sinopoli con il falco che porta la doppia corona dell’Alto e Basso Egitto del tardo periodo tolemaico (foto Gianfranco Grendene)

Gruppo di divinità egizie proiettate nella mostra jesolana (foto Graziano Tavan)

In mostra, accanto alla proiezione su una parete del tempio di gruppi di divinità egizie che sembrano materializzarsi e sparire nella sabbia del deserto, e a ampi pannelli con l’elenco e la descrizione delle singole divinità, ecco un bronzetto votivo di Ptah della XXV-XXVI dinastia (dal museo di Storia ed arte di Trieste) o la stele di Bes di età tardo-tolemaica (dal museo Barracco di Roma), e poi amuleti con Thot, Tauret, Bes e Pateco (museo Egizio di Firenze). Particolarmente interessante una statua in bronzo di falco con la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto del tardo periodo tolemaico che fa parte della collezione Sinopoli. “Il bronzetto”, spiegano gli egittologi, “riproduce il dio del cielo Horo sotto forma di falco, particolarmente venerato nel santuario di Edfu e identificato dai greci con Apollo. La corona che porta sul capo lo indica come titolare della regalità: il nome di Horo fu il primo titolo portato dai faraoni dall’inizio dell’età storica”.

(4 – continua; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio 2018)

A tu per tu con il grande Seti I e il suo tempio di Abido che conserva la Lista dei Re: a Jesolo alla mostra “Egitto. Dei, faraoni e uomini” facciamo la conoscenza dei faraoni e del loro ruolo

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

L’egittologo Alessandro Roccati

Il nostro viaggio in barca è finito. Gettiamo l’ancora e scendiamo a terra. Dopo aver navigato attraverso il Mediterraneo incontrando i popoli che nel II e I millennio a.C. lo solcavano, e aver risalito il Nilo facendo la conoscenza delle principali città che sorgevano lungo il fiume, da Alessandria a Menfi a Tebe, la terza sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta fino al 15 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo, ci fa incontrare i faraoni. “Il termine faraone”, spiega l’egittologo Alessandro Roccati, uno dei curatori della mostra, “assume il significato di re dell’Egitto in neoegiziano, e giunge fino a noi attraverso la tradizione biblica. Il significato della parola va oltre il semplice valore politico per designare un essere umano dotato di poteri superiori (re-dio), che gli sono conferiti (o riconosciuti) all’atto dell’intronizzazione. Dopo la morte fisica il faraone raggiunge gli dei (che a loro volta possono morire), i quali lo hanno voluto sulla terra quale garante dell’ordine sociale e cosmico (rappresentato dalla dea Maat). Nei confronti della società divina il faraone è la controparte del visir nei confronti della società umana, quale capo dell’amministrazione e del governo, che applica le leggi decretate dal faraone (“le cui parole si avverano all’istante”) nell’interesse della collettività”.

La preziosa testa del faraone Seti I in granito nero, conservata al museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma (foto Graziano Tavan)

Tra i faraoni più famosi c’è Seti I (1287-1279 a.C.) che accede al trono non più giovanissimo, dopo il brevissimo regno del padre Ramses I, primo sovrano della XIX dinastia. “La famiglia di Seti non è di stirpe regale e proviene dall’ambito militare”, interviene l’egittologa Elisa Fiore Marochetti. “Anche la sposa di Seti, Tuia, madre del futuro re Ramses II, proviene da una famiglia di militari. Sotto Seti I vengono edificati monumenti grandiosi, tra i quali il grande tempio funerario di Abido e il grande atrio ipostilo di Karnak”. In mostra una bellissima testa in granito nero di Seti I, proveniente dal museo Barracco di Roma, che faceva parte di una grande scultura che raffigurava il faraone assiso al trono. Il re indossa la corona khepresh (detta anche corona blu o corona di guerra) utilizzata dal faraone in determinate cerimonie.

L’imponente facciata del tempio di Seti I ad Abido

Il tempio di Seti I ad Abido è consacrato principalmente ad Amon oltre che alla triade di Osiride, Iside, Horus, e a Ra-Harakhti e Ptah. Una cappella inoltre è dedicata al culto funerario del re, così compreso tra le principali divinità, e ai re del passato che sono elencati nella celebre galleria che riporta incisa sulle pareti una “lista” selezionata di sovrani. Sul retro si estende a un livello  più basso il cosiddetto Osireion, il tumulo considerato il luogo di sepoltura del dio circondato da una struttura templare (corridoio ipogeo e stanza del sarcofago) decorata con i Libri delle Cripte e delle Porte, il Libro di Nut e il Libro della Notte, il Libro della Terra e testi cosmologici. A questo tempio Seti I assicura le rendite delle miniere d’oro del deserto orientale. Il faraone, oltre a stabilizzare l’Egitto dopo il complesso periodo postamarniano, combatté guerre vittoriose contro tutti i popoli che circondavano l’Egitto (Ittiti, Siriani, Libici e Nubiani).

La grande parete con la “Lista dei Re” ricostruita in scala 1:1 nella mostra di Jesolo (foto Graziano Tavan)

La “lista dei Re” del tempio di Seti I ad Abido, uno dei documenti fondamentali per ricostruire la storia dell’Antico Egitto,  è riproposta in scala 1:1 nella mostra di Jesolo che, con un sistema di luci e proiezioni, seleziona a rotazione alcuni cartigli spiegando a quale faraone appartengono. Nella “lista” sono riportati i nomi di 76 sovrani, dalle prime dinastie fino allo stesso Seti I: “Un gesto di propaganda politica”, sottolineano gli egittologi, “con cui questo re ha voluto legittimare il proprio potere elencando tutti i sovrani che lo avevano preceduto, come se ne fosse un discendente diretto”. L’importanza di questa lista sta nella possibilità di confrontarla con altre liste di faraoni (la più famosa è il Canone Regio su un papiro del museo Egizio di Torino), ottenendo la successione cronologica dei vari sovrani d’Egitto, che grazie agli studi compiuti si è potuta agganciare a delle date fisse, in modo da fornire una griglia su cui basare la cronologia di tutta la storia antica del Mediterraneo. Ma come tutti i documenti propagandistici, anche la “lista dei Re” non è completamente affidabile. Sono esclusi dall’elenco alcuni sovrani, evidentemente “scomodi”, attestati però da altre fonti, come quelli più antichi (la cosiddetta dinastia 0), alcuni sovrani del Primo e del Secondo Periodo Intermedio, ma soprattutto mancano Hatshepsut, l’unica donna che regnò come faraone, e Akhenaton, il faraone “eretico” che esaltò il culto di Aton, la cui memoria fu per questo bandita dai suoi successori.

(3 – continua; precedenti post il 12 e 17 aprile 2018)

“Egitto. Dei, faraoni, uomini”: Jesolo si prepara a ospitare per quasi un anno una grande mostra ideata dagli egittologi Ciampini e Roccati e curata da Donatella Avanzo con reperti dai grandi musei egizi e collezioni private, con proiezioni animate e postazioni multimediali interattive. Per la prima volta esposta al pubblico la mummia di Asti. Ricostruita la sala del sarcofago di Tutankhamon

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

I reperti vengono da Il Cairo, Luxor, Roma, Firenze, Trieste, Siracusa, Asti e collezioni private: è la prima anticipazione della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che aprirà nei 1500 metri quadri dello Spazio Aquileia di Jesolo Lido il 26 dicembre 2017 per chiudere alla fine dell’estate prossima, il 15 settembre 2018. Cultour Active e Venice Exhibition che l’hanno prodotta e la Città di Jesolo che l’ha promossa si sono affidati per l’ideazione dell’evento a due egittologi di sicuro prestigio, come Emanuele Ciampini, professore dell’università Ca’ Foscari di Venezia, e Alessandro Roccati, professore emerito dell’università di Torino, che hanno ottenuto prestiti – come si diceva – da musei e collezioni pubbliche e private molto importanti, a partire dal museo Egizio del Cairo per proseguire poi con il museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma, il museo Archeologico nazionale di Firenze – museo Egizio, il civico museo Archeologico di Asti, il civico museo di Storia e Arte di Trieste. “La società egizia è stata ritenuta per lungo tempo una società fatta di persone morte”, interviene Donatella Avanzo, curatrice esecutiva della mostra. “In realtà non è così e la mostra di Jesolo lo conferma con reperti sublimi: opere sensazionali, di metallo, in marmo, di materiali preziosissimi che narrano la storia di una grande civiltà come sarà grande la mostra che il pubblico potrà visitare a Jesolo”.

Uno dei reperti esposti a Jesolo: manico con testa hathtorica in faience

Spettacolo e rigore scientifico sono i due punti di forza di questa grande mostra che non teme di fare del racconto e dell’emozione la sua cifra. Ma nulla in questa rassegna sarà “imbalsamato”. Qui il pubblico sarà condotto per mano alla scoperta di una grande civiltà, immergendosi nel mito che l’ha da sempre circondata, in un viaggio in undici tappe che farà conoscere una grande pagina della storia universale. Una storia che geograficamente si concentra nelle terre bagnate dal Nilo ma che, grazie anche a ciò che è emerso dalle più recenti campagne di scavo, si situa molto più “dentro” il Mediterraneo di quanto si usasse pensare. Partendo dal mare Adriatico si sfocia nel Mediterraneo, entrando in contatto con le civiltà che fiorirono sulle sue sponde, per risalire infine il fiume Nilo, si arriverà a far conoscenza con le dinastie dei faraoni, le divinità egizie, le pratiche legate al mondo dell’oltretomba, ma anche l’arte, la scrittura, i riti e le usanze. Una sezione sarà riservata alle regine e alle dee d’Egitto, dando così uno spazio anche alle grandi donne della civiltà egizia.

Uno dei reperti in mostra a Jesolo: scarabeo con prenome della regina Hateshepsut

“Egitto. Dei, faraoni, uomini” si rivolge a tutto il pubblico, scuole e famiglie in primis. Le classi prenotate sono ad oggi già alcune centinaia. “Nessuno qui deve sentirsi escluso perché non all’altezza”, ribadiscono gli organizzatori. “La mostra di Jesolo”, conferma l’archeologa Francesca Benvegnù, “è una mostra divulgativa che permette di offrire al pubblico scolastico percorsi e laboratori incentrati su questa grande civiltà. La metodologia applicata mette il bambino al centro di questo percorso educativo e quindi lo fa protagonista del percorso di apprendimento. Ma le attività non sono rivolte solo al pubblico scolastico. Tutti i fine settimana sono previsti percorsi e laboratori per le famiglie”. I preziosissimi reperti originali concessi alla mostra dai musei e dalle collezioni di diversi Paesi saranno illustrati ed accompagnati da proiezioni animate e da postazioni multimediali interattive, che trasformeranno la conoscenza in scoperta e questa in meraviglia, grazie ad animazioni video, e schermi touch, il tutto realizzato – per i contenuti scientifici – sotto la regia di esperti egittologi. Senza alcun timore di “unire il sacro al profano” – assicurano gli organizzatori -, accanto alle teche blindate che accoglieranno i reperti museali saranno proposte fedeli riproduzioni, scenografie e sofisticate installazioni tecnologiche, a comporre un ricco itinerario che si soffermerà sulla storia, le dinastie, la religione, i culti, le abilità tecniche e artistiche dell’antica terra dei faraoni, partendo dal passato e arrivando fino ai giorni nostri.

Particolare del sarcofago della mummia di Asti, protagonista a Jesolo

Protagonista assoluta sarà la mummia di Asti, da poco restaurata e mai esposta al pubblico, che coinvolgerà i visitatori in una vera e propria attività di ricerca scientifica tramite un’installazione multimediale. Grazie al supporto e alla collaborazione della polizia criminale è stato infatti possibile realizzare la ricostruzione del volto che sarà presentata in anteprima alla mostra e con il reparto di radio diagnostica dell’ospedale di Asti è stata realizzata una TAC sulla mummia che ha rivelato incongruenze e misteri per ora irrisolti, e che sta già richiamando l’attenzione dei più grandi studiosi ed egittologi. Di chi era il corpo della mummia? Chi ha violato la sua sepoltura, e in quale epoca? Domande che troveranno risposta nella sala dedicata alla mummia di Asti.

L’egittologa Donatella Avanzo illustra la camera funeraria di Tutankhamon ricostruita (foto Graziano Tavan)

E poi c’è Tutankhamon! Il pubblico avrà anche l’emozione di esplorare di persona due delle più emblematiche camere sepolcrali egizie: la tomba dell’artigiano Pashedu e la leggendaria tomba di Tutankhamon, “il faraone fanciullo” dodicesimo re della XVIII dinastia egizia, scoperta da Howard Carter nel 1922, entrambe perfettamente ricostruite in scala 1:1. La stanza del sarcofago di Tutankhamon, protagonista a febbraio 2017 a Tourisma (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/02/24/a-tourisma-2017-tutti-in-fila-per-unesperienza-unica-entrare-nella-camera-funeraria-di-tutankhamon-ricostruita-in-scala-11-e-poi-assaggiare-lo-shedeh-il-vino-che-faceva-resuscitare-i-mor/) è stata realizzata dall’artigiano e appassionato di egittologia Gianni Moro, dopo tre anni di studio e lavoro su un progetto scientifico delle università di Torino Padova e Venezia. “Entrando”, spiega l’ideatrice del progetto, l’egittologa Donatella Avanzo, “si respira un fascino sospeso, come se fossimo accolti anche noi nell’aldilà del sovrano”.

Apre al museo Archeologico nazionale di Aquileia la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, terza tappa del ciclo “Archeologia ferita”, la prima dedicata in Europa alla città siriana dopo le distruzioni perpetrate dall’Isis: l’eleganza e la ricchezza degli antichi palmireni a confronto con i ritratti degli antichi aquileiesi

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Il manifesto della mostra “Il Bardo ad Aquileia” nel museo di Aquileia

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

Le nuvole di fumo e polvere e gli echi delle detonazioni che avvolgono quel che resta dell’imponente tempio di Bel, dell’austero castello medievale, dell’elegante tetrapilo, del prezioso tempio di Baal-Shamin, dello slanciato arco trionfale, dell’articolata scena del teatro antico sono ancora davanti ai nostri occhi, increduli di fronte a tanta violenta follia dei miliziani dell’Isis decisi a distruggere i monumenti più famosi di Palmira. E continuiamo a commuoverci per il sacrificio supremo del custode più fedele di Palmira, l’archeologo Khaled Asaad, trucidato il 18 agosto 2015 per essersi rifiutato di lasciare la città e collaborare con i jihadisti. La “città delle palme”, la “sposa del deserto”, la “Venezia delle sabbie”, come era chiamata Palmira nelle varie epoche, rappresenta l’esempio più eclatante, e per questo più doloroso, del sistematico tentativo da parte dell’Isis di annientare l’altro (sia esso inteso come il regime di Assad, o come l’Occidente crociato, o come l’Islam meno ortodosso), attraverso la distruzione della sua cultura, del suo patrimonio, delle vestigia più lontane e profonde che ci hanno reso ciò che siamo e che pensiamo, nel tentativo di attuare una “pulizia etnica”, come la definisce Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco, specchio delle peggiori pulizie etniche. Non meraviglia quindi che, dopo il museo del Bardo di Tunisi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/03/archeologia-ferita-il-museo-di-aquileia-apre-le-porte-ai-reperti-da-musei-e-siti-colpiti-dai-terroristi-prima-tappa-otto-capolavori-dal-museo-del-bardo-di-tunisi/) e del museo archeologico Iran Bastan di Teheran (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/22/archeologia-ferita-leoni-e-tori-dallantica-persia-ad-aquileia-in-mostra-allarcheologico-capolavori-achemenidi-e-sasanidi-da-persepoli-e-dal-museo-di-teheran-per-l/), Aquileia dedichi proprio a Palmira la terza tappa del progetto espositivo “Archeologia ferita”, per celebrare la città siriana come simbolo di resistenza dagli attacchi al patrimonio culturale mondiale.

Busto muliebre da sarcofago palmireno conservato al Terra Sancta Museum di Gerusalemme (foto Gianluca Baronchelli)

Il manifesto della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Apre il 2 luglio 2017 al museo Archeologico nazionale di Aquileia, dove sarà visitabile fino al 3 ottobre 2017, la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, la prima dedicata in Europa alla città dopo le distruzioni recentemente perpetrate. L’esposizione, a cura di Marta Novello e Cristiano Tiussi, nata dalla collaborazione tra la fondazione Aquileia e il polo museale del Friuli Venezia Giulia – museo Archeologico nazionale di Aquileia, gode del patrocinio della commissione nazionale italiana per l’Unesco, del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e del ministero degli Affari esteri e Cooperazione internazionale. Grazie ai sedici prestiti originari di Palmira concessi dal Terra Sancta Museum di Gerusalemme, dai musei Vaticani, dai musei Capitolini, dal museo delle Civiltà – collezioni di Arte orientale “Giuseppe Tucci”, dal museo di Scultura antica “Giovanni Barracco”, dal civico museo Archeologico di Milano e da una collezione privata, raccoglie sedici pezzi originari di Palmira – alcuni dei quali riuniti per la prima volta dopo la loro dispersione nelle collezioni occidentali – e agli otto da Aquileia la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” vuole dimostrare, pur nella distanza geografica e stilistico-formale, il medesimo sostrato culturale che accomuna le due città, mediante l’utilizzo di modelli autorappresentativi e formule iconografiche affini. “Questa mostra”, interviene il presidente della fondazione Aquileia, Antonio Zanardi Landi, “al di là del suo notevole valore artistico, ha anche un chiaro fine politico: richiamare l’attenzione sui luoghi che sono il nucleo centrale della nostra civiltà, oggi teatro di conflitti e devastazioni”. L’esposizione ha costituito, inoltre, l’occasione per restaurare i reperti concessi in prestito dalla Custodia di Terra Sancta, con un intervento finanziato e coordinato dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia che, alla conclusone della mostra, restituirà i rilievi pronti per la loro esposizione nel nuovo allestimento del Terra Sancta Museum.

Stele romana con coppia di coniugi conservata al museo Archeologico nazionale di Aquileia (foto Gianluca Baronchelli)

“Sia Palmira che Aquileia erano luoghi di tolleranza e fruttuosa convivenza tra culture e religioni diverse”, sottolineano Antonio Zanardi Landi e Cristiano Tiussi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Aquileia, “oltre a esser testimoni che diciotto secoli fa il Mediterraneo costituiva un’unità integrata non solo dal punto di vista dei commerci, ma anche di quello della circolazione delle idee e dei canoni artistici e narrativi”. Per Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia, e Luca Caburlotto, direttore del Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, il fine della mostra è anche quello di far emergere “quell’unità culturale che attraverso la contaminazione di modelli eterogenei, nelle pur diverse espressioni formali, costituì la peculiarità del mondo romano e sulla quale si vuole porre l’accento, attraverso il gioco di sguardi che l’allestimento contribuisce a sottolineare, per superare le ferite che ormai già troppe volte in questi ultimi anni sono state inflitte al patrimonio culturale universale”. Palmira era città carovaniera che “sviluppò l’arte del commercio, vendendo ai romani quei beni di lusso che comprava dai persiani e che provenivano dalle lontane India e Arabia”, come scrive nella prefazione del catalogo Debora Serracchiani, presidente della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. “Incenso, mirra, pepe, avorio, perle e stoffe che venivano scambiati per grano, vino, olio e garum. Gli scambi con il mondo diedero un carattere particolarissimo, aperto e cosmopolita a quest’oasi aramaica, proprio come secoli dopo plasmarono il carattere di Venezia”. Anche Aquileia era città di commerci e di confine, porta verso Oriente dell’Impero Romano, e anche “Porta da Oriente”, visto che proprio via Aquileia raggiunsero Roma contaminazioni orientali che ebbero influssi profondi sull’Impero Romano in termini di idee, canoni artistici e sensibilità. Se il grande, e temuto, vicino di Palmira era la Persia, il grande vicino di Aquileia erano i popoli barbarici.

Rilievo funerario palmireno conservato al museo Barracco di Roma

La mostra vuole far conoscere al mondo contemporaneo gli antichi palmireni, indicandone mansioni e ruoli. Il carattere di Palmira, vivace crocevia di idee, aspirazioni, usi e costumi, di correnti formali e stilistiche locali, orientali, ma anche greche e romane, ha dato infatti forma all’immagine che i suoi abitanti hanno voluto fare e lasciare di sé, consegnandola all’eternità attraverso i loro monumenti funerari. Fra i materiali maggiormente significativi dell’arte palmirena, i rilievi funerari rivestono un ruolo di grande importanza nell’affermazione della fama mondiale della città. Grazie alla diffusione di questi originali reperti, gli antichi cittadini di Palmira, “con i loro volti, i loro abiti e i loro gioielli”, per usare le parole del famoso archeologo francese Paul Veyne, sono diventati ora “cittadini del mondo”. Un esempio di questa forte individualità è la raffinata testa proveniente dai musei Vaticani, in cui la mansione di sacerdote è riconoscibile dal copricapo tronco-conico (modius) considerato proprio dei sacerdoti di Bel, o la testa che arriva dalla Custodia di Terra Santa ornata da una corona di foglie e bacche di alloro fissata da un medaglione. “Anche commercianti o funzionari della pubblica amministrazione”, ricordano i curatori della mostra, “sono presenti nelle sale del museo Archeologico nazionale di Aquileia, appositamente riallestite, riconoscibili da un foglietto di papiro nella mano sinistra, come il rilievo del Salamallat da Gerusalemme o quello di Makkai da collezione privata. Senza parlare del celebre universo femminile di Palmira – di cui l’illuminata regina Zenobia, colei che osò sfidare l’autorità di Roma marciando sulla capitale dell’Impero, non è che l’epigona – benissimo rappresentato nella mostra da cinque dame elegantemente vestite e acconciate”. Come Charles Baudelaire, che magnificò nel suo poema I fiori del Male i gioielli di Palmira, il visitatore della mostra – assicurano alla fondazione Aquileia – non potrà che rimanere incantato davanti all’originalità e alla ricchezza degli ornamenti delle donne palmirene, abituate a sfoggiare più bracciali simultaneamente, fibulae e diademi, e anelli su tutte le parti delle dita, come nel magnifico rilievo dal museo Barracco, dove il monile è indossato sulla falangina del mignolo sinistro. Altrettanto curioso è il pendente dello stesso rilievo, un gioiello a forma di campana agganciato a un bracciale a torciglione, un amuleto diffuso in tutta la Siria romana.

Il ritratto di Batmalkû e Hairan sul rilievo funerario palmireno conservato al museo Tucci di Roma

“Che Palmira fosse un ricco crocevia di culture”, continuano Novello e Tiussi, “è immediatamente riscontrabile dall’abbigliamento dei suoi cittadini rappresentati in mostra nella splendida lastra del museo Tucci, dove la figura femminile è vestita alla greca con il chiton (tunica) e l’himation (mantello), e i capelli acconciati da un turbante con un velo trattenuto da un prezioso diadema di cui si percepisce ancora chiaramente l’originaria splendida policromia, mentre il fanciullo ritratto poco più in alto è abbigliato alla moda partica, con una tunica al ginocchio con galloni dipinti, orlo svasato alle estremità e pantaloni a sbuffo. Pur a fronte dei caratteri spiccatamente orientali e della rigida frontalità che li contraddistinguono, i rilievi palmireni condividono forme e modalità di auto-rappresentazione comuni a tutto l’Impero romano. L’occhio più attento potrà così notare la diversità di stili, e le abitudini simili, così come la comune scarsa caratterizzazione fisionomica dei volti: gli aquileiesi appaiono modesti, quasi schivi a confronto degli abitanti di Palmira, che trasmettono invece un senso di sicurezza e di compiacenza dovuto anche alla compattezza e impenetrabilità tipica dell’arte provinciale e in particolare orientale. Si potrà ammirare l’inconfondibile stile scultoreo caratteristico delle botteghe palmirene, che quasi ritaglia nella materia in modo minuzioso i dettagli decorativi, in modo grafico, poco profondo e molto efficace”.

Mostra “All’ombra delle piramidi” al museo Barracco di Roma: viaggio ai tempi dei faraoni delle grandi piramidi. Accanto alla stele di Nefer (2500 a.C.) ricostruita la tomba in scala 1:1 del dignitario di corte

Le tre grandi piramidi svettano dalla piana di Giza

Le tre grandi piramidi svettano dalla piana di Giza

Il museo Barracco a Roma

Il museo Barracco a Roma

A Roma, al museo Barracco, la si può ammirare da più di un secolo: è la cosiddetta “stele della falsa porta” proveniente dalla tomba del dignitario Nefer, vissuto in Egitto ai tempi della IV Dinastia (2575-2465 a.C.), quella dei grandi faraoni costruttori delle piramidi.  Ma ora e fino al 28 maggio 2017 nel museo di Scultura antica di corso Vittorio Emanuele a Roma si può vivere l’esperienza eccezionale di entrare in una vera e propria tomba egizia: quella di Nefer, ovviamente. Proprio la ricostruzione fedele della piccola cappella funeraria aggiunta da Nefer alla struttura della sua tomba, una mastaba posta nel cimitero reale ai piedi della grande piramide di Cheope, rappresenta il pezzo forte della mostra “All’ombra delle piramidi”, un’esposizione unica nel suo genere dove sarà possibile respirare appieno l’atmosfera dei faraoni della IV dinastia, i grandi costruttori di piramidi.  Tutto nasce dalla figura di Nefer. Proprio il suo alto incarico a corte (era il soprintendente di tutti gli scribi del re, il soprintendente dei magazzini delle provviste e della “casa delle armi”) permise a Nefer di aver l’onore di essere sepolto nel cimitero reale di Giza, ai piedi della grande piramide, in una mastaba, edifici funerari caratteristici delle prime dinastie della civiltà egizia, di forma troncopiramidali, destinati ad accogliere il pozzo funerario che metteva in comunicazione l’area esterna con la camera sepolcrale sotterranea che ospitava il sarcofago del defunto ed il suo corredo. Nefer, come si diceva, aggiunse alla struttura della tomba una piccola cappella funeraria, rivestita di rilievi, che è stata ricostruita al museo Barracco nelle sue dimensioni originali. I rilievi della tomba dispersi in diversi musei europei e americani (Parigi, Louvre; Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek; museo di Birmingham, University of Pennsylvania Museum di Philadelphia; museum of Fine Arts di Boston) sono riprodotti per immagini all’interno della cappella funeraria ricostruita in modo da restituire l’immagine generale di una tomba egizia del III millennio avanti Cristo.

Lo schema di una tomba a mastaba dell'Antico Egitto

Lo schema di una tomba a mastaba dell’Antico Egitto

La mostra “All’ombra delle piramidi”, al museo Barracco, presenta nella loggia esterna al primo piano del museo la ricostruzione in scala 1:1  della cappella funeraria di Nefer con slides retroilluminate che riproducono nella sua completezza la decorazione a rilievo al suo interno. L’esposizione è promossa da Roma Capitale, assessorato alla Crescita culturale – sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, mentre l’organizzazione è affidata a Zètema Progetto Cultura.  Dal museo Barracco arriva invece la “stele della falsa porta” in calcare del dignitario Nefer che raffigura una scena di offerta con il defunto seduto davanti ad una tavola. Una lunga iscrizione in geroglifico presenta la formula funeraria “offerta che concede il sovrano…” cui segue l’elenco di tutti i doni che l’offerente, simbolicamente presentato come il re, dona al defunto come corredo per il suo viaggio nell’aldilà: pane, acqua, cibo, incensi, belletti, latte, cereali, verdure, frutti, dolci, stoffe di diversi tipi e misure e poi “1000 vitelli, 1000 giovani antilopi, 1000 gru, 1000 oche”.

La cosiddetta "Stele della falsa porta" dalla tomba del dignitario Nefer conservata al museo Barracco di Roma

La cosiddetta “Stele della falsa porta” dalla tomba del dignitario Nefer conservata al museo Barracco di Roma

Ma come è arrivata a Roma la stele di Nefer?  La stele fu acquistata da Giovanni Barracco a un’asta a Parigi nel 1868: si vendevano in quell’occasione le opere della collezione di Napoléon-Joseph-Charles-Paul Bonaparte, detto Plon Plon, figlio del fratello minore di Napoleone I. Il principe aveva progettato, per il 1858, un viaggio in Egitto, sulle orme della spedizione napoleonica del 1798-1801. Per accogliere degnamente un ospite così illustre il governatore d’Egitto, Said Pacha, decise di organizzare preventivamente una serie di campagne di scavo in modo che il principe potesse provare il piacere della “scoperta” dei tesori archeologici dell’Egitto faraonico che emergevano, come per incanto, dalla sabbia del deserto.  Per preparare questa messa in scena venne convocato in Egitto il famoso egittologo Auguste Mariette, allora conservatore aggiunto delle antichità egizie del Louvre. Mariette giunse in Egitto nel 1857 e, in un breve lasso di tempo, riuscì ad aprire fino a 35 cantieri di scavo dirigendo personalmente gli scavi e controllando attivamente tutte le importanti scoperte che avvenivano nei diversi luoghi. La messe dei ritrovamenti emersa da quelle esplorazioni fu impressionante, sia per qualità che per quantità. Il viaggio fu annullato, ma il principe ricevette in omaggio una serie di opere egizie, tra cui spiccava la stele di Nefer. Plon Plon conservava queste opere all’interno della sua sontuosa Maison Pompéienne, fatta costruire a Parigi su ispirazione di una domus di Pompei. In un momento di difficoltà politica le prince Napoléon vendette casa e collezione. La stele di Nefer divenne il primo pezzo della raccolta di Giovanni Barracco.