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#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con la storica dell’arte Elisa Colla la visita della Giunta Albertiana e la scoperta delle preziose maioliche seicentesche

La Giunta Albertiana, parte dell’antica residenza vescovile al Castello del Buonconsiglio a Trento (foto Buonconsiglio)

Le formelle originali seicentesche in maiolica azzurra e colorate, di gusto orientalizzante, che un tempo ricoprivano il pavimento nelle stanze della Giunta Albertiana al Castello del Buonconsiglio sono al centro del nuovo appuntamento di #buonconsiglioadomicilio. La storica dell’arte Elisa Colla del museo del Buonconsiglio nel video di Alessandro Ferrini illustra i molteplici motivi mutuati dalla splendida ceramica ottomana di Iznik, innumerevoli figure di uccelli, paesaggi, architetture, che popolano queste formelle, gli stessi motivi che si ritrovano nelle dimore aristocratiche, alludendo ad un dialogo tra Occidente e Istanbul unite da un filo continuo di commerci, ambascerie, rapporti politici e diplomatici.

La Giunta Albertiana è il terzo corpo di fabbrica che va a comporre l’antica residenza vescovile. “A metà del Seicento – ricorda Elisa Colla – l’allora vescovo Francesco Alberti Poia sentì la necessità di ampliare gli spazi andando a inserire un nuovo edificio tra il Castelvecchio e il Magno Palazzo. Sentiva l’esigenza di adattarsi al clima dell’epoca. Trovare quindi un nuovo spazio per sé ma anche un luogo adatto a ricevere gli ospiti virtuosi che viaggiando sulla via del Brennero si fermavano a Trento. Nacque così la Giunta Albertiana tra il 1686 e il 1688, un piccolo edificio costituito da due piani, entrambi con due stanze ciascuno, con destinazioni d’uso però diverse. Regista di questa costruzione sarà Giuseppe Alberti, l’artista di fiducia di Francesco Alberti Poia, pittore viennese che si era formato in Veneto. Entrambi erano stati a Roma, avevano quindi respirato il Barocco nella fase berniniana che portarono così a Trento realizzando questo piccolo scrigno. Lo vediamo nel tripudio degli stucchi del soffitto dove proprio gli affreschi di Giuseppe Alberti andranno a raccontare al primo piano temi politici. Questi ambienti erano destinati ad accogliere udienze. Sul soffitto della prima stanza troviamo il Trionfo della Fede cristiana contro l’impero ottomano, una vera e propria crociata voluta da papa Innocenzo XI, mentre nella seconda stanza rimane questo tema di lotta tra il Bene e il Male con l’iconografia di Minerva che scaccia i Vizi capitali all’Inferno.

Le mattonelle in maiolica policroma alla Turchesca nella Giunta Albertiana del Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Al secondo piano della Giunta Albertiana gli ambienti avevano una destinazione d’uso molto diversa. “Lo capiamo attingendo agli inventari che venivano redatti alla morte di ogni presule per riuscire a registrare tutti i beni mobili presenti al castello del Buonconsiglio”, spiega Colla. “E così scopriamo, attingendo al testamento della morte di Francesco Alberti Poia, così come un altro inventario molto prezioso del 1776 registrato alla morte del vescovo Cristoforo Senso, che questi ambienti avevano una pavimentazione molto preziosa fatta di piccole piastrelle di maiolica con una resa coloristica molto varia in linea con il gusto del Barocco. Un materiale quello della maiolica che piacque molto nel Rinascimento tant’è che si diffuse. Questa tipologia di arredo di ispirazione ispanico-moresca o addirittura orientale venne quindi copiata da molti manifatture italiane, prima di tutte Faenza. E poi Venezia, Padova, Lodi, Savona e altre città. Nel caso della Giunta Albertiana troviamo una manifattura di Bassano del Grappa, la manifattura Manardi, che era nel pieno della sua produzione nel 1688 quando vennero posate le mattonelle presenti nella Giunta Albertiana: lo dimostra una formella che reca la data 1688 all’interno di un cartiglio giallo sopra la mitra vescovile”. Le piastrelle rimasero posate per circa 150 anni o poco meno perché quando la residenza vescovile venne trasformata in caserma e secolarizzato il principato di Trento nel 1803 queste piastrelle vennero rimosse. “Negli anni Cinquanta del secolo scorso furono recuperate 1338 mattonelle, un corpus che corrisponde a circa un terzo del totale, ma ci permette comunque di fare alcune osservazioni dal punto di vista artistico e stilistico. C’è una partita policroma detta alla turchesca che seguiva il gusto tipico delle città turche, le turcherie tipiche del Seicento. Il criterio delle piastrelle era quello di essere composte a cellula dipendente perché avevano una figurazione con soggetti tratti dalla fauna, dalla flora, alcuni vasi, frutti. Ma sulle parti angolari una serie di decori vegetali vanno a comporsi solo nel momento in cui vengono accostate quattro formelle”.

Giunta Albertiana: formelle in maiolica con figure umane (foto Buonconsiglio)

Oltre alle mattonelle policrome alla turchesca vi è una seconda partita che riprende il gusto della crack porcelain, la porcellana dura cinese, che era tipicamente in bianco e blu cobalto. “Anche qui la configurazione è molto ricca con diverse immagini non solo di animali ma anche piccoli edifici e città turrite sempre con gli elementi vegetali angolari che danno questo effetto a tappezzeria. Un nucleo di formelle più spesse presenta oltre alla figurazione vegetale delle figure umane che forse erano tratte da incisioni della commedia dell’arte e quindi potevano essere fruite in verticale come decorazioni di un caminetto. Alcune di queste formelle hanno delle figurazioni con dei putti al gioco e possiamo così scoprire quali fossero i giochi più in voga nel Rinascimento e nel Seicento. È grazie alle incisioni che possiamo capire come – ad esempio -un putto stia giocando con la palla insieme ad un bracciale, un gioco tipico del XVI secolo. Purtroppo – conclude Colla – non conosciamo con esattezza come fossero distribuite le piastrelle al pavimento, se fossero divise per tipologia o sapientemente mescolate ma sicuramente possiamo farci un’idea di quale resa cromatica varietà esuberanza dovessero dare questi ambienti. Un ambiente entrato nell’epoca del Barocco e degno della residenza di un principe vescovo”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 19.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci fa conoscere l’Amduat, il viaggio notturno del sole col papiro dell’Amduat e i testi sul sarcofago dello scriba Butehamon

Il 19.mo appuntamento con le “Passeggiate con il direttore” è il secondo dedicato al Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco illustra “L’Amduat, il viaggio notturno del Dio Sole” ancora attraverso il magnifico sarcofago dello scriba Butehamon. L’Amduat è un testo che comincia a trovarsi decorato nelle pareti dei sovrani del Nuovo Regno nella Valle dei Re. E per tutto il Nuovo Regno questo testo riguarderà solo i sovrani. A partire dal Terzo Periodo Intermedio invece lo cominciamo a trovare nei papiri, lo cominciamo a trovare degli excerpta usati nei sarcofagi perché l’unità salda politica del Paese viene meno e quindi anche i privati possono ambire a avere degli excerpta di questo testo. Cosa ci racconta? “Ci racconta il periplo solare del sole durante la notte quando il sole tramonta a Occidente”, spiega Greco. “Gli egizi credevano che il sole viaggiasse per dodici ore nelle profondità della terra per poi risorgere di nuovo ad Oriente al mattino. E questo viaggio non era un viaggio che potesse lasciare il sovrano e il mondo indifferenti perché ogni notte vi era una lotta cosmica tra il dio Sole e Apophis, tra il bene e il male. Apophis tentava di impedire che il dio Sole potesse risorgere. Se questo avesse avuto seguito la vita nella terra sarebbe venuta a finire. Ed ecco quindi in questo papiro che ci narra il viaggio del dio Sole durante la notte, vediamo che il viaggio è scandito da delle pause, ci sono dodici ore nella notte. Ed è anche rappresentato in tre registri diversi. Nel registro principale si vede la barca del dio Sole. Qui il dio Sole si trova con la sua fattezza a testa di ariete, quindi il dio Sole criocefalo, contenuto all’interno del serpente Mehen, che è un serpente protettivo. E il dio Sole è accompagnato da altre persone di equipaggio all’interno della barca. Il suo viaggio continua finché alla fine del viaggio, al mattino, il dio Sole che adesso non ha più la testa di ariete ma ha la forma di scarabeo, arriva all’orizzonte orientale e tramite Shu il disco solare viene spinto sulla terra e il dio resuscita. Ecco quindi che la vita sulla terra può andare avanti ed ecco anche che avviene una separazione tra il dio Sole che torna sulla terra e Osiride che invece rimane nell’aldilà, dopo che durante le ore della notte Osiride e il dio Sole sono stati unificati, sono stati “necer aa”, dio grande”.

La parte posteriore del coperchio del sarcofago interno di Butehamon al museo Egizio di Torino con il testo dell’Amduat in ieratico (foto museo Egizio)

L’Amduat lo troviamo anche nei sarcofagi. Un esempio è il sarcofago di Butehamon. “La parte posteriore del coperchio del sarcofago interno e la cosiddetta copertura di mummia sono iscritti da un testo in ieratico, una forma corsiva di scrittura. E questo è il cosiddetto Libro delle Respirazioni e attiene ovviamente al rituale dell’apertura della bocca, che era il momento in cui prima che il defunto fosse messo all’interno della tomba, il sarcofago veniva messo in posizione verticale e veniva chiamato un sacerdote sem, che utilizzando uno strumento nelle sue mani, perpetrava questo rituale dell’apertura della bocca in modo che il defunto potesse tornare a respirare, a vivere, a fruire delle offerte nell’aldilà. Quindi l’Amduat adesso non è più rappresentato in una parete e quindi viene traslato all’interno del coperchio di modo che il defunto abbia tutte quelle informazioni di cui ha bisogno. Per quanto concerne la storia del nostro museo – ricorda Greco -, questo testo ha anche un’importanza fondamentale. Fu oggetto della tesi dottorale di Ernesto Schiaparelli quando andò a studiare a Parigi sotto la guisa di Gaston Maspero, che era segretario generale del Service des Antiquités, ed è colui che poi diede le concessioni di scavo a Ernesto Schiaparelli. Ebbene quando Schiaparelli va a perfezionare le sue conoscenze da egittologo a Parigi nel 1880, studia il Libro dell’Apertura della Bocca e pubblica questo testo che rimane un libro fondamentale per molti anni fino alla pubblicazione di Eberhard Otto”.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con Francesca Jurman la seconda parte del video dedicato alla Torre Aquila, alla scoperta delle stanze non accessibili al pubblico: il corpo di guardia al piano inferiore, e le stanze al terzo piano con raffinati affreschi

Torre Aquila del castello del Buonconsiglio, capolavoro del gotico internazionale (foto Buonconsiglio)

Le sale mai viste di Torre Aquila. Nel nuovo appuntamento con #buonconsiglioadomicilio molte sono le sorprese che si possono scoprire a Torre Aquila. Sopra e sotto la famosissima stanza affrescata con il Ciclo dei mesi si trovano infatti alcuni ambienti decorati, non accessibili al pubblico. Sotto la consueta regia di Alessandro Ferrini, Francesca Jurman, responsabile dei Servizi educativi del Museo, percorrerà la ripida scala a chiocciola gotica per raggiungere la stanza del piano inferiore un tempo collegata con le mura cittadine dove vi risiedeva il corpo di guardia e le stanze superiori al terzo piano, anch’esse non visitabili e decorate da raffinati affreschi.

Il primo piano di torre Aquila, che si trovava proprio al di sopra della porta Aquila, ospitava un corpo di guardia per il controllo del passaggio di chi entrava e usciva dalla città. “Per questo motivo – spiega Jurman – troviamo sul pavimento una botola che permette proprio di controllare, di guardare dall’alto attraverso dei dispositivi che consentivano la visuale. Il corpo di guardia non doveva solo sorvegliare e controllare l’andamento attraverso la porta Aquila, ma aveva anche la possibilità di procedere lungo il camminamento di ronda: da una porta si poteva infatti percorrere il camminamento sulle mura della città e quindi controllare interamente le difese della città di Trento. Per rendere confortevole la vita del corpo di guardia di stanza in questa sala c’erano un caminetto, che doveva garantire una temperatura mite all’interno dell’ambiente, e un curioso gabinetto a scomparsa: un ambiente molto piccolo e riservato dotato di un gabinetto a caduta”.

Gruppo di nobili: dettaglio dell’affresco del maestro Venceslao al terzo piano della torre Aquila al castello del Buonconsiglio di Trento (foto Buonconsiglio)

Una scala a chiocciola in legno permette di salire all’ultimo piano di torre Aquila. A differenza del piano inferiore dove è conservato il ciclo dei mesi, questo ambiente è diviso in più camere. “Qui si può ancora vedere un lacerto di affresco – continua Jurman – realizzato dallo stesso magister Venceslao che ha eseguito il ciclo dei mesi di torre Aquila: si riconosce proprio lo stesso stile. Purtroppo la pittura si è solo parzialmente conservata. Riusciamo a individuare un gruppo di nobili dove il cavaliere mette mano alla borsa probabilmente per pagare un contadino che sembra offrirgli delle fragole. Accanto, in un angolo, si è invece conservata l’illustrazione e la descrizione di un’architettura dove – se osservata attentamente – si riesce a riconoscere Castelvecchio. Ancora una volta viene descritto il castello del Buonconsiglio come lo vedeva maestro Venceslao sul finire del ‘300. Riconosciamo proprio la mole di questo castello con le varie successioni delle finestre, il coronamento merlato, l’imponente maschio che svetta sopra l’architettura e i camminamenti di ronda, che consentivano poi di raggiungere torre Aquila, che si sviluppavano lungo le mura cittadine. Su questo affresco si è conservata un’iscrizione molto importante che risale al 1407 quando il principe vescovo di Trento Liechtenstein viene imprigionato e la cittadinanza si riappropria di questa torre come baluardo di difesa della porta orientale della città”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 17.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, completa l’illustrazione della tomba di Kha e Merit soffermandosi sul corredo intatto, una straordinaria capsula del tempo che ci riporta al 1350 a.C.

Il 17.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” è il terzo e ultimo dedicato alla tomba di Kha e Merit. Il direttore Christian Greco illustra “Il corredo di Kha e Merit”, corredo intatto, una straordinaria capsula del tempo che ci riporta al 1350 a.C. Ci sono i letti con poggiatesta di Kha e di Merit. E poi le giare ancora con residui di cibo all’interno, firmate con il nome del defunto. “Si legge en ka en kha cioè per lo spirito vitale di Kha e poi ankh wehem cioè possa egli vivere di nuovo”, spiega Greco. “E a volte c’è scritto en ka en imy-er kawt Kha, cioè per la forza vitale del responsabile delle opere Kha. Quindi tutto viene definito con il nome del proprietario. E queste sono le offerte funerarie che devono essere messe all’interno della tomba in modo che il defunto possa fruirne dopo la morte”.

Il beauty case di Merit, parte del corredo nella tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Ma all’interno della tomba sono stati posti anche oggetti che probabilmente erano stati usati dalla coppia, da Kha e Merit, durante la vita. A cominciare dal cosiddetto beauty case di Merit: una cassetta che conteneva una serie di oggetti in alabastro che contenevano gli unguenti, per il belletto di Merit. “Invece il contenitore a forma di palma serviva invece al kohl, al trucco per gli occhi. E c’è anche un oggetto eccezionale: una parrucca in capelli veri che era contenuta all’interno di un porta-parrucca meraviglioso, anche nella sua forma, nel suo design, direi quasi minimalista e contemporaneo. E dove un’iscrizione ci dice un’offerta che il sovrano e Osiride devono dare al ka, alla forza vitale di Merit. E non solo Merit aveva i suoi oggetti personali ma anche Kha. Kha era il capomastro, quindi doveva garantire che i lavori potessero andare avanti all’interno delle tombe, all’interno della necropoli”. Ecco spiegato la serie di oggetti che servivano a misurare, la paletta dello scriba, una bilancia, dei trapani. Ma anche lui ha oggetti per la cura della persona: “Un borsellino in cuoio che conteneva dei rasoi e un vaso di alabastro, dove di nuovo leggiamo per il ka, per la forza vitale di Kha, con all’interno c’era d’api che probabilmente veniva usata come emulsionante dopo la rasatura. E poi borracce per l’acqua che venivano utilizzate probabilmente al lavoro. Ci sono anche dei filtri che servivano per filtrare le impurità della birra, e i bastoni lavorati a intrecci con particolari in cui in cuoio, che indicano il ruolo che Kha poteva avere, un ruolo di rilievo nel dirigere le squadre di lavoratori”.

Le tuniche di Kha, parte del corredo nella tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Un altro oggetto di una valenza incredibile è il cubito. “Gli Egizi usavano il cubito per misurare: il cubito era la distanza tra il gomito e l’indice, calcolata in 48 centimetri. Questo cubito è un dono che il sovrano Amenofi II fa a Kha. Un cubito coperto da una foglia d’oro che indica quanto il sovrano abbia apprezzato Kha facendogli un dono così prezioso. Peraltro sappiamo, perché l’abbiamo visto nelle recenti ricerche sulla mummia, come all’interno della mummia sia contenuto anche lo “shebyu” o collare dorato. Ma la valenza del corredo è incredibile soprattutto se pensiamo che questi oggetti risalgono al 1350 a.C. e si sono conservati perfettamente come le tuniche di Kha. E deve essere stata davvero incredibile la sorpresa che Ernesto Schiaparelli e i suoi archeologi ebbero quando entrarono all’interno della camera sepolcrale e videro tutti questi tessuti, tutti firmati col nome di Kha o un suo anagramma. La tomba di Kha – conclude Greco – è quindi uno dei gioielli più importanti che abbiamo al museo Egizio: 467 reperti che ci fanno capire quale attenzione lui e la moglie abbiano messo al rituale perché il loro corpo potesse essere preservato, perché fosse seguito il rituale funerario e loro potessero vivere dopo la morte, ma che ci permettono al contempo anche di vedere quali fossero le loro abitudini di vita, di cosa si cibassero e di come si prendessero cura del corpo. È davvero quasi una capsula del tempo che ci permette di capire come avveniva la vita nel 1350 a.C.”.

#iorestoacasa. Ultimi cinque “bollettini” di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia: dalle decorazioni della Basilica allo studio del tempietto dorico, dai progetti di scavo dell’anfiteatro romano a quelli di ricerca del teatro greco, al “giardino romano” con le erbe medicinali

Il parco Archeologico di Paestum: la cosiddetta Basilica e il tempio cosiddetto di Nettuno (foto parco di Paestum)

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia in epoca di coronavirus si chiude con gli ultimi cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati e messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Con il bollettino numero 21 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci fa vivere una delle esperienze più suggestive che si possono vivere a Paestum: passeggiare nell’area archeologica al tramonto. In particolare, nel più antico dei tre templi di Paestum, la cosiddetta Basilica, costruita a partire dal 560 a.C. circa e dedicata ad Hera. “Solo al tramonto – spiega Zuchtriegel – si possono apprezzare alcune decorazioni particolari dei capitelli del tempio, soprattutto quelli della fila centrale delle colonne che dividevano la cella: la luce del sole fa vedere un fiore di loto, che dimostra la ricchezza della decorazione tipica della fase arcaica. Siamo ancora nel VI sec. a.C. Quindi qualche generazione, forse due generazioni dopo la fondazione della città. C’è un’altra colonna che presenta la stessa decorazione di quella centrale del pronao: il fiore di loto. Ricordiamo poi che il tempio aveva un tetto con terrecotte variopinte. In questo periodo, in una città fondata qualche decennio prima dove, come hanno dimostrato i nostri scavi recenti, le strutture erano ancora in materiali deperibili, legno e mattoni crudi. Ma in mezzo a questo insediamento ancora un po’ precario sorge un grande tempio mai visto da queste parti che si intravedeva persino dall’entroterra. I cacciatori esploratori indigeni che si affacciavano alla piana del Sele potevano scorgere in lontananza questo enorme tetto di circa 25 per 50 metri che era una meraviglia, nella sua perfezione, nella sua bellezza per quei tempi”.

Il direttore Gabriel Zuchtriegel ci racconta il bollettino numero 22 del Parco Archeologico di Paestum e Velia dal museo di Paestum dove sono stati portati alcuni elementi architettonici del tempietto dorico rinvenuto l’estate scorsa durante il restauro della porzione ovest delle mura di cinta. Gli archeologi approfittano del blocco dei lavori per studiare: più di 250 frammenti architettonici prendono forma sullo schermo del computer. Ecco un tempietto dalle caratteristiche uniche che attesta la creatività delle maestranze locali. “Il cantiere è sospeso”, ricorda Zuchtriegel, “perciò usiamo il tempo anche per studiare, per comprendere meglio. Alcuni elementi del tempietto sono già stati portati in museo, altri sono ancora in situ. Molti sicuramente ancora da scavare. Ma già adesso abbiamo più di 250 frammenti di questo edificio. In questo periodo stiamo anche cercando di proporre una prima ricostruzione dell’edificio nella sua interezza grazie a un programma in cui inseriamo gli elementi finora noti. Sono ovviamente tanti gli interrogativi ancora aperti, ma anche tanti gli aspetti che si chiariscono e abbiamo sempre più una visione chiara e plastica di un monumento davvero eccezionale. Probabilmente a quattro per sette colonne: una disposizione molto inusuale più unica che rara. Ci sono tanti altri dettagli che stiamo studiando e che ci fanno capire come Paestum non sia semplicemente una città dove si copiano le cose della madrepatria, di Olimpia, di Atene ma c’è un dibattito con una tradizione locale delle maestranze, un contesto molto vivace in cui si elaborano dei modelli che sono sicuramente in connessione con la Sicilia, il Peloponneso, Atene ma dove anche Poseidonia dà un suo proprio contributo allo sviluppo artistico architettonico tra tardo VI e primo V sec. a.C.”.

Il protagonista del bollettino numero 23 del Parco Archeologico di Paestum e Velia è l’anfiteatro, il luogo della città romana di Paestum in cui si svolgevano gli spettacoli e i combattimenti dei gladiatori. Da quando nel 1820 fu costruita l’odierna Strada Statale 18, il destino del monumento è stato per sempre segnato: la strada infatti ha tagliato in due l’area e una parte della struttura è tuttora sconosciuta. Ma diversi sono i progetti che si stanno delineando per uno dei luoghi nevralgici della cultura romana. “L’anfiteatro di Paestum è un monumento particolare”, interviene Zuchtriegel, “perché nella sua forma più antica risale al I sec. a.C., di cui rimangono delle murature in grandi blocchi. Poi nel I sec. d.C. fu ampliato di un altro cerchio per dare più spazio agli spettatori. È uno dei più antichi monumenti di questo genere che conosciamo. L’arena è separata dagli spettatori da muri abbastanza alti che impedivano il contatto con le fiere e le attività che vi si svolgevano. Purtroppo dalla costruzione della strada nel 1820 un terzo dell’anfiteatro è rimasto inesplorato. Qui a Capaccio-Paestum abbiamo un sogno, condiviso per fortuna da molti che vivono qua e anche dall’amministrazione comunale, che è quello di spostare la viabilità e indagare e portare alla luce la restante parte dell’anfiteatro. L’edificio aveva probabilmente due porte: una è ancora visibile, l’altra dovrebbe essere nella parte da scavare. Parliamo di due porte perché una era riservata all’ingresso, alle processioni dei gladiatori; e l’altra era la porta libitina, chiamata così da un’antica divinità che era responsabile i culti, gli onori che si davano ai morti, perché era la porta attraverso la quale venivano portati fuori dall’arena i gladiatori morti durante lo spettacolo. Sarebbe sicuramente molto interessante indagare questo monumento, scavare quello che rimane, capire anche quello che eventualmente sta sotto, perché qui siamo sul luogo dell’antica agorà, e quindi forse c’erano precedenti installazioni o monumenti o strutture. Sarebbe anche bello poi, conservazione e sicurezza permettendo, di organizzare nell’anfiteatro piccoli eventi, conferenze, incontri, e forse anche concerti per renderlo di nuovo vissuto: un luogo dell’incontro al centro dell’antica città di Paestum”.

Nel bollettino numero 24 del Parco Archeologico di Paestum e Velia torniamo nell’anfiteatro: cosa sono quei segni che si intravedono al di sotto dell’arena? Potrebbero essere le strutture di un più antico teatro di IV sec. a.C.? L’ipotesi è davvero accattivante, ma solo uno scavo archeologico potrà confermare la presenza di un teatro a Paestum. Il teatro era il luogo dove si rappresentavano spettacoli, tragedie e commedie. “Sui vasi a figure rosse di Paestum dei pittori Assteas e Python e di altri pittori vascolari sono rappresentate scene del mito e spettacoli teatrali”, ricorda Zuchtriegel, che si chiede: “Ma gli abitanti di Paestum del IV sec. a.C. dove potevano venire a conoscenza del mito greco e del teatro? Ci doveva essere un luogo. Emanuele Greco ha ipotizzato negli anni ’80 del secolo scorso, sulla base di scavi all’epoca nell’anfiteatro, che forse qui c’è una traccia. Proprio sotto l’arena è emerso un muro dritto che in epoca romana non si vedeva più. E c’è un altro muro che parte da questo in direzione Nord e fa una leggera curva. Questa struttura molto antica ha la forma di segmento di semicerchio. Quindi potrebbe essere un teatro, che però dobbiamo immaginare non come una grande struttura in pietra, ma con un alzato in legno come era uso nell’antichità dove c’erano poi compagnie itineranti che si esibivano, il cui riflesso vediamo anche sui vasi prodotti in questa città. E sono scene di tragedie del mito greco, come Bellerofonte il giovane che uccide la chimera, ma sono anche tante scene più satiresche, quindi di commedie, spettacoli di divertimento. Questa è solo un’ipotesi ma lo scavo dell’anfiteatro potrebbe gettare nuova luce anche su questa questione abbastanza intrigante che riguarda la storia dell’antica Paestum”.

Nel bollettino n° 25 vi diamo il benvenuto nel “giardino romano” di Paestum. L’area fu chiamata così negli anni ’50 del Novecento quando, a seguito di indagini archeologiche, lo spazio assunse l’aspetto di una vasta spianata di forma rettangolare. Nell’antichità, invece, la zona non doveva presentarsi in questo modo, anzi, doveva essere occupata da diverse strutture come il più piccolo tempietto dell’antica Poseidonia-Paestum. “Varcato l’ingresso dalla strada che porta dal santuario meridionale con il tempio cosiddetto di Nettuno verso il foro di epoca romana”, spiega Zuchtriegel, “ci si trova di fronte l’asclepeion, il santuario di Asclepio dio della medicina, e un’area verde vasta dove in un primo momento, dopo la deduzione della colonia latina qui a Paestum viene costruito un tempio probabilmente a Mater Matuta, divinità che come Asclepio, ha un’attinenza anche con la salute. Restano le fondazioni di questo edificio che però a un certo punto viene smontato. Quello che si vede tuttora è il complesso che nasce in epoca imperiale: un’area aperta in asse più o meno con la porta ma orientato in modo leggermente diverso. Qui c’è il più piccolo tempio di Paestum, con un altare davanti. Il tempietto essenzialmente consiste in un podio e una strada che porta dalla piazza sul podio. Non poteva essere un grande edificio, era piuttosto un sacello: quattro colonne con forse sotto la statua della dea o del dio. È una tipologia di monumenti che spesso incontriamo nel culto eroico. Forse anche questa è un’attinenza con Asclepio ma non è noto. Quello che è interessante notare in questo spazio, alle spalle di un complesso termale – le cosiddette terme del foro –, è che sui due lati ci sono dei muretti molto bassi che dividono lo spazio centrale dall’area retrostante. Dal complesso termale parte una condotta per l’acqua che va verso ambienti che però non sembrano essere piscine. In alcuni punti ci sono dei tubi che escono fuori, quindi non sembra servissero per contenere l’acqua. Potrebbero essere delle aiuole dove si coltivavano le erbe di cui parlano anche alcuni fonti tardoantiche che ricordano Paestum come luogo dove crescono erbe medicinali. Pare un’antica tradizione legata innanzitutto al centauro Chirone che fu venerato qua ed è legato alla medicina, ma anche ad Asclepio, a Mater Matuta forse. Questa tradizione sembra che attraverso i secoli si sia evoluta, sopravvissuta e abbia dato poi avvio a una scuola medica che possiamo dedurre esistesse a Paestum anche in base alle fonti scritte di epoca tarda”.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con Francesca Jurman la prima parte del video dedicato alla Torre Aquila, con il celebre ciclo dei mesi del maestro Venceslao, capolavoro del gotico internazionale

Torre Aquila del castello del Buonconsiglio, capolavoro del gotico internazionale (foto Buonconsiglio)

L’appuntamento di oggi con l’iniziativa #buonconsiglioadomicilio è dedicato al gioiello del Castello del Buonconsiglio, Torre Aquila, con il suo celebre e affascinante ciclo dei mesi, affreschi conosciuti come capolavoro del gotico internazionale. Sotto la regia di Alessandro Ferrini, Francesca Jurman responsabile dei Servizi educativi del Museo, ci porterà in questa prima parte dedicata alla Torre, alla scoperta della vita nobiliare e popolare della società di fine Trecento raccontata negli affreschi realizzati dal maestro Venceslao.

Percorrendo il camminamento di ronda sulle mura duecentesche della città di Trento, realizzate in epoca vanghiana, ci consente di raggiungere da Castelvecchio, lasciato alle spalle, Torre Aquila, costruita a difesa della porta orientale della città di Trento. Al secondo piano di Torre Aquila, sulle pareti è conservato il celebre ciclo dei mesi. “Questo affresco – spiega Jurman – venne realizzato sotto il governo del principe vescovo Georg von Liechtenstein che trasformò la torre da torre di difesa della porta orientale della città di Trento in un luogo riservato e intimo, privato, destinato allo studio. Proprio per questo motivo commissionò il ciclo di affreschi a un pittore di probabile origine boema, quel magister Venceslao che le fonti documentano a Trento nel 1397. L’opera risente fortemente dei canoni estetici dello stile proprio del gotico internazionale che si sviluppò in vari centri europei, in particolare a Praga. E Praga è uno dei luoghi della cultura di quest’epoca dove si producono beni di lusso, beni di prestigio, in particolare codici miniati. Venceslao a Trento sembra proprio guardare a queste miniature per realizzare l’affresco del ciclo dei mesi, straordinaria testimonianza del mondo all’autunno del Medioevo. Delle colonnine tortili – fa notare Jurman – ci danno la sensazione di trovarci all’interno di una loggia ma contemporaneamente dividono l’affresco in più scene ognuna delle quali rappresenta un mese dell’anno”.

Festa del calendimaggio: particolare dell’affresco del ciclo dei medi nella Torre Aquila del castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Questo paesaggio in costante mutamento nel volgere delle stagioni è animato da aristocratici intenti a giocare, a divertirsi, a svagarsi, e da contadini, da gente del popolo dedicata invece a lavori agricoli e a lavori della quotidianità. Aprile con la semina: quel lavoro nei campi introduce nel mese di maggio che è invece un tripudio di fiori dedicato al calendimaggio, la grande festa aristocratica che celebra l’arrivo della bella stagione; alla mungitura del mese di giugno le donne sono intente a produrre anche il formaggio, burro, con gli strumenti propri di quell’epoca. Segue la fienagione di luglio, dove troviamo anche un cavaliere e una dama che ci introducono al tema della falconeria, uno degli svaghi più amati dalla nobiltà. Lo ritroviamo in agosto con l’addestramento del falco e a settembre con la vera e propria caccia, mentre continuano i lavori agricoli con la mietitura in agosto e con la raccolta delle rape nel mese di settembre. Nobili e contadini sembrano invece quasi unire le loro forze nel mese di ottobre dove sono tutti intenti nella vendemmia e quindi alla produzione del vino. Novembre e dicembre, i mesi invernali, sono uniti tra loro dalla città di Trento: una veduta che ci consente di apprezzare anche il castello del Buonconsiglio nel suo aspetto medievale, quindi con il solo Castelvecchio dominato dall’imponente maschio di forma cilindrica. Attorno alla città si svolgono le attività sia dei nobili sia dei contadini: la caccia all’orso e il lavoro dei boscaioli con il trasferimento in città del legname. Il mese di gennaio è forse la rappresentazione più antica di un paesaggio con la neve nella pittura occidentale. Dinanzi al castello di Stenico, descritto in ogni sua parte. un gruppo di nobili è ripreso in una battagliola a palle di neve. Il ciclo si conclude con il mese di febbraio dove il concitato torneo sembra alludere ai festeggiamenti per il carnevale. Il ciclo termina con febbraio perché il mese di marzo non c’è. Forse è andato distrutto durante un incendio che ha colpito la torre. Probabilmente si trovava sulla scala a chiocciola che porta al piano superiore o scende a quello inferiore, che nascondono altri luoghi segreti del castello”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 16.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, si sofferma sul papiro di Kha che contiene il Libro dei Morti

Il 16.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” è il secondo dei tre dedicati alla tomba di Kha e Merit. Il direttore Christian Greco illustra il papiro di Kha che contiene il Libro dei Morti: un testo policromo meraviglioso, lungo più di 14 metri, esposto in tutta la sua estensione e bellezza al museo Egizio di Torino. “All’inizio – spiega Greco – c’è un’immagine con Kha seguito da Merit di fronte a un tavolo di offerte. Dietro, all’interno di una cappella sorretta da colonne papiriformi, siede Osiride, il sovrano dell’Oltretomba, rappresentato con il colore verde, il colore della fertilità. Osiride siede su un trono a fianco del quale c’è un simbolo che si legge sema-tawy che significa l’unione dell’Alto e del Basso Egitto. Osiride poggia i piedi su una pedana che ha la stessa forma del geroglifico che si legge “maat” (“giustizia”). Quindi lui come sovrano dell’Oltretomba garantisce la giustizia e l’ordine”. Kha e Merit, nella raffigurazione, sono coperti di gioielli. “Quello che è interessante – continua Greco – è che le Tac che abbiamo fatto alle mummie di Kha e Merit hanno mostrato che all’interno delle bende ci sono effettivamente questi magnifici gioielli. Kha ha attorno al collo un collare “shebyu”, un collare dell’onore, che veniva dato ai funzionari come ricompensa del sovrano per i loro servizi. E ha uno scarabeo del cuore ancora intatto, ancora all’interno delle fasce della mummia. Scarabeo probabilmente iscritto con il capitolo 30a o 30b al Libro dei Morti in cui si dice al cuore di assistere il defunto, di dire la verità a Osiride e di non tradirlo. Probabilmente questo scarabeo ancora iscritto contiene anche il nome e il titolo del defunto, di Kha, e noi stiamo cercando di sviluppare delle tecnologie per riuscire a leggere questi geroglifici. Merit, all’interno delle bende della mummia, ha proprio il collare “wsekh”, riprodotto sul papiro. Questo collare a giorno le decora la parte superiore del collo e del petto. E poi aveva anche una cintura fatta di conchiglie, una serie di bracciali e di orecchini molto pesanti”.

Particolare del papiro di Kha conservato al museo Egizio di Torino con Kha e Merit al cospetto di Osiride (foto museo Egizio)

Particolare del papiro di Kha conservato al museo Egizio di Torino con la barca e il sarcofago in verticale e sotto le colonne in geroglifico del Libro dei Morti (foto museo Egizio)

Kha e Merit si trovano dunque di fronte a Osiride. Segue un’altra scena dove si vede una barca con un catafalco che viene trasportato da una slitta. “Il sarcofago poi viene messo in verticale di fronte all’apertura della tomba e qui – ricorda Greco – riconosciamo un rituale che abbiamo già visto in una delle “passeggiate” precedenti ed è quello dello Pesh Kef: il Pesh Kef è lo strumento che viene utilizzato da un sacerdote sem nel momento in cui sta portando avanti il rituale dell’apertura della bocca. Il defunto deve tornare a respirare, deve tornare a poter fruire non solo dell’aria ma anche delle offerte che per lui vengono depositate nella tomba. E il testo del papiro ci indica in modo molto chiaro ciò che sta avvenendo. Leggiamo: è il giorno del funerale, del responsabile delle opere, Kha. I geroglifici che indicano il nome di Kha e di Merit sono più spaziati rispetto a quelli nelle altre colonne: potrebbe indicare che sono stati inseriti all’ultimo momento. E questo potrebbe significare che esistevano dei modelli di papiri quasi pronti: si poteva andare probabilmente in una bottega a scegliere parte dei papiri e i nomi dei proprietari che volevano avere il papiro potevano essere aggiunti all’ultimo momento”.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone un nuovo video per far conoscere i segreti del castello, chiuso per emergenza coronavirus: Laura Dal Prà ci svela il segreto della dama col garofano

Il nuovo appuntamento con #buonconsiglioadomicilio è dedicato a un particolare fiore: il garofano. Il direttore del museo Laura Dal Prà, attraverso alcune opere custodite nelle collezioni museali, ci racconta il significato della presenza di questo fiore nell’iconografia del passato. Scopriremo cosi che il garofano era simbolo d’amore e della promessa di fedeltà coniugale.

Dama con il garofano: affresco staccato oggi al castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Nel 1981 fu donato al museo del Buonconsiglio dagli allora proprietari un piccolo affresco staccato da un palazzo di via Belenzani di Trento: è la dama col garofano che nasconde un segreto. “L’opera – spiega Dal Prà – è una splendida prova di un artista lombardo dei primissimi anno del Quattrocento. È una dama da un volto delicatissimo, giovane, con chiome bionde racchiuse all’interno di una raffinata acconciatura fatta da nastri rossi molto belli. Anche l’abbigliamento è molto ricercato con la manica che si allunga sul polso fino a coprire le dita della mano fino alle dita: un abbigliamento che rispecchia una cultura nobile. Ma è interessante soprattutto quello che la giovane dama trattiene nella sua mano: un piccolo fiore rosso, un garofano, un fiore che era già conosciuto dall’antichità ma diventa di moda nel corso del Medioevo nell’Occidente europeo quando diventa simbolo della promessa coniugale, simbolo dell’amore e dell’impegno proprio tra marito e moglie. Quindi un elemento molto interessante di una cultura cortese cavalleresca”.

Dama con garofano all’orecchio: dipinto conservato a Castel Thun (foto Buonconsiglio)

Il garofano lo troviamo raffigurato – più di cento anni dopo – in un dipinto che si conserva a Castel Thun dove un’altra dama, ma ovviamente abbigliata in maniera diversa, ha lo stesso fiorellino rosso, un garofano, sull’orecchio. Per capire questo dettaglio Dal Prà ricorda un aneddoto: “Sappiamo che nel 1477 il giovanissimo Massimiliano d’Asburgo, che poi diventerà l’imperatore Massimiliano I, conosce per la prima volta la sua futura sposa Maria di Borgogna che ha due anni più di lui. Ebbene, nell’incontro, secondo il galateo fiammingo ma anche della cultura tedesca, il giovane si impegna a ricercare il fiore di garofano che Maria di Borgogna – come appunto da tradizione – ha nascosto sotto il suo corpetto. Quindi sappiamo che questo garofano è veramente al centro di una simbologia molto importante nel tardo Medioevo”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 15.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere la tomba di Kha e Merit, il più famoso tesoro custodito nella collezione del museo Egizio di Torino

Il 15.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” ci porta a conoscere la tomba di Kha e Merit, il più famoso tesoro custodito nella collezione del museo Egizio di Torino, l’unico corredo intatto del Nuovo Regno che sia preservato fuori dall’Egitto. “Forse è un tesoro che non tutti conoscono”, esordisce il direttore Christian Greco, “ma non avrò pace – l’ho detto più volte – finché tutti gli italiani, e speriamo tutto il mondo, non sapranno che al museo Egizio c’è questo corredo unico, che io ritengo valga una visita a Torino e valga una visita al museo Egizio. Vale programmare forse anche una visita in Italia per venire a vedere questo corredo funerario unico e che vi aspetta presto a Torino, quando potrete tornare, quando saremo di nuovo pronti ad accogliervi all’interno di questo museo”. La scoperta della tomba di Kha è un classico dell’archeologia. Nel 1905 gli operai, sotto la direzione di Ernesto Schiaparelli, stanno lavorando in una zona a Nord-Ovest del villaggio di Deir el Medina dove trovano una cappella, la cappella di Maya. E trovano anche la cappella di Kha. I dipinti, le pitture, della cappella di Maya vengono staccati e portati al museo Egizio mentre le pitture della cappella di Kha rimangono lì. Un anno dopo, facendo dei lavori in un terrazzamento dove c’è stato un crollo, gli operai improvvisamente trovano un pertugio. Questo pertugio che si allarga si scopre essere un pozzo, un pozzo che porta a delle stanze ipogee. Trovano una prima sala bloccata da delle pietre, una seconda anch’essa bloccata. Una volta tolte le pietre si trovano di fronte a una porta che era ancora sigillata: è il 15 febbraio 1906. Arthur Weigall, l’ispettore dell’antichità che era con Schiaparelli, annota nel suo diario “il momento della resurrezione è arrivato”. E una volta aperta questa porta gli archeologi si trovano davanti a un corredo intatto di 467 oggetti che oggi è preservato al museo Egizio di Torino.

Il sarcofago intermedio di Kha conservato al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il titolo di Kha era “responsabile delle opere del faraone”. “Da alcuni viene definito architetto, anche se sulla terminologia potremmo soffermarci”, spiega Greco. “Cosa significa essere l’architetto? Forse la definizione più giusta potrebbe essere quella di capomastro”. Il primo reperto che si vede esposto a Torino è il sarcofago esterno di Kha. “È dotato di slitta che ne permetteva il trasporto alla necropoli. Probabilmente vi erano dei portatori d’acqua che buttavano dell’acqua sulla sabbia e la rendevano una specie di terra battuta in modo che poi il sarcofago potesse essere trasportato. Questo ovviamente era il contenitore esterno, all’interno vi era il sarcofago intermedio di Kha, che presenta una parte nera in bitume alternata a delle fasce d’oro. Se osserviamo il sarcofago interno della moglie Merit, che significa “l’amata”, e che ha come titolo “signora della casa”, vediamo che cassa, alveo e coperchio sembrano appartenere a due tipologie diverse. Infatti l’alveo ha questa alternanza tra campitura nera e parte dorata, come il sarcofago intermedio di Kha, mentre il coperchio è coperto da una foglia d’oro, come il sarcofago interno di Kha. Perché questo? È difficile rispondere. Forse Merit è deceduta improvvisamente, e per lei non c’è stato il tempo per fare un corredo intero: si è dovuto intervenire in velocità e quindi alveo e cassa sembrano non appartenere alla stessa tipologia”.

La maschera funeraria di Merit conservata al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Merit mummificata ebbe anche la possibilità di avere una maschera, coperta da foglia d’oro. “La maschera, che copriva la parte superiore della sua mummia, oggi la possiamo vedere in tutta la sua bellezza. Ma come mai questa foglia d’oro? Ricordiamoci che il Libro dei Morti ci dice che il defunto dopo la morte non è più di carne ed ossa, ma la sua carne è dorata e il suo sangue è di lapislazzuli. Il defunto adesso è trasfigurato e deve andare verso una vita diversa, una vita eterna in cui viene assimilato agli dei”. Quindi gli archeologi scoprirono sarcofago esterno per Kha, sarcofago esterno per Merit, sarcofago intermedio per Kha, sarcofago interno di Merit (nel suo corredo vi è un sarcofago in meno), e poi sarcofago interno di Kha. “E il sarcofago interno di Kha – conclude Greco – ha le stesse caratteristiche viste nel coperchio del sarcofago di Merit: legno coperto da questa foglia d’oro. Guardate ancora la bellezza del volto e della maschera. E poi incredibilmente si sono conservate le ghirlande di fiori, ne abbiamo due. Queste ghirlande di fiori erano poste sul petto del sarcofago e, al loro interno, piegato e non arrotolato, vi era il Libro dei Morti di Kha”.

#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Napoli propone una visita virtuale della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” con un secondo video della sezione “Acque profonde” sullo straordinario ritrovamento dei rostri della Battaglia delle Egadi

Il dodicesimo rostro in bronzo a 80 metri di profondità nel mare di Levanzo (foto Luca Palezza)

Il manifesto della mostra “I pionieri dell’archeologia subacquea in area flegrea e in Sicilia” (foto Graziano Tavan)

Dalle isole Eolie alle Egadi: ecco una nuova esplorazione nelle profondità del mare proposto dal museo Archeologico nazionale di Napoli continuando la visita virtuale della sezione “Acque profonde” della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”. Oggi conosceremo lo straordinario ritrovamento dei rostri della Battaglia delle Egadi: https://it-it.facebook.com/MANNapoli/videos/249597042858837/. Dal 2005, nelle acque intorno all’isola di Levanzo, grazie alla collaborazione tra la soprintendenza del Mare e la RPM Nautical Foundation, sono state avviate ricerche sistematiche per l’identificazione esatta del luogo ove fosse avvenuta la battaglia delle Egadi tra Cartaginesi e Romani. Già negli anni ’60 del secolo scorso, Cecè Paladino e altri pionieri delle attività subacquee in Sicilia avevano recuperato centinaia di ceppi d’ancora romani lungo la costa orientale di Levanzo: i ceppi erano indizio della presenza di una flotta. La ricerca sistematica, ancora in corso con l’ausilio di sommozzatori e nave oceanografica e ROV (veicolo subacqueo filoguidato ad una profondità di 80 metri), ha messo a segno risultati di grande rilievo scientifico: sono stati individuati, infatti, i primi rostri in bronzo relativi alle navi da guerra impiegate nello scontro navale del 241 a.C. Nell’estate del 2019, il numero dei rostri ritrovati è salito a 19: inoltre, è stata scoperta una concrezione metallica riconducibile ad una spada, la prima arma di un soldato.

Il cosiddetto Rostro Egadi 4 con decorazione di Vittoria alata sormontante iscrizione con i nomi dei due questori, ripescato nelle acque di Levanzo, area della battaglia delle Egadi, e conservato nell’Antiquarium di Pantelleria (foto Soprintendenza del Mare)

Area della battaglia delle isole Egadi tra romani e cartaginesi

La storia delle ricerche nel mare delle Egadi, ad opera del professore Sebastiano Tusa, è stata illustrata e proposta da “Teichos. Servizi e Tecnologie per l’Archeologia” in occasione dell’anticipazione de ” I pionieri dell’archeologia subacquea in area flegrea e in Sicilia” (Baia, 24 maggio 2019 – 9 marzo 2020), che doveva fare da battistrada, come una preview che anticipava, essendone complemento necessario, la grande mostra “Thalassa. Meraviglie dei Mari della Magna Grecia e del Mediterraneo”. La mostra, che il parco archeologico dei Campi Flegrei ha affidato a Teichos Archeologia, che ne ha curato la progettazione e la realizzazione, racconta, partendo dagli anni ’50, le prime fasi pionieristiche dell’archeologia subacquea in Italia, particolarmente nell’area Flegrea ed in Sicilia, con le grandi scoperte che ne sono derivate e che hanno dato impulso alla ricerca scientifica in questo campo e alla relativa applicazione delle tecnologie più avanzate, nonché alla nascita di strumenti di tutela specifici, fino a giungere alla costituzione della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana da parte di Sebastiano Tusa.