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Ercolano. Quinto appuntamento con “Magma”, la serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e l’archeologo Varriale scopriamo i dettagli emersi in un ambiente della Casa dell’Albergo, a ridosso del punto in cui il mare bagnava Herculaneum, nel cantiere dell’antica spiaggia

Francesco Sirano e Ivan Varriale nell’ambiente livello antica spiaggia della Casa dell’Albergo a Ercolano (foto paerco)

Per il quinto appuntamento della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano la passeggiata continua alla scoperta del cantiere dell’antica spiaggia di Ercolano. Il direttore Francesco Sirano e l’archeologo Ivan Varriale illustrano alcuni dettagli emersi durante il cantiere in un ambiente della Casa dell’Albergo, a ridosso del punto in cui il mare bagnava Herculaneum.

“La Casa dell’Albergo”, ricorda Sirano, “è una delle dimore più grandi dell’antica Ercolano, articolata su vari livelli. Nell’ambito del progetto Antica spiaggia è previsto lo scavo e il restauro di questo ambiente”. In particolare dello scavo si sta occupando l’archeologo Ivan Varriale. “Questo della lussuosa domus era un ambiente di servizio che connetteva i livelli più bassi della casa con quella che era l’antica spiaggia”, spiega. “Si tratta probabilmente di un locale per il carico/scarico delle merci, visto che siamo anche nei pressi delle cucine della casa. Lo scavo restituisce proprio un’immagine dell’eruzione nel momento della tragedia, quando la porta dell’ambiente era chiusa. È rimasta proprio l’impronta della porta sullo strato di materiale vulcanico, che probabilmente è penetrato dall’esterno all’interno dell’ambiente, lasciando il calco della porta. Qui si vedono chiaramente le assi di legno e addirittura chiodi in ferro, elementi delle cerniere che permettevano di aprire la porta”. Si vedono anche dei fori. “Quello più in basso – continua Varriale – è probabilmente una finestra aperta per dare luce all’ambiente. Invece quel buco che si vede attaccato alla volta è probabilmente un pozzo di scavo. Era la tecnica di scavo dell’Ottocento quando si procedeva per pozzi e cunicoli. Qui troviamo proprio le tracce di questo scavo, perché non vediamo soltanto nella muratura dove si vedono le tracce delle picconate ben evidenti, ma riusciamo a ritrovare anche nello scavo: scavando abbiamo intercettato il piano dove gli scavatori ottocenteschi si sono fermati. Si vede il piano inciso tagliato dagli scavatori nell’Ottocento. Chiaramente sotto questo piano troviamo tutti i crolli relativi agli intonaci, parte dei legni della porta che sono stati trovati sul posto e sono stati poi scavati e ora sono conservati in deposito.

Ercolano. Terzo appuntamento con “Magma”, la serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e l’archeologo Varriale scopriamo le ricerche nel giardino pensile della Casa del rilievo di Telefo

L’archeologo Ivan Varriale e il direttore del parco archeologico di Ercolano Francesco Sirano nel cantiere dell’antica spiaggia (foto paerco)

Per il terzo appuntamento della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano la passeggiata continua alla scoperta del cantiere dell’antica spiaggia nei pressi delle Terme Suburbane dell’antica Herculaneum nel giardino pensile della Casa del rilievo di Telefo. Il direttore Francesco Sirano e l’archeologo Ivan Varriale ci fanno conoscere le ricerche e i progetti che rendono ancora più interessante questa zona della città antica.

“Procedendo lungo l’antica spiaggia”, esordisce Sirano, “siamo ora arrivati nell’angolo dove un tempo sorgeva una torre poi utilizzata per realizzare il gran salone decorato in marmi della Casa del Rilievo di Telefo che si trova proprio sopra di noi. Qui furono trovati anche tutti gli elementi del tetto e del soffitto di questo salone, alcuni dei quali hanno conservato anche splendidamente i loro colori. E in questa posizione si trovava anche una scaletta attraverso la quale si saliva a un giardino pensile che caratterizzava l’affaccio a mare sempre della Casa del Rilievo di Telefo”. Da questa posizione si vede bene il fronte della Casa del Rilievo di Telefo articolato su più piani con semicolonne ancora in vista, “C’è anche la presenza di aperture più antiche – continua Sirano – appartenenti a una prima fase della vita della casa che poi in un secondo momento sono state chiuse e murate per creare lo spazio dove ci troviamo che è un vero e proprio giardino pensile che affacciava direttamente sulla scogliera e aveva la vista sul mare. Sul fondo c’era un piccolo porticato e degli ambienti coperti a volte”.

In sezione il crollo dei piani superiori sull’antica spiaggia di Ercolano: si vede una colonna capovolta dalla furia dell’eruzione (foto paerco)

“In quest’area abbiamo appena cominciato l’intervento”, spiega Varriale. “E sono cominciate a uscire fuori tutta una serie di evidenze come si vede bene qui in sezione: i crolli dei piani superiori di ambienti. Si vede proprio una colonna capovolta dalla furia dell’eruzione, con tutti gli elementi delle travature di legno che sostanzialmente facevano parte probabilmente delle strutture che sorreggevano i piani superiori. E all’interno c’è un corridoio coperto, un criptoportico: si apriva un ambiente che adesso è quasi completamente sommerso di materiale vulcanico. Quindi c’è solo la sezione: si intravede la struttura di un triclinio estivo, cioè di una sala da pranzo che affaccia sul giardino con i divani per mangiare, sui quali erano posti dei cuscini. C’era anche uno spazio centrale dove veniva posta la mensa alla quale si servano gli ospiti. Simili strutture non ci sorprendono perché chiaramente traevano beneficio dal belvedere e la vista che si poteva godere da quest’area. Questo ci fa capire quanto doveva essere stata spettacolare la Casa del Rilievo di Telefo”.

Ercolano. Secondo appuntamento con “Magma”, la serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e gli archeologi Camardo e Sirleto scopriamo i dettagli dei ritrovamenti all’interno del flusso piroclastico che ricoprì l’antica città

Francesco Sirano, Domenico Camardo e Rosaria Sirleto al cantiere dell’antica spiaggia di Ercolano (foto paerco)

Seconda puntata della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano che torna a raccontare il fermento di attività in corso nell’area archeologica. Col direttore Francesco Sirano, l’esperto dell’Herculaneum Conservation Project Domenico Camardo e l’archeologa Rosaria Sirleto continua la passeggiata alla scoperta del cantiere dell’antica spiaggia: stavolta scopriamo i dettagli dei ritrovamenti all’interno del flusso piroclastico che ricoprì l’antica città di Herculaneum durante l’eruzione del 79 d.C.

“Nelle sezioni si intravede la furia con cui si è abbattuta l’eruzione”, spiega Camardo. “Si legge bene la violenza dell’eruzione e anche la ricchezza di questi diversi livelli per circa 2 metri e mezzo di altezza lungo tutta la sezione di scavo”. È davvero impressionante la quantità di materiale archeologico che è stato trascinato durante l’eruzione. Lo spiega bene Rosaria Sirleto, archeologa del parco archeologico di Ercolano, impegnata nel bellissimo cantiere dell’antica spiaggia. “Come dicevo anche agli operai”, illustra Sirleto, “questa è proprio l’istantanea di quello che è avvenuto in quel momento. La leggiamo chiaramente. La parte alta conserva il crollo degli edifici. Si leggono chiaramente pezzi di murature, ma anche le tegole dei tetti. E quindi questo ci dà proprio la percezione di quello che deve essere stato l’urto del flusso piroclastico contro i tetti degli edifici della città. E invece nella parte bassa ci sono gli elementi che sicuramente appartenevano in parte – come alcune travi – all’orditura dei tetti, e in parte sono sicuramente elementi relativi ad alberi: si vedono proprio degli alberi trascinati. Rispetto ad altri contesti dove solitamente siamo abituati a rinvenire ceramica, e poi anche dopo a processare questi dati, invece qui abbiamo proprio immediata la restituzione di quella che è stata la tragedia. Proprio un fotogramma”.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 22.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano esplora ancora il tema “Ercole a Herculaneum”: in questa terza parte scopriamo tra gli ambienti dell’Antiquarium oggetti e ornamenti che richiamano le gesta e il culto di Ercole

L’ingresso dell’Antiquarium di Ercolano dove è allestita la mostra permanente “SplendOri” (foto Graziano Tavan)

Con la 22.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano esplora ancora il tema “Ercole a Herculaneum”, cioè il Mito, la leggenda e la città. In questa terza parte scopriamo tra gli ambienti dell’Antiquarium oggetti e ornamenti che richiamano le gesta e il culto di Ercole.

Sono mille i modi attraverso i quali l’eroe, che ha dato il nome alla città di Ercolano, era vicino ai suoi cittadini. “Nessuno – ricorda Sirano – si faceva mancare anche negli arredi più lussuosi un’immagine che riguardasse Ercole. Per esempio dall’area del decumano viene il piede di un tavolo in marmo africano che raffigura proprio l’eroe fondatore. Si tratta di quella che si definisce una forma ermaica, cioè una forma dove la parte inferiore in realtà è un pilastro e la parte superiore ci raffigura il busto dell’eroe in età avanzata, completamente avvolto in una tunica. Attorno alle spalle ha avvolta la pelle del leone Nemeo di cui si vede molto bene la testa. Si può notare come si sfruttano bene i colori del marmo africano, per cercare di dare anche una colorazione, animare questa visione. Molto interessante è anche la presenza, sotto la mano destra dell’eroe, di un motivo che pende, interpretato da alcuni come la rappresentazione del pomo delle Esperidi. In realtà si tratta semplicemente della pelle della zampa del leone che è appesa perché il tutto è girato intorno alle spalle. Ancora una volta – continua Sirano – una figura ermaica cioè una figura di Ercole, inserita questa volta in un pilastro di marmo e la testa invece è di bronzo, ci porta a conoscere un altro aspetto: Ercole che diventa protettore della casa, oggetto di culto. Dalla Casa di Nettuno e Anfitrite viene una piccola erma in miniatura con un Ercole barbuto, quindi sempre in età avanzata, e che presenta la stephane, cioè la corona, che ci fa capire che è già diventato una figura divina oggetto di culto, e in questo caso un culto domestico”.

Statuetta in bronzo di Ercole già divinizzato, proveniente dalla Casa del Rilievo di Telefo a Ercolano (foto paerco)

La figura di Ercole accompagnava gli ercolanesi in tanti aspetti della loro vita. “Tra gli oggetti che conserviamo nell’Antiquarium – spiega Sirano – abbiamo anche delle statuine, che probabilmente facevano parte di piccoli santuarietti domestici, come quella che viene dalla Casa del Rilievo di Telefo. Raffigura l’eroe barbato, quindi greco in età matura, ancora in posizione atletica: con la mano sinistra tiene la leontea, cioè la pelle del leone Nemeo, una delle caratteristiche del dio: rappresenta infatti una delle fatiche che lo rese famoso. Qui Ercole è già diventato probabilmente un dio perché si trova su un piedistallo a forma di sgabello. Ed è questa l’idea che ci dà l’indizio che ci fa pensare si tratti di una statuina in qualche maniera legata a un culto domestico, cosa che sta molto bene a Ercolano. Perché il modo di realizzare questa statuina che ha un suo peso, quindi è a bronzo pieno, è estremamente attento soprattutto con la muscolatura. Si vedono i muscoli della schiena, le masse muscolari ben caratterizzate, addirittura le pieghe del collo potente, taurino, che caratterizzavano Ercole anche sulle spalle. È una statua ispirata alla scultura greca del IV sec. a.C. secondo la moda che possiamo trovare in tantissimi luoghi dell’Italia dal periodo ellenistico fino a quello romano”.

Anello in oro e corniola dalla Casa del Mobilio carbonizzato di Ercolano con raffigurato il nodo di Ercole (foto paerco)

Ma Ercole non era solo oggetto di culto domestico, era anche un eroe che gli antichi ercolanesi volevano tenere proprio vicino a sé, addirittura addosso a sé. “Alcuni gioielli o accessori dell’abbigliamento si ispiravano proprio a Ercole – assicura Sirano -.  Per esempio, da una cassettina che conteneva degli averi, qualcosa di prezioso per uno dei fuggiaschi dell’antica spiaggia, proviene un pendaglio di collana, probabilmente, che rappresenta proprio la clava di Ercole, cioè uno degli attributi che lo rendeva universalmente riconoscibile. In vetrina c’è un anello d’oro e corniola che proviene dalla Casa del Mobilio carbonizzato. L’anello raffigura il nodo di Ercole. Si tratta di un particolare modo con cui si allacciava la pelle del leone Nemeo. Questo nodo veniva riprodotto in molte occasioni nel mondo romano. Una di queste era il giorno delle nozze. La sposa aveva una cintura con un nodo simile a quello che viene qui riprodotto. Nel momento in cui andava per la prima volta a letto con lo sposo, il marito scioglieva questo nodo: segno anche della garanzia della verginità, ma soprattutto si riteneva che questo portasse bene perché l’eroe Ercole, cui erano attribuiti circa 70 figli, poteva essere un segno di abbondanza. Un anello molto prezioso che forse i padroni di casa non fecero in tempo a recuperare. E sempre restando nell’ambito degli ornamenti personali, c’è un bracciale d’argento dall’antica spiaggia. Ancora una volta ci porta nel mondo di Ercole. Qui abbiamo una serie di nodi che vengono riprodotti nella decorazione al centro del bracciale. Ancora una volta ispirato al potere magico che questo nodo poteva avere nell’ambito dell’abbondanza e della vita di tutti i giorni”.

Il nodo di Ercole, nuovo logo del parco archeologico di Ercolano

“Secondo alcuni studiosi Amedeo Maiuri nel far realizzare l’ingresso, oggi storico, al parco archeologico si ispirò alla porta di Adriano ad Atene che separava la città di Teseo, la città antica, dalla città moderna, dove l’imperatore Adriano promosse una serie di lavori di rinnovamento. Quale che sia la giusta spiegazione, per noi questa non è una porta ma è un passaggio, un collegamento tra la città antica e la città moderna che devono far parte di uno stesso futuro. Per creare il nostro nuovo segno identitario – conclude Sirano – ci siamo ispirati come gli antichi ercolanesi al nodo di Ercole, perché questo nodo valorizza soprattutto le connessioni. Sono proprio le connessioni che ora il parco vuole approfondire con l’esterno, con il territorio che lo circonda”.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 21.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano esplora il tema “Ercole a Herculaneum”: in questa seconda parte scopriamo storie, leggende e vita di Ercole raccontate da statue dipinti e sculture ritrovate nel sito

“Contesa fra Ercole e il fiume Acheloo per la mano di Deianira” nella sede del Collegio degli Augustales di Ercolano (foto Paerco)

Con la 21.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano esplora il tema “Ercole a Herculaneum”, cioè il Mito, la leggenda e la città. In questa seconda parte scopriamo le storie, le leggende e la vita dell’Eroe fondatore di Herculaneum raccontate da statue dipinti e sculture ritrovate sotto il vulcano.

Tra le statue e le fontane che decoravano il giardino della Casa dei Cervi, c’è anche una rappresentazione di Ercole. “Questa volta l’eroe che ha dato il nome alla città”, spiega Sirano, “è ubriaco, e si sta liberando: sta facendo la pipì. È un Ercole oramai vecchio. Qui è esposta una copia in gesso dell’originale che probabilmente viene dal mondo ellenistico, e in ogni caso ci mostra molto bene quello che sta succedendo. La statua era stata trasformata in una fontana. Gli abitanti di questa casa volevano probabilmente dire che anche che anche l’eroe che ha dato il nome alla città si trova così bene durante le feste che avvenivano qui da rilassarsi completamente ed essere uno dei protagonisti di questa vita beata che qui avveniva”.

La statua di Marco Nonio Balbo a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Un’allusione ad Ercole non poteva mancare neppure nella statua del patrono della città: Marco Nonio Balbo. “Il tipo di statua in corazza che viene scelto – continua Sirano – prevedeva già sugli spallacci un’immagine della testa di Ercole. Ma è ovvio che qui questa rappresentazione acquista un valore simbolico molto forte: il padre di Ercolano, l’eroe fondatore, e il padre della patria di Ercolano, Marco Nonio Balbo”.

La fontana dell’Idra di Lerna esposta per nell’Antiquarium di Ercolano (foto parco archeologico di Ercolano)

All’interno dell’Antiquarium di Ercolano è esposta la statua dell’Idra di Lerna (vedi La statua di Demetra da Ercolano a Los Angeles per la grande mostra sui tesori della Villa dei Papiri. All’Antiquarium al suo posto per la prima volta esposta la fontana dell’Idra di Lerna | archeologiavocidalpassato). “È l’originale della statua-fontana che decorava il centro della piscina cruciforme che si trovava nella palestra della città antica. Si tratta di una statua di bronzo assemblata di diverse parti che rappresenta un unicum nel mondo antico. Non abbiamo altre rappresentazioni in bronzo di queste dimensioni dell’Idra di Lerna. Il mostro serpentiforme – descrive Sirano – si avvolge attorno a un platano, secondo la leggenda antica. E presenta la parte bassa del corpo da cui a un certo punto si dipartono cinque teste, ognuna di queste nella collocazione originaria diventava uno zampillo di fontana. E c’era un motivo perché l’Idra proviene dall’Oceano e quindi ha un rapporto molto stretto con l’acqua. Gli studiosi hanno accostato questa statua a quella con lo stesso soggetto che Agrippa aveva posto nel Lacus Servilius, la fontana di Servilio, che si trovava nel Foro Romano. Questa fontana era legata a un acquedotto dell’età repubblicana ed era stata oggetto, durante le guerre civili, di una terribile esposizione delle teste dei senatori tagliate da Silla. Agrippa mettendo invece questo mostro dalle tante teste che diventa una fontana voleva alludere alla pacificazione. Ma secondo il poeta Orazio l’Idra era anche un modo per alludere alla forza, alla tenacia che aveva il popolo romano, che non poteva essere sconfitto come invece fu sconfitta l’Idra. A Ercolano la rappresentazione di questa fatica poteva sì essere un richiamo alla capitale, alla città di riferimento per tutti i romani, ma probabilmente questo assumeva anche un significato locale. Infatti la fatica di Ercole viene vinta con l’aiuto di Iolaos. L’uccisione dell’Idra celebra quindi la solidarietà reciproca fra i cittadini. E Ercole, dopo aver ucciso l’Idra, intinge le punte delle sue frecce nel sangue di questo mostro provocando poi delle ferite non guaribili. In questa maniera si voleva nel luogo dove venivano allevati i nuovi cittadini di Ercolano, valorizzare la solidarietà e la forza che si poteva assumere dopo aver superato delle fatiche che apparentemente sembrano insormontabili, come questo mostro dalle tante teste”.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 18.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano ci guida tra gli ambienti di una delle domus più grandi e particolari di Herculaneum: la Casa dell’Atrio a mosaico. Prima parte: l’atrio, la piccola basilica, il giardino, la grande esedra

La Casa dell’Atrio a mosaico, una delle più grandi di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Con la 18.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, ci guida tra gli ambienti di una delle domus più grandi e particolari di Herculaneum, la Casa dell’Atrio a mosaico, che con i suoi dettagli architettonici ci lascia senza fiato. In questa prima parte: l’atrio, la piccola basilica, il giardino, la grande esedra.

La Casa dell’Atrio a mosaico è una delle case più grandi dell’antica Herculaneum: 1200 metri quadrati solo al pianterreno e una parte della casa presentava anche un piano superiore. “All’ingresso ci colpisce la presenza di un mosaico bianconero con una serie di quadrati riempiti di forme geometriche con schemi differenziati”, spiega Sirano. “Alle pareti dipinti del cosiddetto IV stile che – laddove possibile – sono stati integrati all’epoca della scoperta per dare un’idea dell’interezza della decorazione. Su questo ambiente si aprivano la cella ostiaria, dove c’era il custode, e la culina (la cucina). All’età dell’imperatore Augusto i proprietari di questa casa acquistarono vari lotti di terreno e unirono tre o quattro case più piccole in un’unica grande dimora che riproduce la cosiddetta villa urbana come la quasi gemella casa dei Cervi che si trova qui vicino”.

Il pavimento “ondulato” dell’atrio della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

L’atrio, così come lo vediamo oggi, presenta questo caratteristico mosaico a scacchiera bianconero con una strana ondulazione. “È dovuta al fatto”, interviene Sirano, “che durante il cataclisma per l’eruzione del Vesuvio con le scosse telluriche il piano di preparazione del pavimento ha ceduto, perché al di sotto ci sono anche le strutture, i muri delle case precedenti che erano state demolite per creare la sistemazione attuale. È molto interessante anche notare che l’impluvio, la vasca per raccogliere le acque piovane, non è perfettamente centrato con la porta. E per camuffare questo il mosaicista che ha decorato l’atrio ha fatto una cornice asimmetrica più larga da una parte e più stretta dall’altra per cercare di ricomporre il disegno in un quadro unitario”.

Il direttore Francesco Sirano nella sala a basilica della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

Nella Casa dell’Atrio a mosaico in luogo del tablino, l’ufficio del proprietario, siamo accolti da una sala grandiosa che ha uno schema molto particolare. Infatti è caratterizzata da una grande aula e due piccole navate. “Si tratta di una vera e propria piccola basilica all’interno di una casa”, continua Sirano. “Gli studiosi hanno pensato che questa sia la realizzazione architettonica di quello che Vitruvio chiama la sala all’Egiziana. Aveva anche il piano superiore ed è caratterizzata dalla presenza di pilastri che determinano le due navate laterali e quella centrale nella quale ci troviamo. La decorazione dei pilastri era di stucco a colonnette, poi la parete ha una decorazione – ultima fase del cosiddetto IV stile – a fondo bianco con architetture molto esili e con le caratteristiche tipiche figure fluttuanti. Sul coronamento dell’edicola centrale sono visibili due cariatidi con in mano un vaso per le offerte che sono di particolare eleganza. Al centro una maschera teatrale. Molto interessante è il pavimento in marmi colorati che formano dei disegni geometrici con delle grandi fasce di marmo grigio laterali. Le mancanze sono dovute al passaggio degli scavatori borbonici”.

Il giardino della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

La casa è articolata in tre quartieri: la zona dell’atrio, la zona del giardino e la zona dell’affaccio a mare. “La zona del giardino”, riprende Sirano, “era circondata su tre lati da un colonnato che, negli ultimi momenti di vita della casa, era stato chiuso in forma di criptoportico, cioè un porticato chiuso con delle finestre che prendevano aria e luce dal giardino. Al centro del giardino una vasca, e sul lato Est si aprivano una serie di ambienti di soggiorno che in qualche maniera integravano la loro mancanza nella zona dell’atrio, dove sappiamo si aprivano di norma in una casa romana. E qui caratteristica è la presenza di una veranda in legno che è uno dei ritrovamenti più eccezionali di Ercolano. Particolare cura era stata data all’integrazione tra gli spazi all’aperto e gli spazi al chiuso. La zona della veranda era una sorta di punto di passaggio. Essa infatti sorgeva su un parapetto che presentava al suo interno una fioriera per creare proprio un passaggio naturale dalla zona dedicata al giardino alla zona dedicata al soggiorno”.

Il quadretto con Diana e Atteone nell’esedra della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

La grande esedra con pavimenti a mosaico e pareti a fondo azzurro si affacciava direttamente sul giardino. “Mancano una parte dei quadretti mitologici”, fa notare Sirano. “Sono stati strappati, come parte del pavimento, durante gli scavi borbonici. I quadretti che sono rimasti presentano dei temi mitologici molto interessanti. In uno vediamo la dea Diana che si sta lavando a una fonte e che viene spiata dal giovane Atteone, che poi viene punito, trasformato in cervo e attaccato dai suoi cani. È molto interessante il modo di narrare questo episodio perché nello stesso quadro abbiamo due momenti differenti: prima Atteone che vede Diana; poi Atteone che viene punito. Nell’altro quadretto mitologico conservato, si vedono i gemelli Anfione e Zeto che stanno punendo Dirce – la cui figura qui non è più molto ben conservata – con il toro che poi la dilanierà per vendicare la loro madre Antiope maltrattata da Dirce. Questi due temi sono molto interessanti perché tutti e due parlano della mancanza di misura, una sorta di tracotanza che spesso gli esseri umani possono avere. Da un lato la mancanza di misura e dei propri limiti da parte di Atteone che guarda la dea nuda che si sta facendo il bagno, e dall’altro una parente Dirce che non tratta bene una sua consanguinea e che provocherà poi l’ira dei suoi figli, futuri re di Tebe. I fondali, tra un’architettura e un’altra, erano occupati da tondi con dei volti femminili con intenti quasi ritrattistici”.

Ercolano. Dopo 40 anni il parco archeologico riprende lo scavo dell’antica spiaggia: l’obiettivo è aprire ai visitatori la passeggiata sul litorale di Herculaneum dai fornici dei pescatori alla villa dei Papiri. I lavori dureranno due anni e mezzo

Veduta di Ercolano con, in primo piano, l’antica spiaggia con i fornici dei pescatori (foto Graziano Tavan)
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Il muro di materiale lavico che dall’antica spiaggia di Ercolano impedisce di vedere il mare (foto Graziano Tavan

Il mare non la lambisce più. E neppure si vede più, dall’antica spiaggia di Ercolano, “nascosto” da un muro di lava. Ma l’obiettivo della dirigenza del parco archeologico di Ercolano è quello di aprire ai visitatori l’antica spiaggia di Herculaneum in tutta la sua lunghezza, dai fornici dei pescatori alla villa dei Papiri. Un obiettivo ambizioso e spettacolare che sarà possibile raggiungere con la nuova campagna di scavo che partirà a breve e durerà due anni e mezzo. A quarant’anni dagli ultimi scavi (erano gli anni ’80 del secolo scorso), quando è stato portato alla luce il fronte della città verso il mare, si riprende infatti la ricerca archeologica al parco archeologico di Ercolano. I lavori interesseranno proprio l’Antica Spiaggia, il lido della Ercolano romana, per consentirne la valorizzazione e il ricongiungimento alla visita della Villa dei Papiri. I lavori saranno seguiti da una équipe multidisciplinare formata da tecnici del parco archeologico di Ercolano, del ministero dei Beni culturali e dell’Herculaneum Conservation Project, che si avvarranno delle più aggiornate tecniche di indagine e documentazione che la scienza mette a disposizione. L’intervento prevede di valorizzare l’antico litorale, riportando materiale sabbioso appositamente studiato per drenare l’acqua piovana, ripristinando le quote antiche, e consentendo finalmente al pubblico di accedervi, di passeggiare quindi sul litorale antico con un percorso finora inedito. Questa passeggiata potrà anche prolungarsi fino a raggiungere l’area dei cosiddetti “Nuovi Scavi” con la Villa dei Papiri, mettendo in connessione finalmente le due aree dell’antica Herculaneum da sempre separate dalla soprastante via Mare.

L’andamento dell’antica spiaggia di Ercolano che oggi sembra un vallo (foto Graziano Tavan)

A causa dei fenomeni dei movimenti del terreno legati all’eruzione del 79 d.C. la spiaggia si trova oggi a circa 4 metri al di sotto dell’attuale livello del mare, una condizione che fin da subito ha posto rilevanti problemi di regimentazione delle acque. Al fine di risolvere tali problematiche, gli specialisti dell’Herculaneum Conservation Project, tra il 2007 e il 2010, hanno messo in luce ulteriormente la parte orientale della spiaggia evidenziando la presenza di numerose testimonianze archeologiche riferibili sia alle fasi più antiche di vita della città che alla situazione al momento dell’eruzione. In seguito, e anche grazie alla quasi ventennale esperienza di conoscenza e conservazione acquisita a Ercolano, hanno predisposto per il Parco di Ercolano il progetto che entro poche settimane vedrà l’avvio. Le attività di scavo previste consentiranno di raggiungere il livello della spiaggia come si presentava al momento dell’eruzione anche nel lato Ovest. L’intervento, dunque, costituirà una straordinaria occasione per acquisire preziose informazioni, sulle fasi di vita più antiche della città, sulla situazione al momento dell’eruzione e sulle dinamiche della distruzione nel 79 d.C.  aggiungendo un ulteriore tassello alla conoscenza delle città romane affacciate sul golfo di Napoli.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, vicino ai fornici dell’antica spiaggia di Ercolano dove sono stati trovati i resti dei fuggiaschi (foto Paerco)

“Le straordinarie scoperte qui avvenute a partire dal 1980 suscitarono clamore internazionale e diedero il via ad una serie di studi settoriali di grande interesse”, interviene Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano. “Riprendiamo la ricerca sul terreno con rinnovata consapevolezza della complessità del sito e, grazie a un approccio multidisciplinare, ci aspettiamo ulteriori e solidi approfondimenti. Si tratta di un progetto che realizzerà interventi sistematici, coordinati e caratterizzati da un rigoroso approccio scientifico, di documentazione e di studio. Un progetto messo in campo in sinergia con HCP, ulteriore tassello che dimostra come sia possibile una collaborazione pubblico-privato a tutto vantaggio del bene pubblico e degli attori che vi partecipano. Lo studio andrà nella direzione di coniugare le indagini archeologiche, in stretta relazione con gli aspetti antropologici, geologici, paleobotanici, conservativi creando una stabile connessione con il pubblico presente e da remoto. Crediamo che questo sia il più genuino coronamento di un’attività iniziata oramai 40 anni fa e avanzata con discontinuità e tra mille difficoltà che il nuovo parco archeologico è ora in grado di affrontare e risolvere con efficacia”.

Napoli, Pompei, Ercolano: 18 gennaio, primi visitatori al Mann e agli scavi archeologici

Tina, abbonata a OpenMANN, è la prima visitatrice alla riapertura del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)
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Enrico e Simone, primi bambini entrati a visitare il Mann (foto Mann)

18 gennaio 2021, ore 8.30. “Un portone aperto…tutta un’altra storia da condividere!”. Con queste parole il museo Archeologico nazionale di Napoli tenta di raccontare l’emozione di poter tornare ad accogliere nuovamente i visitatori. “Una storia da condividere con tutti voi: con Tina, nostra abbonata che questa notte non ha dormito per l’emozione di tornare al Museo; con Domenico, medico al Santobono; con Francesco, che studia diritto romano; con Vincenzo, appassionato di archeologia. E con milioni di altre persone di cui non conosciamo ancora il nome, ma che vibrano per le nostre stesse passioni! Bentornati al Mann!”. E poi Enrico e Simone, i primi bambini che hanno visitato il museo Archeologico nazionale di Napoli. “Felicità è questo. Tornare a vivere la bellezza”.

Da oggi, 18 gennaio 2021, riaperti gli Scavi di Pompei e il museo Archeologico di Stabia. “Vi aspettiamo”. Il parco archeologico di Pompei ha accolto i primi visitatori, con ingresso da porta Anfiteatro, nel rispetto delle norme anti-Covid.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, riapre le porte degli scavi dell’antica Herculaneum (foto paerco)
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Primi visitatori nell’area archeologica di Ercolano (foto paerco)

Alle 8.30, questa mattina, 18 gennaio 2021, è lo stesso direttore del parco Archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, ad aprire le porte ai primi visitatori all’area scavi dell’antica Herculaneum. “Finalmente il primo giorno di nuovo insieme! Siamo aperti e vi aspettiamo al Parco per una visita in piena sicurezza! I biglietti e il nostro abbonamento un anno=un giorno sono acquistabili esclusivamente online”.

“Lapilli sotto la cenere”: con l’ottava clip del parco archeologico di Ercolano il direttore ci porta alla scoperta degli scavi moderni della villa dei Papiri

È uno dei luoghi simbolo dell’antica città di Ercolano. Stiamo parlando della villa dei Papiri, oggetto di scavo in epoca borbonica e moderna. Con l’ottava clip dei “Lapilli sotto la cenere del Parco archeologico di Ercolano”, serie di video che permette la visita digitale integrando quella reale ed ampliando ulteriormente la fruizione dei visitatori portandoli anche ad esplorare realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili, il direttore Francesco Sirano ci accompagna alla scoperta degli scavi moderni della villa dei Papiri.

Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano appartenuta alla famiglia dei Pisoni

“Oggi visitiamo poco più di un terzo della città antica”, ricorda Sirano. “Il resto si trova al di sotto della città moderna. Sul lato Nord tuttavia esiste una zona al confine tra la città moderna e la città antica dove, a partire dagli anni ’90, sono stati realizzati degli scavi che hanno ripreso in parte le ricerche borboniche della famosa villa dei Papiri e in parte hanno effettuato nuove scoperte che ci hanno posto di fronte ai quartieri più settentrionali dell’antica Herculaneum. Tra i principali impegni del Parco c’è quello di creare le condizioni per l’apertura al pubblico di questa parte della città antica”. Secondo lo storico romano Sisenna Ercolano antica sorgeva su una piccola altura delimitata a Nord e a Sud da due fiumi. Prendiamo in considerazione la piccola valle dove scorreva il fiume, che delimitava da Nord, la città antica, all’esterno della quale sorgeva la villa dei Papiri. “Si tratta di un edificio di grandissima importanza anche dal punto di vista architettonico, un vero e proprio palazzo. Se immaginiamo di sovrapporre la sola lunghezza della villa dei Papiri alla città antica scopriremmo subito la sproporzione e quanto essa giganteggia. Infatti la villa dei Papiri occupa più di quattro isolati e mezzo della città antica. Questo nel senso della lunghezza. Ma la villa dei Papiri sorgeva su almeno quattro piani. Quindi parliamo davvero di un edificio straordinario, i cui resti oggi sono a circa tre metri al di sotto dell’attuale quota del mare e più o meno all’altezza della quota del mare nell’età romana”.

L’ingresso della Villa dei Papiri a Ercolano

La villa dei Papiri si affacciava direttamente sul mare. Aveva una splendida vista verso il mare e aveva una base, la cosiddetta basis villae, che si sviluppava su almeno due piani, al di sopra dei quali c’era l’atrio. Un corpo probabilmente staccato della villa era costituito da un padiglione che si affacciava direttamente sulla scogliera, antistante la villa. L’ingresso alla villa poteva avvenire sia via terra sia via mare. Dal mare una scaletta conduceva dalla scogliera al padiglione che aveva una facciata monumentale e si elevava per almeno due piani. Oggi si vedono le tracce del crollo di questo edificio avvenuto durante l’eruzione vesuviana.

La planimetria della villa dei Papiri di Ercolano con l’indicazione dell’ingresso della “basis villae” (foto paerco)

In uno degli ambienti ricavati nella base della villa oggi si entra attraverso una finestra perché questo spazio non è stato completamente scavato. Appena entrati si nota la presenza della cornice della porta da cui probabilmente si accedeva a questo sito. “L’ambiente è articolato in due zone”, spiega Sirano: “Una sorta di anticamera e l’ambiente vero e proprio, come si ricava dalla diversa lavorazione della volta, una a crociera e una a botte. Se cominciamo a osservare meglio il luogo, che doveva essere affacciato sul mare e garantire freschezza nei periodi di maggiore calura, ci accorgiamo che ci troviamo in un vero e proprio cantiere. Non solo un cantiere archeologico, ma anche un cantiere antico perché poco prima dell’eruzione del 79 d.C. qui si stavano svolgendo lavori di restauro come si comprende dai tanti indizi ritrovati durante gli scavi archeologici. Abbiamo infatti i resti dell’impalcatura che serviva agli operai per poter dipingere: siamo a poco più di un metro dall’altezza del pavimento antico. Sulla parete ci sono dei quadretti solo preparati, non ancora completati. Se alziamo lo sguardo vedremo che la decorazione in stucco non è completa: mancano ancora molti dettagli e una parte presenta l’intonaco solo preparato. È rimasta la sinopia, cioè il disegno preparatorio che serviva da guida agli artigiani dell’officina per poter completare un disegno che doveva essere come quello sull’altro lato dello stesso ambiente che è stato già completato: pitture di quarto stile che ci rimandano al mondo di Dioniso. E lo vediamo dalle maschere, i tirsi, la vite con l’uva e vediamo anche i flauti e tutta una serie di cose che ci riportano ai piaceri della permanenza in quest’ambiente”.

Le armi barbariche decorate a stucco sulla volta degli ambienti della “basis villae” della villa dei Papiri a Ercolano (foto paerco)

“Ma secondo gli studiosi se nell’ultima fa la decorazione si rifaceva ai temi dionisiaci, ci deve essere stato un momento precedente durante il quale si poneva l’accento anche su un altro aspetto: quello militare. Il pannello principale della volta di stucco completa ci rappresenta infatti una serie di armi. Si tratta di armi barbariche, una vera e propria catasta di armi. Sono le spoglie che i generali vittoriosi prendevano al nemico e che venivano portate in processione a Roma durante il trionfo. Ora sappiano dalle fonti letterarie che solamente alcuni alti livelli dell’esercito, generalmente i generali vittoriosi, potevano fare riferimenti, anche all’interno della propria abitazione, a questo passato glorioso che aveva caratterizzato i padroni di casa o qualcuno dei suoi antenati”.

La planimetria della villa dei Papiri di Ercolano con l’indicazione dell’ingresso dell’atrio (foto paerco)

Siamo arrivati all’atrio della  villa dei Papiri. Il nome, come è noto, deriva dal ritrovamento durante gli scavi del 1700 di più di mille rotoli di papiro che facevano parte dell’unica biblioteca antica sinora recuperata. “Questi testi, interessantissimi”, continua Sirano, “ci hanno dato informazioni preziose sulla vita culturale di Roma di quel periodo e anche sul padrone di casa. Alla villa si accedeva sia dal mare sia dalla terra, e l’ingresso via terra si trovava alle spalle dell’atrio. Lì infatti gli scavi borbonici hanno evidenziato la presenza di un piccolo porticato quadrato, e al di là di questo porticato ci doveva essere l’ingresso alla villa. Questa struttura segue le indicazioni tipiche nel modo romano per la costruzione di una villa suburbana, cioè una villa al di fuori della città o anche in campagna una villa rustica. Questo prevedeva infatti l’inversione tra il porticato e l’atrio. Laddove in una casa romana la prima cosa che si trovava in città era l’atrio, invece fuori dalla città la prima cosa che si trovava era un porticato e poi veniva l’atrio vero e proprio che era il punto dove il padrone di casa riceveva i suoi ospiti. E gli ospiti di questa casa dovevano essere rapiti da una vista incredibile che si parava ai loro occhi una volta attraversato l’atrio, perché questi ambienti affacciano su un portico di cui si sono conservate solo le basi delle colonne in mattoni che sono state spazzate via dalla furia dell’eruzione del 79 d.C. Ma dobbiamo immaginare davanti a noi una vista mozzafiato sull’intero golfo di Napoli”.

I sontuosi pavimenti a mosaico (strappati durante gli scavi borbonici) degli ambienti pertinenti all’atrio della villa dei Papiri (foto paerco)

Su questa zona signorile della villa si aprivano gli ambienti più suntuosi. “Questo lo comprendiamo dalle soglie di marmo che dovevano supportare delle porte monumentali per entrare in ognuno di questi ambienti dalla splendida decorazione a mosaico che è stata strappata dagli scavi borbonici. Le bellissime pitture che decoravano i muri erano in secondo stile scenografico che sono state in parte recuperate già durante gli scavi borbonici, oggi al museo Archeologico nazionale di Napoli, e in parte invece recuperate e oggi nei depositi dell’antiquarium di Ercolano. Questi ambienti avevano anche una serie di ingressi secondari che venivano utilizzati dalla servitù che passava senza disturbare chi era presente, gli ospiti e il padrone di casa. C’è un’immensa sala utilizzata come sala da pranzo. Questo lo vediamo dalla presenza al centro dello splendido tappeto a mosaico geometrico di più colori intorno al quale c’è un’ampia fascia risparmiata per poter collocare i letti triclinari che secondo la tradizione romana venivano utilizzati per i banchetti in grandi occasioni, particolarmente importanti”.

La megalografia con figura femminile di soggetto dionisiaco rimasta nelal sala triclinare della villa dei Papiri (foto paerco)

Le pareti della villa dei Papiri avevano delle decorazioni particolarmente curate ed eleganti anche negli ambienti secondari. Ma queste decorazioni diventavano ancora più impressionanti quando si passava nella stanze di rappresentanza. “Nella  grande sala triclinare abbiamo i resti di una megalografia, cioè una pittura figurata dove i personaggi sono rappresentati in proporzioni più o meno simili al vero. Si vede una figura femminile che ha in mano un tirso, strumento che ci riporta al mondo di Dioniso. Al centro di questa scena dobbiamo immaginare il dio dei piaceri della tavola, del vino, il dio Dioniso, in una rappresentazione più o meno simile a quella che si trovava nella villa dei Misteri a Pompei”.

“Lapilli sotto la cenere”: la quinta clip del parco archeologico di Ercolano ci fa scoprire la mensa degli antichi ercolanesi, che tenevano una dieta principalmente vegetariana con poche proteine dal pescato e animali da allevamento

Nella quinta clip dei Lapilli sotto la cenere del Parco Archeologico di Ercolano, il direttore Francesco Sirano ci accompagna alla scoperta della mensa degli antichi ercolanesi. Grazie al ritrovamento di numerosi reperti organici tra cui legumi, cereali, frutta e cibi preparati è possibile risalire alle abitudini alimentari e commerciali della città di Herculaneum. “Gli scavi archeologici”, spiega Sirano, “ci hanno fatto ritrovare frutta, cereali, legumi, cibi già preparati che si trovavano sulle mense come nei negozi nei ristoranti nei depositi dell’antica Ercolano. Talvolta ne sono stati trovati in quantità davvero considerevoli come nel caso dei cereali: sul cardo quarto un silos conteneva più di 100 chilogrammi di grano”. Alcuni di questi materiali ci aprono una finestra verso i commerci internazionali di Ercolano come dimostra il ritrovamento dei datteri. Se prepariamo una selezione dei principali cibi che si trovavano sulle mense degli antichi ercolanesi, notiamo subito il loro colore uniforme dovuto al fatto che hanno subito un processo di carbonizzazione ma se li osserviamo più da vicino li possiamo riconoscere ancora oggi. Con la restauratrice Elisabetta Canna e l’archeologa Stefania Siano andiamo alla scoperta di questi alimenti. I cereali: abbiamo il grano, l’orzo, il miglio e il farro. E poi cipolle e spicchi d’aglio. Poi abbiamo i legumi: ceci, lenticchie, fave, piselli. Passiamo alla frutta: moltissimi i resti di fichi, mandorle, abbiamo alcune noci, e preziosissimi frammenti di melograno, e infine datteri, un frutto più esotico. Interessante anche la scoperta di frammenti di lievito madre con cui si poteva impastare il pane che aveva due forme diverse: la focaccia e la pagnotta, quest’ultima con un segno radiale per invitare il taglio delle fette di pane. Dalle fonti letterarie sappiamo che questo pane si accompagnava con il consumo delle olive. L’apporto proteico era poi completato dalle uova, dai frutti di mare e dal pesce, e dalle proteine di animali di allevamento. Tra i frutti di mare, capesante, murice, conchiglie di vongole. Il pesce era anche quello pescato all’interno dei golfo. Attraverso l’analisi dei resti recuperati nel setacciamento di materiali gettati in una fogna è stato possibile riconoscere più di 50 specie di pesci, presenti ancora oggi nel golfo di Napoli. Gli antichi ercolanesi per preparare i cibi utilizzavano tegami, pentole di terracotta e di metallo. Invece tegami e pentole di bronzo venivano utilizzati per servirli durante dei pasti di particolare importanza in occasione di festività e solennità familiari. “Si tratta dunque di una dieta basata prevalentemente sul regime vegetariano con apporti proteici dal regime animale estremamente limitati. Molto interessanti sono i dati ricavati dalle analisi paleo-nutrizionali sulle ossa e la dentatura dei fuggiaschi che si trovavano sull’antica spiaggia. Questi dati hanno confermato un accesso alle proteine animali molto limitato, prevalentemente ai livelli sociali più alti della comunità locale”.