Svelato il giallo dell’edificio di Tol-e Ajori, vicino Persepoli (Iran). Callieri: “Così abbiamo capito che era una porta monumentale”

Alireza Askari Chaverdi mostra la pianta dell’edificio di Tol-e Ajori: il giallo è svelato, si tratta di una porta monumentale nella piana di Persepoli
L’edificio di Tol-e Ajori non è più un mistero. Abbiamo visto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/14/svelato-il-giallo-delledificio-di-ciro-vicino-a-persepoli-nel-fars-iran-non-e-unapadana-ne-una-torre-ne-un-tempio-ne-un-centro-cerimoniale-ma-e-int/) che la quarta campagna di scavo, conclusasi il 5 novembre 2014, della missione congiunta irano-italiana nella piana di Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MIUR e del MAE, ha stabilito che l’edificio di Tol-e Ajori è una porta monumentale. Ma come si è giunti a queste conclusioni? Seguiamo passo passo lo sviluppo della campagna 2014 attraverso le testimonianze dei suoi protagonisti: Askari Chaverdi e Callieri.
Tre trincee “strategiche” in altrettante situazioni da verificare. “Con la prima trincea”, spiega il prof. Callieri, “è stato finalmente individuato e portato alla luce quell’angolo NW del monumento che nel 2013 ci era sfuggito”. Questa prima scoperta ha confermato l’allineamento con il muro SW. “Purtroppo il monumento è risultato molto saccheggiato: sono stati trovati in situ solo 6-7 corsi di mattoni di fondazione che, rispetto al muro esterno “sopra terra” non hanno il paramento esterno invetriato”. Ma la vera novità data dallo scavo di questa trincea è stata la scoperta di un contrafforte, realizzato in mattoni crudi misti a qualche mattone cotto attorno all’angolo. Il contrafforte, proprio per la sua natura (ricordiamo che è realizzato in mattoni crudi: ed è finora l’unico caso, a Tol-e Ajori, dell’uso di mattoni crudi all’esterno del muro) è apparso molto degradato: la sommità del contrafforte è stata chiusa o, meglio, sigillata da mattoni cotti. “Questo contrafforte è sicuramente un elemento aggiunto per rinforzare l’angolo, a meno che non sia un resto di un muro di recinzione che chiudeva l’area interna, ma non siamo in grado di dire quando: se cioè è coevo o successivo al muro d’angolo. Comunque la sua funzione è sicuramente quella di sostenere e rafforzare l’angolo”. Per ora la trincea è ancora troppo piccola per permettere di individuare i limiti esterni del contrafforte, ma ha già dato un contributo importante per sciogliere il giallo “dell’edificio di Tol-e Ajori”: l’individuazione dell’angolo NW del monumento permette infatti di definire le misure del monumento nella sua interezza: ora sappiamo che è largo 30 metri e lungo 40. “La campagna 2014 era partita bene. Il monumento cominciava a rivelarsi. Presto – lo sentivamo – ci avrebbe fatto capire cos’era veramente”.

L’angolo del secondo corridoio interno: questa scoperta ha rivelato la natura del monumento di Tol-e Ajori: è una porta monumentale
“Così abbiamo aperto la seconda trincea – continuano gli archeologi della missione irano-italiana – e ci siamo concentrati all’interno del monumento per verificare se il vano interno era chiuso o se ci fosse un altro passaggio/corridoio e, quindi, un secondo ingresso. Siamo stati fortunati: abbiamo intercettato i due lati di un secondo corridoio di accesso, e su uno dei due lati anche l’angolo con il vano interno”. Non poteva andare meglio. È stata questa una scoperta molto importante perché ha chiarito senza alcun dubbio la natura dell’edificio di Tol-e Ajori: “A quel punto mi era tutto chiaro”, confessa Callieri. “Quel monumento non era un edificio con uno spazio chiuso interno, ma un edificio con uno spazio interno di passaggio. Quindi non poteva essere un centro cerimoniale, quell’edificio era una porta monumentale”. A questo punto questa scoperta, oltre a farci capire di che monumento si tratta, ci qualifica anche il monumento che proprio in quanto porta ci fa capire che deve dipendere da un centro di interesse che ovviamente non può essere la porta, ma un qualcosa cui la porta conduce. “Quindi l’edificio di Tol-e Ajori”, sottolinea Callieri, “non è più da considerarsi il centro di interesse, ma un luogo di accesso al centro di interesse”. I due lati del corridoio NW sono conservati in modo diverso: il lato N risulta molto saccheggiato quasi fino al terreno di base. Ci sono solo alcuni corsi inferiori di mattoni cotti e parte del nucleo interno di mattoni crudi. Il lato S, invece, è stato in parte risparmiato dai saccheggiatori. Ma all’angolo con il muro interno si possono ancora vedere i mattoni di fondazione con sopra l’alzato di 11 filari di mattoni invetriati in situ che finiscono in alto con una fascia di rosette aperte (Chaverdi le chiama “fior di loto”). Ciò permette agli archeologi di collocare correttamente i frammenti di rosette recuperati nel corso dello scavo perché ora si conosce a quale reale altezza correvano lungo le pareti del monumento. Le rosette sono aperte.
Tutto ok? Non proprio. Il monumento presentava ancora molti lati oscuri, e la terza trincea – nelle intenzioni degli archeologi – avrebbe dovuto dare risposte importanti. “Anche qui”, riprende Callieri, “sul livello del pavimento è venuta fuori la fossa di fondazione, che era uno degli obiettivi che ci ripromettevamo di raggiungere proprio con questa trincea. Quindi la porta ha le fondazioni costruite con un cavo di fondazione. Cioè la parte inferiore della struttura era interrata. E il pavimento era in terra battuta. Così abbiamo potuto studiare la stratigrafia al di sopra del pavimento e fare un’indagine nella fossa di fondazione. Quindi – conclude – possiamo dire che dal punto di vista architettonico abbiamo ottenuto risultati soddisfacenti”.
(2 – continua nei prossimi giorni. Precedente post: 14 gennaio)
Svelato il giallo dell’edificio “di Ciro” vicino a Persepoli, nel Fars (Iran): non è un’apadana, né una torre, né un tempio, né un centro cerimoniale, ma è… Intervista a Callieri e Askari Chaverdi

I direttori di scavo Askari Chaverdi e Callieri mostrano i risultati della missione a Tol-e Ajori vicino a Persepoli (Fars, Iran meridionale)
Non è un’apadana, né una torre, né un tempio, né un centro cerimoniale. Ora è tutto più chiaro. Il giallo dell’edificio cosiddetto “di Ciro” trovato vicino a Persepoli, nel Fars, Iran meridionale, è finalmente a una svolta, anche se restano ancora dei misteri da risolvere: gli archelogi della missione congiunta irano-italiana nella piana di Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MIUR e del MAE, ora sanno che cos’è esattamente il monumento di Tol-e Ajori: una porta monumentale.

Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz, co-direttore della missione irano-italiana, mostra i rilievi del monumento di Tol-e Ajori nel Fars (Iran meridionale)
Proprio il prof. Callieri da Tehran, nell’ottobre 2014, in occasione del rinnovo all’università di Bologna della concessione di scavo nella piana di Persepoli (vedi il post su archeologiavocidalpassato: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/11/02/tempio-di-ciro-vicino-a-persepoli-il-giallo-archeologico-potrebbe-essere-a-una-svolta-con-la-quarta-campagna-di-scavo-a-tol-e-ajori-rinnovata-per-altri-cinque-anni-alluniversita-di-bologna/) e mentre era ancora in corso la quarta campagna di scavo, aveva fatto capire che i dati acquisiti con la nuova missione erano molto, molto interessanti. Per questo archeologiavocidalpassato si era impegnato a informare quanto prima sui risultati raggiunti. Ciò è stato possibile con un’intervista diretta al prof. Callieri in occasione dell’incontro culturale promosso in dicembre a Bologna dal Gruppo archeologico bolognese, e a una video-intervista rilasciata dal prof. Askari Chaverdi al canale culturale iraniano CHN, intervista che ci ha gentilmente fatto avere (la pubblicheremo in uno dei prossimi post) e che una collega iraniana ha tradotto dal Farsi. “Già nel 2013 si era capito che c’erano corrispondenze tra Tol-e ajori e Babilonia”, conferma Askari Chaverdi. “Ma ora siamo sicuri che questo di Tol-e Ajori è il primo esempio di architettura usata nei palazzi achemenidi prima di Persepoli”.

Il prof. Pierfrancesco Callieri, alla fine della campagna 2013, aveva ipotizzato che il monumento di Tol-e Ajori fosse un centro cerimoniale prima di Persepoli
Ma come si era arrivati alla quarta campagna di scavo, quella del 2014, che si è conclusa il 5 novembre? “Nel 2013, alla fine della campagna”, ricorda Callieri, “ci mancavano alcuni dati per avere certezze sul monumento che stavamo riportando alla luce: non avevamo infatti raggiunto uno degli obiettivi importanti, cioè l’individuazione dell’angolo settentrionale per stabilire la lunghezza del monumento. Secondo i dati forniti dalle prospezioni l’angolo N doveva trovarsi dove avevamo scavato, e invece non c’era. Avevamo capito che il muro proseguiva verso NW, ma avevamo ancora una misura incompleta: 35.60 metri di lunghezza. E soprattutto non sapevamo come finiva, se il muro era continuo o se c’era un secondo ingresso speculare al primo”. Migliori informazioni erano venute dal lato SE del monumento, dove è stato individuato l’ingresso che ha fatto superare l’ipotesi della torre maturata nel 2012 per far passare l’idea che quello di Tol-e Ajori fosse un edificio per cerimonie.

I risultati della campagna di scavo 2014 a Tol-e Ajiori sono stati determinanti per definire la natura del monumento portato alla luce: una porta monumentale
E dall’ipotesi “centro cerimoniale” è partita la campagna 2014 che è stata preparata accuratamente. “I tempi disponibili per la missione sono troppo ristretti per procedere senza un piano preciso”, ricorda il professore dell’ateneo bolognese. “Così, prima di iniziare la campagna 2014, abbiamo valutato di procedere con alcuni sondaggi aprendo tre trincee in altrettanti punti che ritenevamo strategici in base alle informazioni in nostro possesso”. La prima trincea doveva individuare l’angolo che mancava per completare le informazioni sulle dimensioni reali del monumento. “Ma stavolta abbiamo puntato l’attenzione a W, scavando lungo i limiti conservati della collinetta artificiale, risparmiati dagli sventramenti per realizzare la canalizzazione in tempi moderni”. La seconda trincea, una volta individuato il perimetro del monumento con la prima trincea, doveva verificare se il monumento presentava un secondo corridoio. La terza trincea, invece, è stata pensata per acquisire maggiori informazioni sull’ambiente interno (gli archeologi lo chiamano “vano interno”), di cui era stato portato alla luce solo una piccola parte: “Qui purtroppo il pavimento era danneggiato da tane di animali che avevano reso difficile capire non solo la stratigrafia e la tecnica di costruzione, ma anche le caratteristiche del pavimento”. E conclude: “Alla fine della campagna 2014 possiamo dire che tutte e tre le trincee sono state utili perché hanno dato risposte importanti “ai fini della corretta analisi e interpretazione del monumento che, ne sono sempre più convinto anche se mi mancano ancora le prove, è anteriore alla costruzione della Terrazza di Persepoli”. È stato infatti individuato l’angolo N del monumento, risultato che permette di definire le misure del monumento nella sua interezza: ora sappiamo che è largo 30 metri e lungo 40. Inoltre è stato trovato all’angolo del muro perimetrale un contrafforte di mattoni crudi e cotti che è successivo alla fase di costruzione. In questa parte il muro si è conservato a livello di zoccolo di fondazione pari a 6-7 corsi di mattoni cotti non invetriati: il contrafforte è molto saccheggiato e pone problemi interpretativi. A questi problemi interpretativi e a come si è giunti alle conclusioni – sintetizzate da Askari Chaverdi e Callieri – con le ricerche sul campo che hanno permesso di dipanare poco alla volta il giallo dell’edificio di Tol-e Ajori, saranno dedicati i prossimi post.
(1 – continua nei prossimi giorni)
Tempio di Ciro vicino a Persepoli: il giallo archeologico potrebbe essere a una svolta con la quarta campagna di scavo a Tol-e Ajori. Rinnovata per altri cinque anni all’università di Bologna la concessione di ricerche archeologiche in Iran: un successo per l’Alma Mater

L’edificio di epoca proto-achemenide portato alla luce nello scavo di Tol-e Ajori, vicino a Persepoli in Iran
Il giallo archeologico del “tempio di Ciro vicino Persepoli” potrebbe essere a una svolta. Con i risultati della quarta campagna di scavo a Tol-e Ajori. Vi ricordate? Archeologiavocidalpassato ne ha parlato diffusamente quasi un anno fa (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2013/12/25/tempio-di-ciro-vicino-a-persepoli-un-giallo-archeologico-insoluto-unico-esempio-finora-di-architettura-proto-achemenide-con-pantheon-mesopotamico/) quando il professore dell’università di Bologna, Pierfrancesco Callieri, tornando dall’Iran, dove dirige col collega iraniano dell’università di Shiraz, professor Alireza Askari Chaverdi, la missione archeologica nella piana di Persepoli, aveva annunciato gli importanti quanto intriganti ritrovamenti a Tol-e Ajori: alla fine della campagna di scavo 2013 il prof. Callieri il monumentale edificio achemenide, quasi una copia della porta di Ishtar a Babilonia, individuato nel 2011 a Tol-e Ajori, nella piana di Persepoli nella regione di Fars in Iran meridionale, lo aveva definito un edificio monumentale destinato a funzione cerimoniale o rituale molto probabilmente dell’epoca dii Ciro, quindi – al momento- unico esempio di architettura proto-achemenide con pantheon mesopotamico.
2014: quarta campagna di scavo. È evidente, quindi, che sono alte le aspettative dalla quarta campagna di scavo a Tol-e Ajori della missione congiunta irano-italiana iniziata il 25 settembre e che si protrarrà fino al 5 novembre. E le indiscrezioni che rimbalzano dall’Iran giustificherebbero queste aspettative. Pierfrancesco Callieri avrebbe annunciato “bei risultati”. Quindi ancora un paio di settimane e sapremo se sarà stata dipanata l’intricata vicenda del “giallo archeologico del tempio vicino a Persepoli”. Archeologiavocidalpassato ne darà conto tempestivamente. Di certo intanto si sa che la missione è partita sotto i migliori auspici: continueranno per altri cinque anni (2014—2018) gli scavi archeologici dell’Università di Bologna in Iran. È stato infatti rinnovato l’accordo quinquennale di collaborazione che lega il Dipartimento di Beni culturali dell’Alma Mater con il Centro Iraniano di Ricerche Archeologiche. Il nuovo documento è stato siglato a Teheran da Seyyed Mohammad Beheshti, direttore dell’Istituto iraniano, e dal prof. Pierfrancesco Callieri, dell’università di Bologna, in rappresentanza del direttore del Dipartimento di Beni culturali Angelo Pompilio. L’Alma Mater si conferma quindi uno dei partner privilegiati dell’Iran nell’ambito della collaborazione culturale e accresce il peso della presenza italiana nel Paese mediorientale. La collaborazione si concretizza nella partecipazione congiunta a indagini archeologiche sul campo in Iran, dove – come detto – è attiva dal 2008 una missione archeologica congiunta irano-italiana diretta dai professori Alireza Askari Chaverdi (Università di Shiraz) e Pierfrancesco Callieri (Università di Bologna), e comprenderà attività multidisciplinari di laboratorio in Iran e in Italia. Oggetto di questa attività congiunta è l’area archeologica di Persepoli, il principale centro dell’impero persiano achemenide (VI-IV sec. a.C.), riconosciuto dall’Unesco tra i siti patrimonio dell’umanità. I risultati delle ricerche saranno oggetto di pubblicazioni e presentazioni congiunte in occasione di congressi internazionali che si terranno in Iran, in Italia e in altri paesi. Il prof. Callieri seguirà inoltre in Iran la formazione dottorale e post-dottorale di giovani ricercatori iraniani e presenterà all’Istituto di Ricerca iraniano le possibilità di formazione offerte dall’Università di Bologna e dagli altri atenei italiani.
La firma del nuovo accordo ha permesso lo svolgimento della quarta campagna di scavi nel sito di Tol-e Ajori, dove è stato individuato e parzialmente portato alla luce un edificio monumentale che risale con ogni probabilità a un’epoca anteriore alla fondazione della Terrazza di Persepoli e che presenta una decorazione di mattoni invetriati a rilievo che si ispira sin nei minimi dettagli a quella della Porta di Ishtar della Babilonia di epoca neo-babilonese. “Quelli che stanno emergendo – ricorda Callieri – sono i resti di un edificio assolutamente unico nella regione. Una possente costruzione a pianta rettangolare, di circa quaranta metri per trenta, alta in origine almeno una ventina di metri, che svettava su tutta l’area circostante. Con ogni probabilità si trattava di un monumento con funzione simbolico-cerimoniale”. Si tratta di un monumento dall’impronta fortemente babilonese – spiega ancora il professore dell’università di Bologna – costruito integralmente in mattoni crudi e mattoni cotti e con rivestimento esterno in mattoni invetriati e in parte decorati a rilievo. Questi ultimi compongono pannelli raffiguranti animali fantastici, principalmente il toro e il drago-serpente (mushkhusshu), che ripetono con incredibile precisione analoghi pannelli presenti sulla famosa Porta di Ishtar di Babilonia, costruita circa mezzo secolo prima della conquista persiana”. Molto probabilmente si tratta quindi di “un edificio utilizzato per rituali in ambito dinastico”, sintetizza Callieri. “Lo conferma anche un frammento di iscrizione babilonese che abbiamo rinvenuto, sul quale si legge parte della parola ‘re’”. La successiva costruzione della Terrazza di Persepoli e l’espandersi nell’area di un quartiere residenziale aristocratico sembrerebbe indicare che la torre non sia sopravvissuta a lungo. E anche i dati che emergono dallo scavo puntano verso l’ipotesi di una fine “violenta” per l’edificio. “Abbiamo evidenziato estese spoliazioni dei mattoni, forse relativamente recenti, ma anche elementi che indicano precedenti azioni di distruzione dell’edificio”. Un epilogo repentino, quindi, che storicamente potrebbe essere ricondotto all’azione politica di Serse, sostenitore della tradizione zoroastriana e attivo nella distruzione dei luoghi di culto di quelli che lui chiama “demoni”.
Obiettivi della campagna 2014. Prima di partire per l’Iran Pierfrancesco Callieri era stato chiaro. “Inizieremo a scavare l’ambiente centrale. Vista la funzione cerimoniale dell’edificio è possibile che ci siano testimonianze di installazioni di culto e che si rinvengano altri frammenti dell’iscrizione babilonese auspicabilmente con il nome del re, che potrebbe confermare l’attribuzione a Ciro il Grande”. Ora non ci resta che attendere i risultati delle ricerche nella piana di Persepoli.
A Rovereto in mostra i 25 anni di Rassegna internazionale del Cinema archeologico attraverso i manifesti ufficiali
All’auditorium Melotti di Rovereto, dove si sta svolgendo la 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico, c’è una singolare mostra dei manifesti ufficiali con la quale gli organizzatori hanno voluto celebrare il prestigioso traguardo raggiunto: il quarto di secolo. E allora ripercorriamo anche noi questi 25 anni sfogliando idealmente i poster della Rassegna.

2000, 11. Rassegna: su un vaso predinastico una protome del V sec. a.C. dalla collezione Orsi del museo di Rovereto

2014, 25. Rassegna: emblema in argento dorato trovato a Morgantina con la raffigurazione di Scilla dal museo di Aidone in Sicilia
Refusi nelle iscrizioni achemenidi di Persepoli: li ha scoperti il filologo Rossi dell’Orientale di Napoli che sta pubblicando il nuovo corpus delle iscrizioni reali persiane di 2500 anni fa
Sono passati 2500 anni da quando gli scalpellini persiani hanno inciso sulla pietra grigia le iscrizioni che il Re dei Re aveva loro ordinato di scrivere sulle pareti dei palazzi di Persepoli, capitale dell’impero persiano: nella maggior parte erano manifesti propagandistici della dinastia achemenide che dovevano raggiungere il più ampio numero di sudditi possibile. Di qui la necessità di redigere i testi nelle tre lingue all’epoca più diffuse: l’antico persiano, l’elamico e il babilonese. Tre lingue diverse, ma gli stessi caratteri di scrittura: i cuneiformi. Non stupisce quindi che in questi testi, redatti dagli scribi di corte che dovevano avere un altissimo livello culturale, e incisi da più modesti artigiani, ci possa essere scappato qualche errore di ortografia, o come si dice oggi qualche refuso. Solo che a scovare questi errori non è stato un “correttore di bozze” al soldo di re Ciro o Dario, ma un professore dell’università L’Orientale di Napoli, il filologo Adriano Rossi, che 25 secoli dopo la loro realizzazione si è messo a studiare quei testi e, come i maestri di un tempo, a segnare gli errori di ortografia.
Il prof. Rossi è direttore della missione epigrafica dell’Orientale e dell’ISMEO chiamata DARIOSH, che ricorda il nome in persiano di Dario, ma che in realtà è un acronimo per il progetto Digital Achaemenid Royal Inscription Open Schema Hypertext, curato in collaborazione con l’università della Tuscia. All’interno di questo progetto è stato inserito un programma pilota, della durata di un biennio, rivolto al corpus delle iscrizioni di Persepoli (complessivamente formato da circa 220 unità testuali, di cui 83 in anticopersiano, 66 in elamico e 69 in babilonese, corrispondenti a varie centinaia di esemplari epigrafici più o meno completi o frammentari). Il filologo ha lavorato a lungo in Iran, dove ha illustrato ai suoi colleghi iraniani il metodo di studio che gli italiani applicheranno alle iscrizioni dei palazzi imperiali di Persepoli-Pasargade (corrispondenti ai re Ciro il grande, Dario, Serse e successori, 560-330 a.C.). “Possiamo avere diversi tipi di errori nelle iscrizioni achemenidi trilingui (antico-persiano, elamico, babilonese). A volte si tratta dell’omissione di un segno cuneiforme, in altri casi si tratta di segni scritti in modo che noi riteniamo ‘sbagliato’ dal punto di vista dell’ortografia”, spiega Rossi. In quest’ultimo caso, per esempio, in un testo antico-persiano, il nome del grande dio della dinastia achemenide, Auramazda, è scritto come se Aura e Mazda fossero due parole separate, anziché una sola. “L’obiettivo del programma Dariosh”, continua, “è la produzione di un prototipo attendibile in vista della catalogazione digitale dell’intero Corpus delle iscrizioni reali achemenidi, da pubblicare come riedizione aggiornata (in ottica interlinguistica) del sotto-corpus iscrizionale di Persepoli, con l’uso dell’inglese come lingua progettuale per spiegare i testi achemenidi”.
Rossi è da poco tornato dall’Iran, dove ha effettuato ulteriori riscontri sul campo coordinando un gruppo di specialisti italiani, unico in grado di curare una nuova edizione critica delle iscrizioni trilingui achemenidi perché interamente basato sull’Orientale, l’unico ateneo al mondo in cui tutte e tre le lingue sono attualmente insegnate. La prima e ultima edizione del genere fu pubblicata nel 1911 dallo studioso tedesco Franz Weissbach, ma a quell’epoca era nota poco più della metà delle iscrizioni che conosciamo ora. Nel progetto Dariosh è inclusa anche la verifica e l’aggiornamento del repertorio fotografico delle iscrizioni di Persepoli e dei loro supporti, nonché di mappe, ricostruzioni ed altre elaborazioni grafiche da realizzare durante brevi periodi di soggiorno in Iran e in altre sedi museali (l’Iranian Cultural Heritage Organization – ICHO e il National Museum of Iran di Tehran contribuiranno alle spese di soggiorno in Iran). “Le foto delle iscrizioni achemenidi disponibili in Europa sono datate, di inadeguata qualità e coprono a malapena un terzo dell’intero corpus; con il nostro progetto si renderanno disponibili per il corpus persepolitano foto di elevato livello qualitativo curate dall’ICHO e digitalizzate per l’accesso a distanza tramite Internet”.
Gli archeologi italiani sono sempre stati in prima linea negli scavi della città imperiale di Persepoli, un riconoscimento per la ricerca italiana se si considera che l’impero achemenide, quello di Ciro il Grande, è considerato una gloria intoccabile per tutti gli iraniani e lo è sempre stato anche dopo l’avvento della Repubblica islamica. Con il nuovo corso del presidente Hassan Rohani, gli scambi si sono intensificati e il clima è diventato ancora più amichevole, in parte anche grazie alle ricerche degli archeologi dell’Orientale. «I legami tra gli archeologi italiani, in special modo dell’Orientale, e l’Iran, sono sempre stati forti, ma solo ora se ne inizia a parlare”, conclude Rossi. “Dopo anni di lavoro in Iran ora ci confrontiamo con una nuova generazione di dirigenti iraniani nei posti giusti. È verosimile che questa collaborazione possa crescere ancora. Ormai non sono pochi i giovani iraniani che vengono a studiare in Italia e i legami si rinsaldano sempre”.
L’Italia torna protagonista in Iran: restaureremo la cittadella di Bam e la tomba di Ciro a Pasargade
L’Italia delle eccellenze culturali torna protagonista in Iran: a Bam, la cittadella di mattoni crudi e fango sulla Via della Seta, e a Pasargade la capitale achemenide sotto Ciro il Grande. È il risultato più eclatante della quattro giorni nella Repubblica Islamica dell’Iran del ministro dei Beni culturali Massimo Bray, durante i quali sono state affrontate strategie comuni anche nel settore turistico. Il ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT), attraverso l’Istituto Superiore per la Conservazione e il restauro, torna così alla cooperazione archeologica in due siti dove mancava ormai da alcuni anni. L’intesa riguarda il “contributo” italiano alle missioni di archeologia, ha detto il ministro a Teheran. In Iran ci sono già “sei missioni che lavorano bene” ma è stato “deciso di provare a definire quelli che saranno gli accordi per far ripartire il nostro contributo su Bam”, ha aggiunto il ministro. Il riferimento, implicito, è alla cittadella sulla Via della Seta che prima del terremoto da oltre 26mila morti del dicembre 2003 era la più grande costruzione in mattoni al mondo. “Da una parte”, ha detto Bray, “attueremo iniziative per poter valutare quello che è il rischio sismico in alcune zone che sono state molto danneggiate” e in altre in cui, pur essendo state “oggetto di restauro, è bene controllare continuamente” la situazione.
Arg-e Bam, ai limiti meridionali del grande deserto del Kavir-e Lut. Nella cittadella di Bam la cooperazione italiana arrivò praticamente già all’indomani del terribile terremoto del 26 dicembre 2003, di grado 6,5 (Scala Richter) che devastò una grande area della provincia di Kerman con gravissime perdite di vite umane. L’epicentro fu localizzato a circa 10 km a S-O di Bam, lungo la faglia omonima che taglia in direzione E-O tutta la Regione. Metà della popolazione di Bam scomparve, la città nuova fu completamente distrutta e Arg-e Bam (la città antica) ridotta in macerie. “La comunità internazionale”, ricordano al nostro ministero, “rispose prontamente in soccorso di questa pesante tragedia umana e per il recupero e la salvaguardia dell’eccezionale patrimonio culturale di Arg-e Bam. Infatti la cittadella oltre a essere sempre stata un’importante metà turistica, risorsa vitale per la Regione, costituiva testimonianza storica e vanto dell’identità culturale dell’intero Paese come simbolo di un glorioso passato”. Il fascino della cittadella merlata non era sfuggito neppure al grande schermo: Bam ha fatto da sfondo per il film “Il deserto dei Tartari” tratto dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati e ad alcune scene del “Fiore delle Mille e una notte” di Pier Paolo Pasolini. Organizzazioni come Unesco, Icomos e Iccrom pianificarono, insieme con l’Ichto (Organizzazione iraniana del patrimonio culturale) il programma di recupero del patrimonio culturale duramente colpito dal sisma. Nel 2004 Bam e la sua Regione sono entrati a far parte del Patrimonio dell’Umanità (Unesco). “Il Governo Italiano è stato coinvolto nel Progetto di Recupero sin dall’inizio”, continuano al Mibac. “In seguito a numerose ricognizioni il ministero per i Beni e le Attività Culturali aveva optato per il restauro e messa in sicurezza della torre n°1 sulla cinta muraria sud-occidentale”.
La città carovaniera di Arg-e Bam – ricordiamolo – nasce e si sviluppa lungo l’antichissima via che collega l’Iran centrale con le province orientali e con l’Afghanistan e il Pakistan. La fortuna di questa splendida cittadella fortificata si deve proprio alla sua posizione strategica e alle sue preziose risorse idriche, sapientemente governate con ingegnosi sistemi di canali sotterranei (qanat) che danno vita alla straordinaria oasi. Gli inizi dell’insediamento risalgono molto indietro nel tempo (proprio gli scavi archeologici post terremoto hanno riportato alla luce tracce del primo insediamento achemenide), ma la città visse il suo periodo d’oro nel medioevo (fino al XIII secolo). Allora ospitava una numerosa e ricca comunità che doveva la sua fortuna proprio al commercio carovaniero e alla importante produzione e lavorazione della seta, del cotone e della lana. La manifattura tessile di Bam era famosa in tutto il mondo islamico. La crisi politica, economica e sociale, conseguente le invasioni di nuove etnie, i turchi oghuz, mongoli e timuridi, segnarono la crisi e una lenta, irreversibile, decadenza economica e sociale dell’intera Regione. La cittadella di Bam, grazie alla sua posizione strategica, divenne però la fortificazione più poderosa dell’Iran orientale e continuò ad avere un rilevante interesse militare di confine specialmente durante le persistenti guerre tra le popolazioni iraniane, afgane e beluche. Nel XVIII secolo la cittadella antica (Arg-e Bam) fu abbandonata per la realizzazione della nuova Bam nelle immediate vicinanze.
“Le strutture e le fortificazioni di Arg-e Bam”, spiegano Michael Jung, Vincenzo Torrieri, Narges Ahmadi che hanno seguito il primo progetto italiano di consolidamento e restauro del torrione n° 1 delle mura di Bam, “sono costruite con la tradizionale tecnica della terra cruda e in genere con mattoni quadrati, di grandezza variabile, essiccati al sole (adobe), con strati di terra pestata (chineh) e coperture protettive realizzate con un impasto di paglia e terra (khagel). Il Patrimonio Culturale di Bam rappresenta uno degli esempi più importanti di città islamica antica con un ensemble pressoché completo di tutti quegli elementi urbani generatori e caratteristici come palazzi, case, moschee, caravanserragli, hammam, bazar, officine e fortificazioni. Inoltre costituisce un magnifico esempio di città interamente costruita in terra cruda con una stratificazione, ancora perfettamente leggibile, che documenta la sua storia millenaria”.
La torre n°1 della cinta muraria più esterna, nel corso della ricerca – spiegano i nostri archeologi -, si è rivelata come un organismo pluri-stratificato con corpi murari aggiunti in appoggio dall’esterno (la cosiddetta “crescita a cipolla”). La configurazione attuale risulta infatti come la sommatoria di diverse fasi costruttive e ricostruttive (cinque le maggiori) nonché di rifacimenti, restauri ed interventi di manutenzione ordinaria che progressivamente hanno accresciuto il nucleo della linea difensiva originaria.
La croce nestoiana. Gli accertamenti archeologici hanno riportato alla luce, tra l’altro, un silos a pianta oblunga realizzato contro terra con rivestimento in mattoni crudi. Potrebbe trattarsi di un ripostiglio, scavato nel pavimento, per la conservazione di derrate alimentari. I reperti rivenuti nel all’interno (per lo più frammenti ceramici) vengono studiati nel centro operativo di Bam. Ma tra i ritrovamenti più sorprendenti e importanti va sicuramente annoverato il motivo della croce impressa sull’intonaco esterno della Mura occidentali, non lontano dalla torre. “Si tratta di una croce greca, probabilmente nestoriana, con quattro bracci di eguale lunghezza (24 cm), realizzata attraverso impressione di una matrice in legno (meno probabile di metallo) sull’intonaco ancora fresco”, continuano Michael Jung, Vincenzo Torrieri, Narges Ahmadi. “La porzione dell’intonaco interessato è stata distaccata per ragioni di salvaguardia e collocata nei laboratori di restauro del centro operativo in attesa di essere esposta nel futuro museo di Bam. Il simbolo della croce nestoriana è stato identificato anche su due frammenti ceramici rinvenuti nelle prossimità della cittadella e rappresenta, allo stato attuale delle conoscenze, la prima testimonianza archeologica della presenza cristiana a Bam, come nell’intera Regione”.
Tra i reperti rinvenuti durante le ricerche si segnalano punte di freccia di ferro, frammenti di ceramica acroma, invetriata e non, collocabili in un ampio contesto cronologico a partire (molto probabilmente) dal tardo periodo achemenide fino ai giorni nostri. Tra i materiali antropici si segnalano ossa animali (avanzi di pasto e non), lacerti di tessuti e frammenti di vetro colorato. Sono stati rinvenuti vinaccioli di “vitis vinifera” domestica, tralci di vite, melograno, palma, cocco. “I risultati della ricerca e delle analisi dei materiali”, concludono gli archeologi, “saranno essenziali per la definizione di una cronologia assoluta di riferimento sul diagramma della successione stratigrafica accertata. I risultati potranno fornire un primo inquadramento cronologico, delle diverse fasi costruttive documentate, di ausilio alla storia di questa straordinaria e monumentale fortificazione, ai limiti del grande deserto del Kavir-e Lut”.
Con queste premesse si torna a Bam. Come si diceva Italia e Iran hanno firmato a Teheran un accordo per la collaborazione alla conservazione e al restauro dei siti di Bam e di Pasargade. A firmare il “memorandum of understanding” tra il ministero italiano dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e l’Iranian Cultural Heritage, Handcrafts and Tourism Organization sono stati il ministro Massimo Bray e il delegato del governo per questo patrimonio, Mehdi Hojjat. Nello specifico i due governi si sono impegnati a cooperare nella conservazione e restauro della tomba di Ciro a Pasargade e nel Bastione ovest delle mura di Bam. I risultati delle ricerche saranno pubblicati sia in Italia che in Iran. Ma non è tutto. C’è anche una novità, proprio su Bam. In particolare, ha annunciato il ministro riferendosi evidentemente ad attività di restauro, “faremo un progetto di fattibilità sul Caravanserraglio, che è una delle architetture molto danneggiate della cittadella ma di grandissimo valore, e proveremo quindi a definire quelli che sono gli accordi puntuali per la definizione di queste attività”. Fornendo indicazioni su un organismo annunciato durante la quattro giorni iraniana, Bray ha riferito che “si è deciso di dar vita a un gruppo di lavoro misto” per “monitorare” sia “l’avanzamento di questi lavori” sia “altre iniziative che non rientrano negli accordi” che sono stati “definiti finora dai due governi o che si vogliono rinnovare”.
La tomba di Ciro. Nel 2010, dopo la conclusione della prima parte dei progetti di restauro e conservazione nella Cittadella di Bam, nei colloqui Iran-Italia si era cominciato a discutere dei nuovi cantieri da affidare ai tecnici italiani. “L’opera dei restauratori italiani – ricordano le cronache dell’epoca – che ha portato al recupero della torre n. 1 Sud Ovest, la prima che si incontra provenendo dalla città nuova, e di parte della cinta muraria, è stata particolarmente apprezzata”. Così le autorità iraniane avevano approvato un secondo progetto che avrebbe coinvolto i tecnici italiani: il restauro del Caravanserraglio, edificio all’interno dell’antica cittadella anch’esso gravemente danneggiato. Progetto che è tornato in discussione durante la visita ufficiale di Bray. E sempre nel 2010 prese il via il restauro da parte italiana della Tomba di Ciro il Grande a Pasargade, il più importante monumento dell’Iran e simbolo stesso dell’identità nazionale. E ora l’Italia torna a Pasargade, sito archeologico inserito nel 2004 nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco.
Le sue rovine si trovano a quasi 90 chilometri a nordest di Persepoli, nell’Iran meridionale, e il suo monumento più famoso è la tomba attribuita all’imperatore persiano Ciro il Grande, costruita su sei alti gradini che conducono alla sepoltura vera e propria, che ha un’entrata bassa e stretta. “Benché non ci siano prove certe per l’identificazione della tomba con quella di Ciro”, spiegano gli archeologi, “gli antichi storici greci riportarono che questa era la convinzione di Alessandro Magno, il quale rese omaggio al mausoleo dopo il saccheggio e la distruzione di Persepoli”. Durante la conquista araba della Persia, quando l’esercito arabo si trovò di fronte alla tomba decise di distruggerla, poiché essa era considerata in contrasto con i principi dell’Islam. L’edificio si salvò grazie a uno stratagemma usato spesso dai persiani in molte aree del Paese: i guardiani del monumento riuscirono a convincere il comandante dell’esercito che la tomba non era stata costruita in onore di Ciro il Grande, bensì della madre del re Salomone. E infatti ancora oggi è molto diffuso l’uso di chiamare la tomba di Ciro come Qabr-e Madar-e Sulaiman”, cioè la tomba della madre di Salomone.
Tempio di Ciro vicino a Persepoli: un giallo archeologico insoluto. Unico esempio finora di architettura proto-achemenide con pantheon mesopotamico
Cos’era dunque questo monumentale edificio achemenide quasi una copia della porta di Ishtar a Babilonia, individuato nel 2011 a Tol-e Ajori, nella piana di Persepoli nella regione di Fars in Iran meridionale, dalla missione archeologica congiunta irano-italiana diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento di Beni culturali dell’università di Bologna, il Centro iraniano per la ricerca archeologica (Icar) e la fondazione di ricerca Parsa-Pasargadae col contributo economico dell’Università di Bologna, del Miur (Progetto PRIN 2009) e del Mae? Alireza Askari Chaverdi sembra non avere dubbi: si tratta di un tempio. Ma il giallo archeologico non pare destinato ad essere risolto in tempi brevissimi vista la maggiore prudenza espressa da Callieri che qui conclude la nostra lunga intervista. “Io parlerei di funzione cerimoniale o rituale”, spiega. “Anche se non abbiamo ancora la pianta completa, è chiaro comunque che ci troviamo di fronte a una struttura con un massiccio e spesso muro perimetrale e un ridotto spazio interno (cortile?): non può quindi essere un edificio residenziale. Meglio quindi un edificio utilizzato per rituali in ambito dinastico, come confermerebbe anche un frammento di mattone invetriato con un’iscrizione babilonese incompleta che ci riporta alla parola RE”.
Ciro, pochi anni dopo aver realizzato la capitale Pasargade (545-542 a.C.) conquistò Babilonia nel 539 a.C. quando la porta di Ishtar era stata costruita da circa mezzo secolo. “Quindi il monumento da noi scoperto”, continua Callieri, “fu realizzato dopo la conquista di Babilonia e il confronto iconografico puntuale con quello della Porta di Ishtar a Babilonia suggerisce una datazione all’epoca proto-achemenide. Il monumento rappresenta perciò la prima testimonianza monumentale nell’area del Fars centrale dove successivamente Dario I costruirà la terrazza monumentale di Persepoli”. Il monumento propaganda la cultura di Ciro profondamente legata al mondo elamita e babilonese. Ciro introduce nel Fars oltre al toro il “mushkhusshu” che a Babilonia è direttamente legato al dio Marduk, il dio della regalità. E lo fa “importando” nella piana di Persepoli la Porta di Ishtar, creando una tipica architettura rituale achemenide dove divinità e regalità sono collegate.
“La presenza del toro e soprattutto del “mushkhusshu”, che nella successiva arte achemenide di Persepoli non è più presente”, fa il punto Callieri, “corrisponde a quel complesso pantheon persiano di origine mesopotamica ed elamita attestato sulle tavolette elamite delle Fortificazioni di Persepoli, che sotto la dinastia di Dario e Serse viene gradualmente ridimensionato in relazione al rapporto preferenziale del re con la divinità iranica Ahura Mazda (zoroastrismo)”. A indirizzare gli archeologi verso una realizzazione proto-achemenide c’è anche un altro elemento: il monumento non ha rapporto di orientamento con Persepoli, orientamento che invece rispetta con il sistema di canali circostante.
Per la missione irano-italiana la scoperta di questo monumento è importante perché restituisce finalmente nell’area di Persepoli un’architettura precedente Dario. Ma allora a questo punto viene da chiedersi cosa ci fosse prima della terrazza di Dario in quella regione dominata da questo monumento alto 20 metri, che brillava al sole, ed era ben visibile a distanza. È uno dei problemi aperti, non l’unico. “Oltre a capire quale fosse la funzione dell’edificio di Tol-e Ajori e quando fu costruito”, continua il professore, “le prossime campagne di scavo dovranno risolvere anche il problema della sua distruzione”. Già lo scavo attuale ha rivelato danneggiamenti da spoliazioni recenti e distruzioni antiche: ma quando? “Per ora non siamo in grado di dirlo. Serse dice di avere distrutto il tempio dei demoni. Che intendesse l’edificio di Tol-e Ajori? Se la distruzione risalisse all’epoca achemenide, sarebbe la prova archeologica del cambiamento religioso avvenuto nell’impero persiano. Ma la demolizione dell’edificio potrebbe rientrare nelle distruzioni operate da Alessandro Magno. O addirittura ancora più tardi”.
Il futuro. “Prima della campagna del 2014”, anticipa Callieri, “dobbiamo acquisire le foto aeree realizzate negli anni ‘40 del secolo scorso. Stiamo già provvedendo perché siamo sicuri che potrebbero darci informazioni preziose”. Negli anni ’70, come abbiamo più volte ricordato, fu realizzata la grande diga sul fiume Kner per poter irrigare la pianura. All’epoca fu adottato il sistema di irrigazione a caduta che comportò il livellamento dei terreni con la distruzione di migliaia di dati archeologici. “Altro impegno per il 2014 o per le campagne successive”, conclude Callieri, “sarà lo scavo dell’ambito centrale (cortile?), cioè quello spazio ridotto che si apre tra le spesse mura. Per ora ne abbiamo solo ricostruito la pianta che ci ha permesso di avere un’idea del monumento. Lì in mezzo, almeno lo speriamo, potrebbero esserci delle ceramiche con le quali essere in grado di datare con precisione il monumento”. Per ora il giallo archeologico resta insoluto. Non ci resta che attendere le prossime campagne.
(5 – fine. Precedenti post il 2, 7, 15, 19 dicembre)
Tempio di Ciro vicino a Persepoli, un giallo dell’archeologia. Sembra un “duplicato” della porta di Ishtar a Babilonia

L’edificio di epoca achemenide portato alla luce nello scavo di Tol-e Ajori, vicino a Persepoli in Iran
Non era una fornace e né una apadana achemenide, e neppure una torre. Si ingarbugliano le ipotesi nel giallo archeologico dell’edificio achemenide individuato nel 2011 a Tol-e Ajori, nella piana di Persepoli nella regione di Fars in Iran meridionale, dalla missione archeologica congiunta irano-italiana diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento di Beni culturali dell’università di Bologna, il Centro iraniano per la ricerca archeologica (Icar) e la fondazione di ricerca Parsa-Pasargadae col contributo economico dell’Università di Bologna, del Miur (Progetto PRIN 2009) e del Mae. Ma allora cos’era questo singolare edificio dai muri perimetrali spessi 10 metri, a delimitare un piccolo ambiente centrale di modeste dimensioni, e in grado di sostenere un alzato impressionante di 20-30 metri che doveva dominare la piana? “Doveva essere sicuramente un edificio importante”, ci viene in soccorso il prof. Callieri che continua così, con la nostra intervista, a ripercorrere idealmente il diario di scavo a Tol-e Ajori. “Era a soli 3 chilometri e mezzo da Persepoli, ma diversamente da quest’ultima l’edificio di Tol-e Ajori non era stato costruito in pietra bensì in mattoni, cotti e crudi, secondo una tradizione elamita ben nota, e con il rivestimento esterno invetriato splendente al sole il quale, insieme all’altezza, lo rendeva visibile da lunghe distanze”.
Nuove sorprese. E qui è il momento di parlare di un’altra sorpresa venuta proprio dall’ultima campagna di scavo, quella del 2013, che sembra foriera di sviluppi sicuramente importanti e intriganti nel prosieguo delle ricerche dei prossimi anni. “Mentre i mattoni invetriati trovati nei corsi ancora in situ”, spiega Callieri, “e corrispondenti alla fascia più bassa dell’edificio, pur presentando colori diversi sono sempre a tinta unita –monocromi, dicono i tecnici-, i frammenti di mattoni invetriati collassati nel crollo delle strutture sono decorati a rilievo”. Purtroppo questo edificio fu distrutto più volte, già in antico ma anche in epoche più recenti. “Lungo il muro, nei detriti di crollo, è stata trovata una serie copiosa di frammenti di mattoni invetriati con rilievi provenienti da un apparato decorativo, rilievi che si possono comparare con quelli rinvenuti nel Palazzo di Dario a Susa”.
Un rilievo babilonese: il “mushkhusshu”. È interessante notare che, diversamente dalla fascia bassa del muro a decorazione uniforme, qui i rilievi decorati sono ben riconoscibili con raffigurazioni di animali fantastici: oltre al toro troviamo – ed è l’aspetto più interessante e intrigante-, il “mushkhusshu”, cioè il drago-serpente babilonese: un quadrupede con zampe posteriori di grifone munite di artigli, e le zampe anteriori di leone; il corpo, invece, è un ibrido con squame e la testa di serpente. Una bella raffigurazione di questo drago-serpente si trova sulla porta di Ishtar di Babilonia (ora tra le principali opere esposte al Pergamon Museum di Berlino). “Ma non si tratterebbe di una semplice somiglianza di soggetto”, interviene Callieri. “Qui si nota anche una stretta relazione con i pannelli decorativi della porta di Ishtar realizzati, come a Tol-e Ajori, in mattoni: la composizione delle immagini è identica. Addirittura sembra siano state usate le stesse matrici: stesse misure, stesse parti. Possiamo dire che a Toll-e Ajori siamo di fronte a una specie di duplicato della porta di Ishtar di Babilonia”.
Edificio protoachemenide. La prima considerazione conseguente, secondo il co-direttore della missione irano-italiana, è lo spostamento della datazione del monumento a un periodo più antico rispetto alla costruzione di Persepoli, quindi a un periodo proto-achemenide. “Perciò ipotizziamo che l’edificio monumentale di Tol-e Ajori si possa far risalire all’epoca di Ciro o, al massimo, di Cambise. A supportare questa tesi ci sono alcuni dati specifici emersi dallo scavo cui abbiamo già accennato ma che è bene qui ricordare. Innanzitutto le diverse tecniche costruttive rispetto alla terrazza di Persepoli e poi, soprattutto, la presenza del “mushkhusshu” il drago-serpente babilonese che scompare nell’arte achemenide ufficiale -possiamo dire “classica” -, quella cioè che si manifesta da Dario in poi”. Nella nuova visione iranica del mondo il drago-serpente non ha infatti più motivo di essere, non va più bene perché per lo zoroastrismo –su cui poggia tutta l’organizzazione e la filosofia dell’impero persiano- quell’animale mostruoso non può essere che un demone.
“Per Ciro è diverso”, continua Callieri, “ancora intriso di cultura elamita e fortemente attratto da Babilonia. Non a caso nel suo palazzo a Pasargade, la città – sempre nella piana del Fars/Pars (la regione dell’altopiano iranico meridionale che ha dato poi il nome, Persia, a tutto il Paese) – che lui scelse come capitale, e città dove si è fatto seppellire, a Pasargade dunque sono presenti queste credenze babilonesi”. Ancora oggi, a Pasargade nel cosiddetto Palazzo S (che i turisti viene indicato come Palazzo delle Udienze di Ciro) possiamo vedere sulle lastre decorate a rilievo interne degli accessi alla sala principale del palazzo la raffigurazione dell’uomo-toro e dell’uomo-pesce. Solo il toro androcefalo alato, tipico dell’iconografia assiro-babilonese, rimarrà nell’arte classica achemenide: pensiamo alla monumentale Porta di Tutte le Nazioni o Porta di Serse che, alla sommità della scalinata monumentale all’ingresso della terrazza di Persepoli, oggi accoglie i turisti e 2500 anni fa le delegazioni dell’immenso impero persiano che venivano ad omaggiare il Re dei Re.
A questo punto Callieri ci invita a fare un’altra deduzione che conferma indirettamente la “retrodatazione” dell’edificio al periodo proto-achemenide di Ciro. “Se Dario era impegnato nella costruzione di Persepoli sopra la terrazza monumentale, un progetto impressionante, può sembrare perlomeno strano che a soli 3 chilometri e mezzo di distanza si sia impegnato nella realizzazione di un altro monumento altrettanto impegnativo”.
(4 continua. Nuovo post nei prossimi giorni. Precedenti post il 2, 7, 15 dicembre)
Tempio di Ciro vicino a Persepoli, un giallo archeologico: altro che apadana, è una torre. Invece…
A Tol-e Ajori non c’era una fornace. Forse c’era un palazzo achemenide e quella individuata nel 2011 nella campagna di scavo archeologico nel Fars (Iran meridionale) a un tiro di schioppo da Persepoli poteva essere una apadana, la caratteristica sala delle udienze. Ma erano più i dubbi che le certezze per la missione irano-italiana diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, impegnata proprio a Tol-e Ajori, in una ricerca che stava diventando giorno dopo giorno un vero e proprio giallo archeologico. Lo rivelano le parole del prof. Callieri che qui continua la nostra intervista.
“Nella campagna del 2012 abbiamo avuto la seconda sorpresa che ha portato a modificare l’ipotesi che ci eravamo fatti l’anno prima”, esordisce l’iranista. “Quella struttura in mattoni si andava rivelando sempre più come un qualcosa che ricordava un muro con un proprio perimetro, piuttosto che la base di una terrazza: una struttura, ma all’epoca cominciammo a chiamarla muro, spessa ben 10 metri di cui due sezioni esterne di 2 metri e mezzo in mattoni cotti, a racchiudere al centro una sezione di 5 metri in mattoni crudi”. Cadeva quindi l’ipotesi che si trattasse di una piattaforma achemenide.
“Grazie ai dati emersi dalle prospettive geofisiche condotte da una missione irano-francese si è pensato si trattasse di una torre”, spiega Callieri, tipo quelle dei templi urartei a base quadrata o la più famosa Ka’be-ye Zardosht (Cubo di Zoroastro), monumento achemenide del V sec. che sorge a Naqsh-e Rostam, vicino a Persepoli, davanti alle monumentali tombe reali di Dario I, Serse I, Artaserse I e Dario II scavate sulla parete di roccia levigata come una lavagna, torre anch’essa a base quadrata il cui utilizzo pone ancora dei dubbi e fa discutere gli studiosi: torre-tempio del fuoco? Torre custodia dei libri dell’Avesta, con i testi sacri zoroastriani? Torre tomba achemenide precedente Dario I? Ma la campagna del 2012 si chiuse senza portare certezze, anzi –come abbiamo visto- sollevando nuove ipotesi.
“La campagna di quest’anno – riprende Callieri – si era posta come obiettivo primario quello di scoprire l’ingresso alla presunta torre per avere più informazioni sull’utilizzo della struttura e quindi sulla veridicità della nostra ipotesi. Ma ancora una volta lo scavo di Tol-e Ajori ha finito per stupirci riservandoci sorprese che ci hanno costretto a modificare le nostre ipotesi, aprendo nuovi importanti interrogativi storici, artistici e culturali”.
“Se si trattava veramente di una torre – spiega Callieri – allora doveva esserci un ingresso. Per analogia con altre strutture achemenidi, abbiamo ipotizzato che l’ingresso di questa ipotetica torre potesse trovarsi nel lato sud-est. Perciò i primi sondaggi hanno puntato a confermare questa ipotesi, che sembrava corroborata in qualche modo dai risultati delle prospezioni geofisiche effettuate nel 2012 le quali, proprio nell’ipotetico lato sud-est dell’ipotetica torre, segnalavano nel terreno delle anomalie. Inoltre anche la forma quadrata sembrava sostenere la nostra ipotesi”. Lo scavo ha confermato che l’ingresso si trovava proprio a sud-est e questo, nell’animo degli archeologi, sembrava annunciare che poco a poco avrebbero avuto contezza anche della torre. Ma la conferma delle ipotesi di lavoro si è fermata alla presenza dell’ingresso monumentale proprio sul lato sud-est perché la pianta di quell’edificio enigmatico si andava rivelando giorno dopo giorno sempre meno quadrata e sempre più rettangolare. “Così decidemmo di allargare lo scavo e di tentare di seguire l’andamento del muro e capire fino a dove arrivasse”. A un certo punto la sua corsa è stata sventrata dallo scavo di un canale di irrigazione realizzato in occasione del livellamento agrario degli anni ’70. Ma il muro non finisce lì e continua in direzione Nordovest. Ma non si sa per quanto. Al momento ne abbiamo messo in luce 35,70 metri per 30 sul lato corto. Continueremo l’anno prossimo e cercheremo di capirci qualcosa di più. Un fatto comunque è certo: con la campagna di scavo 2013 è caduta anche l’ipotesi che l’edificio di Tol-e Ajori sia una torre”.
(3 . continua. Nuovo post nei prossimi giorni. Precedenti il 2 e 7 dicembre)
























































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