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Roma. Al via “Moisai 2022. Voci contemporanee in Domus Aurea”: nove visite guidate che culminano nell’esperienza dell’arte performativa nel segno del contemporaneo nella Sala Ottagona. Ecco il ricco programma

roma_domus-aurea_moisai_locandinaNove visite guidate che culminano nell’esperienza dell’arte performativa nel segno del contemporaneo nella Sala Ottagona della Domus Aurea. μαντέυεο, Μοῖσα, προφατέυσω δ´ἐγώ Dai il tuo oracolo o Musa, e io sarò il tuo portavoce (Pindaro, fr. 150 S.-M.) “Moisai 2022. Voci contemporanee in Domus Aurea” è un’occasione suggestiva, unica finora e mai sperimentata prima, per immergersi nei luoghi della residenza imperiale che meglio riflettono uno degli aspetti più noti della figura di Nerone, ma raramente indagato: il suo amore per l’Arte. Partendo dai simulacri del ciclo statuario delle Muse, realizzato per l’imperatore e conservato, in frammenti, all’interno della Domus, una visita guidata culmina nell’esperienza dell’arte performativa, coniugata in tutte le sue diverse sfumature e nel segno del contemporaneo. “Il Parco archeologico del Colosseo si apre alla sperimentazione di innovative sinergie per offrire al suo pubblico nuove forme di interazione con il passato: questo è l’obiettivo del ciclo di visite guidate tematiche nella reggia di Nerone che, ispirate alle nove Muse, culmineranno in una performance artistica differente per ogni appuntamento della rassegna, dalla danza alla musica, al teatro e alla poesia”, commenta Alfonsina Russo, direttore generale del Parco archeologico del Colosseo. “È così che puntiamo a rendere viva la memoria del passato, a dare voce alle stanze della Domus, recentemente già valorizzate da un nuovo sistema di illuminazione site specific; è così che uniamo il passato al presente contemporaneo, offrendo al nostro pubblico nuove esperienza di conoscenza e di mediazione culturale”.

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La Sala Ottagona della Domus Aurea (foto mauro coen)

L’evento, promosso e organizzato dal Parco archeologico del Colosseo con la direzione artistica a cura di PAV, è articolato in nove incontri – in scena dal 23 settembre al 9 ottobre 2022 – ognuno dedicato ad una delle nove Muse del mito, le cui voci sembrano risuonare tra le sale della Domus in una lingua moderna e antica allo stesso tempo. Ogni sera, un nuovo artista libererà il canto di una Musa diversa, facendosi suo portavoce contemporaneo in un gesto antichissimo, sciolto e compiuto negli ambienti della Sala Ottagona, essa stessa straordinaria macchina scenica creata dagli architetti Severo e Celere per rispondere al progetto visionario di Nerone. “Moisai 2022. Voci contemporanee in Domus Aurea” si è aperta il 23 settembre 2022 per tre weekend, dal venerdì alla domenica. Per la prima volta in assoluto, le visite guidate saranno seguite da una serata evento per un totale di nove appuntamenti. Le visite saranno accompagnate da un percorso sonoro suggestivo e immersivo, appositamente ideato per l’evento e modellato sul sito, per accompagnare progressivamente i visitatori verso l’atmosfera emotiva degli spettacoli. Dagli angoli silenziosi della Domus riecheggeranno suoni e voci di lingue antiche e moderne, dove i nomi delle nove muse emergono come frammenti ancestrali di un discorso poetico senza tempo.

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Domus Aurea: particolare della sala di Achille a Sciro (foto PArCo)

Il primo spettacolo del 23 settembre è “Dialoghi sul cambiamento” di Valerio Aprea (con Valerio Aprea e Alessio Viola), mentre il 24 settembre sarà la volta di Venere e Adone di e con Roberto Latini; NO RAMA di Annamaria Ajmone (con Annamaria Ajmone, Marta Capaccioli, Lucrezia Palandri) sarà lo spettacolo protagonista della serata del 25 settembre. Si prosegue il 30 settembre 2022 con “Come una canna sul letto di un fiume – Frammenti dell’epopea di Gilgamesh”, di Giovanni Calcagno con Giovanni Calcagno e Vincenzo Pirrotta (tappa di avvicinamento per lo spettacolo Gilgamesh, prodotto da Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale). Il 1° ottobre Graziano Piazza e Viola Graziosi saranno i protagonisti di Odisseo nostro contemporaneo di Q Academy, con le musiche dal vivo di Stefano Saletti, la voce di Barbara Eramo e la regia di Piero Maccarinelli. Alcune coreografie di Jacopo Jenna, con collaborazione e danza di Ramona Caia e collaborazione e video di Roberto Fassone, accompagneranno invece l’appuntamento del 2 ottobre. L’ultimo week end vedrà in scena il 7 ottobre 2022 “Divenire del tempo trascorso” di Lorenzo Letizia e Marlene Kuntz. Open Octagon Score. Azione in forma di rito di Adriana Borriello (con Adriana Borriello, Erika Bravini, Roberto Cherubini, Michael Incarbone, Ilenia Romano, Cinzia Sità) sarà in scena l’8 ottobre. La rassegna si concluderà il 9 ottobre con Il quotidiano innamoramento, rito sonoro di e con Mariangela Gualtieri, con la guida di Cesare Ronconi.

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Domus Aurea: l’ambiente 53 (foto Erco Illuminazione)

Nerone, l’Arte, l’Architettura “… Le più famose opere d’arte ora da me riferite furono dedicate in Roma dall’imperatore Vespasiano nel Tempio della Pace e negli altri suoi edifici; ma erano state già prima trasportate a Roma in seguito ai brutali saccheggi di Nerone e disposte nei saloni della Domus Aurea” (Plinio, Storia Naturale, XXXIV, 84). Le fonti antiche raccontano dell’amore di Nerone per le arti figurative, del suo ruolo di committente e mecenate, della forte dedizione al collezionismo di capolavori dell’arte greca. Raccontano di una passione dovuta anche alla sua formazione, che ha affiancato le arti liberali alle attività manuali dei pittori e degli scultori, restituendo il modello di un principe-artista che cerca di affermare uno stile di vita e un modo di governare basato sulle arti e sull’otium. Nerone è un imperatore colto e anticonformista; un cultore delle lettere, appassionato di poesia, musica e teatro (recita anche in prima persona). Una figura poliedrica e visionaria che ben si riflette nel suo progetto più suggestivo, la Domus Aurea, costruita dopo l’incendio del 64 d.C. e organizzata come una gigantesca villa suburbana nel cuore della città con una serie di edifici, padiglioni, portici immersi in un paesaggio di giardini, boschi e pascoli. Della Domus Aurea rimane oggi solo il Padiglione del Colle Oppio a testimoniare, attraverso le 150 stanze conservate, la grandezza e magnificenza di un progetto che è frutto dell’ingegno degli architetti Severus e Celer, descritti dalle fonti come magistri et machinatores, quindi ingegneri, creatori di macchinazioni (potremmo dire di effetti speciali), ma anche maestri, capaci di manipolare l’architettura e condurla fino ad esiti allora sconosciuti, creando con l’artificio “quanto la natura aveva negato” (Tacito, Annali, XV, 42). Attraverso l’uso di espedienti architettonici innovativi, lo spazio viene infatti dominato e modellato dalla luce e al suo interno le opere d’arte acquistano un nuovo respiro, diventando protagoniste di quel gioco scenico ed estetico che l’imperatore crea per meravigliare i suoi ospiti.

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La statua di Tersicore e il ninfeo di Ulisse nella Domus Aurea (foto Erco Illuminazione)

Fig. 3

La statua di Talia esposta nella Domus Aurea (foto PArCo)

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La statua di Tersicore esposta nella Domus Aurea (foto PArCo)

Le Muse dell’Imperatore Le statue delle Muse sono state ritrovate, in frammenti, durante gli scavi del 1958 nel settore del Ninfeo di Polifemo e sono state di recente nuovamente esposte, dopo l’ultimo restauro, all’interno della Domus Aurea, restituendo al complesso monumentale la funzione di padiglione “dinamico” che aveva in passato, per passeggiare al suo interno godendo della spazialità dell’edificio e delle opere d’arte in esso esposte. Del gruppo originario, che probabilmente riuniva tutte le nove figlie di Zeus e di Mnemosine (la Memoria), ci rimangono la scultura di Tersicore, Musa della Lirica corale e della Danza, e di Talia, Musa della Commedia. È sopravvissuta anche Erato, Musa della Poesia amorosa, ma per il suo stato estremamente frammentario non è stata esposta al pubblico. Tersicore è rappresentata seduta su una roccia e nella sinistra sostiene una lira, simbolo della propria arte. La testa è scarsamente conservata. È perduto il viso, mentre rimane la parte posteriore che permette di leggere la pettinatura con i capelli divisi in due bande, raccolti sulla nuca. Talia doveva essere anch’essa seduta, indossa una sottile tunica, su cui è sistemato il chitone fissato sulle spalle e il mantello, che ricade sul braccio in una cascata di pieghe. Manca la testa e sono perduti anche il braccio destro e la maschera teatrale ridente che stringeva nella mano. I corpi stanti e frammentari, privi dei volti, sembrano oggi interpretare un’inquietudine moderna ammantata di una bellezza antica. La resa raffinata dei panneggi e delle vesti, la cura dei dettagli e l’equilibrio compositivo inciso nel marmo pentelico, richiamano modelli della scuola di Prassitele, evidentemente ben noti alla bottega di scultori assunta per soddisfare il raffinato gusto estetico di un imperatore come Nerone. I corpi lacunosi delle Muse, i loro sguardi assenti e negati dai segni del tempo, paiono offrire uno sguardo rinnovato alla universalità e acronia dell’arte tutta, sfidandoci a cercare nuove voci contemporanee nella bellezza nascosta tra le pieghe degli antichi panneggi. … Sii tu la decima Musa, dieci volte più degna di quelle antiche nove che i poeti invocano; e chi supplica il tuo aiuto, possa egli dar vita a rime immortali che resistano al futuro. Se la mia povera Musa piace a questa epoca difficile, mia sia la fatica, ma tua la gloria. (W. Shakespeare, Sonetto XXXVIII, vv. 9-14)

Valerio-Aprea

L’attore Valerio Aprea

Programma Moisai 2022: 23 settembre 2022. “DIALOGHI SUL CAMBIAMENTO” di Valerio Aprea con Valerio Aprea e Alessio Viola: serata dedicata a Talia, Colei che è festiva, Musa della Commedia “… e Talia che l’error flagella e ride…” (V. Monti, Musogonia, 200). Un viaggio attraverso l’ambiente umano, l’ambiente social e tutti quegli ambienti che caratterizzano la nostra vita di tutti i giorni, per riflettere sull’eterno spauracchio del cambiamento climatico ma più in generale su ogni forma di cambiamento e tutto ciò che invece lo ostacola. Valerio Aprea è attore poliedrico dallo stile personalissimo che porta sia sul palco che in alcune delle più importanti produzioni cinematografiche e televisive italiane degli ultimi anni come “Boris” e “Smetto quando voglio”. Dal 2020 è nel cast di “Propaganda Live” su La7 con i suoi seguitissimi monologhi scritti da Mattia Torre prima e da Marco Dambrosio Makkox. Alessio Viola è giornalista, volto di punta di Skytg24, conduce speciali e approfondimenti di politica, cultura e costume, curando la rassegna stampa del canale. È appassionato di politica, tv, comunicazione, satira.

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Roberto Latini, attore, autore e regista (foto simone cecchetti)

24 settembre 2022. “VENERE E ADONE Siamo della stessa mancanza di cui son fatti i sogni” di e con Roberto Latini, musica e suono Gianluca Misiti, luce e direzione tecnica Max Mugnai, produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con Epica Festival, Armunia –Festival Inequilibrio, Fortinbras Enterprise con il sostegno di Regione Toscana e MiC: serata dedicata a Erato, Colei che provoca desiderio Musa della Poesia amorosa. “Orsù, stammi vicino, Erato, e cantami come Giasone portò il vello a Iolco da quelle terre lontane grazie all’amore di Medea. Tu pure hai avuto in sorte il dominio di Cipride e incanti nell’ansia le giovani vergini, tu pure hai un nome che dentro di sé contiene l’amore” (Apollonio Rodio, Argonautiche, III, 1-5). L’amore terrestre e quello divino nel disarmo di un destino ineluttabile è il tema trattato da Shakespeare, Tiziano, Rubens, Canova, Carracci, Ovidio attraversando il mito nell’arte, come trattenendo il respiro. Un respiro-fotogramma, solo, fermato, definito, come a impedire che il racconto si possa compiere nel finale che già sappiamo. È forse la speranza che si possa vincere il destino, dando all’Arte il compito di sfidare il tempo e trattenerlo. Sospenderci nella tenerezza. Venere e Adone è la storia di ferite mortali, di baci sconfitti che non sanno, non riescono a farsi corazza, difesa. Anche Amore non può nulla. Anche Amore è incapace; è sfinito, è logoro, è vecchio. Sconfitto. Eppure, cadendo, fa un volo infinito. Roberto Latini, attore, autore e regista, si è formato a Roma presso Il Mulino di Fiora, Studio di Recitazione e di Ricerca teatrale diretto da Perla Peragallo, dove si è diplomato nel 1992. Tra gli altri, ha ricevuto il premio Sipario nell’edizione 2011, il premio Ubu 2014 come migliore Attore e il Premio della Critica 2015. Direttore del Teatro San Martino di Bologna dal 2007 alla primavera del 2012, è il fondatore della compagnia Fortebraccio Teatro. Ha ricevuto il Premio Ubu 2017 come Migliore Attore e Performer per lo spettacolo Cantico Dei Cantici.

NO-RAMA

“NO RAMA” con Annamaria Ajmone, Marta Capaccioli, Lucrezia Palandri

25 settembre 2022. “NO RAMA” di Annamaria Ajmone con Annamaria Ajmone, Marta Capaccioli, Lucrezia Palandri, musiche originali e sistemi di diffusione Francesco Cavaliere, luci e direzione tecnica Giulia Pastore: serata dedicata a Urania, Colei che è celeste, Musa dell’Astronomia e della Geometria. “…Or convien che Elicona per me versi, e Uranìe m’aiuti col suo coro forti cose a pensar mettere in versi…” (Dante Alighieri, Purgatorio XXIX, 40-42). NO RAMA è un luogo aperto, terreno, multi tempo, non lontano e non impossibile, con continue incursioni dell’altrove-futuro, presente e sotterraneo, tra scienza e finzione. Il suo eco-sistema è in grado di adattarsi al riscaldamento globale, alla desertificazione della terra e alla progressiva acidificazione delle acque. Questo luogo è abitato da forme animali, minerali e biotecnologiche. Nello spazio creato dalla coreografa Annamaria Ajmone gli elementi organici e inorganici si incontrano e convivono, i corpi assumono nuove forme e forze mentre si raccontano una trama di segreti. Il tempo si dilata generando così un sistema diffuso, viscoso e autosufficiente in cui ciascun elemento è connesso reciprocamente agli altri, occupando uno spazio in costante trasformazione. Annamaria Ajmone, danzatrice, coreografa. Laureata in Lettere Moderne all’università Statale di Milano, si diploma alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi. Al centro della sua ricerca c’è il corpo inteso come materia plasmabile, trasformando spazi in luoghi. Coordina insieme a Sara Leghissa Nobody’s Indiscipline, piattaforma per la condivisione di pratiche artistiche. È artista associata della Triennale Milano Teatro 2021-24.

Giovanni-Calcagno

Giovanni Calcagno Narratore, autore e attore cinematografico e teatrale

30 settembre 2022. “COME UNA CANNA SUL LETTO DI UN FIUME FRAMMENTI DELL’EPOPEA DI GILGAMESH” di Giovanni Calcagno con Giovanni Calcagno e Vincenzo Pirrotta. Studio per la produzione di ERT / Teatro Nazionale: serata dedicata a Clio, Colei che rende celebri, Musa del Canto epico e della Storia. “… Come un esperto timoniere, signora degli inni, Clio, guida ora la nostra mente, se mai anche un tempo (lo facesti) …” (Bacchilide, Epinici, 12.1). La narrazione di due frammenti dell’epopea di Gilgamesh, nel 150° anniversario della sua traduzione, accompagna il pubblico in Mesopotamia alla scoperta della storia di Uruk, prima città di cui si abbia notizia e del suo eroico re. Il testo è il frutto di una libera rielaborazione basata sulle fonti originarie e rinnova l’opera di divulgazione che narratori di tradizione popolare hanno compiuto per millenni dal medio Oriente, al Caucaso, al Mediterraneo. Gilgamesh è il primo uomo a porsi il perché dell’esistenza terrena e della morte, e di fatto, cos’è che fa di un uomo un Uomo. Queste domande fanno dell’Epopea una fonte di conoscenza immensa per l’umanità. Giovanni Calcagno Narratore, autore e attore cinematografico e teatrale. Si occupa da anni di traduzione e interpretazione di testi della tradizione letteraria popolare mediterranea e mediorientale. Fra questi, la Chanson de Roland, l’epopea di Gilgamesh, il Piccolo Principe. Vincenzo Pirrotta si è diplomato alla scuola di teatro dell’I.N.D.A. (Istituto Nazionale del Dramma Antico). Ha lavorato con i più grandi registi e attori del teatro italiano. Dal 1996 conduce una ricerca sulle tradizioni popolari innestando arcaiche pratiche al teatro di sperimentazione.

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Graziano Piazza, attore e regista (foto Nocera Ivan / AgCubo)

1° ottobre 2022. “ODISSEO NOSTRO CONTEMPORANEO” di Q Academy con Graziano Piazza e Viola Graziosi, musiche dal vivo di Stefano Saletti, voce Barbara Eramo, regia Piero Maccarinelli: serata dedicata a Melpomene, Colei che canta, Musa della Tragedia. “… Sostieni la fierezza ottenuta con i meriti, o Melpomene e di buon grado cingimi la chioma con l’alloro delfico…” (Orazio, Libro III, Ode 30, 14-16) Odisseo è uno degli eroi che più affascina i lettori di ogni tempo e società. Sin dal primo verso dell’Odissea omerica viene definito come “πολύτροπος”, epiteto ambiguo che si può tradurre con “multiforme” o “multitasking”, come diremmo oggi, quindi “molto versatile”, forse trasformista. Personaggio ingegnoso e astuto, maestro di inganni e raggiri, Odisseo è anche l’uomo che non pone vincoli alla sua esistenza, affascinato dall’ignoto. Nello spettacolo Odisseo è colto al termine del suo viaggio, ha raggiunto finalmente Itaca: lo accolgono il fedele cane Argo, la fedele Penelope, le violenze che ha subito la sua casa. La voce degli attori è sostenuta e commentata da musiche mediterranee e melodie greche, anch’esse protagoniste dello spettacolo. Q ACADEMY è impresa sociale che propone progetti di produzione, formazione e valorizzazione in ambito socio-culturale e dello spettacolo, nell’audiovisivo educational e nella diffusione delle nuove tecnologie. Viola Graziosi, attrice poliedrica, lavora tra Francia e Italia, alternando teatro, cinema e televisione. Graziano Piazza, attore e regista, ha lavorato con grandi registi italiani e stranieri, alternando spettacoli classici a testi contemporanei. Piero Maccarinelli, regista, spazia dalla drammaturgia contemporanea a quella classica. Attualmente è direttore artistico del Teatro Parioli di Roma. Stefano Saletti & Barbara Eramo esplorano da anni le musiche e le lingue del mediterraneo, evidenziandole connessioni tra le tante tradizioni dei Paesi mediterranei.

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“ALCUNE COREOGRAFIE” ideazione, regia e videocoreografia di Jacopo Jenna

2 ottobre 2022. “ALCUNE COREOGRAFIE” ideazione, regia e videocoreografia di Jacopo Jenna, collaborazione e danza Ramona Caia, collaborazione e video Roberto Fassone, musica originale Francesco Casciaro, disegno luci Mattia Bagnoli, costume Eva di Franco, organizzazione Luisa Zuffo, produzione KLm – Kinkaleri coproduzione Centrale Fies con il supporto di Azienda Speciale Palaexpo – Mattatoio Progetto PrendersiCura: serata dedicata a Polimnia, Colei che ha molti inni, Musa della Danza rituale e del Mimo. “… Polimnia, la madre della danza muoveva le braccia, e disegnava nell’aria l’immagine di una voce silenziosa, parlando con le mani e muovendo gli occhi in una forma di silenzio piena di significati…” (Nonno di Panopoli, Dionisiache, 5, 88). Alcune Coreografie mette in dialogo la danzatrice Ramona Caia con un prezioso e ponderoso lavoro di raccolta video, montaggio e successiva rielaborazione di una serie di tipologie di danze. La coreografia si costruisce attraverso la mimesi di una moltitudine di frammenti video montati in una sequenza serrata, frugando tra la storia della danza e della performance, attraversando il cinema e internet, in cerca di una materia cinetica sensibile. Nella seconda parte un video originale dell’artista Roberto Fassone offre una sequenza di coreografie visive, un paesaggio simbolico dove l’umano è assente ma che ancora cerca un rapporto con il corpo in scena e riflette su quella materia intangibile di cui la danza è fatta. Jacopo Jenna, coreografo, performer e film maker. La sua ricerca indaga la percezione dei linguaggi della danza e la coreografia come una pratica estesa, generando vari contesti performativi in cui ricollocare il corpo in relazione al movimento. Ha presentato i suoi progetti presso festival, teatri, musei e istituzioni a livello internazionale, collaborando con compagnie stabili e partecipando a progetti di ricerca coreografica con altri artisti.

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“DIVENIRE DEL TEMPO TRASCORSO” di Lorenzo Letizia e Marlene Kuntz

7 ottobre 2022. “DIVENIRE DEL TEMPO TRASCORSO” di Lorenzo Letizia e Marlene Kuntz, regia, immagini, montaggio Lorenzo Letizia, musica Marlene Kuntz: serata dedicata a Euterpe, Colei che allieta con il canto, Musa della Poesia lirica e Musica “… Euterpe perché dona delizia a coloro che l’ascoltano cantare…” (Diodoro Siculo, Biblioteca Storica IV, 7. 3). Un progetto performativo tra musica, teatro e cinema. Un’improvvisazione musicale dal vivo capace di esplorare la complessità della dissonanza abbandonandosi ad un fluire di ritmi, strutture, altezze e intensità. Un film montato dal vivo, in tempo reale, davanti agli spettatori, in dialogo con l’accadere della musica. Un documentario che porta il cinema nella dimensione performativa del teatro e dell’evento dal vivo. Ad ogni replica la durata e le sequenze saranno differenti, in quanto saranno sempre il risultato di processo aleatorio e della relazione con l’improvvisazione musicale dei Marlene Kuntz. Oggetto del film è prima di tutto il tempo stesso colto nel suo accadere. Marlene Kuntz Cristiano Godano (voce, chitarra), Luca Lagash Saporiti (basso), Riccardo Tesio (chitarra) e Davide Arneodo (tastiere). La band si forma nel 1992 a Cuneo. Da allora 30 anni di carriera, 11 album in studio, 4 dal vivo, 8 raccolte, 10 colonne sonore, 1 disco d’oro, innumerevoli tour in Italia e all’estero. Lorenzo Letizia, regista e film maker, è ideatore e realizzatore delle video installazioni di molti spettacoli del teatro contemporaneo. Cerca un cinema che sia capace di abitare la dimensione di impermanenza dell’evento dal vivo.

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“OPEN OCTAGON SCORE Azione in forma di rito coreografia” di Adriana Borriello

8 ottobre 2022. “OPEN OCTAGON SCORE Azione in forma di rito coreografia” di Adriana Borriello con Adriana Borriello, Erika Bravini, Roberto Cherubini, Michael Incarbone, Ilenia Romano, Cinzia Sità, musica Paolo Demitry e Marco Ariano, luce Gianni Staropoli, produzione Ab Dance Research: serata dedicata a Tersicore, Colei che si diletta nella danza, Musa della Lirica corale e Danza. “…Si dice che un tempo le cicale erano uomini, di quelli vissuti prima che nascessero le Muse […] Da loro in seguito ebbe origine la stirpe delle cicale, che ricevette dalle Muse questo dono […] di cominciare subito a cantare […] e di riferire chi tra gli uomini di quaggiù le onora, e quale di esse onora. A Tersicore riferiscono di quelli che l’hanno onorata nelle danze, rendendoli a lei più cari…” (Platone, Fedro, 259 c-d). La partitura site-specific ideata per la Domus Aurea è una struttura di improvvisazione il cui sistema di regole convoglia e dinamizza elementi dello spazio del tempo del suono della luce, del tangibile e dell’intangibile, delle materie e delle architetture del luogo e di quelle dei corpi che si fanno figura e evocano, nel presente, ciò che da quel luogo promana e si diffonde e s’incorpora, il suo Genius Loci? Probabile improbabile… Un rito apotropaico e propiziatorio insieme. Otto interpreti, sei performer e due musicisti, col-legati da una partitura che assume il numero 8 e le sue combinazioni come elemento costitutivo, ascoltano e agiscono la Sala Ottagona della Domus: le risonanze le consistenze le inconsistenze i volumi le geometrie i pieni i vuoti. Adriana Borriello, danzatrice, coreografa, pedagoga diplomata all’AND e al Mudra di Bejart, è attiva professionalmente in ambito internazionale dai primi anni ’80. Partecipa alla fondazione del gruppo Rosas di A.T. De Keersmaeker, nel 1986 fonda a Parigi la sua compagnia che trasferisce poi in Italia realizzando coproduzioni internazionali accolte nei maggiori contesti italiani e stranieri. Progetta e dirige programmi formativi, elabora una propria metodologia pedagogica descritta nel volume “Chiedi al tuo corpo”.

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L’artista Mariangela Gualtieri (foto melina mulas)

9 ottobre 2022. “IL QUOTIDIANO INNAMORAMENTO rito sonoro” di e con Mariangela Gualtieri con la guida di Cesare Ronconi, produzione Teatro Valdoca con il contributo di Regione Emilia-Romagna, Comune di Cesena: serata dedicata a Calliope, Colei che ha una bella voce, Musa della Poesia Epica ed Elegia. “… Mi sto innamorando di Calliope Non appartiene a nessuno, perché non darla a me? Mi parla, mi parla con gli occhi Sono stanco di inseguire menzogne Madre delle Muse, ovunque tu sia…” (Bob Dylan, Mother of Muses). In questo rito sonoro Mariangela Gualtieri dà voce ai versi di Quando non morivo, li intreccia ad altri del passato e compone tutto in una partitura ritmica ben orchestrata. Il tentativo resta quello di rendere ciò che Amelia Rosselli chiamava incanto fonico, quel bagno acustico che sprofonda ognuno in se stesso e allo stesso tempo tiene viva e affratellata la comunità dei presenti. Tutto muove dalla certezza che la poesia attui la massima efficacia nell’oralità, da bocca a orecchio, in un rito in cui anche l’ascolto del pubblico può essere ispirato, quanto la scrittura e quanto il proferire della voce. Mariangela Gualtieri, nata a Cesena, in Romagna, si è laureata in architettura allo IUAV di Venezia. Nel 1983 ha fondato, insieme al regista Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca, di cui è drammaturga. Fin dall’inizio ha curato la consegna orale della poesia, dedicando piena attenzione all’apparato di amplificazione della voce e al sodalizio fra verso poetico e musica dal vivo. Fra i testi pubblicati: Antenata (Crocetti, 1992 e 2021), Fuoco Centrale (Einaudi 2003), Senza polvere senza peso (Einaudi 2006), Sermone ai cuccioli della mia specie (L’arboreto 2006), Paesaggio con fratello rotto con DVD (Sossella, 2007), Bestia di gioia (Einaudi, 2010), Caino, (Einaudi, 2011), Sermone ai cuccioli della mia specie con CD audio (Valdoca, 2012), A Seneghe. Mariangela Gualtieri/Guido Guidi (Perda Sonadora Imprentas, 2012), Le giovani parole (Einaudi, 2015), Voci di tenebra azzurra (Stampa 2009, 2016), Beast of Joy. Selected poems (Chelsea Editions, New York, 2018), Quando non morivo (Einaudi, 2019). Album dei Giuramenti/Tavole dei Giuramenti (Quodlibet, 2019) con Cesare Ronconi e Lorella Barlaam, Quando non morivo (Einaudi, 2019), Paesaggio con fratello rotto (Einaudi, 2021), L’incanto fonico. L’arte di dire la poesia (Einaudi, 2022).

Roma. Per “Dialoghi in Curia”, presentazione del volume “Vigna Barberini. III. La cenatio rotunda” a cura di Françoise Villedieu. Incontro in presenza e on line

roma_dialoghi-in-cuiria_vigna-barberini-III_cenatio-rotunda_locandinaPer il ciclo “Dialoghi in Curia” promosso dal parco archeologico del Colosseo giovedì 19 maggio 2022 la Curia Iulia ospita a partire dalle 16 la presentazione del volume “Vigna Barberini. III. La cenatio rotunda” a cura di Françoise Villedieu, Aix-Marseille Université, CNRS, CCJ. Il volume raccoglie i risultati delle campagne di scavo effettuate nel 2009, 2010 e 2014 nell’angolo nord-orientale della Vigna Barberini, sul Palatino. Presentano Manuel Royo, Université de Tours, Département d’Histoire de l’Art; Domenico Palombi, Sapienza Università di Roma. Introducono Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo; Brigitte Marin, direttrice dell’École française de Rome. Prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti via eventbrite https://www.eventbrite.it/e/328769928707. Ingresso da Largo della Salara Vecchia n.5. All’ingresso del PArCo sarà richiesto di indossare la mascherina. A seguire, visite guidate allo scavo prenotabili direttamente in Curia Iulia. L’incontro sarà anche trasmesso in diretta streaming dalla Curia Iulia sulla pagina Facebook del PArCo: https://www.facebook.com/parcocolosseo.

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Copertina del libro “Vigna Barberini. III. La cenatio rotunda” a cura di Françoise Villedieu

Vigna Barberini. III. La cenatio rotunda. Questo libro presenta i risultati delle tre campagne di scavo effettuate nel 2009, 2010 e 2014 nell’angolo nord-est della Vigna Barberini, sul Palatino. Rimandando una debole eco dell’occupazione del sito alle origini della città, portano invece testimonianze fondamentali sulle conquiste dell’epoca imperiale. Esse consentono di seguire le tappe principali effettuate prima del 2000 nel settore meridionale, rivelando nuovi sviluppi che completano i piani elaborati in precedenza e che consentono di specificare determinate date. Oltre il III secolo, i risultati dell’indagine divennero molto modesti, gli interventi dell’era moderna avevano profondamente sconvolto i livelli precedenti. Mentre a sud, la terrazza flavia succedette direttamente ad una domus augustea, a nord, tra questi due episodi intervenne la costruzione di un edificio dalle notevoli caratteristiche architettoniche e tecniche, databile dall’epoca neroniana. Si tratta di un’enorme torre a pianta circolare, che fu sepolta sotto il terreno della terrazza flavia; sopra di essa probabilmente sorgeva una tholos, che fu poi completamente smantellata. La datazione dell’edificio, la sua pianta circolare e soprattutto la presenza di indizi che suggerivano che il pavimento della tholos fosse mobile e che la sua rotazione fosse assicurata da un meccanismo le cui tracce sono conservate nel seminterrato, portarono a proporre di identificarlo con la sala da pranzo rotante del palazzo di Nerone (la cenatio rotunda) descritta da Svetonio. I dossier dedicati all’edificio neroniano mirano non solo a fornire alla comunità scientifica un’esposizione estremamente precisa dei dettagli di questa costruzione, tanto unica quanto complessa, ma anche a tentare di trovare parallelismi, quindi a proporre proposte per interpretazione e ricerca di precedenti, per collocare i resti nel loro contesto topografico, culturale e ideologico, pur facendo riferimento alle conoscenze scientifiche dei contemporanei di Nerone.

Roma. Per “Dialoghi in Curia”, presentazione in presenza e on line del volume “Nerone Nero Caesar. Un ritratto inedito recuperato / A Newly Found Portrait” di Marina Mattei: ritratto dell’imperatore negli ultimi anni della sua vita

Il riconoscimento di un ritratto di Nerone in una collezione inglese ha dato l’avvio a una serie di indagini conoscitive e a interventi di restauro. I risultati saranno presentati nel nuovo appuntamento del ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, ripercorrendo gli episodi salienti del regno di Nerone, quinto imperatore della dinastia Giulio Claudia, rivissuti attraverso le immagini. Il ritratto mostra un Nerone degli ultimi anni della sua vita e si confronta con l’iconografia su monete e sculture. Appuntamento, in presenza e on line, giovedì 28 aprile 2022, alle 16.30: la Curia Iulia ospita la presentazione del volume “Nerone Nero Caesar. Un ritratto inedito recuperato / A Newly Found Portrait” di Marina Mattei, edito da Gangemi Editore. Introduce Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. Presentano Thorsten Opper, senior curator, department of Greece and Rome, The British Museum; Claudio Strinati, segretario generale dell’Accademia di San Luca; Patrizio Pensabene, professore emerito Sapienza Università di Roma. Sarà presente la curatrice Marina Mattei, con gli autori Laura Maria Vigna, Alessandra Morelli, Matthias Bruno. Prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti su eventbrite (https://www.eventbrite.com/e/311029095397). Ingresso da largo della Salara Vecchia, 5. All’ingresso del PArCo sarà richiesto di esibire, oltre all’invito, il certificato verde e di indossare la mascherina. L’incontro sarà trasmesso in diretta streaming dalla Curia Iulia sulla pagina Facebook del PArCo: https://www.facebook.com/parcocolosseo.

Roma. Con gli esperti del parco archeologico del Colosseo alla scoperta dei mosaici presenti tra Foro Romano e Palatino: con la decima tappa si va alla scoperta dei lussuosi pavimenti in marmo delle residenze imperiali sul Palatino, a cominciare dalla Domus Aurea

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Veduta zenitale dei resti della Domus Aurea sul Palatino dove sono conservati tra i più bei esempi di pavimenti in opus sectile dell’antichità (foto PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo propone un nuovo itinerario on line tra Foro Romano e Palatino, a cura di Federica Rinaldi, Alessandro Lugari e Francesca Sposito, per scoprire che cosa state si sta calpestando in una visita, per capire in quale edificio e ambiente vi state muovendo, per riconoscere i pavimenti antichi in marmi policromi e in mosaico che decoravano gli edifici pubblici, ma anche e soprattutto le case private e i palazzi. In questo nono appuntamento, la passeggiata virtuale, che ha raggiunto il Palatino, dopo aver conosciuto i pavimenti degli Horrea Agrippiana, del Paedagogium, e della Schola Praeconum, ci porta ad ammirare – in più tappe – i lussuosi pavimenti in marmo delle residenze imperiali dove, non a caso, al più “povero” mosaico erano preferiti i preziosi pavimenti a lastre o in opus sectile.

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Pavimento in opus sectile policromo da ambienti della Domus Aurea sul Palatino (foto PArCo)

“Tra le imponenti rovine dei palazzi imperiali sul colle Palatino”, spiegano gli archeologi del PArCo, “troviamo ogni genere di marmi policromi, il più delle volte l’importazione. I marmi preferiti dagli imperatori erano quelli nord africani, come il marmo giallo antico, detto anche numidicum, o il prezioso porfido rosso d’Egitto, ma anche marmi greci come il proconnesio, il porfido verde ed il marmo cipollino, con le sue eleganti venature verdi”.

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Pavimento in opus sectile policromo da ambienti della Domus Aurea sul Palatino (foto PArCo)

“La prima tappa del percorso – continuano – ci porta alla scoperta di quello che dagli studiosi del settore è stato definito come il pavimento più bello dell’Antichità, il lussuoso e raffinato opus sectile che doveva rivestire una sala monumentale scandita da portici colonnati della Domus Aurea sul versante del Palatino, la dimora di uno degli imperatori più famosi di sempre, Nerone. Di certo a gusto Nerone non era secondo a nessuno, come ci testimoniano ancora le monumentali architetture della Domus Aurea e le sue decorazioni pittoriche e pavimentali”.

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Pavimento in opus sectile policromo da ambienti della Domus Aurea sul Palatino (foto PArCo)

“L’opus sectile, redatto con marmi policromi quali giallo antico, porfido rosso, serpentino e portasanta, sviluppa un disegno geometrico particolarmente sofisticato e mai più riproposto nell’antichità, con motivi floreali nella zona centrale e lastre listellate sulle fasce. Da notare – concludono – la raffinatezza dei dettagli in porfido verde e rosso, come le foglioline, i bottoncini al centro degli elementi floreali, i triangoli negli elementi vegetali”.

Arriva (con un anno di ritardo causa Covid-19) in anteprima esclusiva al cinema “Pompei. Eros e Mito” di Pappi Corsicato, un viaggio indietro nel tempo di duemila anni tra miti e personaggi che hanno reso immortale questo sito archeologico unico al mondo

Locandina del film “Pompei. Eros e mito” di Pappi Corsicato

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Affresco pompeiano con “Leda e il Cigno” conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)


Pappi Corsicato_foto di Federica Belli

Il regista Pappi Corsicato

Con un anno di ritardo causa Covid-19, arriva in anteprima esclusiva al cinema “Pompei. Eros e Mito” di Pappi Corsicato, solo il 29, il 30 novembre e il 1° dicembre 2021, distribuito da Nexo Digital. Era stato infatti programmato per il 9, 10, 11 novembre 2020, ma in quei giorni era già scattato il lockdown con chiusura dei cinema. Nexo Digital ci riprova confidando che i contagi non aumentino oltre i limiti di sicurezza. Il film “Pompei. Eros e Mito” è diretto dal poliedrico Pappi Corsicato. Prodotto da Sky, Ballandi e Nexo Digital, in collaborazione e con il contributo scientifico del parco archeologico di Pompei e con la partecipazione del museo Archeologico nazionale di Napoli, “Pompei. Eros e Mito” è un viaggio che ci guida indietro nel tempo di duemila anni. Vengono messi a nudo i miti e i personaggi che hanno contribuito a rendere immortale questo sito archeologico unico al mondo che l’Unesco ha inserito nella lista dei siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Dalla storia d’amore tra Bacco e Arianna nella celebre Villa dei Misteri al rapporto ambiguo tra Leda e il Cigno, dalle lotte gladiatorie sino alla disperata ricerca dell’immortalità di Poppea Sabina (seconda moglie dell’imperatore Nerone), il docu-film metterà in scena e analizzerà anche i lati meno noti e più segreti della città. Gli stessi che nel XVIII secolo portarono la Chiesa Cattolica a nascondere alcuni dei reperti più scandalosi e scabrosi recuperati duranti gli scavi.

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Gladiatori a Pompei nel film “Pompei. Eros e mito” di Pappi Corsicato (foto di Federica Belli)

A condurci attraverso le strade di Pompei sarà una narratrice d’eccezione: la pluripremiata Isabella Rossellini. La sua presenza e la sua voce accompagneranno gli spettatori in un percorso elegante e serrato che mostrerà come i miti e le opere ritrovate abbiano ammaliato e influenzato artisti come Pablo Picasso e Wolfgang Amadeus Mozart. Arricchiscono il percorso tra storia e arte anche le rievocazioni dei miti in chiave contemporanea ideate da Pappi Corsicato: Bacco, Arianna, Teseo, Leda, solo per citarne alcuni, indossano abiti moderni e sono sospesi in un tempo che appartiene sia al passato che al presente, per mostrare quanto l’eredità di Pompei sia ancor oggi una continua fonte di ispirazione artistica.

Il mito di Arianna e Teseo ricostruito nel film “Pompei. Eros e mito” di Pappi Corsicato (foto Federica Belli)
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Massimo Osanna, già direttore generale del parco archeologico di Pompei (foto Still)

La colonna sonora originale del docu-film, in uscita per Nexo Digital/Sony Masterworks è firmata dal compositore e pianista Remo Anzovino, che ormai da anni si cimenta raccontando in musica l’arte mondiale, tanto da essere stato premiato ai Nastro d’Argento 2019 con una Menzione Speciale per le colonne sonore originali dei film. Tra gli interventi del film quelli di Massimo Osanna, all’epoca direttore generale del parco archeologico di Pompei; Andrew Wallace-Hadrill, professore emerito di Studi classici, università di Cambridge; Catharine Edwards, professore di Studi classici e Storia antica – Birkbeck, università di Londra; Darius Arya, direttore American Institute for Roman Culture; Ellen O’Gorman, professore associato di Studi classici, università di Bristol.

Il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna mostra l’affresco dei gladiatori scoperto nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico Pompei)
Carlo di Borbone

Carlo di Borbone: promosse gli scavi di Ercolano e Pompei

Era il 1748 quando re Carlo III di Borbone promosse i primi scavi ufficiali a Pompei a seguito dei primi ritrovamenti della vicina Ercolano. Fu da quel momento che cominciarono a riemergere con sempre maggior chiarezza i dettagli della catastrofe del 79 d.C., anno in cui il Vesuvio seppellì intere città, tra cui Pompei ed Ercolano, e tutto il territorio circostante. Nel corso degli scavi di Pompei sono stati rinvenuti tesori, statue, affreschi, mosaici, reperti di vita quotidiana, ma anche ville e abitazioni private che ancor oggi ci raccontano la vita di una città vivace, con giardini, fontane e imponenti apparati decorativi. Sarà lungo queste antiche vie e grazie alle opere conservate al Mann – museo Archeologico nazionale di Napoli, che si avrà modo di conoscere la vita degli abitanti di Pompei prima dell’eruzione. Attenzione particolare sarà dedicata al Gabinetto Segreto del Mann, istituito dai Borbone per custodire i reperti più “scandalosi” ed esplicitamente erotici.

La tragedia di Pompei si “vive” nei calchi dei suoi abitanti sepolti dall’eruzione del Vesuvio

Le storie esplorate sono quelle di uomini e donne di cui ci restano tracce concrete perché quando il flusso piroclastico ad altissima temperatura che investì Pompei ne provocò la morte istantanea per shock termico, i corpi delle vittime rimasero nella posizione in cui si trovavano lasciando la propria impronta dopo la decomposizione. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, poco più di un centinaio di calchi sono stati realizzati da queste impronte, ispirando poeti e artisti, tra cui lo stesso Roberto Rossellini, che dedicò alla scoperta di alcuni calchi una celebre scena del “Viaggio in Italia”.

Attenzione. Tivoli (Rm): rinviato a febbraio 2022 per problemi organizzativi il convegno “Nerone e Adriano. Le arti al potere”, che intende esplorare le affinità tra i due imperatori, la loro capacità di saper interrogare le possibilità offerte dall’arte, dall’architettura, dal teatro e dalla letteratura per l’elaborazione di nuovi linguaggi visivi

Convegno a Tivoli, già previsto il 23 e 24 settembre 2021, rinviato al 24-25 febbraio 2022

Nerone e Adriano: due imperatori accomunati dalla passione per le arti; entrambi riformatori sia in ambito artistico e, in particolare, architettonico, sia in quello amministrativo. Due personaggi, molto discusso il primo, assai meno il secondo, dei quali la critica più recente traccia ritratti innovativi e pionieristici almeno da un punto di vista squisitamente culturale. La passione per le arti costituisce un argomento esplorato, ma raramente con riferimento a entrambi: eppure, solo a valutare le realizzazioni più note, la Domus Aurea e Villa Adriana a Tivoli, si percepiscono fondamentali indizi di continuità. L’istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este – Villae, in collaborazione con il dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Facoltà di Architettura – Sapienza Università di Roma, organizza un convegno sul tema “Nerone e Adriano. Le arti al potere” a Villa d’Este e Villa Adriana a Tivoli in programma il 24 e 25 febbraio 2022, a cura di Andrea Bruciati e Alessandro Viscogliosi. Comitato scientifico: Andrea Bruciati, Alessandro Viscogliosi, Benedetta Adembri, Giuseppina Enrica Cinque, Alessandro Galimberti, Eugenio La Rocca, Giorgio Ortolani, Mariagrazia Picozzi. Comitato organizzativo: Viviana Carbonara, Lucilla D’Alessandro, Sergio Del Ferro, Antonella Mastronardi. Originariamente previsto per il 23 e 24 settembre 2021, è stato rinviato a seguito della chiusura di istituti e luoghi di ricerca e delle limitazioni di accesso alle biblioteche imposte dalle norme emanate in emergenza sanitaria, che hanno comportato inevitabili ripercussioni sulle attività di studio.

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Busto di Nerone conservato ai musei Capitolini di Roma

 

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Il busto di Adriano, conservato ai musei Capitolini di Roma

Il convegno intende esplorare le affinità tra i due imperatori e in particolare la loro capacità di saper interrogare le possibilità offerte dall’arte, dall’architettura, dal teatro e dalla letteratura per l’elaborazione di nuovi linguaggi visivi, consolidando quell’intreccio tra cultura e politica che diverrà distintivo nell’immaginario del potere fino ai giorni nostri. Il ruolo chiave avuto dalle donne nell’ascesa al potere, la passione per gli spettacoli e la creazione di complessi residenziali smisurati quanto audaci, quali la Domus Aurea e Villa Adriana, sono solo alcuni degli aspetti che legano le due figure storiche. I progetti urbanistici e architettonici di Nerone e Adriano, per quanto a volte divergenti, come nel caso della scelta del luogo di residenza, sono comunque emblematici della volontà dei due imperatori di trasmettere precise scelte politiche, filosofiche e ideologiche. Le Villae intendono anche porre l’attenzione sulle ricerche riguardanti la politica dei due imperatori sul territorio. Il convegno è aperto a ricercatori e studiosi, italiani e stranieri, che potranno partecipare con contributi legati ai temi della storia, dell’arte, dell’archeologia, dell’architettura, del teatro e della cinematografia, ma anche con studi di carattere antropologico e psicologico, per un’indagine multidisciplinare ampliata e diversificata delle personalità dei due imperatori e dei loro lasciti materiali e immateriali.

Alcuni dei principali monumenti del complesso di Villa Adriana a Tivoli (foto villae)

“Il grande interesse di Adriano per l’architettura e il desiderio di sperimentare forme e soluzioni strutturali nuove”, spiegano i promotori, “trovò piena applicazione nel complesso residenziale di Villa Adriana grazie al forte sviluppo delle tecniche costruttive impresso dalle precedenti esperienze di età imperiale, come quella della Domus Aurea. In analogia con la residenza neroniana, in cui gli edifici si alternavano a sontuosi giardini con vasche, piscine, ninfei e fontane, anche a Villa Adriana, sebbene in un contesto territoriale e paesaggistico lontano dalla dimensione urbana, gli spazi costruiti si intercalavano al verde, nelle sue molteplici declinazioni, e a giochi d’acqua; i diversi settori rispondevano a precise logiche di destinazioni d’uso, fondendo elementi pubblici e ufficiali a elementi di carattere privato e intimo. Guardando agli apparati decorativi, la Domus Aurea rappresentò un salto enorme rispetto al passato, con una quantità e qualità di pitture e rivestimenti in marmo impensabile nelle epoche precedenti. Seguendo l’esempio neroniano anche a Villa Adriana stucchi, pitture e marmi, accanto ad altri materiali rari e esotici, come gemme e metalli preziosi, erano dosati in base al rango degli ambienti perseguendo effetti di ricercata eleganza e stupore, così come gli elementi degli apparati scultorei in cui trovavano posto statue originali dell’arte greca accanto a opere commissionate appositamente per decorare i nuovi spazi e veicolare il messaggio del potere e della magnificenza imperiale. La Domus Aurea e Villa Adriana sono esempi emblematici della volontà dei due imperatori di trasmettere precise scelte politiche, filosofiche e ideologiche”.

Il cantiere di restauro del Tempio di Venere e Roma al Foro Romano visto dal Colosseo (foto PArCo)

“A Roma”, spiegano gli archeologi delle Villae, “gli interventi costruttivi di Adriano si intrecciarono materialmente con le preesistenze neroniane, come nella residenza imperiale del Palatino o nel tempio di Venere e Roma sulla Velia, dove il vestibolo della Domus Aurea fu funzionale alla costruzione dell’edificio cultuale, comportando lo straordinario spostamento del colosso di Nerone nella piazza dell’Anfiteatro Flavio. Una propensione per la spettacolarizzazione nell’uso degli spazi urbani che trovò un terreno ideale in Campo Marzio, scenario delle feste acquatiche dell’imperatore giulio-claudio e al contempo fonte di ispirazione per le ambientazioni egittizzanti di Villa Adriana, nonché luogo deputato alla creazione di grandiosi progetti edilizi, come le Terme di Nerone e il Pantheon. Le tracce storiche e materiali che legano le vicende dei due imperatori si spingono ben oltre l’Urbe, come nel caso della villa imperiale di Anzio: lo scenografico complesso costruito sul litorale laziale, per quanto indissolubilmente legato alla memoria di Nerone, conserva cospicue tracce materiali a cui si affiancano le testimonianze letterarie che rimandano ai soggiorni anziati di Adriano. Così come è noto l’interesse dei due imperatori per l’area dei Campi Flegrei, dettato non solo dalla salubrità della zona e dalla bellezza del contesto paesaggistico, ma anche dall’importanza strategica dei centri di Cuma, Baia, Pozzuoli e Miseno per gli interessi economici e militari dell’impero. Le suggestioni dell’ellenismo”, concludono i promotori, “traspaiono per entrambi gli imperatori in tutte le manifestazioni del potere imperiale, sia pubbliche che private, nonché nei progetti architettonici nutriti di evocazioni e citazioni della raffinata cultura delle province orientali”.

Roma. L’attesa mostra multimediale “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” apre, con la Domus Aurea, il 23 giugno. Lo annunciano in contemporanea il Parco archeologico del Colosseo ed Electa

Il manifesto della mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” alla Domus Aurea dal 23 giugno 2021

Domus Aurea, stavolta ci siamo: riaprirà il 23 giugno 2021 con la mostra multimediale “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”. Programmata per l’8 marzo 2020, in occasione della celebrazione dei 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio (Urbino, 1483 – Roma, 1520); bloccata e rinviata a data da destinarsi per lo scoppio della pandemia; più volte annunciata con date via via sempre aggiornate, questa sembrerebbe la volta buona: lo confermerebbero la comunicazione ufficiale – quasi in contemporanea – sulle newsletter rispettivamente di Electa e del Parco archeologico del Colosseo (vedi: Cosa ci porta il 2021. Finalmente una data per l’attesa mostra-evento alla Domus Aurea “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: è l’11 marzo. Quindi un anno dopo la prima programmazione | archeologiavocidalpassato). “È tutto pronto negli ambienti della Domus Aurea”, confermano al PArCo, “per l’apertura al pubblico della mostra dedicata a Raffaello Sanzio e al tema delle grottesche, con straordinari apparati interattivi e multimediali. Il progetto, promosso dal PArCo e prodotto da Electa, narra l’eccezionale storia della riscoperta della pittura antica sepolta nelle “grotte” della Domus Aurea di Nerone”. Ora si attendono informazioni tempestive sull’apertura e le modalità di visita.

Mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: render Sala Ottagona. Allestimento e interaction design a cura di Dotdotdot

Pensata per il cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio che cadeva il 6 aprile del 2020, il Parco archeologico del Colosseo per la riapertura al pubblico della Domus Aurea ha mantenuto nella sua programmazione “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” (al momento programmata dal 23 giugno al 31 dicembre 2021), allestita nella Sala Ottagona e negli ambienti circostanti. Raffaello (Urbino, 1483 – Roma, 1520) fu il primo artista rinascimentale a comprendere a fondo la logica dei sistemi decorativi della residenza neroniana, riproponendoli organicamente, grazie alle sue profonde competenze antiquarie, in numerosi capolavori ricordati in questa esposizione curata da Vincenzo Farinella e Alfonsina Russo con Stefano Borghini e Alessandro D’Alessio. Allestimento e interaction design sono progettati da Dotdotdot.

Il nuovo accesso pedonale alla Domus Aurea è stato disegnato da Stefano Boeri Architetti (foto PArCo)

Per questa prima grande mostra realizzata all’interno della Domus Aurea è stato progettato un ingresso dedicato (vedi Roma. Aperto il nuovo ingresso per la Domus Aurea, con un percorso che suggerisce un viaggio alla ricerca della volta celeste che si apre nella volta della Sala Ottagona. Il progetto propedeutico all’apertura della mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” | archeologiavocidalpassato). In una delle gallerie originata dalle sostruzioni delle Terme di Traiano che cancellarono la memoria di questo padiglione della Domus Aurea, lo Studio Stefano Boeri Architetti ha progettato una passerella pedonale che – dal parco di Colle Oppio – si insinua, sfiorandole, tra le rovine fino ad approdare nella Sala Ottagona. Una linea guida che accompagna il visitatore direttamente verso il fulcro dell’edificio neroniano.

Cosa ci porta il 2021. Finalmente una data per l’attesa mostra-evento alla Domus Aurea “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: è l’11 marzo. Quindi un anno dopo la prima programmazione

L’avviso mette in guardia gli interessati: per l’emergenza sanitaria mondiale le date della mostra sono in corso di aggiornamento. Ma finalmente c’è un’indicazione: 11 marzo 2021 – 30 ottobre 2021. E questo potrebbe essere l’eredità che si porta in dote il nuove anno: la grande mostra-evento “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” che quindi verrebbe aperta nella Domus Aurea esattamente un anno dopo la prevista programmazione. L’8 marzo 2020, pochi giorni dopo la vernice della grande mostra su Raffaello alle Scuderie del Quirinale, per la celebrazione dei 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio (Urbino, 1483 – Roma, 1520), doveva aprire a Roma negli spazi della Domus Aurea (sala Ottagona e ambienti limitrofi), un evento espositivo dedicato al tema delle grottesche, con straordinari apparati interattivi e multimediali. Ma lo scoppio della pandemia e il conseguente lockdown hanno cancellato la mostra prima ancora di aprire. Si era poi parlato di agosto 2020, quando si ipotizzava che la situazione sanitaria potesse essere migliorata. E ora finalmente una data. Sarà la volta buona?

Mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: render Sala Ottagona. Allestimento e interaction design a cura di Dotdotdot
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La sala Ottagona della Domus Aurea di Nerone (foto PArCo)

Il progetto, curato dal professor Vincenzo Farinella con Stefano Borghini e Alessandro D’Alessio, promosso da Parco archeologico del Colosseo e prodotto da Electa, intende narrare l’eccezionale storia della riscoperta della pittura antica sepolta nelle “grotte” dell’originaria Domus Aurea di Nerone. Una storia che comincia intorno al 1480, quando alcuni pittori, tra i primi Pinturicchio, Filippino Lippi e Signorelli, si calano nelle cavità del colle Oppio – definite appunto grotte – per recarsi, a lume di torce, ad ammirare le decorazioni pittoriche di antichi ambienti romani. La mostra si svilupperà nella Sala Ottagona, vero e proprio capolavoro dell’architettura romana imperiale, e nei cinque ambienti limitrofi, oltre alle Stanze di Achille a Sciro e di Ettore e Andromaca ancora preziosamente affrescate e dove si possono ammirare tracce delle cosiddette “grottesche”.

Particolare di una “grottesca” della Stanza delle Maschere nella Domus Aurea (foto parco archeologico del Colosseo)

Il linguaggio multimediale si alterna tra videomapping immersivi che ricostruiscono opere di Raffaello, animazioni, scenografie digitali che raccontano aneddoti sugli artisti del ‘500, arte generativa e morphing, archivi e collage digitali di elementi decorativi grotteschi e d’ispirazione surrealista. Il progetto dell’allestimento interattivo e multimediale è curato dallo studio milanese di Interaction e Exhibit Design Dotdotdot. Alla mostra si accompagna il catalogo edito da Electa, che ripercorre la riscoperta della Domus Aurea e l’invenzione delle grottesche grazie allo straordinario impulso di Raffaello.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Quarta puntata: la Domus Tiberiana, il primo palazzo

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa quarta puntata si parla della Domus Tiberiana, il primo palazzo.

La Domus Tiberiana sul Palatino: veduta dall’area della Regia (foto PArCo)

Tra le residenze imperiali del Palatino la Domus Tiberiana è sicuramente la meno conosciuta dal pubblico e dagli stessi archeologi. A rendere “misterioso” questo grande e complesso edificio ha contribuito anche il suo destino rinascimentale: nel XVI secolo infatti la Domus fu coperta ed in parte obliterata dal verde degli Horti Farnesiani, costruiti dal cardinale Alessandro Farnese, che ancora ricoprono il versante Nord-occidentale della collina.

La domus repubblicana rinvenuta sul versante occidentale del colle Palatino nel corso degli ultimi scavi (foto PArCo)

Gli scavi archeologici, di conseguenza, si sono limitati quasi sempre alle parti marginali dell’edificio: ricordiamo l’enorme lavoro svolto da Pietro Rosa – l’archeologo incaricato da Napoleone III, che aveva acquistato i Giardini Farnese – che a partire dal 1861 la scavò sistematicamente per circa 10 anni e ne mise in luce i versanti meridionale ed orientale, e soprattutto quello settentrionale, con le imponenti sostruzioni che raggiungono i 20 metri di altezza e che ancora oggi fungono da spettacolare quinta per il Foro Romano.

Le pitture della domus rinvenuta sul versante occidentale del Palatino (foto PArCo)
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Uno dei corridoi della Domus Tiberiana sul Palatino, il cosiddetto Criptoportico Neroniano, in una foto d’epoca Alinari

Ancora in parte da indagare e da interpretare sono gli intricati piani inferiori, dentro i quali sono inglobati resti di numerose case aristocratiche di età repubblicana. Proprio queste domus costituirono il primo nucleo della Domus Tiberiana, a partire da quella di Tiberio Claudio Nerone, padre dell’imperatore omonimo; questa casa fu forse la stessa abitata da Germanico, da Claudio, prima di diventare imperatore, e da Caligola, che secondo le fonti ingrandì la Domus Tiberiana ampliandola “fino al Foro”. Quello di Caligola, che, per uno strano scherzo del destino, proprio in un criptoportico della sua Domus fu ucciso nel 41 d.C., fu il primo grande impulso costruttivo della Domus Tiberiana, che non fu mai, per architettura e cronologia, un edificio unitario, ma che si formò progressivamente grazie a una serie di ampliamenti successivi, assumendo un aspetto monumentale solo a partire dall’imperatore Claudio e poi con Nerone.

La vasca scoperta a partire dal 2005 nell’area degli Horti Farnesiani sul Palatino (foto PArCo)

In quest’epoca le antiche domus furono infatti inglobate in un grande basamento (di metri 50 x 45 circa) circondato da un quadriportico, che fu collegato all’area del Foro da una scalinata monumentale. Ad epoca claudia si datano anche la grande vasca circondata da giardini, scavata a partire dal 2005, sulla terrazza degli Horti Farnesiani ed il criptoportico messo in luce nella stessa area: esso ha infatti restituito una conduttura di piombo con inciso il nome dell’imperatore.

Particolare del mosaico parietale che decorava una delle abitazioni più antiche inglobate nella Domus Tiberiana sul Palatino (foto PArCo)

Con la costruzione del Palazzo Flavio la Domus Tiberiana perse la sua centralità e assunse un ruolo maggiormente funzionale; Domiziano, e poi Traiano ed Adriano continuarono però a curarla, ampliandola, tra l’altro, sul versante Nord con le poderose sostruzioni; vi abitarono anche gli Antonini, e Commodo la ristrutturò dopo un incendio. La vicinanza con il Foro e con la parte ancora abitata della città la fecero preferire alle altre residenze palatine nel corso del Medioevo se, ancora nell’VIII secolo d.C., vi abitò anche Papa Giovanni VII, figlio di Platone, curator dei Palazzi Imperiali.

“Notte dei Musei” virtuale. Federica Rinaldi ci racconta quasi duemila anni di storia del Colosseo, dall’inaugurazione sotto Tito alle trasformazioni medievali, dai terremoti all’abbandono alla spoliazione, tra leggende, superstizioni e riti tra sacro e profano, da luogo di culto a monumento-icona globale

Il Colosseo pronto per una suggestiva visita in notturna (foto PArCo)

È possibile raccontare i quasi duemila anni di storia del Colosseo in una notte? Una bella sfida lanciata dal Parco archeologico del Colosseo per un collegamento speciale sui canali social per una “Notte dei Musei” virtuale. Sfida raccolta e brillantemente superata da Federica Rinaldi, archeologa responsabile del Colosseo, che ci accompagna per un viaggio, nel tempo, nello spazio del monumento icona mondiale, dall’inaugurazione dell’imperatore Tito nell’80 d.C., alle trasformazioni medievali in fortezza, fino all’isolamento e all’abbandono rispetto al resto della città che hanno alimentato nei secoli bui del Medioevo storie, leggende e superstizioni, le cui tracce sono forse individuabili nei segni graffiti lasciati sui pilastri di travertino. E poi ancora, modello di “architettura” per i grandi Umanisti del Quattrocento, cava di materiali e ancora luogo di culto per volere della Chiesa.

“Viaggeremo attraverso una linea del tempo – spiega Rinaldi – che parte dalla valle, che era occupata dallo stagno di Nerone e dal Colosso dell’imperatore, poi trasformato nel dio ed entreremo dai fornici numerati da dove il popolo romano accedeva munito della propria tessera per raggiungere il posto assegnato sulla cavea rigorosamente in ordine gerarchico, dalla parte più bassa alla parte più alta destinata alle donne. Cammineremo negli ambulacri immaginando il vociare e il frastuono del pubblico assiepato. Ci infileremo negli ipogei dove la macchina dello spettacolo veniva allestita e dove schiavi, animali, condannati a morte, e soprattutto gladiatori, attendevano nel buio di apparire sull’arena. Saranno le iscrizioni, i reperti, le tracce lasciate sui muri a guidarci in questo viaggio, fino a quando crolli terremoti ed editti degli imperatori cristiani contro gli spettacoli faranno calare il silenzio sull’anfiteatro aprendo a nuovi usi e utilizzi dell’edificio da torre fortezza a spazio domestico con stalle e orti fino di nuovo al silenzio e all’abbandono che ne decretarono l’oblio e la dimenticanza sul ruolo avuto nell’antichità. Ed è in questo periodo, che segue a un altro devastante terremoto, quello del 1349, che il Colosseo, ormai noto solo con questo nome, diventa luogo in cui si gioca la mescolanza tra sacro e profano. Su questo periodo buio e così poco conosciuto ci soffermeremo in particolare perché, come vedremo dai segni lasciati sui muri uniti alle fonti scritte dell’epoca, è in questo periodo che il Colosseo diventa a sua insaputa l’icona mondiale che è oggi. Perché nel dialogo, mai monologo, tra spazio pagano spazio laico spazio cristiano si gioca la funzione simbolica e l’identità del monumento, punto di riferimento per tutti i pubblici del mondo”.

La piazza del Colosseo, un tempo occupata dallo stagnum Neronis e dal Colosso (Foto Simona Murrone)

Il “viaggio” inizia dall’attuale piazza del Colosseo che fino al 70 d.C. circa era occupata dallo stagno della Domus Aurea dell’imperatore Nerone e quindi da una proprietà a uso esclusivo di una sola persona. “Gli imperatori flavi, Vespasiano Tito Domiziano, ognuno col proprio ruolo”, spiega Rinaldi, “realizzano un’operazione demagogica molto importante: quello di restituire alla collettività lo spazio che era stato sottratto dall’imperatore Nerone. L’iscrizione del prefetto dei pretori di Roma Lampadius riporta nella sua formula originaria il riferimento all’inaugurazione dell’anfiteatro “ex manubiis”, cioè con il bottino di guerra, composto dal candelabro a sette braccia, dalle trombe e da altri oggetti sacri raffigurati nel fornice interno dell’arco di Tito. I cento giorni di giochi e 5mila fiere uccise sul piano dell’arena, i quasi 70mila spettatori segnano nell’80 d.C. segnano l’inizio della storia del monumento più celebre in Italia e forse al mondo. L’imperatore sul palco imperiale sul lato Sud dell’edificio, e i senatori e i cavalieri intorno al podio nella parte più bassa della cavea, osservano il susseguirsi dello spettacolo, le cacce esotiche al mattino, le condanne a morte esibite come se fossero il supplizio di Prometeo nel primo pomeriggio, i combattimenti dei gladiatori la sera. Mentre nei livelli più alti la plebe e soprattutto le donne filano, ravvivano l’acconciatura o passano il tempo giocando a dadi come mostrano gli oggetti smarriti sugli spalti e poi finiti nelle fogne dell’anfiteatro ed esposti nelle vetrine del museo. Nelle giornate più calde e assolate o in caso di pioggia i marinai della flotta di Miseno calano il velarium, un tendaggio sorretto dalle mensole posizionate sull’attico, il punto più alto dell’edificio a quasi 50 metri di altezza”.

La complessa struttura lignea che sorreggeva il montacarichi sotto l’arena del Colosseo

Nel 217 un terribile incendio devasta l’anfiteatro. “L’edificio rimane inagibile per almeno 5 anni durante i quali si lavora il più alacremente possibile per riaprirlo al pubblico usando materiale di risulta anche nei sotterranei dove l’abbondante presenza di legno e cordame aveva favorito l’espandersi del fuoco. Ed è qui sotto che ferve l’anima dell’anfiteatro. Le ricostruzioni esposte nelle vetrine del museo illustrano le prime tipologie di montacarichi e piattaforme della fase ancora flavia, azionate da ben 224 schiavi, poi sostituite da 60 ascensori azionati con un sistema di argani e contrappesi di piombo da funi che passavano su carrucole inserite nei pilastri verticali di travertino. Scenografie, animali, uomini apparivano così come epifanie dalle botole sistemate sul piano dell’arena. Il pubblico li acclamava, li incitava, gioiva alla vista del proprio beniamino, il gladiatore, di cui si scommetteva la vita o la morte. Questa tradizione prosegue almeno fino alla metà del V secolo d.C. Ma presto l’avversione degli imperatori cristiani verso i giochi cruenti, tra i quali lo stesso Costantino, il degrado dell’anfiteatro soggetto a smottamenti continui a causa dei terremoti contribuiscono al suo progressivo declino fino alla proibizione degli spettacoli e all’ultimo spettacolo di caccia che risale al 523 d.C.”.

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Venerabile Beda

Da allora comincia una fase di abbandono e di decadenza nel corso della quale i sotterranei vengono progressivamente ricoperti di terra, parte del settore meridionale inizia a crollare determinando l’innalzamento dell’interro circostante. “Nell’VIII sec. d.C. Beda il Venerabile afferma: “Quamdiu stat Colysaeum stat et Roma, quando cadet Colysaeum cadet et Roma, quando cadet Roma cadet et mundus”. Roma è ormai mitizzata e il Colosseo con essa perché con la sua mole colossale riesce a rappresentare la globalità del mondo. Le più importanti famiglie di Roma se lo contendono, ovviamente assieme alla Chiesa. Tra l’XI e il XIV secolo i Frangipane in continuo conflitto con la famiglia degli Annibaldi occupano 13 arcate della porzione Sud-orientale dell’edificio. La vicina chiesa di Santa Maria Nova, proprietaria di una quota parte, affitta domus e cripte ricavate riutilizzando i fornici in rovina, dove vengono alloggiati travi sui muri per creare soppalchi e ricavare stalli per gli animali come documentano i numerosi attaccagli ancora visibili sui pilastri. È a partire da questo periodo che negli atti notarili inizia a comparire l’appellativo dell’edificio come Anphitheatrum Coliseum”.

La grande scritta a caratteri capitali “Nicolo fecit” sui pilastri del primo ambulacro del primo ordine del Colosseo (foto PArCo)

Ma nel 1349 un nuovo devastante terremoto accresce il livello di rovina in cui si trova il Colosseo. Ne è testimone persino il Petrarca: “Ecce Roma ipsa insolito tremore concussa est tam graviter ut ab eadem urbe condita supra duo annorum milia tale nihil accident”. Inizia una fase che dura almeno tre secoli durante la quale il Colosseo viene ad assumere significati nettamente distinti che a volte convivono, a volte si scontrano e a volte si fondono. Cava di marmi e pietre per volere dei Papi riutilizzatori come fu Nicola V per la costruzione della nuova Roma “Gerusalemme celeste”, e in particolare per la fabbrica di San Pietro e di molti altri edifici della città: edificio dunque da restituire alla cristianità per sottrarlo al potere laico e pagano, luogo di studio e schema di riferimento per i grandi architetti umanisti, ma anche né anfiteatro né fortezza bensì tempio rotondo al cui centro campeggiano una colonna dedicata al dio sole o a Giove; tempio dei templi della Roma pagana: così descritto nelle guide e negli itinerari per i pellegrini”. Continua Rinaldi: “Durante i secoli bui del tardo Medioevo dell’originaria funzione del Colosseo si perde ogni traccia e questa situazione contribuisce ad ammantare il Colosseo di fantasie, leggende popolari e superstizione, tanto grande era questa visione che la parola stessa “colosseo” potrebbe derivare da “Colis eum” cioè “Lo adori?” con riferimento al maggiore degli dei presenti nel tempio, e la risposta non poteva che essere “colo colo” “lo adoro lo adoro”. Indizi di questa storia sono rintracciabili nei numerosi graffiti lasciati sui pilastri di travertino del primo ordine. Aguzzando la vista verso i punti più alti dei pilastri del primo ambulacro del primo ordine, subito dopo l’attuale ingresso dei visitatori dallo sperone cosiddetto Valadier, laddove si camminava quando il Colosseo appariva completamente interrato a seguito dei rovinosi crolli causati dai terremoti, spiccano i nomi di persone e lettere capitali: Nicolò fece, Ludovico, Romolo: sono forse i cavasassi che al servizio dei Papi lavorarono tra il 1400 e il 1600 all’interno del Colosseo per recuperare materiale per la costruzione della nuova Roma “Gerusalemme celeste”; o dietro questi nomi si nasconde anche un preciso riferimento al più attivo tra i riutilizzatori delle pietre del Colosseo, cioè proprio quel Papa Nicolo V già ricordato? Non lo sappiamo, ma in entrambi i casi la suggestione è molo forte”.

Il progetto del Santuario dei Martiri Cristiani redatto dall’architetto Carlo Fontana e mai realizzato (foto PArCo)

“Più precise e ben ricollegabili a fatti e avvenimenti storici sono invece le date di cui se ne conservano almeno tre: una sul fornice Nord e due sulla fronte Sud del Colosseo: 1534, 1538 e 1675. Rappresentano l’altra faccia della medaglia della voluta ambiguità, quella dei Papi interessanti ad avviare il processo di cristianizzazione del Colosseo. Quindi non abbattendolo ma convertendo a luogo di culto con l’istituzione delle sacre rappresentazioni della Passione di Cristo, l’ultima fu proprio quella del 1539, l’innalzamento di una grande croce di legno al centro dell’arena, la realizzazione dello splendido affresco con veduta di Gerusalemme tradizionalmente assegnato proprio all’anno del giubileo del 1675 sotto Papa Clemente X, fino ad arrivare alla consacrazione del sangue dei martiri versato sull’arena con il progetto di Papa Clemente XI e dell’architetto Carlo Fontana di innalzare una chiesa sul piano dell’arena, progetto mai realizzato. Alle date si aggiungono altri graffiti a supportare questa esigenza di consacrazione del Colosseo come luogo di culto. Sono le immagini di croci. Ne contiamo almeno 13 di 5 tipi diversi, che confermano la presenza anche di proprietà della Chiesa, come quella di Santa Maria Nova, già citata prima, ma anche della confraternita di San Salvatore al Sancta Sanctorum a cui fin dal XIV secolo era stata concessa una porzione del Colosseo per l’opera di bonifica condotta nella zona divenuta ormai sede di malviventi. Malviventi dunque pastori ma anche maghi e negromanti parrebbe come contemporaneamente ci informano le guide di Roma e gli itinerari per i pellegrini che insistono – lo ripetiamo – sul Colosseo-templum Solis o templum Iovis, ed ecco che un edificio di così grandi dimensioni non poteva che essere stato costruito con l’aiuto della magia, e se ne attribuisce la costruzione proprio a Virgilio Mago, architetto d’eccezione, che nel Colosseo pratica la negromanzia. Deluso dall’amore di una principessa e deciso a lasciare al buio la città, confina l’unica fonte di luce nel sesso di una donna. Il graffito inciso sul pilastro del fornice Ovest del Colosseo a forma di rombo vuole forse alludere a questa leggenda?”.

Un grande fallo graffito sui fornici del Colosseo rivolto verso l’esterno (foto PArCo)

“Intanto nel Cinquecento – prosegue nel suo racconto Federica Rinaldi – Benvenuto Cellini vi invoca i demoni che in gran numero arrivano a terrorizzare il negromante e lo stesso scultore. Da Cellini sappiamo che un prete siciliano da lui incontrato lo conduce assieme a un fanciullo vergine a propiziarsi le divinità maligne nell’anfiteatro. Disegnato il cerchio magico, il prete invita il Cellini a entrarvi e a invocarvi i diavoli con l’aiuto di spargimento di profumi e accensione di fuochi. Parve che i demoni arrivassero a legioni e il fanciullo spaventato alzando gli occhi disse: “Tutto il Colosseo arde e il fuoco viene addosso a noi”. Su questo episodio un po’ irriverente, ma che dobbiamo leggere nel contesto di una Roma in cui il Colosseo è immerso nella campagna abitata solo da pastori e malviventi, fa riferimento anche la leggenda della Regina Rosana che, sterile, entra nel Colosseo per pregare il demone del Colosseo e ne esce gravida, dimostrando il potere del paganesimo sul cristianesimo. Ma fanno riferimento anche i simboli fallici che compaiono spesso accanto alle croci – che abbiamo visto poco fa – e che rappresentano falli di tutte le forme e dimensioni, allusione all’interpretazione di un Colosseo luogo di pratiche sessuali o piuttosto simboli apotropaici? I falli si trovano nei fornici rivolti verso l’esterno, verso l’asse stradale principale che alla fine del 1500 congiunge il Colosseo con il Laterano. Ci troviamo sul fronte del Colosseo che viene maggiormente preservato dal riuso di travertini ed è proprio da qui che dal 1600 inizia la sua conversione a tempio dei Martiri, con il progetto mai realizzato di Carlo Fontana – già ricordato – e l’istituzione della Via Crucis con Papa Benedetto XIV nel 1750”.

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Lo sperone Valadier al Colosseo

Ma anche questa rinnovata dimensione del Colosseo non dura a lungo. “La trasformazione del Colosseo in deposito di letame per la fabbricazione del salnitro per volontà di Papa Clemente XI, proprio di qualche anno prima l’istituzione della Via Crucis, accelera il processo di calcinazione dei travertini già compromessi da incendi e altri malanni. Il degrado e l’ennesimo terremoto hanno ormai fortemente compromesso la stabilità del Colosseo. Di lì a breve saranno proprio i Papi ad avviare la macchina della tutela e della conservazione. Pio VII commissiona, tra gli altri, all’architetto Raffaele Stern la costruzione dello sperone che prende il suo nome, fissando anche lo stato di crollo della porzione terminale della facciata. Di lì a poco si interviene anche sul lato opposto, quello Ovest, con la costruzione di un altro sperone realizzato questa volta dal Valadier. Oggi i due principali accessi del Colosseo per il pubblico vengono proprio identificati con i nomi dei due architetti”.

Federica Rinaldi, archeologa responsabile del Colosseo (foto PArCo)

Nel frattempo la tutela si estende anche al recupero archeologico. “Per tutto l’Ottocento inizia una stagione di sterri per liberare il monumento coperto fino all’imposta delle mensole delle arcate del primo ordine. Si rimuovono le edicole della Via Crucis, e si scava per far riemergere i livelli antichi dapprima attribuiti alla fase dei Frangipane e poi definitivamente a quella romana. È l’inizio di un’altra nuova fase che si avvicina ai tempi recenti che vede il Colosseo demolito e ricostruito per assecondare la propaganda fascista o l’idea di modernità urbanistica, come per la costruzione della linea B della metropolitana che tronca le fondazioni occidentali dell’anfiteatro compromettendo definitivamente il deflusso idrico dai sotterranei che, anche per questo motivo, sono spesso allagati. Da isola spartitraffico il Colosseo venne liberato negli anni Settanta del secolo scorso in concomitanza con una rinnovata stagione di ricerche, scavi e restauri condotta finalmente con rigoroso metodo scientifico e che ancora oggi resiste. E di queste ricerche che contribuiscono ad accrescere le nostre conoscenze sul Colosseo, non solo arena per spettacoli ma luogo che nei secoli ha mutato le sue funzioni all’interno di una città altrettanto in continua evoluzione, continueremo a darvi notizia”, conclude Rinaldi. “Lo faremo sempre dalle nostre pagine social, facendovi entrare nei cantieri, facendovi vedere da vicino i segni lasciati dalla storia, perché crediamo fermamente che solo comprendendo il passato ognuno di noi possa contribuire a costruire il futuro”.