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“Il Castrum di Santo Stefano a Novi di Modena e il Vescovo di Reggio”: da villaggio perduto a bene vincolato. A Reggio Emilia seduta di studio sul sito di Novi di Modena

Disegno con la ricostruzione del primo castrum di Santo Stefano (X – XIII secolo)

Da villaggio perduto a bene vincolato. Le carte d’archivio nell’alto Medioevo lo ricordano come Vicus Longus e poi, a partire dal Mille, Santo Stefano, cioè come la pieve reggiana cui era soggetto. La millenaria storia del castrum medievale di Santo Stefano, a Novi di Modena, è la protagonista della seduta di studio, dal titolo “Il Castrum di Santo Stefano a Novi di Modena e il Vescovo di Reggio” che la sezione di Reggio Emilia della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi terrà venerdì 8 giugno 2018 alle 16.30 nella sala conferenze della Cassa Padana, in via Emilia Santo Stefano 25-27, a Reggio Emilia. Le relazioni di Sara Campagnari, archeologa della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e Mauro Librenti, dell’università Ca’ Foscari di Venezia, illustreranno le antiche vicende del castrum fatto costruire dal vescovo di Reggio, inquadrandolo nel fenomeno dell’incastellamento del territorio emiliano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/02/23/nella-campagna-tra-novi-di-modena-e-concordia-del-secchia-in-25-anni-di-ricerche-scoperto-e-salvato-dal-passaggio-di-unautostrada-un-castrum-villaggio-rurale-e-castello-altomedievale-ora-a/).

Ricostruzione della trasformazione del castrum in fortilizio signorile (XIII – XIV secolo)

Frequentata fin dall’epoca romana, l’area dove sorgeva il villaggio fa parte di un dosso fluviale generato da un paleoalveo del torrente Crostolo, posta oggi al confine tra Novi di Modena e Concordia sulla Secchia. Nelle fonti documentarie il villaggio è ricordato già a partire dall’841, in età carolingia. Su richiesta di Pietro, vescovo di Reggio (900 – 915) e proprietario di vari beni a Vicolongo, il re italico Berengario I concesse nel 911 il permesso di erigervi un castrum. Dopo la costruzione delle strutture difensive, il sito doveva mostrarsi come un piccolo gruppo di edifici protetti da un fossato, un terrapieno e una palizzata lignea. Nel 1287 il castrum – divenuto ormai un fortilizio signorile munito anche di torre, come suggeriscono i resti architettonici ritrovati – fu occupato e devastato da milizie mantovane e veronesi. Il castello fu però ricostruito, facendo ancora parlare di sé nei decenni successivi fino alla definitiva demolizione nella seconda metà del XIV secolo.

Placchetta in rame del XIII secolo, circolare decorata con racemi, probabilmente fissata all’abito a scopo ornamentale, simbolo della mostra (foto Roberto Macrì, Archivio fotografico SABAP-BO)

Il secolare oblio del castrum di Novi di Modena è stato interrotto da un lungo e complesso processo di ricerca sfociato nella recente emissione del vincolo archeologico. Ripetute ricognizioni di superficie, iniziate 27 anni fa, e sondaggi più approfonditi, propiziati nel 2011 dal progetto dell’Autostrada Regionale Cispadana, hanno non solo recuperato decine di reperti ceramici, metallici, numismatici, laterizi e lapidei, ma individuato in un areale di circa un ettaro, perfettamente visibile anche dalle foto aeree, un sito ad altissima potenzialità archeologica che sarà oggetto di future e approfondite ricerche.

A Nonantola, che conserva uno dei più importanti complessi benedettini d’Europa, a confronto i maggiori specialisti dell’archeologia medievale europea nel convegno “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”. E poi visite guidate gratuite al monastero nascosto: gli archeologi svelano la millenaria storia di S. Silvestro di Nonantola

L’abbazia di San Silvestro a Nonantola, in provincia di Modena

Sant’Anselmo, fondatore dell’abbazia di Nonantola, scolpito sul portale, opera dei seguaci di Wiligelmo

Costruzione dell’ababzia di Nonantola (disegno Saame)

Il duca Anselmo costruì la chiesa dei Santi Apostoli nel 752, dando vita al monastero benedettino, avamposto longobardo sulle direttrici tra Bologna, Piacenza e Verona. Ma è con l’arrivo all’abbazia, solo pochi anni dopo, delle spoglie di San Silvestro che il monastero crebbe in potenza. Attorno sorse il paese, direttamente alle dipendenze dell’abate che grazie alle donazioni di Carlo Magno divenne un vero e proprio signore feudatario. Quel paese si chiama Nonantola,  in provincia di Modena, ancora oggi famoso per uno dei più celebri complessi benedettini dell’Europa medievale, al pari delle potenti abbazie di Cluny e Canterbury. Nell’abbazia di Nonantola soggiornò l’imperatore Lotario I. Qui un altro imperatore, Carlo il Grosso, incontrò papa Martino. Mentre papa Adriano III, morto nelle vicinanze mentre era in viaggio per Worms, qui venne sepolto. Oggi Nonantola è un caso esemplare nel quadro della ricerca storico-archeologica della nostra penisola. Dal 2001 Nonantola è infatti al centro di un importante progetto di ricerca archeologica diretto da  Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia grazie al quale è stato possibile indagare il complesso abbaziale di S. Silvestro di cui, fino ad oggi, si aveva notizie soltanto grazie alla documentazione archivistica, e il borgo che vi si è sviluppato intorno e sull’intero territorio di riferimento. L’università Ca’ Foscari di Venezia, sotto la direzione scientifica di Gelichi, ha realizzato un progetto di ricerca di notevole rilievo scientifico che ha portato alla realizzazione di otto anni di campagne di scavo con gli studenti dell’Università, il tutto in stretta collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. I dati emersi dagli scavi hanno dato vita a una collana di pubblicazioni, a numerose visite guidate e conferenze, all’allestimento di mostre temporanee, alla riorganizzazione della sezione medievale del museo civico di Nonantola e alla realizzazione dell’aula didattica “Magazzini di Storia”, ampiamente utilizzata per svolgere laboratori storico-archeologici con le scuole.

Il complesso abbaziale benedettino di Nonantola

La locandina del convegno internazionale “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”

Sabato 14 aprile 2018, dalle 9.30, Nonantola ospita un importante convegno internazionale, “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”, a cura di Sauro Gelichi e Richard Hodges, che concentrerà l’attenzione sui più recenti e innovativi studi relativi all’archeologia monastica altomedievale. Il convegno internazionale di studi è promosso da Comune di Nonantola, università Ca’ Foscari e museo di Nonantola, in collaborazione con soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, ArcheoNonantola e Abbazia di Nonantola, e con il sostegno di IBC Regione Emilia-Romagna (L. R. 18/2000) legato al progetto “Longobardi al confine”. Il convegno, importante momento di confronto e di approfondimento con i maggiori specialisti dell’archeologia medievale europea, sarà l’occasione per presentare il volume “Nonantola 6. Monaci e contadini. Abati e re. Il monastero di Nonantola attraverso l’archeologia (2002-2009)”, a cura di Sauro Gelichi, Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. La sesta pubblicazione della collana archeologica su Nonantola illustrerà i risultati delle campagne estive di scavi svolti dell’università dal 2002 al 2009 nel giardino dell’abbazia di San Silvestro in regime di concessione ministeriale, con la collaborazione e il sostegno della Soprintendenza prima Archeologica, poi Archeologia, belle arti, paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara (SABAP-BO). Il convegno e la presentazione del volume rappresentano la fase conclusiva di un progetto di ricerca esemplare che ha prodotto sei pubblicazioni scientifiche, mostre, visite guidate e nuovi percorsi archeologici all’interno del Museo di Nonantola  e del borgo.

Visite guidate con gli archeologi all’abbazia di Nonantola

E il giorno successivo, domenica 15 aprile, alle 16 e 17, visite guidate gratuite “Il monastero nascosto. Gli archeologi svelano la millenaria storia di S. Silvestro di Nonantola” con ritrovo davanti all’ingresso del giardino abbaziale in via Marconi 1. Gli archeologi Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi illustreranno le nuove scoperte emerse dagli scavi archeologici nel giardino abbaziale, la mostra permanente esposta nell’aula didattica Magazzini di Storia e il terzo piano del museo di Nonantola. Gradita la prenotazione al numero 059896656 oppure all’indirizzo museo@comune.nonantola.mo.it

Scavi archeologici in via Oppio a Nonantola

Alessandra Cianciosi dell’università di Venezia

Il prof. Sauro Gelichi dell’università di Venezia

Intenso il programma del convegno internazionale di studi “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche” di sabato 14 aprile 2018, al teatro Troisi, in viale delle Rimembranze 8, a Nonantola (Modena). Si inizia alle 9.30 con i saluti di Stefania Grenzi, assessore alla Cultura del Comune di Nonantola; 10, introduzione di Sauro Gelichi, università Ca’ Foscari di Venezia; 10.30, Gabor Thomas, university of Reading: “Monasteries and Places of Power in Anglo-Saxon England: Connections, Relationships and Interactions”; 11, Thomas Kind, university of Frankfurt: “Fulda – archaeological evidences from a Carolingian monastic town in solitudine Buchonia”; 12, Alfons Zettler, Historisches Institut, Dortmund: “Reichenau: the archaeology of a Continental monastery island”; 12.30, John Mitchell, già university of East Anglia: “The idea of the early medieval monastery: the example of San Vincenzo al Volturno”. Nel pomeriggio, alle 15, Fabio Saggioro e Maria Bosco dell’università di Verona, e Andrea Breda della soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia: “Ricerche archeologiche sul monastero di San Benedetto di Leno (secoli VII-XI)”; 16, saluti di Federica Nannetti, sindaco del Comune di Nonantola; di Valeria Cicala dell’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali dell’Emilia-Romagna; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; don Alberto Zironi, priore del Capitolo Abbaziale; Loris Sighinolfi, presidente di ArcheoNonantola; 16.30, Sauro Gelichi, Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi, università Ca’ Foscari di Venezia, presentano il volume “Nonantola 6. Monaci e contadini. Abati e re. Il monastero di Nonantola attraverso l’archeologia (2002-2009)”; 17.30, conclusioni di Richard Hodges, American University of Rome.

Gli studenti universitari impegnati negli scavi archeologici in piazza Liberazione a Nonantola

Copertina del libro, “Nonantola 5. Una comunità all’ombra dell’abate. I risultati degli scavi archeologici di piazza Liberazione”

Recentemente a Nonantola è stato presentato un altro libro, “Nonantola 5. Una comunità all’ombra dell’abate. I risultati degli scavi archeologici di piazza Liberazione”, a cura di Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. Nel giugno 2015 l’amministrazione comunale, all’interno di un progetto di riqualificazione urbana cofinanziato dalla Regione Emilia-Romagna che ha interessato il centro storico di Nonantola, aveva avviato i lavori di rifacimento di piazza Liberazione, già oggetto nel 2004 di sondaggi archeologici da parte dell’università da cui erano emersi la chiesa di San Lorenzo e un cimitero. Per questa ragione è stato realizzato un nuovo progetto di ricerca grazie al quale, nei mesi di luglio e agosto 2015,  gli studenti di archeologia medievale dell’ateneo veneziano si sono potuti cimentare nello scavo stratigrafico della piazza, sotto la direzione scientifica della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Questi scavi hanno portato in luce per intero l’area pertinente la chiesa di San Lorenzo (XI-XIV secolo), alcune sepolture collocate dietro le absidi e ampie porzioni di pavimentazione della piazza trecentesca in mattoni e ciottoli. Proprio lo scavo di Piazza Liberazione è il protagonista del volume curato da Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. Lo scavo di piazza Liberazione ha reso possibile un progetto di riallestimento della sezione medievale del museo di Nonantola, in collaborazione con l’università Ca’ Foscari e la soprintendenza Archeologia, che prevede l’esposizione dei reperti rinvenuti in piazza, i plastici delle tre fasi principali dello scavo, un touch-screen che presenta tutti gli scavi eseguiti negli anni nel centro storico di Nonantola e, nell’ottica di museo diffuso, una cartellonistica archeologica collocata nei luoghi in cui sono stati effettuati sondaggi di scavo nel borgo (Nonantola Sotto-Sopra).

Archeologia medievale. A Novi di Modena quattro incontri di approfondimento della mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo. L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena”: un percorso tra i castelli emiliani e quelli dell’Italia settentrionale, con particolare attenzione ai sistemi difensivi

Ricostruzione della trasformazione del castrum in fortilizio signorile (XIII – XIV secolo)

La locandina della mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo”

In concomitanza con la mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo. L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena”, in corso alla Sala EXPO Polo Artistico Culturale, in viale G. Di Vittorio n. 30 a Novi di Modena fino al 25 aprile 2018 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/02/23/nella-campagna-tra-novi-di-modena-e-concordia-del-secchia-in-25-anni-di-ricerche-scoperto-e-salvato-dal-passaggio-di-unautostrada-un-castrum-villaggio-rurale-e-castello-altomedievale-ora-a/), la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, la Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi e il Comune di Novi di Modena promuovono quattro incontri di approfondimento sui temi proposti dalla mostra, tutti a ingresso libero, nella sala civica “Ezio Ferraresi”, piazza 1° Maggio 19, a Novi di Modena (MO). I quattro incontri serali approfondendo i temi della mostra, delineano il contesto territoriale e i precedenti storici in cui si colloca l’antico castrum. Un percorso tra i castelli emiliani e quelli dell’Italia settentrionale, con particolare attenzione ai peculiari aspetti della loro difesa. Si inizia mercoledì 28 marzo 2018, alle 21, con Mauro Librenti (università Ca’ Foscari – Venezia) su “Archeologia dei castelli emiliani tra X e XIII secolo”; quindi mercoledì 4 aprile 2018, alle 21, Aldo A. Settia (già università di Pavia) su “Castelli e incastellamento nel regno italico (secoli X-XV)”; venerdì 13 aprile 2018, alle 21, Massimiliano Righini (coll. SABAP BO, Istituto Italiano dei Castelli) su “Guerrieri, armi e tattiche militari in Italia tra XII e XIV secolo”. Ultimo incontro martedì 17 aprile 2018, alle 21, Mauro Calzolari (università di Ferrara, Gruppo Studi Bassa Modenese) e Francesca Foroni (coll. SABAP BO, Gruppo Studi Bassa Modenese) su “Novi e la bassa modenese dall’età romana al pieno Medioevo: il territorio, gli insediamenti e le testimonianze archeologiche”. Le conferenze sono realizzate con la collaborazione della Pro Loco “Adriano Boccaletti” di Novi di Modena, del Gruppo Storico Novese, del Gruppo Archeologico Carpigiano, del Circolo Naturalistico Novese, del Gruppo Studi Bassa Modenese e dell’Istituto Italiano dei Castelli, sezione Emilia-Romagna.

Nella campagna tra Novi di Modena e Concordia del Secchia in 25 anni di ricerche scoperto e salvato dal passaggio di un’autostrada un castrum: villaggio rurale e castello altomedievale. Ora a Novi la mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo” presenta i risultati delle ricerche e i preziosi reperti ritrovati

Il castrum di Vicolongo a Novi di Modena rilevato dalla fotografia aerea

La locandina della mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo”

Il titolo in latino della mostra che apre sabato 24 febbraio 2018 alle 16.30 nella sala EXPO Polo Artistico Culturale di Novi di Modena forse è un po’ troppo accademico, “In loco ubi dicitur Vicolongo”. Subito chiarito dal sottotitolo “L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena”. Ma quella frase (“Nel luogo chiamato Vicolongo”) non è un vezzo culturale. Riprende una formula molto diffusa negli atti notarili medievali o negli atti ecclesiastici antichi: “in loco ubi dicitur”. Ma il toponimo rimane quasi sempre un luogo sulla carta. Non è il caso di Novi di Modena dove, grazie alla caparbietà del Gruppo Archeologico Carpigiano, del Gruppo Studi Bassa Modenese e del Gruppo Storico Novese, coordinato dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, è stato non solo ritrovato Vicolongo, ma si è anche riusciti a ricostruirne la storia: da villaggio rurale a castello. La mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo. L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena” racconta con reperti e immagini la storia di questo sito, posto in un territorio ininterrottamente occupato dall’età augustea alla tarda Antichità, poi trasformato nel castello altomedievale più volte menzionato dai documenti d’archivio. Venticinque anni di ricerche storiche e archeologiche e un importante intervento di tutela spalancano le porte del castrum di Santo Stefano: proprio lì, infatti, doveva passare l’autostrada Cispadana cancellando per sempre questo tesoro. Ma stavolta hanno vinto le motivazioni degli archeologi, e il tracciato dell’autostrada è stato spostato.

Via Santo Stefano di Novi dove è stato individuato il villaggio rurale tardo antico e il castello altomedievale

“L’individuazione del sito archeologico di Vicolongo, a metà strada tra Novi di Modena e Concordia sulla Secchia”, ricordano gli archeologi, “è figlio di una ricerca durata più di 25 anni. Nessuna strada, nessun corso d’acqua, edificio o consuetudine orale indiziavano nel nome l’antico Vicus Longus. Solo i documenti d’archivio ubicavano in quest’area prima un vicus, menzionato a partire dall’841 nei pressi della pieve di Santo Stefano, e poi un castrum”. Ricerche di superficie e sondaggi più recenti hanno portato prima al recupero di centinaia di reperti tra cui armi, monete e ornamenti anche di grande pregio, e poi al ritrovamento di una porzione del sistema difensivo del castrum e di un manufatto della fase precedente, una fornace, riferibile al vicus citato dalle fonti. Allestita fino al 25 aprile 2018 nel Polo Artistico Culturale, la mostra è curata dagli archeologi Sara Campagnari, della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, e Mauro Librenti, dell’università Ca’ Foscari di Venezia, ed è corredata da una guida breve e un catalogo scientifico editi dal Gruppo Studi Bassa Modenese. L’esposizione offre una visione complessiva dell’insediamento, ricostruendo l’assetto del castello e presentando una selezione di circa 250 reperti che illustrano la vita nel castrum fin dalle sue fasi più antiche.

Denaro imperiale del XII secolo: una delle tante monete recuperate a Novi di Modena

Le fonti scritte ubicano il vicus nelle vicinanze della pieve di Santo Stefano, menzionata a partire dall’841 e nota fino al 1188. Pieve e villaggio vengono di nuovo citati in un documento di compravendita dell’878. Nel 911 l’abitato è trasformato in un castrum fortificato per volontà del vescovo di Reggio Emilia, su autorizzazione di re Berengario I. Questa evoluzione è riconducibile al fenomeno dell’incastellamento -che in area padana si sviluppa a partire dalla fine del IX secolo- cioè quel processo di accentramento della popolazione all’interno di insediamenti rurali fortificati (castra), circondati da fossati e difese in terra e legno (terrapieni e palizzate) per fronteggiare situazioni di grave insicurezza, come le nuove ondate di invasioni. Il castrum risulta distrutto nel 1287 da Alberto della Scala e successivamente ricostruito. Menzionato ancora nel 1361, incontra un rapido declino, tanto da essere definito come villa nel 1387. Questo secondo le carte. Da lì sono partite ricerche, sondaggi e studi che, come dimostrano i manufatti in esposizione, hanno dato esiti piuttosto inconsueti. La mostra di Novi di Modena dà conto anche del lungo e complesso processo che ha condotto alla recente emissione del vincolo archeologico.

Placchetta in rame del XIII secolo, circolare decorata con racemi, probabilmente fissata all’abito a scopo ornamentale, simbolo della mostra (foto Roberto Macrì, Archivio fotografico SABAP-BO)

Frammento di scodella in ceramica graffita bizantina (foto Mauro Librenti)

La prime ricognizioni di superficie, poi periodicamente ripetute, iniziano nel 1991, recuperando decine di reperti ceramici, metallici (strumenti da lavoro, oggetti d’uso quotidiano, ornamenti e armi), numismatici, laterizi e lapidei, e individuando un areale di circa un ettaro perfettamente visibile anche dalle foto aeree. Ma è solo con il progetto dell’Autostrada Regionale Cispadana che nel 2011 vengono avviati sondaggi più approfonditi: il tracciato prevede il passaggio sul sedime del castrum di Santo Stefano e la soprintendenza dispone la realizzazione di saggi archeologici preventivi per verificare la compatibilità dell’opera pubblica con la tutela dei depositi presenti nel sottosuolo. Seppur scontato, l’esito dei sondaggi è superiore alle aspettative e conferma non solo l’altissima potenzialità archeologica del sito ma anche una stratigrafia ottimamente conservata. Alla luce di questi ritrovamenti ogni soluzione progettuale appare incompatibile con la tutela archeologica e la soprintendenza non solo chiede e ottiene la variante del tracciato autostradale ma avvia contestualmente la pratica di dichiarazione dell’interesse culturale (il vincolo sarà emesso il 18 gennaio 2016) che mette definitivamente al riparo il castrum di Novi di Modena da eventuali futuri interventi che non siano legati alla ricerca archeologica. L’insolita presenza di materiali di pregio importati dal Veneto o dall’area bizantina (maiolica arcaica, graffita bizantina e ceramiche da mensa) testimoniano l’inserimento dell’area in un circuito commerciale di livello europeo, che transitava lungo il Po verso le regioni padane nord-occidentali e di cui pare rimasta traccia anche nella tappa intermedia di Santo Stefano di Vicolongo. Al tempo stesso, la densità di monete, armi e ornamenti databili tra il XIII e il XIV secolo attestano il carattere elitario dei suoi occupanti, oltre a riflettere un elevato livello di militarizzazione dell’insediamento che nella sua fase comunale subisce una notevole trasformazione in piazzaforte signorile (con annessa torre) perdendo le caratteristiche di centro di popolamento.

La planimetria del castrum di Santo Stefano a Novi di Modena

Le indagini archeologiche preliminari hanno previsto la realizzazione di sei trincee di 30 metri in lunghezza per 3 metri di larghezza, ubicate all’estremità nord-occidentale dell’insediamento. I risultati, pur estremamente parziali, hanno consentito l’individuazione di tre periodi riferibili alla vita del castrum. Alla profondità di circa m 1,50 dal piano di campagna è stato individuato un suolo di età altomedievale con andamento orizzontale, riferibile alla frequentazione del piano di campagna, come attesta una serie di tracce strutturali: questo strato era coperto ed intaccato dalle stratigrafie riferibili dagli interventi della successiva fase di incastellamento. Sigillati dai terrapieni, sono stati rinvenuti una piccola fornace, quattro buche di palo con andamento semicircolare e numerosi livelli di frequentazione costituiti da un’alternanza di limi ricchi di carbone. Della fornace si conservava solo la camera di combustione in concotto a pianta sub circolare; la struttura presentava l’imboccatura del praefurnium verso est e una piccola fossa antistante a pianta subovale. I materiali recuperati dal suolo sono prevalentemente ceramica da fuoco e pietra ollare.

Disegno con la ricostruzione del primo castrum di Santo Stefano (X – XIII secolo)

La nascita del castrum (X–XIII secolo) Risale a questo periodo la realizzazione delle fortificazioni con fossati e terrapieni. Nei sondaggi è stato messo in luce il terrapieno più esterno, di circa 30 metri di larghezza, e parzialmente anche il sistema di fossati che lo circondavano. Il terrapieno, livellato e inciso dalle arature, aveva uno spessore massimo di circa un metro ed era costituito da un deposito pluristratificato composto da riporti prevalentemente limo sabbiosi. La formazione dell’argine deve essere avvenuta a più riprese come suggerito dalla presenza, al tetto di alcuni riporti, di buche di palo e concentrazioni di carboni, concotto e laterizi. Oltre ai laterizi erano presenti, tra i materiali di scarico, anche numerose scaglie di pietra -in alcuni casi con tracce di lavorazione- e pochi frammenti di ceramica comune di epoca romana, ceramica da fuoco e frammenti di pietra ollare. Il terrapieno era delimitato da due fossati, uno di grandi dimensioni all’interno, adiacente all’insediamento, e uno di dimensioni minori all’esterno. La parte indagata del fossato interno presentava una larghezza parziale di 10 metri per una profondità massima indagata di 2,6 metri dal piano di campagna. A circa 30 metri di distanza dal fossato principale, separato dal terrapieno, è stato localizzato il secondo fossato della larghezza di circa 6 metri, indagato per una profondità di circa un metro. La lunghezza dei saggi non ha consentito di verificare la presenza di un terzo fossato di delimitazione esterna che risulta visibile dalla foto aerea.

Ricostruzione della trasformazione del castrum in fortilizio signorile (XIII – XIV secolo)

Da castrum a fortilizio signorile (metà XIII–XIV secolo) L’ultimo periodo di frequentazione riconosciuto nei sondaggi si conclude entro il XIV secolo: è ascrivibile a questa fase l’individuazione di un fossato che incide i terrapieni. Il canale misurava circa 5 metri di larghezza massima per m 1,50 di profondità. Possiamo supporre che il castrum includesse una torre, di cui restano una serie di mattoni di modulo tardomedievale con un lato semicircolare, evidentemente utilizzati per una cornice decorativa sul modello di altre strutture del periodo. Appare dunque verosimile che i fossati del castrum, ormai colmati, siano stati sostituiti da un fossato ellittico molto meno significativo dei precedenti. Questo intervento si colloca in una fase in cui il sito aveva ormai perso i propri caratteri di centro insediativo e anche l’apparato fortificatorio originario che risulta livellato e coperto in parte da livelli alluvionali. Si tratta dell’ultima fase di frequentazione dell’area leggibile, oltre la quale si possono osservare solo depositi alluvionali e terreno arato.