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Roma. I lavori in piazza Augusto Imperatore riportano alla luce un cippo pomeriale dell’epoca di Claudio, che offre nuovi spunti sul concetto di pomerio. Ora esposto al museo dell’Ara Pacis

Il cippo pomeriale dell’epoca di Claudio ritrovato in situ nel cantiere di piazza Augusto Imperatore a Roma (foto roma capitale)

Torna alla luce un cippo dell’epoca di Claudio in un cantiere in piazza Augusto Imperatore di Roma. E dal 16 luglio 2021 si può ammirare nella Sala Paladino del museo dell’Ara Pacis. Un raro cippo pomeriale di travertino, ritrovato ancora infisso nel terreno, testimonianza della storia e soprattutto dello sviluppo dell’Urbe e del suo ampliamento: è questo il tesoro archeologico riportato alla luce nel corso degli scavi per la realizzazione del progetto di riqualificazione di piazza Augusto Imperatore (vincitore del Concorso internazionale del 2006 e presentato dal gruppo coordinato dall’architetto Francesco Cellini).  Il cippo, grazie all’iscrizione, può essere ricondotto con assoluta certezza all’imperatore Claudio e, dunque, all’ampliamento del pomerio da questi effettuato nel 49 d.C., stabilendo il nuovo “limite” – sacro, civile e militare – della città. “Roma non smette mai di stupire e si mostra sempre con nuovi tesori”, dichiara la sindaca di Roma Virginia Raggi. “Si tratta di un ritrovamento eccezionale: nel corso del tempo, sono stati rinvenuti solo altri dieci cippi relativi all’epoca di Claudio e il più recente, fino ad oggi, è stato ritrovato nel 1909, dunque oltre 100 anni fa. Con la riapertura del Mausoleo di Augusto a marzo 2021, e con i lavori di piazza Augusto Imperatore, tutta l’area tornerà a nuova vita. In questo modo sarà completamente rinnovato un quadrante centrale della nostra città”.

Il cippo pomeriale dell’epoca di Claudio nell’allestimento provvisorio al museo dell’Ara Pacis (foto roma capitale)

Ritrovato in occasione di un approfondimento per la messa in opera del nuovo sistema fognario della piazza, il cippo (193cmx74,5cmx54cm) da oggi, 16 luglio 2021, si può ammirare nella Sala Paladino del museo dell’Ara Pacis, dove si trova il calco della statua dell’imperatore Claudio, assicurando così la conservazione e consentendo al contempo la fruizione da parte del pubblico, in attesa della collocazione definitiva negli spazi museali del Mausoleo di Augusto.  L’eccezionalità del ritrovamento di questo cippo offre nuovi spunti di riflessione sul pomerio e anche sull’esistenza o meno dello ius proferendi pomerii. Più, in generale sulle valenze che allo “spazio” attribuivano i romani. 

La stratigrafia recuperata dallo scavo del cippo pomeriale in piazza Augusto Imperatore a Roma (foto roma capitale)

La stratificazione archeologica intorno al cippo venuto alla luce in piazza mostra la sua progressiva obliterazione a causa dell’innalzamento della quota di frequentazione dell’area. Il pomerio era il limite sacro che separava la città in senso stretto (urbs) dal territorio esterno (ager): uno spazio di terreno, lungo le mura, consacrato e delimitato con cippi di pietra, dove era vietato arare, abitare o erigere costruzioni e che era proibito attraversare in armi. Proprio per la sua importanza e per i suoi significati, il pomerio veniva modificato molto raramente. Seneca, parlando dell’ampliamento effettuato da Claudio, menziona Silla come unico precedente. Tacito cita anche Giulio Cesare. Altre fonti ricordano ampliamenti di Augusto, Nerone e Traiano e Aureliano. L’autore dei cambiamenti si pone come “nuovo fondatore” della città. Ed è proprio questo che, con l’andamento segnato dai suoi cippi, fa Claudio, dopo la conquista della Britannia: rivendica l’ampliamento dei confini del popolo romano, in una visione articolata, che pur segnando il territorio non guarda solo ad esso, ma consente di comprendere sguardi politici, filosofia, strategia, perfino ambizioni.  

Man mano che procedeva lo scavo del cippo è comparsa l’iscrizione pomeriale (foto roma capitale)

La serialità del testo ufficiale inciso sui cippi permette di ricostruire la parte mancante. Claudio, secondo la formula di rito, viene ricordato con i suoi titoli e le sue cariche e rivendica l’ampliamento del pomerio, non menzionando territori conquistati, ma sottolineando l’allargamento dei confini del popolo Romano. Ciò significa quindi allargamento del confine fisico, ma può indicare anche l’ingrandimento del corpo civico, con l’estensione della cittadinanza romana alle élites (primores) della Gallia. L’espressione è volutamente ambigua. In ogni caso, l’ampliamento del pomerio indica un allargamento della visione dell’Urbe. Claudio interviene sullo spazio della città attraverso un’azione che ha una forte valenza religiosa, politica e simbolica.  

L’iscrizione sul cippo pomeriale rinvenuto in piazza Augusto Imperatore a Roma (foto roma capitale)

L’impaginazione e la disposizione del testo conservato ricalcano quelle degli altri esemplari noti. Non si conserva il numerale seriale, che in tre casi compare sul fianco sinistro del cippo, e la parola pomerium, in due casi attestata sulla sommità. L’intervento sul pomerio effettuato da Claudio è l’unico attestato sia a livello epigrafico sia a livello letterario. Non solo. È l’unico menzionato nella lex de imperio Vespasiani, come precedente, nonché quello che apre il dibattito sui nomi degli autori di eventuali ampliamenti del pomerio. I rinvenimenti epigrafici, poi, testimoniano due interventi condotti da Vespasiano e Tito, nel 75 d.C., e da Adriano nel 121 d.C., che però sono completamente ignorati dalle fonti letterarie.

A Siracusa si presentano i risultati del workshop internazionale “Design Heritage Tourism landscapes” con undici scuole di architettura in rete, coordinate dall’università Iuav di Venezia per valorizzare i siti archeologici della Val di Noto: dal complesso Neapolis-Eurialo di Siracusa alla Noto Antica al parco archeologico di Akrai-Palazzolo Acreide

Docenti e studenti impegnati nel workshop internazionale “Design Heritage Tourism landscapes”, undici scuole di architettura in rete, coordinate dall’università Iuav di Venezia

Veduta dall’alto del parco archeologico della Neapolis a Siracusa, dominato dal teatro greco

“La Sicilia sud-orientale è caratterizzata dalla presenza di alcuni dei più importanti insediamenti antichi nel Mediterraneo”, si legge nella premessa del workshop internazionale “Design Heritage Tourism landscapes”, undici scuole di architettura in rete, coordinate dall’università Iuav di Venezia per valorizzare i siti archeologici della Val di Noto. “Questi insediamenti includono città che si sono sviluppate attraverso i secoli, generando palinsesti urbani interessanti, ma anche problematici. Rovine classiche convivono con straordinari edifici normanni, bizantini e tardo barocchi (che fanno parte del patrimonio Unesco della Val di Noto). Siracusa, Noto e Palazzolo Acreide, i principali centri dell’area ibleo-siracusana, appartengono a questo contesto. Tre città di dimensioni diverse, caratterizzate da alcuni comuni fattori di identità: l’archeologia antica e tardoantica che testimonia la loro origine, la peculiarità geografica del territorio dell’ibleo che è il loro scenario di riferimento, la città barocca con le sue architetture più rappresentative e la sua straordinaria urbanità scenografia. Questi valori hanno storicamente attratto viaggiatori, studiosi, artisti, architetti e letterati in tutta Europa. La Sicilia della Val di Noto, infatti, è stata una delle destinazioni più importanti della tradizione del Grand Tour. Questo è un territorio in cui il fenomeno del turismo ha avuto origine nel suo più profondo senso etimologico”. Immaginare nuovi modelli di valorizzazione ambientale e turistica di alcuni fra i siti archeologici di maggior pregio dello straordinario territorio del Val di Noto: Noto antica, il Parco archeologico della Neapolis di Siracusa, il Castello Eurialo, il Castello di Palazzolo Acreide e il Parco archeologico di Akrai, è stato appunto l’obiettivo del team internazionale di 110 docenti e studenti di architettura italiani, spagnoli, portoghesi, francesi e argentini che hanno lavorato al progetto nel corso del workshop internazionale “Design Heritage Tourism landscapes” che si conclude venerdì 14 settembre 2018 alle 16 nelle sale dell’ex-Convento dell’Immacolata di Palazzolo Acreide (Siracusa) con la presentazione dei risultati progettuali del network di scuole di Architettura “Architecture, Archaeology and Tourism”.

Rilievo rupestre nel parco archeologico di Akrai a Palazzolo Acreide

“Il territorio della Sicilia sud-orientale, con i siti patrimonio dell’UNESCO, tra cui Siracusa, Noto e Palazzolo Acreide, è caratterizzato da uno straordinario patrimonio storico-archeologico, ma spesso escluso dalla vita urbana contemporanea”, spiegano i docenti impegnati nel progetto. “Dobbiamo riconsiderare la relazione tra città e archeologia secondo nuove strategie di progettazione che possono essere essenziali per una nuova visione del futuro delle città. La rovina archeologica, in questo senso, non dovrebbe essere vista come un problema da circoscrivere in un campo di protezione, spesso astratto e lontano dal contesto, ma come una risorsa che ha nuovi ruoli nella ridisegnazione del territorio e della città. Il perimetro dei siti archeologici, attraverso un confine fisico, sottolinea la segregazione e la separazione dei luoghi specifici della città. Queste sono enclave che contribuiscono alla proliferazione del degrado urbano. Invece, ripristinare una permeabilità tra i tessuti urbani e i siti archeologici, attraverso i luoghi di mediazione (e non i confini), può essere una strategia per innescare nuove opportunità di sviluppo e rigenerazione urbana. Questo è un punto di partenza per ridefinire lo spazio urbano e il paesaggio archeologico e mettere in discussione le dinamiche dello sviluppo della città in relazione al potenziale del patrimonio archeologico. Pensare a come utilizzare i siti archeologici può essere un incipit di progettazione per capire come stabilire una nuova relazione dialettica tra passato, presente e futuro della città. Un dialogo in cui il fenomeno del cosiddetto turismo del patrimonio può svolgere un ruolo di primo piano, un motore economico per il territorio e le sue città e una forza trainante per la rigenerazione urbana”.

Suggestiva veduta del castello di Eurialo a Siracusa

I siti esaminati. A Siracusa il complesso Neapolis-Eurialo. “Il parco archeologico della Neapolis”, ricordano allo Iuav, “si trova tra il tessuto urbano compatto che è il risultato dell’espansione della città durante la prima metà del XX secolo e il tessuto urbano disperso e a volte vuoto della periferia cittadina che si trova ai margini di una delle due vie d’accesso principali alla città, viale Paolo Orsi. Il parco si estende per circa 240mila mq ed è uno straordinario palinsesto della storia dell’antica Siracusa. L’attuale sistema di ingressi al sito è costituito da due parti distinte che sono totalmente inadeguate al numero crescente di visitatori che aumentano durante il periodo delle rappresentazioni classiche. Il suo isolamento dal contesto urbano circostante non consente una corretta integrazione nella struttura vitale della città. Integrazione che è sempre stata desiderata ma mai implementata. I resti del complesso archeologico del castello di Eurialo sono situati all’estremità occidentale più alta dell’antico sistema difensivo delle mura di Dionisio – lungo circa 25 chilometri. Questo era un sistema difensivo risalente al V secolo a.C. che ha completato le mura della città. Durante il tempo il castello fu trasformato e ingrandito. Oggi presenta un sistema di fossati e tunnel complessi mentre le rovine delle fortificazioni sovrastanti, con la loro geometria, rappresentano un unicum tra i sistemi difensivi del mondo classico. L’attuale entrata al Castello non consente di apprezzare le funzioni primarie della complessa struttura militare e le sue funzioni originali. L’ingresso, infatti, sembra essere “accidentale”, alterando così la lettura filologica del monumento che è anche distorta dalla mancanza di percorsi”.

Studenti e docenti in sopralluogo al castello dell’Antica Noto

L’Antica Noto. “Annesse alle mura si trovano il Castello reale, con un’enorme armeria e le scuderie, e alcuni resti delle torri, tra cui quella principale risalente al 1431, e l’antica prigione dove sono ancora visibili molti graffiti e bassorilievi fatti dai prigionieri. Molti graffiti riportano il nome dell’autore e rappresentano le barche del tempo. Molte volte viene anche rappresentata una partita con pedine. La struttura fu costruita nel 1091 dal Duca Giordano d’Altavilla sui resti di una precedente fortezza araba. Nel 1430 il duca Pietro d’Aragona ingrandì il complesso che fu rifatto nel 1600 circa per ospitare i cannoni. Vicino all’ingresso della porta della montagna sono ancora visibili le aperture per i cannoni. Il terremoto ha distrutto la maggior parte del castello. Il progetto vuole studiare prevede un nuovo sistema di ingressi al sito, servizi per i visitatori e possibili nuove configurazioni per alcune parti del complesso, come la chiesa di San Michele al Castello”.

Il teatro greco nel parco archeologico di Akrai a Palazzolo Acreide

Parco archeologico di Akrai a Palazzolo Acreide, città barocca con origini greche, un insediamento sull’altopiano dei Monti Iblei, non lontano dal fiume Anapo e dalla Necropoli di Pantalica. Nel 2002 la città è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO insieme alla Val di Noto, grazie alle sue chiese tardo barocche di San Paolo e San Sebastiano. Inoltre, la città fa parte della rete “borghi più belli d’Italia”. Il patrimonio storico e culturale della città è arricchito dal sito archeologico greco di Akrai, sull’omonimo altopiano che domina la città, e dal sito del castello medievale di Acremonte, da cui è nato il quartiere vicino alla Basilica di San Paolo.

Studenti e docenti si confrontano sui risultati raccolti nei siti archeologici della Val di Noto

Venerdì 14, dunque, la trasferta siciliana cui ha lavorato l’università di Catania con la Sds Architettura di Siracusa, in collaborazione con l’università Iuav di Venezia, capofila del network. Alle 16 sotto le volte dell’ex-Convento palazzolese saranno gli studenti a illustrare i risultati di questa esperienza a una giuria presieduta da Francesco Cellini, docente di Progettazione architettonica all’università di Roma Tre e tra i maggiori esperti di interventi in aree architettoniche. Ad offrire, in altre parole, percorsi possibili per una fruizione intelligente e rispettosa di luoghi che stanno conoscendo un successo attestato dal numero di visitatori in costante crescita. E che per questo motivo esigono un’attenzione sempre maggiore al rispetto dei delicati equilibri tra natura, giacimenti archeologici e crescita urbanistica. Con l’obiettivo finale di garantire gli standard di un turismo colto, lento e sostenibile.

Roma. Il Colosseo punta a 7 milioni di visitatori. Alfonsina Russo nominata direttore del Parco archeologico del Colosseo: tutte le novità della nuova istituzione. Aperti i livelli IV e V dell’anfiteatro Flavio: vista mozzafiato sul monumento e su Roma. Nella mostra “Colosseo. Un’icona” il monumento si racconta dai giochi gladiatori ai film peplum e alla pop art

Migliaia di turisti in coda per visitare il Colosseo a Roma

Il ministro Dario Franceschini al Colosseo

Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo

Ancora poche settimane e sapremo se il Colosseo ha battuto ogni record superando quota 7 milioni di visitatori: nel 2016 si erano sfiorati i 6 milioni e mezzo. Ne è convinto il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini che, dopo aver portato in porto la nascita del parco archeologico del Colosseo, alla fine di novembre 2017 ha fatto l’annuncio più atteso, quello che porta a regime il parco archeologico del Colosseo di Roma, cioè la nomina del direttore individuato dopo una gara internazionale: “Il parco archeologico del Colosseo ha una nuova direttrice. Si tratta di Alfonsina Russo”. Archeologa, specializzata e dottore di ricerca in archeologia classica. Dal 2009 è dirigente del Mibact. Nella sua attività professionale ha operato in Magna Grecia, nel Molise e nel Lazio. Si è occupata di allestimenti museali e di gestione di musei, di allestimenti di importanti mostre in Italia e all’estero. Ha curato numerose pubblicazioni scientifiche e ha tenuto conferenze in prestigiose università italiane e straniere. È stata soprintendente archeologo per l’Etruria meridionale e soprintendente per l’Archeologia belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale. La Russo l’ha spuntata su 78 candidature. Di queste circa il 15% provenienti dall’estero, vagliate dalla commissione presieduta da Paolo Baratta, presidente della Fondazione La Biennale di Venezia. I 10 candidati ammessi al colloquio, tra i quali uno straniero, sono stati ascoltati il 18 novembre dalla commissione che, secondo quanto stabilito dal bando, ha individuato una terna da sottoporre al ministro per la scelta finale.  E Franceschini ha scelto Alfonsina Russo. “Si tratta di un profilo di altissima qualità che saprà coniugare ricerca, innovazione e tutela per uno dei monumenti più celebri al mondo e autentica icona dell’Italia”, sottolinea il ministro, che ne approfitta per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. “Come si vede, tutte le polemiche sulla scelta di stranieri a guidare i musei o sulla mancata valorizzazione delle professionalità esterne al ministero erano fuori luogo. La commissione, che ringrazio, ha valutato i curricula e l’attitudine a guidare il parco archeologico più importante e conosciuto del mondo, indipendentemente dalla nazionalità e io ho scelto, all’interno della terna che mi è stata proposta, Alfonsina Russo, una archeologa italiana che ha accumulato una importante esperienza di tutela e valorizzazione a più livelli. Il suo nome esce da una selezione innovativa e trasparente che tutti i musei di tutto il mondo hanno studiato e apprezzato come un possibile modello. Di questo l’Italia deve essere orgogliosa”. E Alfonsina Russo si dice onorata della scelta: “Sono felicissima, ringrazio il ministro Franceschini e tutto il ministero per la fiducia che mi hanno accordato. È un grande onore per me, perché dirigo il luogo archeologico più importante al mondo. Sono emozionata e felice”. Per Russo ora “il primo obiettivo sarà ridare vita e riaprire il parco anche alla città di Roma, perché i cittadini devono essere consapevoli del tesoro che hanno. E poi affronteremo anche le tante problematiche che ci sono”.

Una spettacolare immagine dall’alto del Colosso, icona di Roma

Ma facciamo un passo indietro. Il parco archeologico del Colosseo di Roma, istituito con decreto ministeriale all’inizio del 2017, con l’autonomia di cui godono gli altri parchi archeologici, ha competenza sul Colosseo, sul Foro Romano, sul Palatino e sulla Domus Aurea. Accanto al parco è nata anche una soprintendenza ad hoc per il resto della città. “Il territorio di Roma sarà competenza di un’unica soprintendenza speciale”, spiega il ministro, “che avrà competenza su tutti i settori mantenendo l’autonomia gestionale e contabile anche su alcuni siti”. Si tratta di una soprintendenza che comprenderà l’intero territorio di Roma. Con l’istituzione del parco archeologico del Colosseo, l’esistente soprintendenza speciale sotto la quale ricadevano l’Anfiteatro Flavio, il Palatino, il Foro e la Domus Aurea, guidata da Francesco Prosperetti, è stata riorganizzata, inglobando quella delle Belle arti e del paesaggio, e rinominata soprintendenza speciale Archeologia, Belle arti e Paesaggio. La nuova soprintendenza mantiene la sua autonomia speciale. “Per assicurarne il buon andamento”, chiariscono al Mibact, “è stato individuato un apposito meccanismo di finanziamento. In particolare, alla soprintendenza speciale è trasferita una quota pari al 30% degli introiti complessivi annui del parco archeologico del Colosseo prodotti da biglietti di ingresso, al netto dell’eventuale aggio”. Se si considera che, per il 2016, l’importo degli introiti complessivi annui derivanti da bigliettazione da Colosseo, Palatino, Foro romano e Domus aurea è stato, al netto dell’aggio concessorio, di circa 35-36 milioni di euro, la soprintendenza speciale disporrà di un finanziamento stabile intorno ad almeno 11 milioni di euro annui. Importo che si aggiungerà comunque ai trasferimenti che saranno assicurati dal Mibact e a ogni altra eventuale risorsa come donazioni o sponsorizzazioni.

La veduta mozzafiato dal V livello del Colosseo, riaperto dopo 40 anni ai visitatori

Il ministro Dario Franceschini alla riapertura dell’attico del Colosseo

Per Alfonsina Russo quindi si prospetta un grande impegno. Con un Colosseo che non finisce mai di stupire. È lo stesso ministro Franceschini a intervenire sul progetto di sistemazione dell’arena (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/19/roma-il-colosseo-avra-di-nuovo-larena-come-era-fino-allottocento-franceschini-coi-diritti-tv-degli-eventi-si-pagheranno-i-restauri-dellarea-archeologica/), sicuramente destinato a richiamare altri visitatori.  “Il progetto va avanti”, assicura. “È già finanziato per 18 milioni di euro. La ricostruzione dell’arena riporterà il Colosseo come è stato fino alla fine dell’Ottocento: ci sono foto splendide che lo testimoniano. Il monumento si potrà così ammirare anche dal centro e potrà ospitare eventi culturali di altissima e grandissima qualità. Ovviamente prima vanno restaurati i sotterranei, un intervento che richiede un anno e mezzo”. Ma in attesa dell’arena ripristinata c’è già ora una grande novità per le migliaia di visitatori. Dal 1° novembre 2017, dopo più di 40 anni di chiusura, sono visitabili il IV e il V livello del Colosseo con visite guidate su prenotazione. Riaprono al pubblico, dopo più di 40 anni, il IV e il V livello del Colosseo. Posizionati a circa 40 metri d’altezza rispetto al piano dell’arena, il V livello era destinato alla plebe e non consentiva una veduta dettagliata di quanto accadeva nell’arena, ma in compenso era coperto dal velarium che riparava dal sole e dalla pioggia. Il IV livello era riservato alla classe dei commercianti e la piccola borghesia, il III a una categoria che potremmo definire middle class, il II ai cavalieri (gli equites), e il I, infine, era destinato ai senatori, che sedevano su dei troni di marmo e agli ospiti pubblici. “È una giornata importante, riapriamo i piani alti dell’Anfiteatro Flavio dopo un restauro importante”, ha detto il ministro Franceschini. “Da qui si può apprezzare una vista incredibile sul Colosseo e su Roma. Insomma, il percorso di valorizzazione del monumento va avanti e proseguirà con il progetto di ricostruzione dell’Arena, che è stato già finanziato, che sta procedendo e che renderà ancora più spettacolare la visita di questo monumento, simbolo dell’Italia nel mondo”. Fino ad oggi era possibile visitare l’anfiteatro Flavio soltanto fino al III livello. Questo nuovo itinerario, consentito per ragioni di sicurezza soltanto accompagnati da una guida e per gruppi di massimo 25 persone, comincia con l’attraversamento dell’unica galleria conservata come in origine. Si tratta di uno spazio con copertura a volta destinato allo smistamento del pubblico. Situata in uno spazio intermedio tra il II e il III livello, la galleria – mai aperta al pubblico prima d’ora – presenta un ulteriore unicum: intonaci bianchi con segni di corone, riportati alla luce da un capillare restauro.

Manifesto della mostra “Colosso. Un’icona” aperta nell’anfiteatro Flavio

Intanto fino al 7 gennaio 2018 i milioni di visitatori dell’anfiteatro Flavio potranno visitare nell’ambulacro del secondo ordine la mostra “Colosseo. Un’icona” dove il Colosseo si racconta per la prima volta: si può così conoscere tutta la storia del monumento che va oltre la narrazione del tempo dei Cesari, per ripercorrere la lunga e intensa vita del sito nei secoli, fino ai giorni nostri. La rassegna, promossa dalla soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, è curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani con l’allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes. In sei sezioni ordinate cronologicamente, l’influenza storico-culturale dell’anfiteatro si riscontra negli ambiti più diversi: dalla pittura al restauro, dall’architettura all’urbanistica, dallo spettacolo alla letteratura, dalla sociologia alla politica. Nel tempo, il monumento diventa simbolo per eccellenza di eternità e potenza, di civiltà e cultura. Ancora oggi all’attenzione della cronaca internazionale, il Colosseo è presente nell’immaginario collettivo non solo degli italiani: il suo mito continua.

Palatino, arco di Costantino e Colosseo in un quadro di Jan Frans van Bloemen (1740) conservato all’Accademia di San Luca a Roma

La mostra “Colosseo. Un’icona” – come si diceva –  va oltre la narrazione del periodo più noto, quando terminano ufficialmente i giochi gladiatori, per ripercorrere la lunga e intensa vita del sito nei secoli. Dalla vivace e poco nota attività commerciale, residenziale e religiosa che lo caratterizzò nel Medioevo, al fascino che esercitò su grandi architetti e pittori del Rinascimento. Dal suo imporsi nel Settecento come meta privilegiata del Gran Tour di poeti, scrittori e vedutisti a luogo dell’immaginazione romantica. Con l’avvento del fascismo, il Colosseo divenne nuovamente, come in antico, proscenio ideologico del potere. Nel dopoguerra comincia a costruirsi un nuovo mito del Colosseo: l’Anfiteatro Flavio entra prepotentemente al cinema con i film peplum e nei capolavori del Neorealismo italiano, mentre la pop art romana lo consacra al ruolo di icona, che continuerà a rivestire senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri. Anche l’arte contemporanea racconta il monumento, emblema della città e dell’Italia attraverso dipinti, installazioni, performance, video e scatti di artisti di fama internazionale. La rassegna ripercorre la vita del monumento attraverso immagini e oggetti, per un totale di circa cento opere esposte. La mostra è arricchita dai risultati inediti dei recenti scavi e restauri, che confermano che il Colosseo pullulava di vita, cripte, chiese, botteghe, edifici residenziali di grandi famiglie aristocratiche e umili dimore.

Locandina del film “Vacanze romane” di William Wyler (1953)

Anche il cinema celebra il Colosseo, coprotagonista di storie, amori e battaglie. Il filmato “Nuovo Cinema Colosseo” racconta questa vicenda in 23 minuti fitti di capolavori indimenticabili: una ricca antologia cinematografica dal prezioso archivio di Istituto Luce – Cinecittà. Dal “Quo Vadis?” di Enrico Guazzoni al “Gladiatore” di Ridley Scott, da “Vacanze romane” di William Wyler a “La commare secca” di Bernardo Bertolucci, da “Un americano a Roma” di Steno a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Mainetti, la storia del cinema si proietta sulle volte del Colosseo lungo tutto il percorso della mostra. Pur con tutte le sue trasformazioni, la fama del Colosseo rimane immutata nei secoli e il suo mito continua, diventando una vera e propria icona pop del nostro tempo.