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Torino. Il direttore del museo Egizio Christian Greco ci introduce alla nuova Galleria dei Re: ecco l’allestimento “dall’oscurità alla luce”

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Il nuovo allestimento della Galleria dei Re nel museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

È stato uno dei momenti più attesi, il 20 novembre 2024, delle celebrazioni del bicentenario del museo Egizio di Torino, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: la riapertura, dopo il restauro e il riallestimento, della Galleria dei Re: “From darkness to light” non è solo il titolo del progetto, ma è l’effetto – stupefacente – che fa sul visitatore, e che sta facendo alle centinaia di migliaia di persone che dalla sera del 20 novembre 2024 accedono – magari un po’ prevenuti – alla Galleria dei Re, curata da Johannes Auenmüller, Paolo Del Vesco, Alessandro Girardi, Cédric Gobeil, Federico Poole e Martina Terzoli.  sapendo che non avrebbero più trovato l’allestimento “hollywoodiano” di Dante Ferretti (del quale un po’ tutti ci eravamo innamorati) (vedi Torino. Al museo Egizio il presidente Mattarella col ministro Giuli apre i festeggiamenti per il bicentenario: consegnato alla città e all’Italia il tempio di Ellesiya e riaperta la Galleria dei Re che stupisce e convince anche i più prevenuti | archeologiavocidalpassato). Intesa Sanpaolo è main partner del riallestimento della Galleria dei Re, con il contributo di Alpitour World

A introdurre gli appassionati alla visita della “nuova” Galleria dei Re è il direttore del museo Egizio, Christian Greco. “La nuova Galleria dei Re”, spiega il direttore Christian Greco ad archeologiavocidalpassato.com, “è dall’oscurità alla luce: nel luogo in cui siamo che le finestre ci permettono di sbirciare all’interno, di sera si potrà passeggiare fuori e vedere dentro e – l’ho documentato – si vede il nostro Seti II, si vede Ptah, si vede Ramses II. E poi queste pareti in metallo che sono pareti di un materiale diverso che non vanno in contraddizione, in competizione con l’elemento materico della pietra, diafane, che permettono di specchiare ma non proprio. Ci fanno intravedere come fossero un eidolon (immagine) platonico una forma che noi cerchiamo di afferrare. Ci ricordano che noi il passato lo conosciamo per sineddoche, in modo granulare, e quello che è oltre le pareti è tutto ciò che noi abbiano perso, e con la ricerca dobbiano cercare di ricostruire. torino_egizio_nuova-galleria-dei-re_thutmosi-III_ramses-II_foto-graziano-tavan

Nuova Galleria dei Re al museo Egizio di Torino: per la prima volta le statue di Thitmosi III e Ramses II al centro (foto graziano tavan)

“E poi è la prima volta in 200 anni – continua Greco – che Thutmosi III e Ramses II sono posti al centro; che possiamo girare attorno a queste statue monumentali, che possiamo guardare il nostro Horemheb e Amon in tutto il loro splendore. C’è un elemento che ci fa capire perché andava cambiato: prima del riallestimento il colore del nostro Horemheb era questo (tassello grigio scuro, ndr), era praticamente nero, ma non lo si vedeva nell’oscurità. Adesso nella luce, l’abbiamo pulito, l’abbiano restaurato, è ritornato a risplendere e lo possiamo guardare negli occhi, e quasi ci sentiamo parte di questo mondo divino che si è abbassato e noi tra i grandi Re dell’antico Egitto finalmente possiamo camminare”.

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Galleria dei Re al museo Egizio di Torino: la statua di Ramses II e le grandi finestre riaperte (foto graziano tavan)

L’architettura originale dello statuario monumentale risalente al XVII secolo è stata completamente riportata a vista dallo Studio OMA – Office for Metropolitan Architecture, un ritorno alle origini che valorizza le volte e le alte finestre che caratterizzano lo spazio e che fa tornare visibili due importanti iscrizioni che celebrano i natali del Museo, entrambe fatte apporre nella seconda metà dell’Ottocento dall’allora ministro Luigi Cibrario, una in memoria di Bernardino Drovetti, il console francese che ha venduto a Carlo Felice di Savoia il primo nucleo di reperti del Museo, e l’altra in onore di Jean-François Champollion, colui che decifrò i geroglifici, diventando il padre dell’Egittologia, tra i primi a giungere a Torino per studiare la collezione Drovetti.

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Dettaglio della statua di Ramses II nella Galleria dei Re al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

Sotto il profilo egittologico, visitare la Galleria dei Re è quasi un viaggio ideale all’interno di un antico tempio egizio. La posizione delle statue, non più su piedistalli, ma ribassate sul pavimento, richiama quella originale, che si nota nei cortili dei grandi templi dell’antico Egitto, dove le divinità e i faraoni, pur manifestando la propria ieraticità e autorevolezza, mantenevano uno stretto legame con i fedeli, un contatto vis-à-vis, come quello che avrà il pubblico del Museo con le statue della Galleria. La maggiore vicinanza dei visitatori alle statue permette loro di cogliere nuovi dettagli dei reperti, che prima non erano fruibili, come le iscrizioni geroglifiche sulla parte alta del trono della statua di Thutmosi I o come la parte posteriore del copricapo del sovrano Horemheb. Al centro della prima sala campeggia la statua di Ramesse II, attorno al quale ruotano tutte le altre dei faraoni, esposte per la prima volta in ordine cronologico. Jean-François Champollion, il padre dell’egittologia quando vide per la prima volta la statua a Torino ne rimase colpito e la definì l’Apollo del Belvedere egizio. In una lettera del 1824, Champollion scrive a proposito del Ramesse II, esposto a Torino: “ne sono innamorato e arriverò a Parigi con una buona copia in gesso dell’intero busto di questa statua. Vedrete allora se la mia passione non è legittima. La testa è divina, i piedi e le mani sono ammirevoli, il corpo è morbido; lo chiamo l’Apollo del Belvedere egizio”.

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Le statue delle dee Sekhmet e, in fondo, la statua colossale di Seti II nella Galleria dei Re al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

Non sono solo i faraoni ad essere protagonisti della Galleria dei Re, ma anche le dee Sekhmet. Anche per le 21 statue delle Sekhmet si è puntato ad una ricontestualizzazione archeologica, ispirata al tempio funerario di Amenhotep III a Tebe, l’odierna Luxor, loro sito di provenienza. La serie di statue mette in evidenza la ritmicità seriale e al contempo, osservandole da vicino e immerse nella luce naturale, saltano all’occhio i dettagli che differenziano ogni statua. Nel nuovo riallestimento costituiscono davvero “Una litania monumentale di granito”, come recita il titolo di una delle più celebri pubblicazioni dedicate alle Sekhmet dell’egittologo francese Jean Yoyotte.

Forte dei Marmi (Lu). Fervono i preparativi per la grande mostra “Gli Egizi e i doni del Nilo”, curata da Paolo Marini, unico evento fuori sede del museo Egizio di Torino, nell’anno del bicentenario: un viaggio nel tempo alla scoperta dell’antica civiltà nilotica in 24 reperti, dall’Epoca Predinastica (3900−3300 a.C.) all’età greco-romana (332 a.C.−395 d.C.)

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La locandina della mostra “Gli Egizi e i doni del Nilo” a Forte dei Marmi (Lu) dal 1° agosto 2024 al 2 febbraio 2025

Due mesi. Solo de mesi di attesa. A Forte dei Marmi (Lucca) fervono i preparativi per la grande mostra “Gli Egizi e i doni del Nilo”, curata da Paolo Marini, curatore e coordinatore scientifico delle mostre itineranti del museo Egizio di Torino, unico evento fuori sede nell’anno del bicentenario del più antico museo egizio del mondo. Promossa dalla Fondazione Villa Bertelli e dal Comune di Forte dei Marmi, l’esposizione sarà inaugurata al Forte di Leopoldo I, giovedì 1° agosto 2024, dal sindaco di Forte dei Marmi, Bruno Murzi; dal presidente di Villa Bertelli, Ermindo Tucci; e dal direttore del museo Egizio, Christian Greco. “Gli Egizi e i doni del Nilo” proporrà un viaggio nel tempo alla scoperta dell’antica civiltà nilotica in 24 reperti, dall’Epoca Predinastica (3900−3300 a.C.) all’età greco-romana (332 a.C.−395 d.C.). Vasi, stele, amuleti e papiri, oltre alla maschera funeraria di età romana (30 a.C.-395 d.C.), una riproduzione, idealizzata del volto del defunto, realizzata in cartonnage e destinata alla protezione magica della mummia, offriranno al pubblico un assaggio del Museo più antico al mondo, dedicato alla civiltà sviluppatasi sulle rive del Nilo. Proprio nell’autunno 2024, infatti, il museo Egizio, che custodisce circa 40mila reperti, di cui 12mila in esposizione, celebrerà il suo bicentenario. E la mostra di Forte dei Marmi rientra tra le iniziative che nel corso dell’anno celebreranno questo importante traguardo, non solo a Torino.

“La mostra Gli Egizi e i doni del Nilo”, spiega il curatore Paolo Marini ad archeologiavocidalpassato.com, “nasce grazie a una collaborazione tra il museo Egizio e il Comune di Forte dei Marmi. Si tratta di una mostra che si rivolge a un pubblico trasversale non soltanto ai locali che vivono a Forte dei Marmi ma anche ai turisti che in estate visitano quella località per cui ha un respiro internazionale. È una mostra che attinge ai magazzini del museo Egizio. Infatti verranno esposti 24 reperti che sono di eccezionale bellezza che raccontano quella che è stata la lunghissima storia dell’Antico Egitto a partire dalla fine del IV millennio a.C. e fino al IV secolo d.C. E in questo lungo percorso vi saranno oggetti che parleranno della realizzazione di vasi, di stele, di vasi canopi, di statue, e quindi di quelle che sono state le grandi arti che hanno fatto l’Egitto il Paese che oggi tutti noi conosciamo”.

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Presentazione, al museo Egizio di Torino, della mostra “Gli Egizi e i doni del Nilo”: da sinistra, Ermindo Tucci, Fabio Genovesi, Bruno Murzi ed Evelina Christillin (foto graziano tavan)

“Dopo la trasformazione del 2015 il museo Egizio si è aperto al mondo, ha cambiato costantemente la sua offerta espositiva, ha studiato nuove strade e modalità per raccontare non solo la cultura materiale, ma anche la storia nascosta dei reperti e della civiltà dell’antico Egitto, attraverso la ricerca e le nuove tecnologie”, intervengono la presidente del museo Egizio, Evelina Christillin e il direttore, Christian Greco. “Ora ci apprestiamo a vivere una nuova stagione di trasformazione, in occasione dei 200 anni del Museo. Celebrarli non è solo un esercizio di memoria, ma significa anche programmare il futuro con un occhio attento anche alla ricostruzione del paesaggio, della natura e della cultura, da cui provengono gli oggetti che custodiamo e raccontiamo al pubblico. Alla base di questa evoluzione c’è l’idea di un museo come laboratorio della contemporaneità, attento alla condivisione dei saperi, in cui la storia, l’archeologia e la ricerca, costituiscono non solo uno strumento per preservare il passato e la memoria, ma anche una sorta di lente di ingrandimento sull’oggi e su un patrimonio archeologico, che ci permette di sentirci parte di un’unica collettività. In quest’ottica, proprio nell’anno del bicentenario è nata la collaborazione con il Comune di Forte dei Marmi e con Villa Bertelli”,

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Il Fortino Leopoldo I, luogo iconico di Forte dei Marmi (Lu) (foto comune forte dei marmi)

“Il Comune di Forte dei Marmi, per la prima volta in Toscana”, dichiarato il sindaco Bruno Murzi, “ospiterà la mostra Gli Egizi e i doni del Nilo, a cura del museo Egizio di Torino, prima realtà museale in Italia e seconda nel mondo in grado di raccontare questa meravigliosa storia millenaria. Ringrazio la presidente Evelina Christillin e il direttore Christian Greco per l’opportunità di far vivere ai nostri cittadini, agli ospiti, ma anche a tutti gli studenti di ogni ordine e grado, che inviteremo, questo imperdibile percorso archeologico e storico. È, quindi, con fiera soddisfazione che abbiamo messo a disposizione gli spazi del Forte di Leopoldo I nel cuore del paese, dove sarà possibile vedere l’esposizione con visite guidate e altre iniziative, capaci di far diventare la nostra città, per qualche mese, centro pulsante di storia e cultura a fianco di un museo italiano, gloria e vanto dell’intero Paese”.

forte-dei-marmi_fondazione-villa-bertelli_logo“Per la Fondazione Villa Bertelli è un onore, ma anche una grande gioia”, prosegue il presidente di Villa Bertelli, Ermindo Tucci, “presentare questa prestigiosa mostra, che ci ha permesso di collaborare con il museo Egizio di Torino, nell’anno dei festeggiamenti del bicentenario della sua istituzione. Forte dei Marmi è una realtà turistica, che seppure nota in Italia e nel mondo, non vanta una storia antica, come il resto della nostra penisola. Tuttavia, deve il suo nome alla realizzazione del simbolo del paese, il Fortino, che è una struttura fortificata costruita da Leopoldo I Granduca di Toscana, nonno di Leopoldo II, finanziatore, congiuntamente a Carlo X di Francia, della spedizione franco-toscana in Egitto nel 1828, diretta dal grande egittologo francese Jean Francois Champollion e dal giovane collega italiano Ippolito Rosellini. Un legame storico, dunque, che si riallaccia idealmente in questa occasione e La Fondazione Villa Bertelli si inserisce con orgoglio in questa illustre scia, per consentire nel secondo millennio, di accedere a un evento che, sono certo, rimarrà un fiore all’occhiello nella nostra storia culturale e artistica”.

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Modellino di imbarcazione dei corredi funerari del Primo Periodo Intermedio (2118-1980 a.C.) consevato al museo Egizio di Torino (foto mudeo egizio)

Tra i reperti in mostra, un tipico modellino di imbarcazione dei corredi funerari del Primo Periodo Intermedio (2118-1980 a.C.), in legno stuccato e dipinto, decorato con la coppia di occhi udjat a protezione dello scavo. Queste imbarcazioni in genere rappresentano il viaggio del defunto verso la città sacra di Abido. Dalla Galleria della Cultura materiale del museo Egizio proviene invece il set completo di vasi canopi in alabastro di Ptahhotep, vissuto durante il Terzo Periodo Intermedio (1076-722 a.C.). I 4 vasi sono chiusi da coperchi che ritraggono i Figli di Horus, con teste zoomorfe, utilizzati per conservare separatamente gli organi del defunto. Il percorso espositivo sarà arricchito da infografiche e da installazioni multimediali, con approfondimenti storico-scientifici sui reperti e i diversi periodi storici. In esposizione anche una riproduzione digitale in 3D della monumentale statua di Ramesse II, uno dei reperti simbolo del Museo Egizio, che risale al XIII secolo a.C. ed è inamovibile.

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Riproduzione digitale in 3D della monumentale statua di Ramesse II, uno dei reperti simbolo del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

In preparazione anche una speciale audioguida in italiano e in inglese, con la voce dello scrittore fortemarmino Fabio Genovesi, candidato al Premio Strega con il romanzo “Oro puro”. Sono inoltre allo studio laboratori didattici e visite guidate, che vedono la collaborazione tra Villa Bertelli e il museo Egizio.

Torino. Al museo Egizio, nell’anno del bicentenario, avviato il riallestimento della Galleria dei Re: fino a ottobre le statue di dei e faraoni sono spostate nell’atrio e sotto le arcate del museo Egizio e dell’Accademia delle Scienze. L’esposizione “Verso la nuova Galleria dei Re” ricorda il loro arrivo, 200 anni fa, con la collezione Drovetti

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Lo spostamento delle statue degli dei e dei faraoni dalla Galleria dei re nell’atrio e sotto le arcate del museo (foto museo egizio)

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Una delle sale dello statuario con l’allestimento di Dante Ferretti, per le Olimpiadi Invernali di Torino 2006 (foto museo egizio)

torino_egizio_verso-la-nuova-galleria-dei-re_locandinaLe statue di dei e faraoni della Galleria dei Re del museo Egizio di Torino in questi giorni hanno lasciato la loro sede, un po’ la loro casa, quella dove il pubblico ha imparato a riconoscerli e ad “amarli” soprattutto in quello che doveva essere un allestimento temporaneo realizzato dal premio oscar Dante Ferretti in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino 2006. Temporaneo, si diceva. Quasi vent’anni dopo, proprio nell’anno del Bicentenario del museo Egizio, è arrivato il momento di affrontare il nuovo allestimento. Così, per consentire i lavori, le statue della Galleria dei Re sono protagoniste dal 23 aprile 2024 di un nuovo allestimento temporaneo nell’atrio e sotto le arcate del museo Egizio e dell’Accademia delle Scienze, dal titolo “Verso la nuova Galleria dei Re”. L’esposizione, frutto della collaborazione tra le due istituzioni, offrirà fino a ottobre 2024 ai visitatori una suggestione dell’origine del museo, 200 anni fa, quando arrivarono a Torino le grandi sculture di faraoni e divinità. Nel 1823 queste, infatti, assieme a migliaia di reperti della collezione Drovetti, varcarono la soglia del palazzo barocco che oggi ospita il museo Egizio e l’Accademia delle Scienze e furono sistemate al piano terreno e nella corte. Un anno dopo nacque a Torino il primo museo Egizio al mondo.

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Quadro di Marco Nicolosino rappresentante lo statuario intorno al 1830 nella sala a sinistra del cortile, prima del suo trasferimento nelle attuali sale. museo Egizio (foto museo egizio)

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L’allestimento temporaneo “Verso la nuova Galleria dei Re” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

L’allestimento richiama la posizione originale delle statue nei cortili dei grandi templi dell’antico Egitto, dove le divinità e i faraoni, pur manifestando la propria ieraticità e autorevolezza, mantenevano uno stretto legame con i fedeli. In questo nuovo allestimento il visitatore potrà cogliere dettagli dei reperti, che prima non erano fruibili, come le iscrizioni geroglifiche sulla parte alta del trono della statua di Tutmosi I o come la parte posteriore del copricapo del sovrano Horemheb o il suo naso, che da lontano dà la falsa impressione di essere all’insù a causa di un restauro ottocentesco. La maggiore vicinanza alle statue permette al visitatore di fruirle meglio, senza nulla togliere alla loro imponenza. Da 200 anni museo Egizio e Accademia delle Scienze condividono il palazzo barocco già Collegio dei Nobili, intrecciano attività, iniziative, studi e ricerche; condividono uomini e studiosi, da Bernardino Drovetti a Jean François Champollion e persino alcuni direttori dell’Egizio: da Ernesto Schiaparelli a Silvio Curto, ma soprattutto sono chiamati insieme a mantenere e valorizzare un patrimonio di collezioni e di storia.

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Una delle sale dello statuario all’epoca della direzione di Ernesto Schiaparelli, a inizio ‘900 (foto museo egizio)

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Una delle sale dello statuario all’epoca della direzione di Anna Maria Donadoni-Roveri, anni ‘90 – inizio Duemila (foto museo egizio)

La mostra è l’occasione per fare il punto sull’evoluzione degli allestimenti delle statue al Museo in due secoli di storia e per riportare l’attenzione sui documenti ottocenteschi originali, di una delle collezioni egittologiche più importanti al mondo, custoditi e visibili al Museo e all’Accademia delle Scienze. Raffigurazioni, pitture e foto storiche, lungo il percorso espositivo, richiamano i momenti salienti della collezione di reperti monumentali. All’Accademia sono invece conservate alcune lettere del padre dell’egittologia Jean François Champollion, i carnet di viaggio di Carlo Vidua e altri documenti, che ci hanno permesso di ricostruire l’intreccio di vicende e personaggi storici e accademici che contribuirono a dare i natali al museo Egizio. Un primo catalogo manoscritto che riporta l’inventario della collezione venduta dal console generale di Francia Bernardino Drovetti (1776-1852), socio dell’Accademia delle Scienze, a Carlo Felice di Savoia, per la cifra da capogiro per l’epoca di 400mila lire è conservato in duplice copia al museo Egizio e all’Accademia delle Scienze e riporta suddivisi per materiale più di 8300 reperti, di cui 3007 tra medaglie e monete.

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L’allestimento temporaneo “Verso la nuova Galleria dei Re” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

“Questo allestimento permette finalmente di guardare in viso le statue”, dichiarano la presidente del museo Egizio, Evelina Christillin e il direttore, Christian Greco. “Si coglie il loro valore storico artistico, si notano dettagli fino ad oggi preclusi alla vista a causa del posizionamento su alti piedistalli. Al pomeriggio quando il sole lambisce le Sekhmet penetrando tra le arcate del portico del museo Egizio, esse sembrano tornare alla loro collocazione originaria nel tempio funerario di Amenhotep III a Tebe, l’odierna Luxor. Si nota la ritmicità seriale e al contempo, osservandole da vicino e immerse nella luce naturale, si possono scrutare i dettagli e la resa dissimile di ciascuna. Costituiscono davvero, come afferma il professor Jean Yoyotte, una splendida litania di pietra”.

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Incisione di Giuseppe Chiappori di una delle sale dello statuario nel 1851, all’epoca della direzione di Francesco Barucchi (da Stefani e Mondo, Torino e Suoi Dintorni, 1852) (foto museo egizio)

“In occasione dell’allestimento temporaneo della Galleria dei Re”, sottolinea Massimo Mori, presidente dell’Accademia delle Scienze, “abbiamo pensato di condividere i documenti originali che hanno dato vita al Museo come valore aggiunto per meglio comprendere il clima di grande fermento che in quegli anni caratterizzava la vita culturale e intellettuale di Torino: in particolare, l’intervento degli Accademici, mossi da interesse di studio scientifico, è stato fondamentale nel determinare l’arrivo dell’Egitto a Torino. Infatti, all’Accademia non soltanto è custodito il Catalogue originale, ossia l’inventario del fondo Drovetti, ma è conservato tutto il fondo archivistico di Bernardino Drovetti. Si possono inoltre consultare le lettere della corrispondenza di Drovetti, Champollion, Vidua e di altri grandi studiosi dell’egittologia. Si può osservare la copia della monumentale opera Description de l’Égypte raccolta di tavole disegnate tra il 1809 e il 1829 con le indicazioni di tutte le aree di scavo e con la riproduzione a colori dei geroglifici su cui Champollion si formò prima di recarsi in Egitto per la prima volta”.

torino_accademia-delle-scienze_video-il-grande-viaggio_collezione-drovetti_presentazione_locandina“L’Accademia delle Scienze sempre più, nel futuro, si vede come un luogo aperto al confronto sui temi scientifici e umanistici di attualità che attraversano la società contemporanea”, dichiara il direttore Chiara Mancinelli, “e siamo consapevoli che per diffondere e condividere i nostri contenuti culturali sia necessario un cambio di linguaggio, di comunicazione e di interazione con il pubblico senza snaturare la vocazione di studio dell’Accademia. Proprio per questo motivo abbiamo prodotto e dedicato a Bernardino Drovetti il primo di una serie di documentari dedicati alle storie che l’Accademia può raccontare (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2023/12/13/torino-allaccademia-delle-scienze-presentazione-del-documentario-il-grande-viaggio-di-giulio-cavallini-sulla-collezione-drovetti-acquistata-dai-savoia-che-avrebbe-creato-il-museo-egiz/). Il grande viaggio è disponibile sul nostro canale YouTube, che conta oggi più di 12.000 iscritti e 1 milione e mezzo di visualizzazioni, affinché l’accessibilità alla conoscenza sia garantita a un vasto pubblico. L’Accademia ha anche lanciato due serie podcast dal titolo La scienza, che storia! che hanno riscontrato grande consenso anche tra i più giovani. Si organizzano poi annualmente molti appuntamenti di divulgazione scientifica gratuiti aperti al pubblico su temi di attualità, approfonditi da studiosi, ricercatori e accademici”.

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Il diplomatico Bernardino Drovetti da Barbania (To) (foto museo Egizio)

Originario di Barbania, nel Canavese, Bernardino Drovetti (1776-1852) intraprende la carriera politica e diplomatica dapprima a Torino durante gli anni della Rivoluzione francese, poi, dal 1803 in Egitto, dove opera per il corpo diplomatico francese. Viene nominato Console di Francia nel 1811. In questi anni comincia ad avvicinarsi alle antichità egizie. Grazie anche ai permessi concessi da Mohamed Ali, viceré d’Egitto, avvia una serie di scavi lungo il Nilo al fine di riunire una propria collezione. Questo periodo, denominato “l’età d’oro dei consoli”, vede diversi diplomatici europei competere per acquisire il maggior numero di antichità, da vendere poi ai grandi musei d’Europa. Negli anni della sua permanenza in Egitto, Drovetti riunisce una prima importante collezione di antichità che vende poi nel 1824 ai Savoia. Nell’area del grande tempio di Amon a Karnak (Luxor) dove, a partire dal 1811, Drovetti e i suoi collaboratori riunirono statue di divinità e sovrani, risalenti principalmente al Nuovo Regno (1539-1076 a.C.).

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Bernardino Drovetti, al centro, tra le rovine di Tebe nel 1818 (foto museo egizio)

All’inizio del 1820 Bernardino Drovetti incontra al Cairo un viaggiatore e collezionista piemontese, il conte Carlo Vidua (1785-1830). Questo incontro favorisce la riuscita dell’affaire Drovetti, l’arrivo a Torino di una collezione egizia che avrebbe segnato la nascita del museo Egizio. Senza la lungimiranza e la tenacia del giovane conte di Conzano, le antichità di Drovetti sarebbero finite probabilmente in un’altra e più importante capitale europea. “Desidero, che i forestieri non possano più dire: Turin est une ville fort jolie, fort régulière, mais il n’y a presque rien à voir (Torino è una città molto carina, molto regolare, ma non c’è quasi nulla da vedere)”, scriveva Vidua all’epoca.

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Giulio Cordero di San Quintino da Mondovì (Cuneo) (foto museo egizio)

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La statua monumentale di Seti II al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Vittorio Emanuele I di Savoia, spinto da diversi esponenti dell’élite culturale sabauda, anche rappresentata dai Soci dell’Accademia delle Scienze, mostra un interesse già nel 1820, anno in cui è datata la decisione sovrana di acquisto della collezione in favore dell’università di Torino. I moti del 1821, il cambio del re e dei ministri e la distanza geografica con l’Egitto rallentano l’intera procedura di acquisto e soltanto alla fine del 1823 i primi carri colmi di antichità arrivano a Torino. Dopo aver eseguito il primo riscontro inventariale della collezione a Livorno, Giulio Cordero di San Quintino si occupa del trasporto delle antichità a Torino. I reperti, dopo essere stati imbarcati da Livorno a Genova, vengono trasportati a Torino su carri d’artiglieria, in parte forniti dall’Arsenale Militare, trainati da buoi e cavalli da tiro. San Quintino affronta non poche difficoltà a causa dello stato delle strade in terra battuta e del peso delle antichità: il gigantesco colosso di Seti II viene issato su un carro costruito appositamente e trainato da 16 cavalli da tiro.

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Appunti autografi di Jean-François Champollion conservati al museo Egizio di Torino ed esposti nella mostra “Champollion e Torino” (foto museo egizio)

Non possediamo la data ufficiale dell’apertura del museo Egizio, sappiamo però che nei primi allestimenti le statue sono sistemate in una grande sala al piano terreno, in cortile e in una manica dell’arcata del palazzo. E sappiamo che nel 1824 per ammirare la collezione Drovetti giunse a Torino Jean-François Champollion, il padre dell’egittologia, colui che decifrò i geroglifici. “Questa è cosa stupenda!” esclama entrando per la prima al Collegio dei Nobili. Invitato a Torino dall’Accademia delle Scienze, Champollion per quasi nove mesi studia senza tregua tantissimi reperti e papiri del museo Egizio, che costituiscono per lui la prima vera possibilità di entrare in contatto diretto con i geroglifici. Torino ormai si avvia a diventare una delle capitali mondiali dell’egittologia, come certifica la frase di Champollion: “La strada per Menfi e Tebe, passa da Torino”.

Torino. Al museo Egizio ultimi giorni per la mostra “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto”: con 170 oggetti (non solo papiri), alcuni eccezionali, si raccontano tremila anni di scrittura. Intervento esclusivo del direttore Christian Greco

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L’ingresso ai nuovi spazi del museo Egizio di Torino che ospitano la mostra “Il dono di Thot” (foto graziano tavan)

Come si è sviluppata la scrittura geroglifica nell’antico Egitto? Quante scritture sono esistite nella terra dei faraoni? Per rispondere a queste e altre mille domande, il museo Egizio di Torino ha dedicato una mostra alle scritture e alla lingua della civiltà egizia intitolata “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto”. Perché, secondo il mito, fu il dio Thot a ideare l’arte della scrittura, diventando il patrono della conoscenza e degli scribi nell’antica cultura egizia. Ma attenzione, c’è ancora poco tempo: la mostra è visitabile fino al 7 settembre 2023.

“Per celebrare il bicentenario della decifrazione dei geroglifici”, spiega ad archeologiavocidalpassato.com il direttore Christian Greco, “il museo Egizio ha aperto uno spazio espositivo che si chiama Il dono di Thot, che mette al centro la scrittura dal suo primo apparire, dal significato che la scrittura ha nel sistematizzare il sapere, nell’organizzare lo Stato, nel far nascere quella parola così negativa oggi, ovvero la parola burocrazia, che però è alla base per lo sviluppo di uno Stato moderno e per codificare il complesso pensiero religioso.

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La statua del faraone Horemheb e della regina Mutnedjemet dal tempio di Amon a Karnak, conservata al museo Egizio di Torino, collezione Drovetti (foto graziano tavan)

L’esposizione mostra non solo come la scrittura si sia via via radicata ma ci fa vedere dei documenti importantissimi. Ne cito tre che, a mio giudizio, solo per questo varrebbe la pena venire a vedere la mostra. Uno: la statua del faraone Horemheb e della regina Mutnedjemet che finalmente è messa al centro. Può essere fruita nella sua tridimensionalità; e soprattutto la cosiddetta Stele dell’intronizzazione di Horemheb con le sue 26 righe di testo che attestano lo stato in cui Horemheb trovò il Paese e come lui dovette viaggiare da città in città, da tempio a tempio, per riaprirli, finalmente è visibile e leggibile, e presentata peraltro con una trascrizione-traduzione integrale. Poi il restauro, adesso visibile nel suo allestimento definitivo, del Papiro dei Re, che desidero non chiamare più Canone Regio perché non è un canone, non è una lista che sia stata epurata da una serie di sovrani che dovevano essere cancellati, ma faceva parte – su questo ce lo dice anche il fatto che era scritto nel verso – probabilmente di quelle biblioteche templari che purtroppo sono andate perse, in cui a uno scriba è stato richiesto di fare una lista dal periodo mitico in cui in Egitto regnavano gli dei per arrivare poi ai sovrani del Secondo Periodo Intermedio. E infine un terzo documento che nella sua monumentalità voglio citare è davvero monumentale nella sua scrittura ieratica: è il Papiro della Congiura finalmente visibile”.

Animazione prodotta dal museo Egizio di Torino per la mostra “Il dono di Thot”: illustra la diffusione areale e temporale della scrittura dal geroglifico all’arabo

Dal geroglifico al copto, dallo ieratico al demotico: è dunque la scrittura dell’antico Egitto, nelle sue varianti ed evoluzioni, la protagonista della mostra “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto”, nei nuovi spazi del Museo, 500 metri quadrati, distribuiti tra piano terreno e ipogeo, concessi dall’Accademia delle Scienze di Torino al Museo Egizio, dopo un’opera di restauro, sostenuta dalla Fondazione Compagnia di San Paolo. Curata da Paolo Marini, Federico Poole e Susanne Töpfer, egittologi del Museo Egizio, la mostra è frutto di un progetto scientifico ideato dal direttore del Museo, Christian Greco ed è sostenuta dalla Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino.

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Statua cubo del “padre divino” (titolo sacerdotale) di Djedkhonsuluefankh del Terzo periodo intermedio, collezione Drovetti, conservata al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

Sono 170 i reperti in esposizione, tutti provenienti dalle Collezioni del Museo Egizio, ad eccezione delle tavolette cuneiformi provenienti dai Musei Reali di Torino. Se il focus dell’esposizione è rappresentato dai segni e dai testi, in mostra non ci sono solo papiri, ma anche capolavori della statuaria, oggetti in alabastro e statuine lignee, a testimonianza di quella cultura materiale attraverso cui egittologi e storici hanno ricostruito la biografia non solo degli oggetti, ma dell’intera civiltà nilotica.

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Il grande cartiglio in calcare di Aten che apre la mostra “Il dono di Thot” (foto graziano tavan)

Fin dagli esordi gli antichi testi egizi ebbero una forte componente figurativa e la scrittura, a cavallo tra tecnica e arte, è giunta a noi anche incisa su grossi blocchi di pietra o statue dei faraoni, assumendo così connotati monumentali e celebrativi. È il caso del Cartiglio in calcare, datato tra il 1353 e il 1336 a.C., che apre l’esposizione. Scolpito su un gigantesco blocco, il geroglifico assume una valenza quasi sacra e il nome della divinità Aten, riportato nel cartiglio, attraversa i millenni per arrivare intatto fino ai giorni nostri.

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Dettaglio del Papiro della Congiura dell’Harem (XX dinastia), collezione Drovetti, conservato al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

Da sistema per etichettare le merci e amministrare il paese a strumento sacro e magico, che tramanda formule, rituali e legittima il potere regale: la scrittura nei millenni si evolve e i testi diventano custodi della memoria. È il caso del Papiro dei Re, l’unica lista reale d’epoca faraonica scritta a mano su papiro che sia giunta fino a noi, recentemente restaurata grazie al contributo degli Scarabei, o del Papiro della Congiura, un testo quasi di cronaca giudiziaria, che ricostruisce l’attentato a Ramesse III, un papiro di oltre 5 metri di lunghezza che torna in esposizione all’Egizio dopo sette anni, proprio in occasione della mostra “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto”.

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Statuetta in legno di Thot come Ibis, di epoca tarda, conservata al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

La storia dei geroglifici si snoda attraverso tremila anni e affonda le proprie radici nel mito. La scrittura arrivò agli uomini come dono divino: secondo il mito, infatti, fu il dio Thot, con il corpo di uomo e la testa di Ibis, a idearla e a donarla agli uomini, divenendo patrono della conoscenza e degli scribi. Un mito questo tramandato fino alla cultura greca e riportato anche da Platone nel “Fedro”. E proprio da qui parte la mostra “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto” per poi ripercorre l’evoluzione della lingua egizia e dei diversi tipi di scrittura, dalle primissime iscrizioni del 3200 a. C. ai testi letterari intorno al 2700 a. C., una panoramica che racconta molto della società e del pensiero dell’antico Egitto.

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Stele dello scriba Ramose in adorazione di Thot come babbuino da Deir el Medina (epoca di Ramses II), collezione Drovetti, conservata la museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“Il pensiero egizio”, interviene ancora Greco, “oscillava continuamente fra una razionalità astratta e un empirismo naturale. Forse nulla come il geroglifico dà ragione di questa tensione, che vogliamo far scoprire al visitatore. Rivestendo contemporaneamente il ruolo di grafema e simbolo, il geroglifico ci restituisce un doppio significato fonologico ed iconografico e si trova quindi ad assumere due funzioni distinte: quella linguistica e quella semiotica. Testo ed immagine sono reciprocamente complementari e ci permettono di avvicinarci alla comprensione di quattromila anni di storia dell’Antico Egitto. Come e perché si è sviluppata la scrittura, che ruolo ha avuto nella formazione dello Stato in tutte le sue articolazioni, come ha favorito il discorso religioso e la complessa cosmografia funeraria? Sono alcuni degli interrogativi a cui cerchiamo di dare risposta, con rigore scientifico, e allo stesso tempo cercando di interessare e appassionare visitatori di tutte le età”.

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Una pagina del libro “Riassunto del sistema geroglifico degli antichi egizi…” di Jean-François Champollion (1824) conservato nella Biblioteca Silvio Curto (Rari 10) (foto graziano tavan)

I geroglifici sono sopravvissuti fino al 500 d.C. circa, insieme allo ieratico, la cosiddetta versione corsiva del geroglifico, che fu soppiantata dal demotico, come scrittura della vita quotidiana, nel VII secolo a.C. Non è un caso che questa indagine all’origine della scrittura e delle fonti scritte dell’antico Egitto prenda forma all’Egizio proprio nel 2022: quest’anno ricorre, infatti, il bicentenario della decifrazione dei geroglifici da parte di Jean-François Champollion, evento che diede i natali all’Egittologia. Il percorso che ha permesso di arrivare alla comprensione della scrittura geroglifica in epoca moderna è uno dei temi indagati dall’esposizione.

Trento. Alla Biblioteca comunale presentazione del libro “Champollion in Egitto. Diario di una spedizione scientifica (1828-1829)” (edizioni Kemet) di Giacomo Cavillier

trento_biblioteca_libro-champollion-in-egitto_presentazione_locandinaAppuntamento con l’Antico Egitto a Trento. Giovedì 23 febbraio 2023, alle 17, nella Sala degli Affreschi della Biblioteca comunale, presentazione a ingresso libero del libro “Champollion in Egitto. Diario di una spedizione scientifica (1828-1829)” (edizioni Kemet) di Giacomo Cavillier, direttore della Missione archeologica italiana a Luxor e direttore del Centro Champollion di Genova e Il Cairo. . Il volume racconta l’esperienza umana e scientifica vissuta da Jean-François Champollion nella Valle del Nilo nel 1828-1829, durante la cosiddetta Spedizione Franco-Toscana. Questo diario di viaggio costituisce la testimonianza degli aspetti umani ed emozionali dello studioso proiettato per la prima volta in un Egitto regolato da differenti codici culturali ed esistenziali.

Venezia. Mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri”: visita guidata col curatore prof. Damiano. 3. parte: dalla Campagna d’Egitto all’Egittomania e alle spedizioni archeologiche. Presentazione di due rarità esposte

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La locandina della mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri. 1922-2022” aperta dal 29 ottobre 2022 a Palazzo Zaguri a Venezia

Terza parte della visita guidata live della mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri” a Palazzo Zaguri a Venezia con il curatore prof. Maurizio Damiano. Nella precedente il prof. Damiano ci ha portato per mano a scoprire la storia della civiltà egizia, dalla preistoria alle prime dinastie, dal Nuovo Regno al Cristianesimo, descritta nella sezione “il fiume del tempo” (vedi Venezia. Mostra “Tutankhamon. 100 anni di misteri”: visita guidata col curatore prof. Damiano. 2. parte: il “fiume del tempo”, la storia della civiltà egizia, dalla preistoria alle prime dinastie, dal Nuovo Regno al Cristianesimo | archeologiavocidalpassato). In questa puntata il prof. Damiano ci riporta alla fine del Settecento, quando il generale Napoleone Bonaparte intraprese la Campagna d’Egitto che fece riscoprire l’Antico Egitto: fu allora che scoppiò l’Egittomania. E con l’Ottocento iniziarono le spedizioni alla ricerca delle antichità egizie. La visita continua incontrando un piccolo spazio dove sono esposte due preziose rarità: una copia dell’Histoire d’Egypte di Auguste Mariette e un bronzetto della collezione di Sami Gabra, direttore del museo Egizio del Cairo negli anni Venti del Novecento.

“Con la distruzione della Biblioteca di Alessandria l’Antico Egitto è finito”, ricorda Damiano. “L’Egitto viene dimenticato per secoli. Finché arriva Napoleone che – è noto – faceva parte della massoneria, una massoneria illuminata. Non è un caso quindi che nella Campagna d’Egitto porti non solo i suoi soldati ma anche i savant: una commissione di studiosi composta da geologi, botanici, e archeologi. Tra loro c’era Vivant Denon che sarebbe stato il creatore del museo del Louvre. Denon torna con il generale Bonaparte mentre le truppe resteranno in Egitto per un anno finché vengono catturate dagli inglesi. E una volta tornato in patria Denon pubblica un grande volume con i suoi disegni. E questo fece scoppiare l’Egittomania che ancora non è finita”. In questo spazio della mostra c’è una riproduzione della Stele di Rosetta. “E così ricordiamo Champollion”, continua. “Perché il 2022 non è solo il centenario della scoperta della tomba di Tutankhamon, ma anche il bicentenario della decifrazione dei geroglifici con la stele di Rosetta”. Sono poi esposti degli oggetti che sono appartenuti agli archeologi che hanno operato in Egitto. “In genere quando si fanno le missioni archeologiche, specie quelle che durano anni”, spiega Damiano, “quando si torna al proprio Paese qualcosa si porta a casa, ma la maggior parte delle cose sono lasciate lì. Queste vengono incamerate dal Governo, e lasciate nei magazzini. Ora il Governo le mette a disposizione per queste esposizioni”. Lì accanto si nota un grammofono che ricorda quello usato da un giovane tenente che ha dormito nella tomba di Tutankhamon dalla sua scoperta per sette anni (a proposito di maledizione: lui è morto a 98 anni!): questo ufficiale, la notte, suonava l’opera italiana a tutto volume che rimbombava nella valle dei Re, e così tenne lontani i predoni, terrorizzati”.

Lasciato l’ultimo piano di Palazzo Zaguri, si incontra un piccolo spazio dove sono esposte – come si diceva – due preziose rarità. La prima riguarda Auguste Mariette, fondatore del museo del Cairo e del servizio delle antichità, e autore, tra l’altro, della storia da cui poi è stato tratto il libretto dell’opera Aida. “Auguste Mariette”, riprende Damiano, “aveva fatto fare il primo volume sul museo del Cairo e la storia d’Egitto. Ne aveva fatte fare solo 600 copie di sua proprietà da donare a certi visitatori, amici particolari”. In mostra ne è esposta una copia dell’Histoire d’Egypte di Auguste Mariette perfettamente conservata. “Se si guarda con attenzione si può leggere una dedica di Mariette a monsieur Gustave Pereire, colui che portò per la prima volta la ferrovia in Egitto. Questo è un pezzo molto raro, già di per sé anche se non ci fosse la dedica di Mariette. Altro pezzo molto raro – continua – è questo bronzetto che rappresenta Bastet-La Gatta che faceva parte della collezione di Sami Gabra, direttore del museo Egizio del Cairo negli anni Venti del Novecento. Lui teneva nel suo ufficio dei bronzetti del museo che avrebbero dovuto stare in magazzino. Ma poiché nelle frequenti visite di re, regine, qualche imperatore succedeva che questi gli chiedessero un souvenir, e poiché era molto imbarazzante dire loro di no, decise di fare dei calchi coi quali si fece fare in bronzo delle repliche perfette. Così alla richiesta “Posso avere…” rispondeva “è un onore maestà” e gli dava la replica. E in questo modo non si toccavano i pezzi originali del museo”.

Vicenza. Christian Greco, direttore del museo Egizio, introduce alla visita della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone”, in Basilica Palladiana. Ecco la sua prolusione alla presentazione ufficiale

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Locandina della mostra “I creatori dell’Egitto Eterno” alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 22 dicembre 2022 al 7 maggio 2023


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Mostra “I creatori dell’Egitto eterno”: da sinistra, Paolo Marini, Corinna Rossi, Christian Greco, Francesco Rucco, Simona Siotto, Cédric Gobeil (foto graziano tavan)

Nell’anno, il 2022, in cui vengono celebrati gli anniversari di due avvenimenti fondamentali per la storia dell’Egittologia, i 200 anni dalla decifrazione dei geroglifici da parte di Champollion e il centenario della scoperta della tomba di Tutankhamon, il museo Egizio di Torino cura, per la prima volta in Italia, un progetto espositivo così importante “al di fuori del museo”, presentando una straordinaria selezione di reperti e sviluppando un tema centrale per gli studi egittologici. Parliamo della mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone”, in Basilica Palladiana a Vicenza fino al 7 maggio 2023 (e durante le festività, fino all’8 gennaio 2023, sempre aperta dalle 10 alle 18, eccetto Capodanno dalle 13 alle 18), fortemente voluta dalla Città di Vicenza e curata dal direttore del museo Egizio, Christian Greco, dalla docente di Egittologia al Politecnico di Milano, Corinna Rossi, dagli egittologi e curatori del museo Egizio, Cédric Gobeil e Paolo Marini. Qualche numero: 180 reperti originali, 3 installazioni multimediali, 4 curatori, 2 prestatori (museo Egizio di Torino e museo del Louvre di Parigi), 17mila prenotazioni, 550 gruppi, 1 città (Vicenza).

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L’allestimento della mostra “I creatori dell’Egitto eterno” nella Basilica palladiana di Vicenza (foto graziano tavan)


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Christian Greco, Francesco Rucco e Simona Siotto alla presentazione della mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica palladiana a Vicenza (foto graziano tavan)

In occasione della presentazione ufficiale della mostra, prima della vernice, alla presenza del sindaco di Vicenza Francesco Rucco e dell’assessore alla Cultura Simona Siotto, il direttore dell’Egizio Christian Greco nella sua prolusione ha introdotto gli elementi più significativi che hanno sotteso la realizzazione della grande mostra, e il perché della scelta del villaggio di Deir el Medina e dei suoi abitanti per il senso della vita e della vita dopo la morte secondo gli antichi Egizi. Grazie a una registrazione live del regista veneziano Alberto Castellani, che l’ha gentilmente messa a disposizione di archeologiavocidalpassato.com, tutti gli appassionati possono così prepararsi meglio alla visita della mostra.

“Questa mostra, grazie al lavoro di tutti, vi permetterà di fare un viaggio ideale – lo si vede già dal video all’inizio dell’esposizione – tra Vicenza e Deir el Medina”, annuncia Christian Greco. “E quando Guido Beltramini, direttore del Cisa, mi disse Vorremmo una mostra dell’Egitto a Vicenza, pensare a Deir el Medina fu immediato. Perché era pensare a un villaggio, a un insediamento di cui conoscevamo le vite delle donne e degli uomini che vi avevano lavorato; era vedere l’altra faccia della medaglia, era collegarlo a quell’idea che era piaciuta molto al sindaco che l’ha voluto porre anche come manifesto per Vicenza candidata alla capitale della Cultura: l’idea di fabbrica, ovvero di un contesto sociale ed economico che lavora assieme per una trasformazione. Ebbene, a Deir el Medina avvenne questo.

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Statua della dea Sekhmet (XVIII dinastia, regno di Amenofi III, 1390-1353 a.C.) conservata al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“E quindi voi, visitando la mostra – spiega Greco -, vi troverete catapultati prima nella sponda Est della Tebe del Nuovo Regno, dove vengono eretti i grandi templi delle divinità locali che diventano divinità nazionali: Amon, colui che è nascosto – questo significa il nome -, che diventa la divinità principale dell’Egitto, profondamente legata alla regalità. E, come ricordava l’assessore Simona Siotto, l’esistenza e la caducità dell’esistenza era un qualcosa che interrogava molto gli Egizi e quindi proprio in quel periodo nella sponda Ovest di Tebe (vedrete la magnifica statua di Sekhmet) cominciarono a erigere i templi cosiddetti di milioni di anni, dove il culto del faraone potesse essere portato avanti.

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La stele dedicata ad Amenofi I e Amhose Nefertari da Amenepimet e dal figlio Amennakht, conservata al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“Servivano però delle maestranze – fa notare il direttore del museo Egizio -, servivano delle persone che sapessero progettare, operare, scavare nella roccia, trasformare le pareti, levigarle, fare la sinopia. Dopo di ché scolpirle, e poi ancora con i pigmenti trasformare completamente questo spazio. Oggi si parla molto di metaverso. Ma cosa c’è di più metaverso della per djet, della casa per l’eternità, di quello spazio cioè che, una volta varcata la soglia, diventava la casa del faraone per sempre? Uno spazio però in cui valevano delle regole diverse, delle regole spazio-temporali completamente diverse. Non erano più in questa realtà. Serviva quindi uno sviluppo del tempo diverso, dal tempo ciclico che era il tempo del dio Sole, che ogni giorno risorge e di notte combatte contro Apofis e poi può tornare sulla terra. E il faraone, una volta entrato, dopo il rituale dell’Apertura della Bocca, era completamente trasformato.

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Il faraone Ramses II tra il dio Amon e la dea Mut, gruppo in granito dal tempio di Amon a Karnak (XIX dinastia, regno di Ramses II, 1279-1213 a.C.), conservato al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“Prima l’assessore Siotto ricordava come si potrebbe definire la vita. Allora – continua Greco – i biologi e i filosofi si interrogano molto. E a me ha sempre molto colpito vedere immagini su cui i biologi lavorano molto: che differenza c’è tra una persona nel momento in cui è in vita e il momento successivo in cui la vita non c’è più? Cos’è la vita? Ebbene oggi ci dicono che nel momento successivo non ci sono più quelle connessioni, non ci sono più le connessioni molecolari, non c’è più l’energia, non c’è più lo scambio. E pensate che gli Egizi questo l’avevano capito perfettamente già nel Medio Regno, e codificato nel Nuovo Regno. E l’hanno capito in una serie di cose. Hanno capito che la persona era complessa. La persona era composta dal corpo. Però se io cadessi morto in questo momento gli egiziani mi definirebbero cadavere. Il corpo doveva ridiventare immagine vivente della persona, ricomponendo una serie di cose: ricomponendo il nome, ricomponendo l’ombra, ricomponendo il ba che è l’anima che può trasmigrare da questo all’altro regno, il ka che è la forza vitale, e mettendo assieme tutto questo potevano tornare a vivere.

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Statuetta in legno della dea Tauret, dedicata dal disegnatore Parahotep, venerata in ambito domestico, proveniente da Deir el Medina, e conservata al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“Ebbene quindi in mostra – sintetizza Greco – vedrete come vivevano gli abitanti di Deir el Medina, questo villaggio voluto da Amenofi I e dalla madre Ahmose Nefertari, che per 600 anni ospita 120 famiglie che hanno un unico compito: quello di costruire le tombe nella Valle dei Re e nella Valle delle Regine. Il loro nome è “servitore nel luogo della verità (Set Maat)”, e avevano forse il lavoro più importante al mondo, cioè quello di consegnare all’eternità la vita dei faraoni in modo che il loro culto potesse perpetrarsi. Però non era un mero culto regale, era un qualcosa di più vitale, di cosmico. Lo vedrete nel video curato da Corinna Rossi, e ringrazio Robin Studio per il lavoro eccellente che anche questa volta hanno fatto, che vi farà fare un viaggio all’interno di uno dei progetti più antichi al mondo, il progetto della tomba di Ramses IV. La vedrete trasformata, potrete viaggiare assieme al faraone, come questo spazio era un nuovo spazio di vita.

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Dettaglio del modellino della Tomba di Nefertari, scoperta da Ernesto Schiaparelli nel 1904, conservato al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“La mostra continua Greco – vi farà riflettere sulla wehem meswt, sulla rinascita, su quello che gli egiziani chiamavano la nuova vita che non era la morte. Ci saranno gli elementi che tutti noi ricolleghiamo all’Egitto, ovvero i sarcofagi, che sono quel luogo di trasformazione che permette al corpo di tornare a nuova vita. E passando dalla prima alla seconda parte della mostra, passerete proprio dalla vita del villaggio alla vita nell’aldilà e incontrerete un personaggio importantissimo, incontrerete Nefertari, la cui tomba fu trovata nel 1904 da Ernesto Schiaparelli. E vedrete il modello che Schiaparelli ha fatto fare. Ma vedrete anche le statuette funerarie. E vedrete gli oggetti che Nefertari si era portata con lei. Pensate, c’è persino una manopola con sopra il nome di Ahy, un faraone che era vissuto più di 200 anni prima, e quindi forse lei era legata ad Ahy che era stato sovrano dell’Egitto; o era un oggetto di famiglia caro, un ricordo che lei volle portare tomba. Non dobbiamo pensare che gli egiziani fossero degli alieni. Avevano lo stesso trasporto per la cultura materiale che abbiamo noi.

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Ushabti in faience del faraone Seti I (XIX dinastia, 1290-1279 a.C.) conservati al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“In mostra si possono vedere le statuette in faiance, meravigliose, di un altro grande sovrano, Seti I, proprio di fronte a Nefertari. Vedrete i sarcofagi gialli. Vedrete il sarcofago di XXV dinastia che ci fa vedere un’evoluzione dell’iconografia.

“Però volevamo chiudere facendovi vedere anche la fine di questa storia. Amenofi I e Ahmose Nefertari hanno voluto questo villaggio. Questo villaggio ha funzionato. Poi probabilmente – oggi si direbbe – l’Egitto aveva speso troppo rispetto alle proprie necessità. Già all’epoca di Ramses III cominciamo ad assistere a dei disagi sociali, e nell’epoca di Ramses XI, probabilmente durante la vita di Butehamon, venne abbandonato il villaggio. Non è sicurissimo, perché alcuni ostraka, sia figurativi sia letterari, forse ci attestano una continuazione della vita nel villaggio. Però sappiamo sicuramente che Butehamon fondò un suo ufficio, la casa, forse anche la sua tomba nel tempio di Medinet Habu, qualche chilometro più a Sud, in un posto che era protetto. E sappiamo che Butehamon aveva un compito importantissimo: lui andava in giro per la necropoli, perché abbiamo ritrovato i suoi graffiti, a mettere in sicurezza i sarcofagi che venivano depredati. A Londra c’è un documento, il Robbery Papyrus, che ci parla del fatto di come fosse finito questo periodo dell’Eldorado, di come una vedova viene interrogata da un magistrato che le chiede ma perché tuo marito notte tempo si è introdotto in una tomba e ha rubato dei bacili di bronzo? e lei risponde perché con quello io e i miei figli abbiamo mangiato per tre anni. “E allora abbiamo voluto farvi riflettere anche su questo: come questa parabola del villaggio si concluda anche con un periodo di crisi e lo facciamo vedere – a mio giudizio in modo esemplare – utilizzando le nuove tecnologie, facendovi vedere il sarcofago di Butehamon, colui che mise in sicurezza i sarcofagi delle necropoli e al contempo, mentre lo faceva, prese dei pezzi per mettere in sicurezza anche il proprio.

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Sarcofago giallo femminile, in legno e stucco, del Terzo periodo intermedio (XXI dinastia, 1076-943 a.C.) conservato al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“È una mostra quindi – conclude – che ci fa riflettere sulla vita, sulla vita dopo la morte, sull’esistenza, sulle difficoltà dell’esistenza, su come il lavoro veniva organizzato, su come si svilupparono anche delle credenze locali, e su come c’è un tema etico che pare trascendere i limiti temporali della storia. Alla fine anche per gli Egizi, come molto spesso anche per noi, quello che contava era maat, era la giustizia, era la verità, ed era l’unica cosa che ci permetteva di vivere bene sulla terra e di poter ambire a una vita dopo. E allora auguriamoci anche noi, come si auguravano gli antichi Egizi, di diventare maat keru, veritieri di voce, e di poter essere dotati di vita come il dio Sole per sempre”. Buona visita.

 

Torino. Ancora pochi giorni per ammirare al museo Egizio il nuovo allestimento temporaneo del Papiro dei Re restaurato nel 2022 sulla base di un nuovo progetto di ricerca. L’intervento del direttore Christian Greco

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L’ingresso della saletta al primo piano del museo Egizio di Torino dove è esposto il restaurato Papiro dei Re nel nuovo allestimento (foto graziano tavan)

Ancora pochi giorni, fino al 21 novembre 2022, per scoprire nella sala 9 al primo piano del museo Egizio di Torino il nuovo allestimento temporaneo del Papiro dei Re corredato da strumenti multimediali e infografiche che rivelano la storia e i contenuti del celebre documento. Trecento frammenti, assemblati in quasi 200 anni. È il Papiro dei Re o Canone Regio, restaurato nel 2022 sulla base di un nuovo progetto di ricerca.

Dal 27 settembre 2022, bicentenario della decifrazione dei geroglifici, ad opera di Jean-François Champollion, considerato il padre dell’Egittologia, il museo Egizio offre ai visitatori la possibilità di ammirare il Papiro dei Re, che ritorna in esposizione in museo in un nuovo allestimento dopo essere stato sottoposto ad un’opera di ricerca e restauro. Strumenti multimediali e infografiche ne rivelano la storia, gli studi e l’opera di restauro, frutto di una collaborazione tra il museo Egizio, l’università di Copenaghen e l’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung der Stattlichen Museen zu Berlin.

La postazione interattiva vi permetterà di visualizzare i diversi frammenti e di conoscere le storie dei protagonisti del papiro. Un video mostra come funziona.

Il Papiro dei Re è l’unico vero elenco, oltre al manoscritto di Manetone, che include i nomi di sovrani altrimenti sconosciuti. Fu acquistato dal console Bernardino Drovetti attorno al 1820, e fu visto e descritto per la prima volta da J.F. Champollion nel 1824. Nell’arco di 200 anni, grazie agli sforzi di diversi studiosi, è stato possibile unire la maggior parte dei circa 300 frammenti. L’ultimo restauro risaliva al 1930 ed era stato condotto da Hugo Ibscher (Berlino) ed Erminia Caudana (Torino), che avevano riposizionato i frammenti fissandoli con sottili strisce di seta.

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Myriam Krutzsch (Berlino) al lavoro nel restauro del Papiro dei Re al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

In occasione del 200° anniversario della decifrazione dei geroglifici, il papiro è stato completamente restaurato nel 2022 da Myriam Krutzsch (Berlino). Il progetto di restauro ha seguito la nuova ricostruzione elaborata da Kim Ryholt (Copenaghen), che negli ultimi anni si è dedicato allo studio del papiro. Ha aggiunto più di venti frammenti che non erano inclusi nelle precedenti edizioni e ne ha riorganizzato molti altri che erano stati collocati in posizioni risultate ora erronee. Grazie alla cooperazione fra Torino – Berlino – Copenaghen è ora possibile presentare al pubblico la cosiddetta “Lista dei Re di Torino” restaurata e riordinata, consentendo così nuovi studi del testo.

27 settembre 1822-2022: bicentenario della decifrazione dei geroglifici ad opera di Jean-François Champollion. Il museo Egizio di Torino, aperto la sera gratuitamente con prenotazione obbligatoria, presenta il Papiro dei Re restaurato. Conferenza sul Papiro dei Re in presenza e on line. E tour esclusivo “Sulle tracce di Champollion”

torino_egizio_papiro-dei-re_bicentenario-geroglifici_locandinaIl 27 settembre 2022 è una data importante per l’egittologia. Si celebra infatti il bicentenario della decifrazione dei geroglifici, ad opera di Jean-François Champollion, considerato il padre dell’Egittologia. Ecco perché il Museo Egizio sarà aperto gratuitamente al pubblico dalle 19 alle 22 con prenotazione online obbligatoria a questo link: INGRESSO – Champollion e la decifrazione dei geroglifici – Museo Egizio (museitorino.it) Card e Abbonamento Musei non sono validi. I visitatori potranno ammirare il Papiro dei Re, che ritorna in esposizione in museo in un nuovo allestimento dopo essere stato sottoposto ad un’opera di ricerca e restauro. Al manoscritto composto da centinaia di frammenti, che Champollion fu tra i primi a studiare, quando giunse a Torino nel 1824, sarà dedicata temporaneamente una nuova saletta del Museo. Strumenti multimediali e infografiche ne riveleranno la storia, gli studi e l’opera di restauro, frutto di una collaborazione tra il Museo Egizio, l’università di Copenaghen e l’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung der Stattlichen Museen zu Berlin.

torino_egizio_conferenza-sl-Papiro-dei-Re_locandinaAlle 18 in Sala Conferenze i visitatori potranno incontrare coloro che hanno dato nuova vita al Papiro dei Re, uno dei manoscritti più importanti dell’antico Egitto. Si terrà infatti “History Content and Restoration of the so-called Turin King List”, una conferenza dedicata al progetto scientifico e alle fasi del restauro del Papiro dei Re. La conferenza sarà   introdotta dal direttore del museo Egizio, Christian Greco, seguiranno gli interventi di Susanne Töpfer, responsabile della Collezione Papiri del museo Egizio; Myriam Krutzsch, restauratrice di papiri, Ägyptisches Museum und Papyrussammlung der Stattlichen Museen zu Berlin che ha restaurato il manoscritto; e Kim Ryholt, egittologo dell’università di  Copenhagen, che ha curato il progetto scientifico del restauro. L’evento è gratuito, la conferenza si terrà in inglese con traduzione simultanea in italiano in cuffia per chi lo desidera. Ingresso su prenotazione: https://www.eventbrite.it/e/418600995847. Il posto verrà riservato fino alle 18. La conferenza sarà trasmessa anche in streaming in lingua inglese sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo.

torino_egizio_champollion-bicentenario-geroglifici_locandinaIl Papiro dei Re è l’unico vero elenco, oltre al manoscritto di Manetone, che include i nomi di sovrani altrimenti sconosciuti. Fu acquistato dal console B. Drovetti attorno al 1820, e fu visto e descritto per la prima volta da J.F. Champollion nel 1824. Nell’arco di 200 anni, grazie agli sforzi di diversi studiosi, è stato possibile unire la maggior parte dei circa 300 frammenti. L’ultimo restauro risaliva al 1930 ed era stato condotto da H. Ibscher (Berlino) ed E. Caudana (Torino), che avevano riposizionato i frammenti fissandoli con sottili strisce di seta. In occasione del 200° anniversario della decifrazione dei geroglifici, il papiro è stato completamente restaurato nel 2022 da M. Krutzsch (Berlino). Il progetto di restauro ha seguito la nuova ricostruzione elaborata da K. Ryholt (Copenaghen), che negli ultimi anni si è dedicato allo studio del papiro. Ha aggiunto più di venti frammenti che non erano inclusi nelle precedenti edizioni e ne ha riorganizzato molti altri che erano stati collocati in posizioni risultate ora erronee. Grazie alla cooperazione fra Torino – Berlino – Copenaghen è ora possibile presentare al pubblico la cosiddetta “Lista dei Re di Torino” restaurata e riordinata, consentendo così nuovi studi del testo.

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Jean François Champollion ritratto da Leon Cogniet nel 1831

Un tour esclusivo. La sera del 27 settembre 2022 i visitatori potranno sperimentare un percorso di visita dedicato alla scrittura egizia dal titolo “Sulle tracce di Champollion”. Tra stele, papiri, statue, sarcofagi e oggetti di uso comune, sotto la guida di un egittologo i visitatori scopriranno il meccanismo alla base della scrittura geroglifica e proveranno a ricercare nelle iscrizioni nomi e formule ricorrenti. Per l’occasione, saranno ricordati i momenti emblematici dell’avventura della decifrazione dei geroglifici a cura di J.F. Champollion e i visitatori avranno la possibilità di ammirare il Papiro dei Re, restaurato. Per prenotare la visita: Visita fissa Sulle tracce di Champollion – Museo Egizio (museitorino.it).

Torino. Il museo Egizio presenta al pubblico il “Papiro Erotico-Satirico” sottoposto a un accurato intervento di pulitura, restauro e consolidamento, dopo 200 anni di vari trattamenti dal suo arrivo nel capoluogo piemontese

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Il nuovo allestimento per l’esposizione al museo Egizio di Torino del cosiddetto “Papiro erotico-satirico” (foto museo egizio)

 

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Una fase dei delicatissimi restauri del cosiddetto “Papiro erotico-satirico” del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Per la prima volta il “Papiro Erotico-Satirico” viene presentato al museo Egizio di Torino in un sicuro stato di conservazione e in un allestimento totalmente nuovo, che delizierà a lungo i visitatori, grazie all’intervento di CRC Innova in collaborazione con il museo Egizio di Torino. Dopo circa 200 anni di vari trattamenti e considerato il fragile stato di conservazione, il papiro erotico-satirico è stato infatti soggetto di un accurato intervento di pulitura, restauro e consolidamento. Grazie al contributo della Fondazione CRC, il papiro è stato consolidato secondo strategie preventive preservando l’antico aspetto dei frammenti con metodi reversibili. Le macchie di colla con cui i frammenti erano montati sul vetro sono state accuratamente rimosse dal papiro, tutti i frammenti sono stati puliti senza distruggere la superficie, le fibre sono state consolidate e i frammenti sono stati fissati con strisce di carta giapponese rimovibile. Durante il processo è stato possibile anche porre nella giusta collocazione alcuni frammenti che in passato erano stati posizionati in punti errati.

Il Papiro Erotico-Satirico è il “papiro del mese” proposto e descritto nella sezione della Collezione papirologica del museo Egizio. La storia del Papiro “Erotico-Satirico” comincia a Torino, quando i suoi frammenti giungono nel 1824 insieme agli altri oggetti della collezione Bernardino Drovetti. Proprio durante il lavoro su un cumulo di frammenti, Jean-François Champollion nota delle immagini che rinviano a un inatteso senso profano che non si concilia affatto con l’immagine solenne che gli intellettuali dell’epoca attribuiscono alla civiltà faraonica. Champollion non si rende conto che tanto le scene grottesche quanto quelle satiriche appartengono a uno stesso documento. Ciò apparirà chiaro solo grazie ad alcuni studiosi che, proprio negli stessi anni, effettueranno delle copie di quei frammenti proponendo delle ricostruzioni. Tra i primi a eseguire una copia vi è lo spagnolo Louis De Usoz, che tracciò un fac-simile dei disegni su carta trasparente oggi conservato alla Biblioteca Nazionale di Spagna. Il tedesco Gustav Seyffarth, il primo a ipotizzare un collegamento tra la parte erotica e quella satirica, esegue poi un fac-simile e una seconda copia a mano libera meno ricca di dettagli ma con l’aggiunta di colori ad acquerello, oggi conservata al Brooklyn Museum. Un’altra copia di estrema importanza è quella realizzata, tra il 1826 e il 1827, dall’italiano Ippolito Rosellini sul cui modello si basa anche una copia oggi conservata al Louvre, entrambe a colori. Questi prototipi restituiscono dunque informazioni utili sull’aspetto che il papiro aveva circa 200 anni fa, quando venne osservato per la prima volta, evidenziando ciò che il tempo aveva inevitabilmente cancellato. Oggi, grazie agli strumenti che la ricerca scientifica e le scienze della conservazione hanno a disposizione, possiamo raccontare questo straordinario quanto enigmatico papiro.

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Particolare della sezione satirica del cosiddetto “Papiro erotico-satirico” del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

La parte satirica. Il papiro è composto da due parti, apparentemente non collegate fra di loro ma entrambe di carattere ironico e satirico. Il manoscritto si legge da destra verso sinistra. La parte destra del papiro raffigura un mondo al contrario in cui gli animali si comportano come esseri umani. Alcuni di essi indossano vestiti, altri suonano strumenti musicali, mentre altri ancora combattono con arco e frecce. I ruoli di predatore e preda sono invertiti: topi e uccelli hanno la meglio sui gatti, mentre le gazzelle fanno prigionieri i leoni con lance e corde.

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Particolare della sezione erotica del cosiddetto “Papiro erotico-satirico” del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

La parte erotica. Nella parte sinistra è rappresentata una scena erotica in cui giovani donne, verosimilmente cantanti, stanno avendo rapporti intimi in diverse posizioni con uomini raffigurati con falli sovradimensionati. Mentre le giovani donne sono tutte di bell’aspetto, gli uomini sono calvi e grassi. È importante sottolineare che questo papiro è un documento umoristico e satirico. In Egitto le caricature che mettono in scena animali e soggetti sessualmente espliciti sono sempre state considerate di carattere ironico, così come spesso avviene nelle vignette moderne.

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Il cosiddetto “Papiro erotico-satirico” del museo Egizio di Torino sul tavolo dei restauratori (foto museo egizio)

Il restauro. Il papiro, quando giunse a Torino nel 1824, versava già in uno stato frammentario con numerose crepe e danni causati dall’intervento di insetti e localizzati in diversi punti. Per questo motivo, Giulio Cordero di San Quintino commissionò subito un restauro che fu condotto tra il 1825 e il 1827 da Gustav Seyffarth. In tale occasione Jean-François Champollion suggerì di intervenire incollando i frammenti su cartone. Nonostante tale indicazione, Seyffarth decise tuttavia di consolidare i frammenti con piccole e strette strisce di carta. In seguito, nel 1946, il manoscritto fu nuovamente restaurato da Erminia Caudana, che fissò i frammenti su seta, li consolidò e fissò le due parti tra vetri. Dall’analisi effettuata sul papiro sono emerse diverse tracce di ulteriori trattamenti conservativi realizzati nel corso del tempo, tra i quali il pesante rivestimento lucido, costituito da colla animale o gelatina, che copre l’intera superficie. Tale spesso strato di rivestimento ha favorito il processo di degrado dei pigmenti (divenuti acidi marroni) con conseguente perdita della coloritura originaria. Inoltre la colla apposta, particolarmente dura, ha provocato stress alle fibre del papiro rendendo difficoltosa la pulitura dei frammenti. Sono state inoltre individuate numerose strisce di garza, alcune delle quali foderate con uno sottile strato di carta, incollate sul verso per unire i frammenti. Alcune strisce, oggi particolarmente danneggiate, erano state invece incollate al bordo probabilmente per fissare i frammenti su un precedente supporto.