Archivio tag | I Lapilli del Parco archeologico di Ercolano

“Lapilli sotto la cenere”: nella terza clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Sirano ci porta a scoprire i preziosi legni (mobili e arredi) ritrovati nell’antica Herculaneum e conservati nei depositi-laboratori dove sono studiati e restaurati

Nella terza clip dei “Lapilli sotto la cenere del parco archeologico di Ercolano” il direttore Francesco Sirano ci accompagna eccezionalmente alla scoperta di alcuni reperti che ancora oggi riescono ad emozionare: sono i legni ritrovati nella città antica, una testimonianza importante che ha aiutato gli studiosi a comprendere le diverse tecniche di lavorazione e l’estetica degli ornamenti ebanistici dei complementi di arredo delle domus. “Le modalità di seppellimento della città antica”, spiega Sirano, “hanno fatto conservare il materiale organico il cui aspetto è leggermente mutato, ha preso una forma carbonizzata, ma è perfettamente riconoscibile”. Uno dei reperti più importanti che non manca ancora oggi di emozionare è la culla dalla casa di Graniano. “Fu trovata con i resti di un materassino e adagiato lo scheletro del bambino. Un salto nel tempo che ci riporta direttamente al 79 d.C. e alla tragedia che imperversò Ercolano”. Le case di Ercolano avevano arredi di ogni genere: andiamo dagli sgabelli addirittura con l’impiallacciatura in legno di rosa, a tavolini con le zampe configurate. “Interessantissimo un armadio larario, un mobile composto in due parti: sopra abbiamo un vero e proprio piccolo tabernacolo all’interno del quale c’erano delle statuette di culto di divinità a cui quella famiglia era devota; e nella parte bassa un armadio dove erano deposti degli utensili che servivano per la vita di tutti i giorni. Si può notare in particolare la splendida ricostruzione fatta da Maiuri che poteva contare su degli operai, anche ebanisti, di eccezionale capacità che hanno ricostruito perfettamente questo mobilio. Infatti non ci dimentichiamo che i mobili si trovavano tutti all’interno del flusso piroclastico. Era davvero complicato già solo riconoscerli e poi riuscire a tirarli fuori da questa massa di fango che li inglobava”. Ritrovate anche delle cassapanche o addirittura delle panchine dove ci si poteva sedere, e ben tredici letti. “Uno dei letti meglio conservati ha una spalliera alta tutta decorata, anche questo in legno di rosa con impiallacciatura che fa dei disegni geometrici. La rete è in legno. Su questa veniva adagiato il materasso”. I materiali organici ritrovati sono dei materiali estremamente delicati, hanno bisogno di essere conservati in un ambiente climatizzato e inoltre di continua manutenzione.

Elemento del soffitto in legno del salone delle feste della Casa del Rilievo di Telefo di Ercolano (foto Paerco)

Oltre ai mobili a Ercolano sono stati ritrovati anche complementi di arredo. Eccezionali durante gli scavi effettuati in collaborazione con l’Herculaneum Conservation Project e con il finanziamento della fondazione Packard sono i resti di un soffitto che decorava il salone delle feste della Casa del Rilievo di Telefo. “Il legno in questo caso – continua Sirano – ha mantenuto il suo aspetto di legno vivo perché è stato ritrovato in un ambiente umido. Ma non solo: si può vedere come si sono conservati i colori. E inoltre è stato particolarmente interessante l’aver potuto ricostruire la tecnica degli incastri che venivano utilizzati da questi sapientissimi artigiani che hanno creato un vero e proprio capolavoro nella casa di Marco Nonio Balbo che era uno dei personaggi più importanti di Ercolano antica”. Elisabetta Canna, restauratore del parco archeologico di Ercolano: “Il restauro di questo reperto, come degli altri 75 pezzi del soffitto della Casa del Rilievo di Telefo, è iniziato molti anni fa, perché la fase preliminare all’intervento è stata una fase di studio e ricerca, proprio perché il legno bagnato e ritrovato a Ercolano è di estrema rarità. Conclusa la fase di studio nella quale si è indagata anche la natura del legno, ed è venuto fuori essere un abete bianco, e la natura dei colori delle ocre stese con un legante organico, una proteina, una tempera all’uovo, si è potuto mettere a punto un intervento di conservazione, un consolidamento con degli zuccheri, elementi compatibili con il materiale originale. E poi una seconda fase di restauro estetico della superficie che ha visto l’utilizzo del laser come elemento fondamentale per recuperare le cromie originali dal materiale di scavo che era rimasto incrostato sulle superfici”.

Elementi di mobili in legno con placche in avorio ritrovati nella Villa dei Papiri di Ercolano (foto Paerco)

Tra gli oggetti più sbalorditivi ritrovati nel corso degli scavi alla villa dei Papiri da Maria Paola Guidobaldi ci sono dei mobili di legno. Le analisi hanno rivelato che si tratta di legno di frassino e questi mobili erano rivestiti con placche di avorio in parte lavorate a rilievo. Durante la documentazione preliminare sono stati effettuati una serie di disegni accurati e un modello 3D che ha permesso di recuperare una copia perfettamente uguale all’originale stampata con laser scanner in maniera da poter manipolare facilmente questi pezzi che altrimenti non avremmo potuto toccare data la delicatezza. “In questa maniera si è cercato di ricostruire gli assemblaggi delle varie parti che formavano questo mobile. Si può vedere l’incastro sulla zampa leonina che era la base di un mobile che oggi sappiamo essere identificato con il sostegno di un bacino, un sostegno a treppiedi, un tripode che aveva in alto un coronamento al di sopra del quale dobbiamo immaginare un bacino. Sulla base del numero di frammenti si sono ipotizzati almeno tre tripodi, tre vasi di sostegno che in base alla decorazione dovevano avere un significato anche rituale. Infatti notiamo che tutto gira intorno al mondo di Dioniso: si riconosce il dio e personaggi del suo corteggio. Ed eccezionali sono le scene di sacrificio che avvengono sui pezzi che sostenevano il vero e proprio bacino. Qui infatti abbiamo una scena dove si vedono proprio delle persone che stanno compiendo un sacrificio incruento davanti a una statua del dio Priapo”.

Parco archeologico di Ercolano: dopo il successo di “Lapilli del Parco” parte una nova iniziativa on-line “Lapilli sotto la cenere” alla scoperta dei tesori nascosti dell’antica Herculaneum

La magia del sito archeologico di Ercolano dominato dal Vesuvio (foto Paerco)

Dopo il grande successo di “Lapilli”, di cui archeologiavocidalpassato.com ha dato ampia diffusione,, il Parco Archeologico di Ercolano si trova alla virata di boa con passaggio aduna nuova fase: dai “Lapilli del Parco”, che hanno costituito un momento di virtualizzazione della visita, quando essa era negata dalle circostanze di chiusura al pubblico – per i quali i risultati sono stati travolgenti – ai “Lapilli sotto la cenere”, alla scoperta dei tesori nascosti del Parco. La nuova fase degli approfondimenti condotti sul sito dal direttore, esperti e personale specializzato, parte il 5 agosto 2020. Ora che il Parco è nuovamente aperto, il digitale viene ancora una volta riformulato e arricchito di nuove valenze e il programma “Lapilli” si rinnova portando alla rivelazione di siti inesplorati dal pubblico, dalle domus oggetto di restauro ai depositi del Parco, vera fonte di ispirazione e luogo dove maturano conoscenze e si scoprono sempre nuove storie. Spiegazioni, approfondimenti, curiosità da parte del direttore e dei funzionari del Parco, interventi di esperti, ricostruzioni “Herculaneum 3D Scan”, a cura dell’Herculaneum Conservation Project, ma anche una serie specifica dedicata alla figura di Ercole, come eroe che unisce la città antica e quella moderna, che continueranno, in un appuntamento settimanale, a illustrare, intrattenere e arricchire la conoscenza del Parco di Ercolano.

Francesco Sirano direttore del parco archeologico di Ercolano (foto Paerco)

“Con i “Lapilli sotto la cenere” la visita digitale integra quella reale”, interviene il direttore Francesco Sirano, “ampliando ulteriormente la fruizione dei visitatori portandoli anche a esplorare realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili. Il format ripropone le modalità oramai care alla community che ogni settimana si ritrova sui canali social del Parco come in una piazza virtuale, commentando i contenuti e scambiandosi opinioni e idee. E nei prossimi mesi l’offerta digitale sarà arricchita e diversificata grazie ai progetti su cui stiamo lavorando da tempo insieme all’Herculaneum Conservation Project con il sostegno sia della Fondazione Packard sia delle istituzioni pubbliche grazie alle quali il Parco non solo partecipa al progetto della Regione Campania “Move to cloud”, ma soprattutto ha ricevuto un importante finanziamento del MiBACT nell’ambito dei fondi europei per il Museo Digitale dell’Antica Herculaneum”.

 

Jane Thompson, manager dell’HCP per le fondazioni Packard

“Siamo felici di essere parte di questo importante processo di cambiamento nel rapporto tra pubblico e Parco archeologico di Ercolano”, dichiara Jane Thompson, Project mangaer dell’Herculaneum Conservation Project. “Sono sempre più evidenti i benefici che l’adozione di strumenti tecnologici possono apportare nella vita degli istituti culturali, a partire dalle pratiche di conservazione e restauro fino ad arrivare alle attività di comunicazione e valorizzazione online e on-site. Questi strumenti aprono la possibilità di stimolare una partecipazione attiva del pubblico che diventa parte essenziale dell’esperienza di visita e, inoltre, offrono la possibilità, anche insieme ad altri progetti che stiamo portando avanti con il Parco Archeologico, oltre ad Herculaneum 3D, di un reale impatto in termini di promozione dell’inclusione sociale, offrendo una possibilità di accesso su più ampia scala e con minori costi da sostenere per il visitatore”.

Con l’avanzare dell’estate aumentano inoltre i visitatori al sito e il Parco Archeologico si adegua al nuovo flusso, aumentando a 50 il numero massimo di persone per fascia oraria. Il biglietto di ingresso è acquistabile on-line sul sito www.ticketone.it e presso la biglietteria del Parco. Al fine di permettere un fluido contingentamento degli ingressi al sito, nel rispetto della vigente normativa anti-covid, al momento dell’acquisto il visitatore sceglie la fascia oraria di ingresso, prevista ogni 15 minuti per un massimo di 50 persone per turno. “Intanto al Parco si tirano le somme della crescita del pubblico social del sito”, aggiunge Sirano. “Molto forte l’incremento nei mesi del lockdown. Durante questi mesi abbiamo rivoluzionato il nostro modo di lavorare con grandi risultati per Ercolano: per questo la scelta di continuare ad arricchire i contenuti virtuali per appassionare sempre di più il nostro pubblico e continuare a intessere i nodi per formare una rete di contatti, di relazioni, di contenuti, di passione”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 19.ma clip il direttore Sirano ci porta nella Casa dello Scheletro dove si ammira un prezioso larario recentemente restaurato

Un meraviglioso larario recentemente restaurato e un struttura molto particolare sono le caratteristiche principali della Casa dello Scheletro, raccontate dalla nostra guida d’eccezione nell’ultima clip, la 19.ma, dei Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano, il direttore Francesco Sirano. Un tappeto di tessere marmoree ci accompagna all’interno della Casa dello Scheletro. Fu scavata nel 1831 e fu chiamata con questo nome perché era molto raro a quell’epoca ritrovare degli scheletri. Il rinvenimento di un ercolanese che non era riuscito a fuggire fece scalpore e diede il nome alla casa. “La dimora come la troviamo”, spiega Sirano, “è esito di una serie di vicende che hanno fatto sì che la conservazione di questa parte dell’atrio non sia molto buona, perché appunto molti materiali furono recuperati e riutilizzati durante gli scavi borbonici. Il pavimento originario era di marmo”. La Casa dello Scheletro è molto complessa perché nasce dall’unione di due, o tre addirittura, abitazioni più piccoline con una serie di ambienti che si aprono intorno all’atrio dove scale conducevano al piano di sopra. “Infatti vediamo i resti del secondo piano che accompagnava l’intera superficie della casa, quindi raddoppiandola. Se ci infiliamo verso le zone più interne della casa andiamo a incontrare alcuni ambienti residenziali che dovevano essere aree più appartate e che non erano prive di ambienti che servivano per attività domestiche, come queste vasche che dovevano far parte evidentemente di attività che si svolgevano all’interno della casa. Mentre, attraverso un’anticamera, ci si trova di fronte a due ambienti, uno dei quali era chiaramente un cubiculo, dove c’è proprio la presenza del basamento per inserire un letto, col suo pavimento di mosaico bianconero e, interessantissima, la firma dello scultore Canar, uno dei protagonisti degli scavi e dei restauri borbonici”.

L’atrio della Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

La decorazione di IV stile dell’oecus della Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

“Sull’atrio apriva anche il tablino, l’ufficio del padrone di casa. E qui notiamo la presenza del negativo delle tessere di marmo che decoravano il pavimento e sono state strappate al momento della scoperta tranne alcuni frammenti che vediamo conservati fatti di ardesia e di altri marmi preziosi. Su questo tablino si apre una grande finestra dalla quale si può dare un primo scorcio sulla oecus,  cioè questo grande ambiente di rappresentanza, una sorta di sala delle feste, che costituiva l’ambiente principale di questa casa. Aveva sul fondo una parete curva absidata e il pavimento era formato da marmi bianchi, neri e da altri marmi colorati: in particolare notiamo la presenza del giallo antico. Attraverso uno stretto corridoio si va nell’oecus, e alla nostra destra si apre un ambiente di disimpegno utilizzato anche per collocare dei letti probabilmente, perché vediamo come il tessuto del pavimento, sempre di marmo, marmi preziosi (qui c’è un’antologia dei marmi del Mediterraneo), cambia la sua forma e lì si poteva incassare un lettino. E dall’altro lato si apre il vero e proprio ambiente dove si poteva soggiornare. Attraverso questa suite quindi di ambienti tutti sontuosi arriviamo al grande oecus, il salone delle feste, con una splendida decorazione di IV stile alle pareti”.

Il cortile con la decorazione a giardino nella Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

“L’oecus riceveva aria e luce attraverso un piccolo cortile che aveva sulla sommità una grata di metallo ancora oggi conservata. Questa serviva a proteggere da eventuali intrusi, forse volatili, forse anche qualche ladro che voleva entrare in casa. Sulla parete abbiamo il decoro che conosciamo molto bene di giardino, un giardino complesso che presenta una parte più coltivata e una parte più selvaggia al di là dello steccato con una serie di arredi e soprattutto uccelli e piante che in parte riconosciamo come il corbezzolo”.

Il larario con la maschera gorgonica nella Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

“Al centro abbiamo questo piccolo larario che è una vera e propria gemma per questa casa. Ai suoi piedi ci doveva essere un piccolo bacino d’acqua e in questo ambiente, quindi fresco d’estate, troneggiava il larario che ha la forma di un piccolo tempietto completamente decorato da tessere di marmo e da tessere di mosaico di varia natura, dove il colore azzurro ed era uno dei materiali più preziosi che costava di più sul mercato, è ampiamente utilizzato, così come le conchiglie, che abbiamo imparato a conoscere in tanti altri piccoli ninfei della zona di Ercolano e dell’area vesuviano in generale. Molto interessante è sul fondo di questo larario la presenza di una sorta di maschera gorgonica, questa una Gorgone buona che sorge da un cespo di acanto una pianta tipica del Mediterraneo, molto amata nell’arte greca e romana e che questa volta non portava i segni della terrificante Gorgone del mito greco, ma è una Gorgone che oramai portava anche questa gioia, fermava i momenti belli che qui dovevano svolgersi”.

Il cortile Nord con ninfeo nella Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Il ninfeo della Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Le zone di rappresentanza della casa non si limitavano solo al lato Sud ma anche nel lato Nord. “Qui troviamo un cortile più grande del precedente che aveva un vero e proprio ninfeo in miniatura. Un ninfeo che presenta delle panchine completamente decorate di marmo. Sul fondo una nicchia di forma curva, curvilinea, absidata, e il tutto completamente rivestito con tessere di mosaico, tessere di pasta vitrea, sul fondo di una finta rocaille: sono dei piccoli frammenti di lava che viene utilizzata proprio per evocare le mitiche grotte, le grotte delle Ninfe. Sulla parte sommitale dei pannelli che ci ricordano le metope di un tempietto sono stati in parte strappati e portati al seguito degli scavi borbonici al museo nazionale di Napoli, e qui sono riprodotti in copia, al centro; e in parte sono invece rimasti in situ: sul lato sinistro e sul lato destro due personaggi del corteggio di Dioniso che portano una capra e una cerva verso il sacrificio. A chi? Al dio Dioniso che si trova al centro della scena e che era il dio che proteggeva i banchetti, i piaceri della vita che trovavano la loro celebrazione in questa casa nel grande coenatio con il suo pavimento a mosaico bianconero ancora perfettamente conservato e che doveva avere una uguale magnifica decorazione alle pareti di cui si conservano solamente pochi frammenti sempre a causa della lunga vicenda di ritrovamenti e conservazione di questa casa”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 18.ma clip il direttore Sirano ci mostra una delle domus più particolari della città antica: la Casa del Tramezzo di legno, il cui nome deriva dalla porta pieghevole di legno, una scoperta unica nel mondo romano

Nella nuova clip, la 18.ma, dei Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano, il direttore Francesco Sirano ci mostra una delle domus più particolari della città antica: la Casa del Tramezzo di legno. Il suo nome deriva da questa sorta di porta pieghevole che scherma l’atrio verso il tablino, con una funzione specifica. “Al centro della città antica, a due passi dalle terme centrali”, spiega Sirano, “l’austera facciata di questa casa doveva attirare l’attenzione di chiunque passasse. Ci sono le caratteristiche panchine per far sedere i clientes in attesa di entrare ed essere ricevuti dal padrone di casa, e sulla sommità si vede una serie di travi di legno che sostenevano in antico un balcone dello stesso materiale, cioè di legno, che serviva all’appartamento sito al piano superiore. Infatti attraverso questa facciata guardando alle finestre realizzate ad altezze diverse e di fogge diverse noi possiamo leggere le continue trasformazioni che la Casa del Tramezzo di legno ha subito durante la sua storia che parte nel I sec. a.C. e si conclude con l’eruzione del Vesuvio. Immediatamente entrati nella casa, sulla sinistra vediamo un piccolo vano dal quale è possibile percepire la presenza dell’appartamento al piano superiore”.

L’atrio della Casa del Tramezzo di legno a Ercolano (foto Graziano Tavan)

L’impluvio e la mensa vasaria della Casa del Tramezzo di legno a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Il tablino in fondo all’atrio della Casa del Tramezzo di legno (foto Graziano Tavan)

“Attraversiamo l’ingresso e ci troviamo subito nell’atrio. L’atrio è il cuore di una casa romana, e ad Ercolano la Casa del Tramezzo di legno rappresenta uno dei migliori esempi di questo tipo di abitazione tradizionale. Al centro abbiamo l’impluvio che serviva a raccogliere l’acqua piovana proveniente dal tetto qui completamente ricostruito anche nei gocciolatoi che furono trovati durante gli scavi. Davanti all’impluvio notiamo la presenza di una mensa di marmo, la cosiddetta mensa vasaria. Qui venivano esposti i vasi di materiali, metalli preziosi durante le giornate di banchetto o di festività solenni per chi abitava all’interno di questa abitazione. E proprio sul lato della porta, in corrispondenza dell’ingresso dello studio del padrone, il tablino, abbiamo la parete di legno che ha dato il nome a questa casa il Tramezzo di legno. Intorno all’atrio si aprivano anche i cubicula, gli ambienti della vita domestica. Uno di essi è particolarmente ben conservato presenta non solo il pavimento in bianco-nero con i caratteristici motivi a quadrati e losanghe, ma anche le pitture parietali e, caso abbastanza raro, il soffitto ancora con le sue decorazioni dipinte. Il soffitto è articolato in due spazi differenti: uno rettangolare e l’altro con un arco ribassato che segnala il luogo dove si trovava l’alcova, dove era cioè collocato un letto. E proseguendo lungo l’atrio si aprono anche altri piccoli ambienti, uno dei quali ha conservato ancora oggi la rete del letto che serviva per offrire riposo a chi abitava in questa casa. Una rete di legno carbonizzato, e questo è uno dei 12 letti che sono stati recuperati a Ercolano antica. Proseguendo verso il tablino abbiamo una delle stanze di soggiorno, le cosiddette alae, e poi il triclino invernale, un ambiente che in qualche maniera doveva essere stato penalizzato da alcune trasformazioni della casa, perché si vede come alcune finestre furono aperte in maniera assai infelice ai danni del pavimento del piano superiore per dare luce in questo luogo. Ma le decorazioni in quarto stile a fondo rosso sono davvero splendide”.

Il tramezzo, dell’omonima Casa di Ercolano,, parete di legno a soffietto fissa, una scoperta eccezionale (foto Graziano Tavan)

Il portalampade sulla porta in legno della Casa del Tramezzo a Ercolano (foto Graziano Tavan)

“Il tramezzo di legno è una delle scoperte eccezionali ed è unica in tutto il mondo romano. Una parete di legno a soffietto fissa. Questa è composta da un’intelaiatura e presentava tre porte: due di dimensioni minori e una centrale più grande. Le decorazioni secondarie erano composte da borchie di bronzo. E molto interessante qui la copia in gesso di alcune prue di navi che erano in bronzo e che servivano per appendere le lampade. Questo ricorda l’uso che viene ricordato anche da Petronio a proposito della casa di Trimalcione nella vicina Pozzuoli. L’intero atrio è decorato con delle pitture del cosiddetto quarto stile, pitture scenografiche che evocano l’ambiente del teatro e anche in alcune immagini che evocano delle maschere. L’articolazione della parete di legno in tre porte di una centrale maggiore ricorda quella di un frontescena di un teatro. Le due valvae hospitales da cui entravano i personaggi minori del teatro e quella centrale attraverso la quale passava il protagonista. È probabile che anche qui ci fosse una voluta reminiscenza del teatro. Il padrone di casa, attraversando questa porta, andava incontro ai suoi clientes e, come un deus ex machina, risolveva i problemi di tutti. Di che cosa si parlava al di là di questa parete? A cosa serviva una parete che non impediva il passaggio della voce perché l’altezza è limitata. Probabilmente serviva a far trattare in maniera riservata degli affari che prevedevano firme e scritture, queste sì impedite alla vista dalla chiusura delle porte. Al di là del tablino si trovava il giardino sul quale si apriva una serie di ambienti di rappresentanza e anche alcuni ambienti ai piani superiori. La casa viene dotata infatti di due appartamenti che saranno dati in affitto nell’ultima fase”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 17.ma clip il direttore Sirano ci mostra i dettagli nascosti di una delle domus più conosciute di Herculaneum: la Casa di Nettuno e Anfitrite

Nella nuova clip, la 17.ma, dei Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano, il direttore Francesco Sirano mostra i dettagli nascosti di una delle domus più conosciute di Herculaneum: la Casa di Nettuno e Anfitrite, uno dei più interessanti esempi di architettura domestica e anche di restauro architettonico di Ercolano. “Sin dalla facciata – spiega Sirano – si annuncia la volontà di Amedeo Maiuri di comunicare al pubblico il senso della sua scoperta e dei suoi restauri. Il prospetto della casa si presenta come una sorta di spaccato assonometrico che ci lascia vedere gli appartamenti al piano superiore. Questi appartamenti, come la casa, erano abitati ed erano stati squassati dalle scosse di terremoto. Il cataclisma deve essere sempre presente a chi visita gli scavi di Ercolano. La casa di Nettuno e Anfitrite aveva una bottega direttamente aperta sulla strada. Siamo in una delle strade più frequentate di Ercolano, vicino alle terme, e quindi questa è una posizione commercialmente importante. Abbiamo il bancone dove venivano serviti bevande e cibi, probabilmente anche cibi caldi perché c’è un piccolo piano di cottura. Molto interessante è la presenza di un ambiente soppalcato che permetteva di occupare al meglio gli spazi e che serviva per raggiungere il piano superiore dove è stato ricavato un piccolo deposito di anfore così come gli scaffali, qui con oggetti esemplificativi. Anche le anfore deposte all’interno della bottega provengono da vari luoghi di Ercolano non solo da questa bottega ma ci aiutano a capire quale era il raggio di azione commerciale per reperire vini e altri tipi di salse che servivano per preparare tutte le pietanze e che venivano servite ai cittadini di Ercolano”.

L’ingresso della Casa di Nettuno e Anfitrite a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Immediatamente varcata la soglia della Casa di Nettuno e Anfitrite abbiamo le fauces, caratteristiche di ogni casa, l’ingresso e una piccola stanza che veniva utilizzata come latrina, e c’è il caratteristico bancone da cucina di cui manca solamente il piano. Sul pavimento dell’ingresso si distinguono molto bene alcuni tubi di piombo, le cosiddette fistulae, che rappresentano una derivazione dell’acquedotto per portare acqua corrente in tutte le case. L’acquedotto fu realizzato nell’epoca dell’imperatore Augusto e fece innalzare i livelli di qualità della vita di tutte le città vesuviane in maniera eccezionale.

L’impluvium al centro dell’atrio della Casa di Nettuno e Anfitrite a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Attraversato quest’ambiente ci troviamo nell’atrio che è il cuore di ogni casa romana. Riconosciamo l’impluvio, la vasca dove si raccoglieva l’acqua piovana con la cisterna dove l’acqua veniva conservata. “Le pareti si presentano tutto intorno completamente disadorne, perché questa casa fu oggetto di scavi durante il periodo settecentesco. Molto interessante su un lato è la presenza della base di un piccolo larario, un altare di culto domestico, e dall’altro lato la base marmorea per metterci la cassaforte. Questo ci fa capire il livello alto e il potere economico degli abitanti di questa casa. Da qui provengono infatti alcuni dei quadri policromi su marmo tra i più belli dell’area vesuviana. Molto importanti – continua Sirano – sono anche le ricerche, che stiamo conducendo insieme all’università di Toulouse nell’ambito del progetto Vesuvia, le quali hanno messo in evidenza una serie di affreschi conservati al museo Archeologico di Napoli e attribuiti ora con certezza precisamente alle stanze dalle quali furono prelevati durante gli scavi borbonici. Sul lato si aprono i caratteristici cubicula, piccoli ambienti che venivano spesso utilizzati come vere e proprie camere da letto, e sul fondo dell’atrio l’ufficio del padrone di casa, e soprattutto un ambiente, il cosiddetto oecus, utilizzato come triclinio invernale.

Il triclinio estivo della Casa di Nettuno e Anfitrite a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Il poco spazio a disposizione non scoraggiò i proprietari di questa casa dal dotarsi di alcuni ambienti di lusso. Tra questi certamente il triclinio estivo che fu impiantato all’interno di un pozzo di luce. “Qui si poteva godere del fresco della sera, ma anche della freschezza che una fontana con lo zampillo dava a chi partecipava al banchetto. I caratteristici letti triclinari col piano inclinato (tre, uno per lato) circondano infatti questa fontana la cui acqua in abbondanza veniva smaltita attraverso un piccolo condotto.

Il famoso mosaico di Nettuno e Anfitrite che dà il nome alla domus di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Al centro della parete abbiamo il famoso mosaico che dà il nome alla casa. È realizzato con paste vitree e ha tutta una cornice con delle conchiglie marine. Nettuno e Anfitrite si trovano al di sotto di un’edicola che evoca un vero e proprio culto di queste divinità. Ai lati di questa scena abbiamo una rappresentazione di giardino che aiuta ancora di più chi si trova all’interno della casa a immaginarsi in uno spazio altro, uno spazio dove ci si trova alla presenza di dei del mare, ma soprattutto ci si trova davanti ad ambienti liberi grandi. Ecco degli steccati che delimitano il giardino e con delle fontane a zampillo, e dietro gli steccati un giardino molto rigoglioso con piante e uccelli esotici.

Il raffinato e articolato “edificio” che ricopre il serbatoio della fontana della Casa di Nettuno e Anfitrite a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Il lato nord del triclinio era occupato dal serbatoio che riforniva la fontanella. “Questo serbatoio è camuffato all’interno di una sorta di edificio a due livelli con il coronamento al piano di sopra e il fronte caratterizzato da tre nicchie: due laterali rettangolari e una absidata all’interno della quale si trovava una statuetta. Il fronte di questo piccolo edificio è completamente rivestito da paste vitree, da tessere di mosaico e da una serie di conchiglie marine che vengono qui applicate. Le immagini alludono a scene legate al mondo del convivio, come i  due grandi kantaroi che si trovano alla base con una serie di tralci di vite e degli uccellini veramente molto raffinati all’interno di questa vegetazione, e al piano di sopra scene di caccia con delle ghirlande sopra le quali sono appollaiati dei pavoni che ci ricordano i paradeisa, cioè i grandi giardini delle corti ellenistiche che erano il punto di riferimento di tutte le élite locali di questo periodo. A coronamento dell’edificio quattro maschere che ricordano la commedia e la tragedia antiche”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 16.ma clip il direttore Sirano ci porta all’interno di uno dei luoghi più rappresentativi della città di Herculaneum: la sede degli Augustali. Qui recentemente è stata fatta una scoperta scientifica di rilevanza internazionale: il ritrovamento di resti del cervello vetrificato di una vittima dell’eruzione del 79 d.C.

Il parco archeologico di Ercolano è aperto regolarmente al pubblico, dopo il lockdown, ma il suo direttore Francesco Sirano continua a regalarci approfondimenti esplorando i luoghi e le storie di Ercolano. Questa volta, con al 16.ma clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano”, ci troviamo all’interno di uno dei luoghi più rappresentativi della città di Herculaneum: la sede degli Augustali. I suoi ambienti sono stati oggetto di una recentissima opera di restauro e di una scoperta scientifica di rilevanza internazionale: il ritrovamento di resti del cervello vetrificato di una vittima dell’eruzione del 79 d.C. (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/04/07/ercolano-eccezionale-scoperta-per-la-prima-volta-al-mondo-trovati-i-resti-vetrificati-di-cervello-umano-erano-in-una-vittima-delleruzione-del-79-d-c-lo-studio-frutto-della-collaborazion/).

La sede degli Augustali, nel cuore di Ercolano, ritmata dalle grandi colonne. In primo piano le basi che sorreggevano le statue di Augusto e Cesare (foto Graziano Tavan)

Tra i pochi monumenti pubblici dell’antica Ercolano, uno dei più chiari esempi è rappresentato senz’altro dal sacello degli Augustali. L’Augusteo era un grande edificio porticato, da cui provengono statue, affreschi importantissimi, che si trovava proprio nelle vicinanze del foro. “Appena entrati – spiega Sirano – ci accolgono quattro grandi colonne che ci impressionano per l’altezza e la potenza: esse dividono lo spazio in tre navate e, sull’asse di fronte a noi, un sacello. Questo edificio è stato interpretato come la sede degli Augustali sulla base di un’iscrizione di marmo dell’età di Augusto, una dedica ad Augusto fatta da due liberti, due fratelli, che troviamo qui esposta. Ma oltre questa iscrizione ufficiale, abbiamo anche dei graffiti molto interessanti che si trovano ripetuti su cinque righe su una delle colonne. Alcuni hanno anche al rubricatura, cioè il rosso, per essere più evidenti. Si legge: vi prego, vi invito a votare nella curia augustana. La curia, in latino, è il luogo dove si riuniscono delle persone. Curia augustana fa pensare effettivamente alla sede degli Augustali. Il collegio degli Augustali era formato da liberti, schiavi liberati, che si applicavano al culto imperiale. Non appena entrati su due basi, ancora presenti, si trovavano le statue di Augusto e di Cesare, recuperate all’epoca degli scavi borbonici che parzialmente esplorarono questi ambienti”. Stando al centro dell’edificio si apprezza meglio lo splendido restauro di Maiuri con gli architravi di legno ancora perfettamente conservati e i caratteristici spaccati assonometrici che Maiuri lascia nella parte superiore per far vedere le altre testate di trave originarie ma anche la presenza di un piano superiore che era frequentato e abitato contemporaneamente all’uso di questo edificio.

Il sacello degli Augustali, realizzato dopo il terremoto del 62 d.C. (foto Graziano Tavan)

La cella viene creata in un secondo momento, probabilmente dopo il terremoto del 62 d.C. “Quindi qui era la sede di riunione del collegio degli Augustali – continua Sirano – e, dopo il 62, viene anche realizzato questo piccolo sacello di culto che aveva al centro una base, che oggi vediamo qui spogliata dei suoi marmi, probabilmente sempre per il passaggio degli scavatori borbonici, sulla quale doveva esserci una statua dell’imperatore regnante. Questo ce lo segnala la presenza sull’asse di questa base di una corona che ci ricorda la corona di quercia che si trovava al di fuori della casa degli imperatori sul Palatino. Uno dei migliori esempi di pittura di IV stile pompeiano di Ercolano è rappresentato proprio dal decoro di questo sacello. Ma non solo le pitture. Anche i pavimenti sono di eccezionale rilevanza, oggetto insieme a tutto l’edificio di un recentissimo restauro: i pavimenti in marmi policromi africani, il pavimento di cocciopesto e tutto il resto della struttura fino ai tetti di questo edificio. La zoccolatura delle pareti è formata da marmi africani di grandissimo pregio e sostiene la decorazione dipinta in IV stile pompeiano”.

Sacello degli Augustali: il riquadro con Ercole, Acheloo e Deianira (foto Graziano Tavan)

Le pitture di IV stile pompeiano raffigurano delle architetture fantastiche, candelabri, esili colonne di varia tipologia e al centro grandi quadri mitologici. Quello che si vede su una delle pareti laterali rappresenta Ercole che guarda verso Acheloo, personificazione di un fiume della Grecia, che ha rapito Deianira, la futura sposa di Ercole. “Molto interessante questa rappresentazione perché è stata messa in relazione con il posizionamento topografico di Ercolano, proprio al confine del territorio di Neapolis, la colonia greca Napoli, la quale si chiamava in un primo momento, come tutti sanno, Partenope. Partenope è una delle sirene, figlia di Acheloo. Alcuni studiosi hanno messo in relazione questa raffigurazione con un simbolismo di rivendicazione di rapporti politici, interpretabili in senso positivo e negativo con la vicina Napoli”.

Sacello degli Augustali: apoteosi di Ercole, con Giunone e Minerva (foto Graziano Tavan)

Sulla parete opposta, protagonista è sempre Ercole, un Ercole ormai maturo che è glorificato: la sua apoteosi. Ha la corona di fiori dei beati sulla fronte e si trova comodamente seduto di fronte a Hera-Giunone, la moglie di Giove, e a Minerva. In alto si vede un arcobaleno che raffigura in maniera simbolica il sommo Giove. “L’apoteosi di Ercole è ovviamente qualcosa che ci si aspetta nel sacello degli Augustali”, riprende Sirano. “Ercole è la divinità che come è noto dà il nome alla città. Quindi questa è una città erculea per eccellenza e non ci meravigliamo di ritrovare continui richiami alla mitologia di questo eroe famoso nel mondo romano per la sua forza e la sua capacità di risolvere brillantemente qualsiasi impresa anche quelle che gli esseri umani non riuscivano fino a quel momento a superare”.

Sede degli Augustali: la cameretta del custode (foto Graziano Tavan)

È probabile che tra le trasformazioni di questo edificio, avvenute dopo il terremoto del 62 d.C., ci fosse anche la creazione di una piccola cameretta, a spese di una delle due navate, con un semplice tramezzo di legno che in questa suggestiva ricostruzione ha racchiuso sia le parti ricostruite che alcuni frammenti del legno originario con una finestrella, che si vede ancora ben conservata sotto la teca, e che è stata considerata la cella ostiaria, cioè il posto dove si trovava il custode dell’edificio.

Il letto carbonizzato con il corpo del Custode scoperto da Maiuri ad Ercolano nel 1961 (foto Petrone)

I resti vetrificati di cervello umano studiati dall’università Federico II di Napoli (foto Petrone)

Superata la porta ci troviamo subito di fronte a quella che è stata una delle scoperte più importanti effettuata da Maiuri durante i suoi scavi: un letto, formato in parte da muratura in parte da tutta una struttura in legno, sul quale fu ritrovato il cadavere di un giovane di circa 27-28 anni, colui che si considera il custode dell’edificio. “È molto interessante che l’archeologo Maiuri abbia scelto di non completare lo scavo di questo scheletro in posizione prona, quindi faccia a terra. E probabilmente egli voleva lasciare alle future generazioni la continuazione della scoperta. Nell’ambito della revisione di tutto il materiale antropologico ritrovato a Ercolano, insieme all’università “Federico II” recentemente abbiamo effettuato alcuni lavori di pulizia. E l’antropologo Pier Paolo Petrone è riuscito a ritrovare alcune strutture cristalline, localizzate proprio nella zona del cranio dello scheletro, che sono state attribuite a materiale organico. Non solo, ma soprattutto a materiale che componeva la massa cerebrale di questo sfortunato abitante di Ercolano. Questo ha aperto un nuovo capitolo nella storia degli studi di antropologia fisica e di archeologia di Ercolano – conclude Sirano – dai quali ci attendiamo grandi novità”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 15.ma clip il direttore Sirano ci porta sulla seconda grande terrazza sopra l’antica spiaggia, area sacra col santuario di Venere, e ci fa scoprire gli ambienti di servizio e la presenza di due templi dedicati alla stessa divinità, ma con due aspetti diversi

Con la 15.ma clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano” siamo ancora sulle due terrazze artificiali che aggettavano sull’antica spiaggia di Ercolano. Così dopo aver conosciuto la terrazza dedicata a Marco Nonio Balbo, stavolta il direttore Francesco Sirano ci porta sull’altra, un’area sacra, dove c’è il santuario di Venere. All’epoca dell’imperatore Augusto il culto di Venere era un culto estremamente importante perché Venere era la divinità da cui si riteneva discendesse la famiglia Giulio-Claudia cui apparteneva lo stesso Augusto. “Non a caso – spiega Sirano – troviamo proprio affrontati l’ingresso del recinto in onore di Marco Nonio Balbo, che faceva parte della cerchia di persone della sfera più stretta di Augusto, e l’ingresso al santuario di Venere. Il santuario di Venere di Ercolano è un esempio eccezionale non solo per la presenza dei templi dedicati a questa divinità, ma soprattutto di grande interesse perché ci permette di cogliere l’intera articolazione di un piccolo santuario di età romana. E questa è una rarità”. Il culto di Venere era ben attestato ad Ercolano già nel II sec. a.C. come dimostra un’iscrizione in osco dedicata a Erempas, che è il termine osco della divinità che noi conosciamo come Venere. Quello che ora vediamo è la sistemazione del santuario nell’età degli imperatori Flavi, poco prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Dopo l’ingresso ci si trova di fronte a un portico di cui restano le basi degli archi che creavano un corridoio coperto con alcune zone di attesa dove i fedeli potevano sostare prima di poter procedere al loro culto, e poi alcuni ambienti che erano utilizzati dai sacerdoti e dagli addetti al culto. “Molto interessante è l’ultima cameretta perché lì vediamo la presenza di una banchina che serviva per cucinare. Sappiamo infatti che durante i culti in onore delle divinità romane e in particolare anche di Venere avvenivano alcuni banchetti sacri a cui partecipavano ma vi partecipavano in particolare i membri della confraternita dei Venerei, cioè coloro che si consacravano al culto di Venere. Infatti proprio sul vertice opposto, in diagonale, dell’area sacra c’è l’ingresso dell’edificio che era dedicato alla sala di riunione dei Venerei”.

Il bancone della cucina del santuario di Venere a Ercolano (foto Paerco)

Con Sirano entriamo eccezionalmente nella cucina che di solito è visibile dall’esterno. “Questa cucina – continua il direttore – presenta il bancone rivestito di lastre di terracotta, la pietra ollare sulla quale si cucinava, si appoggiavano le pentole, e poi, sotto, c’è il posto dove si mettevano le fascine per poter riscaldare. Si vede bene la trave di legno, ancora conservata carbonizzata e in parte anche in legno vivo nella parte finale, che sorreggeva il banco dove si cucinava. Come detto, i banchetti sacri erano fondamentali all’interno del culto perché le cerimonie prevedevano dei momenti di aggregazione in cui la comunità di culto si riuniva e intorno alla quale si sentiva unificata e fortificata nella sua fede”.

Veduta panoramica della terrazza sull’antica spiaggia con l’area sacra del santuario di Venere (foto Graziano Tavan)

Il centro del santuario era costituito dai templi. Questo santuario di Venere ne aveva due, collocati entrambi su un podio: di quello a destra c’è ancora la cella, di quello a sinistra è andata perduta la copertura per il terremoto e il cataclisma del Vesuvio. Gli studiosi ritengono che entrambi questi templi fossero dedicati a Venere sotto due diverse accezione di questa divinità. “Questi edifici – ricorda Sirano – hanno anche una storia un po’ diversa. Il tempio a sinistra è più antico dell’altro: presenta infatti una fase di età tardi ellenistica; fu poi rinnovato nell’età di Augusto e di nuovo subito dopo il terremoto del 62 d.C. quando una ricca liberta del luogo, Vibidia Saturnina, ha completamente riedificato a nome suo e di suo figlio l’intero pronao, cioè tutta la facciata del tempio che era stata danneggiata dal terremoto. Le membrature architettoniche, colonne e capitelli, sono esposti ora proprio all’interno dell’area sacra e chiunque li può vedere. Sull’asse dei due templi ci sono gli altari: uno era di tipo proprio basso, e l’altro era un altare di cui ora manca la parte superiore. Qui avvenivano i sacrifici cruenti in onore della divinità. Gli addetti al culto erano gli unici che potevano salire sul podio e andare nella cella, noi ora immaginando di essere degli antichi sacerdoti, saliamo all’interno del pronao da dove si vedono bene le quattro basi delle colonne della facciata con una colonna anche su ogni lato”.

I quattro rilievi con altrettante divinità ricollocati in copia sulla facciata del bancone della cella del tempio più antico di Venere a Ercolano (foto Paerco)

Attraverso una porta, di cui si può ancora vedere la grande soglia di marmo, si entra nella cella che era il luogo riservato alla statua di culto della divinità. Sul fondo della cella, che aveva le pareti dipinte, di cui rimangono ampie tracce, c’è un bancone sul quale i sacerdoti potevano salire durante delle cerimonie per poter fare qualcosa con due statue di legno di cui restano le basi. “Evidentemente – ipotizza Sirano – durante alcune cerimonie si procedeva a vestire oppure a prelevare le statue e a portarle in processione”. Sulla facciata di questo bancone ci sono quattro rilievi nel cosiddetto stile neo-attico. Raffigurano il dio greco Efesto, che a Roma è Vulcano; Poseidone che a Roma è Nettuno; Ermes che a Roma è Mercurio; e la dea Atena nota qui come Minerva. “Questi quattro rilievi furono trovati non in questa cella”, ricorda il direttore, “ma sull’antica spiaggia. In un primo momento si era pensato che fossero stati portati via dal flusso piroclastico sulla spiaggia. Si ricollocarono qui le copie ma le misure, come si vede, non coincidono perfettamente con questo basamento ed inoltre ci si pone il problema di come mai, se abbiamo quattro rilievi di divinità, sono solo due basi le statue di culto. Quindi è molto probabile che questa collocazione non sia da accettare, cioè che questo tempio non fosse dedicato alle quattro divinità ma ancora una volta a Venere sotto due aspetti di cui ora parleremo. Piuttosto questi rilievi potrebbero essere stati utilizzati per decorare le facciate, i quattro lati dell’altare. In questa maniera sarebbero state delle divinità che condividevano con la divinità principale il culto di questo santuario”.

Il direttore Francesco Sirano con alle spalle una delel due immagini di timone in legno nella cella del tempio di Venere Euploia a Ercolano (foto Paerco)

Siamo al secondo tempio e qui eccezionalmente entriamo nella cella che normalmente si vede solo da fuori. “Appena entrati troviamo la mensa di marmo sulla quale erano esposti i vasi rituali che si utilizzavano durante le cerimonie religiose. Le pareti della cella erano decorate a tutta altezza con delle grandi pitture che raffiguravano dei giardini esotici, ricchi di piante di ogni genere e alcune di queste le vediamo ancora qui conservate come questa palma. Molto importanti sono due immagini che troviamo ai lati della porta: su entrambi si distingue un timone di legno. La raffigurazione di timoni ha fatto formulare l’ipotesi sulla titolarità di questo santuario che sarebbe dedicato a Venere sotto due aspetti. Uno è quello della dea della fertilità, della rinascita della vegetazione, quindi più tradizionalmente legato alla dea dell’amore. L’altro, molto importante, è quello di Venere protettrice della navigazione. Una divinità Euploia, cioè che favorisce la navigazione, così come succedeva nel culto di Afrodite che protegge la navigazione, che noi sappiamo ben conosciuto proprio nella vicina Neapolis”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 14.ma clip il direttore Sirano ci porta sulla grande terrazza sopra l’antica spiaggia, e ci fa conoscere Marco Nonio Balbo, patrono e benefattore di Ercolano, cui la città per gratitudine dedicò diverse statue

Nella 14.ma clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano” il direttore Francesco Sirano ci racconta la storia e le origini del progetto architettonico della terrazza dedicata a Marco Nonio Balbo, un personaggio a cui l’antica Herculaneum manifestò la propria gratitudine proprio attraverso la costruzione di numerosi edifici pubblici e la collocazione di diverse statue. Subito fuori dalla porta che dà sulla marina ci si affaccia sulle due terrazze artificiali, quella di Marco Nonio Balbo e il santuario di Venere, poste sui ripari delle barche che si trovavano sull’antica spiaggia. Le due terrazze si aprono alla vista dei visitatori appena entrano negli scavi seguendo l’itinerario principale. Per raggiungerle si scende una rampa da poco completamente liberata dopo la messa in sicurezza del muro che sostiene la Casa dei Cervi: così ora per la prima volta si possono apprezzare due strade che convergevano per andare poi verso l’antica spiaggia.

Le due terrazze artificiali, quella di Marco Nonio Balbo e quella del santuario di Venere, che si presentano alla vista dei visitatori che entrano nell’area archeologica di Ercolano (foto Graziano Tavan)

La rampa porta all’interno di questo spazio recintato che corrisponde a una sorta di zona sacra, una sorta di Heroon dove viene eroizzato uno dei personaggi di Ercolano nell’età dell’imperatore Augusto. “Si tratta di Marco Nonio Balbo, di cui qui vediamo il monumento funerario con la statua, ora qui esposta in copia, e l’altare funerario”, spiega Sirano. “All’interno di questo altare, al momento degli scavi archeologici, sono stati ritrovati anche i resti delle sue ceneri: all’interno di una olla e una pentola c’erano le ceneri e anche un pezzettino del dito della mano che riporta al cosiddetto “os resectum”, un tipico rito che avviene prima dell’incinerazione di un defunto. Marco Nonio Balbo apparteneva a una famiglia di Nocera di rango dei cavalieri che erano entrati in Senato. Faceva parte di quelle élite locali sulle quali l’imperatore Augusto contava per poter portare avanti il suo programma di rinnovamento di tutta l’Italia attraverso la soppressione di fatto dell’ordinamento repubblicano e l’inizio della monarchia”.

La statua di Marco Nonio Balbo sulla terrazza artificiale di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Marco Nonio Balbo fu un personaggio chiave all’interno della politica augustea. “Nel 32 a.C., quando a Roma era tribuno della plebe”, ricorda Sirano, “Marco Nonio Balbo espresse il veto per fermare alcune leggi che avrebbero contrastato la politica dell’imperatore Augusto, che gli fu eternamente grato. Augusto lo fece diventare governatore di Creta e Cirene, due province chiave nell’impero mediterraneo di Roma. E a Ercolano Marco Nonio Balbo è vestito con il paludamento di un generale vittorioso”.

Il monumento funerario e la statua di Marco Nonio Balbo visibili a chi arrivava dal mare a Ercolano (foto Graziano Tavan)

“Marco Nonio Balbo, ormai estremamente ricco, diventa patrono di Ercolano ed elegge la città a sua sede di residenza, e restaura molti monumenti all’interno della città. Il popolo di Ercolano gli sarà per sempre grato: gli dedica non solo questo monumento subito al di fuori della città ma, come recita l’iscrizione che ricorda le sue benemerenze, gli vengono concessi una serie di onori – tra i quali ben 10 statue all’interno della città di Ercolano, nei luoghi più importanti ovviamente -, e inoltre gli vengono dedicati alcuni giochi ginnici da parte dei giovani in occasione di solennità importanti per tutto il mondo romano come i Parentalia. Il monumento a Balbo si trova nel luogo che chiunque vedeva arrivando dal mare, quando si avvicinava a Ercolano e andava al piccolo approdo dei pescatori qui sotto, oppure”, conclude Sirano, “alla nostra sinistra dove riteniamo si collocasse il porto della città antica”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 13.ma clip il direttore Sirano ci fa scoprire la palestra, il più grande edificio pubblico finora scavato, luogo di preparazione fisica, ma anche culturale dei giovani cittadini ercolanesi

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, ci regala un’altra clip, la 13.ma dei “Lapilli”, alla scoperta di un altro angolo della città antica. Oggi la passeggiata tocca la Palestra di Herculaneum, un luogo di preparazione fisica, ma anche culturale dei giovani cittadini ercolanesi. La palestra è il più grande edificio pubblico sinora scavato a Ercolano: copriva quasi 9mila metri quadrati, ed è un edificio di grande complessità. Uno degli ingressi principali, durante gli scavi del 1700, fu scambiato per un tempio, perché davanti aveva proprio due colonne, quasi un pronao della cella di un tempio. “Questo edificio ha una caratteristica molto interessante – spiega Sirano – perché è organizzato con zone funzionali separate. Abbiamo sul lato esterno, lungo l’asse longitudinale, una serie di botteghe ai piani terreni e di appartamenti ai piani superiori. Lo stesso identico complesso ha un altro tipo di organizzazione con grandi spazi di rappresentanza, grandi sedi probabilmente di quelle che erano le associazioni degli juvenes, dei giovani di Ercolano, e quindi siamo in un altro contesto. Ma è lo stesso edificio. Infatti gli studiosi pensano che questo complesso si reggesse proprio grazie ai proventi degli affitti delle botteghe e degli appartamenti ai piani superiori”.

Veduta panoramica della palestra di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Il vestibolo d’ingresso oggi ci appare così spoglio, ma in origine aveva pitture e una splendida copertura a volta che raffigurava le stelle della volta celeste. “Questo ce lo dicono gli scavatori borbonici – continua Sirano – che qui sono intervenuti pesantemente, e appena si entra all’interno della palestra si vedono ancora i tunnel borbonici che testimoniano anche dell’esplorazione sistematica non solo del livello al piano terra, ma anche dei livelli superiori della palestra. È molto interessante infatti notare che gli scavatori del 1700 pur procedendo per tunnel, quindi in una condizione di buio totale e anche di difficoltà di orientamento, riuscirono a capire che la palestra si articolava su due livelli. Infatti esiste la terrazza a livello stradale, e la terrazza superiore che si vede in fondo pur facendo parte dello stesso complesso”. Dalla terrazza superiore della palestra si vede la piscina rettangolare con i tipici apprestamenti circolari che si utilizzavano per l’allevamento dei pesci. “Nel tempo questa piscina sarà sostituita dalla grande piscina cruciforme che si trova al centro del cortile e che vedremo tra poco. Da questa posizione abbiamo anche una splendida vista sui quattro lati del porticato: quello meridionale, quello occidentale, quello settentrionale dove c’è la terrazza superiore e quello orientale a sinistra”.

Ipotesi ricostruttiva della palestra di Ercolano (disegno da http://www.luckyjor.org)

La palestra aveva al centro un grande cortile rettangolare circondato sui quattro lati da portici. Questi portici sono più larghi del solito perché qui avvenivano anche delle corse durante i mesi invernali o nelle giornate di eccessiva calura. “Mano a mano che si avanza nella passeggiata lungo questo porticato si nota una zona sopraelevata con delle grandi sale: sono le sedi degli juvenes. La palestra non era propriamente quello che noi immaginiamo solo un luogo per attività ginniche, era quello che nel mondo romano si chiama il campus, cioè un luogo dove avvenivano attività di culto, e anche attività di educazione più generali, legate quindi alla preparazione dei cittadini: i futuri cittadini di Ercolano si formavano qui anche dal punto di vista che noi oggi chiameremmo scolastico”. Alla fine del porticato è la grande sala absidata che era il centro della palestra. “La sala ha sul fondo una sorta di nicchia monumentale per ospitare probabilmente una statua di culto imperiale o del genio della città, e poi ha davanti una mensa marmorea, una tavola di un marmo raro proveniente dal Mediterraneo che costituisce ancora oggi la più grande tavola marmorea ritrovata nell’area vesuviana. Poggia su un pavimento di piastrelle di marmo policromo di cui si conservano ampie tracce, e veniva utilizzata per esporre i premi che spettavano ai vincitori delle gare ginniche che sappiamo qui si svolgevano”.

La fontana con la statua dell’Idra di Lerna al centro della grande piscina cruciforme della palestra di Ercolano

Si entra nel cortile. “E qui dobbiamo fare uno sforzo di fantasia. Dobbiamo fare astrazione della massa del flusso piroclastico che non è stato ancora scavato e che ci sovrasta. Quindi dobbiamo immaginare sopra di noi questo cielo blu ora che entreremo all’interno dell’area della piscina che si trovava al centro del cortile della palestra. Una piscina monumentale, enorme, a forma di croce con delle fontane a zampillo su un lato e un’altra fontana al centro, una fontana monumentale con una bellissima scultura che raffigura l’Idra di Lerna: questa è una delle fatiche più complesse che viene affrontata da Ercole e si ritiene che sia un riferimento a una fontana simile che sappiamo si trovava nel Foro Romano. Ma forse qui a Ercolano questa fontana assume un significato ancora più profondo e più legato proprio al luogo dove ci troviamo, perché la fatica dell’uccisione dell’Idra di Lerna è una di quelle che vede impegnato Ercole insieme a suo nipote Iolaos. Per poter avere la vittoria su questo animale le cui teste venivano tagliate e altrettante volte ricrescevano anzi in numero ancora maggiore, bisognava cauterizzare, cioè bruciare con il fuoco il moncone della testa che veniva tagliata, quello che restava una volta tagliata la testa. L’ultima testa sarà invece soffocata sotto un grande sasso. Cosa c’è dietro questa fatica? C’è l’idea che la solidarietà, l’aiuto reciproco riesce a far superare anche le fatiche più complesse, le più apparentemente insormontabili. E cosa di meglio allora che evocare i valori della solidarietà in un luogo come questo, la palestra di Ercolano, il campus di Ercolano, dove i nuovi ercolanesi, i nuovi cittadini dovevano prepararsi ad essere pronti per affrontare tutte le difficoltà che la comunità locale avrebbe affrontato”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 12.ma clip il direttore Sirano ci fa scoprire la sezione maschile delle Terme centrali di Herculaneum e la sala del frigidarium, ora chiusa al pubblico

Il parco archeologico di Ercolano è tornato ad accogliere i visitatori tutti i giorni, eccetto il martedì, con acquisto dei biglietti esclusivamente on line (https://bit.ly/3dlnCtm), ma il direttore Francesco Sirano ci regala la 12.ma clip alla scoperta di un altro angolo della città antica. Così dopo averci ha accompagnato alla scoperta dei dettagli delle della sezione femminile delle Terme centrali di Herculaneum, stavolta ci mostra la sezione maschile anticipando la visione di una sala, il frigidarium, ora non accessibile, ma che presto sarà aperta al pubblico. L’ingresso delle terme centrali di Ercolano si apriva dal cortile della palestra, uno spazio porticato dal quale si accedeva anche alla struttura dove gli atleti si preparavano ai loro esercizi ginnici. “Il primo ambiente che si incontra è il cosiddetto apodyterium, uno spogliatoio che qui a Ercolano era già riscaldato con una climatizzazione tiepida. Ci sono i caratteristici stalli per poter depositare i vestiti e sul fondo c’è già una vasca di marmo che viene utilizzata per poter sciacquarsi con acqua fredda e creare la differenza caldo-freddo. Approfittiamo di questa occasione – spiega Sirano – per mostrare anche una sala che ben presto si potrà visitare una volta finiti i lavori di messa in sicurezza. Si tratta di una sala circolare che nell’ultima fase di vita delle terme era utilizzata come frigidarium, quindi una sala con acqua fredda. Ma che invece in un primo momento era un sudatorium, una sala dove si sudava molto, e quindi era molto calda. La caratteristica di questa sala circolare era di essere coperta da una volta, un cupola dipinta con animali tipici della fauna del Mediterraneo: murene, polipi, pesci, seppie. Questi pesci si rispecchiavano nel bacino d’acqua sottostante che aveva un rivestimento dipinto di azzurro per imitare il mare, e quindi si aveva l’impressione di immergersi in un mare popolato di queste creature tipiche della fauna del golfo di Napoli”.

Il pavimento musivo con tritone circondato da delfini nel tepidarium delle Terme centrali di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Entriamo ora nel secondo tepidarium, la seconda sala tiepida delle terme centrali. “È una sala molto grande che ha il pavimento completamente basato sulle suspensurae, dei pilastrini che creavano una camera d’aria. Questa camera d’aria si trova non solo sotto il pavimento ma anche tutto intorno alle pareti per poter garantire il passaggio di aria calda e creare le condizioni ottimali per svolgere i bagni termali. La sala era coperta a volta e rivestita di stucco lavorato in una maniera particolare: si chiamano strigilature. Questa è la forma ideale per imprigionare le gocce di acqua calda che in questa maniera corrono continuamente avanti e indietro e non cadono mai verticalmente. Evitando lo stillicidio si evita il fastidio di avere una sorta di pioggia continua di acqua calda all’interno dell’ambiente. Il pavimento era decorato con un mosaico figurato in bianconero con un tritone circondato da quattro delfini. Il richiamo al mare si spiega molto bene con l’acqua che dominava questi ambienti. Nel passaggio tra il tepidarium e il calidarium troviamo un tappetino di mosaico con una decorazione molto interessante: si tratta di strigili, i tipici strumenti con cui i giovani atleti si detergevano la pelle per eliminare quell’insieme di olio e polvere che si utilizzava per mantenere la traspirazione durante l’allenamento. All’interno di questa che era la sala più calda troviamo sul fondo una vasca, che era una piscina con l’acqua calda, e sul lato opposto il basamento per un labrum di marmo, che è stato asportato durante gli scavi borbonici, e che conteneva acqua fredda. Questa serviva a creare il contrasto tra il freddo dell’acqua e il caldo dell’ambiente. Come ogni teatro ha il suo backstage, anche le terme hanno il loro cuore operativo dove ci sono tutti gli apparati tecnici che servono a far funzionare l’edificio termale. Troviamo il pozzo da cui veniva attinta l’acqua, pozzo che in un secondo momento fu chiuso perché le terme furono allacciate all’acquedotto proveniente dal Vesuvio, ma soprattutto troviamo i famosi prefurnia. Ci sono le bocche dei forni dove venivano inserite le fascine di legname che riscaldavano l’acqua e l’aria e facevano funzionare l’edificio termale”.