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Napoli. Nel giorno del 700mo anniversario dalla morte di Dante il museo Archeologico nazionale presenta la mostra “Divina Archeologia. Mitologia e storia della Divina Commedia nelle Collezioni del Mann”: 56 reperti, in gran parte inediti; due sezioni espositive, tra mito e storia. Progetto di valorizzazione con un podcast dedicato

Locandina della mostra “Divina Archeologia. Mitologia e storia della Divina Commedia nelle Collezioni del Mann” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 29 ottobre 2021 al 10 gennaio 2022

Lo scorso marzo, in occasione del Dantedì 2021 e delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Alighieri, il museo Archeologico nazionale di Napoli aveva presentato in anteprima digitale, su Facebook ed Instagram, alcune opere dell’esposizione dedicata a “Divina Archeologia. Mitologia e storia della Divina Commedia nelle Collezioni del Mann” (vedi Napoli. In occasione del Dantedì 2021 il museo Archeologico nazionale presenta on line della mostra “Divina Archeologia” (dal 14 settembre), mitologia e storia della Divina Commedia nelle collezioni del Mann. Giulierini: “Racconteremo Dante e il mondo classico. E anche il rapporto del nostro territorio con Virgilio e l’immaginario del Sommo Poeta” | archeologiavocidalpassato). “Annunciamo nel DanteDì  la data simbolica scelta  per l’inaugurazione della mostra, il 14 settembre 2021”, aveva spiegato il direttore Paolo Giulierini. Il 14 settembre 2021 la mostra “Divina Archeologia. Mitologia e storia della Commedia di Dante nelle collezioni del MANN” non apre (sarà in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 29 ottobre 2021 al 10 gennaio 2022: 56 reperti, di cui 40 selezionati dai depositi, manufatti in gran parte poco conosciuti al pubblico o inediti).  Ma in questa data emblematica, il direttore Paolo Giulierini traccia le linee guida dell’esposizione: “Perché Dante al museo Archeologico nazionale di Napoli?  Divina archeologia, che abbiamo voluto annunciare proprio in occasione del 14 settembre, data della morte del Sommo Poeta 700 anni fa, vuole essere un cammino dantesco originale e pieno di scoperte.

napoli_mann_achille e chirone nella basilica di ercolano_foto-giorgio albano

L’affresco da Ercolano con Achille e il centauro Chirone, conservato al Mann (foto Giorgio Albano)

Dante, che fu a Napoli due volte come ambasciatore presso Carlo II d’Angiò, nella Commedia come in altre sue opere ci parla infatti di argomenti e personaggi  rappresentati  negli straordinari reperti del nostro Museo.  Da creature fantastiche, come Cerbero, Medusa, Eracle, Diomede, Ulisse, Teseo, Minosse, il Minotauro, le Arpie,  a personaggi storici, a partire da Virgilio, Cesare, Costantino, Traiano.  E su una volta del museo c’è anche lui, Dante. Tanti sono poi gli spunti per itinerari dedicati, a Napoli e in Campania, dalla tomba di Virgilio, ai Campi Flegrei, fino alla vicina piazza Dante, dalla facciata del duomo alla Biblioteca nazionale di Napoli che custodisce uno dei primi manoscritti della Commedia. La nostra narrazione è arricchita anche da  una serie di podcast che ci condurranno con i loro protagonisti all’interno e all’esterno del Mann”.

Monete conservate al Mann ed esposte nella mostra “Divina Archeologia” (foto mann)

napoli_unina_illuminated-dante-project_logoLa mostra, realizzata con il contributo della Regione Campania, si avvarrà della consulenza scientifica del dipartimento di Studi umanistici dell’università di Napoli “Federico II”, in particolare con il professore Gennaro Ferrante, responsabile scientifico dell’Illuminated Dante Project, e delle collaboratrici Fara Autiero e Serena Picarelli. Al team della “Federico II” sono affidate l’analisi e la scelta delle immagini tratte dai manoscritti medievali della Commedia: queste miniature saranno parte integrante del percorso espositivo, instaurando così un dialogo suggestivo tra il reperto classico ed il mondo al tempo di Dante.  Alighieri ed i suoi contemporanei, infatti, studiavano la classicità quasi esclusivamente grazie alle fonti letterarie e, per questo, l’esposizione creerà una saldatura ideale tra espressioni culturali diverse (vasi, statue, affreschi, monete) che hanno “tradotto”, con il proprio linguaggio, la fortuna millenaria della tradizione mitologica.

Vasi, recuperati dai depositi del Mann, con raffigurati miti ripresi da Dante (foto mann)

L’esposizione, che potremo ammirare nelle sale degli affreschi del Mann, sarà articolata in due sezioni: “I racconti del mito” e “I personaggi del mito e della storia”. Nella prima parte dell’allestimento, a cura di Valentina Cosentino (segreteria scientifica del museo), saranno illustrati cinque miti, legati a cinque personaggi significativi del poema dantesco: Achille, Teseo, Ercole, Enea, Ulisse. La seconda sezione sarà immaginata come una galleria di ritratti dei personaggi reali o fantastici che Dante incontra nel suo viaggio ultraterreno: quattro le “categorie” narrate, con mostri, dei, figure storiche, scrittori.

La presunta tomba di Virgilio a Piedigrotta (Napoli)
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La giornalista e scrittrice Cinzia Dal Maso

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Il regista Andrea W. Castellanza

Un allestimento e non solo: il 14 settembre, su Spreaker e sulla pagina Facebook del Mann, viene lanciata la prima delle sei puntate della serie “Divina Archeologia podcast”, promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli e realizzata da Archeostorie e NW.Factory.media. Per questo podcast introduttivo, dedicato a Virgilio, ecco un suggestivo viaggio dal presunto sepolcro del poeta a Piedigrotta, giungendo al Lago D’Averno, a Castel dell’Ovo ed, infine, in un ricongiungimento ideale, alle sale del nostro Istituto: musica e parole in un percorso che si svilupperà in altri cinque racconti, diffusi sulle piattaforme podcast e sui canali del Mann, a partire dall’inaugurazione della mostra. Sei puntate, dunque, che raccontano Dante guardandolo da lontano, dal punto di vista di quegli antichi che lui ha usato come metafore di umani vizi e virtù. Ogni puntata è un filo teso tra le epoche per cogliere continuità, connessioni, diversità, stravolgimenti. I brevi testi evocativi di Cinzia Dal Maso e Andrea W. Castellanza, interpretati da attori di vaglia, sono inseriti in un ambiente sonoro che, ideato e realizzato da Erica Magarelli e Francesco Sergnese con la regia di Paolo Righi, è esso stesso racconto. Il risultato è un vero e proprio “podcast narrativo” dove tutto, parole suoni e musiche, concorre armonicamente allo svolgersi del racconto. Divina Archeologia Podcast si ascolta sul sito web del Mann (www.mannapoli.it) e su tutte le piattaforme podcast.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nell’undicesimo appuntamento, il viaggio parte dalla Basilica di Massenzio, sulla Velia, e giunge sulla via Appia seguendo le orme dell’imperatore

Basilica di Massenzio: particolare della volta a botte con lacunari di forma ottagonale (foto PArCo)

Undicesimo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), Santa Maria Maggiore a Ninfa (Lt), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte dalla Velia, nelle immediate vicinanze del Foro Romano, più precisamente dalla Basilica di Massenzio, per giungere, seguendo le orme dell’imperatore, sulla via Appia.

L’area occupata dalla Basilica di Massenzio vista dal Palatino; è visibile la navata settentrionale, l’unica oggi conservata (foto PArCo)

Dopo aver visitato monumenti pubblici, ricche abitazioni private e chiese antiche il parco archeologico del Colosseo oggi ci porta in uno dei più grandiosi edifici della Roma imperiale: la Basilica di Massenzio. “Iniziata dall’imperatore Massenzio all’inizio del IV sec d.C.”, raccontano gli archeologi del PArCo, “la Basilica fu costruita sul luogo precedentemente occupato dagli Horrea Piperataria, realizzati durante l’età flavia, che furono magazzini del pepe e delle spezie ma anche delle droghe e medicine: sappiamo infatti che in quest’area si concentravano gli studi di famosi medici come Galeno e Arcagato”.

Basilica di Massenzio, navata settentrionale: il nicchione centrale, opposto al nuovo ingresso, fu dotato di un’ abside sul fondo, coperta da una semi-cupola e con le pareti arricchite da nicchie destinate ad ospitare statue su due ordini. Sul fondo dell’abside era realizzato un podio in muratura destinato ad ospitare il tribunal dei giudici (foto PArCo)

Della Basilica di Massenzio oggi si conserva solo la navata settentrionale, ma è sufficiente per avere un’idea della maestosità dell’edificio originario, che copriva un’area di 100×65 metri e raggiungeva 35 metri di altezza. “La copertura centrale”, spiegano gli archeologi del PArCo, “doveva essere costituita da tre immense volte a crociera rette da colonne in marmo proconnesio (l’unica superstite fu collocata nella piazza di Santa Maria Maggiore per volontà di Papa Paolo V nel 1613). Dopo la morte di Massenzio la Basilica fu completata da Costantino, e i frammenti di una statua colossale di Costantino, oggi conservati nel cortile del Palazzo dei Conservatori, furono ritrovati all’interno dell’edificio nel 1478. La sola testa della statua, che probabilmente in origine raffigurava Massenzio e che fu poi rilavorata, ha un’altezza di 2,60 metri”.

Basilica di Massenzio, pianta e ricostruzione prospettica. Nel progetto originario l’ingresso era sul lato est, ed avveniva tramite uno stretto portico dal quale si penetrava nella basilica attraverso tre aperture. Le modifiche realizzate alla fine del IV sec d.C. trasformano l’asse della basilica in nord-sud (foto PArCo)

“La basilica fu sede di istituzioni importanti”, continuano gli archeologi del PArCo, “e diventò quasi l’organo unitario di tutta l’amministrazione della città. La posizione elevata, sulla Velia (e non nel Foro come le precedenti basiliche), si lega a quella della Prefettura urbana che in età tardo-antica occupava l’area retrostante alla basilica stessa. Le trasformazioni di fine IV sec d.C., come la costruzione della nuova abside settentrionale, testimoniano indirettamente anche il cambiamento che ci fu nelle procedure amministrative: i processi non erano più pubblici ma riservati ormai solo ai senatori; era quindi sorta l’esigenza di avere aule appartate, dove potevano riunirsi pochi partecipanti”.

Il Circo di Massenzio sulla Via Appia: visibili le torri e i carceres in secondo piano (foto PArCo)

“Massenzio”, ricordano gli archeologi del PArCo, “fu straordinario committente di questa opera per uso pubblico nel centro della Roma antica ma, come tutti i suoi predecessori, per godere di un po’ di tranquillità fuori città fece costruire una splendida residenza privata in un’area suburbana, tra il II e il III miglio della via Appia. Il complesso era costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo e il mausoleo dinastico”.

Residenza di Massenzio sulla via Appia. Sullo sfondo, verso sinistra, lo stadio e le due torri; in primo piano, sulla destra, il mausoleo dinastico a pianta circolare circondato da un quadriportico, coperto in origine da volte a crociera. Al posto del pronao d’ingresso del mausoleo è oggi la palazzina Torlonia, visibile all’estrema destra (foto PArCo)

Il palazzo, dai cui resti svetta l’abside dell’Aula Palatina, sorgeva su un’altura già occupata nel II sec. a.C. da una villa rustica, poi trasformata nel II secolo d. C. dal retore greco Erode Attico, che la inglobò nel Pago Triopio.

Il Circo di Massenzio sulla via Appia. Ancora visibile la spina, lunga m 296 (1000 piedi romani), che divideva la pista in due corsie ed era ornata da vasche e sculture (foto PArCo)

“Il monumento più noto del complesso”, spiegano gli archeologi del PArCo, “è il circo, ancora ben conservato in tutte le sue componenti architettoniche. Esso si sviluppa per una lunghezza di m 512, con una spina (m 296) centrale ornata da vasche e sculture; al centro si ergeva l’obelisco in granito trasportato nel 1650 in piazza Navona per decorare la Fontana dei Fiumi di Bernini”.

Via Appia, mausoleo dinastico di Massenzio: il recinto visto dall’esterno (foto PArCo)

Il mausoleo dinastico, di forma circolare, è noto come “Tomba di Romolo” dal nome del figlio dell’imperatore morto tragicamente nel 309 d.C. “Chiuso in un quadriportico coperto in origine da volte a crociera”, descrivono gli archeologi del PArCo, “il sepolcro è a pianta circolare ed era preceduto da un accesso monumentale. Della costruzione, che si sviluppava su due livelli, si conserva solo la cripta mentre al posto del pronao d’ingresso è oggi la palazzina Torlonia, trasformazione di un precedente casale agricolo settecentesco. Agli inizi dell’Ottocento l’area venne infatti acquisita dalla famiglia Torlonia e annessa alla vasta tenuta della Caffarella; nel 1825 ebbero inizio gli scavi sistematici del complesso”.

Interno del mausoleo dinastico di Massenzio sulla via Appia. La costruzione in origine si sviluppava su due livelli, ma oggi si conserva solo la cripta. Sui suoi resti è stato costruito un casale agricolo settecentesco poi ristrutturato dalla famiglia Torlonia (foto PArCo)

Informazioni per la visita: sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali – Villa di Massenzio, via Appia Antica 153. Ingresso gratuito dal martedì alla domenica (ore 10-16); la biglietteria chiude mezz’ora prima. Chiuso il lunedì, 1° gennaio, 1° maggio e 25 dicembre. Informazioni su www.villadimassenzio.it e allo 060608.

Roma. Prime tre dirette dal cantiere di restauro dell’Arco di Costantino con le archeologhe Francesca Rinaldi ed Elisa Cella del Parco archeologico del Colosseo: la topografia del monumento e l’apparato figurativo dall’attico ai tondi adrianei al fregio costantiniano

L’arco di Costantino a Roma tra il Colosseo e il colle Palatino (foto PArCo)

In occasione dei recenti lavori di manutenzione straordinaria in corso sul lato Nord dell’Arco di Costantino, il Parco archeologico del Colosseo riprende le dirette dal cantiere sulle proprie pagine Facebook. Dedicato dal Senato e dal popolo romano dopo la vittoriosa battaglia del Ponte Milvio sul rivale Massenzio e inaugurato nel 315 in occasione dei Decennalia dell’imperatore (dieci anni di regno), l’arco sarà nei prossimi mesi oggetto di un intervento di manutenzione che consiste nella verifica dello stato di conservazione, nella rimozione delle piante infestanti e nella pulitura delle superfici.

Prima parte: l’attico. Con le funzionarie archeologhe Federica Rinaldi ed Elisa Cella che introducono il ciclo di dirette dedicato a questo restauro si sale sui ponteggi del cantiere di restauro dell’Arco di Costantino a visitare l’attico: a quasi 20 metri di altezza ci troviamo accanto alle maestose statue dei Daci che decorano l’attico, 4 per ognuno dei due fronti. Tema di oggi è la topografia del monumento, l’apparato figurativo che si snoda per 21 metri di altezza: l’arco di Costantino è il più grande e imponente tra quelli che celebrano a Roma le gesta di imperatori vittoriosi. “Guardando la planimetria”, spiegano le due archeologhe, “vediamo che l’arco di Costantino veniva a collocarsi a uno dei quattro vertici della Roma quadrata nel punto di congiunzione tra la Regio II, la Regio III, la Regio IV e la Regio VII. L’arco – come sappiamo – fu dedicato dal Senato e dal Popolo romano in occasione della battaglia dell’imperatore Costantino a Ponte Milvio contro Massenzio, nel 315 in occasione dei Decennalia dell’imperatore Costantino. La grande iscrizione recita proprio la dedica del Senato e del Popolo romano all’imperatore Costantino. Ma c’è una particolarità che ha sempre interessato gli studiosi, ovvero questa ispirazione della divinità. Si legge bene INSTINCTV DIVINITATIS, “per impulso, sollecitazione divina”. Ma di quale divinità si parla? La domanda è lecita visto il contributo di Costantino alla possibilità di culto della religione cristiana. E quindi c’è chi ha voluto vedere in questa affermazione una velata anticipazione di quella che sarebbe stata una reale apertura a questa religione. In realtà va detto che non abbiamo elementi per corroborare questa visione. Al contrario, il programma figurativo ricorda spesso immagini di sacrificio a divinità pagane, come il Sole e la Luna nelle figure di Apollo e Diana, che si trovano sui lati Est e Ovest dell’arco, proprio nei medaglioni realizzati in età costantiniana. I fori che rimangono sul solco dell’iscrizione confermano l’alloggiamento delle lettere in bronzo che permettevano di leggere anche a 20 metri di distanza questa iscrizione monumentale. Tutto il programma figurativo dell’arco di Costantino nasce dal recupero di marmi e rilievi di epoca precedente e segue con molta attenzione la distribuzione di queste immagini a seconda che le scene siano in contesti di battaglia o di sottomissioni di barbari rispetto invece a contesti molto più adatti all’ambiente cittadino come le orationes, le scene di distribuzione di donativi. L’arco nasce come un recupero, un reimpiego di materiali, marmi e rilievi di epoche precedenti: Traiano (i Daci), Adriano (i tondi), Marco Aurelio (i rilievi ai lati della grande iscrizione) e Costantino (plinti delle colonne e grande fregio storico che abbraccia tutti e quattro i lati del monumento con il racconto della partenza da Milano, dell’assedio di Verona, della battaglia di Ponte Milvio, l’ingresso a Roma e la grande scena di oratione sulla piazza del Foro). Le grandi statue dei Daci sono poste in linea con le colonne che affiancano i fornici, creando un vero e proprio ritmo delle facciate quadripartite nel senso della lunghezza. La policromia era assicurata dal gran numero di marmi usati (giallo antico delle colonne, cipollino delle basi, pavonazzetto dei Daci, che però hanno testa e mani di materiali diversi). E c’è anche il porfido rosso.  I rilievi di Marco Aurelio provengono da un edificio che lo celebrava come imperatore: hanno uno stile ben diverso da quello dell’epoca traianea. E a loro volta sono diversi dai successivi di età adrianea. Su questo arco abbiamo in qualche modo un’enciclopedia del rilievo storico romano muovendoci nei vari livelli del monumento”.

Seconda parte: i tondi adrianei. Prosegue la visita al cantiere dell’Arco di Costantino con le funzionarie archeologhe Federica Rinaldi ed Elisa Cella. Ci troviamo a circa 10 metri di altezza per guardare da molto vicino i celebri tondi dell’epoca di Adriano, modificati e riutilizzati nel nuovo monumento. In particolare, ci soffermiamo sui volti rimodellati a somiglianza di Costantino, con il nimbo a connotarne la maestà imperiale. “Ci siamo salutati poco fa parlando della policromia, del trionfo di marmi colorati di natura diversa che adornano o fanno parte costituente di questo arco”, riprendono il discorso le archeologhe del PArCo. “Due livelli più in basso dell’iscrizione monumentale e i Daci, si vedono le colonne rudentate in giallo numidico e, tra i due tondi, un frammento di porfido rosso che in origine andava a inquadrare e quindi a far meglio risaltare i due tondi di età adrianea ascrivibili a un monumento che non è ancora stato ben identificato. L’arco di Costantino non è solo un museo all’aperto per il rilievo storico, ma pone anche tantissime domande alle quali archeologi e restauratori cercano di dare risposta grazie agli interventi in atto. I tondi adrianei sono otto in tutto, quattro sul lato Sud e quattro sul lato Nord. Presentano due tipi di raffigurazioni: la scena di caccia e la scena di sacrificio.  Da una parte l’imperatore nella sua condizione eroica raffigurato nel momento dell’uccisione del cinghiale o del leone, dall’altro l’imperatore che mostra la propria pietas nei confronti delle divinità, divinità ancora una volta campestri come Silvano o Diana, o divinità più urbane come è il caso di Apollo o Ercole. Sul lato Nord, la prima coppia di tondi ha da un lato la scena di caccia al cinghiale e dall’altro la scena di pietas nei confronti di Apollo. I volti sono rilavorati. In quello dell’imperatore Costantino o del collega di governo l’imperatore Licinio. Avvicinandosi ai personaggi si vede un’incisione, un’aureola, che conferma quella che era ormai un’acclarata divinizzazione dell’imperatore. Sono passati secoli rispetto al modo di rappresentare – appunto all’inizio dell’impero – il capo come primus inter pares. All’epoca di Costantino ormai è chiaro che c’è un aspetto divino che viene esaltato. Questa semplicissima incisione è il segno di un’ideologia ben chiara e condivisa. L’altra coppia di tondi, sempre sul lato Nord: in uno la scena di caccia con a terra il leone, che ha la testa schiacciata sotto i piedi; nell’altro la scena di pietas nei confronti di Ercole. Qui il porfido rosso si è conservato molto di più e l’effetto cromatico col marmo bianco è molto più evidente. Passando sul fianco Ovest, si apprezza quella che è la resa della plastica costantiniana. Qui c’è un tondo di età costantiniana che presenta Diana nelle vesti della Luna nell’atto di immergersi nell’Oceano, contrapposta ad Apollo-Sole che si vede sul fianco Est, e corrisponde nel livello sottostante all’ingresso di Costantino a Roma. Tra i tondi adrianei e questo costantiniano ci sono trecento anni, ma il programma figurativo dell’arco è riuscito ad armonizzarli”.

Terza parte: il fregio costantiniano. Ultima tappa (per oggi) della visita al cantiere di restauro dell’Arco di Costantino con le funzionarie archeologhe Federica Rinaldi ed Elisa Cella. Osserviamo da vicino i fregi di epoca costantiniana sui lati Nord e Ovest del monumento. Al primo livello del lato Nord c’è la conclusione vittoriosa dell’imperatore Costantino sul rivale Massenzio. “Questo monumento – riprendono Federica Rinaldi ed Elisa Cella – non celebra una vittoria contro un nemico barbaro ma contro un altro imperatore. E questo, anche dal punto di vista dell’ideologia, è un aspetto che non possiamo non considerare. Sul lato Nord c’è una scena di adlocutio, cioè di orazione dell’imperatore nei confronti dei propri sudditi. Si capisce dove è ambientata questa scena perché si possono riconoscere alcuni monumenti alle spalle dei personaggi: a sinistra le arcate della basilica Iulia, l’arco di Tiberio, le basi dei Decennalia e le tre arcate del grande arco di Settimio Severo, che è stato fonte di ispirazione per l’arco di Costantino. Quindi siamo sulla tribuna dei rostra nel Foro romano. Qui il rilievo storico è ormai fortemente tardoantico. Le figure sono statiche, fisse. Si è persa quell’armonia o accenno al movimento che è tipico del classicismo, che caratterizzava anche e soprattutto i rilievi di Marco Aurelio. La differenza è lampante. C’è però un altro elemento interessante che riguarda da una parte le dimensioni dei personaggi che sono raffigurati e dall’altra la prospettiva che di fatto viene a mancare. La rappresentazione è frontale. Addirittura l’imperatore al centro della rappresentazione ha ai lati, a destra e a sinistra, quei personaggi che nella realtà sono davanti a lui, di fronte alla tribuna dei rostra. Ne esce una rappresentazione quasi coloristica di quello che era il Foro all’epoca di Costantino. Nella seconda parte del fregio, al di là del fornice centrale, c’è la scena del Congiarium, quando cioè l’imperatore nella sua munificenza distribuisce donativi alla popolazione. In questo fregio sono state individuate ben cinque diverse dimensioni, cinque diverse altezze a seconda del rango e del ruolo che i personaggi raffigurati, dal popolo che riceve donativi all’imperatore stesso, rivestono. Ed è evidente che anche questa è una concezione all’opposto rispetto alla rappresentazione naturalistica. C’è un messaggio molto chiaro: una rappresentazione gerarchica dei personaggi che diventerà un leit motiv dell’arte tardoantica che ci accompagnerà poi nell’Alto Medioevo. Quelle del lato Nord sono le ultime due puntate del lungo racconto della guerra contro Massenzio. Il fregio inizia sul lato corto Ovest con la partenza di Costantino da Milano. Questo è il momento in cui inizia la riunificazione dell’impero, in cui Costantino determinato ma ancora inconsapevole di quelle che saranno le sue sorti comincia  a confrontarsi con Massenzio”.

Roma. Restauro del tempio di Venere e Roma al Foro Romano: al mercoledì diretta dal cantiere con archeologi e restauratori del parco archeologico del Colosseo

Il cantiere di restauro del Tempio di Venere e Roma al Foro Romano visto dal Colosseo (foto PArCo)

Due cantieri affacciati sulla piazza dell’Anfiteatro più grande al mondo si guardano: racchiudono altri due primati dell’antichità, l’arco trionfale di Costantino e il tempio più grande dell’antica Roma, quello di Adriano dedicato a Venere e Roma, ampiamente restaurato da Massenzio, rivale di Costantino. Da qualche mese il tempio è oggetto di un intervento di restauro, esito della sponsorizzazione tecnica di Fendi. A partire da mercoledì 17 marzo 2021, alle 11.30, in diretta sulle pagine social del PArCo, ne parleranno i diretti protagonisti, approfondendo gli aspetti della partnership con la maison romana di moda, la storia del tempio progettato dall’imperatore filelleno, il restauro delle volte cassettonate, e la sua valorizzazione che ne permetterà, con l’abbattimento delle barriere architettoniche, di essere ricompreso all’interno di un percorso di visita che ne restituirà la lettura integrale. In attesa il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio virtuale nella “nuvola di punti” che restituisce tridimensionalmente tutto il complesso, con le due celle contrapposte di Venere e Roma.

“Notte dei Musei” virtuale. Federica Rinaldi ci racconta quasi duemila anni di storia del Colosseo, dall’inaugurazione sotto Tito alle trasformazioni medievali, dai terremoti all’abbandono alla spoliazione, tra leggende, superstizioni e riti tra sacro e profano, da luogo di culto a monumento-icona globale

Il Colosseo pronto per una suggestiva visita in notturna (foto PArCo)

È possibile raccontare i quasi duemila anni di storia del Colosseo in una notte? Una bella sfida lanciata dal Parco archeologico del Colosseo per un collegamento speciale sui canali social per una “Notte dei Musei” virtuale. Sfida raccolta e brillantemente superata da Federica Rinaldi, archeologa responsabile del Colosseo, che ci accompagna per un viaggio, nel tempo, nello spazio del monumento icona mondiale, dall’inaugurazione dell’imperatore Tito nell’80 d.C., alle trasformazioni medievali in fortezza, fino all’isolamento e all’abbandono rispetto al resto della città che hanno alimentato nei secoli bui del Medioevo storie, leggende e superstizioni, le cui tracce sono forse individuabili nei segni graffiti lasciati sui pilastri di travertino. E poi ancora, modello di “architettura” per i grandi Umanisti del Quattrocento, cava di materiali e ancora luogo di culto per volere della Chiesa.

“Viaggeremo attraverso una linea del tempo – spiega Rinaldi – che parte dalla valle, che era occupata dallo stagno di Nerone e dal Colosso dell’imperatore, poi trasformato nel dio ed entreremo dai fornici numerati da dove il popolo romano accedeva munito della propria tessera per raggiungere il posto assegnato sulla cavea rigorosamente in ordine gerarchico, dalla parte più bassa alla parte più alta destinata alle donne. Cammineremo negli ambulacri immaginando il vociare e il frastuono del pubblico assiepato. Ci infileremo negli ipogei dove la macchina dello spettacolo veniva allestita e dove schiavi, animali, condannati a morte, e soprattutto gladiatori, attendevano nel buio di apparire sull’arena. Saranno le iscrizioni, i reperti, le tracce lasciate sui muri a guidarci in questo viaggio, fino a quando crolli terremoti ed editti degli imperatori cristiani contro gli spettacoli faranno calare il silenzio sull’anfiteatro aprendo a nuovi usi e utilizzi dell’edificio da torre fortezza a spazio domestico con stalle e orti fino di nuovo al silenzio e all’abbandono che ne decretarono l’oblio e la dimenticanza sul ruolo avuto nell’antichità. Ed è in questo periodo, che segue a un altro devastante terremoto, quello del 1349, che il Colosseo, ormai noto solo con questo nome, diventa luogo in cui si gioca la mescolanza tra sacro e profano. Su questo periodo buio e così poco conosciuto ci soffermeremo in particolare perché, come vedremo dai segni lasciati sui muri uniti alle fonti scritte dell’epoca, è in questo periodo che il Colosseo diventa a sua insaputa l’icona mondiale che è oggi. Perché nel dialogo, mai monologo, tra spazio pagano spazio laico spazio cristiano si gioca la funzione simbolica e l’identità del monumento, punto di riferimento per tutti i pubblici del mondo”.

La piazza del Colosseo, un tempo occupata dallo stagnum Neronis e dal Colosso (Foto Simona Murrone)

Il “viaggio” inizia dall’attuale piazza del Colosseo che fino al 70 d.C. circa era occupata dallo stagno della Domus Aurea dell’imperatore Nerone e quindi da una proprietà a uso esclusivo di una sola persona. “Gli imperatori flavi, Vespasiano Tito Domiziano, ognuno col proprio ruolo”, spiega Rinaldi, “realizzano un’operazione demagogica molto importante: quello di restituire alla collettività lo spazio che era stato sottratto dall’imperatore Nerone. L’iscrizione del prefetto dei pretori di Roma Lampadius riporta nella sua formula originaria il riferimento all’inaugurazione dell’anfiteatro “ex manubiis”, cioè con il bottino di guerra, composto dal candelabro a sette braccia, dalle trombe e da altri oggetti sacri raffigurati nel fornice interno dell’arco di Tito. I cento giorni di giochi e 5mila fiere uccise sul piano dell’arena, i quasi 70mila spettatori segnano nell’80 d.C. segnano l’inizio della storia del monumento più celebre in Italia e forse al mondo. L’imperatore sul palco imperiale sul lato Sud dell’edificio, e i senatori e i cavalieri intorno al podio nella parte più bassa della cavea, osservano il susseguirsi dello spettacolo, le cacce esotiche al mattino, le condanne a morte esibite come se fossero il supplizio di Prometeo nel primo pomeriggio, i combattimenti dei gladiatori la sera. Mentre nei livelli più alti la plebe e soprattutto le donne filano, ravvivano l’acconciatura o passano il tempo giocando a dadi come mostrano gli oggetti smarriti sugli spalti e poi finiti nelle fogne dell’anfiteatro ed esposti nelle vetrine del museo. Nelle giornate più calde e assolate o in caso di pioggia i marinai della flotta di Miseno calano il velarium, un tendaggio sorretto dalle mensole posizionate sull’attico, il punto più alto dell’edificio a quasi 50 metri di altezza”.

La complessa struttura lignea che sorreggeva il montacarichi sotto l’arena del Colosseo

Nel 217 un terribile incendio devasta l’anfiteatro. “L’edificio rimane inagibile per almeno 5 anni durante i quali si lavora il più alacremente possibile per riaprirlo al pubblico usando materiale di risulta anche nei sotterranei dove l’abbondante presenza di legno e cordame aveva favorito l’espandersi del fuoco. Ed è qui sotto che ferve l’anima dell’anfiteatro. Le ricostruzioni esposte nelle vetrine del museo illustrano le prime tipologie di montacarichi e piattaforme della fase ancora flavia, azionate da ben 224 schiavi, poi sostituite da 60 ascensori azionati con un sistema di argani e contrappesi di piombo da funi che passavano su carrucole inserite nei pilastri verticali di travertino. Scenografie, animali, uomini apparivano così come epifanie dalle botole sistemate sul piano dell’arena. Il pubblico li acclamava, li incitava, gioiva alla vista del proprio beniamino, il gladiatore, di cui si scommetteva la vita o la morte. Questa tradizione prosegue almeno fino alla metà del V secolo d.C. Ma presto l’avversione degli imperatori cristiani verso i giochi cruenti, tra i quali lo stesso Costantino, il degrado dell’anfiteatro soggetto a smottamenti continui a causa dei terremoti contribuiscono al suo progressivo declino fino alla proibizione degli spettacoli e all’ultimo spettacolo di caccia che risale al 523 d.C.”.

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Venerabile Beda

Da allora comincia una fase di abbandono e di decadenza nel corso della quale i sotterranei vengono progressivamente ricoperti di terra, parte del settore meridionale inizia a crollare determinando l’innalzamento dell’interro circostante. “Nell’VIII sec. d.C. Beda il Venerabile afferma: “Quamdiu stat Colysaeum stat et Roma, quando cadet Colysaeum cadet et Roma, quando cadet Roma cadet et mundus”. Roma è ormai mitizzata e il Colosseo con essa perché con la sua mole colossale riesce a rappresentare la globalità del mondo. Le più importanti famiglie di Roma se lo contendono, ovviamente assieme alla Chiesa. Tra l’XI e il XIV secolo i Frangipane in continuo conflitto con la famiglia degli Annibaldi occupano 13 arcate della porzione Sud-orientale dell’edificio. La vicina chiesa di Santa Maria Nova, proprietaria di una quota parte, affitta domus e cripte ricavate riutilizzando i fornici in rovina, dove vengono alloggiati travi sui muri per creare soppalchi e ricavare stalli per gli animali come documentano i numerosi attaccagli ancora visibili sui pilastri. È a partire da questo periodo che negli atti notarili inizia a comparire l’appellativo dell’edificio come Anphitheatrum Coliseum”.

La grande scritta a caratteri capitali “Nicolo fecit” sui pilastri del primo ambulacro del primo ordine del Colosseo (foto PArCo)

Ma nel 1349 un nuovo devastante terremoto accresce il livello di rovina in cui si trova il Colosseo. Ne è testimone persino il Petrarca: “Ecce Roma ipsa insolito tremore concussa est tam graviter ut ab eadem urbe condita supra duo annorum milia tale nihil accident”. Inizia una fase che dura almeno tre secoli durante la quale il Colosseo viene ad assumere significati nettamente distinti che a volte convivono, a volte si scontrano e a volte si fondono. Cava di marmi e pietre per volere dei Papi riutilizzatori come fu Nicola V per la costruzione della nuova Roma “Gerusalemme celeste”, e in particolare per la fabbrica di San Pietro e di molti altri edifici della città: edificio dunque da restituire alla cristianità per sottrarlo al potere laico e pagano, luogo di studio e schema di riferimento per i grandi architetti umanisti, ma anche né anfiteatro né fortezza bensì tempio rotondo al cui centro campeggiano una colonna dedicata al dio sole o a Giove; tempio dei templi della Roma pagana: così descritto nelle guide e negli itinerari per i pellegrini”. Continua Rinaldi: “Durante i secoli bui del tardo Medioevo dell’originaria funzione del Colosseo si perde ogni traccia e questa situazione contribuisce ad ammantare il Colosseo di fantasie, leggende popolari e superstizione, tanto grande era questa visione che la parola stessa “colosseo” potrebbe derivare da “Colis eum” cioè “Lo adori?” con riferimento al maggiore degli dei presenti nel tempio, e la risposta non poteva che essere “colo colo” “lo adoro lo adoro”. Indizi di questa storia sono rintracciabili nei numerosi graffiti lasciati sui pilastri di travertino del primo ordine. Aguzzando la vista verso i punti più alti dei pilastri del primo ambulacro del primo ordine, subito dopo l’attuale ingresso dei visitatori dallo sperone cosiddetto Valadier, laddove si camminava quando il Colosseo appariva completamente interrato a seguito dei rovinosi crolli causati dai terremoti, spiccano i nomi di persone e lettere capitali: Nicolò fece, Ludovico, Romolo: sono forse i cavasassi che al servizio dei Papi lavorarono tra il 1400 e il 1600 all’interno del Colosseo per recuperare materiale per la costruzione della nuova Roma “Gerusalemme celeste”; o dietro questi nomi si nasconde anche un preciso riferimento al più attivo tra i riutilizzatori delle pietre del Colosseo, cioè proprio quel Papa Nicolo V già ricordato? Non lo sappiamo, ma in entrambi i casi la suggestione è molo forte”.

Il progetto del Santuario dei Martiri Cristiani redatto dall’architetto Carlo Fontana e mai realizzato (foto PArCo)

“Più precise e ben ricollegabili a fatti e avvenimenti storici sono invece le date di cui se ne conservano almeno tre: una sul fornice Nord e due sulla fronte Sud del Colosseo: 1534, 1538 e 1675. Rappresentano l’altra faccia della medaglia della voluta ambiguità, quella dei Papi interessanti ad avviare il processo di cristianizzazione del Colosseo. Quindi non abbattendolo ma convertendo a luogo di culto con l’istituzione delle sacre rappresentazioni della Passione di Cristo, l’ultima fu proprio quella del 1539, l’innalzamento di una grande croce di legno al centro dell’arena, la realizzazione dello splendido affresco con veduta di Gerusalemme tradizionalmente assegnato proprio all’anno del giubileo del 1675 sotto Papa Clemente X, fino ad arrivare alla consacrazione del sangue dei martiri versato sull’arena con il progetto di Papa Clemente XI e dell’architetto Carlo Fontana di innalzare una chiesa sul piano dell’arena, progetto mai realizzato. Alle date si aggiungono altri graffiti a supportare questa esigenza di consacrazione del Colosseo come luogo di culto. Sono le immagini di croci. Ne contiamo almeno 13 di 5 tipi diversi, che confermano la presenza anche di proprietà della Chiesa, come quella di Santa Maria Nova, già citata prima, ma anche della confraternita di San Salvatore al Sancta Sanctorum a cui fin dal XIV secolo era stata concessa una porzione del Colosseo per l’opera di bonifica condotta nella zona divenuta ormai sede di malviventi. Malviventi dunque pastori ma anche maghi e negromanti parrebbe come contemporaneamente ci informano le guide di Roma e gli itinerari per i pellegrini che insistono – lo ripetiamo – sul Colosseo-templum Solis o templum Iovis, ed ecco che un edificio di così grandi dimensioni non poteva che essere stato costruito con l’aiuto della magia, e se ne attribuisce la costruzione proprio a Virgilio Mago, architetto d’eccezione, che nel Colosseo pratica la negromanzia. Deluso dall’amore di una principessa e deciso a lasciare al buio la città, confina l’unica fonte di luce nel sesso di una donna. Il graffito inciso sul pilastro del fornice Ovest del Colosseo a forma di rombo vuole forse alludere a questa leggenda?”.

Un grande fallo graffito sui fornici del Colosseo rivolto verso l’esterno (foto PArCo)

“Intanto nel Cinquecento – prosegue nel suo racconto Federica Rinaldi – Benvenuto Cellini vi invoca i demoni che in gran numero arrivano a terrorizzare il negromante e lo stesso scultore. Da Cellini sappiamo che un prete siciliano da lui incontrato lo conduce assieme a un fanciullo vergine a propiziarsi le divinità maligne nell’anfiteatro. Disegnato il cerchio magico, il prete invita il Cellini a entrarvi e a invocarvi i diavoli con l’aiuto di spargimento di profumi e accensione di fuochi. Parve che i demoni arrivassero a legioni e il fanciullo spaventato alzando gli occhi disse: “Tutto il Colosseo arde e il fuoco viene addosso a noi”. Su questo episodio un po’ irriverente, ma che dobbiamo leggere nel contesto di una Roma in cui il Colosseo è immerso nella campagna abitata solo da pastori e malviventi, fa riferimento anche la leggenda della Regina Rosana che, sterile, entra nel Colosseo per pregare il demone del Colosseo e ne esce gravida, dimostrando il potere del paganesimo sul cristianesimo. Ma fanno riferimento anche i simboli fallici che compaiono spesso accanto alle croci – che abbiamo visto poco fa – e che rappresentano falli di tutte le forme e dimensioni, allusione all’interpretazione di un Colosseo luogo di pratiche sessuali o piuttosto simboli apotropaici? I falli si trovano nei fornici rivolti verso l’esterno, verso l’asse stradale principale che alla fine del 1500 congiunge il Colosseo con il Laterano. Ci troviamo sul fronte del Colosseo che viene maggiormente preservato dal riuso di travertini ed è proprio da qui che dal 1600 inizia la sua conversione a tempio dei Martiri, con il progetto mai realizzato di Carlo Fontana – già ricordato – e l’istituzione della Via Crucis con Papa Benedetto XIV nel 1750”.

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Lo sperone Valadier al Colosseo

Ma anche questa rinnovata dimensione del Colosseo non dura a lungo. “La trasformazione del Colosseo in deposito di letame per la fabbricazione del salnitro per volontà di Papa Clemente XI, proprio di qualche anno prima l’istituzione della Via Crucis, accelera il processo di calcinazione dei travertini già compromessi da incendi e altri malanni. Il degrado e l’ennesimo terremoto hanno ormai fortemente compromesso la stabilità del Colosseo. Di lì a breve saranno proprio i Papi ad avviare la macchina della tutela e della conservazione. Pio VII commissiona, tra gli altri, all’architetto Raffaele Stern la costruzione dello sperone che prende il suo nome, fissando anche lo stato di crollo della porzione terminale della facciata. Di lì a poco si interviene anche sul lato opposto, quello Ovest, con la costruzione di un altro sperone realizzato questa volta dal Valadier. Oggi i due principali accessi del Colosseo per il pubblico vengono proprio identificati con i nomi dei due architetti”.

Federica Rinaldi, archeologa responsabile del Colosseo (foto PArCo)

Nel frattempo la tutela si estende anche al recupero archeologico. “Per tutto l’Ottocento inizia una stagione di sterri per liberare il monumento coperto fino all’imposta delle mensole delle arcate del primo ordine. Si rimuovono le edicole della Via Crucis, e si scava per far riemergere i livelli antichi dapprima attribuiti alla fase dei Frangipane e poi definitivamente a quella romana. È l’inizio di un’altra nuova fase che si avvicina ai tempi recenti che vede il Colosseo demolito e ricostruito per assecondare la propaganda fascista o l’idea di modernità urbanistica, come per la costruzione della linea B della metropolitana che tronca le fondazioni occidentali dell’anfiteatro compromettendo definitivamente il deflusso idrico dai sotterranei che, anche per questo motivo, sono spesso allagati. Da isola spartitraffico il Colosseo venne liberato negli anni Settanta del secolo scorso in concomitanza con una rinnovata stagione di ricerche, scavi e restauri condotta finalmente con rigoroso metodo scientifico e che ancora oggi resiste. E di queste ricerche che contribuiscono ad accrescere le nostre conoscenze sul Colosseo, non solo arena per spettacoli ma luogo che nei secoli ha mutato le sue funzioni all’interno di una città altrettanto in continua evoluzione, continueremo a darvi notizia”, conclude Rinaldi. “Lo faremo sempre dalle nostre pagine social, facendovi entrare nei cantieri, facendovi vedere da vicino i segni lasciati dalla storia, perché crediamo fermamente che solo comprendendo il passato ognuno di noi possa contribuire a costruire il futuro”.

Bologna. Uno dei protagonisti del grande restauro della Basilica della Natività di Betlemme, l’archeologo Alessandro Fichera, ospite del Gruppo Archeologico Bolognese: focus sui lavori, dal tetto ai preziosi mosaici del sacro edificio voluto dall’imperatore Costantino e dalla madre Elena

I delicati restauri dei preziosi restauri dei mosaici della basilica della Natività a Betlemme

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Occhi puntati sul grande restauro della chiesa della Natività di Betlemme, in Palestina. L’occasione per fare il punto sull’ambizioso progetto, tutto italiano, la offre il Gruppo Archeologico Bolognese che, in collaborazione con la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro – Raccolta Lercaro, giovedì 4 maggio 2017, nella sede della  “Raccolta Lercaro” (via Riva di Reno 57, Bologna) promuove l’incontro con l’archeologo Alessandro Fichera, che del sacro edificio ha curato l’analisi archeologico-architettonica. La Natività di Betlemme è una delle chiese cristiane più antiche, edificata intorno al 330 su iniziativa dell’imperatore Costantino I e della madre Elena sui resti di un tempio pagano edificato nel periodo di Adriano sui luoghi dove i primi cristiani celebravano la nascita di Gesù, e ampliato e restaurato nel VI secolo nel periodo dell’imperatore Giustiniano I. Il complesso ha subito numerosi ampliamenti e modifiche sia in epoca crociata che nei secoli successivi, presentandosi oggi come un articolato sistema di volumi e strutture che dividono il convento francescano, il monastero ortodosso e il monastero armeno, i tre complessi situati attorno alle mura della basilica.

La basilica della Natività a Betlemme, in Palestina: il complesso restauro è iniziato nel 2013

L’archeologo Alessandro Fichera (Università di Siena)

Da tempo, però, l’edificio richiedeva lavori di ristrutturazione, in particolare di alcune strutture (le coperture, il tetto a capriate, le superfici murarie, i mosaici, e l’ingresso con la porta in legno del XIII secolo). Nel 2008 è stata trovata un’intesa tra le tre Chiese (Cattolica, Greco-Ortodossa e Armena) che lo gestiscono. E nel 2010, dopo un bando internazionale, è stato affidato lo studio preliminare del complesso a un gruppo multidisciplinare coordinato dal Consorzio Ferrara Ricerche (Università di Ferrara) e al quale hanno preso parte anche archeologi dell’Università di Siena, con l’obiettivo di redigere un progetto di restauro. Nel 2013 l’esecuzione dei lavori è stata affidata a un team italiano, sotto la supervisione universitaria. In particolare il gruppo dell’Università di Siena, cui fa capo Alessandro Fichera, si è occupato – come si diceva – dell’analisi archeologico-architettonica ​della basilica della Natività​.

Il team che segue i restauri della basilica della Natività di Betlemme

Il restauro dei mosaici della basilica della Natività di Betlemme

Tutta la parte operativa del restauro è stata realizzata dalla ditta Piacenti Spa di Prato che svolge attività di progettazione ed esecuzione nel campo del restauro e della conservazione di edifici tutelati, complessi monumentali e beni di interesse storico-artistico.​ I numeri sono impressionanti: 170 tra partner, collaboratori, subcontractor e consulenti. 27 spedizioni di materiali, 2800 mq di ponteggi, 20 tonnellate di legno antico, 200 kg di resina per legno, 55mila viti solo per il tetto; 2mila mq di multistrato fenolico, 2800 mq di lastre di piombo, 2 tonnellate di Lana di Prato. 3 anni di lavoro. Tonnellate infinite di passione e coraggio; 130 mq di mosaico restaurato. 59 autorità dal mondo in visita ufficiale.

Egitto. Sulle orme dei legionari negli insediamenti romani del tardo Impero a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale tra controlli di frontiera e attività agricole. Al progetto Life dell’archeologa Corinna Rossi assegnato l’Erc Consolidator Grant: è la prima volta che viene premiata la ricerca archeologica italiana dall’European Research Council

Il forte romano domina il paesaggio a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale dell'Egitto (foto Maurizio Zulian)

Il forte romano domina il paesaggio a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale dell’Egitto (foto Maurizio Zulian)

Il logo dell'Erc Consolidator Grant al progetto Life di Corinna Rossi

Il logo dell’Erc Consolidator Grant al progetto Life di Corinna Rossi

Umm al-Dabadib nell’oasi di Kharga è un puntino nel deserto occidentale egiziano. Ma non di poco conto. Di qui passava il limes (confine) meridionale dell’impero romano. Ma Roma era distante quasi 2000 miglia. Collegamenti e rifornimenti richiedevano tempi lunghi e innegabili difficoltà logistiche. Così i legionari romani e le loro famiglie organizzarono gli insediamenti per garantirsi una certa autonomia logistica. Ed è proprio per capire meglio l’organizzazione di questi insediamenti che Corinna Rossi, laureata in Architettura a Napoli e specializzata in Egittologia a Cambridge, ha ideato il progetto Living In a Fringe Environment (L.I.F.E.). L’eccellenza scientifica della ricercatrice e del suo progetto ha convinto il Consiglio europeo della Ricerca (Erc) ad assegnare proprio a Rossi e al suo Life un Erc Consolidator Grant di 2 milioni di euro per la durata di cinque anni. È la prima volta che la ricerca italiana si aggiudica il Grant Erc europeo in archeologia. Per lo sviluppo del suo progetto Life, Corinna Rossi ha scelto il Politecnico di Milano mentre Partner Institution sarà l’università di Napoli Federico II.

Corinna Rossi con Maurizio Zulian e autorità egiziane sul sito di Umm al-Dabadib

Corinna Rossi con Maurizio Zulian e autorità egiziane sul sito di Umm al-Dabadib

Logo della missione italo-egiziana 2016 a Umm al-Dabadib del progetto Life

Logo della missione italo-egiziana 2016 a Umm al-Dabadib per il progetto Life

Il progetto si propone dunque di studiare gli insediamenti archeologici Tardo Romani ai confini delle zone desertiche per ricostruire la strategia utilizzata dall’Impero Romano nello sfruttamento e nella gestione delle sue frontiere. La ricerca inizierà ufficialmente il 1° luglio 2016 e i primi passi saranno l’organizzazione del complesso scavo archeologico che aprirà nel 2017 e la creazione di un database che dovrà contenere tutte le informazioni rilevate. Come “caso studio” è stato scelto Umm al-Dabadib, il sito meglio preservato tra quelli situati all’interno dell’Oasi di Kharga, in pieno deserto, a 700 chilometri a sud del Cairo, 250 chilometri ad ovest di Luxor e a 50 chilometri dal primo centro abitato, in ambiente remoto e duro.

Una veduta dell'oasi di Kharga, 700 chilometri a sud del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Una veduta dell’oasi di Kharga, 700 chilometri a sud del Cairo (foto Maurizio Zulian)

L'archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto "Living in a Fringe Environment" (Life)

L’archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto “Living in a Fringe Environment” (Life)

Per la ricercatrice, alternative all’Italia non sono state nemmeno considerate. «Il Politecnico di Milano e l’Università Federico II di Napoli”, sottolinea Rossi, “sono le uniche due istituzioni che contengono la combinazione giusta di expertise che servono per portare avanti il mio progetto. Anzi, si potrebbe anche dire il contrario: il progetto stesso è stato ideato sulla base di ciò che è possibile fare grazie a quello che le due istituzioni offrono in termini di competenze”. Tutti i siti Tardo Romani dell’Oasi di Kharga, spiegano al Politecnico, “condividono le stesse caratteristiche architettoniche e sono dotati di simili stanziamenti agricoli”. Kharga è una delle più grandi oasi del deserto occidentale egiziano. Occupa una grande depressione completamente disabitata posta a 700 km a sud del Cairo e a 250 km a ovest di Luxor. L’oasi di Kharga (dall’arabo “kharug”, cioè “uscita”) rappresentava un’importante punto di riferimento lungo le via carovaniere che, nell’antichità, attraversavano il deserto e che permettevano appunto di “uscire” ed entrare nel grande bacino dalla Valle del Nilo. La sua antica importanza strategica fu sfruttata in particolare dai romani, che installarono lungo la via del deserto un forte militare e vari insediamenti in ogni grande oasi. Umm al-Dabadib è una di queste, ed è stata scelta come caso di studio del progetto tutto italiano Life.

Traccia delle canalizzazioni realizzate nel Tardo impero romano per irrigare quest'area di deserto

Traccia delle canalizzazioni realizzate nel Tardo impero romano per irrigare quest’area di deserto a Umm al-Dabadib nell’oasi di Kharga

L'impressionante forte romano di Umm al-Dabadib che si staglia nel cielo per ben 12 metri (foto Maurizio Zulian)

L’impressionante forte romano di Umm al-Dabadib che si staglia nel cielo per ben 12 metri (foto Maurizio Zulian)

Lo studio di Umm al-Dabadib permetterà quindi la ricostruzione della strategia romana per il controllo delle vie del deserto che si incontravano in questa Oasi, e offrirà un importante contributo al dibattito sulla difesa dei confini dell’Impero nel periodo storico compreso tra Diocleziano e Costantino e oltre, fino al V secolo d.C. Umm al-Dabadib offre infatti la possibilità unica di studiare un sito Tardo Romano in ottime condizioni, lì sopravvivono in eccellente stato di conservazione sia l’insediamento fondato nel IV secolo d.C., sia l’intero sistema agricolo che rendeva possibile la vita di una grande comunità ai confini del mondo abitabile. “L’insediamento consiste di un forte centrale alto 12 metri, circondato da una massa solida di abitazioni su più livelli, servite da corridoi coperti e non da strade a cielo aperto; questo sistema permetteva agli abitanti di proteggersi efficacemente dal sole e dalla sabbia”, spiega l’egittologa Rossi. Il sistema agricolo consiste di 5 acquedotti sotterranei, lunghi ognuno tra i 2 e i 3 km, e di due più brevi, che portavano acqua a due grandi coltivazioni; il tracciato della centuriazione romana e i resti dei campi sono ancora visibili sulla superficie del deserto.

Il rilievo 3D del forte romano di Umm al-Dabadib realizzato dal 3D Survey Group del Politecnico di Milano

Il rilievo 3D del forte romano di Umm al-Dabadib realizzato dal 3D Survey Group del Politecnico di Milano

Il 3D Survey Group del Politecnico di Milano si occuperà del rilievo 3D delle rovine architettoniche dell’intero insediamento fortificato, svilupperà e sperimenterà nuove tecniche di rilievo da applicare in ambienti logisticamente complessi come il Deserto Occidentale Egiziano, e coordinerà lo scavo archeologico e l’elaborazione di tutti i dati raccolti. Il Centro Musa-Musei delle Scienze Agrarie della Federico II studierà invece l’imponente sistema agricolo che serviva il sito con analisi archeobotaniche, studio delle ceramiche, analisi delle immagini satellitari. Costruirà un modello dinamico dell’antico sistema agricolo, sulla base del quale verrà creata un’installazione multimediale permanente ai musei delle Scienze Agrarie, situati nella Reggia di Portici. Life proseguirà “con l’apertura di vari fronti di ricerca che coinvolgeranno un team italo-egiziano di specialisti in una decina di campi disciplinari diversi” informa ancora il Politecnico di Milano. Il progetto continuerà la collaborazione già iniziata con le istituzioni egiziane, che punta alla creazione di un Parco Naturale intorno al sito di Umm al-Dabadib e a supportare la richiesta egiziana di riconoscere l’Oasi di Kharga come Area Protetta Unesco.

L'archeologa Corinna Rossi discute con Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo Civico di Rovereto

L’archeologa Corinna Rossi discute con Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo Civico di Rovereto

E proprio a Umm al-Dabadib potrebbero incrociarsi gli interessi anche del museo civico di Rovereto che vanta un archivio fotografico unico e inestimabile dei siti del medio Egitto e l’unico protocollo d’intesa del Consiglio supremo delle Antichità dell’Egitto con un ente straniero attivo già dal 2004 con Zahi Hawass (aggiornato e ampliato nel 2015 dall’attuale segretario del Csa, Moustafa Ali Moustafa). Proprio il curatore del database e conservatore onorario per l’Egittologia del museo civico di Rovereto, Maurizio Zulian, in una recente missione all’oasi di Kharga con il responsabile della New Valley, Ahmed Ibrahim Baghat, ha preso contatto con Corinna Rossi per una più stretta futura collaborazione con il museo roveretano per eventuali produzioni di informazione scientifica.

“Nutrire l’impero”: nella mostra all’Ara Pacis di Roma si racconta la prima “globalizzazione dei consumi”, cosa e come mangiavano gli antichi romani e come si approvvigionavano

Le operazioni di carico e scarico di una nave romana di derrate alimentari

Le operazioni di carico e scarico di una nave romana di derrate alimentari

Il museo dell'Ara Pacis di Roma che ospita la mostra "Nutrire l'impero"

Il museo dell’Ara Pacis di Roma che ospita la mostra “Nutrire l’impero”

Cosa e come mangiavano gli antichi romani? Come trasportavano migliaia di tonnellate di provviste dai più remoti angoli della terra? Come facevano a farle risalire lungo il Tevere fin nel cuore della città? E come le conservavano durante tutto l’anno? A queste e a tante altre curiosità risponde la mostra “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei”, al museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 15 novembre 2015, che traccia un affresco complessivo sull’alimentazione nel mondo romano grazie a rari e prestigiosi reperti archeologici, plastici, apparati multimediali e ricostruzioni. L’esposizione, ideata in occasione di Expo 2015, è promossa dall’assessorato alla Cultura e al Turismo di Roma – soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dall’assessorato a Roma produttiva e Città Metropolitana e da Expo con la cura scientifica della soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e della soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, di nuovo insieme a 25 anni di distanza dalla fortunata esperienza della mostra “Riscoprire Pompei” (1993). L’ideazione e il coordinamento scientifico sono di Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini. Ricostruzioni multimediali e catalogo (con testi di C. Parisi Presicce, M. Osanna, E. Lo Cascio, F. Coarelli, P.Arnaud, C. Virlouvet, S. Keay, P. Braconi, C. Cerchiai, G. Stefani, M. Borgongino, M.P. Guidobaldi, A. Lagi) sono a cura di l’Erma di Bretschneider.

Pagnotte "carbonizzate" recuperate dagli scavi dell'area vesuviana, e in mostra all'Ara Pacis

Pagnotte “carbonizzate” recuperate dagli scavi dell’area vesuviana, e in mostra all’Ara Pacis

La mostra "Nutrire l'impero" illustra le origini della dieta mediterranea

La mostra “Nutrire l’impero” illustra le origini della dieta mediterranea

A seguito della pax romana, intorno al bacino del Mediterraneo si determinò quella che oggi chiameremmo la prima “globalizzazione dei consumi” con relativa “delocalizzazione della produzione” dei beni primari. In età imperiale i romani bevevano in grandi quantità vini prodotti in Gallia, a Creta e a Cipro, oppure, se ricchi, i costosi vini campani; consumavano olio che giungeva per mare dall’odierna Andalusia; amavano il miele greco e soprattutto il garum, il condimento che facevano venire dall’Africa, dall’Oriente mediterraneo, dal lontano Portogallo, ma anche dalla vicina Pompei. Ma, soprattutto, il pane che mangiavano ogni giorno era un prodotto d’importazione, fatto con grano trasportato via mare su grandi navi dall’Africa e dall’Egitto. “Nell’arco di tempo che va da Augusto a Costantino (27 a.C. – 337 d.C. )”, spiegano i curatori Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini, “Roma è stata una metropoli di circa 1 milione di abitanti, alla testa di un impero che, secondo le stime correnti, ne contava 50/60 milioni. Nessuna città raggiunse più questa grandezza fino alle soglie della rivoluzione industriale. Nutrire Roma, alimentare una tale concentrazione umana, soprattutto di grano, costituì un’ impresa di cui furono diretti responsabili gli imperatori. Facendosi carico dell’annona di Roma, ovvero del suo fabbisogno alimentare, il principe stabiliva un rapporto diretto e personale con il suo popolo. Soprattutto con i cittadini romani, maschi, adulti e residenti – la plebs urbana et romana, detta anche “plebe frumentaria” – che ogni mese ricevevano dallo stato, a titolo gratuito, 5 moggi di grano a testa, circa 35 Kg di frumento, una quantità che, trasformata in pane, risultava più che sufficiente per il sostentamento individuale. Si trattava – continuano – di un diritto/privilegio, a seconda dei punti di vista, del “popolo dominante”, riconosciuto ad un massimo di 200mila beneficiari, limite fissato da Augusto. Traducendo in cifre, vediamo che le sole distribuzioni gratuite di grano, le frumentationes, comportavano l’importazione di quantità di frumento oscillanti tra i 9 e i 12 milioni di moggi l’anno, vale a dire fino a 84mila tonnellate. Se poi si considera il rifornimento alimentare necessario all’intera città, la quantità di grano importata sale a cifre che gli storici, non concordi per carenza di fonti, stimano tra i 50 milioni di moggi, ovvero 350mila tonnellate, e i 60 milioni di moggi, ovvero 420mila tonnellate ogni anno. Alla fine della Repubblica il grano consumato a Roma veniva dall’Africa, dalla Sicilia e dalla Sardegna, come ricorda Cicerone. Le cose mutarono con la conquista dell’Egitto e la politica di espansione agricola che Roma attuò in Africa: durante l’alto impero, il tributo granario venne prodotto e pagato per 1/3 dall’Egitto e per i restanti 2/3 dall’Africa, soprattutto le province corrispondenti alle odierne Tunisia, Algeria e Libia. Il risultato – concludono – fu una produzione “delocalizzata” e monoculture estensive specializzate. Nonché forme di consumo che, forse per la prima volta nella storia, possiamo considerare “globalizzate”. Tutto ciò fu realizzato grazie all’efficienza della macchina amministrativa statale, che da una parte favoriva il libero commercio e dall’altra riscuoteva il grano quale imposta in natura (ma anche il vino, l’olio e altri alimenti), garantiva il suo trasporto su grandi navi mercantili che attraversavano il Mediterraneo, e ne seguiva il percorso fino ai monumentali magazzini (gli horrea) del grande Emporium romano, nell’odierno quartiere di Testaccio”.

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all'interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all’interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto

Una nave oneraria romana (Scala 1/11) dal museo dell'Olivo e dell'Olio di Torgiano

Una nave oneraria romana (Scala 1/11) dal museo dell’Olivo e dell’Olio di Torgiano

La mostra "Nutrire l'impero" chiuderà il 15 novembre

La mostra “Nutrire l’impero” chiuderà il 15 novembre

Il percorso espositivo ripercorre le soluzioni adottate dai romani per il rifornimento e la distribuzione del cibo, con i mezzi di trasporto via terra e soprattutto lungo le rotte marine. Si affrontano, inoltre, i temi della distribuzione “di massa” e del consumo alimentare nei diversi ceti sociali in due luoghi per molti versi emblematici: Roma, la più vasta e popolosa metropoli dell’antichità, e l’area vesuviana, con particolare riguardo a Pompei, Ercolano e Oplontis, fiorenti centri campani. Il visitatore è introdotto al tema del movimento delle merci da una grande carta del Mediterraneo realizzata con tecnica cinematografica. Qui si animeranno i principali flussi alimentari dei beni a lunga conservazione – grano, olio, vino e garum – e si visualizzano le rotte marine dai porti più grandi del Mediterraneo, Alessandria e Cartagine. In questa prima sezione è anche affrontato il problema della lavorazione degli alimenti primari, della loro confezione in anfore caratteristiche per ogni prodotto, dell’immagazzinamento e della distribuzione del cibo. “Diversamente dagli alimenti solidi, come il grano, il trasporto delle derrate liquide o semiliquide come il vino, l’olio e le salse di pesce, è affidato a contenitori in terracotta, spiegano ancora Parisi Presicce e Rossini, “in particolare alle anfore (dal termine greco amphìphèro, porto da entrambe le parti, riferito alle due anse dei contenitori). Questo genere di recipienti rappresenta il mezzo più efficace per garantire la conservazione e la spedizione di grandi quantitativi di merci per via marittima o fluviale. Nelle navi lo stivaggio delle anfore avveniva impilandole le une sulle altre con un sistema “a scacchiera”, in modo che quelle dello strato superiore si inserissero fra tre colli delle anfore sottostanti. I contenitori si adeguavano alla forma della carena e venivano fissati e protetti dagli urti con ramaglie di ginepro, di erica, giunchi, paglia ed altro. Le anfore venivano fabbricate nelle regioni di produzione delle merci, con forme diverse a seconda della provenienza, della cronologia e del contenuto. In età romana circolavano in tutto il Mediterraneo, spingendosi fino alla Britannia e al Bosforo, testimoniando l’unificazione commerciale, oltre che politica, dell’impero”.

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell'Università di Southampton

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell’Università di Southampton

Un set di piatti e stoviglie usato dagli antichi romani in mostra all'Ara Pacis

Un set di piatti e stoviglie usato dagli antichi romani in mostra all’Ara Pacis

Nella seconda sezione le merci arrivano a Roma e a Pompei attraverso i porti di Pozzuoli e di Ostia. Qui è presentata la ricostruzione in grafica digitale del porto di Traiano, con i risultati inediti degli scavi recentissimi condotti dalla soprintendenza di Ostia e dall’Università di Southampton per la ricostruzione del complesso portuale romano. Chiude questa parte della mostra il tema della grande distribuzione gratuita dei beni principali di sostentamento ai cittadini romani adulti, la plebe urbana e romana alla quale era riconosciuto un privilegio unico: quello di condividere i beni della conquista, dapprima solo grano, ma dal III secolo d.C. anche olio, vino e carne. “Nell’anno 42 l’imperatore Claudio – ricordano i curatori – volle dare a Roma un porto alla sua altezza, che ovviasse alla complicata logistica dei trasporti da Pozzuoli. Diede perciò il via alla realizzazione di un’imponente “opera pubblica”, forse la più grande del tempo. Il Porto di Claudio fu scavato 3 km a nord di Ostia, in parte nella terra ferma, in parte chiudendo un bacino di 200 ettari con due moli convergenti. L’ingresso era segnalato da un faro paragonabile per dimensioni a quello di Alessandria d’Egitto. Ma si vide che la stessa vastità del bacino ne minacciava la sicurezza e le correnti che portavano il limo dalla foce del Tevere al nuovo porto ne provocavano l’insabbiamento. Fu Traiano a ridisegnare, tra il 100 e il 113 d.C., l’assetto definitivo del porto di Claudio, inaugurato appena quarant’anni prima, aggiungendo un bacino esagonale interno. Traiano faceva anche scavare un nuovo canale largo 40 metri, il Canale Romano, che univa il suo bacino esagonale al canale di Fiumicino e quindi al Tevere”.

Cibo di strada: in un rilievo l'attività di un Thermopolium, la tavola calda degli antichi romani

Cibo di strada: in un rilievo l’attività di un Thermopolium, la tavola calda degli antichi romani

Un braciere proveniente da Pompei esposto alla mostra "Nutrire l'impero"

Un braciere proveniente da Pompei esposto alla mostra “Nutrire l’impero”

La terza sezione illustra il consumo delle merci e dei prodotti alimentari che poteva avvenire sia in luoghi pubblici, come le popinae e i thermopolia, gli antichi “bar” o “tavole calde” in cui romani e pompeiani consumavano il “cibo di strada”, sia nei raffinati triclinia (sale da pranzo in cui i commensali mangiavano stando semidistesi su tipici lettini da banchetto) del ceto abbiente. Esposizioni di resti di cibo da Ercolano aiuterano a comprendere la qualità dei consumi in un ricco centro campano. Grazie al contributo scientifico e ai prestiti provenienti da Pompei, Ercolano e Oplontis, è possibile ammirare corredi da tavola provenienti sia da contesti di estrema ricchezza – come il cosiddetto “tesoro di Moregine”, un completo da tavola in argento di ritorno da cinque anni di esposizione al Metropolitan Museum di New York – sia raffinate suppellettili in ceramica, in vetro e in bronzo, sia infine il vasellame utilizzato in contesti quotidiani più popolari. Sono proprio i curatori a ricostruire l’eccezionale ritrovamento.

In mostra all'Ara Pacis gli argenti dell'eccezionale tesoro di Moregine, nel comune di Pompei

In mostra all’Ara Pacis gli argenti dell’eccezionale tesoro di Moregine, nel comune di Pompei

“Nell’ottobre del 2000, durante la realizzazione della terza corsia dell’autostrada A3, in località Moregine, nel comune di Pompei, è stata rinvenuta una gerla di vimini. Si trovava in una latrina posta nell’area di passaggio tra il nucleo neroniano di un edificio e le sue terme. La gerla appariva riposta da qualche fuggitivo, nelle ore convulse che precedettero l’eruzione, sotto altri oggetti di uso comune. Era ben conservata, chiusa da un coperchio e ricolma di terra e cenere compattata. Portata in laboratorio fu oggetto di analisi radiografiche quindi svuotata con un’operazione di microscavo. Al suo interno, stipato con accuratezza, un piccolo ma completo servizio di argenti da tavola di 20 pezzi: è infatti rappresentato sia l’argento da portata (escarium) che quello per i liquidi (potorium). I pezzi erano riposti impilati, in modo da sfruttare al massimo lo spazio disponibile e forse avvolti in un panno, così da rivelarsi in ottimo stato di conservazione, fatta eccezione per la lanx usata come contro chiusura della gerla. Con un peso complessivo di 3850 grammi, il servizio rappresenta l’ultimo del genere rinvenuto in area vesuviana. I grafiti sul fondo degli argenti ci restituiscono, tra altre informazioni, il nome del proprietario: Erastus (Erasti sum). La maggior parte dei pezzi sembra databile all’età augustea, mentre i due canthari e la lanx paiono attribuibili ad un periodo antecedente: essi potrebbero rappresentare l’argentum vetus di famiglia”.

Coppe e brocchetta in vetro blu provenienti da Ercolano

Coppe e brocchetta in vetro blu provenienti da Ercolano

Due approfondimenti concludono la mostra: uno dedicato ai diversi alimenti consumati in epoca romana con la loro diffusione e il relativo prezzo (esemplificato dalla preziosa testimonianza dell’Edictum de pretiis rerum venalium dell’imperatore Diocleziano, il più famoso dei “calmieri” dell’antichità) e uno dedicato alla “filosofia del banchetto”, laddove l’amore profondo per la vita e la festa alimentare che la celebra si mescola con la malinconica consapevolezza della fugacità di ogni piacere.

Patto Comune di Roma-Fai per la valorizzazione della villa di Massenzio sulla via Appia, con il grande circo e il Mausoleo di Romolo

La villa di Massenzio lungo la via Appia antica a Rona: ogni anno 100mila visitatori

La villa di Massenzio lungo la via Appia antica a Rona: ogni anno 100mila visitatori

La villa di Massenzio è una villa imperiale di Roma, costruita dall’imperatore romano Massenzio. Il complesso si trova tra il secondo e terzo miglio della via Appia antica, ed è costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo di Massenzio e il mausoleo dinastico, progettati in una inscindibile unità architettonica per celebrare Massenzio. Dal 2008 la Villa di Massenzio fa parte del sistema dei “Musei in Comune”. Da dicembre 2012 il sito fa parte del progetto “Aperti per Voi” del Touring Club Italiano dove decine di volontari si alternano per accogliere i visitatori, il cui numero è in costante crescita anche grazie all’accesso gratuito entrato in vigore da fine agosto 2014. Oggi con i suoi 100mila visitatori l’anno è il sito più visitato tra gli otto musei aperti gratuitamente dal Comune di Roma. Ma si può e si vuole fare di più. Di qui l’accordo proprio tra Comune di Roma e Fondo per l’Ambiente Italiano per studiare un futuro di valorizzazione della Villa di Massenzio. Amministrazione comunale e Fai, ha annunciato l’assessore alla cultura Giovanna Marinelli, “hanno siglato un protocollo con il quale si istituisce un tavolo tecnico. Obiettivo, trovare una soluzione tecnico giuridica compatibile con la legge per un partenariato pubblico privato per la Villa di Massenzio. Con questo tavolo diamo il via a uno studio che speriamo ci porti presto a una soluzione concreta”.

Gli imponenti resti della villa di Massenzio con il palazzo, il circo e il mausoleo dinastico

Gli imponenti resti della villa di Massenzio con il palazzo, il circo e il mausoleo dinastico

L'articolata planimetria della villa di Massenzio sulla via Appia

L’articolata planimetria della villa di Massenzio sulla via Appia

I resti delle costruzioni massenziane si configurano come l’ultimo atto della trasformazione di una originaria villa rustica repubblicana (II secolo a.C.) costruita in posizione scenografica sul declivio di una collina rivolta verso i Colli Albani. All’età giulio-claudia appartengono i due ninfei orientati verso la via Appia, a uno dei quali – ancora visibile e recentemente riscavato – si addossò molto più tardi un casale. Nel II secolo poi la villa subì una radicale trasformazione ad opera di Erode Attico che la inglobò nel suo Pago Triopio. La proprietà passò poi nel demanio imperiale, e fu a questo punto che, all’inizio del IV secolo, Massenzio vi fece costruire la villa, il circo e il mausoleo di famiglia, nel quale fu deposto (forse per primo) il figlio Valerio Romolo morto adolescente. La sconfitta di Massenzio a opera di Costantino determinò probabilmente il precoce abbandono dell’impianto (si pensa che l’ippodromo non sia stato neppure mai usato, da Massenzio), e il fondo passò nel Patrimonium Appiae (citato già al tempo di Gregorio Magno (alla fine del VI secolo) tra i patrimonia ecclesiastici). La grande tenuta passò poi ai Conti di Tuscolo, poi ai Cenci, poi ai Mattei ai quali si riferiscono i primi scavi, nel XVI secolo.

Il cosiddetto mausoleo di Romolo dove sarebbe stato sepolto Valerio Romolo, figlio di Massenzio

Il cosiddetto mausoleo di Romolo dove sarebbe stato sepolto Valerio Romolo, figlio di Massenzio

Il monumento più noto di tutto il complesso è il Circo di Massenzio, l’unico dei circhi romani ancora ben conservato in tutte le sue componenti architettoniche. All’interno di un quadriportico allineato sulla via Appia antica, si erge il mausoleo dinastico, noto anche come “tomba di Romolo” dal nome di Valerio Romolo, giovane figlio dell’imperatore che qui fu presumibilmente sepolto. Il fascino del sito archeologico e in particolare del grandissimo circo entusiasma il vicepresidente esecutivo del Fai Marco Magnifico, che sottolinea: “La villa di Massenzio è un luogo enorme, ricco di paesaggio, di storia, di archeologia, dove c’è ancora tanto da scavare e dove bisogna intervenire naturalmente mettendo le ragioni della tutela al primo posto. Ma che va rivisto a nostro avviso in modo anche un po’ ludico, soprattutto il circo. Il sindaco Marino ci ha chiamati e noi abbiamo delle idee, che sono sostanzialmente delle idee di buon senso, come quella di raccontare al visitatore la vita in un circo dell’antichità e di farlo in qualche modo rivivere, non più con le gare di bighe, magari con una gara di sacchi o altro, puntando a informare con intelligenza e insieme anche divertire”. Certo, ammette, il progetto è ancora tutto da scrivere. Al momento la priorità è trovare un modo per immaginare una partnership tra comune e Fai rimanendo nel perimetro delle leggi attuali. Magnifico però è speranzoso, “potremmo far crescere i visitatori dagli attuali 100mila a 2 anche 300mila”, dice. Ottimista il vice presidente Fai, anche per quanto riguarda i finanziamenti: “Siamo convinti di poter trovare soldi in Usa dove abbiamo molti sostenitori”.

Pellegrini “Sulle vie della fede”: in occasione del viaggio-pellegrinaggio di Papa Francesco in Terra Santa su Tv 2000 il documentario di Alberto Castellani tra storia, tradizione, archeologia e spiritualità

Il regista Alberto Castellani sul set della serie tv "Sulle vie della fede"

Il regista Alberto Castellani sul set della serie tv “Sulle vie della fede”

Papa Francesco è impegnato nel viaggio-pellegrinaggio in Terrasanta sulle orme di Paolo VI

Papa Francesco è impegnato nel viaggio-pellegrinaggio in Terrasanta sulle orme di Paolo VI

Pellegrini “Sulle vie della fede”. Oggi come ieri. Così nel giorno che Papa Francesco inizia il suo “storico” viaggio in Terra Santa tra Giordania Palestina e Israele, il canale satellitare TV 2000 propone questa sera (sabato 24) e domani sera (domenica 25) alle 21 la serie di documentari “Sulla via della fede”, appunto, prodotta dal regista veneziano Alberto Castellani, attivo nel settore della comunicazione audiovisiva, con particolari interessi su tematiche storiche, archeologiche e multiconfessionali. “Sta scritto – spiega il regista – che ci sono gesti dell’uomo che, in un variare di forme, si ripetono. Testimoniano qualche cosa che perdura, che segna indelebilmente l’ambiente: qualcosa di affermato, sostenuto e trasmesso di generazione in generazione come patrimonio irrinunciabile. Ad essi l’uomo non rinuncia. Perché in essi l’uomo riesce a comprendere sé stesso e vede svelato e realizzato il significato della sua esistenza. Tra questi “gesti” vi è il pellegrinaggio. Che è un viaggio, ma non un viaggio qualunque”. E proprio il viaggio di Papa Francesco ne è una prova tangibile.

Pellegrinaggi ieri e oggi: nel Medioevo pellegrini al Santo Sepolcro in Terra Santa

Pellegrinaggi ieri e oggi: nel Medioevo pellegrini al Santo Sepolcro in Terra Santa

Pellegrinaggi ieri e oggi: pellegrini moderni percorrono la Via Dolorosa a Gerusalemme

Pellegrinaggi ieri e oggi: pellegrini moderni percorrono la Via Dolorosa a Gerusalemme

“Sulle vie della fede” recupera la dimensione umana e religiosa del pellegrino di ieri e di oggi. È un viaggio percorso ai nostri giorni, per ritrovare lo spirito di ieri: un progetto di vita che attraversa la storia dell’uomo. L’occasione per riscoprire tracce di lontani itinerari, quel che resta di abbazie nascoste, di modesti luoghi di ristoro, di antichi ospedali, di semplici cappelle votive. Per prendere coscienza e idealmente condividere una quotidianità che il pellegrino di un tempo decideva di affrontare con un briciolo di follia. Un cammino quasi sempre ostile per ambienti avversi, variare di stagioni, esplodere di guerre e di epidemie, presenze di briganti o di feudatari dispotici. Vicende in cui possono convivere, come per ogni storia dell’uomo, gioie e dolori, disagi e gratificazioni, coraggio e debolezze, fede e credenze.

Gerusalemme, la Città Santa, è da secoli meta privilegiata dei pellegrinaggi

Gerusalemme, la Città Santa, è da secoli meta privilegiata dei pellegrinaggi

“Sulle vie della fede” diventa così un lungo racconto alla scoperta di un fenomeno che affonda le sue radici in quelle della storia più lontana a contatto con i pellegrinaggi dell’Egitto faraonico, della cultura mesopotamica, del popolo di Israele, dei misteri di Atene ed Eleusi, del mondo islamico e dell’estremo oriente, fino alle cronache dei primi pellegrini cristiani che cominciarono a frequentare, già nel terzo secolo, la terra di Palestina dove Gesù visse e svolse il suo ministero di predicazione e di amore. “Ho voluto comprendere – spiega Castellani – il desiderio di conoscenza che spinse la pellegrina Elena, madre dell’imperatore Costantino, a riscoprire i luoghi santi cristiani. Il perché, ad esempio, di quella sete di esperienza che indusse un’altra viaggiatrice, Egeria, ad attraversare le terre del Medio Oriente dal Sinai a Costantinopoli, a Gerusalemme”. Un “andare” destinato a diventare non più episodico ma fenomeno di massa vissuto dal pellegrino medievale.

Il regista Alberto Castellani con il film "Sulle vie della fede" ha ripercorso gli itinerari dei pellegrini

Il regista Alberto Castellani con il film “Sulle vie della fede” ha ripercorso gli itinerari dei pellegrini

Castellani, per il suo programma, ha coinvolto un pool di esperti. Danilo Mazzoleni, decano del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana in Roma, come consulente soprattutto del pellegrinaggio che ha come itinerario finale Roma. Marina Montesano, docente di Istituzioni medievali e Storia medievale alle università di Genova e S. Raffaele di Milano ha suggerito alla regia itinerari e luoghi che avevano come destinazione Gerusalemme e Santiago di Compostela. Don Gianmatteo Caputo, architetto e consulente per la Cei dell’Ufficio Nazionale dei Beni Culturali nonché direttore Museo Diocesano d’Arte Sacra di Venezia, ha fornito il suo contributo soprattutto per quanto concerne il ruolo di Venezia, scalo fondamentale del pellegrinaggio medioevale. A questi consulenti si sono aggiunti poi i contributi di don Giorgio Maschio, della Facoltà Teologica del Triveneto, e di Maurizio del Maschio, studioso del dialogo interreligioso e conoscitore delle località della Terra Santa, anche quelle meno frequentate, che saranno visitate dalla troupe e di altri esperti appartenenti al mondo ebraico, islamico e dell’estremo oriente. “Roma, Venezia, Gerusalemme e più tardi Santiago di Compostela divengono così tappe codificate per il Cristiano itinerante”, conclude Castellani. “Un’esperienza mantenutasi nei secoli, testimoniata oggi da schiere di fedeli che con altri mezzi ma con simile spirito percorrono le stesse vie: le “vie della fede”, come suggerisce il titolo del programma.