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Firenze. L’accademia toscana “La Colombaria” organizza “La Tarquinia degli Spurinas”, giornata di studi, in presenza e on line, in ricordo di Mario Torelli

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Il prof. Mario Torelli, etruscologo, archeologo, docente di archeologia e storia dell’arte greca e romana, è morto all’età di 83 anni nel settembre 2020

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Copertina del libro “Gli Spurinas. Una famiglia di principes nella Tarquinia della “rinascita” “

“Scrivere una storia di famiglia per epoche diverse da quella moderna è quasi sempre un azzardo”, scriveva Mario Torelli nella premessa del suo libro Gli Spurinas. Una famiglia di principes nella Tarquinia della “rinascita” (L’Erma di Bretschneider, 2019). “Nelle mani di un archeologo la vicenda di una famiglia antica, così come ce la fanno conoscere iscrizioni e rare e occasionali menzioni delle fonti letterarie, solo di rado è riuscita a diventare trama storica significativa, da leggere eventualmente sullo sfondo di eventi più generali, capaci di dare un senso a comportamenti, a documenti figurati o a evidenze monumentali. La famiglia al centro di queste pagine è quella degli Spurinas-Spurinnae, una potente gens tarquiniese, forse la più potente della città nella prima metà del IV secolo a.C., emersa come tutte le altre dell’età della “rinascita” dalla “notte oligarchica” del V secolo a.C. Di costoro ci parlano alcuni eccezionali documenti epigrafici in latino, i c.d. Elogia Tarquiniensia, fatti incidere su una lastra di marmo in età giulio-claudia; abbiamo così i resti della breve biografia, redatta secondo le regole codificate degli elogia latini, di tre personaggi vissuti fra la fine del V e la metà del IV secolo a.C., il capostipite Velthur Spurinna Lartis f., e il figlio e il nipote (o il figlio natu minor) di questi, Velthur Spurinna Velthuris f. e Aulus Spurinna Velthuris f. Queste brevi biografie, giunte a noi purtroppo con gravi lacune, erano destinate a fornire allo spettatore l’identità di tre statue, ovviamente perdute, erette all’inizio dell’età imperiale per celebrare gli antenati (pretesi) di una famiglia senatoria romana di fresca nomina, quella dei Vestricii Spurinnae nel luogo più augusto della città, il grandioso tempio poliadico di Tarquinia detto dell’Ara della Regina, dove si concentravano le memorie religiose più importanti della città e, per aspetti particolari come l’aruspicina, dell’intera nazione etrusca”.

firenze_la-tarquinia-degli-spurinas_giornata-di-studi_locandinaProprio in ricordo di Mario Torelli, che è mancato nel settembre 2020 (vedi Archeologia in lutto. È morto Mario Torelli, grande etruscologo, archeologo e docente di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana. Stava preparando una grande mostra su Pompei e Roma | archeologiavocidalpassato), l’Accademia toscana di Scienze e Lettere “La Colombaria” organizza in presenza nella propria sede, in via Sant’Egidio 23 a Firenze, e on line (Link al collegamento zoom ID riunione: 862 4690 8148), una giornata di studi dal titolo “La Tarquinia degli Spurinas”. Appuntamento venerdì 13 maggio 2022, alle 10. La giornata di studi si apre con i saluti istituzionali: Sandro Rogari (accademia “La Colombaria”), Giuseppe Sassatelli (istituto nazionale di Studi Etruschi ed Italici), Concetta Masseria (università di Perugia), Massimo Osanna (università “Federico II” di Napoli; ministero della Cultura). Introduce i lavori Stefano Bruni (università di Ferrara). Alle 11, PRIMA SESSIONE, presieduta da Luciano Agostiniani (accademia “La Colombaria”). Intervengono: Tonio Hoelscher (università di Heidelberg) su “Pompe funebri tra Grecia, Roma e Tarquinia”; Lucio Fiorini (università di Perugia) su “Arath Spuriana, la Tomba dei Tori e Tarquinia arcaica”; Luca Cerchiai (università di Salerno) su “Le Tombe dell’Orco e gli Spurina: elogio di un paradigma”. 14.30, SECONDA SESSIONE, presieduta da Giuseppe Sassatelli (istituto nazionale di Studi Etruschi ed Italici). Intervengono: Carmine Ampolo (Scuola Normale Superiore) su “Gravisca e la riscoperta degli empori (tra ‘epigrafia, culti e storia’)”; Vincenzo Bellelli (Cnr; parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia) su “Note tarquinesi”; Giovanna Bagnasco (università di Milano) su “Un volto nuovo per un’antica dea. Il Mediterraneo e Tarquinia in epoca ellenistica”; Attilio Mastrocinque e Fiammetta Soriano (università di Verona) su “Il Foro romano di Tarquinia”; Stefano Bruni (università di Ferrara) su “Quinto Spurina, exemplum virtutis dal mondo antico alle soglie dell’umanesimo”.

Napoli. Presentato il libro “POMPEI. INSULA OCCIDENTALIS. Conoscenza Scavo Restauro e Valorizzazione” a cura di Giovanna Greco, Massimo Osanna e Renata Picone: 700 pagine e 54 contributi per raccontare una ricerca interdisciplinare nell’area extraurbana della città antica di Pompei

Panoramica dell’Insula Occidentalis a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Presentato nel centro congressi Federico II di Napoli il libro “POMPEI. INSULA OCCIDENTALIS. Conoscenza Scavo Restauro e Valorizzazione” a cura di Giovanna Greco, Massimo Osanna e Renata Picone, edito dall’Erma di Bretschneider, Roma. Il libro, di oltre 700 pagine, raccoglie gli esiti di una ricerca interdisciplinare condotta sull’area extraurbana della città antica di Pompei da cinquantaquattro tra funzionari del Parco archeologico, docenti e giovani studiosi di cinque Dipartimenti dell’Ateneo fridericiano di Napoli; quelli di Architettura, di Strutture per l’ingegneria e l’architettura, di Scienze umanistiche, di Scienze della terra e di Agraria. Il volume raccoglie i saggi di Raffaele Amore, Consuelo Isabel Astrella, Aldo Aveta, Claudia Aveta, Serena Borea, Domenico Caputo, Luigi Cicala, Anna G. Cicchella, Chiara Comegna, Francesco Cona, Sabrina Coppola, Francesca Coppolino, Alessia D’Auria, Pantaleone De Vita, Bruna Di Palma, Gaetano Di Pasquale, Maurizio Fedi, Ersilia Fiore, Giovanni Florio, Rosa Anna Genovese, Paolo Giardiello, Giovanna Greco, Mauro La Manna, Gian Piero Lignola, Barbara Liguori, Bianca Gioia Marino, Giovanni Menna, Pasquale Miano, Vincenzo Morra, Iole Nocerino, Massimo Osanna, Andrea Pane, Valeria Paoletti, Annamaria Perrotta, Renata Picone, Ivano Pierri, Stefania Pollone, Andrea Prota, Giancarlo Ramaglia, Lia Romano, Valentina Russo, Giovanna Russo Krauss, Viviana Saitto, Claudio Scarpati, Domenico Sparice, Angela Spinelli, Teresa Tescione, Maria Pia Testa, Luana Toniolo, Damiana Treccozzi, Luigi Veronese, Mariarosaria Villani, Gian Paolo Vitelli. La ricerca è stata condotta all’interno della cornice istituzionale dell’Accordo quadro siglato tra l’università “Federico II” di Napoli e il parco archeologico di Pompei, per lo svolgimento di attività di ricerche e didattica finalizzata alla valorizzazione, fruizione e divulgazione del sito di Pompei, nel 2015, con la responsabilità scientifica di Giovanna Greco e Vincenzo Morra, e rinnovato nel 2019 con la responsabilità scientifica di Renata Picone e Vincenzo Morra. Un accordo che ha favorito, dopo un periodo di minore attenzione, il ritorno dell’Ateneo federiciano con le proprie competenze multidisciplinari sul sito di Pompei e che ha visto i curatori di questo volume coinvolti sin dal primo momento in un’attività di coordinamento delle plurime ricerche svolte.

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Copertina del libro “Pompei. Insula Occidentalis. Conoscenza scavo restauro e valorizzazione”

Lo studio multidisciplinare i cui esiti sono esposti all’interno del volume, ha affrontato gli aspetti legati alla conoscenza, messa in sicurezza, paleobotanica, archeologia e geofisica, nonché al restauro, alla conservazione e al miglioramento della fruizione dell’Insula Occidentalis di Pompei, alla scala urbana e architettonica. Lo sguardo intrecciato dei diversi saperi ha consentito di guardare al sito archeologico sotto diverse angolazioni, concorrendo ad un significativo avanzamento del quadro conoscitivo sull’area del Suburbio occidentale pompeiano e ad una strategia per la sua trasmissione al futuro e per una sua piena e consapevole valorizzazione. L’Insula Occidentalis di Pompei rappresenta oggi un’area strategica per il miglioramento dell’accessibilità e della fruizione al sito archeologico: essa include alcuni dei principali ingressi attuali alla città antica e costituisce la principale interfaccia tra l’area archeologica e la città contemporanea, contenuta nella Buffer zone perimetrata dall’UNESCO. A partire dall’analisi di queste specificità, gli studiosi coinvolti nella ricerca hanno previsto una fruizione diversificata del sito, alleggerendo anche la pressione antropica sui percorsi più frequentati, avviando una riflessione globale su questo comparto della città antica, che dalle Terme Suburbane arriva fino alla Villa dei Misteri. Il risultato, che possiamo vedere nelle pagine di questo volume, è un progetto organico e coerente che sulla base di analisi diagnostiche avanzate e ricerche archeologiche, propone un piano strategico per il restauro, la valorizzazione e l’accessibilità di una zona di Pompei a lungo dimenticata, potenziandone le possibilità di comprensione anche per il pubblico, nel rispetto dei suoi significati storici.

Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo presentazione, in presenza e on line, del volume “From Pen to Pixel. Studies of the Roman Forum and the Digital Future of World Heritage”, a cura di Patrizia Fortini e Krupali Krusche sulla collaborazione DHARMA/PArCo per il rilevamento architettonico delle realtà monumentali del Foro Romano

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Locandina della mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità” al Foro Romano e al Palatino dal 15 dicembre 2021 al 30 aprile 2022

Nuovo appuntamento promosso dal parco archeologico del Colosseo per il ciclo “Dialoghi in Curia”. Giovedì 24 febbraio 2022, alle 16.30, in concomitanza con la mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità”, presentazione, in presenza e on line, del volume “From Pen to Pixel. Studies of the Roman Forum and the Digital Future of World Heritage”, a cura di Patrizia Fortini e Krupali Krusche, edito da L’Erma di Bretschneider. Presentano Irina Bokova, già direttore generale dell’UNESCO, e Daniele Manacorda, già professore di Archeologia nelle università di Siena e Roma Tre. Introduce Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. Intervengono le curatrici del volume. Prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti via eventbrite https://www.eventbrite.it/e/265122668037. Ingresso da largo della Salara Vecchia, 5. All’ingresso del PArCo sarà richiesto di esibire, oltre all’invito, il Super Green Pass e di indossare la mascherina. L’incontro sarà trasmesso in diretta streaming dalla Curia Iulia sulla pagina Facebook del PArCo: https://www.facebook.com/parcocolosseo.

Una foto del Foro Romano realizzata da Giacomo Boni col pallone frenato (foto Archivio Fotografico Storico PArCo)
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Copertina del libro “From Pen to Pixel. Studies of the Roman Forum and the Digital Future of World Heritage”

Il volume raccoglie la lunga esperienza di collaborazione scientifica con la University of Notre Dame (Indiana, USA), in particolare con l’istituto DHARMA – Digital Historic Architectural Research and Material Analysis Lab dell’università di Notre Dame diretto dalla prof.ssa Ing. Krupali Krusche, per eseguire il rilevamento architettonico delle realtà monumentali del Foro Romano, tramite l’uso della tecnologia laser scanner e la fotografia ad altissima risoluzione. Il lavoro ha costituito un momento di formazione per gli studenti di architetture dell’University of Notre Dame​, supervisionati dalla dott.ssa Patrizia Fortini del parco archeologico del Colosseo, che hanno potuto prendere visione della documentazione della complessa articolazione topografica del Foro Romano con piante, foto, sezioni e disegni risalenti agli scavi e alle pionieristiche esplorazioni di Giacomo Boni. Parte di tale importante documentazione grafica, mai pubblicata in precedenza, costituisce l’apparato illustrativo a corredo dei saggi scientifici e consta di una serie completa di piante, prospetti e viste panoramiche in formato nuvola di punti 3D, fotografie Gigapan, disegni al tratto e acquerelli. L’introduzione di Irina Bokova, direttore generale dell’UNESCO negli anni di svolgimento del progetto, sottolinea l’impegno profuso dall’organizzazione internazionale per la conservazione del patrimonio culturale materiale e immateriale, anche attraverso gli strumenti digitali, già a partire dal 1992 con il varo del programma Memory of the World. La partnership Parco archeologico del Colosseo / Università di Notre Dame si inserisce appieno tra gli obiettivi di lungo termine UNESCO quale nuova sinergia per la ricerca, la sperimentazione e l’utilizzo di tecniche non distruttive per la documentazione e la valutazione dello stato di conservazione dei monumenti.

Roma. A Castel Sant’Angelo presentazione del libro “Adventus Hadriani. Ricerche sull’architettura adrianea”, la prima raccolta monografica dedicata all’analisi delle opere architettoniche commissionate da Adriano nelle aree dell’Impero. Incontro in presenza con Green Pass e on line su FB

Un’opera monumentale sull’architettura adrianea. Durante il convegno internazionale di studi di architettura dal titolo “Adventus Hadriani”, mercoledì 3 novembre 2021, nella Sala della Biblioteca di Castel Sant’Angelo a Roma, alle 16, verrà presentato il volume “Adventus Hadriani. Ricerche sull’architettura adrianea” (Hispania Antigua. Serie Arqueologica 11, L’Erma di Bretschneider, Roma 2020), curato da Rafael Hidalgo, Giuseppina Enrica Cinque, Antonio Pizzo e Alessandro Viscogliosi. Il volume costituisce la prima raccolta monografica dedicata all’analisi delle opere architettoniche commissionate da Adriano nelle aree dell’Impero. Alla presentazione, organizzata da Giuseppina Enrica Cinque ed Elena Eramo, del dipartimento di Ingegneria civile e Ingegneria informatica dell’università di Roma “Tor Vergata”, parteciperanno, tra gli altri, Mariastella Margozzi, direttore dei Musei Statali di Roma; Filippo Coarelli, professore emerito dell’università di Perugia; Paolo Vitti, professore della University of Notre Dame, School of Architecture; Andrea Bruciati, direttore dell’istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este. La partecipazione alla presentazione è a numero chiuso; eventuali adesioni dovranno essere comunicate all’indirizzo mail: adventus.hadriani@gmail.com L’accesso è riservato ai soli possessori di Green Pass, da esibire all’ingresso. La registrazione video sarà disponibile al link: www.facebook.com/publiushadrianusaelius

La copertina del libro “Adventus Hadriani. Ricerche sull’architettura adrianea” (L’Erma di Bretschneider)

Adventus Hadriani. Ricerche sull’architettura adrianea.  Curato da Rafael Hidalgo, Giuseppina Enrica Cinque, Antonio Pizzo e Alessandro Viscogliosi, il volume raccoglie 33 contributi, a firma di oltre 50 autori, sull’architettura adrianea (di Adriano, per Adriano, sotto Adriano, dopo Adriano) e costituisce un aggiornamento del panorama attuale della ricerca sull’architettura di epoca adrianea, riunendo un ampio orizzonte tematico e geografico, nel quale spiccano Roma, Villa Adriana e Italica, insieme ad altri siti di Spagna, Italia, Grecia, Asia minore e nord Africa. Il volume è completato da diversi lavori di sintesi, di grande interesse e attualità, indirizzati a distinti aspetti dell’architettura adrianea. I contributi, a firma dei massimi esperti della materia, presentano le scoperte più recenti ottenute attraverso nuove ricerche e scavi archeologici.

“Monitoraggio e manutenzione delle aree archeologiche. Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, degrado chimico-ambientale”: dalla Curia Iulia del Foro Romano presentazione on line del volume che raccoglie gli atti del convegno. Il “metodo Colosseo” diventa modello per altri siti archeologici

Una spettacolare immagine dall’alto del Colosso, icona di Roma

Con l’istituzione del Parco archeologico del Colosseo, nel 2018 è stato avviato un articolato progetto di monitoraggio e manutenzione, che nasce dalla volontà di costruire un sistema sostenibile di tutela al servizio della fruizione e della valorizzazione. Il monitoraggio difatti è uno strumento propedeutico ad una efficace attività di manutenzione programmata e quindi di conservazione preventiva. Con questa logica dunque si sta sviluppando il progetto che ha, tra i suoi scopi, quello di mettere a sistema quanto già avviato, sperimentando nuovi metodi di management mediante un approccio tecnologico innovativo, che possa costituire un modello anche per altri siti archeologici. Esperienze e risultati affrontati nel convegno internazionale di studi Roma tenutosi alla Curia Iulia il 20-21 marzo 2019. Ora gli atti sono stati raccolti nel volume “Monitoraggio e manutenzione delle aree archeologiche. Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, degrado chimico-ambientale”, a cura di Alfonsina Russo e Irma della Giovampaola, edito da L’Erma di Bretschneider, che raccoglie le testimonianze e le buone pratiche nazionali e internazionali sul monitoraggio e sulla manutenzione delle aree archeologiche. 

La copertina del volume “Monitoraggio e manutenzione delle aree archeologiche. Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, degrado chimico-ambientale” (L’Erma di Bretschneider)

Giovedì 26 novembre 2020, alle 17, il volume “Monitoraggio e manutenzione delle aree archeologiche. Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, degrado chimico-ambientale”, con gli atti del convegno, sarà presentato online dalla Curia Iulia nel Foro Romano sulla pagina Facebook del PArCo. Interverranno Massimo Osanna, direttore generale dei Musei; Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo; Renata Picone, professore ordinario di Restauro architettonico al dipartimento di Architettura dell’università “Federico II” di Napoli;  e Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico, saggista. Seguirà un dibattito sul tema del monitoraggio e della manutenzione nelle aree archeologiche.

Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo

“Il convegno internazionale di studi, insignito della medaglia del Presidente della Repubblica, si pone come una pietra miliare nel mondo della tutela del patrimonio culturale”, spiega Alfonsina Russo: “Per la prima volta infatti, ponendo come risorsa fondamentale la multidisciplinarietà, il parco archeologico del Colosseo ha riunito i rappresentanti di istituzioni attive nella sperimentazione di nuove metodologie di conservazione per un confronto sulle sfide del nuovo millennio: la riduzione della vulnerabilità e l’ aumento della resilienza attraverso l’utilizzo di tecnologie a basso impatto. In particolare gli atti illustrano i temi del monitoraggio e della manutenzione programmata nelle aree archeologiche, con il proposito di definire un protocollo che permetta di affrontare e risolvere le conseguenze derivanti dall’ evoluzione e dall’ incremento degli effetti prodotti dai cambiamenti climatici che interessano il nostro pianeta come conseguenza del riscaldamento globale. Attraverso il confronto tra ambiti di ricerca tradizionalmente distanti, i contributi del presente volume delineano quindi nuove metodologie di monitoraggio applicate al patrimonio culturale, senza trascurare l’ ordinaria ma complessa gestione delle aree archeologiche. L’impegno posto dal parco archeologico del Colosseo su questi temi sta dando i primi tangibili risultati: nelle more della pubblicazione di questi atti, infatti, il laboratorio e il sistema web-GIS per il monitoraggio del patrimonio culturale del Parco, curati da Irma Della Giovampaola, sono stati finalmente avviati e prossimi ad una prima effettiva sperimentazione sui monumenti del Foro Romano”.

Per i “Martedì di Carthago” nella Curia Julia a Roma giornata di studio “Fenici e Cartaginesi: Patrimonio e ricerca archeologica in Sicilia” e presentazione del libro postumo di Sebastiano Tusa sul sito della Battaglia delle Egadi

La locandina della Giornata di studio “Fenici e Cartaginesi: Patrimonio e ricerca archeologica in Sicilia” nell’ambito de “I Martedì di Carthago” a Roma

“Fenici e Cartaginesi: Patrimonio e ricerca archeologica in Sicilia” è il titolo della Giornata di Studio, organizzata nell’ambito della mostra “CARTHAGO. Il mito immortale”, al Parco archeologico del Colosseo fino al 29 marzo 2020, che rappresenta un’occasione di aggiornamento sui nuovi studi e sulle attività in corso sul mondo fenicio-punico in Sicilia, con l’obiettivo di stimolare e aprire un dibattito per il futuro, coinvolgendo le diverse Istituzioni attive sul territorio e nell’ambito della ricerca. La giornata di studio è a cura di Martina Almonte e Federica Rinaldi (parco archeologico del Colosseo), Francesca Guarneri (soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale), Paolo Xella (università di Tübingen) e José Ángel Zamora López (Escuela Española de Historia y Arqueología-CSIC). Appuntamento martedì 10 dicembre 2019 alla Curia Iulia nel Foro Romano a partire dalle 9, con i saluti del direttore del parco archeologico del Colosseo Alfonsina Russo e di Francesca Guarneri. La Giornata, articolata in una sessione mattutina e in una sessione pomeridiana, presenterà i nuovi dati sulla Sicilia fenicia e punica, attraverso approfondimenti mirati sui siti, sui parchi archeologici e sui materiali rinvenuti negli scavi. Le conclusioni dei lavori saranno lasciate a Mario Torelli. È gradita la prenotazione a: pa-colosseo.convegni@beniculturali.it

La copertina del libro postumo di Sebastiano Tusa “The Site of the Battle of the Aegates Islands at the end of the First Punic War. Fieldwork, analyses and perspectives, 2005-2015”

Dopo il dibattito e prima delle conclusioni, alle 16.40, sarà presentato da Alfonsina Russo il volume postumo a cura di Jeffrey G. Royal e Sebastiano Tusa sul sito della Battaglia delle Egadi: “The Site of the Battle of the Aegates Islands at the end of the First Punic War. Fieldwork, analyses and perspectives, 2005-2015” (L’Erma di Bretschneider, 2019), con contributi di Giovanni Garbini, Sebastiano Tusa, Tommaso Gnoli, W.M. Murray, J.R.W. Prag, Jeffre G. Royal, Aja Rose, Gemma Alia, Meritxell Aulinas, Robert A. Blanchette, Roberto Cabella, Claudio Capelli, Edward Faber, Benjamin W. Held, Jon C. Henderson, Michele Piazza, Lloyd Weeks, Cecilia Albana Buccellato, Francesca Oliveri, A.L. Goldman. La battaglia finale della prima guerra punica tra romani e cartaginesi, la battaglia delle isole Egadi, ebbe luogo nel 241 a.C. Nell’ambito del progetto di indagine sulle Isole Egadi condotto dalla Soprintendenza del Mare, in Sicilia, un’indagine intensiva ha portato a scoperte uniche da un antico campo di battaglia. Questa pubblicazione include le stagioni sul campo dal 2010-‘15. Reperti di arieti da guerra in bronzo, armature, anfore, iscrizioni e prove di siti di relitti confermano la scoperta di questo antico paesaggio di battaglia navale. Inoltre, questi manufatti forniscono nuove linee di indagine sull’epigrafia latina e sul ruolo dei funzionari, la formazione di paesaggi di battaglia, le dimensioni delle navi da guerra e i loro arieti, i tipi di armature personali, i cambiamenti culturali durante il III sec. a.C. e l’economia della flotta costruzione durante la prima guerra punica.

Nobile e solenne: l’Efebo di via dell’Abbondanza ti accoglie nel tablino della domus ricostruita a Vetulonia per la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” insieme a una quadreria con i pinakes, piccoli affreschi staccati dalle case pompeiane. E poi l’angolo della musica con l’Apollo Citaredo e il giardino arricchito da fontane, erme, oscilla e statue

Rendering dell’allestimento del tablino a cura dell’arch. Luigi Rafanelli per la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” a Vetulonia

Ti affacci all’uscio e lui, l’Efebo di via dell’Abbondanza, è lì che ti accoglie, il suo sguardo pensoso, il suo portamento solenne, “nell’armonica disposizione del corpo e nella nobile compostezza del volto”, come sottolinea Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia dove, nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider), è stata ricreata una domus pompeiana, con un centinaio di reperti provenienti dalle colonie romane dell’area vesuviana, Pompei, Ercolano, Stabia, e conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli. Dopo aver fatto la conoscenza con gli ambienti che davano sull’atrio, il luogo più rappresentativo e privato della domus (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/15/nellatrio-di-una-domus-pompeiana-a-vetulonia-nella-mostra-larte-di-vivere-al-tempo-di-roma-si-scoprono-tesori-e-oggetti-comuni-degli-ambienti-del-cuore-di-una-cas/),continuiamo il nostro viaggio nel tempo e nello spazio sempre accompagnati dall’archeologa Luisa Zito entrando nel tablino, “l’ambiente più importante della mostra”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli, che ha curato l’allestimento, “perché ospita il famosissimo Efebo in bronzo, che campeggia al centro di esso, ed è decorato alle pareti da affreschi che formano una immaginaria quadreria”. L’Efebo, a Vetulonia, diversamente da quando era esposto al Paul Getty Museum di Los Angeles (ultima tappa straniera prima del suo rientro in Italia), non è circoscritto da uno spazio delimitato e definito, ma è libero da tutte le parti, in modo che può essere visto e goduto (circostanza eccezionale) dai visitatori a 360°, come sospeso nel tempo e nello spazio. “Non c’è altra luce nella stanza – continua Luigi Rafanelli – se non quella speciale che lo illumina, e il chiarore che proviene dalle pareti con gli affreschi è soffuso e non se ne percepisce la provenienza”.

L’archeologa Luisa Zito davanti all’Efebo di via dell’Abbondanza nella mostra di Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Era in piedi, nell’atrio della domus di Publius Cornelius Tages, una delle più grandi di Pompei, quando fu trovato da Amedeo Maiuri in quel lontano 25 maggio 1925. “E se oggi possiamo ammirare l’Efebo in tutta la sua bellezza”, ricorda l’archeologa Zito, “è perché quando ci fu l’eruzione la grande casa era in ristrutturazione, e quindi – come si fa ancora oggi – il padrone aveva provveduto a spostare nel grande atrio parte della mobilia, proteggendola con teli. Così è stato anche per l’Efebo che deve proprio la sua sopravvivenza al suo ricovero negli spazi aperti dell’atrio che non conobbero il crollo dei piani superiori della domus”. Alla preservazione eccezionale della patina bronzea – continua Simona Rafanelli -, al di sotto di una superficiale doratura, dovette inoltre contribuire il tessuto abbondante con  il quale l’Efebo, con i due sostegni per le lampade in forma di tralci vegetali, di cui era stato munito, ed unitamente ad altri pregiati arredi bronzei recuperati accanto alla statua, era stato completamente avvolto. In mostra, però, l’Efebo presenta un solo sostegno portalampade: “L’altro”, precisa Zito, “era in uno stato di conservazione precario, che ha consigliato la sua non esposizione”. La statua fu realizzata tra il 20 e il 10 a.C. in una bottega artigiana pompeiana che ha riadattato a uso portalampade un bronzo greco che si rifaceva ai canoni del V sec. a.C. con riferimenti diversi: “La lieve torsione del corpo è di ispirazione policletea”, spiega Zito, “mentre il volto ha analogie con l’Athena Lemnia di Fidia”.

Donna con filo: intonaco dipinto dalla Casa di Giuseppe II di Pompei, oggi al Mann (foto Graziano Tavan)

La direttrice Simona Rafanelli con il maestro Stefano Cocco Cantini

Rapiti da tanta bellezza notiamo solo ora la calda atmosfera che ci ha accolti nel tablino: le dolci note di un flauto riempiono tutta la sala e si diffondono fino al giardino. “È un’antica musica etrusca”, precisa Zito. Proprio Simona Rafanelli con il maestro e compositore Stefano Cocco Cantini da anni sta studiando gli antichi strumenti emersi dagli scavi archeologici e le fonti coeve per recuperare suoni e ritmi della musica etrusca (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/03/05/dalle-tombe-dipinte-di-tarquinia-alla-musica-perduta-degli-etruschi-a-firenze-live-coinvolgente-con-letruscologa-simona-rafanelli-e-il-jazzista-stefano-cocco-contini/). Sulle note degli antichi etruschi l’occhio comincia a scorrere sulle pareti decorate del tablino, l’ambiente di rappresentanza della casa, che qui ospita una eccezionale quadreria, composti da sedici bellissimi quadri-affreschi, provenienti da Pompei e dall’area vesuviana. “L’allestimento”, interviene Luigi Rafanelli, “suggerisce l’idea di come erano sistemati, nella “pinacoteca” di una villa romana/pompeiana i piccoli dipinti (pinakes) che rappresentavano soggetti mitologici , domestici, naturalistici, con una tecnica pittorica mutuata dai greci. In questo modo diventava uno spazio fantasioso pieno di immagini, da cui l’abitante e l’ospite si sentivano avvolti, così per il visitatore odierno costituisce una immaginifica messa in scena per ritornare con la mente a quei luoghi e a quei tempi”. Gli affreschi, come fa notare l’archeologa Zito, sono stati staccati da soggetti più grandi e ricomposti senza rispettare la sequenza originale ma rispondendo al gusto estetico dell’epoca borbonica.  “In questa maniera”, stigmatizza Fiorenza Grasso, “gli scavatori borbonici distruggevano i complessi decorativi da cui i singoli soggetti (amorini, scorci di paesaggi, uccelli, …) erano tratti, e solo in rarissimi casi si ordinava un preventivo disegno dell’intera decorazione”. Gli affreschi o, meglio, i quadretti-affresco nel tablino ricreato di Vetulonia, appartengono per la maggior parte al cosiddetto IV stile pompeiano, definito anche “stile fantastico” che si sviluppa negli ultimi decenni di vita di Pompei prima dell’eruzione: “si torna all’illusione spaziale ottenuta con arditi scorci, quinte sceniche, portici e architetture complesse, baroccheggianti nella fase claudio-neroniana e di ispirazione teatrale”.

Statua in bronzo di Apollo con la lira dalla Casa di Apollo di Pompei, oggi al Mann (foto di Giorgio Albano, Mann)

Dal tablino, attraverso una grande apertura, si accede al portico in cui è posto l’angolo della musica, forse la disciplina più importante della paideia (educazione) giovanile. Il tema della musica è sviluppato in una vetrina con reperti eccezionali. Si è subito rapiti dall’Apollo citaredo in bronzo: “Prima della scoperta dell’Efebo di via dell’Abbondanza”, ricorda Zito, “questa era la più importante scultura in bronzo rinvenuta a Pompei”. Nudo, con le gambe incrociate, il capo reclinato, il braccio sinistro disteso lungo il corpo e in mano il plettro, mentre il destro piegato a reggere la lira poggia su un pilastrino; capelli raccolti sopra la nuca, occhi resi con la tecnica dell’ageminazione: lega d’argento per la cornea e rame per l’iride. “La domus dove fu scoperto l’Apollo, che da allora è ricordata come la casa del Citaredo”, continua Zito, “fu scavata tra il 1810 e il 1840, all’estremità dell’insula VII”. Accanto all’Apollo citaredo, un sistro, caratteristico strumento in bronzo molto comune nelle cerimonie in onore di Iside, Cibele e Dioniso; e un prezioso flauto in bronzo, argento e avorio: era usato dai musicisti nei funerali, ai banchetti e nelle rappresentazioni teatrali.

Rendering della vista dal tablino sul giardino chiuso dalla riproduzione del grande affresco della domus pompeiana del Bracciale d’oro

Venere accovacciata: piccola statua in marmo dalal Casa del triclino a Pompei, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

E siamo nel giardino, che chiude il nostro viaggio nel tempo e nello spazio. “Nelle pareti che delimitano idealmente uno spazio aperto”, precisa Luigi Rafanelli, “è riportata graficamente una scena continua di giardino”. È la riproduzione del grande affresco della Domus pompeiana del Bracciale d’oro. “Nella trasformazione della casa, con la nuova moda ellenistica”, spiega Grasso, “il giardino diventa il luogo più adatto per creare sfarzosi giochi d’acqua, importanti scenografie evocative, del mondo nilotico e bacchino da godere distesi negli adiacenti letti triclinari all’aperto”, Al centro del nostro giardino vediamo una vasca-fontana (labrum) in marmo bianco da Pompei: le fontane erano parte importante della ornamentazione del giardino, immancabilmente abbinate a erme, oscilla e statuette marmoree e bronzee. Anche nell’ideale giardino ricreato a Vetulonia troviamo alcune erme (pilastrini con sopra un busto di Dioniso), gli oscilla (i caratteristici dischi in marmo a vari soggetti o maschere teatrali che venivano appesi lungo il peristilio e, perciò, oscillavano al vento), alcune statuette: “Bellissima”, indica Zito, “la piccola Venere accovacciata, in marmo, oggi bianco, ma in origine dipinta: all’altezza del seno sono ancora visibili tracce di colore rosso. La Venere al bagno decorava l’impluvio dell’atrio della Domus del Triclinio: questa copia miniaturistica si rifà, come moltissime altre trovate, alla Venere lavantem sese realizzata nel III sec. a.C. da Doidalsas di Bitinia ed esposta nel tempio di Giove, nel portico di Ottavia a Roma”. In primo piano il rigoglioso giardino ricostruito con essenze arboree (finte) presenti all’epoca, chiuso da una staccionata a maglie romboidali, molto comune nella recinzione di orti e giardini. Superiamo anche questo cancelletto, e torniamo alla Vetulonia dei giorni nostri.

(3 – fine; i precedenti post il 7 agosto e il 15 agosto 2017)

Nell’atrio di una domus pompeiana: a Vetulonia, nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” si scoprono tesori e oggetti comuni degli ambienti del cuore di una casa romana

Il rendering della prima sala della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” che riproduce, nell’allestimento di Luigi Rafanelli, l’atrium di una domus pompeiana

Un gracidare di ranocchie sembra quasi fare festa per il nostro arrivo. Iniziamo dunque il nostro viaggio nel tempo e nello spazio. Siamo nell’atrio di una domus pompeiana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/07/larte-di-vivere-al-tempo-di-roma-ricreata-al-museo-isidoro-falchi-di-vetulonia-una-domus-pompeiana-con-cento-preziosi-reperti-dal-museo-archeologico-di-na/) ricreata nel museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider): “Le ranocchie che sentiamo ricordano quelle che popolavano l’impluvio”, spiega l’archeologa Luisa Zito, “la grande vasca nel cortile porticato della domus destinata alla raccolta dell’acqua piovana: qui in mostra l’impluvio è reso idealmente da un rettangolo disegnato sul pavimento musivo”. Attorno a noi pareti rosse, nere, ocra, dove si aprono vetrine che rappresentano le stanze cui si accedeva dall’atrio e che dall’atrio prendevano luce. Siamo in un percorso visivo affascinante che, sottolinea l’architetto Luigi Rafanelli,  “guidando il visitatore in un viaggio emozionale nelle agiate dimore pompeiane, tende ad annullare le coordinate spazio-tempo”.

Lare danzante in bronzo proveniente da Ercolano, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Era proprio nell’atrium, il luogo più rappresentativo e privato della domus, che si attendeva al culto degli antenati: nel Larario, costituito da una semplice nicchia fino a una più elaborata fronte di un tempietto, era raffigurato il Genius, protettore della famiglia, con accanto i Lari, figli di Mercurio, portatori di prosperità, e i Penati, divinità collegate al benessere della casa. “Il Larario poteva essere al centro dell’atrio o lungo una parete del porticato”, ricorda Zito, indicando due vetrine, una al centro della sala e l’altra lungo una parete: “Potevano esserci divinità famose – qui possiamo ammirare due preziose statuette in bronzo con Atena/Minerva ed Ercole -; oppure Lari generici, qui nella versione “a riposo” e “danzante”: statuette in bronzo provenienti da Ercolano”. Reso omaggio agli antenati, cominciamo a scoprire meglio gli ambienti della domus. La prima vetrina ci introduce in una delle sale di rappresentanza (oeci) o di soggiorno (exedra): ecco quindi la presenza di candelabri (“Molto moderno il candelabro in bronzo da Pompei, su tre piedi a forma di gamba umana, con asta estensibile, così da alzare la posizione della lucerna e allargare il raggio di illuminazione della stanza”), e lucerne, da appoggiare o da appendere.

Pentola in terracotta con coperchio su treppiedi in ferro, trovata nella Casa del Poeta tragico a Pompei; oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Dalla sala di rappresentanza si passa idealmente alla dispensa e alla cucina. Ecco – fossilizzati – una coppetta di noci, alcune già sgusciate; e poi piccoli contenitori con olive e fichi; e ancora pagnotte già porzionate in 8 spicchi e pronte – duemila ani fa – per essere consumate: “Pompei ha restituito fin dalle prime ricerche borboniche una messe unica di informazioni sulla vita quotidiana della colonia”, ricorda Zito. “Per la prima volta gli archeologi avevano a disposizione una grande varietà di oggetti di uso quotidiano di epoca imperiale, straordinariamente conservatisi sotto la coltre di cenere e lapilli: suppellettili da cucina, strumenti per la medicina e le misurazioni, ma anche materiali fragili come tessuti, e cordame. E alimenti: cereali, olive, uova, frutta, e salse come il famoso garum. Già dalla metà del Settecento la Collezione de’ Commestibili era esposta nella villa Reale di Portici”. Accanto alla dispensa c’era la cucina, sempre dotata di una propria suppellettile che variava per quantità, qualità e materia in base alle possibilità economiche del proprietario. L’instrumentum domesticum (ossia l’insieme degli utensili domestici) poteva essere di vetro, bronzo o terracotta: troviamo pentole (“Bellissima la grande pentola in terracotta trovata nella Casa del Poeta Tragico di Pompei: poggia su un treppiede di ferro che poteva essere spostato direttamente sulle braci, ed evitava il contatto diretto della pentola con la fiamma”); imbuti, colini, stadere, pentole a uno o due manici, e stampi per pasticcio in bronzo a forma di pollo spiumato (a ricordare l’ingrediente base della lasagna).

L’eccezionale samovar in bronzo proveniente dall’area vesuviana, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Anfore, crateri, situle, bacili su tripode ci introducono alla sala del banchetto e, quindi agli arredi della tavola. E i banchetti, anche se non saranno stati sempre sontuosi come quello di Trimalcione descritto dal Satyricon di Petronio, nel mondo romano rappresentavano un momento importante. Anche a Pompei, come ben descrive Fiorenza Grasso nel catalogo della mostra (L’Erma di Bretschneider): la giornata tipo del pompeiano iniziava al mattino con la prima colazione (jentaculum), considerata uno dei pasti principali della giornata, a base di pane condito con aglio e formaggio, uova, miele, datteri e frutta, e talora rinforzata con pietanze di carne. A mezzogiorno il pranzo (prandium) era una sorta di spuntino leggero con legumi, pesce, uova e frutta. Il pasto più importante era la cena. Per i poveri, sulla tavola pane nero, piccoli pesci, verdure locali e formaggio. Per i ricchi il banchetto, reso possibile con una schiera di servi e cuochi, rappresentava un motivo di sfoggio della propria ricchezza. La bevanda principe del banchetto era il vino che veniva servito dagli schiavi pocillatores. D’inverno il vino veniva servito bollente condito con miele (vinum mulsum) o spezie (vinum conditum) nell’apposito samovar in bronzo. Sì, avete capito bene: un samovar. “La tradizione vuole che questo caratteristico contenitore metallico sia un’invenzione moderna dei Paesi slavi o del Vicino Oriente”, interviene l’archeologa Zito. “Invece c’erano già a Pompei, duemila anni fa. Per Vetulonia è un pezzo eccezionale: finora se ne conoscono solo due; uno è a Napoli, e uno qui!”. Il samovar pompeiano permetteva di scaldare il liquido al suo interno attraverso una doppia camera e di regolarne poi il deflusso con valvole di scarico. La cena, dopo una sfilata di pietanze, servite sugli scissores, si concludeva tra danze, musica e giochi acrobatici, col dessert di frutta secca, fichi farciti, datteri, miele fritto e una sorta di sorbetto (secundae mensae).

Il caratteristico vaso a paniere in bronzo (vasa escaria) proveniente da Pompei, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Durante il banchetto gli ospiti cenavano semisdraiati sui letti triclinari. Con la sinistra reggevano il piatto (patina o patella) o la scodella (catinus) o la coppa per bere (poculum) e con la destra portavano il cibo alla bocca. Frequenti quindi le abluzioni delle mani che si asciugavano con il tovagliolo. Gli avanzi (scoparii) erano gettati a terra sotto la mensa dagli stessi commensali a scopo beneaugurante. Le donne partecipavano al banchetto accanto agli uomini, ma sedute. Gli oggetti più frequenti per la mensa sono bacili in bronzo a due anse; coppe (in mostra, molto belle quelle a valva di conchiglia); brocche in bronzo per il vino (oinochoe). “Caratteristici i cosiddetti vasa escaria, ritrovati in grande quantità negli scavi pompeiani, hanno la forma del paniere con un grande manico che si apre a T e va ad agganciarsi sui due lati del vaso. Si ipotizza che fossero usati per servire in tavola i pesci o i molluschi attinti direttamente dal recipiente di cottura e offerti ai banchettanti nell’acqua di bollitura”. Sulla mensa non mancano boccalini in argilla figulina, economica alternativa ai più cari prodotti ceramici in “terra sigillata”; brocchette a “pareti sottili”; coppe carenate o emisferiche. E poi vetri: anfore da acqua; bottiglie a corpo quadrato, bicchieri con decorazioni a rilievo; piatti e ciotoline.

Balsamari in vetro da Pompei con unguenti profumati per la cura del corpo o a scopo medico

“I romani”, ci ricorda Fiorenza Grasso, “ponevano grande attenzione nella cura del corpo e dell’estetica. Perciò erano assidui frequentatori delle terme, pubbliche o private, che quindi ricoprivano un ruolo di centrale importanza nella vita sociale e politica. Alle terme ci si recava, oltre che per usufruire dei tanti servizi offerti per la cura del corpo, come massaggi o epilazioni praticate da personale specializzato, anche per svolgere attività fisica o intellettuale negli ampi spazi aperti  coperti disponibili”. Non poteva quindi mancare, nel percorso della mostra di Vetulonia, una vetrina che ricordasse la toeletta. Ovviamente l’oggetto più emblematico è lo specchio in argento, e poi aghi crinali in avorio per le acconciature femminili, cucchiaini in avorio o bronzo per mescolare ed applicare unguenti e medicamenti. Il “set” base dei romani alle terme era costituito da pinzette, fiaschette in vetro per l’olio (aryballos) e lo strigile in bronzo per detergersi.  Ma non mancavano i balsamari in vetro con unguenti profumati per la cura del corpo o a scopo medico.

(2 – continua; il precedente post il 7 agosto 2017)

“L’Arte di Vivere al tempo di Roma”: ricreata al museo “Isidoro Falchi” di Vetulonia una domus pompeiana con cento preziosi reperti dal museo Archeologico di Napoli e una star assoluta: l’Efebo di via dell’Abbondanza, la più bella statua mai trovata a Pompei

L’Efebo di via dell’Abbondanza nel suggestivo allestimento della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico di Vetulonia

Un cancelletto di legno. Apparentemente insignificante. Eppure è un’autentica “porta del tempo”: di qui noi, di là il mondo degli antichi romani. Basta varcarlo per fare un salto indietro nel tempo di duemila anni. Benvenuti nella casa di un antico pompeiano, accolti da un personaggio speciale: l’Efebo di via dell’Abbondanza. Ma questa domus, fate bene attenzione, non si trova a Pompei, bensì a Vetulonia, importante centro della dodecapoli etrusca. All’interno del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia è stata infatti ricreata una vera domus pompeiana grazie alla collaborazione della direttrice del “Falchi”, Simona Rafanelli, con il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini. Ecco dunque la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider; vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/20/pompei-trasloca-in-etruria-notte-speciale-dei-musei-a-vetulonia-con-la-mostra-larte-del-vivere-al-tempo-di-roma-i-luoghi-del-tempo-nelle-domus-di-pompei/), con un centinaio di reperti provenienti dalle colonie romane dell’area vesuviana, Pompei, Ercolano, Stabia, e per la maggior parte conservati nei magazzini del Mann. “Abbiamo cercato gli oggetti da prestare per questa mostra”, ricorda Valeria Sampaolo, conservatore delle collezioni del Mann, “nei magazzini, locali protetti da pesanti cancelli dove sono conservati tesori di bronzi, ceramica e vetro. Con Simona Rafanelli abbiamo selezionato quanto potesse essere più significativo per facilitare la ricostruzione ideale di ambienti analoghi a quelli rimessi in luce dalle ricerche vetuloniesi. I visitatori possono così percepire di quante comodità gli antichi fossero riusciti a circondarsi, e a quali livelli di tecnica e di artigianato si fosse giunti nel I sec. d.C. attraverso oggetti reali, concreta e tangibile testimonianza del passato”. Reperti così importanti (alcuni usciti per la prima volta dal Mann) che, per dissipare l’incredulità manifestata dai primi visitatori sorpresi da tanta qualità, gli organizzatori sono stati “costretti” a porre un cartello bilingue all’ingresso “Sono tutti pezzi originali”.

Visione assonomentrica del progetto di allestimento della mostra “Arte di Vivere al tempo di Roma” dell’architetto Luigi Rafanelli

Entriamo dunque a scoprire “L’Arte di Vivere” di senechiana memoria in questa ricca domus pompeiana. Ci accompagna un’ospite speciale, l’archeologa Luisa Zito. Apriamo il cancelletto, ed eccoci nel I sec. d.C. I pavimenti musivi della domus sono stati riprodotti nei minimi dettagli per un allestimento, curato dall’architetto Luigi Rafanelli, “immersivo” ed “emozionale”, per solleticare più sensi del visitatore: dalla vista all’udito, e, per i fortunati presenti all’inaugurazione, all’olfatto. “Quel giorno – ricorda Zito – nel giardinetto cui si accede dal tablino c’erano piante vere (ora sostituite da riproduzioni per ovvi motivi tecnici) che inondavano le stesse fragranze simili a quelle apprezzate dagli antichi pompeiani”. Per ricreare queste atmosfere, “ridare vita agli oggetti domestici, e restituire splendore alle straordinarie opere d’arte, di pittura e scultura, presenti in mostra”, spiega Luigi Rafanelli, “si è ricostruita parzialmente, in due stanze del museo, una domus pompeiana: nella prima, sono stati localizzati ambienti dedicati a banchetto, simposio, cucina, dispensa, toeletta, che si affacciano sull’atrio, con al centro l’impluvio; nella seconda, sono riproposti tre ambienti: uno interno, il tablinum; uno interesterno, il portico; uno esterno, il giardino, in sequenza scenografica”. La casa pompeiana qui è intesa dall’architetto allestitore non come semplice contenitore di un’antologia di pezzi archeologici, ma come luogo dove è (ri)messa in scena L’Arte di Vivere dei romani, il teatro della rappresentazione delle attività domestiche, comprese quelle artistiche e culturali, fondamentali nello stile di vita di quel tempo.

(1 – continua)

Bellezza e ornamento, cosmesi e alimentazione: la rosa, il fiore più celebrato al mondo, protagonista del libro “La rosa antica di Pompei” con lo studio degli affreschi delle domus e dei risultati degli scavi archeologici. Forse originaria dell’Antica Persia. Il libro viene presentato a villa Silvana di Boscoreale

Le rose di Pompei in un affresco dalla domus del Bracciale d'Oro a Pompei

Le rose di Pompei in un affresco dalla domus del Bracciale d’Oro a Pompei

Simbolo di bellezza e di seduzione, pianta ornamentale, preziosa per i profumi e per l’alimentazione: la rosa, il fiore più celebrato al mondo, era protagonista nelle decorazioni delle domus dell’antica Pompei, nelle coltivazioni e nella cosmesi dei suoi abitanti. Questo straordinario connubio tra un fiore unico e un luogo unico e senza tempo come gli scavi di Pompei ha condotto a uno studio di ricerca scientifico sulla presenza e sull’utilizzo di questo pregiato fiore nell’antica città di Pompei e nell’area vesuviana a cura del Laboratorio di Ricerche Applicate della soprintendenza di Pompei con la collaborazione del dipartimento di Agraria dell’università Federico II. Il risultato di questo approfondimento ha dato vita alla pubblicazione del volume “La Rosa Antica di Pompei” edito da L’Erma di Bretschneider, che sarà presentato domenica 15 maggio 2016 alle 10,30 nell’incantevole scenario del giardino a roseto di Villa Silvana, seicentesca dimora nobiliare a Boscoreale (solo su invito). Per l’occasione si esibirà in un suggestivo intermezzo, il maestro Peppe Barra, che ha dedicato al tema della rosa pompeiana un momento unico di canto, musica e poesia, Recitar Cantando: “Sognando La Rosa”. Alla presentazione interverranno Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, Matteo Lorito direttore del dipartimento di Agraria dell’università Federico II e gli autori del libro, Ernesto De Carolis, direttore del laboratorio di Ricerche applicate della soprintendenza di Pompei, Gaetano Di Pasquale, ricercatore di Botanica archeologica del dipartimento di Agraria dell’università Federico II e Alessia D’Auria, Adele Lagi, responsabile Unesco della soprintendenza Pompei e Carlo Avvisati, giornalista e cultore di storia e costume dei territori vesuviani. Ospite della giornata il professore Mario Torelli. Nel pomeriggio, alle 17, la Villa sarà aperta al pubblico e i maggiori vivaisti nazionali esporranno le loro rose più belle negli stand che saranno allestiti nei giardini della villa nobiliare.

La copertina del libro "La rosa antica di Pompei" edita da L'Erma di Bretschneider

La copertina del libro “La rosa antica di Pompei” edita da L’Erma di Bretschneider

Il volume “La Rosa Antica di Pompei” (L’Erma di Bretschneider) è un piacevole excursus della storia della rosa, della sua origine e presenza a Pompei nelle sue più svariate forme: forse potrebbe essere arrivata dall’antica Persia. Dalle raffigurazioni nella pittura pompeiana, laddove le pareti dipinte con piante e fiori arricchivano e abbellivano ancor più gli ambienti e ne dilatavano illusionisticamente gli spazi, ai suoi aspetti mitici; come simbolo di seduzione e di grazia, per la sua bellezza e il suo aroma, la rosa era in particolare associata alla dea Afrodite. Il suo uso come pianta ornamentale o nell’alimentazione, per la salute e il benessere, o ancora in cosmesi, come testimonia il ritrovamento di numerose ampolline contenenti profumi (Lekythoi) e le svariate botteghe e laboratori di produzione di profumi di Pompei. Ma anche un racconto sulla storia, la coltivazione e le specie diffuse in tutto il Mediterraneo, fino alle ipotesi sull’identità della rosa Pompeiana; per concludere con le tradizioni, i segreti e le magie sotto il Vesuvio, i versi e le canzoni dedicate al bel fiore.

La rosa Gallica Versicolor era già presente nella Pompei di duemila anni fa

La rosa Gallica Versicolor era già presente nella Pompei di duemila anni fa

Annamaria Ciarallo, appassionata biologa di Pompei, da anni si interessa delle essenze presenti nella città romana duemila anni fa. Proprio studiando pollini e legni, e le tracce lasciate dalle radici nel suolo, attraverso le rappresentazioni dei motivi vegetali negli affreschi della Casa del Bracciale d’Oro, scoperta a metà degli anni ’70 del secolo scorso, la biologa ha scoperto che a Pompei era già rappresentata e quindi esistente, sia la Rosa Gallica che la Rosa Gallica Versicolor. Le indagini palinologiche rivelarono che nella cosiddetta Casa del Profumiere, meglio nota come Giardini d’Ercole, erano coltivate rose. Queste insieme a gigli e viole, costituivano le essenze per la preparazione dei profumi, la cui base oleosa era fornita dagli ulivi coltivati nello stesso giardino. Un olio profumato, l’oleum rosarum, veniva tratto da rose macerate prima in olio, poi in vino e successivamente spremute.

“Il Nilo a Pompei”: affresco dalla Casa del Bracciale d'’Oro, esposto nella mostra al museo Egizio di Torino

“Affresco dalla Casa del Bracciale d’’Oro

La Rosa rossa a fiore doppio, secondo gli autori del libro “La rosa antica di Pompei”, è certamente quella più presente nell’antica Pompei, sia nelle rappresentazioni che nei richiami degli autori classici; essa è stata variamente identificata, in passato, come una pianta imparentata con la Rosa gallica. E avanzano un’ipotesi suggestiva: possibile escludere che in una Rosa rossa, rifiorente e profumata vi sia un contributo di qualche rosa orientale? “In epoca romana”, spiegano, “in Italia si coltivava diffusamente il pesco (Prunus persica), una specie di origine cinese che i romani conobbero quando arrivarono in Persia dove era stato da tempo introdotto; la Rosa Antica di Pompei non potrebbe aver percorso la stessa strada?”. Al momento si tratta di ipotesi che necessitano di studi più approfonditi, ma la risoluzione del mistero è certamente possibile.