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Ercolano. Il parco archeologico riapre il Teatro antico, ogni sabato con sei turni da 10 partecipanti: cinquanta minuti di emozioni forti a 25 metri di profondità, con caschi, mantelline e torce, in un viaggio nel tempo attraverso i cunicoli settecenteschi

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Il Teatro antico di Ercolano a 25 metri di profondità, raggiungibile attraverso i cunicoli settecenteschi nella lava (foto Pier Paolo Metelli – Arte’m)

ercolano_teatro-antico_riapre-al-pubblico_locandinaCinquanta minuti di emozioni forti a 25 metri di profondità alla scoperta del Teatro antico di Ercolano. Da sabato 23 aprile 2022 ripartono infatti le visite al percorso sotterraneo del Teatro del parco archeologico di Ercolano. I visitatori potranno trasformarsi in veri e propri esploratori con caschi, mantelline e torce, forniti dal parco archeologico di Ercolano, per andare alla scoperta della storia dell’antica città. Il Teatro sarà visitabile ogni sabato fino a dicembre 2022, con una pausa estiva nei mesi di luglio e agosto: alle 9, 10 (turno in lingua inglese), 11, 14, 15 (turno in lingua inglese) e 16. Sei turni di visita, per gruppi formati da non più di 10 persone per volta. I visitatori verranno condotti in un viaggio nel tempo attraverso i cunicoli settecenteschi accompagnati dal personale del Parco nell’ambito di un progetto speciale finanziato con i proventi dei biglietti. I biglietti potranno essere acquistati on line sul sito www.ticketone.it, o direttamente presso la biglietteria del Parco; con l’occasione della riapertura del teatro verranno attivate nuove tariffe estremamente vantaggiose per favorire la visita e la conoscenza di questo tesoro nascosto. Biglietto ingresso Teatro antico di Ercolano: 5 euro. Biglietto integrato ingresso parco archeologico di Ercolano + Teatro antico di Ercolano: 15 euro. Biglietto ridotto previsto unicamente per il biglietto solo teatro di 2 euro per ragazzi con età compresa tra i 18 e i 25 anni (+ diritti di prevendita di 1.50 solo per acquisto online).

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Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, nel teatro antico di Ercolano (foto paerco)

“Il teatro si trova in un’area nevralgica per la ricucitura tra le due Ercolano, l’antica e la moderna”, interviene il direttore Francesco Sirano, “dove abbiamo concentrato gli sforzi di rigenerazione urbana per realizzare nuovi spazi pubblici d’intesa con il Comune e con il Packard Humanities Institute. L’area del teatro è anche luogo privilegiato per accedere al famoso mercato di Resina e al centro storico di Ercolano. Anche così il Parco interpreta il suo ruolo sociale di catalizzatore. La visita sarà una vera e propria esperienza di esplorazione sulle tracce dei visitatori che nei secoli hanno attraversato alla luce delle fiaccole i pozzi e le gallerie creati dagli ingegneri dell’esercito borbonico. Un percorso sotterraneo che ci trasporta indietro nei secoli e ci rende protagonisti di una scoperta che si rinnova ogni volta sotto i nostri occhi stupefatti”.

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Visitatori al Teatro antico di Ercolano con caschi, mantelline e torce (foto paerco)

Qualche attenzione per la visita. Il percorso è sotterraneo e raggiunge circa 25 metri dalla quota stradale. La visita è riservata ai maggiorenni. L’appuntamento è presso la biglietteria del Parco archeologico 30 minuti prima dell’inizio del proprio turno di visita. La pavimentazione è bagnata in più punti ed è scivolosa a causa  della presenza di sedimentazioni calcaree e di acqua. Inoltre, il percorso prevede molti gradini. Pertanto, non è adatto ai soggetti claustrofobici e alle persone con problemi di deambulazione o in gravidanza, ovvero con patologie influenzabili dal contesto di visita. Per motivi di sicurezza si richiede ai visitatori di portare con sé solo borse di piccole dimensioni. È obbligatorio l’uso di scarpe chiuse, basse, resistenti ed impermeabili. è preferibile l’utilizzo di scarpe da trekking. Si consiglia nei periodi estivi di munirsi di maglie o giacche comode, da indossare prima della visita, dato il considerevole sbalzo termico da affrontare durante il percorso.

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Scavi borbonici nell’area vesuviana in una stampa dell’epoca

Il Teatro Antico di Ercolano. Sepolto dall’eruzione del 79 d.C., il Teatro Antico del parco adi Ercolano, nel 1738, fu il primo monumento ad essere scoperto nei siti vesuviani nel corso del Settecento. Nella città di Resina un contadino di nome Ambrogio Nucerino, detto Enzechetta, stava scavando un pozzo quando si imbatté in resti antichi. Enzechetta, senza volerlo, aveva fatto una scoperta sensazionale, aveva trovato il teatro di Ercolano e il pozzo da lui creato si trasformò in una macchina del tempo capace di trasportare in pochi minuti nell’antica città sepolta. Ben presto la notizia arrivò al principe Emanuele Maurizio di Lorena, duca d’Elboeuf che condusse a sue spese per nove mesi gli scavi e nella zona dal pozzo iniziarono ad essere prelevati marmi antichi e statue che il principe utilizzò per abbellire la villa che stava costruendo sul porto del Granatello di Portici. Nel 1738, il re Carlo III di Borbone diede avvio ad un’intensa attività di scavo che segnò il punto di inizio dell’archeologia occidentale moderna.

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Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, mostra la pianta del teatro antico di Ercolano (foto paerco)

Il teatro di Ercolano aveva una capienza di circa 2500 persone, fu costruito all’epoca dell’imperatore Augusto. Uno dei pochi teatri antichi dei quali conosciamo non solo il nome del benefattore che ne finanziò la costruzione (Lucio Annio Mammiano Rufo), ma anche quello dell’architetto (Publio Numisio). La forma del teatro è quella tipica romana con la cavea divisa in tre ordini: ima, media e summa cavea. Le persone prendevano posto nei diversi settori in base allo status sociale, la zona più bassa era quella di maggiore prestigio, e al genere (le donne in summa cavea). Nella parte superiore della cavea sono stati rinvenuti tre tempietti che dovevano ospitare statue di imperatori. Al di sopra dei passaggi di uscita, posti ai lati della cavea, si trovavano i tribunalia, una sorta di palchi d’onore riservati ai VIP dell’epoca.  I due tribunalia conservano le iscrizioni marmoree dedicate a Marco Nonio Balbo, benefattore di Ercolano, e ad Appio Claudio Pulcro, membro di un’importante famiglia di Roma. Il fronte scena aveva l’aspetto di una facciata di un edificio classico, diviso in due ordini, decorato con colonne colorate e statue inserite in nicchie. Aveva le tre classiche aperture: la porta regia al centro e le due laterali, dette hospitales, che consentivano l’ingresso in scena degli attori. L’unica copertura del teatro era costituita dal velarium, composto da grandi teli che venivano aperti nei giorni caldi per proteggere gli spettatori dal sole.

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L’ingresso al Teatro antico di Ercolano in corso Resina (foto Pier Paolo Metelli – Arte’m)

Il teatro suscitò grande interesse fin dal suo ritrovamento; nel corso del Settecento e dell’Ottocento divenne luogo scelto dai colti viaggiatori che giungevano a Napoli da ogni parte d’Europa e divenendo tappa del Grand Tour. Il monumento è ancora oggi accessibile attraverso le scale realizzate in età borbonica, scendendo a più di 20 metri sotto il materiale eruttivo. Il percorso è concepito come una vera e propria esplorazione: i visitatori possono avventurarsi in un luogo unico e suggestivo, in cui sono presenti, oltre ai resti dell’antico edificio, reperti, graffiti lasciati nei secoli dai visitatori, che alla luce delle fiaccole attraversarono nel XVIII e XIX secolo le gallerie e i pozzi creati per penetrare nelle viscere dell’antica Ercolano, e si possono ammirare persino piccole stalattiti. Il teatro inoltre è legato a filo doppio alla storia della moderna Resina, oggi Ercolano. Infatti, durante la Seconda Guerra Mondiale fu utilizzato come rifugio ed entrò nella storia e nei racconti dei cittadini.

Milano. Ancora un mese per visitare alle Gallerie d’Italia la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei”: 130 opere ricostruiscono quello straordinario fenomeno che tra Sei e Ottocento fece dell’Italia la meta privilegiata di letterati, artisti, giovani signori, membri della società aristocratica e colta europea

L’Ermes a riposo, dal museo Archeologico nazionale di Napoli, nel grande salone delle Gallerie d’Italia a Milano per la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” (foto banca intesa)

Tra la fine del Seicento e la prima metà dell’Ottocento, l’Italia fu la meta privilegiata di letterati, artisti, giovani signori, membri della società aristocratica e colta europea. Fu questo il Grand Tour, uno straordinario fenomeno di carattere universale che ha contribuito in modo determinante a creare quella percezione dell’Italia, legata alla bellezza del suo ambiente e della sua arte, ancora oggi di grande attualità che rende davvero unica l’identità del nostro Paese.

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La locandina della mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” alle Gallerie d’Italia di Milano fino al 27 marzo 2022

Alle Gallerie d’Italia a Milano c’è ancora un mese di tempo (fino al 27 marzo 2022) per visitare la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” a cura di Fernando Mazzocca, con Stefano Grandesso e Francesco Leone, e con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli. Il catalogo della mostra è pubblicato nelle Edizioni Gallerie d’Italia | Skira. “La mostra sul Grand Tour, allestita nelle Gallerie di piazza della Scala”, interviene Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, “è la prima ideata e realizzata in Italia capace di offrire uno sguardo d’insieme su un tema così vasto. I capolavori esposti offrono al visitatore odierno l’opportunità di comprendere e rivivere l’emozione provata secoli fa dai protagonisti del Grande Viaggio di fronte alla bellezza senza tempo dei paesaggi e degli antichi luoghi d’arte italiani, elementi fondanti non solo della nostra identità nazionale, ma anche di quella europea. L’iniziativa, che si avvale della prestigiosa partnership del museo Ermitage di San Pietroburgo e del museo Archeologico nazionale di Napoli, conferma il ruolo di primo piano che Intesa Sanpaolo ha conquistato nel corso degli anni nel panorama culturale e artistico del nostro Paese”.

Nel percorso della mostra il grande quadro di Pierre-Jacques Volaire “Eruzione del Vesuvio alla luce della luna” (1774) da Château de Maisons-Laffitte, France (foto banca intesa

Solo in Italia, la cultura classica poteva raggiungere una compiuta sintesi di natura e di storia. Il grande viaggio (l’espressione fu utilizzata per la prima volta nel 1697, nel volume di Lassel, An Italian Voyage) fu presto inteso come momento essenziale di un percorso educativo e formativo, nonché segno di un preciso status sociale. L’Italia rappresentava una tappa obbligata per artisti e studiosi amanti dell’architettura, della pittura e della scultura, sia antica, sia moderna. Le straordinarie scoperte archeologiche del Settecento ad Ercolano e Pompei aggiunsero nuovi motivi di interesse. Questo momento di formazione, diventato obbligatorio per le élite europee, ma poi anche per quelle provenienti da altri continenti, ha coinvolto sovrani, aristocratici, politici, uomini di chiesa, letterati, artisti, tutti affascinati dalla varietà del paesaggio italiano ancora intatto, dalla maestà delle città, dei monumenti e delle opere d’arte che facevano, e ancora oggi fanno, del nostro territorio una sorta di meraviglioso museo “diffuso”.

L’esposizione, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e in partnership con il museo Archeologico nazionale di Napoli e il museo statale Ermitage di San Pietroburgo, presenta circa 130 opere provenienti dalla collezione Intesa Sanpaolo, collezioni private e numerose istituzioni culturali italiane e internazionali come The National Gallery di Londra, musée du Louvre di Parigi, The Metropolitan Museum of Art di New York, museo nacional del Prado di Madrid, Rijksmuseum di Amsterdam, Victoria and Albert Museum di Londra, Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, Statens Museum for Kunst di Copenaghen, musée des Beaux-Arts di Lione, Gallerie degli Uffizi di Firenze, musei Capitolini di Roma, musei Vaticani, museo e real bosco di Capodimonte di Napoli. Tra i prestiti anche due opere provenienti dal Regno Unito e appartenenti alla Royal Collection della Regina Elisabetta II, oltre ad altre opere provenienti da grandi residenze reali come la Reggia di Versailles, la Reggia di Caserta e la Reggia di Pavlovsk a San Pietroburgo.

Amorino alato (1792-93) di Antonio Canova, in marmo, conservato al museo statale Ermitage di San Pietroburgo (foto Leonard Kheifets / museo Ermitage)

Dipinti, sculture, oggetti d’arte, allestiti in un suggestivo dialogo, intendono riproporre, in una mostra di grande attualità, l’immagine dell’Italia amata e sognata da un’Europa che si riconosceva in radici comuni di cui proprio il nostro Paese era stato per secoli il grande laboratorio, un’Italia composita, raffigurata nella sua struggente bellezza dagli artisti che fecero sorgere il mito del “bel paese”. Sono esposte opere dei principali artisti del tempo come Piranesi, Valadier, Volpato, Canaletto, Panini, Lusieri, Hubert Robert, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel, Batoni, le due pittrici Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, Ingres.

“Capriccio with the Pantheon before the Porto di Ripetta” (1761) di Robert Hubert (1733-1808) di The Princely Collections di Vaduz-Vienna (foto Scala Firenze)

Particolare rilievo assumono i luoghi (le città tradizionali come Venezia, Firenze, Roma e Napoli, e i borghi storici) e i paesaggi (dalle Alpi, al Vesuvio, all’Etna). La meta principale del Grand Tour è stata certamente Roma, la città universale ed eterna, prima capitale dell’antichità e poi della cristianità, dove si venivano a studiare i segreti e i canoni del bello, depositato non solo nei marmi antichi ma anche nei capolavori del Rinascimento e del Classicismo seicentesco. Mentre nel Lazio si ripercorrevano i luoghi celebrati dalla letteratura classica che, attraverso Orazio e Virgilio, erano entrati nel mito. La magnificenza del paesaggio del golfo e della zona vesuviana, unita al fascino delle testimonianze dell’antichità, soprattutto dopo la riscoperta delle due città di Pompei e Ercolano, sepolte dalla catastrofica eruzione del Vesuvio del 79 d.C., hanno fatto di Napoli l’altra irrinunciabile meta di questo viaggio di istruzione e formazione, che si estese poi anche, sempre in Campania, alla recuperata area di Paestum dove era possibile emozionarsi di fronte allo spettacolo sublime dei magnifici templi dorici, in un periodo in cui la Grecia, ancora sotto il dominio ottomano, era interdetta ai viaggiatori. Sempre le testimonianze della Magna Grecia spinsero i viaggiatori più ardimentosi, e uno dei primi fu Goethe nel suo famoso viaggio in Italia, verso la più lontana e sconosciuta Sicilia, destinata a incantare con l’asprezza dei suoi paesaggi primitivi e l’imponenza dei templi di Segesta, Selinunte e Agrigento, o del teatro greco di Siracusa.

“Vista di Venezia dall’isola di San Giorgio” (1696) di Vanvitelli, olio si tela, conservato al museo nazionale del Prado a Madrid (foto archivio museo prado)

Altri luoghi privilegiati del Grand Tour furono città piene di eventi come Venezia; Vicenza, dove era possibile ammirare i palazzi di un genio universale come Palladio, imitato in tutto il mondo; Firenze che nelle sue chiese e nelle sue collezioni, in particolare le Gallerie medicee, schiudeva agli occhi ammirati dei viaggiatori le meraviglie dell’antico come del Rinascimento. Più avanti anche Milano, grazie soprattutto alla presenza di Leonardo e del suo leggendario Cenacolo, e i vicini laghi, per lo splendore delle loro rive e delle ville famose sin dall’antichità, diventarono delle mete per i viaggiatori più esigenti.

“Rhyton configurato a testa di cinghiale” (1770 ca) di Giovan Battista Piranesi (atelier di), conservato in una collezione privata (foto studio fotografico Manusardi Srl)

L’Italia divenne per un lungo periodo il maggiore mercato non solo dell’arte antica, ma anche di una produzione contemporanea ispirata alla memoria dell’antico. Sicuramente il più originale protagonista di questo gusto fu il genio di Piranesi che nelle sue incisioni visionarie, nei suoi estrosi arredi aveva proposto ad una raffinata clientela internazionale una visione molto personale dell’immaginario classico. Sulla sua scia si registra una impressionante ripresa delle manifatture artistiche più prestigiose che, dalla bronzistica all’oreficeria al mosaico alla glittica, hanno raggiunto livelli pari a quelli del Rinascimento. I prestigiosi assemblages in metalli e pietre preziosi di Valadier hanno incantato tutto il mondo, mentre le immagini delle più popolari sculture antiche sono state diffuse nelle regge e nelle dimore aristocratiche europee dai bronzetti di Boschi, Zoffoli, Righetti, Hopfgarten o dalle meravigliose statuine in biscuit di Volpato.

“Il Granduca Paolo e il suo seguito nel Foro Romano” (1782) di Abraham-Louis-Rodolphe Ducros, olio su tela conservato al museo-riserva di Pavlosvsk a San Pietroburgo (foto museo pavlovsk)

Dalle richieste dei collezionisti stranieri ha tratto un nuovo slancio anche la pittura, soprattutto un genere prima considerato minore come la veduta e il paesaggio. Anche in questo campo grazie ad artisti della originalità e della grandezza di Canaletto, Panini, Joli, Lusieri e degli stranieri venuti al seguito dei viaggiatori, come Hubert Robert, More, Wilson, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel è stato raggiunto tra Sette e Ottocento un livello prima impensabile, passando dalla razionalità scientifica dei vedutisti all’emozione del paesaggio visto come espressione di uno stato d’animo dei romantici.

“Ritratto di Joahnn Joachim Winckelmann” (1768) di Anton von Maron, olio su tela conservato al museo della fondazione Klassik Stiftung Weimar (foto Klassik Stiftung Weimar)

Ma il genere più richiesto e amato dai collezionisti stranieri, insieme alle vedute dei luoghi visitati, è stato il ritratto. Alla celebrazione del proprio rango si sostituisce l’esaltazione del carattere e della cultura. Da qui la scelta di farsi rappresentare accanto ai monumenti e alle sculture antiche ammirate in Italia. Assoluto maestro in questo campo è stato Batoni, uno dei maggiori ritrattisti di tutti i tempi. I suoi ritratti hanno rappresentato uno status symbol, come quelli del suo rivale Mengs, delle due pittrici in competizione Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, di Von Maron, Tischbein, Sablet, Zoffany, Fabre, Gérard, Ingres.

“Artemide Efesia” marmo della collezione farnese conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli, di età ellenistica (II sec. d.C.), restaurato nel 1786-1888 da Carlo Albacini e Giuseppe Valadier con integrazioni in alabastro e bronzo (foto Luciano e Marco Pedicini)

I viaggiatori erano attratti anche dalla singolarità dei nostri costumi e dalla bellezza di una popolazione, apparentemente felice, che viveva la maggior parte dell’anno all’aria aperta proprio per la mitezza del clima. Un illustratore e pittore straordinariamente popolare come Pinelli e pittori come Sablet, Géricault, Robert, Schnetz, Delaroche hanno saputo rappresentare la vita domestica nei suoi aspetti più avvincenti e commoventi, rivendicando la dignità del popolo. Il maggior giro di affari ha riguardato la scultura, a partire dal commercio dei marmi antichi, il loro restauro e spesso la produzione di copie in cui è stato il maggiore protagonista Cavaceppi. Verso la fine del Settecento, grazie a Canova e ai suoi validissimi seguaci, si è affiancata la produzione di una scultura originale che, pur ispirata all’antichità, ha saputo interpretare la sensibilità moderna, assicurando a questa arte, diventata l’orgoglio dell’Italia, una straordinaria fortuna nel corso del XIX secolo in tutto il mondo.

Pompei. “Su il sipario! Cantiere in Scena”: in scena i restauri in corso e i recenti studi sulla Villa di Diomede lungo via dei Sepolcri. Apertura del cantiere al pubblico e presentazione del libro “The Villa of Diomedes: The making of a Roman villa in Pompeii”

“Su il sipario! Cantiere in Scena”: in scena i restauri in corso e i recenti studi sulla Villa di Diomede a Pompei. Venerdì 2 luglio 2021 si alza il sipario sul cantiere di restauro della Villa di Diomede, lo scenografico complesso residenziale posto lungo la via dei Sepolcri, presso la necropoli di Porta Ercolano, con due appuntamenti: dalle 10.30 alle 15.30, apertura del cantiere al pubblico; alle 16.30, presentazione del libro “The Villa of Diomedes: The making of a Roman villa in Pompeii”.

Restauratrici al lavoro nella Villa di Diomede a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

“L’evento dal titolo Su il sipario! Cantiere in Scena“, spiega il direttore del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, “si inserisce in un filone di iniziative ispirate al concetto di Archeologia Pubblica promosse dal PAP in collaborazione con gli operatori economici, nel caso specifico la De Marco Srl di Bari e Lithos Srl di Venezia, che avevano proposto la loro partecipazione in sede di gara come miglioria. Una buona pratica che può rappresentare un modello per i futuri cantieri del Parco così come di ogni sito archeologico. Pompei è un luogo vivo anche grazie alle ricerche e ai lavori di restauro che continuano ed è nostro obiettivo rendere il pubblico sempre più partecipe di queste attività, proseguendo così l’approccio inclusivo alla fruizione sviluppato nell’ambito del Grande Progetto Pompei sotto la direzione di Massimo Osanna, che ringraziamo per la presenza a questo evento.”

La Villa di Diomede a Pompei in un acquerello del Settecento

Tra i primissimi edifici scavati nel sito di Pompei, tra il 1771 e il 1775, è uno dei monumenti più descritti e rappresentati dai viaggiatori del Grand Tour. Oggetto di un lungo e articolato progetto di ricerca, il complesso, attualmente in fase di restauro, il 2 luglio 2021 sarà aperto al pubblico, che potrà visitarne gli ambienti più rappresentativi e assistere agli interventi in corso. Dalle 10.30 alle 15.30 i visitatori potranno accedere per la visita al cantiere, accompagnati dai tecnici e restauratori. La durata della visita, per massimo 5 visitatori alla volta, sarà di circa 15 minuti. Non è necessaria prenotazione. Ingresso: via dei Sepolcri. I lavori e i restauri in corso rientrano nell’Intervento Grande Progetto Pompei I – Restauro dell’area della necropoli di porta Ercolano e sono diretti dall’arch. Annamaria Mauro; il Responsabile Unico del Procedimento è l’ing. Armando Santamaria. Le imprese esecutrici sono la De Marco Srl di Bari e la Lithos Srl di Venezia.

La copertina del libro “The Villa of Diomedes: The making of a Roman villa in Pompeii”

Alle 16.30 sarà presentato, in anteprima, il libro “The Villa of Diomedes: The making of a Roman villa in Pompeii”, in cui confluiscono i dati dei recenti studi e ricerche condotti da un team internazionale e multidisciplinare, coordinato da Hélène Dessales (École normale supérieure, AOROC, UMR 8546, PSL Research University). Interverranno: Massimo Osanna, direttore generale dei Musei; Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei; Annamaria Mauro, direttore dei lavori; Claude Pouzadoux, direttrice del Centre Jean Bérard; Priscilla Munzi, direttrice aggiunta del Centre Jean Bérard; Hélène Dessales, coordinatrice del progetto di ricerca (ENS, AOROC) e curatrice del libro; Elvira Boglione e Pasquale de Marco, rappresentanti delle imprese esecutrici.

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L’archeologa francese Hélène Dessales

Curatrice del volume, Hélène Dessales è docente di archeologia all’École normale supérieure (Parigi). Il suo lavoro si concentra sull’architettura e le tecniche di costruzione nel periodo romano, in particolare sul sito di Pompei. Il libro riunisce i contributi di altri ventisette specialisti francesi e italiani: Clotilde Boust, Mathilde Carrive, Julien Cavero, Guilhem Chapelin, Arnaud Coutelas, Rita Deiana, Marco Di Ludovico, Giuseppina De Martino, Julien Dubouloz, Ambre d’Harcourt, Éloïse Letellier-Taillefer, Filippo Lorenzoni, Anne Maigret, Gaetano Manfredi, Frédérique Marchand-Beaulieu, Annamaria Mauro, Andrea Milanese, Claudio Modena, Florence Monier, Alban-Brice Pimpaud, Jean Ponce, Andrea Prota, Enzo Rizzo, Amedeo Rossi, Alfonso Santoriello, Agnès Tricoche e Maria Rosa Valluzzi. Con la prefazione di Claude Pouzadoux, Massimo Osanna e Stéphane Verger. Coordinamento editoriale di Magali Cullin-Mingaud. Il libro è una coedizione del laboratorio AOROC e del Centre Jean Bérard presso l’editore Hermann, Parigi.

Modello 3D della villa di Diomede a Pompei realizzato dal team di studio multidisciplinare coordinato da Hélène Dessales (foto parco archeologico di pompei)

Avviato nel 2012, il programma di studi multidisciplinare ha ripercorso l’evoluzione dell’edificio, dalla materiale costruzione della villa romana agli interventi di età moderna e contemporanea. I vari cantieri antichi che ne hanno scandito la vita fino all’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. sono stati individuati e modellati, così come i restauri che l’hanno trasformata dalla fine del XVIII secolo ai nostri giorni. Nell’ambito di tale ricerca, diverse competenze sono state integrate: storia degli scavi e dei restauri, archeologia della costruzione, database, sistema informativo geografico, geofisica, ingegneria strutturale, informatica e modellazione 3D. I trentatré contributi riuniti riflettono i vari punti di vista incrociati sull’intera costruzione di questa villa singolare.

La mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica” al m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera) arriva su SkyArte in prima visione il 1° luglio

La mostra “La reinterpretazione del classico” al m.a.x. museo di Chiasso (foto max museo)

chiasso_m.a.x.-museo_logoLa mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica”
al m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera) fino a domenica 12 settembre 2021 arriva su SkyArte. Il canale SkyArt ARTBOX presenterà infatti il video dedicato alla mostra, in prima visione, giovedì 1° luglio 2021 alle 20.45, con repliche venerdì 2 luglio 2021, alle 12; lunedì 5 luglio 2021, alle 11.15; martedì 6 luglio 2021, alle 12.30. Il filmato può essere visto anche nella sala video del m.a.x. museo e sui canali social di 3D Produzioni (clicca qui per il canale FB di 3D produzioni).

Veduta del Foro romano in una stampa Luigi Rossini (foto centro culturale chiasso)
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Testa di atleta ispirata ai modelli del V sec. a.C. conservata al museo Archeologico di Napoli ed esposta al m.a.x. di Chiasso (foto mann)

La mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica” ha l’obiettivo di presentare la produzione incisoria dell’Antico nel Settecento e nell’Ottocento ripercorrendo il fenomeno storico della reinterpretazione e della fortuna critica del classico. Nelle sale del m.a.x. museo è possibile ammirare quasi duecento incisioni all’acquaforte, a bulino e puntasecca di rara bellezza, stampe acquarellate, litografie e cromolitografie. Sono esposte, fra le altre, le incisioni volute da Johan Joachim Winckelmann per rappresentare l’antico, le stupende acqueforti di Giovanni Battista e Francesco Piranesi, le suggestive incisioni di Luigi Rossini e molte vedute, fra cui quelle di Nicolas-Marie-Joseph Chapuy, di Johann Jakob Wetzel, e paesaggi delle città europee mete del Grand Tour. In ogni sala è inoltre presente un’opera con la funzione di “focus on” tematico, in linea con il filo conduttore dell’esposizione e in dialogo con ciò che è esposto: quattro pregevoli opere archeologiche sono arrivate dal museo Archeologico nazionale di Napoli, ossia una coppia di candelabri realizzata dalla bottega Piranesi nella consueta modalità di pastiches (1784 ca.), una testa di Atleta ispirata a modelli del V sec. a.C. e una testa di Apollo in riposo che fa riferimento alla cerchia prassitelica rielaborata in età romana (del 340 a.C. ca.), il tutto in marmo. Presente inoltre un Polyorama Panoptique da viaggio di Alexandre Depoletti del 1850 c., Collezione Museo Nazionale del Cinema. Esposta in bacheca vi è inoltre una raccolta di incisioni di Luigi Rossini, resa sfogliabile in formato digitale, con un sistema No-Touch.

Il Polyorama Panoptique conservato al museo nazionale del Cinema di Torino ed esposto al m.a.x. museo di Chiasso (foto m.a.x. museo)

Dopo il museo Archeologico nazionale di Napoli, anche il museo nazionale del Cinema di Torino ha arricchito la mostra al m.a.x. museo prestando il Polyorama Panoptique, “scatola ottica” realizzata attorno al 1850 da Alexandre Depoletti, con 10 vedute di Roma. Il polyorama, che si diffuse a Parigi verso la metà dell’Ottocento, ha rappresentato una innovazione importante, perché ha permesso a tutti coloro che non avevano i mezzi per effettuare il Grand Tour di potersi emozionare ammirando le grandiose vestigia dell’epoca classica e non solo, attraverso una scatola ottica. Quest’opera è collocata nella sala 4, dedicata a “I luoghi della memoria del classico e l’apertura alla veduta romantica e al panorama”, e costituisce il quarto “focus on” tematico della mostra.

A tre mesi dall’apertura al m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera) della mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica”, presentazione pubblica ufficiale dell’esposizione con quasi duecento incisioni che raccontano la produzione incisoria dell’antico nel Settecento e nell’Ottocento, insieme ad alcune opere del Mann

La locandina della mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica” al m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera) fino al 12 settembre 2021

chiasso_m.a.x.-museo_logoA tre mesi dall’apertura della mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica” al m.a.x. museo del Centro culturale di Chiasso (Svizzera), dove rimarrà aperta fino al 12 settembre 2021, è in programma la presentazione pubblica dell’esposizione. Appuntamento allo Spazio Officina domenica 6 giugno 2021, alle 17.30. Si tratta di un momento di incontro con il pubblico alla presenza dei co-curatori, delle autorità e delle personalità coinvolte nel progetto di mostra, con brevi interventi a cui seguirà l’apertura gratuita del m.a.x. museo dalle 19 alle 21. I posti sono limitati a 100 persone sedute, in base alle norme COVID; l’iscrizione è obbligatoria, scrivendo all’indirizzo eventi@maxmuseo.ch e indicando nome, cognome, cellulare e codice postale. Saranno presenti Mauro Massoni, console generale d’Italia a Lugano e ministro plenipotenziario; Davide Dosi, vicesindaco e capodicastero Attività culturali Chiasso; Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli; Susanne Bieri, storica dell’arte e co-curatrice della mostra, biblioteca nazionale svizzera; Berna Michele Amadò, segretario AdA, associazione Avvenire dell’Antico; Pierluigi Panza, storico e critico d’arte, Politecnico di Milano.

La mostra “La reinterpretazione del classico” al m.a.x. museo di Chiasso (foto max museo)

L’esposizione, che s’inserisce nel filone della “grafica storica”, ha l’obiettivo di presentare la produzione incisoria dell’antico nel Settecento e nell’Ottocento ripercorrendo il fenomeno storico della reinterpretazione e della fortuna critica del classico. Nella seconda metà del Settecento, la nascita del Neoclassicismo teorico portò alla riscoperta dello studio dell’Antico e dei monumenti classici. Winckelmann, considerato il padre della storia dell’arte moderna, pubblicò nel 1767 i Monumenti antichi inediti in cui vennero unite per la prima volta – a corredo della parte scritta – le incisioni, che raffiguravano opere classiche delle Collezioni romane con l’intento di illustrare l’antico. Il passo da Winckelmann a Piranesi è breve: il grande artista e incisore veneziano a Roma trovò la fonte dell’antico che gli permise di dare origine a incredibili e visionarie interpretazioni, con lo scopo dichiarato di stimolare l’immaginazione degli artisti contemporanei. La diffusione delle incisioni “in folio” contribuì molto a creare una documentazione di viaggio del Grand Tour con splendide vedute che ricordavano ai viaggiatori i luoghi attraversati e inoltre li aiutavano a identificare i monumenti descritti nelle guide. Si passa quindi all’apertura verso le prime espressioni romantiche del “Panorama” in cui è fondamentale la forma dell’illusionismo visivo, con un effetto di grande suggestione scenografica. La veduta romantica diventa così anche una fantasia di monumenti.

Veduta del Foro romano in una stampa Luigi Rossini (foto centro culturale chiasso)
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Testa di atleta ispirata ai modelli del V sec. a.C. conservata al museo Archeologico di Napoli ed esposta al m.a.x. di Chiasso (foto mann)

Nelle sale del m.a.x. museo è possibile ammirare quasi duecento incisioni all’acquaforte, a bulino e puntasecca di rara bellezza, stampe acquarellate, litografie e cromolitografie. Sono esposte, fra le altre, le incisioni volute da Johan Joachim Winckelmann per rappresentare l’antico, le stupende acqueforti di Giovanni Battista e Francesco Piranesi, le suggestive incisioni di Luigi Rossini e molte vedute, fra cui quelle di Nicolas-Marie-Joseph Chapuy, di Johann Jakob Wetzel, e paesaggi delle città europee mete del Grand Tour, affiancati ad alcuni pregevoli reperti archeologici (monete, medaglie e marmi). Esposta in bacheca vi è inoltre una raccolta di incisioni di Luigi Rossini, resa sfogliabile in formato digitale, con un sistema No-Touch. Nel percorso, anche alcune opere provenienti dal Mann: una coppia di candelabri realizzata dalla bottega Piranesi nella consueta modalità di pastiches (1784 ca.), una testa di Atleta ispirata a modelli del V sec. a.C. ed una testa di Apollo (340 a.C.).

Al m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera) la mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica”, quasi duecento incisioni raccontano la produzione incisoria dell’antico nel Settecento e nell’Ottocento

La locandina della mostra “La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica” al m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera) fino al 12 settembre 2021

chiasso_m.a.x.-museo_logo“La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica storica” è la nuova mostra proposta al m.a.x. museo del Centro culturale di Chiasso (Svizzera) dove rimarrà aperta fino al 12 settembre 2021. E, annunciano gli organizzatori, si potrà visitare anche il 19 marzo (festa in Canton Ticino), a Pasqua e Pasquetta, ma non il venerdì e il sabato santo. L’esposizione, a cura di Susanne Bieri e Nicoletta Ossanna Cavadini, ha potuto contare sulla sinergia con il museo Archeologico nazionale di Napoli, la biblioteca dell’Accademia di architettura USI di Mendrisio, la biblioteca cantonale di Lugano, l’associazione Avvenire dell’Antico (AdA) e una fitta rete di collezionisti privati. L’esposizione, che s’inserisce nel filone della “grafica storica”, ha l’obiettivo di presentare la produzione incisoria dell’antico nel Settecento e nell’Ottocento ripercorrendo il fenomeno storico della reinterpretazione e della fortuna critica del classico. Nella seconda metà del Settecento, la nascita del Neoclassicismo teorico portò alla riscoperta dello studio dell’Antico e dei monumenti classici. Winckelmann, considerato il padre della storia dell’arte moderna, pubblicò nel 1767 i Monumenti antichi inediti in cui vennero unite per la prima volta – a corredo della parte scritta – le incisioni, che raffiguravano opere classiche delle Collezioni romane con l’intento di illustrare l’antico. Il passo da Winckelmann a Piranesi è breve: il grande artista e incisore veneziano a Roma trovò la fonte dell’antico che gli permise di dare origine a incredibili e visionarie interpretazioni, con lo scopo dichiarato di stimolare l’immaginazione degli artisti contemporanei. La diffusione delle incisioni “in folio” contribuì molto a creare una documentazione di viaggio del Grand Tour con splendide vedute che ricordavano ai viaggiatori i luoghi attraversati e inoltre li aiutavano a identificare i monumenti descritti nelle guide. Si passa quindi all’apertura verso le prime espressioni romantiche del “Panorama” in cui è fondamentale la forma dell’illusionismo visivo, con un effetto di grande suggestione scenografica. La veduta romantica diventa così anche una fantasia di monumenti.

Veduta del Foro romano in una stampa Luigi Rossini (foto centro culturale chiasso)
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La mostra “La reinterpretazione del classico” al m.a.x. museo di Chiasso (foto max museo)

Nelle sale del m.a.x. museo è possibile ammirare quasi duecento incisioni all’acquaforte, a bulino e puntasecca di rara bellezza, stampe acquarellate, litografie e cromolitografie. Sono esposte, fra le altre, le incisioni volute da Johan Joachim Winckelmann per rappresentare l’antico, le stupende acqueforti di Giovanni Battista e Francesco Piranesi, le suggestive incisioni di Luigi Rossini e molte vedute, fra cui quelle di Nicolas-Marie-Joseph Chapuy, di Johann Jakob Wetzel, e paesaggi delle città europee mete del Grand Tour, affiancati ad alcuni pregevoli reperti archeologici (monete, medaglie e marmi). Esposta in bacheca vi è inoltre una raccolta di incisioni di Luigi Rossini, resa sfogliabile in formato digitale, con un sistema No-Touch.

“Pompei. La città viva”: è il primo podcast prodotto per il parco archeologico di Pompei con la collaborazione di Electa. Sei episodi da ascoltare raccontano la storia e l’evoluzione di una delle più grandi ricchezze del patrimonio italiano

La copertina di “Pompei. La città viva”, il primo podcast prodotto da Piano P per il parco archeologico di Pompei con la collaborazione di Electa

“Vivere” Pompei ascoltando. Dall’8 gennaio 2021 si potrà ascoltare “Pompei. La città viva”, il primo podcast prodotto da Piano P, piattaforma italiana dei podcast giornalistici, per il Parco Archeologico di Pompei, in collaborazione con Electa, in occasione della prossima riapertura al pubblico dell’Antiquarium di Pompei. “Pompei è la città morta più viva che mai…”, “Pompei è un pilastro della nostra cultura e della nostra memoria…”, “Pompei è un mondo ed è anche il mio mondo…”, “Pompei continua a stupirci e lo farà sempre…” sono solo alcune delle dichiarazioni che si possono ascoltare nel trailer di presentazione del podcast (Trailer. Dall’8 gennaio 2021 il primo podcast su Pompei – Pompei. La città viva | Podcast on Spotify). Autori dei testi: Carlo Annese, Enrico Racca, Lucia Stipari; speaker: Matteo Alì, Arianna Granata; illustrazione della cover: Joey Guidone; musiche originali: Nicola Scardicchio, Michele Bozzi, flauto; Antonella Pecoraro, arpa; montaggio e post-produzione: Giacomo Qualcuno; Editing: Giulia Pacchiarini.

Il direttore generale del Parco archeologico di Pompei Massimo Osanna nella cucina ricostruita alla Fullonica di Stephanus (foto parco archeologico Pompei)

La serie prevede 6 episodi, con uscita settimanale il venerdì dall’8 gennaio 2021. Gli episodi saranno disponibili all’ascolto su Spotify, Spreaker, Apple Podcast e su tutte le principali app gratuite per l’ascolto dei Podcast. Sei episodi, condotti da Carlo Annese, nei quali ventisei tra accademici, archeologi, artisti e scrittori, insieme al direttore Massimo Osanna, raccontano la storia e l’evoluzione di una delle più grandi ricchezze del patrimonio italiano: dalla tragica eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. fece scomparire una città intera sotto una coltre di cenere e lapilli alla scoperta casuale che diede inizio agli scavi nel 1748, fino all’ultimo straordinario rilancio del Parco archeologico. Da alcuni anni, infatti, Pompei è una delle mete più richieste del turismo mondiale e non smette di rivelare sempre nuove, sorprendenti testimonianze del suo passato.

Il corto “Pompei. Eternal emotion” di Pappi Corsicato rientra in un progetto di valorizzazione dell’area pompeiana

Valeria Parrella, Pappi Corsicato, Catharine Edwards, Maurizio De Giovanni, Andrea Marcolongo e molti altri contribuiscono a ricostruire la vita quotidiana, le arti e i costumi della città antica – dal cibo all’erotismo, dall’architettura delle domus ai giardini – mettendoli in relazione con i nostri tempi. Insieme a Cesare De Seta e Anna Ottani Cavina analizzano l’influenza che Pompei ha esercitato sulla cultura degli ultimi tre secoli, dal pensiero illuminista sulla catastrofe alla fascinazione dei viaggiatori romantici del Grand Tour fino ai best-seller sugli ultimi giorni prima della tragedia. E con Maria Pace Ottieri scoprono innumerevoli punti di contatto con la realtà di oggi, a cominciare dal rischio che corrono i 700mila abitanti dei sette Comuni dell’area vesuviana. “Quelle rovine ci dicono che siamo sostanzialmente gli stessi”, dice il popolare scrittore napoletano Maurizio De Giovanni. “Quella città, con i suoi mercati e le sue case, con la sua divisione tra una borghesia commerciale e i suburbi popolari, ricalca nella stessa identica maniera quella che sarebbe oggi la città, se la si fotografasse in una situazione simile. E speriamo che non avvenga mai”.

Il Grande Progetto Pompei, quinquennale, è stato avviato nel 2014

Episodio 1. Il museo vivente. La città più antica del mondo vive nel presente e parla al futuro. Il clamoroso “effetto Pompei”, che ha portato il Parco archeologico quasi a raddoppiare i visitatori nel giro di pochi anni sfiorando i 4 milioni nel 2019, è il frutto di uno dei più ambiziosi interventi mai visti in Italia. Il Grande Progetto Pompei, avviato nel 2014 dopo decenni di incuria e cattiva gestione, coincide con l’ennesima rinascita della città, un patrimonio unico al mondo che il direttore Massimo Osanna ha trasformato in un brand internazionale e in un luogo che non smette di rivelare sempre nuove, straordinarie tracce della sua storia. Intervengono: Maurizio De Giovanni, scrittore; Catharine Edwards, docente di Classici e Storia Antica al Birkbeck College di Londra; Antonia Falcone, archeoblogger; Francesco Jodice, artista visuale; Andrea Marcolongo, giornalista e scrittrice; Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico di Pompei e direttore generale dei musei italiani; Luana Toniolo, funzionario archeologo; Andrea Viliani, responsabile del Centro di Ricerca del Castello di Rivoli.

L’altro lato del bancone del termopolio scoperto nella Regio V di Pompei con decorazione di anatre, un gallo e un cane da guardia al guinzaglio (foto Luigi Spina)

Episodio 2. Vivere a Pompei: dall’arte allo street food. Pompei, museo a cielo aperto, è la maggiore fonte di informazioni sulla vita quotidiana degli antichi romani. E ogni nuovo ritrovamento, come in un puzzle, compone un’immagine in perenne mutamento e regala infinite sorprese. Seguendo idealmente due uomini nel loro ultimo giorno, prima dell’eruzione del Vesuvio, passeggeremo tra le strade traboccanti di vita e scopriremo la Pompei delle botteghe e la Pompei città d’arte, le taverne e le domus affrescate, simbolo di status sociale. Assaggeremo il vino che si è ripreso a produrre da alcuni anni e osserveremo gli edifici ancora intatti che all’inizio del ‘900 offrirono a Le Corbusier le basi per la sua idea di architettura. Intervengono: Giuseppe Di Napoli, docente di Disegno e Colore allo IED di Milano; Massimo Montanari, docente di Storia dell’Alimentazione all’università di Bologna; Fabrizio Pesando, docente di Archeologia e Storia dell’Arte romana all’università Orientale di Napoli; Carlo Rescigno, docente di Archeologia classica all’università della Campania “Luigi Vanvitelli”; Grete Stefani, funzionario archeologo; Marida Talamona, docente di Storia dell’Architettura contemporanea all’università Roma 3; Luana Toniolo, funzionario archeologo.

“L’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.” dipinto di Pierre-Henri de Valenciennes (1813) conservato al musée des Augustins di Tolosa

Episodio 3. Cinquantamila volte Hiroshima. Vivere sotto la minaccia della catastrofe, ieri e oggi. Senza saperlo, come accadde ai pompeiani del primo secolo dopo Cristo, oppure essendone perfettamente consapevoli, com’è oggi per i 700mila abitanti dei sette Comuni della vasta area vesuviana che vivono all’ombra del vulcano. La tragica eruzione che in meno di venti ore, il 24 ottobre dell’anno 79, proiettò in aria dieci miliardi di tonnellate di magma, vapori e gas, seppellendo la città, ha influenzato la scienza, da Plinio il Giovane alla vulcanologia moderna. E ha dato origine a una filosofia del disastro che ha avuto in Rousseau e negli Illuministi i principali interpreti. Intervengono: Francesca Bianco, direttore dell’Osservatorio vesuviano di vulcanologia di Napoli; Luigi Gallo, storico dell’arte e direttore della Galleria nazionale delle Marche di Urbino; Maria Pace Ottieri, giornalista e scrittrice; Valeria Parrella, scrittrice; Andrea Tagliapietra, docente di Storia della Filosofia all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

L’archeologo Amedeo Maiuri tra gli scavi di Pompei

Episodio 4. I volti della ricerca. La storia di Pompei è anche la storia epica degli scavi, iniziati nel 1748 sotto Re Carlo di Borbone e tuttora in corso, e con la prospettiva di altri importanti ritrovamenti nei 22 ettari ancora da scoprire. Raccontiamo il romanzo della rinascita della città antica, una saga popolata da uomini e donne che, spesso con colpi di genio, hanno restituito Pompei alla vita: da Giuseppe Fiorelli, l’inventore della celebre tecnica dei calchi, a Vittorio Spinazzola, che ebbe l’intuizione del museo diffuso; da Amedeo Maiuri, il “principe degli archeologi” (come lo definì Guido Piovene), ad Annamaria Ciarallo, che ha ricostruito la flora del tempo, fino a Massimo Osanna, che ha traghettato il Parco Archeologico in una nuova dimensione. Intervengono: Andrea Marcolongo, giornalista e scrittrice; Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico di Pompei e direttore generale dei musei italiani; Valeria Parrella, scrittrice; Grete Stefani, funzionario archeologo; Luana Toniolo, funzionario archeologo; Andrea Viliani, responsabile del Centro di Ricerca del Castello di Rivoli.

L’affresco con Leda e il Cigno, rinvenuto negli scavi della Regio V alla fine del 2018, è una delle più importanti scoperte recenti a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Episodio 5. La città dell’amore. Uno dei ritrovamenti più recenti è anche il più affascinante: un piccolo, splendido affresco, sulla parete di una ricca domus, che ritrae Leda sedotta da Zeus. Per poterla avvicinare, il dio ha assunto l’aspetto di un cigno e si protende verso di lei quasi a chiederle un bacio. Le immagini a tema erotico sono molto frequenti, e non solo nelle stanze da letto, confermando l’idea, maturata nei secoli, di Pompei città del piacere, dove la vanità veniva alimentata da gioielli, profumi e unguenti. Fra verità e leggenda, entriamo nei luoghi che da sempre colpiscono l’immaginario popolare e degli studiosi: il lupanare, le terme pubbliche, ma anche gli spazi privati dove si svolgeva la prostituzione. Ancora oggi la città trasuda sensualità e ci racconta un’idea di bellezza che rappresenta un punto di riferimento anche per i canoni estetici attuali. Intervengono: Ria Berg, docente di Archeologia e Studi classici all’università di Helsinki; Pappi Corsicato, regista; Catharine Edwards, docente di Classici e Storia antica al Birkbeck College di Londra; Valeria Parrella, scrittrice; Fabrizio Pesando, docente di Archeologia e Storia dell’Arte romana all’università Orientale di Napoli; Danda Santini, direttore di Amica e IoDonna.

Un frame del video “Pink Floyd. Live at Pompeii” girato nell’anfiteatro nel 1971

Episodio 6. Dal Grand Tour a Lonely Planet. La scoperta di Pompei, a metà del Settecento, è una vera rivoluzione, che sposta il baricentro dell’attenzione verso Sud. L’apertura degli scavi fa cambiare le rotte del Grand Tour europeo, e a Pompei arrivano in visita intellettuali e grandi artisti: da Winckelmann a Goethe, da Mozart a Picasso, fino ai… Pink Floyd. Nel frattempo cresce anche l’attrazione per il momento più drammatico per la città antica: l’eruzione del Vesuvio. Gli ultimi giorni di Pompei diventano un best seller nella letteratura, nella lirica e nel cinema, da Edward Bulwer-Lytton a Robert Harris, da Giovanni Pacini a Sergio Leone. Pompei diventa così un generatore di storie, che i nuovi ritrovamenti continuano a rendere praticamente inesauribile. Intervengono: Maurizio De Giovanni, scrittore; Cesare De Seta, professore emerito di Storia dell’Architettura all’università Federico II di Napoli; Luigi Farrauto, autore delle guide Lonely Planet; Luigi Gallo, storico dell’arte e direttore della Galleria nazionale delle Marche di Urbino; Anna Ottani Cavina, docente di Storia dell’Arte alla Johns Hopkins University di Bologna; Paola Villani, docente di Letteratura italiana all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Ercolano a 360°: in questo quarto episodio il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, ci porta alla scoperta del teatro antico, il primo monumento scoperto a Ercolano nel 1738, oggi visitabile a 20 metri di profondità lungo i cunicoli borbonici

Quarto video a 360° elaborato da TimeLooper per la App 3D del parco archeologico di Ercolano, realizzata da D’Uva (info https://bit.ly/30OOU84): con il direttore Francesco Sirano scopriamo il Teatro di Herculaneum, il primo monumento ritrovato nel 1738: nell’attesa della sua riapertura al pubblico, grazie al video a 360° è possibile ammirare la bellezza e la maestosità di questa meravigliosa struttura attualmente conservata a oltre 20 metri di profondità. Oggi il teatro antico si visita attraverso i cunicoli borbonici: è un’esperienza unica che permette di rivivere la strada del Grand Tour. “Nel 79 d.C. Ercolano aveva circa 4mila abitanti, e poco più della metà poteva comodamente godere degli spettacoli nei giorni previsti per i ludi nel loro bellissimo teatro dove si potevano accomodare 2500 persone. Questo magnifico edificio, che gli scavi del 1700 trovarono ancora con tutti i suoi arredi, sia pure abbattuti all’eruzione, era stato costruito all’epoca dell’imperatore Augusto. Conosciamo anche il nome del magistrato, il duoviro, una specie di sindaco, che se ne occupò: Lucio Annio Mammiano Rufo, appartenente a una delle famiglie più importanti di Ercolano. E conosciamo anche il nome dell’architetto, Publio Numisio. Avviciniamoci a conoscere meglio questo edificio. Innanzitutto il fronte scena che si presenta come una facciata architettonica su due ordini con colonne in marmi colorati e nicchie, all’interno delle quali si trovavano molte statue. Presenta inoltre le tre caratteristiche porte: quella centrale, la cosiddetta porta regia, e le due laterali dette anche valve hospitales, dove entravano gli attori a seconda dei loro ruoli. Qui nel mondo romano nel 79 d.C. non avremmo assistito a tragedie del grande teatro greco e romano, ma probabilmente avremmo udito grandi risate, perché qui si recitavano in prevalenza mimi e farse. Ai lati del fronte scena abbiamo dei passaggi verso l’uscita del teatro, le cosiddette parodoi, al di sopra delle quali si trovavano i tribunalia. Due loggiati, sui quali prendevano posto magistrati o personaggi particolarmente onorati dalla comunità locale. Nel caso di Ercolano abbiamo da un lato la statua di Marco Nonio Balbo, il grande benefattore della città, e dall’altra di Appio Claudio Pulcro, membro di una delle famiglie senatoriali più importanti di Roma. Se ci giriamo alle nostre spalle vediamo la cavea. La cavea ha la caratteristica forma semicircolare suddivisa in tre ordini, a seconda della classe sociale degli spettatori. La ima cavea, consacrata ai personaggi più importanti, le persone eminenti della comunità locale; la media cavea, con i sedili di tufo, era dedicata al grosso del pubblico locale; e la summa cavea, che solo si intravede dal basso, era probabilmente occupata dal pubblico femminile. Sul punto più alto della cavea si trovavano anche tre piccoli tempietti, due laterali e uno al centro. È in questo templi che probabilmente erano esposte statue di imperatori. I giochi scenici potevano durare anche molte ore e avvenivano molto spesso durante il giorno. Ecco il motivo per cui era necessario stendere un velarium, avere delle forme di copertura che consentivano di creare ombra per gli spettatori che passavano qui molte ore di queste bellissime giornate di festa”.

Ercolano. A ottobre e novembre le visite guidate al teatro antico anche il sabato. Esperienza unica, 20 metri sotto la lava, attraverso le gallerie borboniche percorse dai viaggiatori del Grand Tour del Sette-Ottocento

Il teatro antico di Ercolano fu il primo monumento scoperto dagli scavi borbonici: era il 1738 (foto Paerco)

Ottobre e novembre 2019: raddoppiano nel fine settimana le visite al percorso sotterraneo del teatro antico di Ercolano. Nell’ambito del Piano di Valorizzazione 2019 del MiBACT il Parco Archeologico di Ercolano fa sapere che dal primo fine settimana di ottobre (5-6 ottobre 2019) e fino al 16-17 novembre 2019, il teatro antico sarà visitabile il sabato e la domenica con tre turni di visita che permettono un accesso esclusivo a gruppi formati da non più di 15 persone per volta, accompagnati dal personale del Parco adeguatamente preparato per rendere questa esperienza davvero unica e quasi personale. Il Teatro Antico di Ercolano ha ospitato in questi mesi centinaia di visitatori che hanno potuto approfittare di una vera e propria esperienza di esplorazione. “Grazie al Piano di Valorizzazione promosso dal nostro Ministero”, interviene il direttore del Parco, Francesco Sirano, “ampliamo l’offerta di fruizione del Parco e consentiamo a un maggior numero di persone di accedere ad un monumento che è una pietra miliare dell’archeologia del mondo romano, per troppi anni negato al pubblico, lungo un sentiero sotterraneo che ci trasporta indietro nei secoli e ci rende protagonisti di una scoperta che si rinnova ogni volta sotto i nostri occhi stupefatti. Davvero da non perdere!”.

Visite guidate al teatro antico di Ercolano (foto Paerco)

Dopo l’apertura in via sperimentale a giugno del 2018 e poi stabilmente da marzo 2019, il percorso sotterraneo alla scoperta del teatro dell’antica Ercolano rappresenta un’occasione unica in Italia per visitare un monumento romano in eccezionale stato di conservazione e secondo un itinerario che ripete quello utilizzato sin dai primi viaggiatori dal 1739 in poi. Il monumento è ancora oggi accessibile attraverso le scale realizzate in età borbonica, scendendo a più di 20 metri sotto il materiale eruttivo. Un percorso già apprezzato sinora da centinaia di visitatori entusiasti che si sono letteralmente trasformati in esploratori con caschi, mantelline e torce fornite dal Parco.

Ritratto di Marco Nonio Balbo, proconsole, benefattore di Ercolano (foto Paerco)

Gli ospiti sono accolti negli ambienti che nel 1700 e nel 1800 rappresentavano il vero e unico ingresso agli Scavi di Ercolano. Il plastico ricostruttivo del teatro risalente al 1804 aiuta a comprendere sin da subito a quale grande avventura archeologica si sta per prendere parte. Un’imperdibile avventura in un luogo di rara suggestione alla scoperta di questo edificio da spettacolo risalente all’età dell’imperatore Augusto sulle tracce dei visitatori che nei secoli hanno attraversato alla luce delle fiaccole i pozzi e le gallerie creati dagli ingegneri dell’esercito borbonico. Queste gallerie ancora oggi stupiscono per l’accuratezza e la maestosità. Sepolto dall’eruzione del 79 d.C. e restituito ai visitatori dopo circa 20 anni dalla sua chiusura, il teatro fu il primo monumento ad essere scoperto (1738) nei siti vesuviani colpiti da quel famoso cataclisma. Fin dalla sua scoperta, suscitò grande interesse, nel corso del Settecento e dell’Ottocento, da parte dei colti viaggiatori che giungevano a Napoli da ogni parte d’Europa e diventò una tappa del Grand Tour. Il teatro è legato a filo doppio alla storia della moderna Resina, oggi Ercolano. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu utilizzato come rifugio ed entrò nelle storia e nei racconti dei cittadini.

L’Antico Teatro di Ercolano scoperto dai Borboni sotto 20 metri di lava (foto parco archeologico Ercolano)

L’apertura del Teatro è prevista quindi: il sabato (a partire dal 5 ottobre e fino al 16 novembre 2019) e la domenica con tre turni di visita, alle 10, alle 11 e alle 12; anche con un turno in lingua inglese. I biglietti, al costo di 10 euro (ridotto di 2 euro per i ragazzi tra 18 e 25 anni) sono acquistabili on line, sul sito https://www.ticketone.it, con commissione di 1,5 euro, oppure alla biglietteria del Parco senza alcun costo aggiuntivo. Accesso riservato ai maggiorenni e soggetto a limitazioni per utenti con difficoltà motorie e non deambulanti, ovvero con patologie influenzabili dal contesto di visita; non adatto a claustrofobici. Prima dell’acquisto dei biglietti consultare il numero 081.7777008.