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Aperta al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Gli Etruschi al Mann”: un inedito focus sulla realtà di una Campania etrusca con 600 reperti (di cui 200 visibili per la prima volta). I tesori “scoperti” nei depositi del Mann costituiranno una nuova sezione permanente del museo napoletano

Una vetrina della mostra “Gli Etruschi e il Mann” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Giorgio Albano)

La locandina della mostra “Gli Etruschi e il Mann” al Mann (12 giugno 2020 – 31 maggio 2021)

“Gli Etruschi al MANN tornano per restare. Non solo con una mostra raffinata e dall’altissimo rigore scientifico, ma con l’annuncio dell’allestimento permanente che restituirà alla fruizione del pubblico un altro fondamentale pezzo della storia del nostro Museo, ‘casa’ dei tesori di Pompei ed Ercolano, così come custode di eredità molto più antiche”: così Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, che nel giorno dell’inaugurazione della mostra “Gli Etruschi e il Mann” in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli, dal 12 giugno 2020 al 31 maggio 2021, annuncia che diventerà un’altra sezione del museo. L’esposizione, che raccoglie circa 600 reperti (di cui 200 visibili per la prima volta), è curata da Paolo Giulierini (direttore del Mann) e Valentino Nizzo (direttore museo nazionale Etrusco di Villa Giulia); il coordinamento scientifico è di Emanuela Santaniello (funzionario archeologo del Mann) e l’organizzazione è di Electa. La mostra “Gli Etruschi e il MANN” è accompagnata dal catalogo edito da Electa, a cura di Valentino Nizzo. Per l’occasione è stato inoltre edito nelle pubblicazioni scientifiche “Quaderni del MANN” il volume, a cura di Valentino Nizzo, “Gli Etruschi in Campania. Storia di una (ri)scoperta dal XVI al XIX secolo”, strettamente correlato alle tematiche della seconda sezione del percorso espositivo.

La locandina della mostra “Pompei e gli Etruschi” alla Palestra Grande di Pompei fino al 2 maggio 2019

Una mostra preziosa, sorprendente, innovativa, che nasce anche dalla rete stabilita con il parco archeologico di Pompei, dove è stata ospitata la tappa iniziale del percorso con la mostra “Pompei e gli Etruschi” (dicembre 2018-maggio 2019). Già con “Egitto Pompei” (2016) e “Pompei e i Greci” (2017), esposizioni che hanno confermato la collaborazione tra il parco archeologico di Pompei e il Mann, è stato intrapreso un suggestivo viaggio per scoprire le civiltà del passato: anche grazie al coordinamento di Electa, la sinergia tra le due istituzioni proseguirà dopo la mostra sugli Etruschi, con la mostra “Pompei e Roma” prevista nella programmazione del parco archeologico. All’anteprima riservata a stampa ed istituzioni, hanno partecipato, insieme ai curatori, Rosanna Romano (direttore generale per le Politiche Culturali e il Turismo/ Regione Campania), Carlos Maldonado Valcàrcel (console generale di Spagna a Napoli), Teresa Elena Cinquantaquattro (soprintendente SABAP per l’area metropolitana di Napoli) e Luigi La Rocca (soprintendente SABAP per il Comune di Napoli). Il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, non è intervenuto all’evento, ma ha mandato un messaggio di saluto ai partecipanti, ricordando che la rete tra istituzioni ha favorito itinerari espositivi dedicati ai legami tra la città vesuviana e le diverse culture dell’antichità.

Una delle “scoperte” nei depositi del Mann: coppia di orecchini in oro, lamina, applicazioni a stampo, filigrana (produzione dell’Etruria meridionale) della seconda meta del VI sec. a.C. (foto Mann)

Il direttore Giulierini al dispenser con gel disinfettante (foto Mann)

“Gli Etruschi sono abitualmente associati ad altri territori, come la Toscana, il Lazio e l’Emilia Romagna. Solo dalla seconda metà dell’Ottocento, più o meno con l’Unità d’Italia, è stata accettata ufficialmente l’idea di una loro presenza in Campania. Ma nessuno aveva mai dedicato a questo tema una mostra di simili dimensioni”, ha detto Paolo Giulierini. “Attraverso reperti provenienti dai depositi del Museo, insieme a prestiti di altre istituzioni e collezioni, ricostruiremo una storia di frontiera, nella quale gli Etruschi possono essere considerati quasi come dei cowboy. Partendo probabilmente dall’Umbria, raggiunsero le pianure campane e le dominarono per diversi secoli, intrecciando legami culturali, commerciali e artistici molto stretti con gli altri abitanti di quei luoghi, gli altri popoli italici e i Greci”. Museo della capitale di un Regno, l’Archeologico di Napoli vanta, infatti, collezioni sterminate derivate sia da scavi che da acquisizioni come, ad esempio, quella del bronzetto dell’Elba, reperto più antico ritrovato sull’isola toscana. “Ma, soprattutto – continua Giulierini -, nei depositi c’è la testimonianza di una Campania centrale nel Mediterraneo e da sempre coacervo di popoli: Greci, Etruschi e Italici, a conferma che la ricchezza della cultura del Meridione sta nella diversità e nella contaminazione. Per comprendere in pieno gli Etruschi, oggi bisogna quindi volgersi anche al Sud e al patrimonio del Mann, dove duecento pezzi, praticamente inediti, splendono di nuova luce grazie allo straordinario lavoro del Laboratorio di Restauro del Museo. Un traguardo che mi riempie, come etruscologo, di personale soddisfazione, e che è occasione per ricordare la figura del celebre archeologo Marcello Venuti, nel 1727 fondatore dell’Accademia Etrusca e, poi, tra gli scopritori di Ercolano”.

Cista in bronzo da Palestrina conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (fine IV-inizio III sec. a.C.) (foto Mann)

L’esposizione abbraccia un arco temporale di circa sei secoli (X- IV sec. a.C.) e definisce un percorso di indagine che, sulle orme degli Etruschi, cerca di ricostruire le fondamenta storiche di questa popolazione, la cui grandezza derivava anche dal controllo delle risorse di due fertilissime pianure (quella padana nel Nord e quella campana nel Sud). Come ricordava, ancora nel II secolo a.C., il celebre storico greco Polibio “chi vuol conoscere la storia della potenza degli Etruschi non deve riferirsi al territorio che essi possiedono al presente, ma alle pianure” da loro controllate. La storia della scoperta della Campania etrusca si configura, quindi, come uno dei capitoli più avvincenti della ricerca archeologica in Italia e nel Mediterraneo: in tal senso, il ricchissimo patrimonio, custodito nei depositi del Mann e studiato in occasione della mostra, fornisce uno spaccato inedito nel panorama espositivo internazionale. L’allestimento della mostra negli ambienti collegati alla sezione “Preistoria e Protostoria”, appena riaperta al pubblico, crea un trait d’union con la sezione museale che, nel suo ultimo livello di visita, raccoglie reperti dell’Età del Bronzo e della prima Età del Ferro.

affibiaglio della Tomba Bernardini di Palestrina (inzio del secondo quarto del VII sec. a.C.) conservato al museo nazionale Etrusco di “Villa Giulia” (foto Villa Giulia)

Valentino Nizzo, direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mann)

“Scavare negli sterminati depositi del Mann è sempre un privilegio unico”, interviene Valentino Nizzo, direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia. “Farlo per ‘andare a caccia di Etruschi’ lo ha reso ancora più avvincente. Da un lato perché si è così potuto delineare un rigoroso percorso storico-archeologico volto a ricostituire la trama di relazioni che caratterizzò la plurisecolare presenza degli Etruschi in Campania. Dall’altro perché l’approfondimento delle vicende antiquarie e collezionistiche legate alla riscoperta dell’importanza del loro dominio nella regione ha offerto una prospettiva per molti versi inedita sull’evoluzione della disciplina archeologica e sul contributo dato ad essa da generazioni di studiosi che, da Camillo Pellegrino a Giovanni Patroni, passando attraverso nomi del calibro di Giovan Battista Vico, Alessio Simmaco Mazzocchi, Johann Joachim Winckelmann, Pietro Vivenzio, Eduard Gerhard, Raffaele Garrucci, Theodor Mommsen, Giuseppe Fiorelli, Julius Beloch, si sono confrontati con questo presunto enigma, fino ad arrivare alla sua definitiva soluzione, al principio del ‘900, quando il reperto più prezioso, la Tegola di Capua, aveva ormai irreparabilmente lasciato il nostro Paese alla volta di Berlino”.

Piccolo calderone in argento dorato dell’Inizio del secondo quarto del VII sec. a.C. dalla Tomba Bernardini di Palestrina, conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma (foto Villa Giulia)

Lekythos in ceramica a figure nere dell’Inizio del V sec. a.C. conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Il percorso si articola in due nuclei tematici principali, corrispondenti ad altrettante sezioni espositive con inestimabili reperti. “Gli Etruschi in Campania”: dal carattere prevalentemente archeologico, questo segmento dell’itinerario di visita è dedicato all’approfondimento della documentazione relativa alla presenza degli Etruschi nella regione, dagli albori del I millennio a.C. alla fase dell’affermazione del popolo dei Campani. Il declino della popolazione è sancito dalle sconfitte subite presso Cuma tra VI e V secolo a.C., in seguito alla quali comincia ad incrinarsi progressivamente la potenza etrusca nella Penisola e nel Mediterraneo; “Gli Etruschi al Mann”: questa sezione valorizza i materiali etrusco-italici, generalmente provenienti da aree esterne alla Campania, acquisiti sul mercato collezionistico dal Museo di Napoli in varie fasi della sua storia. Accanto ai capolavori in mostra, volumi, plastici e documenti d’epoca illustrano al visitatore l’evoluzione del pensiero scientifico in campo archeologico dal Settecento sino alla fine del Novecento, focalizzando l’attenzione sui protagonisti dell’archeologia campana ed, in particolare, su quelli che maggiormente hanno contribuito alla riscoperta del suo passato etrusco.

Dopo lo stop forzato per coronavirus, apre finalmente al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Gli Etruschi e il Mann”: un percorso espositivo inedito, con 600 reperti, 200 dei quali visibili per la prima volta

Vernice della mostra “Pompei e gli Etruschi”; da sinistra, Paolo Giulierini, direttore del Mann; Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei; e Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi (foto Graziano Tavan)

Seicento i reperti che saranno presentati al pubblico: almeno duecento opere, dopo un’attenta campagna di studio, documentazione e restauro, saranno visibili per la prima volta in occasione della mostra “Gli Etruschi e il Mann” che apre al museo Archeologico nazionale di Napoli il 12 giugno 2020. La grande mostra di Napoli, che in qualche modo segue e completa la mostra “Pompei e gli Etruschi”, promossa dal parco archeologico di Pompei e dal Mann, sempre in collaborazione con Electa, tra l’inverno 2018 e la primavera 2019 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/12/16/pompei-e-gli-etruschi-dopo-legitto-e-i-greci-nuova-mostra-nella-palestra-grande-degli-scavi-di-pompei-con-800-reperti-per-affrontare-la-controversa-e-complessa-questione-d/), in realtà – come mostra il promo qui sopra – doveva aprire il 16 marzo 2020: una data che si è poi rivelata infausta, perché proprio all’indomani della chiusura di tutti i musei e parchi archeologici d’Italia per l’emergenza coronavirus. Dopo tre mesi di lockdown, come promesso dal direttore Paolo Giulierini alla riapertura del museo Archeologico nazionale di Napoli il 2 giugno 2020, ecco il primo grande evento: la mostra “Gli Etruschi e il Mann”, a cura di Paolo Giulierini e Valentino Nizzo, promossa dal Mann con l’organizzazione di Electa e il contributo della Regione Campania. E c’è una novità positiva: anziché rimanere aperta sette mesi (avrebbe dovuto chiudere il 31 ottobre 2020), andrà avanti per quasi un anno e chiuderà il 31 maggio 2021.

Cista in bronzo da Palestrina conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (fine IV-inizio III sec. a.C.) (foto Mann)

La locandina della mostra “Gli Etruschi e il Mann” al Mann (12 giugno 2020 – 31 maggio 2021)

La mostra “Gli Etruschi e il Mann”, che abbraccia un arco temporale di circa sei secoli (X- IV sec. a. C.), definisce un percorso di indagine che, sulle orme degli Etruschi, cerca di ricostruire le fondamenta storiche di questa popolazione, la cui grandezza derivava anche dal controllo delle risorse di due fertilissime pianure, quella padana nel Nord e quella campana nel Sud. Due le sezioni dell’itinerario di visita: la prima, “Gli Etruschi in Campania”, ha un carattere prettamente archeologico ed approfondisce la presenza dell’antica civiltà nel Mezzogiorno d’Italia; la seconda, “Gli Etruschi al MANN”, valorizza, in una prospettiva storico-culturale, i materiali etrusco-italici acquisiti sul mercato collezionistico dal Museo di Napoli. La storia della scoperta della Campania etrusca si configura, quindi, come uno dei capitoli più avvincenti della ricerca archeologica in Italia e nel Mediterraneo: in tal senso, il ricchissimo patrimonio, custodito nei depositi del Mann e studiato in occasione della mostra, fornisce uno spaccato inedito nel panorama espositivo internazionale. La mostra è accompagnata da un catalogo (Electa), a cura di Valentino Nizzo. Per l’occasione è stato inoltre edito nelle pubblicazioni scientifiche “Quaderni del MANN” il volume, a cura di Valentino Nizzo, Gli Etruschi in Campania. Storia di una (ri)scoperta dal XVI al XIX secolo, strettamente correlato alle tematiche della seconda sezione del percorso espositivo.

Affibbiaglio della Tomba Bernardini di Palestrina (inzio II quarto del VII sec. a.C.) conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Villa Giulia)

Affibbiaglio dalla Tomba Artiaco 104 di Cuma (ultimo quarto dell’VIII sec. a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Ad arricchire l’esposizione napoletana giunge poi uno straordinario gruppo di materiali dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia: si tratta dell’intero corredo della celeberrima Tomba Bernardini da Palestrina (675-650 a.C.), sepoltura tra le più ricche e famose che il mondo antico ci abbia restituito, tanto da divenire un vero e proprio “manifesto” dell’età orientalizzante, epoca delle grandi rotte commerciali e degli scambi di beni di lusso su scala mediterranea.

Nella Palestra Grande agli scavi la mostra “Pompei e gli Etruschi”: 800 reperti provenienti da musei italiani e europei. 2^ parte: dalla Pompei – città nuova etrusca – in una Campania multietnica fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche

Una suggestiva immagine dell’allestimento della mostra “Pompei e gli Etruschi”

La locandina della mostra “Pompei e gli Etruschi” alla Palestra Grande di Pompei fino al 2 maggio 2019

Sei sale per conoscere le prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei. Siamo a metà del viaggio proposto dalla grande mostra “Pompei e gli Etruschi” aperta alla Palestra Grande degli scavi di Pompei, fino al 2 maggio 2019, a cura del già direttore generale Massimo Osanna e di Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi, promossa dal parco archeologico di Pompei, in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli, il Polo museale della Campania e l’organizzazione di Electa. Ora siamo arrivati al VI sec. a.C. quando scopriamo una Pompei – città nuova etrusca – in una Campania multietnica, che seguiamo fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche che si conservarono ancora per qualche tempo. Materiali in bronzo, argento, terracotte, ceramiche, da tombe, santuari e da abitati, consentono di analizzare e mettere a confronto più elementi per affrontare le controverse dinamiche della presenza etrusca in Campania.

A confronto le piante delle città arcaiche di Pompei e Selinunte (foto Graziano Tavan)

Fondare une città all’epoca della prima Pompei: c. 600 a.C. (Sala 6) Qual è il contesto in cui Pompei viene fondata? In quell’epoca si assistette alla nascita di altre nuove città in Etruria e nel mondo greco: la fondazione di Poseidonia (Paestum) da parte degli Achei nella piana del Sele è grosso modo contemporanea a quella di Pompei. Per gli Etruschi, come avveniva a Roma, fondare una città presupponeva di seguire una procedura religiosa rigorosa con lo scopo di stabilire il nuovo spazio abitato nell’ordine del cosmo. La città diventava in questo modo una proiezione sulla terra delle diverse zone del cielo, sedi delle grandi divinità del pantheon etrusco. Si determinavano i confini della città ed eventualmente si erigevano le mura, come accadde a Pompei. Erano quindi realizzate la rete viaria e la divisione in quartieri e in isolati residenziali. A Pompei la trama urbana all’epoca dell’eruzione del 79 d.C. conserva a grandi linee la struttura della città arcaica, che assomiglia peraltro a quella di altre città greche ed etrusche di contemporanea fondazione.

Anello con sigillo raffigurante il suicidio di Aiace Argento e corniola) dal santuario di Fondo Iozzino (foto Graziano Tavan)

I santuari etruschi di Pompei: VI secolo a.C. (Sala 7) Nella prima metà del VI secolo a.C. vennero fondati anche i principali santuari (di Apollo e di Atena). I recenti scavi nel santuario extraurbano del Fondo Iozzino, nel quartiere del porto, hanno portato alla luce una grande quantità di materiale di epoca arcaica: armi e servizi per le libagioni rituali offerti da Etruschi che hanno inscritto il loro nome in lingua e scrittura etrusca. Anche nelle altre città etrusche situate in Campania sono noti luoghi di culto importanti con caratteristiche simili a quello del Fondo Iozzino. La tegola inscritta di Capua riporta uno dei testi religiosi più importanti del mondo etrusco, nel quale può essere identificato un calendario rituale.

Antefissa di tetto templare da maschera gorgonica proveniente dal santuario di Fondo Patturelli di Capua (foto Graziano Tavan)

Ultimi frustuli di grandi templi arcaici campani: VI secolo a.C. (Sala 8) Alcuni piccoli frammenti di decorazioni architettoniche in terracotta del VI secolo a.C., rinvenuti nei santuari di Pompei, possono essere accostati a esemplari molto meglio conservati ritrovati a Cuma, a Capua e in altri centri del nord della Campania e dimostrano l’esistenza di grandi edifici di culto etruschi costruiti dalle stesse maestranze. Il confronto con i grandi templi arcaici dell’Etruria meridionale e del Lazio dimostra che la Campania etrusca arcaica ha sviluppato uno stile architettonico proprio che, attraverso Cuma, è molto influenzato dall’architettura sacra della Magna Grecia.

Set da simposio in bronzo presenti nei corredi funebri: vasi in bronzo etruschi e vasi greci figurati (foto Graziano Tavan)

Il tramonto della Pompei Etrusca. Etruschi, Italici e Greci al simposio: c. 510-450 a.C. (Sala 9) Alla fine dell’epoca arcaica, a Nord della penisola sorrentina si svilupparono nuovi centri lungo la strada tra la valle del Sarno e la piana del Sele: Nocera da un lato e Fratte dall’altro. Le necropoli hanno restituito importanti servizi da banchetto formati da vasi greci figurati di grandissima qualità e vasi di bronzo etruschi importati da Vulci. Le iscrizioni attestano una popolazione mista di Italici, Etruschi e Greci che si incontravano al simposio, come i convitati raffigurati sulle pareti della celebre Tomba del Tuffatore di Poseidonia (Paestum). L’insediamento acheo era ormai diventato un importante polo di diffusione culturale.

Elmi etruschi deformati dell’epoca della battaglia di Cuma provenienti da Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Dalla fondazione di Neapolis alla battaglia di Cuma: c. 510-450 a.C. (Sala 10) Nello stesso momento, gli equilibri militari e politici tra le grandi potenze che si spartivano il Tirreno cambiarono. Gli Etruschi subirono diverse sconfitte da parte degli eserciti di Cuma. Quest’ultima fondò una nuova città, Neapolis (Napoli), che fece rapidamente sue le reti commerciali che avevano in precedenza contribuito alla prosperità di Pompei. La battaglia navale di Cuma, nel 474 a.C., segnò la fine del controllo etrusco sui commerci nel Tirreno. Fu l’inizio di una crisi profonda che colpì l’insieme del mondo etrusco. I grandi conflitti della fine dell’epoca arcaica favorirono l’emergere di un nuovo tipo di soldato cosmopolita, con un armamento misto (greco, etrusco, italico, ma anche iberico), che si mise al servizio delle grandi potenze del momento, anticipando l’arrivo del mercenariato di epoca classica ed ellenistica.

Lastra dipinta con cavaliere armato della tomba a camera 58 dalla necropoli Andriuolo di Paestum (foto Graziano Tavan)

Campani, Sanniti e Lucani: la fine della Campania etrusca: c. 450-300 a.C. (Sala 11) A partire dalla metà del V secolo, una nuova componente etnica fece il suo ingresso sulla scena campana. Si trattava di gruppi tribali originari del Sannio, nell’attuale Abruzzo, che si stabilirono nella piana del Sele (a Pontecagnano e a Paestum) e forse nella periferia della pianura campana, contribuendo all’emergere di una nuova componente culturale, politica e militare mista, composta da Italici di origini diverse: Campani e Sanniti, ma anche Lucani provenienti dalla Puglia e dalla Basilicata. Dalla fine del V secolo a.C., i nuovi arrivati si stabilirono nelle città campane, che fossero greche o etrusche, e vi svilupparono una cultura originale, fortemente impregnata di un ellenismo adattato alle realtà tribali del mondo italico. La lingua osca tendeva a sostituirsi al greco e all’etrusco.

Situla etrusca del VI-V sec. a.C. con aggiunta in epoca romana di anse mobili a testa di fauno e piedini a forma di leoni alati (foto Graziano Tavan)

Mantenere la memoria etrusca degli insediamenti del Vesuvio (Sala 12) L’eredità etrusca scomparve rapidamente, anche se per qualche tempo si conservarono alcune usanze specificamente etrusche nel consumo di vino durante il simposio. A Pompei e nelle città vesuviane qualche antica famiglia aristocratica conservava senz’altro il ricordo di un lontano passato etrusco, come testimonia un vaso di bronzo proveniente dalle prime collezioni del museo di Napoli. Si tratta di una situla realizzata a Orvieto nel VI o V secolo a.C. alla quale nel I secolo sono stati aggiunti dei piedi che riproducono leoni alati e degli attacchi di anse ornate di teste di fauno. L’oggetto doveva essere ancora visibile in qualche grande dimora di Pompei o Ercolano nel momento dell’eruzione del 79 d.C.

Nella Palestra Grande agli scavi la mostra “Pompei e gli Etruschi”: 800 reperti provenienti da musei italiani e europei. 1^ parte: excursus sulle prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei

La locandina della mostra “Pompei e gli Etruschi” alla Palestra Grande di Pompei fino al 2 maggio 2019

Da sinistra, Paolo Giulierini, Massimo Osanna e Stéphane Verger (foto Graziano Tavan)

Ancora pochi giorni e il lungo ponte tra Pasqua e il 1° maggio volga al termine. E col periodo festivo finisce anche la grande mostra “Pompei e gli Etruschi” aperta alla Palestra Grande degli scavi di Pompei, fino al 2 maggio 2019. Chi ha tempo ne approfitti. A cura del già direttore generale Massimo Osanna e di Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi, la mostra è promossa dal parco archeologico di Pompei, in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli, il Polo museale della Campania e l’organizzazione di Electa. Dopo l’Egitto nel 2016 e la Grecia nel 2017, questa nuova esposizione affronta la controversa e complessa questione dell’Etruria campana e dei rapporti e contaminazioni tra le élite campane etrusche, greche e indigene, al cui centro vi è Pompei. Circa 800 reperti provenienti da musei italiani e europei, esposti in 13 sale allestite nel portico nord della Palestra grande, consentono un excursus dalle prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei, alla Pompei – città nuova etrusca – in una Campania multietnica, fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche che si conservarono ancora per qualche tempo. Materiali in bronzo, argento, terracotte, ceramiche, da tombe, santuari e da abitati, consentono di analizzare e mettere a confronto più elementi per affrontare le controverse dinamiche della presenza etrusca in Campania.

Offerte dal santuario extraurbano di Fondo Iozzino a Pompei (foto Graziano Tavan)

Fulcro della mostra sono i ritrovamenti venuti alla luce dai recenti scavi nel santuario extraurbano del Fondo Iozzino – tra i principali santuari (oltre a quello di Apollo e di Atena) fondati a Pompei alla fine del VII sec a.C. – che hanno restituito una grande quantità di materiale di epoca arcaica, quali armi e servizi per le libagioni rituali con iscrizioni in lingua etrusca. Questi materiali si affiancano, in mostra, a quelli provenienti dalle altre città etrusche della Campania – Pontecagnano in primis e Capua – dove sono noti luoghi di culto importanti, con caratteristiche simili a quello del Fondo Iozzino. Testimonianze di sfarzose tombe principesche in cui venivano sepolti i membri più importanti di grandi famiglie aristocratiche sono, invece, i corredi funerari dalla tomba Artiaco 104 di Cuma di un principe cosmopolita (i resti del defunto incinerati vennero deposti in un calderone in argento, alla maniera degli eroi descritti nell’Iliade di Omero: “mangiava e beveva come un greco, ma portava abiti e armi etruschi e si comportava come un re orientale”.); quello di una principessa di Montevetrano (tomba 74), vicino a Pontecagnano; e quello della lussuosa tomba di un principe orientalizzante dal Lazio (la tomba Barberini di Palestrina). Le dinamiche degli incontri di culture, le integrazioni tra gruppi sociali, lo spazio mediterraneo come luogo e teatro di culture fluide e identità recintate costituiscono il filo conduttore delle mostre della Palestra Grande di Pompei, a partire da quelle che hanno riguardato l’Egitto, la Grecia e ora l’Etruria.

Vasetti dal tempio di Apollo di Pompei (foto Graziano Tavan)

Piccola visita guidata per chi non può visitare la mostra (Sala introduttiva) Siamo intorno al 600 a.C. “I primi secoli della storia di Pompei sono poco noti”, spiegano i curatori, “perché gli strati più antichi della città sono stati ricoperti e in gran parte distrutti dalla città sannita dei secoli III e II a.C. e da quella romana sepolta nel 79 d.C. Oggi si ritiene unanimemente che quella prima città, il cui nome è ignoto, sia stata fondata intorno al 600 a.C. da alcuni Etruschi giunti dall’Etruria interna (la regione situata a nord di Roma, tra la costa tirrenica e i fiumi Tevere e Arno). In precedenza anche altri Etruschi si erano stabiliti in Campania. Già 300 anni prima, durante l’epoca villanoviana, alcuni gruppi giunti dall’Etruria meridionale avevano fondato due importanti città nelle zone agricole più ricche della regione: Capua nella pianura campana e Pontecagnano nella piana del Sele”. All’epoca la Campania era occupata da popolazioni locali italiche, che coabitarono con i nuovi arrivati. Non formavano un’entità etnica omogenea, ma erano divise in piccole comunità che coltivavano le pianure intorno al Vesuvio e le prime alture dell’entroterra. La regione era idealmente situata sugli itinerari marittimi lungo la costa tirrenica. Per questo motivo, i Greci giunti nella seconda metà dell’VIII secolo dall’isola di Eubea, a Nord di Atene, fondarono la colonia di Pithecusae sull’isola di Ischia e la potente città di Cuma nei Campi Flegrei. Alla fine dell’VIII secolo, la Campania era quindi occupata da un insieme di comunità che si differenziavano dal punto di vista etnico e culturale. Vi si parlava una moltitudine di lingue suddivise in tre grandi gruppi: una lingua locale italica, l’osco, e due lingue straniere, l’etrusco e il greco. Le relazioni che queste comunità intrattenevano tra loro favorirono rapidamente la formazione di culture ibride e di lingue diversificate, ma furono anche all’origine di incessanti conflitti armati provocati dalla esasperata rivalità per il possesso della terra e il controllo del mare.

Ruota in legno dal sito dell’età del Ferro di Longola di Poggiomarino (foto Graziano Tavan)

Gli Etruschi in Campania prima di Pompei: c. 900 – c. 750 a.C. (Sala 1) Nell’Età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) la Campania era una regione ricca e produttiva. L’insediamento indigeno di Longola, nella valle del Sarno, che prosperava grazie ad abbondanti risorse agricole (comprese quelle vinicole) e alla pastorizia, sviluppò quindi anche un’attività artigianale diversificata: lavorazioni in legno e in osso, metallurgia del bronzo e intaglio dell’ambra importata dal Nord Europa. Il villaggio era in contatto con le comunità etrusche e greche stabilitesi nella pianura campana e intratteneva relazioni di scambio anche con regioni più lontane, come l’Italia del sud e la costa adriatica. Vi si praticavano riti religiosi in ambito domestico, come attestano i numerosi vasi in miniatura e le figurine in terracotta e bronzo. Intorno al 900 a.C., i primi etruschi si stabilirono nella pianura campana e nella piana del Sele mentre altri gruppi villanoviani fondavano Felsina (Bologna). In entrambi i casi si può senz’altro parlare di una vera e propria colonizzazione per appropriazione delle terre in aree particolarmente fertili. Le prime urne cinerarie villanoviane rappresentano infatti i defunti come guerrieri muniti di elmo e armati.

Bruciaprofumi in bronzo dalla tomba 74 di Montevetrano di Pontecagnano (foto Graziano Tavan)

La Campania si apre sul Mediterraneo: c. 750 – c. 700 a.C. (Sala 2) Nella seconda metà dell’VIII secolo la Campania si aprì verso il Mediterraneo. Le sepolture più importanti riunivano oggetti italici, etruschi e greci, ma anche altri realizzati a nord delle Alpi, sardi, indigeni dell’Italia del sud, fenici e provenienti dal Vicino Oriente. Il numero maggiore di manufatti importati si concentrava nelle preziose parure e nel servizio da banchetto. Come in Etruria, le donne aristocratiche svolgevano un ruolo importante nella gestione delle risorse economiche della casa, nella produzione tessile e nell’adozione di modelli ideologici stranieri. La tomba 74 di Montevetrano, vicino a Pontecagnano, è una delle migliori rappresentazioni delle diverse trasformazioni storiche in atto.

Calderone in bronzo dalla tomba Artiaco 104 di Cuma (foto Graziano Tavan)

Il tempo dei principi tirrenici cosmopoliti: c. 700 – c. 630 a.C. (Sala 3) Intorno al 700 a.C., all’inizio dell’epoca detta “orientalizzante”, i principali centri della costa tirrenica erano controllati da grandi famiglie aristocratiche i cui membri più importanti venivano sepolti in sfarzose tombe principesche, secondo una moda che si era affermata tanto in Etruria (da Vetulonia a Nord, fino a Cerveteri a Sud) quanto in Lazio (a Praeneste) e in Campania (dall’insediamento greco di Cuma alla città etrusca di Pontecagnano). In questo contesto principesco tirrenico orientalizzante, il defunto della tomba Artiaco 104 di Cuma occupa un posto a parte. I suoi resti incinerati sono stati deposti in un calderone in argento, come quelli degli eroi dell’Iliade di Omero: mangiava e beveva come un greco, ma portava abiti e armi etruschi e si comportava come un re orientale.

Brocca greca di produzione cumana con raffigurazioni di pesci dalla tomba 592 di San Valentino Torio a Sarno (foto Graziano Tavan)

La Campania, una tappa sulle rotte del commercio arcaico: VII-VI secolo a.C. (Sala 4) Nel VII secolo a.C. la domanda crescente di vino, olio e prodotti di lusso da parte delle élite occidentali provocò uno sviluppo del commercio marittimo che perciò si estese a tutto il Mediterraneo. Si moltiplicarono anche i relitti, come quello dell’imbarcazione commerciale dell’Isola del Giglio al largo della Toscana che, provenendo forse dalla costa occidentale dell’Asia Minore, aveva lambito la Campania e da lì avrebbe dovuto raggiungere Massalia (Marsiglia) se non fosse colata a picco prima di lasciare le coste dell’Etruria. In quell’epoca la costa campana si riempì di insediamenti che si trovavano lungo i nuovi itinerari marittimi e prendevano parte al commercio del vino. Sull’isola di Ischia, nel villaggio di Punta Chiarito, si coltivava la vite. Qui arrivavano i prodotti provenienti dalla Grecia, dalla Campania e dall’Etruria in senso stretto.

Olla con protomi di ariete dalla tomba 312 delle necropoli Formaci a Capua (foto Graziano Tavan)

Dalle vecchie famiglie principesche alle nove élite urbane e rurali: c. 630 – c. 550 a.C. (Sala 5) Verso la fine del VII secolo a.C., le poche grandi famiglie aristocratiche continuavano a farsi seppellire secondo i rituali eroici greci e principeschi etruschi. Ma quest’epoca vide prosperare soprattutto un’élite media, che si sviluppò tanto nei grandi centri urbani etruschi come Capua e Pontecagnano quanto nei centri secondari etruschi e italici, come Cales nel nord della Campania o Stabia nella valle del Sarno. La trasformazione sociale e politica favorì lo sviluppo di botteghe che realizzavano in serie ceramiche di qualità ordinaria: il bucchero nero etrusco e la ceramica etrusco-corinzia, imitata a partire dalle produzioni greche da artigiani etruschi di Vulci e Cerveteri stabilitisi nelle città della Campania. Anche i vasi in metallo del banchetto erano produzioni di serie importate da Orvieto, nell’Etruria interna.

Il 2019 è l’anno del nuovo museo Archeologico nazionale di Napoli con grandi mostre in programma: Canova e l’antico, Pompei e gli Etruschi, Gli Assiri all’ombra del Vesuvio, e infine Thalassa. Il mare, il mito, la storia, l’archeologia

Il museo Archeologico nazionale di Napoli prepara un grande 2019

“Il 2019 è l’anno del nuovo Mann”, si è detto alla presentazione dell’ambizioso programma 2019-2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/01/21/mann-at-work-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-forte-dei-risultati-del-2018-presenta-la-programmazione-2019-2020-grandi-mostre-il-restyling-delle-collezioni-e-degli-spaz/). E allora vediamo più nel dettaglio le grandi mostre a partire da Canova fino a Thalassa.

“Atto sesto: gigli rossi”, un’opera di Cai Guo Qiang (foto di Tatsumi Masatoshi)

Dal 22 febbraio 2019, “Nel vulcano”. Cai Guo-Qiang a Napoli e Pompei. Dopo il successo dell’esposizione “Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina (in programma al Mann sino all’11 marzo 2019), il museo Archeologico nazionale di Napoli continua il proprio percorso di indagine sulla cultura orientale, affidandosi, stavolta, alle suggestioni delle opere di Cai Guo Qiang, uno degli artisti cinesi contemporanei più noti nell’entourage internazionale, insignito del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999: sky ladder conosciuto per le sue emozionanti performance con il fuoco, Guo Qiang esporrà al Museo una selezione di lavori frutto della sua “officina dell’esplosione”. Le opere, create dopo un evento con fuochi d’artificio, immaginato per l’Anfiteatro di Pompei, saranno in mostra al Mann ed entreranno in dialogo con le collezioni permanenti del museo: Cai Guo Qiang stabilirà, infatti, un gioco di assonanze e dissonanze tematiche con sculture, mosaici ed affreschi antichi, coinvolgendo il visitatore in un affascinante e labirintico viaggio di scoperta tra passato e presente.

“Le Tre Grazie”, il famosissimo gruppo scultoreo di Antonio Canova esposto all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

Canova e l’antico (dal 28 marzo 2019). Tra le collaborazioni avviate nel 2017 con il museo statale Ermitage, vi è anche la realizzazione di una mostra inedita dedicata a Canova, con prestiti eccezionali dal museo di San Pietroburgo, che conserva il maggior numero dei capolavori in marmo del Maestro. Un evento di caratura internazionale, che metterà in relazione, per la prima volta, l’arte sublime di Antonio Canova con l’arte antica e con i modelli che lo seppero ispirare, nelle loro massime espressioni: una novità scientifica, occasione per fare ricerca, collaborando, allo stesso tempo, con importanti musei prestatori; un’opportunità unica per ammirare insieme capolavori dell’arte plastica di tutti i tempi. Il percorso espositivo – curato da uno dei maggiori esperti in materia, Giuseppe Pavanello, affiancato da autorevoli studiosi e dalla direzione dei due musei promotori – prevedrà la presentazione di marmi e gessi di Canova, di nuclei importanti di bozzetti, disegni, monocromi e tempere del grande Artista, provenienti da musei internazionali, posti accanto a capolavori delle raccolte del Mann. Nell’ambito della sinergia con l’Ermitage, dal 5 aprile 2019, sarà realizzata a San Pietroburgo l’esposizione “Pompei. Uomini, dei ed eroi”, in cui saranno presentati importanti reperti provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal Parco Archeologico di Pompei.

Nella Palestra Grande degli scavi di Pompei la mostra “Pompei e gli Etruschi” (foto Graziano Tavan)

Pompei e gli Etruschi (dal 30 maggio 2019). Il progetto, nato dalla collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli e il parco archeologico di Pompei, prevede la realizzazioni di due grandi momenti espositivi, nella Palestra Grande dell’antica città vesuviana distrutta nel 79 d.C. e al Mann. Seguendo le tappe dedicate a “Pompei e l’Europa”, “Pompei e gli Egizi” e “Pompei e i Greci”, il suggestivo passaggio dedicato all’Etruria campana riscoprirà non soltanto le opere possedute dai musei a Napoli, Pontecagnano, Salerno e Santa Maria Capua Vetere, ma anche i reperti che oggi sono al British Museum, al Petit Palais, a Berlino ed a Monaco. Frutto di un’intensa attività di ricerca, la mostra ricostruirà contesti che contribuiscono a definire la presenza etrusca in Campania tra l’VIII ed il V secolo a.C., individuando le diverse acquisizioni che hanno introdotto nelle collezioni del Museo materiali chiaramente afferenti al mondo Etrusco (tra questi, bronzi, terrecotte architettoniche, epigrafi, ceramica, armi, oggetti d’uso e d’ornamento).

Uno dei famosi rilievi assiri conservati al British Museum di Londra (foto Graziano Tavan)

Gli Assiri all’ombra del Vesuvio (dal 6 giugno 2019). Nel patrimonio del museo, sono presenti tredici calchi in gesso di rilievi neoassiri da Ninive e Nimrud, i cui originali appartengono alle collezioni del British Museum di Londra e sono esposti nel cosiddetto Assyrian Basement. La mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” avrà non soltanto la finalità di raccontare le caratteristiche di una grande civiltà del passato, creando un percorso divulgativo accessibile anche grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, ma anche di porre in evidenza la straordinaria dimensione del laboratorio culturale partenopeo a fine Ottocento. I calchi del Mann, infatti, sono giunti a Napoli, tra l’altro, grazie anche ai rapporti intensi fra Giuseppe Fiorelli (1823-1896) e Henry Austin Layard (1817-1894), che volle omaggiare l’archeologo napoletano con un frammento di rilievo assiro proveniente dalla sua collezione privata. Eccezionale la presenza, nel percorso espositivo, di ventotto reperti provenienti dal British Museum di Londra e di undici pezzi dell’Ashmolean Museum.

Una sala espositiva del museo di Archeologia subacquea di Bodrum (Turchia)

Thalassa. Il mare, il mito, la storia, l’archeologia (dal 25 settembre 2019). Il mare nostrum in esposizione, tramite reperti di archeologia subacquea, provenienti da importanti istituzioni museali internazionali (Londra, Boston, Parigi, San Pietroburgo, Atene, Bodrum): grazie alla mostra “Thalassa”, il Mann si configurerà, sempre più, come centro di cultura euromediterranea, capace di tracciare, in un iter dotto e divulgativo al tempo stesso, i percorsi che hanno fatto grande la nostra storia. Tra Vecchio Continente e nuovi mondi, il mare dell’antichità sarà presentato come luogo reale di integrazione, in cui il melting-pot culturale ha garantito la dimensione sempreverde di un patrimonio da valorizzare: diverse le sezioni in cui sarà articolata la mostra, per collegare il mare al mito ed al sacro, all’esplorazione ed alla navigazione, al commercio, alla guerra, all’otium, alle risorse marine ed alla vita di bordo. Il percorso espositivo nasce dalla collaborazione scientifica con l’assessorato alla Cultura e all’Identità Siciliana della Regione Sicilia e con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

“Pompei e gli Etruschi”: dopo l’Egitto e i Greci, nuova mostra nella Palestra Grande degli scavi di Pompei con 800 reperti per affrontare la controversa e complessa questione dell’Etruria campana e dei rapporti e contaminazioni tra le élite campane etrusche, greche e indigene

Nella Palestra Grande degli scavi di Pompei la mostra “Pompei e gli Etruschi” (foto Graziano Tavan)

Da sinistra, Paolo Giulierini, direttore del Mann; Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei; e Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi (foto Graziano Tavan)

Il logo della mostra “Pompei e gli Etruschi”

Pompei fu etrusca, prima ancora che romana. Già l’anno scorso nella mostra “Pompei e i Greci” la presenza etrusca in Campania era emersa significativamente. La conferma arriva ora, sempre nella Palestra Grande degli scavi di Pompei, dove fino al 2 maggio 2019 è aperta la mostra “Pompei e gli Etruschi”, a cura del direttore generale Massimo Osanna e di Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi, e promossa dal Parco Archeologico di Pompei, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Polo Museale della Campania e l’organizzazione di Electa. Dopo l’Egitto nel 2016 e la Grecia nel 2017, la mostra “Pompei e gli Etruschi” affronta la controversa e complessa questione dell’Etruria campana e dei rapporti e contaminazioni tra le élite campane etrusche, greche e indigene, al cui centro vi è Pompei. “Al centro della nuova esposizione”, spiega il direttore Osanna, “è il contatto di Pompei con gli Etruschi, occasione per riprendere risultati di studi di una antica tradizione. Fin dalla fine dell’Ottocento, alla scienza storica e antiquaria la Campania appariva un crogiolo di presenze: all’archeologia fu affidato il compito, arduo, di dipanare la matassa delle sovrapposizioni di gruppi ed ethne, di chiarificare produzioni artigianali ed artistiche, di città ed insediamenti, nello sforzo di classificare e dare un nome alle diverse tradizioni e presenze”. E continua: “Così mentre Cuma greca, per l’archeologo Ettore Gabrici, si perdeva nelle identità del commercio etrusco, si cercavano i popoli italici e le identità di Capua nella pianura campana, a Pompei si discorreva accesamente delle origini della città divisi nei due partiti dei grecofili e degli etruschisti, con posizioni accese o moderate. A dare il via alle discussioni furono le poche citazioni delle fonti storiche e letterarie e il ricordo registrato nei testi di una celebre battaglia, la cui data costituiva un riferimento per ricostruire l’impalcatura della storia della regione, lo scontro navale combattuto nelle acque prospicienti Cuma concluso, come noto, con la sconfitta degli etruschi del mare e la ‘ricreazione’ di un golfo che da allora in avanti sarà di Neapolis”.

Vasi, ceramiche e armi: offerte nel santuario extra-urbano di Fondo Iozzino a Pompei del VI sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

Circa 800 reperti provenienti da musei italiani e europei, esposti in 13 sale allestite nel portico nord della Palestra grande, consentono un excursus dalle prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei, alla Pompei – città nuova etrusca in una Campania multietnica, fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche che si conservarono ancora per qualche tempo. Materiali in bronzo, argento, terrecotte, ceramiche, da tombe, santuari e da abitati, consentono di analizzare e mettere a confronto più elementi per affrontare le controverse dinamiche della presenza etrusca in Campania. Fulcro della mostra sono i ritrovamenti venuti alla luce dai recenti scavi nel santuario extraurbano del Fondo Iozzino – tra i principali santuari (oltre a quello di Apollo e di Atena) fondati a Pompei alla fine del VII sec a.C. – che hanno restituito una grande quantità di materiale di epoca arcaica, quali armi e servizi per le libagioni rituali con iscrizioni in lingua etrusca.

Vaso biconico villanoviano dalla Tomba 74 a Montevetrano, vicino a Pontecagnano, appartenuta a una principessa

Questi materiali si affiancano, in mostra, a quelli provenienti dalle altre città etrusche della Campania – Pontecagnano in primis e Capua – dove sono noti luoghi di culto importanti, con caratteristiche simili a quello del Fondo Iozzino. Testimonianze di sfarzose tombe principesche in cui venivano sepolti i membri più importanti di grandi famiglie aristocratiche sono, invece, i corredi funerari dalla tomba Artiaco 104 di Cuma di un principe cosmopolita (i resti del defunto incinerati vennero deposti in un calderone in argento, alla maniera degli eroi descritti nell’Iliade di Omero: “mangiava e beveva come un greco, ma portava abiti e armi etruschi e si comportava come un re orientale”); quello di una principessa di Montevetrano (tomba 74), vicino a Pontecagnano; e quello della lussuosa tomba di un principe orientalizzante dal Lazio (la tomba Barberini di Palestrina).

Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei (foto Graziano Tavan)

“Pompei – riprende Osanna – è ormai diventata un paradigma per indagare la forma delle città arcaiche della Campania, un centro che indubbiamente nei primi secoli della sua vita fu uno dei poli strutturanti della regione. Dai santuari, al reticolo delle strade e delle case, alle mura si lascia ricomporre, con lacune ma con tutta la complessità della storia, una città che scelse la sua veste culturale, i suoi artigiani, seguendo una strada del tutto originale nello scacchiere etrusco dell’Italia antica. Il percorso della mostra inserisce questi nuovi risultati in un contesto più ampio per tracciare possibili quadri o ridefinire contatti e corrispondenze. La presenza degli Etruschi è ricercata nel distretto più ampio dell’Italia meridionale e in maniera più approfondita in quello campano, richiamando i modelli dell’Etruria propria, in un arco cronologico che abbraccia i secoli che anticipano la fondazione di Pompei, ne rappresentano la vita iniziale e ne testimoniano il lento trapasso a forme diverse di popolamento”.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli

“L’esposizione pompeiana – conclude – si integra con le manifestazioni promosse dal museo Archeologico nazionale di Napoli, più ampiamente dedicate alla riscoperta degli Etruschi e della loro civiltà, in programma dal 31 maggio 2019. In questa sinergia, le raccolte archeologiche storiche, i frammenti da scavo, il segno delle strade tracciate nel momento lontano di una antica fondazione diventano materia da ricomporre e sistematizzare in conoscenza e racconto per poter riscoprire e comunicare un patrimonio sommerso, nascosto o vissuto nella continuità inconsapevole del presente”.