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Roma-Eur. Il museo delle Civiltà cambia pelle e volto: in quattro anni da museo composto da molti musei diventerà un meta-museo che si propone di riflettere criticamente sulle stratificazioni delle collezioni e delle culture rappresentate. Prime aperture in autunno 2022

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Piazza Guglielmo Marconi a Roma-Eur dove si affacciano i musei che costituiscono il museo delle Civiltà (foto andrea ricci)

Quattro anni per cambiare il volto e la pelle del museo delle Civiltà a Roma-Eur. Progressivamente spariranno alcuni termini come “orientale” (museo d’Arte orientale o abbinamenti tipo “preistoria” ed “etnografia”. E ci sono già le date per i primi step di questo imponente programma di rinnovamento. Mercoledì 26 ottobre 2022 si inaugura: Preistoria? Storie dall’Antropocene; I due nuovi ingressi metodologici del Museo delle Civiltà; Le sei Research Fellowship del Museo delle Civiltà; Georges Senga. Comment un petit chasseur païen devient prêtre catholique; Istituzione e avvio del gruppo di ricerca connesso allo studio delle collezioni di provenienza coloniale. Mercoledì 30 novembre 2022 si inaugura: Le collezioni di geo-paleontologia e lito-mineralogia dell’ISPRA. Animali, Piante, Rocce, Minerali > Verso un museo multi-specie.

Andrea Viliani, photo © Andrea Guermani

Andrea Viliani, direttore del museo delle Civiltà di Roma Eur (foto Andrea Guermani)

È lo stesso direttore Andrea Viliani a spiegare in una lettera questo articolato progetto-processo di cambiamento. “A partire dall’autunno 2022, e per il prossimo quadriennio, il Museo delle Civiltà avvierà una programmazione basata su un processo di progressiva e radicale revisione che riscriverà, provando a metterle in discussione, la sua storia e la sua ideologia istituzionale, a partire dalle sue metodologie di ricerca e pedagogiche”, spiega il direttore Andrea Viliani. “La straordinaria articolazione e stratificazione delle opere e dei documenti che il museo conserva – dalla preistoria alla paleontologia, dalle arti e culture extraeuropee alle testimonianze della storia coloniale italiana, fino alle arti e tradizioni popolari italiane – è basata sulla coesistenza fra differenti origini, che hanno però un ricorrente fondamento ideologico nella cultura positivista, classificatoria, eurocentrica e coloniale del XIX e XX secolo. L’urgenza posta dalla tipologia delle sue collezioni, e la necessità di affrontare un rinnovamento dei suoi statuti – continua -, sono le ragioni principali che richiedono al museo delle Civiltà di assumersi e attuare, oggi, una riflessione sistemica sulle sue identità e sulle sue funzioni, interrogandosi se e come possa operare un museo antropologico contemporaneo. Il programma 2022 e del prossimo quadriennio sarà dedicato all’avvio di questa riflessione, volta a ripensare e riattivare il museo come spazio-tempo discorsivo, critico e autocritico: basandosi su progetti di ricerca di lungo periodo, il programma riguarderà principalmente il ripensamento e riallestimento delle collezioni e degli archivi museali e la ridefinizione dei criteri di studio, catalogazione, esposizione e condivisione del sapere che il museo esprime”.

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Allestimento delle collezioni etnografiche del Museo “Luigi Pigorini” negli anni ‘70 a Roma Eur (foto muciv)

Conosciuto da molti ancora come “Il Pigorini” – dal nome del suo primo direttore, l’archeologo Luigi Pigorini che, nel 1876, inaugurò il regio museo nazionale Preistorico-Etnografico presso il Collegio Romano – il museo delle Civiltà di Roma è dal 2016 un museo dotato di autonomia speciale. Le collezioni sono composte da circa 2 milioni fra opere e documenti, distribuiti su circa 80mila mq di sale espositive e depositi. Il museo delle Civiltà (termine non a caso declinato al plurale) è quindi innanzitutto un museo “di musei” e “sui musei” in cui sono confluite, dalla seconda metà del XIX secolo ad oggi, le collezioni di diverse istituzioni, riunite nella seconda metà del XX secolo presso l’attuale sede del museo, il Palazzo delle Scienze e il Palazzo delle Tradizioni Popolari, entrambi edificati per l’Esposizione Universale di Roma (EUR) del 1942.

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Presentazione del programma 2022 del museo delle Civiltà 2022 con il direttore Andrea Viliani e il direttore generale musei Massimo Osanna (foto muciv)

roma_muciv_nuovo-logoNel contesto più generale del “Grande Progetto Museo delle Civiltà” sostenuto dal ministero della Cultura, il museo delle Civiltà darà avvio a numerosi cantieri, non solo allestitivi ma anche metodologici, che porteranno gradualmente alla riapertura di tutte le sezioni del museo – molte delle quali non ancora pienamente operative o chiuse da decenni – ma anche alla contestuale e compartecipata discussione sull’opportunità di una loro riapertura, almeno secondo gli usuali formati museali. Al termine di questo processo il museo delle Civiltà non sarà più suddiviso e frammentato in singole istituzioni museali indipendenti, ma unito e congiunto in nuclei collezionistici e archivistici fra loro interdipendenti. In questa fase di cambiamento sarà inoltre analizzato, per essere anche dismesso, l’utilizzo di alcuni termini, come quello di “orientale”, o di alcuni abbinamenti, come quello fra “preistoria” ed “etnografia”, così come saranno messe in relazione le collezioni e le istanze più urgenti e radicali espresse dalla contemporaneità. Ciò al fine di connettere le fonti storico-critiche conservate nel museo, spesso non accessibili al pubblico più vasto, ed elementi a cui è imprescindibile riportarle, quali, fra altri, i fenomeni connessi alla crisi climatica e la possibile fine del cosiddetto Antropocene, la disuguaglianza di accesso alle risorse, sia materiali che immateriali, o, ancora, gli articolati processi di de-colonizzazione delle infrastrutture istituzionali. In base a queste premesse, il programma 2022 del museo delle Civiltà di Roma, così come le linee programmatiche per il prossimo quadriennio, intendono incarnare e condividere la consapevolezza di non poter più dare per scontata l’esistenza stessa di un museo come questo, se non attraverso una sua progressiva e radicale revisione.

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Fibula prenestina in oro (VII sec. a.C.) con iscrizione in latino arcaico scritta da destra a sinistra, proveniente da Palestrina (Roma) e conservata al museo Pigorini (foto muciv)

“Come sta emergendo da una molteplicità di ricerche teoriche e di pratiche artistiche e intellettuali, sia a livello nazionale che internazionale”, spiega ancora Viliani, “i musei antropologici stanno diventando un caso di studio nella museologia contemporanea, in quanto hanno separato e classificato in modo disuguale intere culture attraverso l’invenzione di categorie come quelle del “primitivo” e dell’“alterità”, funzionali alle narrazioni eurocentriche, divenendo produttori di conoscenze escludenti e fuorvianti. Per non essere un museo “tossico” – in cui la violenza che alcuni membri del pubblico non percepiscono è, invece, chiaramente percepibile e quindi percepita, da parte di alcuni membri di quello stesso pubblico – il museo antropologico contemporaneo può provare a: porre al centro della sua azione un accesso libero, esteso e gratuito ai suoi archivi e un sostegno plurale a quelle ricerche e pratiche che riscrivano la biografia di ogni singola opera e di ogni singolo documento, a partire dalla ricostruzione rigorosa delle provenienze; rinunciare a una politica delle “buone intenzioni”, ovvero a progetti che non affrontano e decostruiscono le storie e le dinamiche su cui le collezioni del museo sono fondate, e che esprimono per questo un atteggiamento unilaterale, e quindi ancora coloniale, che non fa altro che perpetuare una storia e una dinamica di rimozione; distinguere fra le opzioni a cui si richiamano i differenti termini e ambiti di azione “post-coloniale”, “de-coloniale” e “anti-coloniale”; connettere ricerca e pedagogia per accogliere e declinare su questa base una posizionalità, intersezionalità e pluriversalità consapevoli, in cui prendere posizione senza temere i rischi che ciò potrebbe comportare nella trasformazione del museo”.

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Plastico storico del Monte Vesuvio dopo l’eruzione del 1906 di Amedeo Aureli in scala: 1: 25.000 (Collezione ISPRA / foto muciv)

“Anche se il museo delle Civiltà già esiste da un secolo e mezzo, quindi, seppur con nomi diversi, è necessario concepirlo come ancora in formazione – sottolinea il direttore -, smettendo di considerarlo quale custode di risposte per iniziare a immaginarlo come un catalizzatore di nuove domande, magari sostituendo il concetto di “patrimonio culturale” (che insiste sul principio esclusivo della proprietà) con la pratica di quello che potremmo definire “matrimonio culturale”: ovvero una serie di azioni interconnesse e inclusive che prevedono pratiche di cura, assunzione di responsabilità, condivisione e restituzione. Per questo il programma proposto interpreta il museo delle Civiltà non come l’istituzione autorevole con cui in genere identifichiamo il “museo”, ma come: centro di ricerca in corso affidato a soggetti, sia interni che esterni al museo, in grado di svolgervi una sperimentazione inter-disciplinare (fra ricercatori universitari, artisti, scrittori, musicisti, chef, attivisti e altre figure di riflessione e produzione del sapere); cantiere epistemico e sociale in contatto permanente con le comunità locali e internazionali; osservatorio/laboratorio istituzionale e procedurale davvero plurale, più di ogni altro museo “specializzato”. Infine, se da un lato possiamo reagire alle collezioni riunite nel museo delle Civiltà interpretandole come espressione della modernità europea costruita sulla creazione sistematica di alterità – intesa come polarità contrapposta alle nuove identità nazionali europee, da cui anche il parallelismo fra culture extraeuropee e preistoria, entrambe intese come qualcosa di “primitivo” –, dall’altro il museo delle Civiltà può ripensarsi anche come l’erede di un’idea pre-moderna di museo, ovvero precedente alla suddivisione da cui originarono i musei moderni con la loro distinzione fra ambiti scientifici e umanistici o fra arte e antropologia. Un suo nucleo fondativo origina infatti dall’eterogenea raccolta del gesuita Athanasius Kircher al Collegio Romano: proprio il museo Kircheriano – ancor più del regio museo nazionale Preistorico-Etnografico con cui si identifica la genesi storica dell’attuale istituzione – può rappresentare una matrice istituzionale su cui, seppur anch’essa problematica, tornare a riflettere per ricomporre quelle fratture disciplinari e normative che le violenze innescate dalla modernità hanno rivelato come limitanti e rischiose, a fronte dello sviluppo di un sapere contemporaneo che tende a formularsi nuovamente all’incontro fra differenti discipline e dalla ridiscussione delle categorie dominanti, per far convivere e collaborare differenti forme di pensiero e sensibilità”.

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Ingresso del salone d’onore del Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari a Roma Eur (foto Francesca Montuori)

Il museo delle Civiltà di Roma – da museo composto da molti musei, ognuno riflesso di una stratificazione di metodologie museali che rispecchiano le epoche che le hanno generate – diviene quindi anche un meta-museo, ovvero un museo che si propone di riflettere criticamente su queste stratificazioni per contribuire al formarsi di una nuova opinione pubblica sul museo stesso e sulle necessità e modalità della sua trasformazione. “In sintesi la visione espressa dal programma proposto – per cui desidero ringraziare le sue co-autrici e co-autori, che vi hanno messo in comune le loro ricerche e progettualità – articola la necessità di indagare le potenzialità e i limiti, la porosità e trasformatività del concetto stesso di civiltà, e quindi di un museo ad esse dedicato. Le “Civiltà” a cui il museo delle Civiltà è dedicato sono, per essere realmente tali, plurali, policentriche e intersezionali, non solo storiche ma anche potenziali, in divenire o ancora da realizzare. Attraverso la riapertura delle narrazioni sul passato – conclude -, le azioni da intraprendere nel presente e il tentativo di invertire certe previsioni di futuro, che rischia di essere tutt’altro che civile, può forse affermarsi un museo che sia non solo un rassicurante custode istituzionale ma anche un attuatore critico di civiltà, disponibile a diventare un cantiere comunitario in grado di lavorare ritarando ogni giorno i propri strumenti e analizzando giorno per giorno la sua programmazione”.

“Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata”: il regista veneziano Alberto Castellani svela in anteprima il suo nuovo film che racconta di un Paese martoriato, un popolo umiliato, una cultura millenaria e un patrimonio archeologico ricchissimo a rischio; con il contributo dei massimi esperti in materia

“Afghanistan, una terra dimenticata. Un popolo ferito e umiliato. Una tragedia immane. Un conflitto senza fine. Afghanistan, ultimo atto? Afghanistan, una cultura millenaria. Una cultura calpestata. Una incredibile avventura archeologica. Un patrimonio archeologico ricchissimo singolare incrocio di culture diverse oggi sottoposte a un sistematico saccheggio”. È con queste parole accompagnate da immagini straordinarie e drammatiche che il regista veneziano Alberto Castellani ci svela con un promo in anteprima il suo ultimo nuovo film, di cui sta ultimando in queste settimane la produzione: “Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata” destinato a essere uno dei film protagonista delle rassegne cinematografiche a soggetto archeologico dell’autunno 2022. “Dovrebbe durare all’incirca un’ora”, anticipa Castellani, “ma un minutaggio preciso al momento non è possibile. Vorrei che il film fosse disponibile per settembre in tempo per partecipare fuori concorso ad un momento dedicato all’Afghanistan che il RAM, il festival internazionale di Rovereto, sta organizzando per la giornata finale della manifestazione di quest’anno, esattamente tra tre mesi, il 2 ottobre 2022”.

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La valle di Bamiyan in Afghanistan con quel che resta dei Budda fatti saltare dai Talebani (foto TOI)

Dopo il film “Mesopotamia in memoriam” il racconto di una nuova pagina drammatica destinata a sconvolgere le nostre coscienze: “È stata una decisione presa all’indomani della presa di Kabul da parte dei talebani”, racconta Castellani. “Una decisione forse un po’ avventata per l’impegno e le difficoltà che poteva comportar la realizzazione di programma televisivo dedicato all’Afghanistan. Ed è così che abbandonato per un po’ il Medio Oriente legato alla mia produzione audiovisiva di questi ultimi anni, mi sono letteralmente “tuffato” nel continente asiatico venendo a contatto con un mondo ed una cultura che fino ad oggi non mi avevano coinvolto”.

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La corona d’oro trovata nelle tombe di Tillia Tepe (Afghanistan)

L’Afghanistan è una data, il 15 agosto 2021, quando ha cominciato a chiamarsi “Emirato islamico dell’Afghanistan”. “È lo Stato, se così possiamo ancora chiamarlo, che, nel corso di poche settimane, le milizie talebane hanno conquistato o meglio riconquistato occupando i principali centri della nazione compresa la capitale Kabul. Ed è lo Stato totalmente disfatto, da cui la popolazione civile sta tuttora cercando, con crescente difficoltà, di fuggire verso l’occidente. A quale Afghanistan rivolgersi? mi sono allora chiesto. Ma perché allora non pensare anche ad un altro possibile intervento, ad altre risorse che non debbono essere dimenticate dall’opinione pubblica internazionale oltre che dagli stessi afghani? Perché non pensare, ad esempio, alla millenaria cultura di quel popolo, a qualcosa che va ad inserirsi nelle radici più lontane di una comunità oggi in ginocchio ma che forse un domani potrà trovare nuove forze guardando al suo glorioso passato? L’Afghanistan rischia di perdere la propria identità e di svegliarsi dal caos attuale senza la coscienza di possedere una storia”, denuncia il regista. “L’Archeologia con le sue capacità a volte inesauribili di scoprire e ricostruire il passato può fornire un prezioso contributo per la sua rinascita”.

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Un rilievo dell’arte di Gandhara esposto nella mostra “Città, palazzi, monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”

Il programma intende ricordare le principali figure di studiosi che nel corso del ‘900 e di questo inizio secolo si sono dedicati a ricostruire le vicende artistiche più lontane dell’Afghanistan facendo conoscere al mondo soprattutto l’arte del Gandhara che si caratterizza per la compresenza di elementi indiani, ellenistici ed iranici. Si tratta, nella fase iniziale, di archeologi francesi ma anche di ricercatori italiani tra i quali spicca la figura di Giuseppe Tucci.

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L’archeologa Anna Filigenzi in Afghanistan dove dirige la missione archeologica italiana dal 2004 (foto ismeo)

Per accompagnare il pubblico in questo viaggio, il regista veneziano si è avvalso della collaborazione di prestigiose istituzioni culturali, dal Museo Guimet di Parigi al Museo delle Civiltà di Roma, dal Museo Archeologico di Kabul all’ISMEO di Roma. E soprattutto ha trovato dei “compagni di viaggio” preziosi che ora costituiscono il comitato scientifico del film. “A partire dal coinvolgimento di Anna Filigenzi, direttrice della missione archeologica italiana in Afghanistan”, ricorda Castellani. “È stata la sua una presenza discreta, concretizzatesi in un incontro avvenuto a Firenze e proseguito poi con una serie di contatti telefonici e di suggerimenti per individuare alcune figure chiave di consulenti”. Si tratta di Massimo Vidale (università di Padova), di Luca Maria Olivieri (università Ca’ Foscari Venezia), di Ciro Lo Muzio (università La Sapienza di Roma), di Laura Giuliano e di Michael Jung (museo delle Civiltà di Roma). Particolarmente significativo il carattere scientifico del contributo ma anche il valore simbolico della partecipazione, il coinvolgimento di Mohammed Fahim Rahmi, Direttore Museo di Kabul, che in qualche modo, è proprio il caso di dirlo, è riuscito a far giungere nel mio computer delle preziose immagini a testimonianza della situazione del Museo più importante dell’Afghanistan”.

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Il regista Alberto Castellani al Museo Guimet di Parigi per le riprese del film “Afghanistan” (foto media venice)

Sono stati soprattutto due i Musei cui Castellani si è rivolto per la sua documentazione. Innanzitutto il parigino museo nazionale delle Arti Asiatiche, più noto come Museo Guimet, una esposizione permanente dedicata all’arte asiatica, in grado di documentare, tutte le campagne di scavo, tenutesi in territorio afghano, tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del secolo scorso grazie ad accordi intercorsi tra Francia ed Afghanistan. Quanto esposto al Guimet ha consentito a Castellani di far emergere alcune figure base della archeologia afghana. Si tratta di Alfred Foucher, giustamente considerato l’iniziatore di una campagna di indagini sul territorio che porterà alla individuazione di alcuni fondamentali siti come Hadda e Balkh. Si tratta di Joseph Hackin e di sua moglie Marie legati alla scoperta del Tesoro di Begram, di Jean Carl ed alle sue indagini sul monastero di Fundukistan, di Daniel Schlumberger che tanto operò sul sito di Ai Khanun.

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Il prof. Massimo Vidale, dell’università di Padova, tra i consulenti scientifici del film di Alberto Castellani (foto castellani)

Senza contare l’impegno italiano che ha preso avvio sin dal lontano 1957 con indagini su siti pre-islamici e islamici, Ghazni soprattutto, ponendo in luce aspetti inediti della storia culturale dell’Afghanistan e la sua centralità nella creazione e diffusione pan-asiatica di modelli artistici originali. Un impegno complessivo che ha fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale quella che viene conosciuta come l’arte del Gandhara e attraverso essa lo sviluppo di una rivoluzione formale, di un nuovo modo di concepire le forme, il corpo umano, la narrazione, fattori questi che non esistevano nel mondo indiano. “Prima ci si esprimeva più attraverso delle icone statiche, dense di significato, immagini codificate”, sostiene il prof. Vidale in un suo contributo che appare nel film. “L’ellenismo portò veramente la capacità di rappresentare la vita dell’uomo in tutte le sue forme: la sensualità, i movimenti delle donne, i bambini, gli asceti i boschi, gli animali. Tutte cose che prima non c’erano. Ma questi codici formali non furono utilizzati per parlare dell’Occidente e dei valori del mondo greco, furono utilizzati per raccontare il mondo indiano. Ed è stata questa sintesi che ha avuto l’effetto così rivoluzionario che ancora oggi ci ammalia per la sua ambiguità e per la sua vitalità”.

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Shiva e Parvati: il prezioso rilievo fa parte delle collezioni del museo di Arte orientale “Giuseppe Tucci” al Muciv di Roma

Una seconda tappa fondamentale è costituita dal materiale esposto al Museo romano delle Civiltà e la riscoperta di una figura forse un po’ dimenticata in questi ultimi anni. Si tratta di Giuseppe Tucci. In anni in cui il Nepal era ancora un paese misterioso, il Tibet un paese proibito e favolistico, l’India una realtà poco conosciuta, Tucci fu uno dei primi occidentali a visitare quei paesi. Per decenni ne ha percorso le mulattiere, gli altopiani e le vette innevate. Lo ha fatto servendosi di asini o cavalli, unendosi a carovane di passaggio, spesso muovendo da solo a piedi, trascorrendo le notti in ricoveri di fortuna. Per avvicinare e comprendere civiltà allora in gran parte ignote, ha usato la sua conoscenza, eccezionale per quegli anni, del sanscrito, del tibetano, del cinese, e di molte altre lingue orientali come l’ebraico, l’hindi, l’urdu, l’iranico, il pashtu, il mongolo. “I temi sono tanti, forse troppi per un film, me ne sto rendendo conto di giorno in giorno”, conclude Castellani. “Forse sessanta minuti alla fine saranno pochi per celebrare un Paese come l’Afghanistan. Perché questa terra, come ha sostenuto il prof. Olivieri davanti alla mia camera, è certamente un ammasso di orografie confuse e difficili da comprendere. Ma questo ammasso dice due cose. Innanzitutto come sia difficile affrontare la complessità di questo territorio, come sia difficile prenderlo, conquistarlo, mantenerlo sotto un controllo. Ma anche come dietro quel mucchio di pietre ci siano altri mucchi di pietre: mucchi di pietre che sono quelle lasciate dall’uomo. E la straordinaria ricchezza dell’Afghanistan, dal punto di vista archeologico, non ha probabilmente pari in tutta l’Eurasia”.

Roma. Anna Filigenzi su “Archeologie difficili e sistemi di valori. Il caso dell’Afghanistan”: conferenza in presenza e on line per il ciclo di incontri “Ripensare il mondo. Il confronto tra culture nella formazione delle civiltà”, presentato dal museo delle Civiltà e ISMEO

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Locandina dell’incontro “Archeologie difficili e sistemi di valori. Il caso dell’Afghanistan” con Anna Filigenzi

Cosa può e deve fare l’archeologia? C’è ancora per essa uno spazio sociale da riconquistare e valori umani da riaffermare? La Missione Archeologica Italiana dell’ISMEO, attiva dal 1957, ha cercato possibili risposte entro il perimetro etico e scientifico della ricerca, dell’avanzamento degli studi e della condivisione delle conoscenze. Non solo per difendere e proteggere il patrimonio materiale, ma per difenderne e proteggerne anche i valori immateriali. Questa operazione dipende dalla nostra capacità e volontà di comprendere la connessione dell’archeologia con la storia e la dimensione umana. Questo il tema dell’incontro “Archeologie difficili e sistemi di valori. Il caso dell’Afghanistan”: un racconto di esperienze, che dal lavoro sul campo, hanno condotto a ricostruzioni di frammenti di storia condivisa. Appuntamento giovedì 23 giugno 2022, alle 16.30, nella sala conferenza del Palazzo delle Scienze a Roma, nell’ambito del ciclo di incontri “Ripensare il mondo. Il confronto tra culture nella formazione delle civiltà”, presentato dal museo delle Civiltà e ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente). La conferenza sarà trasmessa anche in diretta streaming sul canale YouTube del Museo delle Civiltà: https://youtu.be/OY8kdYRwAHs.

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L’archeologa Anna Filigenzi in Afghanistan dove dirige la missione archeologica italiana dal 2004 (foto ismeo)

L’archeologia in Afghanistan è condizionata, oggi come ieri, da una storia conflittuale, contrassegnata alla fine degli anni Settanta dall’occupazione sovietica e dagli eventi che a questa sono seguiti (quali la guerra civile, il regime talebano, l’occupazione internazionale, l’interludio democratico che non ha interrotto i conflitti in corso e, infine, il recente ritorno al potere dei Taliban). Sullo sfondo di questo scenario, l’archeologia diviene bersaglio di una propaganda che la rappresenta come espressione di una élite, più interessata a cose inerti che alle persone, o tenta di servirsene per mostrare all’opinione pubblica occidentale il volto umano e progressista della politica. Nel frattempo, la filiera locale dei beni culturali, con le sue infrastrutture e professionalità, duramente colpita dai lunghi anni del conflitto e, a partire dai primi anni 2000, sulla strada di una faticosa rinascita, ripiomba in una situazione pericolosamente precaria.

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L’archeologa Anna Filigenzi

Anna Filigenzi è professore associato di Archeologia e storia dell’arte dell’India all’università di Napoli “L’Orientale”. Dirige dal 2004 la Missione Archeologica Italiana in Afghanistan e dal 1984 è membro attivo della Missione Archeologica Italiana in Pakistan. È vice-presidente dell’ISMEO e della SEECHAC ed è membro di diverse istituzioni scientifiche, in Italia e all’estero, e di comitati editoriali stranieri. Il suo lavoro sul campo, le sue pubblicazioni e la sua attività didattica hanno come oggetto principale l’archeologia e la storia dell’arte dell’area compresa tra il Nord-Ovest del Subcontinente indiano, le regioni himalayane e l’Asia Centrale, con particolare riferimento ai periodi gandharico e post-gandharico; al rapporto tra culture religiose, politica e società civile; ai rapporti culturali tra Pakistan settentrionale, Kashmir, Afghanistan, Himalaya occidentale e Xinjiang, soprattutto in relazione allo sviluppo e alla circolazione di forme di arte visiva. Ha all’attivo numerosi progetti di ricerca, individuali e collettivi, svolti in Italia e all’estero, e numerose pubblicazioni.

Roma. Al museo delle Civiltà la conferenza di Roberto Dan in presenza e in streaming “Tra i regni di Colchide e Urartu. Tre anni di ricerca di ISMEO in Georgia”

A partire dal 2017 è stata avviata l’esplorazione di una vasta regione, il Samtskhe-Javakheti, posta nella Georgia meridionale. Questa si trova all’incrocio di importanti vie di comunicazione come quella che permetteva il raggiungimento dell’area costiera del mar Nero, la leggendaria Colchide, o quella che metteva in collegamento l’altopiano Armeno e l’Asia minore con le immense steppe a nord della catena montuosa del Grande Caucaso. Di questo parla la conferenza di Roberto Dan “Tra i regni di Colchide e Urartu. Tre anni di ricerca di ISMEO in Georgia” promossa in presenza e in streaming al museo delle Civiltà a Roma-Eur per il ciclo di conferenze “Ripensare il mondo. Il confronto tra culture nella formazione delle civiltà”. Appuntamento giovedì 5 maggio 2022, alle 16.30, in sala conferenze “F.M. Gambari” del Muciv e online sul canale YouTube, link https://youtu.be/9_BvrYFi6Wo. Con l’obiettivo di esplorare sistematicamente questa regione è stata creata la missione archeologica Samtskhe-Javakheti Project, un progetto congiunto georgiano (AAG, Università di Tbilisi) – italiano (ISMEO) di investigazione di un’area che è rimasta ai margini della ricerca archeologica ed è ancora oggi ampiamente inesplorata. I primi anni di attività sono stati dedicati all’indagine del cosiddetto plateau del Javakheti, un’area di grande bellezza ricca di evidenze archeologiche rilevanti e di notevole impatto architettonico. Gli obiettivi della missione sono molteplici, la realizzazione della prima carta archeologica della regione; lo studio delle comunità protostoriche e dei processi di incremento della complessità sociale; l’analisi dell’impatto dello stato di Urartu sulle comunità protostoriche durante la media Età del Ferro; le dinamiche di interazione tra le comunità locali e l’impero Achemenide; l’inquadramento crono-tipologico dei monumentali complessi fortificati spesso impropriamente definiti come “ciclopici”. Nel corso della presentazione saranno introdotte e discusse le principali problematiche di natura storica e archeologica affrontate nei primi tre anni e le prospettive future della ricerca.

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Roberto Dan (Ismeo)

Roberto Dan ha conseguito laurea e dottorato in Archeologia del Vicino Oriente Antico presso la “Sapienza” Università di Roma. È specialista dell’Età del Ferro (Urartu, Mannea, Achemenidi), in particolar modo di Caucaso Meridionale e Iran con scavi e attività archeologiche svolte in Armenia, Georgia, Turchia e Iran. È direttore della Missione Archeologica nel Caucaso Meridionale – ISMEO, progetto di ricerca che include tre differenti progetti scientifici di ricognizione e scavo in Armenia (Kotayk Survey project dal 2013 e Vayots Dzor Project dal 2016) e Georgia (Samtskhe-Javakheti Project dal 2017). È autore di due monografie a proprio nome, due volumi in curatela e oltre 100 articoli scientifici che spaziano da ambiti protostorici all’archeologia Achemenide.

“L’inarchiviabile – Radici coloniali strade decoloniali”: al museo delle Civiltà di Roma-Eur e on line, dialogo con artista e curatrici dell’omonima mostra al Goethe-Institut Rom, nell’ambito del programma “Depositi aperti. Come immaginare un museo decoloniale”

roma_muciv_L-inarchiviabile-Radici-coloniali-strade-decoloniali_locandinaVenerdì 29 aprile 2022, dalle 16 alle 18, in sala Conferenze “F. Gambari”, nuovo appuntamento in presenza e on line al museo delle Civiltà a Roma-Eur per il ciclo “Depositi aperti. Come immaginare un museo decoloniale”, su “L’inarchiviabile – Radici coloniali strade decoloniali”, dialogo con artista e curatrici della mostra “L’inarchiviabile – Radici coloniali strade decoloniali”, in collaborazione con Goethe-Institut Rom. Ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria (obbligo Super green pass e mascherina FFP2). Si potrà seguire l’incontro in presenza o da remoto, sempre con prenotazione obbligatoria. Info e prenotazioni: https://museocivilta.cultura.gov.it/…/linarchiviabile/… L’incontro costituirà un’occasione per riflettere sulle relazioni tra eredità coloniali presenti nelle collezioni museali e ricerche artistiche che affrontano metodologie decoloniali. Insieme alle artistə e alle curatrici della mostra “L’inarchiviabile – Radici coloniali strade decoloniali”, organizzata dal Goethe-Institut Rom nell’ambito del progetto Transcultural Attentiveness, condivideremo criticità, prospettive e problematiche comuni e divergenti, mettendo in questione l’idea di archivio come dispositivo di memoria e strumento di produzione e affermazione del potere coloniale.

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La mostra “L’inarchiviabile – Radici coloniali strade decoloniali” allestita al Goethe-Institut Rom (foto alessandro lanzetta)

L’incontro è stato preceduto, giovedì 28 aprile 2022, da una visita guidata alla mostra “L’inarchiviabile. Radici coloniali strade decoloniali”, a cura di Viviana Gravano e Giulia Grechi, con opere di Luca Capuano / Camilla Casadei Maldini, Leone Contini, Binta Diaw, Délio Jasse ed Emeka Ogboh. La mostra è al Goethe-Institut Rom in via Savoia 15 a Roma con ingresso gratuito. La complessità dell’assetto coloniale, e il modo in cui continua a tradursi in una colonialità pervasiva e onnipresente, non riesce ad essere racchiusa all’interno di un archivio, sia esso quello di un museo etnografico, con il suo controverso patrimonio, o quello di una città, con la sua odonomastica e le sue architetture. C’è qualcosa che eccede l’archivio stesso, in tutto questo, qualcosa che resta inarchiviabile, e che mette in discussione l’archivio stesso come modalità di organizzazione, di narrazione e di controllo della memoria e dell’identità che ci sono proprie. L’archivio stesso, d’altra parte, è uno dei dispositivi attraverso i quali la colonialità ha continuato a riprodurre se stessa. Alcuni oggetti, alcuni corpi, alcune voci eccedono l’archivio, sfuggono alla sua grammatica. E dunque, in che modo ci interrogano, in che modo sfidano le narrazioni che elaboriamo per dirci chi siamo?

“Razzismo coloniale e identità negate”: dialogo con Vittorio Longhi al museo delle Civiltà di Roma-Eur e on line nell’ambito del programma “Depositi aperti. Come immaginare un museo decoloniale”

Il 23 aprile 2022, dalle 16 alle 18, in sala Conferenze “F. Gambari”, nuovo appuntamento in presenza e on line al museo delle Civiltà a Roma-Eur per il ciclo “Depositi aperti. Come immaginare un museo decoloniale”, su “Razzismo coloniale e identità negate”. Dialogo con Vittorio Longhi per discutere di razzismi coloniali e identità negate a partire dal suo libro “Il colore del nome”. Ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria (obbligo Super green pass e mascherina FFP2). Si potrà seguire l’incontro in presenza o da remoto, sempre con prenotazione obbligatoria. Info e prenotazioni: https://museocivilta.cultura.gov.it/…/razzismo…/… L’incontro affronterà una delle conseguenze dell’espansione coloniale italiana in Eritrea: la presenza di italo-eritree e italo-eritrei, figlie e figli di madri africane e di padri italiani che spesso non ne riconoscevano la paternità. Insieme a Vittorio Longhi, giornalista e autore de “Il colore del nome. Storia della mia famiglia. Cent’anni di razzismo coloniale e identità negate” (Solferino Editore, Milano, 2021), si parlerà di afrodiscendenza, di cittadinanze negate, di razzismo coloniale e postcoloniale. Rifletteremo sulle ripercussioni che il dominio coloniale italiano, inteso come sistema patriarcale e discriminatorio, ha avuto sulle biografie di persone in bilico tra Eritrea e Italia.

Il ministero della Cultura lancia la campagna social “La cultura unisce il mondo” ed esprime la piena e incondizionata solidarietà all’Ucraina: ecco una carrellata di musei e parchi archeologici che hanno aderito all’iniziativa

Il Colosseo illuminato con i colori della bandiera dell’Ucraina (foto PArCo)

ministero-cultura_contro-la-guerra_locandinaAl via la campagna social con le opere del patrimonio culturale italiano per ricordare il dolore della guerra e il valore della pace. Il ministero della Cultura guidato da Dario Franceschini, con la campagna digitale “la cultura unisce il mondo”, che coinvolge musei, biblioteche, archivi e istituti culturali statali, ricorda che l’Italia ripudia la guerra ed esprime la piena e incondizionata solidarietà all’Ucraina. Con gli hashtag #cultureunitestheworld e #museumsagainstwar il sistema museale nazionale e la rete degli archivi e delle biblioteche stanno condividendo immagini significative riguardanti il dolore e la sofferenza della guerra o, al contrario, l’armonia e la prosperità del tempo di pace. Tante le realtà museali che hanno già aderito: dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, con la decorazione del frontone di un tempio che sorgeva nell’antico santuario portuale di Pyrgi raffigurante la lotta bestiale degli alleati Tideo e Capaneo sotto le mura di Tebe, al museo Archeologico nazionale di Orvieto, con una testa equina lapidea che ricorda la stravolta espressione del cavallo del Guernica, dal museo Egizio di Torino, con l’amuleto ankh di lunga vita e protezione, al museo di Capodimonte, con l’Allegoria della Giustizia di Giorgio Vasari, dalle statue di Villa Adriana a Tivoli, fino alle opere della Galleria Borghese, del museo nazionale Romano, del museo Omero di Ancona, di Palazzo Grimani a Venezia e di Palazzo Reale di Genova. La campagna è iniziata nei giorni scorsi con l’illuminazione con i colori della bandiera dell’Ucraina del Colosseo.

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Dettaglio del frontone dell’antico santuario portuale di Pyrgi conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. La decorazione del frontone di un tempio che sorgeva nell’antico santuario portuale di Pyrgi, sul Tirreno a pochi chilometri da Cerveteri. La scena è densamente popolata di figure e copriva la testata posteriore della trave di colmo del tetto del tempio A; quest’ultimo costruito intorno al 470 a. C. era dedicato a Thesan, dea etrusca dell’aurora. L’artista con uno sforzo di estrema sintesi e originalità riesce a raccontare le storie di due personaggi del mito, Tideo e Capaneo, di cui bisogna conoscere l’antefatto. Siamo sotto le mura della città di Tebe, dove Eteocle e Polinice, i due figli maledetti di Edipo, lottano per il potere: Eteocle, che allo scadere del suo turno di regno non ha voluto cedere il trono al fratello come pattuito, è asserragliato con i Tebani nella città, mentre fuori i guerrieri provenienti da Argo, chiamati in aiuto da Polinice, ne tentano l’assalto. Come sempre gli dei assistono allo scontro ed intervengono. E infatti al centro della scena Zeus adirato scaglia il suo fulmine contro Capaneo che ha bestemmiato gli dei, mentre sulla sinistra alla vista di Tideo, che pur ferito a morte azzanna il cranio di Melanippo, la dea Atena si allontana disgustata con la pozione che avrebbe dato l’immortalità al suo protetto. La nudità di Tideo e Capaneo sottolinea la bestialità dei loro atti e la loro punizione è la punizione di ogni comportamento improntato al disprezzo degli dei e delle leggi degli uomini (hybris), in chiave politica è una condanna della tirannide e un monito a non violare mai i valori della civiltà per lasciarsi prendere da brutalità e barbarie.

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Dettaglio scodella in sigillata da Taranto conservata al museo Archeologico nazionale di Taranto (foto MArTa)

Il museo Archeologico nazionale di Taranto si schiera contro ogni guerra e contro ogni violenza condividendo un reperto, decorato con colombe, simbolo e augurio di Pace, esposta nella Sala XXV, vetrina 73. Si tratta di una scodella in sigillata africana D da Taranto rinvenuta nell’ipogeo funerario di Palazzo Delli Ponti, 1990. All’interno croce gemmata, marginata e decorata con una serie di cerchi concentrici, ai lati tre colombe. Prima metà del VI sec. d.C.

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Amuleto ankh conservato al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Il museo Egizio di Torino è contro ogni forma di guerra, violenza e discriminazione. L’amuleto ankh aveva lo scopo di conferire protezione e lunga vita. Condividiamo questa immagine per ricordare la bellezza della vita, l’importanza della pace e del dialogo tra i popoli.

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Rython a testa d’asino del museo Archeologico nazionale di Orvieto (foto drm-umbria)

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Testa di cavallo impazzito: dettaglio di “Guernica” (1937) di Pablo Picasso (foto da Flikr, licenza Creative Commons)

Il museo Archeologico nazionale di Orvieto propone un’associazione di idee tra un rhytòn configurato a testa d’asino (ca. 460 a.C.) da Campo della Fiera, Tempio C, e un particolare di Guernica dipinto da Pablo Picasso nel 1937. Il richiamo di questa testa con la stravolta espressione del cavallo del Guernica non è nulla di più che una suggestione derivata dal nostro substrato culturale. Ma rende con efficacia l’atmosfera dei giorni che stiamo vivendo.

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I Bronzi di Riace messaggeri di pace dal museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)

Il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria aderisce alla campagna digitale promossa dal ministero della Cultura per ricordare il dolore della guerra e il valore della pace. Su tutti i social del MArRC, infatti, saranno pubblicate le immagini dei reperti del museo accompagnati dagli hashtag ufficiali #laculturaunisceilmondo e #museumagainstwar, per esprimere la condanna dell’invasione russa e piena e incondizionata solidarietà al popolo ucraino. “Abbiamo deciso di avviare la campagna social con i Bronzi di Riace che esprimono, in tutto il pianeta, il valore identitario della Calabria”, commenta il direttore Carmelo Malacrino. “Possano le due statue assumere, nel cinquantesimo anno dalla loro scoperta, il valore di simboli della pace e dell’unione tra i popoli. Quanto sta accadendo in questi giorni in Ucraina ci lascia sgomenti – aggiunge Malacrino -. Oggi più che mai siamo qui per ribadire che l’umanità non ha bisogno di guerre. Ci auguriamo che le tristi immagini che i media ci stanno sottoponendo in queste ore, possano essere sostituite da quelle della speranza. Il Museo e i reperti d’arte che custodisce, possano, attraverso la bellezza, ricordarci sempre i valori dell’unità e della fratellanza”.

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La statua della Concordia dall’Edificio di Eumachia in Pompei lancia un messaggio di pace dall’atrio del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto luigi spina)

Nell’atrio del museo Archeologico nazionale di Napoli, alta e imponente, attende i visitatori. È la statua della Concordia Augusta che è stata installata proprio all’ingresso del Mann. Un gesto simbolico, voluto dal direttore Paolo Giulierini per accompagnare queste drammatiche giornate di negoziati e guerra fra Russia e Ucraina. Ancora una volta, dall’arte antica proviene un messaggio di perenne attualità: la scultura marmorea della Concordia (dall’edificio di Eumachia, Pompei, I sec. d. C.) venne realizzata per celebrare la pace e la stabilità, che si candidavano a essere valori guida del principato augusteo dopo un periodo doloroso di guerre civili. Un messaggio che, scolpito nella pietra, ci parla soprattutto oggi. Lo spostamento della statua in Atrio è raccontato sui social del Mann con l’hashtag #Museumsagainstwar, lanciato dal ministero della Cultura quando è stata invasa l’Ucraina.

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La de Minerva, dettaglio del Salone delle Scienze, al museo delle Civiltà a Roma-Eur (foto muciv)

Al museo delle Civiltà a Roma, nel salone delle Scienze “Mario Tozzi” che presenta elementi decorativi relativi alla scienza. Al centro campeggia la figura di Minerva, dea protettrice delle scienze. I suoi più consueti attributi (l’elmo, la lancia, lo scudo) sono abbandonati da una parte: un chiaro messaggio di pace e di speranza in tempo di guerra.

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Il messaggio social “La cultura unisce il mondo” dal museo Archeologico nazionale di Verona (foto drm-veneto)

Anche il museo Archeologico nazionale di Verona aderisce alla campagna contro la guerra. A pochi giorni dall’inaugurazione nell’ex caserma asburgica San Tomaso lancia sui social lo slogan “La cultura unisce il mondo”.

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Dal parco archeologico del Colosseo il messaggio “La cultura unisce il mondo” (foto alessandro serranò)

Il parco archeologico del Colosseo aderisce alla campagna lanciata dal ministero della Cultura “La Cultura Unisce il Mondo – L’Italia ripudia la guerra” illuminando il Colosseo con i colori della bandiera dell’Ucraina.

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Aiace Telamonio porta sulle spalle il corpo di Achille: dettaglio della raffigurazione del Vaso François al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto maf)

Il museo Archeologico nazionale di Firenze per “La cultura unisce il mondo” propone la scena più drammatica dipinta sul Vaso François, raffigurata simmetricamente su entrambe le anse, con sapienti variazioni. Il lato più crudo e vero della guerra! L’imponente Aiace Telamonio, cugino e fedele compagno di Achille, ed uno dei più valorosi eroi greci, trasporta il corpo inerte dell’eroe caduto in battaglia. L’enorme guerriero senza vita ha le braccia e le gambe distese nell’abbandono della morte e la lunghissima chioma aristocratica pende quasi fino al suolo. Questo resta di Achille, che a una vita lunga e serena ne preferì una breve ma gloriosa…la guerra non ha risparmiato neppure lui!

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Il tempio di Nettuno nel parco archeologico di Paestum con i colori della bandiera dell’Ucraina (foto pa-paeve)

Il parco archeologico di Paestum e Velia aderisce alla campagna “L’Italia ripudia la guerra” ed esprime la piena e incondizionata solidarietà all’Ucraina, Paese colpito nella propria legittima sovranità. Così il Tempio di Nettuno si colora di blu e giallo in segno di vicinanza.

“Africana. Tra stereotipi coloniali e narrazioni contemporanee”: dialogo con Chiara Piaggio e Igiaba Scego al museo delle Civiltà di Roma-Eur e on line nell’ambito del programma “Depositi aperti. Come immaginare un museo decoloniale”

“Africana. Tra stereotipi coloniali e narrazioni contemporanee”: dialogo con Chiara Piaggio e Igiaba Scego nell’ambito del programma “Depositi aperti. Come immaginare un museo decoloniale” e del progetto Europeo “Taking Care” https://takingcareproject.eu/. Appuntamento sabato 19 febbraio 2022, alle 16, al Museo delle Civiltà di Roma-Eur, Sala conferenze “F. Gambari”. Ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria. Si potrà seguire l’incontro in presenza o da remoto, sempre con prenotazione obbligatoria. Per prenotarsi, scrivere entro il 18 febbraio 2022 a: rosaanna.dilella@beniculturali.it. L’incontro sarà un’occasione per riflettere sugli immaginari e gli stereotipi coloniali che lo sguardo occidentale, anche attraverso le esposizioni museali, ha costruito sul continente africano. Insieme a Chiara Piaggio e Igiaba Scego, curatrici di “Africana. Raccontare il continente al di là degli stereotipi” (Feltrinelli 2021), conosceremo più da vicino la complessità, la vitalità e la pluralità rappresentate nei lavori di scrittori africani, che con i loro linguaggi innovativi aprono finestre sulla contemporaneità e forniscono potenti strumenti di decolonizzazione.

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Copertina del libro “Africana. Raccontare il continente al di là degli stereotipi”

“Africana. Raccontare il continente al di là degli stereotipi”. Africana è uno strumento per capire quanto l’Africa non vada coniugata al singolare, ma al plurale. Uno strumento di difesa contro gli stereotipi e contro tutte quelle visioni che ancora vogliono descrivere questo enorme continente, così vario al suo interno, come una lunga distesa di capanne. Africana aprirà le porte al lettore, sia a quelli che già sono appassionati delle letterature del continente sia a quelli completamente a digiuno, delle tante Afriche dentro l’Africa. Un continente moderno, giovane e creativo come pochi. Un continente dove la letteratura scorre come un fiume in piena e si smarca da sguardi stereotipati e da etichette consegnate dall’esterno, per raccontarsi qui in prima persona. Troviamo autori di grande fama internazionale come Adichie, Wainaina, Bulawayo, ma anche una nuova ondata di scrittori emergenti. Voci diverse tra loro che, attraverso storie quotidiane, metropolitane, ironiche, impegnate, sperimentatrici e futuriste, ci riportano la pluralità dell’Africa. Con una freschezza letteraria che riempie di meraviglia.

Roma-Eur- Al museo delle Civiltà per il Darwin day incontro su “Neanderthal e iene: i reperti di Grotta Guattari del Museo delle Civiltà”: incontro ravvicinato con l’Uomo del Circeo nel laboratorio di Bioarcheologia

Paleosuolo della Grotta Guattari a San Felice del Circeo (Lt) dove fanno ricerche gli archeologi della soprintendenza e dell’università di Roma Tor Vergata (foto Mic)

Era il 24 febbraio 1939. Dei lavoratori stavano togliendo delle pietre da una proprietà del cav. A. Guattari lì dove una frana aveva bloccato l’ingresso alla grotta al Circeo. Tolti i massi, gli operai entrarono. In fondo alla grotta, in un antro terminale poi denominato “Antro dell’Uomo”, assieme a quello che fu interpretato come un approssimativo cerchio di pietre, il proprietario scoprì un cranio evolutivamente attribuibile all’Homo Neanderthalensis, ben conservato, mentre in superficie furono ritrovate due mandibole, conosciute come Guattari 2 e 3. Il cranio si presentava quasi completo tranne la perdita di porzioni ossee pertinenti l’area orbitale destra e parte del margine del forame occipitale, il punto in cui il cranio si articola con la colonna vertebrale. Vennero immediatamente condotti degli scavi dal prof. Alberto Carlo Blanc e Luigi Cardini. Ma non solo, tutt’attorno è stata rinvenuta una gran quantità di ossa fossili di animali preistorici (iene, rinoceronti, ippopotami, elefanti, cervi, buoi primigeni, cavalli). Reperti che oggi sono gelosamente custoditi al museo nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma che oggi fa parte del museo delle Civiltà di Roma-Eur. E recentemente sono stati scoperti i reperti fossili di altri nove uomini di Neanderthal, oltre alle iene anche i resti di elefante, rinoceronte, orso delle caverne e dell’uro, il grande bovino estinto. A oltre ottant’anni dalla scoperta della Grotta Guattari a San Felice Circeo (Lt), questi rinvenimenti sono fondamentali per lo studio dell’uomo di Neanderthal e del suo comportamento (vedi Preistoria. Eccezionale scoperta nella Grotta Guattari al Circeo (Lt) a 80 anni dai primi ritrovamenti neanderthaliani: trovati da Sabap e università Roma Tor Vergata i reperti fossili di altri nove uomini di Neanderthal, e i resti di iene, elefante, rinoceronte, orso delle caverne e dell’uro, il grande bovino estinto. Il Circeo si conferma fondamentale per la conoscenza dell’uomo di Neanderthal a livello europeo e mondiale | archeologiavocidalpassato).

La locandina dell’incontro “Neanderthal e iene” al Muciv di Roma-Eur

Giovedì 10 febbraio 2022, alle 17, al museo delle Civiltà di Roma-Eur, si parla di “Neanderthal e iene: i reperti di Grotta Guattari del Museo delle Civiltà”. Per celebrare infatti il Darwin Day (12 febbraio), il Servizio di Bioarcheologia accoglie il pubblico nel suo laboratorio per mostrare e raccontare gli importantissimi reperti provenienti dai primi scavi di Grotta Guattari a partire dal 1939. L’attività prevede una visita introduttiva all’esposizione temporanea della preistoria. La partecipazione all’incontro è gratuita. L’ingresso al Museo è a pagamento. Per agevolazioni e gratuità vedi https://museocivilta.cultura.gov.it/prepara-la-visita/. Appuntamento al piano terra, alla biglietteria del Museo, in piazza Guglielmo Marconi 14, Roma-Eur. Numero massimo di partecipanti 10. È richiesta la prenotazione: 06 549 52 257 o mu-civ.mostre@beniculturali.it. L’accesso al Museo è consentito previa esibizione del Green Pass rafforzato, inoltre, nel corso dell’incontro è obbligatorio l’uso della mascherina FFP2.

Ministero della Cultura: nominati nuovi direttori di musei autonomi. Tiziana D’Angelo al parco archeologico di Paestum, Andrea Viliani al museo delle Civiltà di Roma, Enrico Rinaldi al parco archeologico di Sepino, Vincenzo Bellelli al parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia

Tiziana D’Angelo è la nuova direttrice del parco archeologico di Paestum e Velia (foto nottingham.ac.uk)

Tiziana D’Angelo, 38 anni, milanese, è la nuova direttrice del parco archeologico di Paestum e Velia. Archeologa di formazione internazionale (Phd Harvard), esperta di arte e archeologia della Magna Grecia, insegna all’università di Nottingham (GB), ha conseguito il dottorato di ricerca in archeologia classica all’università di Harvard nel 2013. “Dopo diciassette anni di studio ed esperienze professionali come archeologa all’estero, l’opportunità di lavorare con i Beni Culturali in Italia e di farlo in un sito come Paestum, a cui sono fortemente legata a livello scientifico, è un’occasione straordinaria”, dichiara la nuova direttrice. “Sono arrivata a Paestum da dottoranda, per studiare le splendide lastre funerarie dipinte esposte nel Museo o conservate nei depositi. Gli anni successivi ho avuto la fortuna di collaborare con il Parco di Paestum e Velia a diversi progetti, sotto la direzione di Gabriel Zuchtriegel. Sotto la sua guida il Parco è cresciuto moltissimo e ho intenzione di proseguire questo percorso virtuoso, restituendo a Paestum e Velia, e alla realtà dei Beni Culturali in generale, almeno una parte di quello che mi hanno dato in tutti questi anni”. Il Parco Archeologico di Paestum e Velia, iscritto dal 1998 nella lista del patrimonio mondiale UNESCO, ha competenza territoriale sul museo e sull’area archeologica di Paestum, sul Museo narrante di Hera Argiva alla foce del Sele, sull’area dell’ex stabilimento della Cirio, sulle mura di cinta e su altre aree archeologiche di competenza. Il Parco ha il compito di arricchire, conservare e valorizzare le collezioni e i monumenti archeologici e storico-artistici al fine di contribuire alla salvaguardia, alla ricerca e alla fruizione sostenibile del patrimonio culturale.

Tiziana D’Angelo riceve prestigiosi premi e borse di studio che le consentono di trascorrere un anno di ricerca a Roma, come Mary Isabel Sibley Fellow in Greek Studies della Phi Beta Kappa Society di Washington (2011-12), e un anno a Los Angeles come Predoctoral Fellow al Getty Research Institute (2012-13). Appena conseguito il dottorato, è prima a Berlino, come borsista di ricerca dell’Archaeological Institute of America e del Deutsches Archäologisches Institut (2013), e poi a New York, dove lavora nel Dipartimento di Arte Greca e Romana del Metropolitan Museum of Art in qualità di Jane and Morgan Whitney Postdoctoral Fellow (2013-14). Nel 2014 risulta vincitrice di una Lectureship in Classical Art and Archaeology a tempo determinato presso la University of Cambridge (2014-18) e durante questi anni è anche Fellow, Director of Studies in Classics e Tutor a St Edmund’s College, Cambridge. Da settembre 2018 è Assistant Professor in Ancient Greek and Roman Art presso la University of Nottingham, Department of Classics and Archaeology. La dottoressa D’Angelo ha partecipato a campagne di scavo in Italia e Turchia, ha collaborato a progetti di mostre allestite in musei italiani e stranieri e alla realizzazione di alcuni documentari.

Tiziana D’Angelo fa parte dei sei nuovi direttori di musei autonomi nominati al termine del concorso internazionale come annunciato dal ministro della Cultura Dario Franceschini. Con lei Ilaria Ester Bonacossa per il nuovo museo dell’Arte Digitale a Milano, Andrea Viliani al museo delle Civiltà di Roma, Enrico Rinaldi per il parco archeologico di Sepino, Vincenzo Bellelli per il parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia, Axel Hemery alla Pinacoteca di Siena. La commissione, che ha valutato 156 candidati, era presieduta da Stefano Baia Curioni, professore associato di storia economica presso la Università Commerciale “Luigi Bocconi” di Milano e esperto di economia della cultura, e composta da Nadia Barrella, professoressa ordinaria di museologia presso l’università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”; Valérie Huet, professoressa di storia antica presso l’Università della Bretagna Occidentale e Centro “Jean Bérard”; José María Luzón Nogué, Real Academia de Belòlas Artes de San Fernando, già direttore del Museo del Prado; Antonia Pasqua Recchia, già segretario generale del ministero della Cultura. “L’incrocio tra autonomia e qualità dei direttori ha permesso di compiere importanti passi avanti nella modernizzazione del sistema museale e nel rafforzamento della tutela e della produzione scientifica”, commenta Franceschini. “Ringrazio la commissione per l’accurato lavoro svolto in questi mesi che ha portato alla nomina da parte del direttore generale musei, Massimo Osanna, di sei nuovi direttori, cinque italiani e uno francese”.

Andrea Viliani, 48 anni, di Casale Monferrato, è il nuovo direttore del Museo delle civiltà di Roma. Storico dell’arte, è responsabile e curatore del Centro di Ricerca Castello di Rivoli. Ha precedentemente ricoperto l’incarico di direttore generale e artistico della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee/MADRE di Napoli (2013-2019) presso cui ha curato e organizzato importanti mostre internazionali; dal 2009 al 2012 Viliani è stato direttore della fondazione Galleria Civica-Centro di ricerca sulla contemporaneità di Trento. Il museo delle Civiltà raccoglie le collezioni dei seguenti musei: museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”; museo delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria”; museo dell’alto Medioevo “Alessandra Vaccaro”; museo d’arte orientale ‘Giuseppe Tucci’; museo italo africano ‘Ilaria Alpi’ (ex Museo Coloniale). La nascita del museo delle Civiltà si inserisce nella visione di grandi musei internazionali incentrati sull’uomo e le sue culture, per la valorizzazione di patrimoni e testimonianze delle diverse identità e memorie.

Enrico Rinaldi, 53 anni, è il nuovo direttore del parco archeologico di Sepino. Archeologo specializzato in restauro dei monumenti, ha diretto a lungo progetti di manutenzione programmata a Ostia e Pompei. Professore a contratto alla Scuola Superiore Meridionale dell’università di Napoli “Federico II”, lavora attualmente alla direzione generale Musei. Il parco archeologico di Sepino, istituito solo nel 2021, comprenderà l’omonima area archeologica, con i resti dell’antica città romana sorta nella valle del Tammaro, e il museo della città e del territorio, siti che complessivamente nel 2019 hanno visto oltre 27mila visitatori. 

Vincenzo Bellelli, 53 anni, di Potenza, è il nuovo direttore del parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia. Archeologo di fama internazionale, dirigente di ricerca al CNR in servizio all’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale, è responsabile scientifico degli scavi archeologici nell’area urbana di Cerveteri. Il parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia comprende la necropoli della Banditaccia, la più estesa dell’area mediterranea, iscritta nel 2004 dall’Unesco nella lista del patrimonio dell’umanità; il museo Archeologico nazionale di Tarquinia, che ha sede nell’antico Palazzo Vitelleschi; la necropoli di Monterozzi. Tali siti complessivamente hanno registrato oltre 153.000 visitatori nel 2019.