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Torino. Al via le conferenze egittologiche del museo Egizio: apre Paolo Del Vesco con i risultati della missione congiunta italo-olandese a Saqqara. Diretta streaming

La locandina della conferenza di Paolo Del Vesco su “Saqqara. Gli scavi della missione congiunta del museo Egizio e del museo nazionale di Antichità di Leiden”

Primo appuntamento della stagione 2020-21 di conferenze egittologiche promosse dal museo Egizio di Torino: giovedì 12 novembre 2020, alle 18, il direttore del museo Christian Greco introduce la conferenza “Saqqara. Gli scavi della missione congiunta del museo Egizio e del museo nazionale di Antichità di Leiden”, tenuta Paolo Del Vesco, curatore del museo. La conferenza sarà in lingua italiana e verrà trasmessa in streaming sul profilo YouTube e sulla pagina Facebook del museo Egizio.

La necropoli di Saqqara dominata dalla piramide di Djoser (foto museo Egizio)

Dal 2015 il museo Egizio collabora con il museo nazionale di Antichità di Leiden (Olanda) all’esplorazione archeologica di un settore della vasta area cimiteriale di Saqqara, che fu per millenni la necropoli principale dell’antica capitale Menfi. La missione congiunta italo-olandese opera in particolare nell’area desertica situata a Sud della via processionale della piramide di Unas, nota soprattutto per la presenza di numerose strutture funerarie monumentali appartenute a personaggi di alto rango della XVIII e XIX dinastia, fra cui quelle del tesoriere e sopraintendente ai lavori di Tutankhamon, Maya, del generale, e poi faraone, Horemheb e del tesoriere di Ramesse II, Tia. Dal 2017 la missione italo-olandese ha concentrato le proprie indagini in un’area della concessione non precedentemente scavata, posta immediatamente a Nord della tomba di Maya, nella quale è stato possibile portare alla luce una sequenza stratificata di tracce archeologiche che permettono di ricostruire la “vita” di questo settore della necropoli lungo un arco di tempo di circa tremila anni. In questa conferenza saranno presentati i principali risultati delle ultime campagne di scavo, fra i quali spicca sicuramente la scoperta nel 2018 di una nuova tomba a corte porticata la cui esplorazione deve ancora essere completata.

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L’archeologo Paolo Del Vesco, curatore al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Dal 2014 Paolo Del Vesco è curatore e archeologo al museo Egizio di Torino, dove si è occupato dell’allestimento permanente delle sezioni dell’Antico e del Medio Regno e ha co-curato le mostre temporanee “Missione Egitto 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata” (2017/2018) e “Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo” (2018). Ha conseguito il dottorato di ricerca in Orientalistica: Egitto, Vicino e Medio Oriente all’università di Pisa nel 2008 e dal 1995 ha preso parte a numerosi scavi archeologici in Italia, Siria, Arabia Saudita, Egitto e Sudan. È vice-direttore della missione italo-olandese nella necropoli del Nuovo Regno a Saqqara.

Torino. Il museo Egizio online non si ferma, mette al centro la ricerca, e raddoppia le conferenze con due calendari 2020-’21, entrambi al via da novembre: il primo con studiosi dall’Italia e dall’estero, su risultati e passi avanti delle ricerche in corso; il secondo con protagonisti i progetti di ricerca curati dal Dipartimento Collezione e Ricerca del museo Egizio

torino_egizio_non-perdiamoci-di-vista_logoLa cura e la cultura: per la stagione 2020/21 il museo Egizio di Torino “raddoppia” con due calendari di conferenze egittologiche, tutte online. A novembre il museo Egizio dà il via al proprio programma di conferenze scientifiche, che per la stagione 2020/2021 si presenta con un doppio calendario di incontri interamente online, incentrati sui temi di ricerca e di indagine egittologica, museale e archivistica, che vedrà alternarsi ricercatori internazionali e curatori del museo. L’istituzione, in linea con i propri principi e le proprie finalità, si propone quindi di diventare un palcoscenico dove egittologi e la comunità scientifica tutta raccontino le ricerche e gli studi condotti rendendoli accessibili a un pubblico ampio, che riunisce addetti ai lavori, appassionati e curiosi. Tutti gli appuntamenti verranno trasmessi in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio. “Uno dei compiti propri di un museo è quello di rendere visibile la ricerca che compie diffondendo i risultati degli studi compiuti e mettendoli a disposizione della comunità scientifica e del pubblico”, dichiara Christian Greco, direttore del museo Egizio. “Un’ambizione che in questo periodo assume una centralità ancora più forte perché ci permette di coltivare e mantenere vivo il fondamentale legame tra il museo e il suo pubblico, oltre che con la comunità scientifica nazionale e internazionale. Questo è possibile grazie a tutti coloro che seguono il museo Egizio e che possono esserne parte attiva non solo visitandolo, ma anche supportandone le attività di ricerca”.

Il primo ciclo di conferenze, realizzato in collaborazione con Acme (Associazione Amici e Collaboratori del Museo Egizio), si concentrerà sulla partecipazione di studiosi provenienti dall’Italia e dall’estero, i quali renderanno noti risultati e passi avanti delle varie ricerche in corso. Tra questi Vincent Rondot, direttore del Dipartimento di antichità egizie del Louvre (25 maggio 2021); Rita Lucarelli, che all’università di Berkeley sta conducendo degli studi sull’arte funeraria egizia utilizzando tecnologie 3D e di realtà aumentata (8 giugno 2021); Ramadan Badri Hussein, che terrà una lezione su alcune recenti scoperte legate agli scavi di Saqqara in Egitto (26 gennaio 2021); e Luigi Prada, membro del Dipartimento di Egittologia dell’università di Oxford e presidente ACME (29 giungi 2021). La prima Conferenza è in programma martedì 24 novembre 2020, a cura di Stefano De Martino dell’università di Torino e del direttore Christian Greco su “Cause, conseguenze e memoria della pandemia che colpì l’Egitto e il Regno Ittita nel XIV secolo a.C.”.

La novità di quest’anno è invece rappresentata dal ciclo di conferenze “Museo e Ricerca. Scavi, Archivi e Reperti”, che vedrà come protagonisti i progetti di ricerca curati dal Dipartimento Collezione e Ricerca del museo Egizio. Un modo per dare evidenza e centralità agli studi in corso sulla collezione, che comprendono sia approfondimenti specifici su singoli reperti o contesti archeologici, sia progetti di più ampio respiro e di interesse generale, sempre connessi alla cultura materiale custodita in museo. Sarà proprio con un incontro tenuto da uno dei curatori del Museo che inizierà la programmazione, che proseguirà fino al mese di giugno 2021: giovedì 12 novembre 2020 alle 18, infatti, sarà una conferenza a cura di Paolo del Vesco sugli scavi della missione congiunta del museo Egizio e del museo Nazionale di Antichità di Leiden a Saqqara a inaugurare la nuova stagione di conferenze egittologiche dell’istituzione. 

“Le Passeggiate del Direttore” sono al finale di stagione: col 28.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci parla delle statue della dea Sekhmet e quella di Horemheb nella famosa Galleria dei Re. E poi invita tutti al museo Egizio di Torino dal vivo

Siamo al finale di stagione. Come tutte le serie Tv, anche le “Passeggiate del direttore” con il 28.mo appuntamento, dedicato alla dea Sekhmet e a Horemheb, sono arrivate all’ultimo episodio. “Insieme abbiamo viaggiato attraverso millenni di storia”, ricorda il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, “conosciuto più da vicino gli oggetti della collezione e la cultura degli antichi Egizi. Ora tocca a voi passeggiare nelle sale… dal vivo! Vi ringraziamo per averci seguito e sostenuto in questi mesi. Continuate a seguirci perché abbiamo in serbo altre sorprese”.

La sala del museo Egizio di Torino con la teoria di statue delal dea Sekhmet, stanti e sedute (foto Graziano Tavan)

Nella sala della Galleria dei Re in cui è conservato Thutmosi III c’è una serie di Sekhmet. Chi è la dea Sekhmet? Sekhmet significa “la potente”. Sekhmet è legata a uno dei miti cosmogonici dell’inizio dell’Egitto quando il dio sole Ra, adirato con il genere umano perché non lo rispetta, manda il suo occhio che prende la forma della potente leonessa per punire gli uomini stessi. E la leonessa prende sul serio l’incarico che le viene dato e anzi diventa molto avida di sangue e quindi uccide gli uomini per berne il sangue. Il dio Ra si rende conto che se la lasciasse andare il genere umano verrebbe a finire. Ed ecco quindi che le fa bere con l’inganno della birra colorata di rosso. Alcune fonti dicono del vino. Così lei si addormenta e si ammansisce. Quindi il genere umano è salvo. Da dove provengono così tante Sekhmet? “Provengono dal tempio di Kom el-Hettan, il tempio di milioni di anni, fatto costruire da Amenofi III”, spiega Greco. “Abbiamo visto come nel Nuovo Regno vi siano dei templi che vengono costruiti dai sovrani perché il loro culto possa essere portato avanti, che vengono appunto definiti templi di milioni di anni. Il culto quindi viene trasferito dalla tomba a un tempio che si trova a valle. Perché? Perché la modalità di sepoltura si è diversificata, i sovrani non vengono più sepolti in una piramide. Abbiamo visto come la piramide fosse un complesso in cui c’è il tempio della valle, cioè la via processionale, c’è il tempio mortuario e quindi vi sono tutti i luoghi in cui il culto del sovrano può essere portato avanti. Adesso il tempio staccato è dedicato alla prosecuzione del culto”. Il tempio di Amenofi III di milioni di anni si trova a Tebe: è il tempio dei colossi di Memnone. All’interno di quel tempio vengono fatte una serie di corti e in queste corti vengono poste su tutti i lati le statue della dea Sekhmet, come si vede al museo Egizio nella bella riproduzione fatta dall’egittologo Simon Connor. “E perché tutto ciò? Miguel John Versluys dell’università di Leiden l’ha definita una splendida litania di pietra. Di fronte a ogni Sekhmet deve essere fatto un rituale, si portano delle offerte, si dice una preghiera in modo che la Sekhmet possa essere mansueta e possa rimanere docile e spargere concordia e amore nell’Egitto e non più guerra e pestilenza”. Nella Galleria dei Re le Sekhmet accompagnano la sala e sembrano quasi riprodurre nella loro cadenza, nell’alternanza tra Sekhmet stanti e Sekhmet sedute, quello che appunto si vedeva all’interno del tempio di Kom el-Hettan. “Sappiamo poi che in età ramesside il tempio stesso venne usato come una cava di pietra”.

Il grupo scultoreo con il faraone Horemheb e il dio Amon al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Le “Passeggiate del Direttore” si chiudono con un gruppo scultoreo molto importante che al contempo parla dell’attività di ricerca che il museo Egizio di Torino sta facendo in questo momento. “È una diade, quindi un gruppo composto da due elementi. La statua stante rappresenta un faraone, Horemheb: indossa il cosiddetto gonnellino shendit, il busto è nudo. E mostra una leggera pancetta. Nella letteratura specialistica è definita beer belly, pancetta dovuta alla birra bevuta. Se lo confrontiamo con Thutmosi III, visto precedentemente, vediamo infatti che la resa del corpo non è così idealizzato, non è così snello come il sovrano precedente. Ma questo è un tipico elemento dell’epoca di transizione post-amarniana, di quella parte artistica che va da Tutankhamon fino al regno di Horemheb e che ci fa vedere come da quelle forme esagerate tipiche di Akhenaten si ritorni via via alle forme snelle idealizzate con cui vengono presentati i sovrani. Questo sovrano abbraccia un dio, e il dio è il dio Amon. Il volto del dio ha dei tratti assolutamente fanciulleschi. I geroglifici ci dicono: figlio del dio sole, signore delle apparizioni, Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Dall’altra parte, in modo assolutamente speculare, leggiamo buon dio, signore delle due terre, Djeserkheperure Setepenre, ovvero il nome di Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Ai lati del trono c’è il simbolo usuale che abbiamo imparato a conoscere, il sema tawi, l’unione dell’alto e del basso Egitto. Anche qui, come nella statua di Thutmosi III, vi è l’epigrafe che ci ricorda che la statua è stata scoperta nel 1818 da Rifaud a Tebe, e che Rifaud era al servizio del signor Bernardino Drovetti. Ci sono altri elementi che abbiamo imparato a conoscere nelle altre statue, come ad esempio la coda che vediamo qui tra le gambe del sovrano Amon. La coda legata all’epiteto ka nekhet, ovvero toro potente”.

L’inizio della campagna di scavo congiunta museo Egizio di Torino – museo delle Antichità di Leiden a Saqqara (foto museo Egizio)

Perché questa statua di Horemheb è particolarmente importante per il museo Egizio di Torino? “Il museo Egizio a partire dal primo maggio 2015 ha cominciato la sua attività sul campo a Saqqara”, racconta Greco. “Lavoriamo circa 200 metri a Sud della piramide a gradoni di Djoser e lavoriamo nella necropoli dove i grandi funzionari della diciottesima dinastia si fecero seppellire. Tra loro, Horemheb. Pensate che lo scavo è iniziato 44 anni or sono, perché il museo nazionale delle Antichità di Leiden aveva una serie di rilievi che provenivano dalla tomba di Horemheb, e aveva tre statue, una diade e due statue singole che provengono dalla tomba di Maya. Maya era il responsabile del tesoro del faraone. Ebbene nel 1975 il museo di Leiden insieme all’Egypt Exploration Society decide di andare in Egitto per ritrovare i monumenti da cui provenivano le statue e i rilievi che avevano in museo. E l’idea era di riuscire a trovare la tomba di Maya perché su una carta redatta da Karl Richard Lepsius, uno dei pionieri della nostra disciplina, era indicato dove era la tomba di Maya. All’epoca, negli anni Quaranta dell’Ottocento, era ancora visibile, ma negli anni Settanta del secolo scorso non più. E allora la spedizione dell’Epypt Exploration Society e di Leiden, diretta da Geoffrey Martin, parte per l’Egitto alla ricerca della tomba di Maya, che non troveranno nel 1975 ma ben undici anni dopo, nel 1986. Perché nel 1975 si trovano a scavare leggermente più a Sud della tomba di Maya e scoprono la tomba di Horemheb. Colui che era stato il generale di dell’esercito egizio, e che poi diventerà faraone dopo il breve regno di Ay. Ebbene dopo quella tomba furono trovate un’altra serie di tombe, quella di Maya nell’86, la tomba di Tya e Tya, nel 2001 fu trovata la tomba di Meryneith (o Meryre), intendente del tempio dell’Aton ad Akhetaten (Amarna) e a Men Nefer (Menfi). E da allora in poi quindi più di 15 tombe sono venute alla luce. Nel 2015 il museo Egizio di Torino si è unito al museo nazionale delle Antichità di Leiden e assieme ogni anno torniamo in Egitto per imparare a comprendere e a capire questa necropoli, dove gli altissimi funzionari si sono fatti seppellire e dove poi in epoca Tarda c’è stato un riuso della necropoli per arrivare fino agli anacoreti del deserto, quando l’Egitto si converte alla cristianità e questi monaci trovano rifugio lontano dalla vita comunitaria nel deserto, per pregare, per conoscere dio”. “L’importanza per noi di essere tornati sul campo”, conclude Greco, “è quella di riuscire a dare un contesto ai monumenti. Molti mi chiedono se adesso quando andiamo in Egitto riportiamo i monumenti in Italia, se riportiamo oggetti. Assolutamente no. L’Egitto, come l’Italia del resto, ha sottoscritto la convenzione Unesco nel 1970, quindi tutti gli oggetti che vengono ritrovati rimangono in Egitto, come è giusto che sia. Ma andare a scavare ci permette di avere nuove informazioni e di ricostruire la storia di oggetti importanti come questa statua che è di provenienza tebana ma che ci parla di un personaggio, Horemheb, che ha avuto un cursus honorum molto importante, e che prima di diventare sovrano si era fatto costruire per lui e per la moglie Mutnedjemet una tomba monumentale, cosiddetta tomba a tempio, con una serie di porte monumentali che davano accesso a delle corti proprio a Saqqara”.