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Ponte di Pasqua 2024: il Colosseo si conferma il monumento più visitato, seguito dal Foro romano, Pompei e il Pantheon. Sangiuliano: “Risultato che conferma la scelta di tenere aperti tutti i nostri musei e parchi archeologici”

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Pubblico in coda per entrare a Pasqua al Colosseo o al Foro romano (foto PArCo)

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Il ministro Gennaro Sangiuliano ringrazia un’addetta all’accoglienza al Colosseo in servizio nel giorno di Pasqua (foto PArCo)

Colosseo, Foro Romano-Palatino, Pompei, Pantheon rappresentano i primi quattro siti più visitati nel ponte di Pasqua 2024: ancora una volta premiate le eccellenze dei beni archeologici italiani. “Anche in queste festività di Pasqua e Pasquetta – commenta il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano – sono stati tantissimi gli italiani e i turisti provenienti da ogni parte del mondo che hanno visitato e ammirato la straordinaria bellezza del patrimonio culturale dell’Italia. Un risultato che conferma la scelta di tenere aperti tutti i nostri musei e parchi archeologici e rappresenta un’ulteriore spinta ad aumentare, sempre di più, la qualità della nostra offerta culturale. A tutte le lavoratrici e i lavoratori che hanno assicurato l’apertura e l’accoglienza dei visitatori nei siti culturali della Nazione va il mio profondo ringraziamento”.

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Pubblico in coda per entrare a Pasqua al Colosseo o al Foro romano (foto PArCo)

Ecco i dati di ingressi a Pasqua e Pasquetta 2024: Colosseo – Anfiteatro Flavio, 55.315; Foro Romano e Palatino, 34.654; Pompei, 28.995; Pantheon, 23.781; musei Reali di Torino 9.114; Paestum e Velia, 4.091; Villa Adriana, 4.039; Terme di Caracalla, 2.198; Grotte di Catullo, 2.023; museo Archeologico nazionale di Napoli, 1.943; museo Archeologico nazionale di Taranto, 1.046.

Firenze. Al museo Archeologico nazionale a conclusione del restauro dell’urna del Bottarone, straordinaria urna etrusca policroma, ultima visita guidata speciale a seguire l’intervento conservativo di Daniela Manna

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La restauratrice Daniela Manna segue l’intervento conservativo dell’urna del Bottarone al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto maf)

firenze_archeologico_restauro-urna-del-bottarone_ultima-visita-guidata_locandinaUna coppia di coniugi è adagiata sulla kline, il letto utilizzato durante i banchetti con l’uomo sdraiato e la donna seduta al suo fianco, quasi nel suo grembo. La loro stretta vicinanza e la loro intimità sono amplificate dai gesti, come un messaggio in un codice non verbale perché l’uomo protende il braccio per avvolgere dolcemente le spalle della donna, mentre nella mano sinistra tiene la patera, il vaso adatto alle libagioni. La donna si volge verso il compagno, scostando delicatamente con la mano destra il velo dal volto: è l’antichissimo e tuttora attuale gesto dell’anakalupsis, lo svelamento della sposa agli occhi dello sposo. La presenza di due cavità contigue visibili nella cassa e realizzate per accogliere le ceneri della coppia racconta della volontà dei coniugi di rimanere per sempre uniti. Stiamo parlando della famosa urna del Bottarone, straordinaria urna etrusca policroma che è parte delle collezioni del museo Archeologico nazionale di Firenze fiorentino dal 1887, dove si sta ultimando in questi giorni il restauro. L’intervento conservativo è stato affidato a Daniela Manna, restauratrice di materiali lapidei, con progetto scientifico di Barbara Arbeid e con la direzione tecnica di Giulia Basilissi, entrambe funzionarie della direzione regionale Musei della Toscana del ministero della Cultura. Il pubblico potrà ammirare l’opera alla fine del restauro durante l’ultima speciale visita guidata in programma giovedì 28 marzo 2024, alle 15.30 (compresa nel biglietto di ingresso al museo). Per la sua unicità e per il suo stato di conservazione il prezioso reperto è stato selezionato per il Bando aiuti finanziari per il restauro di beni culturali mobili – accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Consiglio Federale svizzero – risultando uno dei progetti vincitori per l’anno 2022.

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L’urna del Bottarone, scoperta nel 1864 a Città della Pieve, e conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto maf)

L’urna è stata scoperta nel 1864 nelle vicinanze di Città della Pieve, in una località denominata il “Butarone” o “Bottarone” e, dopo essere passata sul mercato antiquario, è stata acquistata nel 1887 dal museo Archeologico di Firenze, dove venne esposta, ornata da una collana d’oro con pendente a testa di ariete posta al collo della figura femminile, in una sala del museo Topografico allestito al pianterreno del palazzo della Crocetta. Il 4 novembre 1966, l’urna venne travolta dall’alluvione che devastò il centro di Firenze e venne completamente ricoperta di fango; fu quindi sottoposta a un delicato restauro terminato nel 1969, durante il quale, oltre alle operazioni di pulitura, furono svolte alcune indagini diagnostiche non invasive sulle ampie tracce di policromia. Negli ultimi anni, a causa del suo stato di conservazione, l’opera non è più stata esposta e proprio in vista di un suo futuro allestimento si è deciso di sottoporla ad un nuovo restauro supportato da una vasta campagna di indagini scientifiche.

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Dettaglio dell’urna del Bottarone, realizzata in alabastro bianco con venature grigie, conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto maf)

L’urna del Bottarone, realizzata in alabastro bianco con venature grigie, è un reperto di straordinaria importanza all’interno del panorama della scultura di area chiusina; è infatti l’unica rappresentazione certa di una coppia di coniugi, giacché tutte le altre a noi note raffigurano il defunto accompagnato da un demone femminile dell’aldilà. Inoltre si tratta di un monumento unico anche per un accento di tenera intimità che lo caratterizza: la coppia di sposi non solo è rappresentata insieme sul coperchio unita in un abbraccio, ma è anche sepolta in due cavità contigue scavate nella base dell’urna. Dallo studio stilistico dell’opera in generale e delle vesti in particolare, che traggono ispirazione da esperienze artistiche greche, è stata ipotizzata una datazione fra il 425 e il 380 a.C.

Pompei. Nell’insula 10 della Regio IX scoperto un cantiere, sorpreso dall’eruzione del 79 d. C. in piena attività, che svela molti segreti sull’edilizia romana, su quell’opus caementicium senza il quale non esisterebbero il Colosseo o le Terme di Caracalla. Collaborazione tra il parco archeologico di Pompei e il Massachusetts Institute of Technology: “Un’occasione straordinaria per una stretta collaborazione tra archeologi e scienziati dei materiali”

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File di tegole e cataste di blocchetti in tufo giallo dall’atrio del panificio nell’insula 10 della Regio IX di Pompei (foto parco archeologico pompei)

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Regio IX a Pompei: affresco con decorazioni a tappezzeria dal cubicolo del panificio (foto parco archeologico pompei)

Strumenti di lavoro, tegole e mattoni di tufo accatastati e cumuli di calce: è l’immagine di un cantiere in piena attività quella che è emersa a Pompei negli ambienti di antiche domus che lo scavo archeologico sta portando alla luce nella Regio IX, insula 10, a cura del parco archeologico di Pompei, fornendo nuovi dati sull’edilizia romana. Secondo gli studiosi il cantiere era attivo fino al giorno dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., che iniziò intorno all’ora di pranzo e durò fino alla mattina del giorno successivo. Lo scavo nell’area in questione, finalizzato alla regimentazione dell’assetto idrogeologico lungo il confine tra la parte scavata e quella non scavata della città romana, sta attestando la presenza di un cantiere antico che interessava tutto l’isolato. Particolarmente numerose sono le evidenze dei lavori in corso nella casa con il panificio di Rustio Vero, dove è stata già documentata negli scorsi mesi una natura morta con la raffigurazione di una focaccia e un calice di vino (vedi Pompei. Nella Regio IX scoperto un affresco con un vassoio di benvenuto, del tipo xenia (doni ospitali), tra cui una “pizza”, una focaccia lontano antenato del piatto napoletano per eccellenza. L’intervento del direttore Zuchtriegel | archeologiavocidalpassato).

“Pompei è uno scrigno di tesori e non tutto si è svelato nella sua piena bellezza. Tanto materiale deve ancora poter emergere. Nell’ultima Legge di Bilancio abbiamo finanziato nuovi scavi in tutta l’Italia e una parte importante di questo stanziamento è destinata proprio a Pompei”, dichiara il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. “Mi ha fatto molto piacere quando il direttore del parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel, ha ricordato che, mai come in questo momento, sono attivi così tanti scavi nel sito: possiamo dire che è un record degli ultimi decenni. Allo stesso tempo stiamo lavorando anche su altri fronti. Nei mesi scorsi il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha ceduto al ministero della Cultura l’ex Spolettificio di Torre Annunziata, dove nascerà un grande museo per raccogliere tutti questi reperti”.

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Larario nella Regio IX a Pompei: serpenti agatodemoni in stucco (foto parco archeologico pompei)

“Lo scavo nella Regio IX, insula 10, progettato negli anni del Grande Progetto Pompei sta dando, come era prevedibile, importanti risultati per la conoscenza della città antica”, afferma il direttore generale Musei, Massimo Osanna. “Un cantiere di ricerca interdisciplinare, nato come il precedente scavo della Regio V, dalla necessità di mettere in sicurezza i fronti di scavo, ossia le pareti di materiale eruttivo lasciate dagli scavi del XIX e XX secolo che incombono pericolosamente sulle aree scavate. Pompei continua a essere un cantiere permanente dove ricerca, messa in sicurezza, manutenzione e fruizione sono attività connesse e prassi quotidiana”.

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Regio IX di Pompei: materiale edilizio e ceramiche accumulato per i lavori in corso nel 79 d.C. sorpresi dall’eruzione del Vesuvio (foto parco archeologico pompei)

“È un ulteriore esempio di come la piccola città di Pompei ci fa capire tante cose del grande Impero romano, non ultimo l’uso dell’opera cementizia”, sottolinea il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel. “Senza il cementizio non avremmo né il Colosseo, né il Pantheon, né le Terme di Caracalla. Gli scavi in corso a Pompei offrono la possibilità di osservare quasi in diretta come funzionava un cantiere antico. I dati che emergono sembrano puntare sull’utilizzo della calce viva nella fase di costruzione dei muri, una prassi già ipotizzata in passato e atta ad accelerare notevolmente i tempi di una nuova costruzione, ma anche di una ristrutturazione di edifici danneggiati, per esempio da un terremoto. Questa sembra essere stata una situazione molto diffusa a Pompei, dove erano in corso lavori un po’ ovunque, per cui è probabile che dopo il grande terremoto del 62 d.C., diciassette anni prima dell’eruzione, ci fossero state altre scosse sismiche che colpirono la città prima del cataclisma del 79 d.C. Ora facciamo rete tra enti di ricerca per studiare il saper fare costruttivo degli antichi romani: forse possiamo imparare da loro, pensiamo alla sostenibilità e al riuso dei materiali”.

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Regio IX a Pompei: numerali a carboncino sullo stipite del tablino per i conteggi del cantiere (foto parco archeologico pompei)

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Regio IX a Pompei: quadro mitologico con “Achille a Sciro”, decorato in IV stile pompeiano su un’anta del tablino (foto parco archeologico pompei)

L’atrio era parzialmente scoperto, a terra si trovavano accatastati materiali per la ristrutturazione e su un’anta del tablino (ambiente di ricevimento), decorato in IV stile pompeiano con un quadro mitologico con “Achille a Sciro”, si leggono ancora oggi quelli che probabilmente erano i conteggi del cantiere, ovvero numeri romani scritti a carboncino, facilmente cancellabili a differenza dei graffiti incisi nell’intonaco. Tracce delle attività in corso si trovano anche nell’ambiente che ospitava il larario, dove sono state trovate anfore riutilizzate per “spegnere” la calce impiegata nella stesura degli intonaci. In diversi ambienti della casa sono stati scoperti strumenti di cantiere, dal peso di piombo per tirare su un muro perfettamente verticale (“a piombo”) alle zappe di ferro usate per la preparazione della malta e per la lavorazione della calce. Anche nella casa vicina, raggiungibile da una porta interna, e in una grande dimora alle spalle delle due abitazioni, per ora solo parzialmente indagata, sono state riscontrate numerose testimonianze di un grande cantiere, attestato anche dagli enormi cumuli di pietre da impiegare nella ricostruzione dei muri e dalle anfore, ceramiche e tegole raccolte per essere trasformate in cocciopesto.

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Regio IX a Pompei: cataste di tegole e materiale demolito dall’oecus in secondo stile (foto parco archeologico pompei)

Si tratta di “un’occasione straordinaria per sperimentare le potenzialità di una stretta collaborazione tra archeologi e scienziati dei materiali”, scrivono gli autori di un articolo pubblicato sull’E-Journal degli Scavi di Pompei. Nell’analisi dei materiali e delle tecniche costruttive, il parco archeologico di Pompei si è avvalso del supporto di un gruppo di esperti del Massachusetts Institute of Technology, USA. “L’ipotesi portata avanti dal team è quella dello hot mixing, ovvero la miscelazione a temperature elevate, dove la calce viva (e non la calce spenta) è premiscelata con pozzolana a secco e successivamente idratata e applicata nella costruzione dell’opus caementicium”, si legge nel testo.

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Regio IX a Pompei: cumuli di materiale edilizio nel cortile sotto la scala cantiere (foto parco archeologico pompei)

Normalmente, la calce viva viene immersa nell’acqua, cioè “spenta”, molto tempo prima dell’uso in cantiere, formando il cosiddetto grassello di calce, un materiale di consistenza plastica. Lo “spegnimento”, ovvero la reazione tra calce viva e acqua, produce calore. Solo al momento della messa in opera, la calce viene poi mescolata con sabbia e inerti per produrre la malta o il cementizio. Nel caso del cantiere di Pompei, invece, risulta che la calce viva, ovvero non ancora portata a contatto con l’acqua, venisse in un primo momento mescolata solo con la sabbia pozzolanica. Mentre il contatto con l’acqua avveniva poco prima della posa in opera del muro. Ciò significa che, durante la costruzione della parete, la miscela di calce, sabbia pozzolanica e pietre era ancora calda per via della reazione termica in corso e di conseguenza si asciugava più rapidamente, abbreviando i tempi di realizzazione dell’intera costruzione. Diversamente quando si trattava di intonacare le pareti, sembra che la calce venisse prima spenta e successivamente mescolata con gli inerti per essere poi stesa, come si fa ancora oggi.

Napoli. Durante la ripulitura delle “Grotte a finte rovine” della Villa Floridiana scoperte due distinte fasi edilizie: pilastri del I sec. d.C. raddoppiati successivamente e rivestiti in pietra lavica e intonaco in finta opera reticolata. Sangiuliano: “Nuova luce sul Vomero in età romana”. Osanna: “Probabile presenza di una villa romana”

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Strutture di età romana nel giardino di Villa Floridiana al Vomero a Napoli (foto mic)

Durante i recenti lavori di ripulitura delle “Grotte a finte rovine” della Villa Floridiana nel quartiere Vomero, a Napoli, sono avvenute importanti scoperte archeologiche. Le grotte, risalenti al XIX secolo, sono state oggetto del progetto di ricerca NesIS (Neapolis Information System) che punta a realizzare la carta archeologica dei quartieri dell’area occidentale di Napoli e mirato a verificare la presenza di preesistenze di epoca romana nell’area, a cura dei professori Marco Giglio e Gianluca Soricelli, in collaborazione con la direzione regionale Musei della Campania e con la partecipazione di studenti dell’università di Napoli “L’Orientale”. Terminato l’intervento di messa in sicurezza, le attività di ricerca proseguiranno con realizzazione del rilievo tridimensionale, fotogrammetrico e di virtual tour del complesso a cura della professoressa Angela Bosco e del dottor Rosario Valentini de “L’Orientale”.

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Pilastri di età romana con pietra lavica a Villa Floridiana al Vomero a Napoli (foto mic)

I lavori di pulizia delle superfici murarie, finalizzati alla preparazione dell’area per il rilievo mediante laser scanner, hanno portato alla scoperta di due distinte fasi edilizie: la prima risalente al I secolo d.C., con il rinvenimento di una serie di pilastri in opera vittata con blocchetti tufacei. Alla base di uno di questi pilastri è stato rinvenuto un lacerto di rivestimento in cocciopesto. Alla fase successiva, quando le strutture più antiche sono integrate in una sorta di finto rudere, appartengono i raddoppi dei pilastri, realizzati con blocchetti di tufo, nonché il rivestimento in pietra lavica e intonaco in finta opera reticolata. Nella fase conclusiva dell’intervento, inoltre, sono state individuate porzioni del rivestimento ottocentesco in pietra lavica. Le attività di pulizia hanno anche restituito frammenti di materiale ceramico (cosiddetta sigillata africana, anfore ecc.).

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Pilastri di età romana con blocchetti di tufo e intonaco a Villa Floridiana al Vomero a Napoli (foto mic)

“Queste scoperte archeologiche arricchiscono la conoscenza del quartiere Vomero in Età romana”, ha affermato il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, “e offrono nuovi spunti di ricerca per ricostruire la storia della città e le forme di occupazione della fascia collinare occidentale di Napoli. In pochi mesi, con grande impegno, siamo riusciti a dare decoro alla Villa Floridiana. Mi sono recato personalmente più volte a verificare lo stato di avanzamento delle opere e altro faremo affinché questo luogo torni allo splendore che merita”. E il direttore generale Musei del MiC, Massimo Osanna: “L’intensa attività di lavori di messa in sicurezza, restauro e valorizzazione della Floridiana, iniziata lo scorso ottobre, è stata accompagnata sin da subito da un importante progetto di ricerca volto a conoscere la storia e la topografia del luogo in età antica. Grazie alla collaborazione con le università “Orientale” e del Molise, sono già emersi nuovi importanti dati che documentano la probabile presenza di una villa romana, i cui resti sono stati riutilizzati in parte per la realizzazione delle ‘Grotte a finte rovine’ del giardino ottocentesco (1817-1819) progettate dall’architetto Antonio Niccolini. Una nuova stagione per uno dei più bei giardini storici d’Italia, caratterizzata da un approccio che coniuga conoscenza, manutenzione, restauro e fruizione per rendere questo luogo sempre più aperto e accessibile alla comunità e al pubblico in aumento”.

Sibari (Cs). Week end speciale al parco archeologico: venerdì “Una notte in riserva”, con visita inedita ai depositi, e Community Card con gadget in omaggio; sabato seconda conferenza del ciclo #nonrompeteci e apertura mostra “Il flauto e il vaso”, nell’ambito di Fumetto Fest

sibari_archeologico_una-notte-in-riserva_22-marzo_locandinaLa primavera porta aria nuova al Parco archeologico di Sibari che ha organizzato ben tre importanti appuntamenti nelle giornate di venerdì e sabato, all’insegna della rinascita e dell’impegno culturale e sociale. Si parte venerdì 22 marzo 2024 con “Una notte in riserva”, iniziativa organizzata per condividere con visitatori e ricercatori il patrimonio nascosto e ben custodito delle stanze dei depositi del museo Archeologico nazionale della Sibaritide che, per una notte, saranno visitabili. Dopo una bella spolverata, infatti, i depositi del Parco apriranno le porte alla primavera con due turni di visite guidate su prenotazione, alle 19 e alle 21, in compagnia di esperti archeologi, si potranno vedere cose mai esposte prima. La serata è anche l’occasione per sottoscrivere la Community Card, l’abbonamento annuale che consente di partecipare a tutte le iniziative del Parco, dalle mostre ai concerti, alle aperture straordinarie, oltre che naturalmente di accedere al museo ed alle aree archeologiche in qualunque giornata dell’anno. Chi richiederà la card in questa occasione riceverà in omaggio gli stilosissimi gadget del Parco: calendario, borsa, notebook… fino ad esaurimento.

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Filippo Demma. direttore del parco archeologico di Sibari (foto drm-calabria)

“A Sibari i depositi archeologici si chiamano tradizionalmente riserve”, racconta il direttore Filippo Demma, “e in effetti sono una miniera di conoscenze che attendono di essere sviluppate e diffuse. In questi mesi li abbiamo messi al centro di un importante progetto che ne ha previsto la messa in sicurezza, la ristrutturazione e il potenziamento, strutturale ed infrastrutturale. Lo avevamo annunciato a febbraio dello scorso anno e, oggi, dopo un anno, passiamo alla fase operativa organizzando una prima esposizione che abbiamo intenzione di ripetere ad ogni cambio di stagione. Parliamo di circa 500mila reperti contenuti in 20mila cassette che sono state rimesse in ordine e trasferite nei nuovi depositi. Si tratta di una riserva immensa di oggetti d’uso, reperti ed in più di un caso di vere e proprie opere d’arte per lo più inedite, che con ogni probabilità contengono il potenziale per consentirci di riscrivere la storia dell’alto Jonio Cosentino, ma in qualche misura dell’intera Magna Grecia”.

sibari_archeologico_nonrompeteci_conferenza-22-marzo_locandinaIl weekend di grandi appuntamenti continua sabato 23 marzo 2024, alle 18, con la seconda conferenza del ciclo #nonrompeteci, il progetto di contrasto alla violenza sulle donne attraverso la cultura organizzato in collaborazione con il Centro Antiviolenza Fabiana di Corigliano-Rossano. Stavolta il tema trattato sarà quello della medicina di genere e dell’accesso alle cure che riguardano il benessere sessuale femminile, e sarà a cura di Paola Sammarro, fondatrice del centro ostetrico “Io Calabria”, realtà d’eccellenza calabrese per la sanità e il benessere intimo femminile, e direttrice di “Io Calabria Magazine”, testata giornalistica che promuove una conoscenza consapevole del corpo femminile a tutte le età.

sibari_archeologico_fumetto-fest_mostra TSO-il-flauto-e-il-vaso_locandinaAlle 19, infine, ci sarà l’inaugurazione del Fumetto Fest con la prima iniziativa, cioè la presentazione della mostra “Il flauto e il vaso”, il fumetto di Simone Montozzi, in arte Tso. Il parco archeologico di Sibari, infatti, partecipa all’iniziativa “Fumettineimusei” del ministero della Cultura – guidato dal ministro Gennaro Sangiuliano – ma ha voluto fare di più organizzando un intero mini Festival dedicato a quest’arte: un Fumetto Fest appunto. Dal 23 marzo al 31 dicembre 2024 mostre di residenze d’artista e laboratori creativi avranno luogo tra il museo Archeologico nazionale della Sibaritide e il museo del Fumetto di Cosenza “gemellati” per l’occasione. L’apertura di sabato 23 marzo 2024 sarà straordinaria: il museo sarà visitabile fino alle 23, l’orario più consono ai supereroi, con ingresso gratuito a partire dalle 17. “Il Museo che immaginavamo quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto Sibari”, conclude il direttore Demma, “prende sempre più forma. Ci stiamo trasformando sempre più nel centro culturale di aggregazione di una comunità: laboratori, mostre, sale espositive e depositi aperti fino a tarda sera, concerti ed eventi. In questo modo diventiamo sempre più un punto di riferimento per la vita culturale della comunità, un luogo di informazione e formazione fondamentale per operare una rivoluzione culturale”.

Paestum. Il parco archeologico presenta una prestigiosa collaborazione internazionale col Rijksmuseum van Oudheden di Leiden (Paesi Bassi): la mostra “Paestum. Città delle dee”, con 80 prestiti dai depositi del museo nazionale

paestum_archeologico_presentazione_mostra-paestum-città-delle-dee_a-leiden_locandinaUna statua in marmo della dea Hera e otto lastre funerarie dipinte, uniche nel loro genere, provenienti dalle tombe dell’élite lucana di Paestum saranno tra i pezzi più significativi della mostra “Paestum. Città delle dee”, in programma dal 25 aprile 2024 al 25 agosto 2024 al Rijksmuseum van Oudheden – museo nazionale delle Antichità di Leiden, nei Paesi Bassi. La mostra, realizzata in collaborazione tra il ministero della Cultura, il parco archeologico di Paestum e Velia e il museo nazionale delle Antichità di Leiden, che sarà presentata mercoledì 20 marzo 2024, nella Sala Cella del museo Archeologico nazionale di Paestum, prevede l’esposizione oltralpe di alcuni tra i più significativi reperti archeologici di Paestum. Il percorso espositivo include anche statuette in terracotta, bronzo e marmo, vasi per bruciare incenso, ceramiche pregiate, raffinati oggetti in vetro, monete, un’armatura greca in bronzo e numerosi doni offerti alle dee Hera, Atena e Afrodite. Alla presentazione intervengono Tiziana D’Angelo, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia; Ruurd Halbertesma, curatore della collezione greco-romana e curatore della mostra; Teresa Marino, archeologo del parco archeologico di Paestum e Velia; e Carlijn Oldenkotte, pr, marketing e comunicazione.

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Lastra funeraria in travertino dipinta con scena di pugilato, conservato al museo Archeologico nazionale di Paestum (foto pa-paeve)

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Tiziana D’Angelo, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia (foto pa-paeve)

“Questa mostra”, dichiara il direttore Tiziana D’Angelo, “ha rappresentato una straordinaria occasione di collaborazione internazionale tra Italia e Paesi Bassi, in cui abbiamo avuto l’onore di lavorare con un istituto di elevata statura, quale il museo nazionale delle Antichità di Leiden, di confrontarci con colleghi di grande esperienza e di creare i presupposti per future sinergie. Inoltre il progetto, che conta 80 prestiti dal parco archeologico di Paestum e Velia pressoché interamente provenienti dai ricchi depositi del museo Archeologico nazionale di Paestum, ci consente di valorizzare a tuttotondo la nostra collezione. Infine, scegliendo Paestum come protagonista della narrazione espositiva, la mostra riconosce l’eccezionale valore storico-archeologico del sito su scala globale”. E il prof. Ruurd Halbertsma, curatore della mostra: “La mostra Paestum. Città delle dee non sarebbe stata realizzata senza la sinergia straordinaria tra il parco archeologico di Paestum e Velia e il museo nazionale di Antichità di Leida. La collaborazione culturale, la collegialità e l’integrità scientifica sono alla base di questo progetto straordinario.  Vorrei esprimere sentimenti della mia più grande gratitudine a tutti i miei colleghi di Paestum che hanno reso possibile questa mostra”.

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Statua in marmo della dea Hera, conservata al museo Archeologico nazionale di Paestum (foto luigi spina)

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Lekythos parzialmente verniciata conformata a conchiglia bivalve con figura femminile inginocchiata, conservata al museo Archeologico nazionale di Paestum (foto pa-paeve)

“Paestum. Città delle dee” è la prima mostra retrospettiva realizzata nei Paesi Bassi sull’archeologia di Paestum e copre un arco temporale di circa ottocento anni, dalla fondazione della colonia magnogreca all’età imperiale. Oltre ai prestiti provenienti dal museo Archeologico nazionale di Paestum e ai reperti della collezione di Leiden, la mostra include oggetti provenienti dal museo del Louvre di Parigi, dall’Antikensammlung Staatliche Museen zu Berlin, dalla Banca d’Olanda e dal Museo Allard Pierson di Amsterdam. “Paestum. Città delle dee” è la quinta mostra realizzata dal Rijksmuseum van Oudheden nel contesto di una serie incentrata su importanti città del mondo antico. Le precedenti mostre si sono focalizzate su Petra (2013-2014), Cartagine (2014-2015), Ninive (2017-2018) e Byblos (2022-2023).

Reggio Calabria. Al museo Archeologico nazionale per la giornata della donna la visita tematica “A proposito di Arianna”, e la conferenza “La donna nel teatro greco”

reggio-calabria_archeologico_8-marzo-2024_locandinaIn occasione della Giornata della Donna venerdì 8 marzo 2024, su proposta del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, è stato istituito l’ingresso gratuito per le donne in musei, parchi archeologici, complessi monumentali, castelli, ville e giardini storici e altri luoghi della cultura statali. Al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, diversi gli appuntamenti per celebrare la Giornata Internazionale dei diritti delle donne.

reggio-calabria_archeologico_giornata-della-donna_a-proposito-di-arianna_locandinaAlle 16, Coopculture, concessionario dei servizi aggiuntivi del MArRC, propone l’attività gratuita “A Proposito di Arianna”. Una visita tematica della durata di circa 75 minuti con partenza alle 16 dalla piazza Paolo Orsi. Arianna, personaggio del mito, donna forte ma anche cedevole, eroina capace con la sua astuzia e con un semplice filo, di salvare Teseo dal Minotauro e vittima della indifferenza di quest’ultimo, sarà il filo conduttore, una sorta di spirito guida interprete del coraggio ma anche della fragilità delle donne. L’itinerario partirà dal livello B, per giungere alle sale dedicate a Reggio ed al Santuario Griso-Laboccetta, dove era celebrato il culto di Demetra e Kore: ancora due donne vittime della prevaricazione e che riescono dalla loro condizione a trarre risorsa. Lungo il percorso i visitatori troveranno spezzoni di filo che al termine uniranno per collegarsi in un cerchio (dividendo i visitatori in due gruppi ciascuno massimo di 10 persone) ed imitare, accennandolo, il movimento intrecciato rappresentato nella lastra del Santuario. Il momento di condivisione ed empatia, prodotti in questa interazione, renderà indelebile il messaggio di solidarietà e di unione che deve comporsi intorno alle donne.

reggio-calabria_archeologico_giornata-della-donna_La-donna-nel-teatro-greco_foto-cisAlle 17, il Centro internazionale Scrittori della Calabria e il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, nella sala conferenze del MArRC promuovono la conferenza “La donna nel teatro greco: né autrice, né attrice, né (forse) spettatrice, ma protagonista”. Introducono la manifestazione il direttore del museo Fabrizio Sudano, e Loreley Rosita Borruto, presidente del Cis della Calabria. Relaziona Paola Radici Colace, già professore ordinario di Filologia Classica, dipartimento di Civiltà antiche e moderne, università di Messina, presidente onorario, direttore scientifico del Cis della Calabria. Le donne del V secolo a. C. vivevano in una condizione di rinuncia e privazione quotidiana. Educate all’inferiorità, esse avevano fatto della sottomissione un’abitudine e un’attitudine. Nei testi letterari, invece, i personaggi femminili rivestono un’enorme importanza, infatti, donne come Elena, Antigone, Medea scatenavano guerre, si mettevano contro i sovrani e si ribellavano ai mariti. Al quesito “quali erano le intenzioni degli autori del teatro a scegliere e proporre prevalentemente storie di donne”? attraverso una serie di analisi lo dimostrerà la relatrice prof. Paola Radici Colace.

Giornata internazionale della donna: le donne entrano gratis in musei e parchi archeologici

ministero_8-marzo_ingresso-gratuito-alle-donne_locandinaIn occasione della Giornata internazionale della donna, venerdì 8 marzo 2024, su proposta del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, l’ingresso per le donne in musei, parchi archeologici, complessi monumentali, castelli, ville e giardini storici e altri luoghi della cultura statali sarà gratuito. Numerose iniziative sono state organizzate per sensibilizzare e riflettere sull’importanza culturale della Giornata. Scopri tutti gli appuntamenti su https://cultura.gov.it/…/8-marzo-2024-giornata…

Castellammare di Stabia (Na). Nella reggia di Quisisana apre al pubblico il museo Archeologico di Stabia “Libero d’Orsi” nel suo rinnovato allestimento, con un percorso ampliato, depositi visitabili e scuola di formazione e digitalizzazione. Zuchtriegel: “Un vero e proprio polo culturale e centro di ricerca di richiamo internazionale”

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Reggia di Quisisana: il nuovo allestimento del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” (foto parco archeologico pompei)

 

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Inaugurazione del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi”: da sinistra, Mauro Passerotti, viceprefetto; Massimo Osanna, direttore generale Musei; Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura; Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei; Maria Rispoli, direttore del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” (foto parco archeologico pompe)

A due giorni dall’inaugurazione del nuovo percorso museale assieme al ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, con il direttore generale dei Musei, Massimo Osanna; il vice prefetto capo della commissione straordinaria di Castellammare di Stabia, Mauro Passerotti; il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel; la direttrice del museo Archeologico di Stabia Libero D’Orsi, Maria Rispoli (vedi Castellammare di Stabia (Na). Dopo un anno di stop per il nuovo allestimento, riapre il museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi”. Inaugurazione con il ministro Sangiuliano. Uno spazio anche per il Doriforo di Stabia, trafugato dai clandestini ed esposto a Minneapolis (USA).  Il procuratore Fragliasso fa il punto sull’iter giudiziario per far tornare il capolavoro in Italia | archeologiavocidalpassato), e dopo un anno di stop, il museo Archeologico di Stabia “Libero d’Orsi” riapre al pubblico il 6 marzo 2024 nel suo rinnovato allestimento, con un percorso ampliato, depositi visitabili e scuola di formazione e digitalizzazione.

Si duplicano le sale e si arricchisce la collezione di opere provenienti dalle ville del territorio stabiese. 507 i reperti ora esposti, tra dipinti murali, arredi marmorei, suppellettili in ceramica e bronzo. Il percorso si integra con tecnologie e apparati multimediali didattici che implementano l’accessibilità fisica e culturale delle opere e dei contenuti. Valorizzati anche i depositi del complesso, secondo un nuovo concept finalizzato a renderli non più solo luoghi di conservazione ma anche di fruizione e ricerca, aperti al pubblico. Oggi il percorso di visita è stato ampliato con l’introduzione di nuovi reperti restaurati mentre quello esistente è stato rivisitato alla luce dell’introduzione delle nuove tecnologie, di apparati multimediali e didattici.

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Reggia di Quisisana: il nuovo allestimento del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” (foto parco archeologico pompei)

Per la prima volta gli allestimenti mettono insieme gli apparati decorativi delle ville marittime rinvenute sulla collina di Varano durante gli scavi di età borbonica e quelli scoperti da Libero D’Orsi a partire dal 1950. L’allestimento che vede riuniti, dopo oltre 250 anni, i reperti stabiesi conservati al Mann e quelli rinvenuti dal preside, oggi custoditi al Quisisana, è stato possibile grazie all’Accordo siglato con il Mann per la valorizzazione del patrimonio stabiano che consente al museo di avere in prestito per tre anni molti dei reperti rinvenuti a Stabia secondo cicli di rotazione. Pertanto, per la prima volta sarà possibile fruire degli apparti decorativi organizzati per contesti di provenienza.

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Inaugurazione del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi”: da sinistra, Massimo Osanna, direttore generale Musei; Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura; Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompe)

“La riapertura al pubblico del museo Archeologico di Stabia, con il suo nuovo allestimento, le sue collezioni arricchite dai reperti provenienti dalle ville stabiesi e la riunione temporanea con quelli conservati al Mann, le sue sale rinnovate, il centro di formazione avanzato”, dichiara il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, “è una notizia bellissima per la cultura. Questo è un sito unico che, grazie al lavoro di tutti, torna a splendere e a offrire ai cittadini e agli appassionati un’offerta incredibile di testimonianze storiche di grandissimo rilievo. Un tassello fondamentale dell’operazione strategica di valorizzazione di questa area, all’interno del progetto della Grande Pompei, ovvero quell’immenso parco della storia diffuso, entro cui insistono le aree archeologiche di Pompei, Ercolano, Stabia, Oplontis, Boscoreale e tutto il territorio circostante. Il nuovo museo di Stabia sarà una delle perle di questo progetto che testimonia, ancora una volta, la centralità che la Campania ha per l’archeologia mondiale e la nostra scelta di continuare ad investire su queste meravigliose ricchezze del patrimonio culturale della Nazione. Su Castellammare c’è anche un finanziamento del Ministero pari a 4 milioni di euro per il restauro e la rifunzionalizzazione del Convento di San Francesco, alle spalle del Museo Diocesano. Il progetto esecutivo è in consegna. Entro l’estate avvieremo i lavori”.

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Firma della convenzione tra Gaetano Cimmino (sindaco) e Massimo Osanna (dg Pompei) per allestire il museo Archeologico di Stabia nella Reggia di Quisisana (foto parco archeologico pompei)

“Oggi si raccolgono i frutti di un progetto ambizioso in cui ho creduto da sempre, impegnandomi in prima linea per la valorizzazione della Reggia di Quisisana, divenuta, dal 2020, il naturale e prestigioso spazio espositivo del patrimonio archeologico dell’antica Stabiae”, interviene il direttore generale dei Musei, Massimo Osanna. “Visitare il museo Archeologico di Stabia significa non soltanto comprendere la vita e la cultura del passato, ma anche proiettarsi verso il futuro: qui, infatti, si intende costruire un modello virtuoso di dialogo con il territorio, una buona pratica basata sulla sinergia interistituzionale e sulla ricerca scientifica sperimentale. L’istituto, che riapre al pubblico con un nuovo allestimento arricchito nella compagine di reperti esposti e nella metodologia di comunicazione didattica, è un invito alla scoperta della nostra storia: anche l’accordo di valorizzazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli ha permesso di proporre ai visitatori un viaggio straordinario tra manufatti appena sottoposti a un’attenta campagna di restauro”

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Reggia di Quisisana: i depositi accessibili del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” (foto parco archeologico pompei)

“Il museo Archeologico di Stabia è molto più di un museo di opere archeologiche di pregio, per quantità e qualità che evidenziano il valore storico e culturale del territorio stabiano”, sottolinea il direttore del parco Gabriel Zuchtriegel, “ma un vero e proprio polo culturale e centro di ricerca di richiamo internazionale, in quanto sede di una scuola di formazione per la valorizzazione dei beni culturali dotata di attrezzature per la digitalizzazione e depositi accessibili per la ricerca e lo studio”

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La Reggia di Quisisana a Castellammare di Stabia ospita il museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” (foto parco archeologico di pompei)

Il museo è ospitato dal 2020 negli spazi della Reggia di Quisisana – edificio che vanta una storia di oltre sette secoli, poi valorizzato in epoca borbonica – come spazio dedicato all’esposizione di numerosi e prestigiosi reperti del territorio stabiano, insieme a preziose testimonianze della vita quotidiana, in particolare quella che si svolgeva nelle ville romane d’otium (lussuose residenze finalizzate al riposo, del corpo e dello spirito, dalle attività e dagli affari) e nelle ville rustiche (simili nella concezione alle moderne fattorie), site in posizione panoramica con “vista” sul Golfo di Napoli. L’operazione di valorizzazione del complesso del Quisisana, in concessione d’uso dal Comune di Castellammare, fu curata e promossa dal parco archeologico di Pompei diretto all’epoca dall’attuale direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, consentendo di restituire al patrimonio italiano il più antico sito reale borbonico, oggi sede di un prestigioso Museo e centro di cultura.

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Il plastico multimediale nel museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” (foto parco archeologico pompei)

Il percorso multimediale. I 6 dispositivi multimediali lungo il percorso raccontano, attraverso modalità immersive e partecipative, le forti relazioni tra la città antica e quella contemporanea. Si racconta di un sito archeologico straordinario, l’antica Stabiae, due volte distrutta e due volte rinata. Conquistata e devastata nel corso della Guerra Sociale dalle truppe di Silla, come punizione per essere passata dalla parte dei ribelli italici, riprende vita come pagus di Nocera e diventa sede di importanti e prestigiose ville marittime, dotate di meravigliosi e lussuosi apparati decorativi. Successivamente verrà distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. alla stregua di Pompei ed Ercolano, ma a differenza di queste ultime rinasce già nel 90 d.C. come riporta il poeta Stazio. Stabiae era sede di una statio della flotta misenate e continuerà ad esserlo anche in età post eruzione, come ci dimostrano i reperti rinvenuti sotto la Cattedrale di Castellammare di Stabia. Nella prima sala un plastico multimediale entra in relazione con i reperti esposti, raccontando in un lungo arco temporale le trasformazioni del territorio – compreso tra Ercolano, il Vesuvio, Pompei fino a Sorrento sul versante napoletano e Nocera e i Monti Lattari su quello salernitano; e i due diversi momenti di scoperta della città antica di Stabia, la prima in età borbonica (negli anni in cui furono scoperte Pompei ed Ercolano); la seconda a opera del preside Libero D’Orsi, negli anni ‘50.  Quest’ultimo momento, in particolare, viene ripercorso attraverso un diario multimediale con la voce, le foto e gli appunti del preside D’Orsi. Un libro cartaceo multimediale che i visitatori possono sfogliare virtualmente per scoprire tutti i particolari che hanno fatto la storia e la fortuna degli scavi. Per la realizzazione di questa installazione è stato importante il contributo del Comitato scavi di Stabia, che conserva il prezioso patrimonio documentale di Libero D’Orsi.

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Museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi”: esposti i preziosi reperti provenienti dai complessi residenziali dell’ager stabiano (foto parco archeologico pompei)

Le relazioni con il territorio. Il nuovo concept del museo è fortemente orientato a mettere in risalto le connessioni che l’antica Stabiae seppe creare con le risorse del suo ager (territorio) circostante, corrispondente oggi ai comuni di S. Antonio Abate, Santa Maria La Carità, Gragnano, Casola, Pimonte. Un ricco e variegato territorio che, in epoca romana, fu connotato dall’impianto di interessanti complessi residenziali e produttivi nel rispetto della vocazione di ciascun fondo agricolo. Contesti poco conosciuti dalla comunità che il Museo intende valorizzare e raccontare nella sua specificità. Un’ampia sezione è dedicata ai ritrovamenti provenienti da questi complessi, dotati di apparati di importante impegno architettonico e decorativo, dalle stanze di soggiorno, ai triclini e ai cubicula (stanze da letto) fino ad arrivare ai raffinati complessi termali. Il progetto scientifico è stato curato dal direttore generale Gabriel Zuchtriegel e da Maria Rispoli, direttrice del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi”. Hanno contribuito alla realizzazione dei contenuti, studiosi del territorio, allievi della SSM – Scuola Superiore Meridionale e ricercatori dell’università della Campania “Luigi Vanvitelli”.

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Museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi”: la nuova sezione è completamente dedicata al paesaggio. Gli allestimenti evocano le grandi sale affacciate sul Vesuvio e sul golfo stabiano (foto parco archeologico pompei)

La nuova sezione è completamente dedicata al paesaggio visto come determinante per la costruzione del rapporto tra natura e ambiente costruito. Gli allestimenti evocano le grandi sale affacciate sul Vesuvio e sul golfo stabiano che rappresentano ancora oggi quinte sceniche proiettate sul mare. Nel museo il paesaggio che era godibile in età pre 79 d.C. è stato riscostruito fedelmente sul fondo della sala, spogliandolo di tutte le costruzioni contemporanee, e riproponendolo in una proiezione dinamica che cambia nell’arco delle 24 ore della giornata. La proiezione diventa la quinta prospettica agli arredi rinvenuti nei peristili e nei giardini delle ville di Varano. Su di essi si affacciavano gli ambienti dedicati al soggiorno e al riposo diurno, all’otium e alla lettura, alla convivialità e all’ospitalità che mantenevano perennemente lo sguardo proiettato sul panorama: Ischia e Capo Miseno, Capri e la penisola sorrentina ma anche le alte e verdi montagne di cui Simmaco elogia la qualità e la salubrità del latte prodotto dagli armenti che qui pascolavano. Alle pareti le numerose figure di offerenti, i ritratti dei proprietari di casa, le figure femminili e maschili colte in atteggiamento pensieroso e languido. I volti sono visti nella loro intimità, assorti e pensanti, profondamente in simbiosi con il contesto. Campeggiano sulle pareti delle sale le parole di Cicerone, che scrive una lettera all’amico Marco Mario: Non ho dubbi in proposito: hai tratto un’apertura nella tua camera da letto e ti sei spalancato un panorama sul golfo di Stabia […]. Il ritrovamento del carro interamente conservato con i suoi cavalli, lungo le rampe di Villa Arianna, è testimonianza di una viabilità interna tra il pianoro di Varano e il mare ma è anche segno di una strage, quella dell’eruzione pliniana, che ha distrutto e sepolto l’antica città. Ma a differenza di Pompei ed Ercolano, Stabiae rinasce. Scomparsa Pompei, Stabiae rappresentava l’unico sbocco per Nocera. Le sue vie, quella per terra e quella per mare, l’hanno salvata dall’oblio. La rinascita è raccontata mediante un’installazione multimediale interattiva e dai reperti ricevuti in prestito dal museo Diocesano sorrentino stabiese, che conserva ed espone i reperti rinvenuti sotto il duomo di Castellammare di Stabia, che risalgono al II e al III d.C.

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Reggia di Quisisana: i depositi accessibili del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” (foto parco archeologico pompei)

I depositi archeologici di Stabia-reggia di Quisisana. I depositi, che saranno visitabili e aperti alla pubblica fruizione, sono stati ideati e progettati non solo come luoghi deputati alla conservazione di un patrimonio archeologico sconosciuto ai non addetti ai lavori, ma anche come spazi dedicati alla conoscenza e alla condivisione, aperti al pubblico e alle professionalità più diverse per lo studio e per il lavoro. Tutti gli ambienti sono stati progettati per essere fruibili al pubblico, suddivisi in spazi perennemente accessibili e per aperture occasionali: l’obiettivo è di accompagnare il visitatore in un inedito “dietro le quinte”, nel cuore pulsante di un lungo processo conoscitivo e scientifico che va dallo scavo del reperto fino alla sua musealizzazione. È stato avviato un importante progetto di digitalizzazione di tutta la collezione dei reperti stabiani, il cui progetto è curato da Maria Rispoli e da Alberto Bruni. I primi dati saranno sin da subito fruibili mediante postazioni multimediali collocate nelle sale dei depositi. Essi saranno a disposizione di visitatori e di studiosi che potranno consultare i database secondo livelli di fruizione diversificata.

regione-campania_progetto-iside_locandinaCentro di formazione e laboratorio di digitalizzazione 3D della reggia di Quisisana. All’interno della Reggia di Quisisana è stato realizzato un centro di formazione avanzato, grazie al progetto “ISIDE – Percorso formativo condiviso e federato per la Safety&Security dei luoghi della cultura del MiC della Regione Campania”, finanziato con risorse del “PON Legalità” 2014-2020 del ministero dell’Interno. Grazie a tale progetto è stato possibile realizzare delle aule multimediali appositamente attrezzate con dotazioni tecnologiche estremamente avanzate, inclusi visori 3D per esperienze di formazione immersiva. All’interno di tali aule, unitamente a quelle realizzate negli altri luoghi della cultura della Regione Campania, è stata già avviata un’attività di formazione (con lezioni sia in diretta, erogate dai docenti presenti in una delle aule, sia in differita, grazie a una piattaforma didattica appositamente realizzata che può essere utilizzata dai partecipanti all’interno delle aule o da remoto, da qualunque tipo di postazione) riguardante gli aspetti della sicurezza, intesa sia come Safety che come Security, e della tutela del patrimonio al fine di aumentare le competenze e le conoscenze di tutto il personale del MiC della Regione Campania. Il progetto è strettamente connesso con un analogo progetto della Regione Calabria, grazie alla visione federata alla base della loro realizzazione. Le aule, attrezzature, infrastrutture potranno essere inoltre utilizzate per altre iniziative e progetti di formazione, al fine di garantire la giusta diffusione e disseminazione culturale in tutti i settori di interesse del MiC (e non solo), potendo operare in sinergia con università e altri istituti/enti nazionali e internazionali. All’interno degli spazi è stato anche realizzato in collaborazione con la Scuola Superiore Meridionale un apposito laboratorio per la digitalizzazione 3D dei reperti e degli oggetti artistici, attrezzato con apparecchiature e dispositivi all’avanguardia dal punto di vista tecnologico. L’intervento di ampliamento del Museo è parte di un insieme di progetti per la Reggia e il suo giardino storico per un importo complessivo di 7 milioni 616mila euro.

Castellammare di Stabia (Na). Dopo un anno di stop per il nuovo allestimento, riapre il museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi”. Inaugurazione con il ministro Sangiuliano. Uno spazio anche per il Doriforo di Stabia, trafugato dai clandestini ed esposto a Minneapolis (USA).  Il procuratore Fragliasso fa il punto sull’iter giudiziario per far tornare il capolavoro in Italia

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Il nuovo allestimento del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” nella reggia di Quisisana a Castellammare di Stabia (foto parco archeologico pompei)

6 marzo 2023 – 6 marzo 2024: è passato esattamente un anno dalla chiusura del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” nella Reggia Quisisana di Castellammare di Stabia (Na) (vedi Castellammare (Na). Il museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” chiude per cambiare volto: ampliamento e valorizzazione dei depositi e degli spazi espositivi aperti sul paesaggio e le ville romane. Spazio speciale per il Doriforo trafugato, oggi ancora a Minneapolis | archeologiavocidalpassato). Il nuovo allestimento è stato completato e il 6 marzo 2024 il museo sarà riaperto al pubblico.

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Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano con il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel in una visita al sito archeologico (foto parco archeologico pompei)

Lunedì 4 marzo 2024, alle 15, alla presenza del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, l’inaugurazione ufficiale del rinnovato allestimento del museo Archeologico di Stabia “Libero d’Orsi” con un percorso ampliato, depositi visitabili e scuola di formazione e digitalizzazione. Interverranno: il direttore generale dei Musei, Massimo Osanna; il prefetto capo della commissione straordinaria di Castellammare di Stabia, Raffaele Cannizzaro; il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel; la direttrice del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi”, Maria Rispoli; il prof. Carlo Rescigno dell’università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Concluderà il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. Nell’occasione il comandante del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, cap. Massimiliano Croce presenterà il recupero di circa 125 reperti archeologici di produzione campana, condotto in sinergia con il parco archeologico di Pompei – Area Tutela. I reperti saranno tutelati e valorizzati nel contesto del rinnovato museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi”.

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Il nuovo allestimento del museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” nella reggia di Quisisana a Castellammare di Stabia (foto parco archeologico pompei)

Chiudere per diventare più grandi. È stato questo il “motto” al museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” nella Reggia di Quisisana a Castellammare di Stabia proponendo un concept innovativo che interessa i depositi, al fine di renderli sempre più non solo luoghi di conservazione ma anche di fruizione e ricerca, mentre il percorso di visita museale viene arricchito di ulteriori reperti, approfondimenti e strumenti multimediali (nel video del parco archeologico di Pompei l’allestimento dello splendido soffitto con testa di Medusa, restaurato e proveniente da Villa San Marco). Previsto nel nuovo allestimento anche uno spazio per il Doriforo di Stabia, la statua di eccezionale qualità oggi al Minneapolis Institute of Art (USA).

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Un momento del briefing sul Doriforo di Stabia con il procuratore Nunzio Fragliasso (foto parco archeologico pompei)

Sul caso del Doriforo di Stabia è intervenuto qualche giorno fa, in un incontro stampa col direttore del parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, il Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso, che ha ripercorso e fatto il punto sull’iter giudiziario intrapreso per riportare il Doriforo di Stabia in Italia. Innanzitutto le tappe percorse dalla Procura di Torre Annunziata. “Il 18 gennaio 2022 su richiesta della Procura di Torre Annunziata – spiega – il Gip del Tribunale di Torre Annunziata ordina la confisca della statua del Doriforo avendo ritenuto provata la provenienza della statua del Doriforo, copia romana del capolavoro di Policleto. Un’altra è esposta al Mann, ma non a detta di chi vi parla – non sono un addetto ai lavori – ma degli esperti, è una copia ancora più bella. E secondo gli accertamenti della Procura e condivisi dal Giudice questa statua proviene da Stabia, appartiene all’Italia, ed è esposta al museo di Minneapolis dove è stata esportata clandestinamente. Il 21 febbraio 2022 – continua -, la Procura di Torre Annunziata ha inoltrato alle competenti autorità degli Stati Uniti – città di Washington – una rogatoria internazionale per riportare la statua del Doriforo in Italia dando istituzione della notifica di confisca in attuazione dei trattati internazionali stipulati tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo degli Stati Uniti: il 9 novembre 1982, un altro il 3 maggio 2006, e un altro il 25 giugno 2013. Il 16 maggio 2022 su richiesta degli Stati Uniti la Procura di Torre Annunziata ha trasmesso alle competenti autorità statunitensi un nuovo esemplare del documento di confisca recante la certificazione dell’esecutività del provvedimento. Quindi il 18 ottobre e 14 dicembre 2022 sono stati trasmessi agli Stati Uniti integralmente i documenti sui quali si fonda l’adozione del provvedimento di confisca. E questi atti sono stati notificati al museo di Minneapolis. Il 3 marzo 2023 la difesa italiana del museo di Minneapolis ha ritirato presso la Procura di Torre Annunziata la copia integrale del procedimento penale nell’ambito del quale è stato emesso il provvedimento di confisca. A oggi, pur potendolo fare, il museo di Minneapolis non ha proposto alcun gravame – tecnicamente si chiama incidente di esecuzione – al provvedimento di confisca. Ciò non di meno la statua sta ancora esposta al museo. L’ultima notizia – ricorda – è del 15 dicembre 2023 la Procura di Torre Annunziata ha avanzato una formale richiesta di verifica alle autorità di Washington chiedendo che si dia corso alla rogatoria internazionale. Non abbiamo ricevuto risposta”. Ora si confida su un supporto anche dai contatti diplomatici e le buone relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti. Intanto lo Stato italiano ha bloccato ogni prestito dall’Italia al museo di Minneapolis finché non si risolve questo contenzioso.

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Nunzio Fragliasso, procuratore della Repubblica di Torre Annunziata (foto graziano tavan)

L’azione giudiziaria iniziata due anni fa dalla Procura di Torre Annunziata ha ripreso, valorizzandola, una inchiesta dell’inizio degli anni ’80 del Novecento della Procura di Napoli per riportare la statua del Doriforo che all’epoca era esposta al museo di Monaco di Baviera. “E la statua era esposta – lo sappiamo da fonte certa – come Doriforo di Stabia”. “Da nostre indagini – riprende Fragliasso – sappiamo che la statua è stata esportata all’estero clandestinamente, passando dalla Svizzera scomposta in quattro pezzi, da Eli Borowsky, un trafficante internazionale – nel frattempo deceduto – di reperti archeologici e opere d’arte: quando un servizio della Rai mostrò le foto del Doriforo scomposto in quattro parti facendo montare la polemica, lo stesso Borowsky ammise che quelle foto, e quindi la statua, erano nelle sue disponibilità. La statua all’epoca – continua – fu anche sequestrata dalle autorità di Monaco di Baviera. Il sequestro durò circa un paio di anni, e poi fu dissequestrata dal procuratore generale di Monaco di Baviera, ma il museo di Monaco di Baviera a quel punto non la volle comprare. Da quel momento si perdono le tracce della statua che poi ricompare al museo di Minneapolis. E noi abbiamo la prova del fatto che quando i rappresentanti del museo di Minneapolis hanno acquistato la statua sapevano della sua provenienza clandestina. Noi abbiamo un carteggio, che ci è stato consegnato dagli Stati Uniti – sottolinea Fragliasso -, tra un rappresentante del museo di Minneapolis e quello di un altro museo nel quale si legge (siamo nel 1976 quindi ben prima dell’acquisto della statua, che è stato dopo il 1984) che la statua è stata ripulita solo dalla terra. E in un altro tra due rappresentanti dello stesso museo di Minneapolis si legge che la statua, secondo gli esperti di arte romana, proveniva dalla terra e non dal mare. Ciò smentisce quanto sempre sostenuto dal Borowsky, cioè che la statua era stata rinvenuta in mare. Se è così, cioè proveniente dalla terra, continuano i due, meglio non dirlo ad alta voce oppure il vecchio furto di Castellammare potrebbe venir fuori di nuovo. La prova del nove ce l’abbiamo con una verifica effettuata sulla statua dalle autorità tedesche: una perizia datata 11 settembre 1984 conclude che il genotipo della superficie del marmo della statua viene pregiudicato da due grosse macchie calcaree riconducibili al giacimento della statua per molto tempo sotto terra”.

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Il Minneapolis Institute of Art (USA) (foto wikipidia)

“Questo dettaglio è importante – fa notare il procuratore – perché se la statua proveniva da sotto terra significa che questa proveniva da scavi clandestini e per la legislazione dell’epoca (legge 1089/39), ma che è stata una costante di tutte le leggi che si sono succedute, tutti i reperti archeologici provenienti dal territorio italiano appartengono allo Stato italiano. Perciò l’esportazione all’estero di beni archeologici rinvenuti nello Stato italiano è reato, e questo reato comporta obbligatoriamente la confisca anche in assenza di condanna. Viene fatta salva, come ha scritto la Corte costituzionale, la buona fede del terzo acquirente. E noi abbiamo dimostrato che i rappresentanti del museo di Minneapolis non fossero affatto in buona fede al punto tale – conclude – che molto prima di comprare la statua loro sapevano della provenienza della statua da sotto terra, e quindi da uno scavo clandestino, e consigliavano di non far emergere questa circostanza”.