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Bologna. Uno dei protagonisti del grande restauro della Basilica della Natività di Betlemme, l’archeologo Alessandro Fichera, ospite del Gruppo Archeologico Bolognese: focus sui lavori, dal tetto ai preziosi mosaici del sacro edificio voluto dall’imperatore Costantino e dalla madre Elena

I delicati restauri dei preziosi restauri dei mosaici della basilica della Natività a Betlemme

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Occhi puntati sul grande restauro della chiesa della Natività di Betlemme, in Palestina. L’occasione per fare il punto sull’ambizioso progetto, tutto italiano, la offre il Gruppo Archeologico Bolognese che, in collaborazione con la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro – Raccolta Lercaro, giovedì 4 maggio 2017, nella sede della  “Raccolta Lercaro” (via Riva di Reno 57, Bologna) promuove l’incontro con l’archeologo Alessandro Fichera, che del sacro edificio ha curato l’analisi archeologico-architettonica. La Natività di Betlemme è una delle chiese cristiane più antiche, edificata intorno al 330 su iniziativa dell’imperatore Costantino I e della madre Elena sui resti di un tempio pagano edificato nel periodo di Adriano sui luoghi dove i primi cristiani celebravano la nascita di Gesù, e ampliato e restaurato nel VI secolo nel periodo dell’imperatore Giustiniano I. Il complesso ha subito numerosi ampliamenti e modifiche sia in epoca crociata che nei secoli successivi, presentandosi oggi come un articolato sistema di volumi e strutture che dividono il convento francescano, il monastero ortodosso e il monastero armeno, i tre complessi situati attorno alle mura della basilica.

La basilica della Natività a Betlemme, in Palestina: il complesso restauro è iniziato nel 2013

L’archeologo Alessandro Fichera (Università di Siena)

Da tempo, però, l’edificio richiedeva lavori di ristrutturazione, in particolare di alcune strutture (le coperture, il tetto a capriate, le superfici murarie, i mosaici, e l’ingresso con la porta in legno del XIII secolo). Nel 2008 è stata trovata un’intesa tra le tre Chiese (Cattolica, Greco-Ortodossa e Armena) che lo gestiscono. E nel 2010, dopo un bando internazionale, è stato affidato lo studio preliminare del complesso a un gruppo multidisciplinare coordinato dal Consorzio Ferrara Ricerche (Università di Ferrara) e al quale hanno preso parte anche archeologi dell’Università di Siena, con l’obiettivo di redigere un progetto di restauro. Nel 2013 l’esecuzione dei lavori è stata affidata a un team italiano, sotto la supervisione universitaria. In particolare il gruppo dell’Università di Siena, cui fa capo Alessandro Fichera, si è occupato – come si diceva – dell’analisi archeologico-architettonica ​della basilica della Natività​.

Il team che segue i restauri della basilica della Natività di Betlemme

Il restauro dei mosaici della basilica della Natività di Betlemme

Tutta la parte operativa del restauro è stata realizzata dalla ditta Piacenti Spa di Prato che svolge attività di progettazione ed esecuzione nel campo del restauro e della conservazione di edifici tutelati, complessi monumentali e beni di interesse storico-artistico.​ I numeri sono impressionanti: 170 tra partner, collaboratori, subcontractor e consulenti. 27 spedizioni di materiali, 2800 mq di ponteggi, 20 tonnellate di legno antico, 200 kg di resina per legno, 55mila viti solo per il tetto; 2mila mq di multistrato fenolico, 2800 mq di lastre di piombo, 2 tonnellate di Lana di Prato. 3 anni di lavoro. Tonnellate infinite di passione e coraggio; 130 mq di mosaico restaurato. 59 autorità dal mondo in visita ufficiale.

Egitto. Sulle orme dei legionari negli insediamenti romani del tardo Impero a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale tra controlli di frontiera e attività agricole. Al progetto Life dell’archeologa Corinna Rossi assegnato l’Erc Consolidator Grant: è la prima volta che viene premiata la ricerca archeologica italiana dall’European Research Council

Il forte romano domina il paesaggio a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale dell'Egitto (foto Maurizio Zulian)

Il forte romano domina il paesaggio a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale dell’Egitto (foto Maurizio Zulian)

Il logo dell'Erc Consolidator Grant al progetto Life di Corinna Rossi

Il logo dell’Erc Consolidator Grant al progetto Life di Corinna Rossi

Umm al-Dabadib nell’oasi di Kharga è un puntino nel deserto occidentale egiziano. Ma non di poco conto. Di qui passava il limes (confine) meridionale dell’impero romano. Ma Roma era distante quasi 2000 miglia. Collegamenti e rifornimenti richiedevano tempi lunghi e innegabili difficoltà logistiche. Così i legionari romani e le loro famiglie organizzarono gli insediamenti per garantirsi una certa autonomia logistica. Ed è proprio per capire meglio l’organizzazione di questi insediamenti che Corinna Rossi, laureata in Architettura a Napoli e specializzata in Egittologia a Cambridge, ha ideato il progetto Living In a Fringe Environment (L.I.F.E.). L’eccellenza scientifica della ricercatrice e del suo progetto ha convinto il Consiglio europeo della Ricerca (Erc) ad assegnare proprio a Rossi e al suo Life un Erc Consolidator Grant di 2 milioni di euro per la durata di cinque anni. È la prima volta che la ricerca italiana si aggiudica il Grant Erc europeo in archeologia. Per lo sviluppo del suo progetto Life, Corinna Rossi ha scelto il Politecnico di Milano mentre Partner Institution sarà l’università di Napoli Federico II.

Corinna Rossi con Maurizio Zulian e autorità egiziane sul sito di Umm al-Dabadib

Corinna Rossi con Maurizio Zulian e autorità egiziane sul sito di Umm al-Dabadib

Logo della missione italo-egiziana 2016 a Umm al-Dabadib del progetto Life

Logo della missione italo-egiziana 2016 a Umm al-Dabadib per il progetto Life

Il progetto si propone dunque di studiare gli insediamenti archeologici Tardo Romani ai confini delle zone desertiche per ricostruire la strategia utilizzata dall’Impero Romano nello sfruttamento e nella gestione delle sue frontiere. La ricerca inizierà ufficialmente il 1° luglio 2016 e i primi passi saranno l’organizzazione del complesso scavo archeologico che aprirà nel 2017 e la creazione di un database che dovrà contenere tutte le informazioni rilevate. Come “caso studio” è stato scelto Umm al-Dabadib, il sito meglio preservato tra quelli situati all’interno dell’Oasi di Kharga, in pieno deserto, a 700 chilometri a sud del Cairo, 250 chilometri ad ovest di Luxor e a 50 chilometri dal primo centro abitato, in ambiente remoto e duro.

Una veduta dell'oasi di Kharga, 700 chilometri a sud del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Una veduta dell’oasi di Kharga, 700 chilometri a sud del Cairo (foto Maurizio Zulian)

L'archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto "Living in a Fringe Environment" (Life)

L’archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto “Living in a Fringe Environment” (Life)

Per la ricercatrice, alternative all’Italia non sono state nemmeno considerate. «Il Politecnico di Milano e l’Università Federico II di Napoli”, sottolinea Rossi, “sono le uniche due istituzioni che contengono la combinazione giusta di expertise che servono per portare avanti il mio progetto. Anzi, si potrebbe anche dire il contrario: il progetto stesso è stato ideato sulla base di ciò che è possibile fare grazie a quello che le due istituzioni offrono in termini di competenze”. Tutti i siti Tardo Romani dell’Oasi di Kharga, spiegano al Politecnico, “condividono le stesse caratteristiche architettoniche e sono dotati di simili stanziamenti agricoli”. Kharga è una delle più grandi oasi del deserto occidentale egiziano. Occupa una grande depressione completamente disabitata posta a 700 km a sud del Cairo e a 250 km a ovest di Luxor. L’oasi di Kharga (dall’arabo “kharug”, cioè “uscita”) rappresentava un’importante punto di riferimento lungo le via carovaniere che, nell’antichità, attraversavano il deserto e che permettevano appunto di “uscire” ed entrare nel grande bacino dalla Valle del Nilo. La sua antica importanza strategica fu sfruttata in particolare dai romani, che installarono lungo la via del deserto un forte militare e vari insediamenti in ogni grande oasi. Umm al-Dabadib è una di queste, ed è stata scelta come caso di studio del progetto tutto italiano Life.

Traccia delle canalizzazioni realizzate nel Tardo impero romano per irrigare quest'area di deserto

Traccia delle canalizzazioni realizzate nel Tardo impero romano per irrigare quest’area di deserto a Umm al-Dabadib nell’oasi di Kharga

L'impressionante forte romano di Umm al-Dabadib che si staglia nel cielo per ben 12 metri (foto Maurizio Zulian)

L’impressionante forte romano di Umm al-Dabadib che si staglia nel cielo per ben 12 metri (foto Maurizio Zulian)

Lo studio di Umm al-Dabadib permetterà quindi la ricostruzione della strategia romana per il controllo delle vie del deserto che si incontravano in questa Oasi, e offrirà un importante contributo al dibattito sulla difesa dei confini dell’Impero nel periodo storico compreso tra Diocleziano e Costantino e oltre, fino al V secolo d.C. Umm al-Dabadib offre infatti la possibilità unica di studiare un sito Tardo Romano in ottime condizioni, lì sopravvivono in eccellente stato di conservazione sia l’insediamento fondato nel IV secolo d.C., sia l’intero sistema agricolo che rendeva possibile la vita di una grande comunità ai confini del mondo abitabile. “L’insediamento consiste di un forte centrale alto 12 metri, circondato da una massa solida di abitazioni su più livelli, servite da corridoi coperti e non da strade a cielo aperto; questo sistema permetteva agli abitanti di proteggersi efficacemente dal sole e dalla sabbia”, spiega l’egittologa Rossi. Il sistema agricolo consiste di 5 acquedotti sotterranei, lunghi ognuno tra i 2 e i 3 km, e di due più brevi, che portavano acqua a due grandi coltivazioni; il tracciato della centuriazione romana e i resti dei campi sono ancora visibili sulla superficie del deserto.

Il rilievo 3D del forte romano di Umm al-Dabadib realizzato dal 3D Survey Group del Politecnico di Milano

Il rilievo 3D del forte romano di Umm al-Dabadib realizzato dal 3D Survey Group del Politecnico di Milano

Il 3D Survey Group del Politecnico di Milano si occuperà del rilievo 3D delle rovine architettoniche dell’intero insediamento fortificato, svilupperà e sperimenterà nuove tecniche di rilievo da applicare in ambienti logisticamente complessi come il Deserto Occidentale Egiziano, e coordinerà lo scavo archeologico e l’elaborazione di tutti i dati raccolti. Il Centro Musa-Musei delle Scienze Agrarie della Federico II studierà invece l’imponente sistema agricolo che serviva il sito con analisi archeobotaniche, studio delle ceramiche, analisi delle immagini satellitari. Costruirà un modello dinamico dell’antico sistema agricolo, sulla base del quale verrà creata un’installazione multimediale permanente ai musei delle Scienze Agrarie, situati nella Reggia di Portici. Life proseguirà “con l’apertura di vari fronti di ricerca che coinvolgeranno un team italo-egiziano di specialisti in una decina di campi disciplinari diversi” informa ancora il Politecnico di Milano. Il progetto continuerà la collaborazione già iniziata con le istituzioni egiziane, che punta alla creazione di un Parco Naturale intorno al sito di Umm al-Dabadib e a supportare la richiesta egiziana di riconoscere l’Oasi di Kharga come Area Protetta Unesco.

L'archeologa Corinna Rossi discute con Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo Civico di Rovereto

L’archeologa Corinna Rossi discute con Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo Civico di Rovereto

E proprio a Umm al-Dabadib potrebbero incrociarsi gli interessi anche del museo civico di Rovereto che vanta un archivio fotografico unico e inestimabile dei siti del medio Egitto e l’unico protocollo d’intesa del Consiglio supremo delle Antichità dell’Egitto con un ente straniero attivo già dal 2004 con Zahi Hawass (aggiornato e ampliato nel 2015 dall’attuale segretario del Csa, Moustafa Ali Moustafa). Proprio il curatore del database e conservatore onorario per l’Egittologia del museo civico di Rovereto, Maurizio Zulian, in una recente missione all’oasi di Kharga con il responsabile della New Valley, Ahmed Ibrahim Baghat, ha preso contatto con Corinna Rossi per una più stretta futura collaborazione con il museo roveretano per eventuali produzioni di informazione scientifica.

“Nutrire l’impero”: nella mostra all’Ara Pacis di Roma si racconta la prima “globalizzazione dei consumi”, cosa e come mangiavano gli antichi romani e come si approvvigionavano

Le operazioni di carico e scarico di una nave romana di derrate alimentari

Le operazioni di carico e scarico di una nave romana di derrate alimentari

Il museo dell'Ara Pacis di Roma che ospita la mostra "Nutrire l'impero"

Il museo dell’Ara Pacis di Roma che ospita la mostra “Nutrire l’impero”

Cosa e come mangiavano gli antichi romani? Come trasportavano migliaia di tonnellate di provviste dai più remoti angoli della terra? Come facevano a farle risalire lungo il Tevere fin nel cuore della città? E come le conservavano durante tutto l’anno? A queste e a tante altre curiosità risponde la mostra “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei”, al museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 15 novembre 2015, che traccia un affresco complessivo sull’alimentazione nel mondo romano grazie a rari e prestigiosi reperti archeologici, plastici, apparati multimediali e ricostruzioni. L’esposizione, ideata in occasione di Expo 2015, è promossa dall’assessorato alla Cultura e al Turismo di Roma – soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dall’assessorato a Roma produttiva e Città Metropolitana e da Expo con la cura scientifica della soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e della soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, di nuovo insieme a 25 anni di distanza dalla fortunata esperienza della mostra “Riscoprire Pompei” (1993). L’ideazione e il coordinamento scientifico sono di Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini. Ricostruzioni multimediali e catalogo (con testi di C. Parisi Presicce, M. Osanna, E. Lo Cascio, F. Coarelli, P.Arnaud, C. Virlouvet, S. Keay, P. Braconi, C. Cerchiai, G. Stefani, M. Borgongino, M.P. Guidobaldi, A. Lagi) sono a cura di l’Erma di Bretschneider.

Pagnotte "carbonizzate" recuperate dagli scavi dell'area vesuviana, e in mostra all'Ara Pacis

Pagnotte “carbonizzate” recuperate dagli scavi dell’area vesuviana, e in mostra all’Ara Pacis

La mostra "Nutrire l'impero" illustra le origini della dieta mediterranea

La mostra “Nutrire l’impero” illustra le origini della dieta mediterranea

A seguito della pax romana, intorno al bacino del Mediterraneo si determinò quella che oggi chiameremmo la prima “globalizzazione dei consumi” con relativa “delocalizzazione della produzione” dei beni primari. In età imperiale i romani bevevano in grandi quantità vini prodotti in Gallia, a Creta e a Cipro, oppure, se ricchi, i costosi vini campani; consumavano olio che giungeva per mare dall’odierna Andalusia; amavano il miele greco e soprattutto il garum, il condimento che facevano venire dall’Africa, dall’Oriente mediterraneo, dal lontano Portogallo, ma anche dalla vicina Pompei. Ma, soprattutto, il pane che mangiavano ogni giorno era un prodotto d’importazione, fatto con grano trasportato via mare su grandi navi dall’Africa e dall’Egitto. “Nell’arco di tempo che va da Augusto a Costantino (27 a.C. – 337 d.C. )”, spiegano i curatori Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini, “Roma è stata una metropoli di circa 1 milione di abitanti, alla testa di un impero che, secondo le stime correnti, ne contava 50/60 milioni. Nessuna città raggiunse più questa grandezza fino alle soglie della rivoluzione industriale. Nutrire Roma, alimentare una tale concentrazione umana, soprattutto di grano, costituì un’ impresa di cui furono diretti responsabili gli imperatori. Facendosi carico dell’annona di Roma, ovvero del suo fabbisogno alimentare, il principe stabiliva un rapporto diretto e personale con il suo popolo. Soprattutto con i cittadini romani, maschi, adulti e residenti – la plebs urbana et romana, detta anche “plebe frumentaria” – che ogni mese ricevevano dallo stato, a titolo gratuito, 5 moggi di grano a testa, circa 35 Kg di frumento, una quantità che, trasformata in pane, risultava più che sufficiente per il sostentamento individuale. Si trattava – continuano – di un diritto/privilegio, a seconda dei punti di vista, del “popolo dominante”, riconosciuto ad un massimo di 200mila beneficiari, limite fissato da Augusto. Traducendo in cifre, vediamo che le sole distribuzioni gratuite di grano, le frumentationes, comportavano l’importazione di quantità di frumento oscillanti tra i 9 e i 12 milioni di moggi l’anno, vale a dire fino a 84mila tonnellate. Se poi si considera il rifornimento alimentare necessario all’intera città, la quantità di grano importata sale a cifre che gli storici, non concordi per carenza di fonti, stimano tra i 50 milioni di moggi, ovvero 350mila tonnellate, e i 60 milioni di moggi, ovvero 420mila tonnellate ogni anno. Alla fine della Repubblica il grano consumato a Roma veniva dall’Africa, dalla Sicilia e dalla Sardegna, come ricorda Cicerone. Le cose mutarono con la conquista dell’Egitto e la politica di espansione agricola che Roma attuò in Africa: durante l’alto impero, il tributo granario venne prodotto e pagato per 1/3 dall’Egitto e per i restanti 2/3 dall’Africa, soprattutto le province corrispondenti alle odierne Tunisia, Algeria e Libia. Il risultato – concludono – fu una produzione “delocalizzata” e monoculture estensive specializzate. Nonché forme di consumo che, forse per la prima volta nella storia, possiamo considerare “globalizzate”. Tutto ciò fu realizzato grazie all’efficienza della macchina amministrativa statale, che da una parte favoriva il libero commercio e dall’altra riscuoteva il grano quale imposta in natura (ma anche il vino, l’olio e altri alimenti), garantiva il suo trasporto su grandi navi mercantili che attraversavano il Mediterraneo, e ne seguiva il percorso fino ai monumentali magazzini (gli horrea) del grande Emporium romano, nell’odierno quartiere di Testaccio”.

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all'interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all’interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto

Una nave oneraria romana (Scala 1/11) dal museo dell'Olivo e dell'Olio di Torgiano

Una nave oneraria romana (Scala 1/11) dal museo dell’Olivo e dell’Olio di Torgiano

La mostra "Nutrire l'impero" chiuderà il 15 novembre

La mostra “Nutrire l’impero” chiuderà il 15 novembre

Il percorso espositivo ripercorre le soluzioni adottate dai romani per il rifornimento e la distribuzione del cibo, con i mezzi di trasporto via terra e soprattutto lungo le rotte marine. Si affrontano, inoltre, i temi della distribuzione “di massa” e del consumo alimentare nei diversi ceti sociali in due luoghi per molti versi emblematici: Roma, la più vasta e popolosa metropoli dell’antichità, e l’area vesuviana, con particolare riguardo a Pompei, Ercolano e Oplontis, fiorenti centri campani. Il visitatore è introdotto al tema del movimento delle merci da una grande carta del Mediterraneo realizzata con tecnica cinematografica. Qui si animeranno i principali flussi alimentari dei beni a lunga conservazione – grano, olio, vino e garum – e si visualizzano le rotte marine dai porti più grandi del Mediterraneo, Alessandria e Cartagine. In questa prima sezione è anche affrontato il problema della lavorazione degli alimenti primari, della loro confezione in anfore caratteristiche per ogni prodotto, dell’immagazzinamento e della distribuzione del cibo. “Diversamente dagli alimenti solidi, come il grano, il trasporto delle derrate liquide o semiliquide come il vino, l’olio e le salse di pesce, è affidato a contenitori in terracotta, spiegano ancora Parisi Presicce e Rossini, “in particolare alle anfore (dal termine greco amphìphèro, porto da entrambe le parti, riferito alle due anse dei contenitori). Questo genere di recipienti rappresenta il mezzo più efficace per garantire la conservazione e la spedizione di grandi quantitativi di merci per via marittima o fluviale. Nelle navi lo stivaggio delle anfore avveniva impilandole le une sulle altre con un sistema “a scacchiera”, in modo che quelle dello strato superiore si inserissero fra tre colli delle anfore sottostanti. I contenitori si adeguavano alla forma della carena e venivano fissati e protetti dagli urti con ramaglie di ginepro, di erica, giunchi, paglia ed altro. Le anfore venivano fabbricate nelle regioni di produzione delle merci, con forme diverse a seconda della provenienza, della cronologia e del contenuto. In età romana circolavano in tutto il Mediterraneo, spingendosi fino alla Britannia e al Bosforo, testimoniando l’unificazione commerciale, oltre che politica, dell’impero”.

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell'Università di Southampton

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell’Università di Southampton

Un set di piatti e stoviglie usato dagli antichi romani in mostra all'Ara Pacis

Un set di piatti e stoviglie usato dagli antichi romani in mostra all’Ara Pacis

Nella seconda sezione le merci arrivano a Roma e a Pompei attraverso i porti di Pozzuoli e di Ostia. Qui è presentata la ricostruzione in grafica digitale del porto di Traiano, con i risultati inediti degli scavi recentissimi condotti dalla soprintendenza di Ostia e dall’Università di Southampton per la ricostruzione del complesso portuale romano. Chiude questa parte della mostra il tema della grande distribuzione gratuita dei beni principali di sostentamento ai cittadini romani adulti, la plebe urbana e romana alla quale era riconosciuto un privilegio unico: quello di condividere i beni della conquista, dapprima solo grano, ma dal III secolo d.C. anche olio, vino e carne. “Nell’anno 42 l’imperatore Claudio – ricordano i curatori – volle dare a Roma un porto alla sua altezza, che ovviasse alla complicata logistica dei trasporti da Pozzuoli. Diede perciò il via alla realizzazione di un’imponente “opera pubblica”, forse la più grande del tempo. Il Porto di Claudio fu scavato 3 km a nord di Ostia, in parte nella terra ferma, in parte chiudendo un bacino di 200 ettari con due moli convergenti. L’ingresso era segnalato da un faro paragonabile per dimensioni a quello di Alessandria d’Egitto. Ma si vide che la stessa vastità del bacino ne minacciava la sicurezza e le correnti che portavano il limo dalla foce del Tevere al nuovo porto ne provocavano l’insabbiamento. Fu Traiano a ridisegnare, tra il 100 e il 113 d.C., l’assetto definitivo del porto di Claudio, inaugurato appena quarant’anni prima, aggiungendo un bacino esagonale interno. Traiano faceva anche scavare un nuovo canale largo 40 metri, il Canale Romano, che univa il suo bacino esagonale al canale di Fiumicino e quindi al Tevere”.

Cibo di strada: in un rilievo l'attività di un Thermopolium, la tavola calda degli antichi romani

Cibo di strada: in un rilievo l’attività di un Thermopolium, la tavola calda degli antichi romani

Un braciere proveniente da Pompei esposto alla mostra "Nutrire l'impero"

Un braciere proveniente da Pompei esposto alla mostra “Nutrire l’impero”

La terza sezione illustra il consumo delle merci e dei prodotti alimentari che poteva avvenire sia in luoghi pubblici, come le popinae e i thermopolia, gli antichi “bar” o “tavole calde” in cui romani e pompeiani consumavano il “cibo di strada”, sia nei raffinati triclinia (sale da pranzo in cui i commensali mangiavano stando semidistesi su tipici lettini da banchetto) del ceto abbiente. Esposizioni di resti di cibo da Ercolano aiuterano a comprendere la qualità dei consumi in un ricco centro campano. Grazie al contributo scientifico e ai prestiti provenienti da Pompei, Ercolano e Oplontis, è possibile ammirare corredi da tavola provenienti sia da contesti di estrema ricchezza – come il cosiddetto “tesoro di Moregine”, un completo da tavola in argento di ritorno da cinque anni di esposizione al Metropolitan Museum di New York – sia raffinate suppellettili in ceramica, in vetro e in bronzo, sia infine il vasellame utilizzato in contesti quotidiani più popolari. Sono proprio i curatori a ricostruire l’eccezionale ritrovamento.

In mostra all'Ara Pacis gli argenti dell'eccezionale tesoro di Moregine, nel comune di Pompei

In mostra all’Ara Pacis gli argenti dell’eccezionale tesoro di Moregine, nel comune di Pompei

“Nell’ottobre del 2000, durante la realizzazione della terza corsia dell’autostrada A3, in località Moregine, nel comune di Pompei, è stata rinvenuta una gerla di vimini. Si trovava in una latrina posta nell’area di passaggio tra il nucleo neroniano di un edificio e le sue terme. La gerla appariva riposta da qualche fuggitivo, nelle ore convulse che precedettero l’eruzione, sotto altri oggetti di uso comune. Era ben conservata, chiusa da un coperchio e ricolma di terra e cenere compattata. Portata in laboratorio fu oggetto di analisi radiografiche quindi svuotata con un’operazione di microscavo. Al suo interno, stipato con accuratezza, un piccolo ma completo servizio di argenti da tavola di 20 pezzi: è infatti rappresentato sia l’argento da portata (escarium) che quello per i liquidi (potorium). I pezzi erano riposti impilati, in modo da sfruttare al massimo lo spazio disponibile e forse avvolti in un panno, così da rivelarsi in ottimo stato di conservazione, fatta eccezione per la lanx usata come contro chiusura della gerla. Con un peso complessivo di 3850 grammi, il servizio rappresenta l’ultimo del genere rinvenuto in area vesuviana. I grafiti sul fondo degli argenti ci restituiscono, tra altre informazioni, il nome del proprietario: Erastus (Erasti sum). La maggior parte dei pezzi sembra databile all’età augustea, mentre i due canthari e la lanx paiono attribuibili ad un periodo antecedente: essi potrebbero rappresentare l’argentum vetus di famiglia”.

Coppe e brocchetta in vetro blu provenienti da Ercolano

Coppe e brocchetta in vetro blu provenienti da Ercolano

Due approfondimenti concludono la mostra: uno dedicato ai diversi alimenti consumati in epoca romana con la loro diffusione e il relativo prezzo (esemplificato dalla preziosa testimonianza dell’Edictum de pretiis rerum venalium dell’imperatore Diocleziano, il più famoso dei “calmieri” dell’antichità) e uno dedicato alla “filosofia del banchetto”, laddove l’amore profondo per la vita e la festa alimentare che la celebra si mescola con la malinconica consapevolezza della fugacità di ogni piacere.

Patto Comune di Roma-Fai per la valorizzazione della villa di Massenzio sulla via Appia, con il grande circo e il Mausoleo di Romolo

La villa di Massenzio lungo la via Appia antica a Rona: ogni anno 100mila visitatori

La villa di Massenzio lungo la via Appia antica a Rona: ogni anno 100mila visitatori

La villa di Massenzio è una villa imperiale di Roma, costruita dall’imperatore romano Massenzio. Il complesso si trova tra il secondo e terzo miglio della via Appia antica, ed è costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo di Massenzio e il mausoleo dinastico, progettati in una inscindibile unità architettonica per celebrare Massenzio. Dal 2008 la Villa di Massenzio fa parte del sistema dei “Musei in Comune”. Da dicembre 2012 il sito fa parte del progetto “Aperti per Voi” del Touring Club Italiano dove decine di volontari si alternano per accogliere i visitatori, il cui numero è in costante crescita anche grazie all’accesso gratuito entrato in vigore da fine agosto 2014. Oggi con i suoi 100mila visitatori l’anno è il sito più visitato tra gli otto musei aperti gratuitamente dal Comune di Roma. Ma si può e si vuole fare di più. Di qui l’accordo proprio tra Comune di Roma e Fondo per l’Ambiente Italiano per studiare un futuro di valorizzazione della Villa di Massenzio. Amministrazione comunale e Fai, ha annunciato l’assessore alla cultura Giovanna Marinelli, “hanno siglato un protocollo con il quale si istituisce un tavolo tecnico. Obiettivo, trovare una soluzione tecnico giuridica compatibile con la legge per un partenariato pubblico privato per la Villa di Massenzio. Con questo tavolo diamo il via a uno studio che speriamo ci porti presto a una soluzione concreta”.

Gli imponenti resti della villa di Massenzio con il palazzo, il circo e il mausoleo dinastico

Gli imponenti resti della villa di Massenzio con il palazzo, il circo e il mausoleo dinastico

L'articolata planimetria della villa di Massenzio sulla via Appia

L’articolata planimetria della villa di Massenzio sulla via Appia

I resti delle costruzioni massenziane si configurano come l’ultimo atto della trasformazione di una originaria villa rustica repubblicana (II secolo a.C.) costruita in posizione scenografica sul declivio di una collina rivolta verso i Colli Albani. All’età giulio-claudia appartengono i due ninfei orientati verso la via Appia, a uno dei quali – ancora visibile e recentemente riscavato – si addossò molto più tardi un casale. Nel II secolo poi la villa subì una radicale trasformazione ad opera di Erode Attico che la inglobò nel suo Pago Triopio. La proprietà passò poi nel demanio imperiale, e fu a questo punto che, all’inizio del IV secolo, Massenzio vi fece costruire la villa, il circo e il mausoleo di famiglia, nel quale fu deposto (forse per primo) il figlio Valerio Romolo morto adolescente. La sconfitta di Massenzio a opera di Costantino determinò probabilmente il precoce abbandono dell’impianto (si pensa che l’ippodromo non sia stato neppure mai usato, da Massenzio), e il fondo passò nel Patrimonium Appiae (citato già al tempo di Gregorio Magno (alla fine del VI secolo) tra i patrimonia ecclesiastici). La grande tenuta passò poi ai Conti di Tuscolo, poi ai Cenci, poi ai Mattei ai quali si riferiscono i primi scavi, nel XVI secolo.

Il cosiddetto mausoleo di Romolo dove sarebbe stato sepolto Valerio Romolo, figlio di Massenzio

Il cosiddetto mausoleo di Romolo dove sarebbe stato sepolto Valerio Romolo, figlio di Massenzio

Il monumento più noto di tutto il complesso è il Circo di Massenzio, l’unico dei circhi romani ancora ben conservato in tutte le sue componenti architettoniche. All’interno di un quadriportico allineato sulla via Appia antica, si erge il mausoleo dinastico, noto anche come “tomba di Romolo” dal nome di Valerio Romolo, giovane figlio dell’imperatore che qui fu presumibilmente sepolto. Il fascino del sito archeologico e in particolare del grandissimo circo entusiasma il vicepresidente esecutivo del Fai Marco Magnifico, che sottolinea: “La villa di Massenzio è un luogo enorme, ricco di paesaggio, di storia, di archeologia, dove c’è ancora tanto da scavare e dove bisogna intervenire naturalmente mettendo le ragioni della tutela al primo posto. Ma che va rivisto a nostro avviso in modo anche un po’ ludico, soprattutto il circo. Il sindaco Marino ci ha chiamati e noi abbiamo delle idee, che sono sostanzialmente delle idee di buon senso, come quella di raccontare al visitatore la vita in un circo dell’antichità e di farlo in qualche modo rivivere, non più con le gare di bighe, magari con una gara di sacchi o altro, puntando a informare con intelligenza e insieme anche divertire”. Certo, ammette, il progetto è ancora tutto da scrivere. Al momento la priorità è trovare un modo per immaginare una partnership tra comune e Fai rimanendo nel perimetro delle leggi attuali. Magnifico però è speranzoso, “potremmo far crescere i visitatori dagli attuali 100mila a 2 anche 300mila”, dice. Ottimista il vice presidente Fai, anche per quanto riguarda i finanziamenti: “Siamo convinti di poter trovare soldi in Usa dove abbiamo molti sostenitori”.

Pellegrini “Sulle vie della fede”: in occasione del viaggio-pellegrinaggio di Papa Francesco in Terra Santa su Tv 2000 il documentario di Alberto Castellani tra storia, tradizione, archeologia e spiritualità

Il regista Alberto Castellani sul set della serie tv "Sulle vie della fede"

Il regista Alberto Castellani sul set della serie tv “Sulle vie della fede”

Papa Francesco è impegnato nel viaggio-pellegrinaggio in Terrasanta sulle orme di Paolo VI

Papa Francesco è impegnato nel viaggio-pellegrinaggio in Terrasanta sulle orme di Paolo VI

Pellegrini “Sulle vie della fede”. Oggi come ieri. Così nel giorno che Papa Francesco inizia il suo “storico” viaggio in Terra Santa tra Giordania Palestina e Israele, il canale satellitare TV 2000 propone questa sera (sabato 24) e domani sera (domenica 25) alle 21 la serie di documentari “Sulla via della fede”, appunto, prodotta dal regista veneziano Alberto Castellani, attivo nel settore della comunicazione audiovisiva, con particolari interessi su tematiche storiche, archeologiche e multiconfessionali. “Sta scritto – spiega il regista – che ci sono gesti dell’uomo che, in un variare di forme, si ripetono. Testimoniano qualche cosa che perdura, che segna indelebilmente l’ambiente: qualcosa di affermato, sostenuto e trasmesso di generazione in generazione come patrimonio irrinunciabile. Ad essi l’uomo non rinuncia. Perché in essi l’uomo riesce a comprendere sé stesso e vede svelato e realizzato il significato della sua esistenza. Tra questi “gesti” vi è il pellegrinaggio. Che è un viaggio, ma non un viaggio qualunque”. E proprio il viaggio di Papa Francesco ne è una prova tangibile.

Pellegrinaggi ieri e oggi: nel Medioevo pellegrini al Santo Sepolcro in Terra Santa

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Pellegrinaggi ieri e oggi: pellegrini moderni percorrono la Via Dolorosa a Gerusalemme

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“Sulle vie della fede” recupera la dimensione umana e religiosa del pellegrino di ieri e di oggi. È un viaggio percorso ai nostri giorni, per ritrovare lo spirito di ieri: un progetto di vita che attraversa la storia dell’uomo. L’occasione per riscoprire tracce di lontani itinerari, quel che resta di abbazie nascoste, di modesti luoghi di ristoro, di antichi ospedali, di semplici cappelle votive. Per prendere coscienza e idealmente condividere una quotidianità che il pellegrino di un tempo decideva di affrontare con un briciolo di follia. Un cammino quasi sempre ostile per ambienti avversi, variare di stagioni, esplodere di guerre e di epidemie, presenze di briganti o di feudatari dispotici. Vicende in cui possono convivere, come per ogni storia dell’uomo, gioie e dolori, disagi e gratificazioni, coraggio e debolezze, fede e credenze.

Gerusalemme, la Città Santa, è da secoli meta privilegiata dei pellegrinaggi

Gerusalemme, la Città Santa, è da secoli meta privilegiata dei pellegrinaggi

“Sulle vie della fede” diventa così un lungo racconto alla scoperta di un fenomeno che affonda le sue radici in quelle della storia più lontana a contatto con i pellegrinaggi dell’Egitto faraonico, della cultura mesopotamica, del popolo di Israele, dei misteri di Atene ed Eleusi, del mondo islamico e dell’estremo oriente, fino alle cronache dei primi pellegrini cristiani che cominciarono a frequentare, già nel terzo secolo, la terra di Palestina dove Gesù visse e svolse il suo ministero di predicazione e di amore. “Ho voluto comprendere – spiega Castellani – il desiderio di conoscenza che spinse la pellegrina Elena, madre dell’imperatore Costantino, a riscoprire i luoghi santi cristiani. Il perché, ad esempio, di quella sete di esperienza che indusse un’altra viaggiatrice, Egeria, ad attraversare le terre del Medio Oriente dal Sinai a Costantinopoli, a Gerusalemme”. Un “andare” destinato a diventare non più episodico ma fenomeno di massa vissuto dal pellegrino medievale.

Il regista Alberto Castellani con il film "Sulle vie della fede" ha ripercorso gli itinerari dei pellegrini

Il regista Alberto Castellani con il film “Sulle vie della fede” ha ripercorso gli itinerari dei pellegrini

Castellani, per il suo programma, ha coinvolto un pool di esperti. Danilo Mazzoleni, decano del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana in Roma, come consulente soprattutto del pellegrinaggio che ha come itinerario finale Roma. Marina Montesano, docente di Istituzioni medievali e Storia medievale alle università di Genova e S. Raffaele di Milano ha suggerito alla regia itinerari e luoghi che avevano come destinazione Gerusalemme e Santiago di Compostela. Don Gianmatteo Caputo, architetto e consulente per la Cei dell’Ufficio Nazionale dei Beni Culturali nonché direttore Museo Diocesano d’Arte Sacra di Venezia, ha fornito il suo contributo soprattutto per quanto concerne il ruolo di Venezia, scalo fondamentale del pellegrinaggio medioevale. A questi consulenti si sono aggiunti poi i contributi di don Giorgio Maschio, della Facoltà Teologica del Triveneto, e di Maurizio del Maschio, studioso del dialogo interreligioso e conoscitore delle località della Terra Santa, anche quelle meno frequentate, che saranno visitate dalla troupe e di altri esperti appartenenti al mondo ebraico, islamico e dell’estremo oriente. “Roma, Venezia, Gerusalemme e più tardi Santiago di Compostela divengono così tappe codificate per il Cristiano itinerante”, conclude Castellani. “Un’esperienza mantenutasi nei secoli, testimoniata oggi da schiere di fedeli che con altri mezzi ma con simile spirito percorrono le stesse vie: le “vie della fede”, come suggerisce il titolo del programma.