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21 aprile, 2774.mo Natale di Roma. Il ministero della Cultura lo celebra con una nuova versione, “Uncut”, del video girato nel 2020 al Pantheon: un effetto speciale ideato per Augusto duemila anni fa

21 aprile 753 a.C. – 21 aprile 2021, oggi è il 2774.mo Natale di Roma. E da duemila anni al Pantheon la luce è un effetto speciale. Quest’anno il ministero della Cultura celebra il Natale di Roma con una nuova versione del video girato all’interno del Pantheon che nel 2020 ci aveva fatto sognare e viaggiare nel tempo, in un mondo all’inizio del pieno lockdown (riguardalo qui: https://youtu.be/WgU6JsJnjjM​). “UNCUT” racconta il dietro le quinte del filmato in timelapse che riproduce uno dei primi e sorprendenti effetti speciali della Storia. Uno sguardo inedito a 360° che in pochi secondi rivela l’incredibile passaggio della luce nel tempio fondato nel 27 a.C. da Agrippa e che oggi scandisce il 2774esimo anniversario di Roma dalla sua fondazione. Ogni 21 aprile, a mezzogiorno, il sole entra infatti nell’oculus del Pantheon con un’inclinazione tale da creare un fascio di luce che centra perfettamente il portale d’ingresso. A quell’ora esatta, l’Imperatore varcava la soglia del tempio affinché tutta la sua figura fosse immersa nella luce. Quando la vita era già cinema, ancora prima di Cinecittà. Contenuti ideati e interamente realizzati dall’Ufficio Stampa e Comunicazione MiC / Video di Emanuele Antonio Minerva.

Claterna fu promossa da M. Vipsanio Agrippa, il genero di Augusto? I risultati della campagna di scavo 2017 potrebbero cambiare la datazione della città romana sulla via Emilia tra Bologna e Imola. Scoperti nuovi ambienti della domus del Fabbro e soprattutto intercettato il grande teatro

31 ottobre 2017, presentazione degli scavi. Da sinistra: Maurizio Liuti, Daniele Vacchi, Annarita Muzzarelli, Luca Lelli, Alessandro Golova Nevsky, Saura Sermenghi, Renata Curina, Claudio Negrelli e Maurizio Molinari (foto Paolo Nanni)

Fu veramente Marco Vipsanio Agrippa, il famoso genero e generale di Augusto, che come patronus della città si fece promotore della costruzione di Claterna? E fu il teatro scoperto nella campagna di scavo 2017 l’edificio nel quale il contemporaneo Publius Camurius Nicephorus, un magistrato locale nominato in una sintetica iscrizione funeraria ritrovata non lontano da Claterna, organizzò ludi (forse giochi scenici) per cinque giorni? Persone e volti che prendono lentamente forma attraverso le memorie materiali di Claterna frutto delle ricerche archeologiche. I risultati della campagna di scavo Claterna 2017, definita “molto fortunata”, sono stati presentati nel corso di una visita guidata che si è tenuta martedì 31 ottobre 2017 con interventi di Renata Curina, archeologa della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Luca Lelli, sindaco di Ozzano dell’Emilia; Annarita Muzzarelli, assessore di Castel San Pietro Terme; Saura Sermenghi, presidente dell’associazione culturale “Centro studi Claterna – Giorgio Bardella, Aureliano Dondi”; Maurizio Liuti, direttore comunicazione CRIF (Azienda sostenitrice); Daniele Vacchi, direttore corporate communications Gruppo IMA (Azienda sponsor) e Alessandro Golova Nevsky, Rotary Club Bologna (Coordinamento progetto di alternanza scuola-lavoro).

Tabula Peutingeriana: la posizione di Claterna lungo la via Emilia tra Bononia e Forum Cornelii

La campagna di scavo 2017 ha inaugurato un nuovo progetto triennale di ricerca focalizzato su due precisi settori dell’antica città di Claterna: la già nota Casa del Fabbro e l’area centrale destinata in antico agli edifici pubblici. Scoperti nuovi ambienti della domus del Fabbro (un piccolo impianto termale e altri vani con pozzi e cucina) e le imponenti strutture del teatro e di un secondo edificio dell’area pubblica. Nel dettaglio, per la Casa del Fabbro è proseguita sia l’attività di scavo iniziata nel 2005 (scoprendo appunto nuovi ambienti della domus) che quella di archeologia sperimentale (ricostruendo in scala reale e in situ nuovi muri e stanze). Per quanto riguarda l’area centrale degli edifici pubblici – un’assoluta novità degli scavi 2017- è finalmente iniziata l’attività di ricerca in uno dei settori più importanti e al tempo stesso meno conosciuti della città romana, intercettando subito parti del teatro e alcune fondazioni perimetrali di un altro grande edificio pubblico. Rinvenimenti che gettano nuova luce sulla storia della città, imprimendo una svolta fondamentale alla ricerca archeologica e al progetto di valorizzazione dell’antico municipio romano, posto sulla via Emilia tra le colonie romane di Bologna (Bononia) e Imola (Forum Cornelii). Claterna fu infatti fondata alla confluenza nell’Emilia di un’altra strada romana che attraversava l’Appennino, forse la via Flaminia Minor, che congiungeva la strada emiliana con Arezzo. Oggi, le nuove scoperte potrebbero far rivedere all’età augustea la datazione che finora fissava la fondazione della città coeva alla realizzazione della via Emilia (187 a.C.), quindi verso l’inizio del II secolo a.C.

Veduta aerea dell’area archeologica di Claterna nel 2004, prima che iniziassero le campagne di scavo sistematiche

Gli scavi nella campagna 2017 sono stati condotti dall’associazione culturale “Centro Studi Claterna – Giorgio Bardella e Aureliano Dondi”, formata da volontari e archeologi professionisti, sotto la direzione scientifica della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e in sinergia con i Comuni di Ozzano dell’Emilia e di Castel San Pietro Terme. Grazie all’apporto organizzativo dei Rotary Club di Bologna, all’attività di ricerca hanno collaborato gli studenti delle scuole secondarie superiori che hanno aderito al progetto di “alternanza scuola lavoro”. L’università Ca’ Foscari di Venezia e la Scuola di Specializzazione in Archeologia delle Università di Trieste, Udine e Venezia (SISBA) hanno infine partecipato alla campagna di scavo sia per la ricerca archeologica stratigrafica che per la formazione sul campo dei futuri archeologi. La realizzazione del progetto è stato possibile grazie al fondamentale finanziamento di CRIF Spa, con il contributo di Gruppo IMA, che da sempre sostiene e incoraggia la valorizzazione di Claterna, e di numerosi altri sponsor privati. Ora, con le informazioni scientifiche di Renata Curina, archeologa della soprintendenza, e direttore dell’area archeologica di Claterna; e di Claudio Negrelli e Maurizio Molinari, responsabili scientifici dell’associazione “Centro Studi Claterna – Giorgio Bardella e Aureliano Dondi”, facciamo una visita guidata virtuale nella città romana di Claterna, per conoscere meglio i risultati della campagna di scavo 2017, settore per settore.

Lo scavo della Casa del Fabbro nella città romana di Claterna

Lo scavo e la ricostruzione della Casa del Fabbro (settore 11). Lo scavo della domus del settore 11 è iniziato nel mese di giugno 2017 con l’asportazione dei riempimenti delle spoliazioni, cioè le trincee lasciate da coloro che nel Medioevo cavarono fino alle fondamenta gli antichi materiali costruttivi della città -ormai da tempo abbandonata- per reimpiegarli altrove. Quest’anno è stata scoperta un’altra importante serie di ambienti della domus del Fabbro che si sviluppavano verso Nord, probabilmente attorno a un cortile, mentre si è proseguito con l’attività di archeologia sperimentale, ricostruendo (in scala reale e in situ) uno dei muri perimetrali dell’edificio (quello verso Ovest, cioè verso lo Stradello Maggio) con base in laterizi romani e alzato in terra cruda. Gli studenti di Ca’ Foscari di Venezia hanno eseguito i disegni delle strutture e delle stratificazioni emerse nella fase precedente, impostando le basi topografiche (picchettatura) per i successivi rilievi. “Nella parte est della nuova area di scavo”, spiegano gli archeologi, “è venuto alla luce quello che parrebbe essere una sorta di piccolo settore termale privato pertinente alla domus: è stato infatti individuato un vano con suspensurae, i tipici mattoni circolari in genere associati agli ipocausti dei calidari termali. Tra il materiale di crollo sono stati trovati interessanti frammenti di un mosaico che forse decorava il pavimento soprastante”. Più a Sud, è stata scoperta un’altra pavimentazione in cocciopesto (battuto cementizio a base fittile), particolarmente ben conservata nonostante la scarsa profondità dal piano di campagna attuale, e un’altra pavimentazione ribassata, funzionale a sua volta alla presenza di un pozzo.

Veduta dall’altro dell’area di scavo 2017 nella Casa del Fabbro (foto Paolo Nanni)

La possibilità di scavare in profondità ha rivelato una serie di strati che descrivono con precisione le varie fasi di vita della domus durante un lunghissimo periodo di tempo. “Poiché in archeologia si procede a ritroso (dal più recente al più antico man mano che si scava)”, continuano  Curina, Negrelli e Molinari, “si sono subito trovate strutture murarie e pavimenti in terra battuta databili al V–VI secolo d.C,, cioè coeve alle ultime fasi di rioccupazione dell’edificio: sappiamo infatti che in questo luogo, dopo l’abbandono della domus, si stabilirono degli artigiani che lavoravano il ferro (da cui la denominazione di domus del Fabbro), dei quali abbiamo ritrovato l’officina e gli ambienti in cui risiedevano con le proprie famiglie”. Proseguendo lo scavo, è stato individuato uno strato di crollo più antico (III-IV secolo) per lo più riferibile a un tetto, vista l’ampia presenza di tegole e coppi.

Ipotesi di ricostruzione di una domus di Claterna, la Casa dei Mosaici

Sotto questo crollo sono stati individuati almeno tre ambienti. Il primo dotato di pozzo realizzato con mattoni puteali disposti in circolo. “Si tratta di un rinvenimento molto importante perché potrebbe raccontare molte cose sulla vita quotidiana della domus: i pozzi sono fondamentali in primis per studiare il tema dell’approvvigionamento idrico della città e poi perché dentro i pozzi venivano spesso gettati oggetti d’uso (sia in fase di utilizzo che in fase di abbandono) spesso in ottimo stato di conservazione”. Il secondo ambiente, quello più a nord, ha restituito due piani pavimentali sovrapposti: uno più antico in battuto cementizio (cocciopesto) e uno più recente, realizzato con un sottile riporto di argilla e calce. Il terzo ambiente, centrale, ha invece restituito un focolare a terra, oltre a resti di ceramiche, carboncini e cenere: è quindi probabile che si trattasse della cucina. “Lo scavo di quest’anno”, concludono i ricercatori, “ha dunque individuato una nuova ala della Casa del Fabbro in grado di raccontarci molte cose sulla vita quotidiana: un piccolo ambiente riscaldato e una serie di ambienti di carattere funzionale, con pozzi e cucina”.

La foto aerea mostra con impressionante chiarezza le tracce del teatro romano e di altri edifici pubblici (Foto Maurizio Molinari, 2015)

Lo scavo del settore pubblico della città di Claterna: il teatro (settore 16). Tra luglio e ottobre 2017 è stato aperto un nuovo settore di scavo (settore 16) nell’area “pubblica” della città e cioè in quel comparto a Nord della via Emilia occupato da una serie di grandi edifici già individuati da foto aeree e satellitari. “È stata un’esplorazione di capitale importanza”, assicurano  Curina, Negrelli e Molinari, “perché non si scavava in questo settore dalla fine del XIX secolo cioè da quando Edoardo Brizio aveva fatto eseguire alcuni saggi che avevano individuato, tra l’altro, lo spiazzo forense. In anni più recenti, foto satellitari e riprese aeree oblique avevano evidenziato come, oltre alla supposta area del foro (inteso come piazza aperta), esistesse tutta una serie di edifici sepolti, organizzati con cura al centro della città, che per planimetria e ampiezza potevano ben figurare come i monumenti del comparto pubblico claternate”. Gli scavi si sono concentrati nell’area dove le foto aeree mostravano le evidenti tracce di un edificio teatrale e sono stati progettati in modo da intercettare una porzione della cavea, dell’orchestra e dell’edificio scenico, per la ragguardevole estensione di circa m 40 x 10, poi ulteriormente ampliata.

Foto dal drone delle strutture di fondazione in pietra arenaria della cavea del teatro (foto Paolo Nanni)

Ipotesi di ricostruzione del teatro romano di Claterna

Dopo un primo strato di distruzione, sono venute in luce le inequivocabili tracce del teatro, in particolare delle fondazioni e di parte degli alzati della cavea. “Una scoperta francamente inaspettata”, ammettono gli archeologi, “perché i più ritenevano che, nel migliore dei casi, si sarebbero trovate solo labili tracce, comprensibili solo agli specialisti. La realtà archeologica si è invece rivelata ben diversa restituendo enormi blocchi squadrati di pietra arenaria (probabilmente da cave locali), sapientemente connessi a formare possenti muri dall’andamento circolare. Questi resti, che coincidono perfettamente con le tracce evidenziate dalle foto aeree, sono i muri di sostegno della summa cavea cioè delle gradinate del settore più alto su cui sedevano gli spettatori. Più verso Nord sono state rilevate altre tracce che ci fanno ritenere che la parte inferiore delle gradinate (ima cavea) e l’orchestra possano trovarsi a una quota sensibilmente inferiore rispetto al piano di campagna coevo, ancora tutta da scoprire perché coperta da un potente strato di terra”. A Nord il teatro confinava con l’asse stradale di uno dei decumani principali della città mentre verso Sud alcune tracce parrebbero indicare le fondazioni della parte più esterna della cavea, costruita probabilmente su portico. Ancora più a Sud, cioè verso il foro, un piano di ciottoli separava il teatro da un altro grande edificio pubblico, di cui sono state intercettate alcune fondazioni perimetrali.

Moneta con l’effige di Ottaviano Augusto rinvenuta negli scavi di Claterna

Un impegno per il futuro. Lo scavo 2017 è stato dunque particolarmente fortunato. La scoperta dell’area pubblica di Claterna e delle strutture imponenti di alcuni dei suoi più insigni edifici sono destinate a gettare nuova luce sulla storia della città e a imprimere una svolta alla ricerca archeologica e al progetto di valorizzazione del centro antico. “Certo rimane molto da fare”, ribadiscono in soprintendenza. “Il saggio nel settore 16 è servito soltanto a valutare le caratteristiche principali dell’edificio teatrale e del suo stato di conservazione. L’area esplorata corrisponde infatti solo a una piccola frazione della reale estensione del teatro e qualsiasi futuro progetto di ricerca dovrà tenere conto della sua grande ampiezza e profondità (per dare un’idea, si calcola che dovesse essere largo circa 60 metri)”. Ma se tanti sono gli interrogativi, resta l’entusiasmo per quella che si preannuncia come una ricerca in grado di aggiungere qualcosa di veramente inestimabile al patrimonio culturale del territorio ozzanese. Dalla datazione dei primi materiali raccolti (monete, ceramiche) e dalle caratteristiche dei resti della decorazione architettonica (frammenti di decori vegetali in pietre calcaree e di rivestimenti in marmo) sembrerebbe plausibile una cronologia relativa alla prima età imperiale, da ricondurre quindi all’epoca di Augusto (che morì nel 14 d.C.) anche se è prematura qualsiasi considerazione al riguardo.

È morto Tony Clunn, l’ufficiale-archeologo che scoprì la “legione perduta” di Varo distrutta nella battaglia della Selva di Teutoburgo

L'archeologo britannico Tony Clunn mostra una delle monete romane trovate nel luogo della battaglia della Selva di Teutoburgo

L’archeologo britannico Tony Clunn mostra una delle monete romane trovate nel luogo della battaglia della Selva di Teutoburgo vicino all’odierna Kalkriese in Bassa Sassonia (Germania)

Ricostruzione della sanguinosa battaglia della Selva di Teutoburgo del 9 d.C. che fu una disfatta per i romani

Ricostruzione della sanguinosa battaglia della Selva di Teutoburgo del 9 d.C. che fu una disfatta per i romani

britannico Tony Clunn, autore della sensazionale scoperta della “perduta legione” del generale romano Publio Quintilio Varo, è morto all’età di 68 anni nella sua casa di Osnabrück, in Germania. Fu lui che nel 1993 annunciò ufficialmente il ritrovamento in Germania, nella Bassa Sassonia, ai piedi della collina di Kalkriese, della località (che da 400 anni veniva ricercata invano) dove fu combattuta la famosa battaglia della Selva di Teutoburgo nel 9 d.C. nella quale morì Publio Quintilio Varo, politico e generale romano. Nato da una gens patrizia decaduta, Varo riuscì a intraprendere la carriera politica grazie alla vicinanza dell’imperatore Augusto: questi gli permise di salire i gradini del cursus honorum e lo accolse nella sua famiglia dandogli in sposa la figlia di suo genero, Marco Vipsanio Agrippa. Varo ricoprì ruoli di notevole prestigio, quale quello di proconsole in Africa e, più tardi, quello di legatus Augusti pro praetore in Siria. Nel 7 d.C. fu inviato come governatore in Germania. È qui che fu ingannato e attaccato dalle forze comandate dal principe dei Cherusci, Arminio, il quale, tradendo i Romani, inflisse a Varo, tra il 9 e l’11 settembre del 9, una durissima sconfitta nella foresta di Teutoburgo, dove furono completamente annientate tre legioni e numerose coorti ausiliarie dell’esercito romano. Lo stesso Varo, vistosi sconfitto, si tolse la vita.

La mappa con i movimenti delle truppe nella battaglia della Selva di Teutoburgo

La mappa con i movimenti delle truppe nella battaglia della Selva di Teutoburgo

Quando John Anthony Spencer «Tony» Clunn fu comandato ne 1987 in Germania era un ufficiale dell’esercito britannico (che poi lasciò nel 1996), e archeologo per passione: col metal detector si dilettava nel tempo libero a cercare monete romane. Per questo, appena assegnato al Royal Tank Regiment di stanza a Osnabrück, in Germania, si rivolse a Wolfgang Schlüter, che all’epoca era l’archeologo di riferimento per il distretto di Osnabrück, per sapere – da cercatore di monete – dove dare un’occhiata. Schlüter gli consigliò di andare una ventina di chilometri a nord della città, dove in passato erano state trovate monete romane, precisando però che da almeno 18 anni non ne era stata trovata più una. L’indicazione di Schlüter non era peregrina: si basava sullo studio di mappe antiche e sull’ipotesi, avanzata nell’Ottocento da Theodor Mommsen, il grande studioso tedesco del mondo antico, che proprio la zona di Kalkriese potesse essere stata il teatro della battaglia del 9 d.C. Così l’ufficiale-archeologo con il metal detector si incamminò lungo una antica pista romana, assistito dalla fortuna. Già il primo giorno Clunn trovò numerose monete del regno di Augusto, la maggior parte in un eccellente stato di conservazione. Con una particolarità, che accese subito l’interesse dell’appassionato: non solo quelle monete trovate erano tutte del I secolo d.C., ma nessuna di esse era successiva al 9 d.C. Clunn capì di essere sulla buona strada: ai piedi della collina di Kalkriese, a una settantina di chilometri a nordovest di Osnabrück, scoprì i resti di una trincea romana e un centinaio di monete del I secolo d.C., alcune delle quali con il sigillo di Publio Quintilio Varo. Aveva trovato la prima prova inconfutabile che in quel luogo c’era stata un’attività militare. Fino a quel momento infatti c’erano state molte ipotesi, tra loro contrastanti, sul luogo della battaglia che gli studiosi stavano cercando senza successo da alcuni secoli.

Il generale romano Publio Quintilio Varo che, vistosi sconfitto, si tolse la vita

Il generale romano Publio Quintilio Varo che, vistosi sconfitto, si tolse la vita

Gli storici romani ricordano con “clades Variana” (la disfatta di Varo) la battaglia della foresta di Teutoburgo che – come detto – si svolse nell’anno 9 d.C. tra l’esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo e una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cherusci. La battaglia si risolse in una delle più gravi disfatte subite dai romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX) furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria. Per riscattare l’onore dell’esercito sconfitto, i Romani diedero inizio a una guerra durata sette anni, al termine della quale rinunciarono a ogni ulteriore tentativo di conquista della Germania. Il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell’Impero per i successivi 400 anni.

Il museo della Battaglia di Varo a Kalkriese (Varusschlacht Museum und Park Kalkriese)

Il museo della Battaglia di Varo a Kalkriese (Varusschlacht Museum und Park Kalkriese)

Una maschera funeraria romana conservata all'interno del museo di Kalkriese

Una maschera funeraria romana conservata all’interno del museo di Kalkriese

Sulla base dei dati raccolti da Clunn, Schlüter iniziò uno scavo sistematico del sito nel 1989, scavo che in seguito sarebbe passato sotto la direzione di Susaanne Wilbers-Rost. Gli scavi archeologici sono durati quasi un decennio. Nel 2002 è stato aperto a Kalkriese il museo della Battaglia di Varo (Varusschlacht Museum und Park Kalkriese) che espone i reperti legati alla battaglia della Selva di Teutoburgo, dove i germani guidati da Arminio massacrarono tutte e tre le legioni romane al comando del generale Quintilio Varo. Nel 1996 Clunn decise di lasciare Londra e di stabilirsi a Osnabrück dove ha continuato a occuparsi di archeologia e ha scritto libri sull’«ultima legione». Negli anni Clunn ha esplorato l’intera area intorno a Kalkriese e con le monete scoperte è stato possibile ricostruire il percorso seguito dai legionari di Varo e stabilire dove i soldati romani subirono l’imboscata e furono massacrati. Secondo Clunn il percorso seguito dai legionari in marcia è esattamente compatibile con i cambiamenti ambientali descritti dallo storico romano Cassio Dione nella sua monumentale “Storia romana”.