Svelati per la prima volta il vomitorium e l’ambulacro circolare con l’inaugurazione del foyer del teatro romano sotto Palazzo Vecchio a Firenze

Sotto Palazzo Vecchio a Firenze è stato inaugurato il foyer del teatro romano con ricostruzioni in video della Florentia romana
Bastano tre metri, quelli che si possono fare da piazza della Signoria al sottosuolo di Firenze, per fare un salto di 1800 anni, in un affascinante viaggio all’indietro nel tempo. Ieri, a Firenze, in chiusura del 3° Forum Mondiale dell’Unesco sulla Cultura e l’Industria culturale, è stato inaugurato in anteprima mondiale il foyer del Teatro Romano sotto Palazzo Vecchio, alla presenza del direttore generale UNESCO, Irina Bokova, del sindaco di Firenze, Dario Nardella e del soprintendente per i Beni Archeologici della Toscana, Andrea Pessina. Quello che è stato svelato, e che sarà visitabile dal pubblico nei prossimi giorni con visite guidate su prenotazione, è l’ultima delle quattro porte che si affacciano sul cortile della Dogana dell’edificio simbolo della fiorentinità. La visita si è aperta passando attraverso la nuova scala che collega questa piazza urbana coperta con l’area archeologica.

La planimetria con i muri radiali del teatro romano scavato dalla Cooperativa Archeologia di Firenze
Nel 2010 si era concluso lo scavo archeologico nei sotterranei di Palazzo Vecchio, che ha riportato alla luce i resti di alcune parti del teatro romano di Florentia. Lo scavo è stato condotto dalla Cooperativa Archeologia sotto la direzione scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Fra i resti dell’antico teatro romano, databili fra I e II sec. d.C., sono riemersi alcuni tratti delle burelle, cioè i corridoi radiali in muratura sui quali era impostata la cavea a semicerchio; particolarmente suggestivo è il vomitorium, il corridoio centrale grazie al quale si accedeva all’interno del teatro. È stato rinvenuto anche il margine interno della piattaforma dell’orchestra, che nel teatro romano non ospitava il coro come in quello greco, ma era riservata alle autorità. I ritrovamenti non si arrestano all’età imperiale, ma attestano anche le successive stratificazioni. Sui resti romani si sovrappongono, infatti, strutture di epoca medievale (XII-XIV sec.) come pozzi, fondamenta di abitazioni e altri edifici. Tra questi è stato individuato un fronte stradale con portali medievali e relativo selciato, inglobato nel Cinquecento dall’ampliamento di Palazzo della Signoria verso via dei Gondi e via de’ Leoni. Le numerose stratificazioni testimoniano l’uso pressoché ininterrotto di questa porzione della città che, con alterne vicende, ha rivestito una funzione di alta rappresentanza istituzionale dall’epoca della fondazione romana fino alla costruzione di Palazzo Vecchio.

La planimetria del teatro romano di Florentia al di sotto di Palazzo Vecchio e piazza della Signoria
Posto nel quadrilatero fiorentino e tra i patrimoni mondiali Unesco, Palazzo Vecchio racchiude infatti circa duemila anni di storia, offrendo una rilettura sociale e politica della città, dal teatro romano al periodo medievale, rinascimentale fino alla contemporaneità. Nell’area in cui sorge il Palazzo e nell’antistante piazza della Signoria, si concentrano testimonianze che vanno dal periodo di fondazione della città romana di Florentia, impiantata tra il 30 e il 15 a.C., fino agli interventi attuali. Il teatro, in grado di contenere circa 5mila spettatori, si trovava sotto gli attuali palazzo Vecchio e palazzo Gondi, con la cavea rivolta verso piazza della Signoria e la scena lungo piazza San Firenze e via dei Leoni. Era questo il nucleo dei servizi pubblici della città romana, con i bagni, le terme e il teatro. Scendendo i gradini, si può apprezzare la muratura romana del “Vomitorium”, il percorso principale di accesso alla scena del teatro, che era utilizzato a fine spettacolo per il deflusso del pubblico; le volte più recenti che sostengono il pilastro su cui poggia l’udienza del Salone del Cinquecento, sono quasi un monito che ricordano che il simbolo del potere cittadino posa e si regge sullo spazio pubblico romano. Le passerelle portano poi all’interno del Vomitorium: da qui si può ammirare la prima traccia dell’ambulacro circolare del teatro, il corridorio circolare che serviva da ingresso dal suolo pubblico, che si snoda sotto il cortile della Dogana. In un futuro prossimo, si immagina qui il vero ingresso al Museo di Palazzo, magari con un’architettura simbolica completamente in vetro. Percorrendo la passerella, si può osservare inoltre sia il pavimento romano, sia l’ammattonato successivo, riconducibile già al tardo medioevo, quando le ”burella” medievali furono recuperate come prigioni cittadine.
Si passa poi attraverso l’arcone in muratura poggiato dall’architetto Simone del Pollaiolo, detto Il Cronaca, sui muri del teatro per realizzare la parete est del Salone dei Cinquecento (quella di Leonardo e di Vasari): le diverse qualità della tessitura muraria permettono il confronto tra gli esperti costruttori della colonia romana e quelli della repubblica fiorentina. Dal varco, camminando sopra i gradini in cotto ed il lastrico rinvenuti nello scavo, si entra così in via di Bellanda, strada medievale della fase delle case torri (XII-XIII secolo) e, attraverso questa, nel medioevo fiorentino. La passerella conduce poi i visitatori nella prima vera sala in cui è anticipata l’idea dell’allestimento definitivo: in basso si può apprezzare la stratificazione archeologica che narra l’evoluzione, nel tempo, della città, dalle burella del teatro romano alle vie del Medioevo fino ad oggi. Infine, sullo sfondo della passeggiata, prima di uscire, la visita prevede una sosta per ammirare quattro statue romane, provvisoriamente rimosse dalla parete nord del Salone dei Cinquecento per i restauri, restituite al proprio tempo.
Cooperativa Archeologia, che sta realizzando gli scavi del Teatro Romano e l’allestimento del foyer del teatro, per conto del Comune di Firenze e con la direzione scientifica della soprintendenza ai Beni archeologici della Toscana, ha corredato la visita di alcuni apparati video, che saranno proiettati sulle mura del teatro e illustreranno la storia del Palazzo e del teatro. I video, progettati e realizzati appositamente per quest’area archeologica dal gruppo creativo Cameranebbia di Milano, vengono proiettati sia sulle mura del Vomitorium che nel punto in cui è stata ritrovata via di Bellanda. Il primo, sulla parte romana, fa rivivere il corteo degli spettatori della Florentia del secondo secolo d.c. che si apprestavano ad entrare in teatro, giocando su sagome e ombre rielaborate; il secondo, sulla parte medievale, rappresenta un’elaborazione computerizzata e animata di un affresco di Giotto, una suggestione di un’architettura dell’epoca, giocata sulle geometrie e sui giochi di luci e ombre. Entrambi sono accompagnati da una sonorizzazione che ne ha aumentato la suggestione.
Scoperta nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia una tomba etrusca di 2600 anni fa ancora inviolata. Progetto per valorizzare la Via dei Principi tra i tumuli del Re e della Regina
È rimasta chiusa per 2600 anni. Ma quando gli archeologi dell’università di Torino e della soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale l’hanno aperta, si sono trovati di fronte a qualcosa di eccezionale. Nella necropoli etrusca della Doganaccia a Tarquinia è stata rinvenuta una tomba del VII secolo avanti Cristo, intatta. Dell’eccezionale scoperta hanno parlato a Firenze, al X incontro nazionale di Archeologia Viva, Alfonsina Russo, soprintendente per i Beni archeologici dell’Etruria Meridionale, e Alessandro Mandolesi, docente di Etruscologia e Antichità italiche all’università di Torino.
“Se il Vicino Oriente in generale, e la Mesopotamia in particolare, sono territori ad altissimo rischio saccheggi, dove il patrimonio archeologico è alla merce’ di tombaroli, soldataglie e governatori corrotti che alimentano il mercato antiquario depredando i siti del proprio territorio”, esordisce Alfonsina Russo, “c’è un territorio in Italia – l’Etruria – che è stato per lungo tempo altrettanto terra di rapina da parte di tombaroli e oggetto di scavi clandestini che ne hanno depauperato il patrimonio. Almeno fino alla metà degli anni Novanta quando, con l’arrivo del Nucleo Tutela Patrimonio Beni Culturali dell’Arma dei Carabinieri si è posto un freno a queste devastanti attività illecite con l’arresto di numerosi trafficanti di antichità attivi proprio in Etruria. È quindi un fatto eccezionale – continua – poter annunciare il ritrovamento, avvenuto alla fine dell’estate 2013, di una tomba etrusca inviolata, ancora integra all’interno di un territorio particolarmente importante come è quello di Tarquinia, e nello specifico all’interno della famosa necropoli della Doganaccia, dove è ben testimoniato il cosiddetto periodo “orientalizzante” (VII sec. a.C.)”.
La scoperta della tomba 6423 che, come vedremo più avanti, è stata chiamata “dell’Aryballos sospeso” risale al 21 settembre scorso: un sepolcro inviolato rinvenuto nel corso della sesta campagna di scavo del Tumulo della Regina, sepolcro monumentale di oltre 40 metri di diametro, situata a poca distanza dal monumento principale che domina, insieme al gemello Tumulo del Re, l’area archeologica della Doganaccia, a Tarquinia. Gli scavi sono iniziati nel 2008, diretti dalla soprintendente Alfonsina Russo e dall’etruscologo Alessandro Mandolesi dell’università di Torino, con il coinvolgimento e la collaborazione delle associazioni locali. Russo e Mandolesi– proprio per questo ritrovamento – sono stati insigniti di un importante riconoscimento dal presidente Daniele Leodori, a nome del consiglio regionale del Lazio.
La necropoli della Doganaccia si trova al centro della vasta area sepolcrale di Tarquinia, caratterizzata dalla presenza di due grandi tumuli, che l’immaginario popolare ha chiamato “del Re” e “della Regina”, e che oggi sappiamo divisi dal passaggio (ovvero essere posti ai lati) della strada che collegava il porto di Tarquinia (non ancora localizzato con precisione) con la civita: questa strada, che oggi chiamiamo la Via dei Principi, era già stata ipotizzata dal grande etruscologo Massimo Pallottino nella prima metà del secolo scorso. “Tutta l’area della Doganaccia, come si diceva, dal tumulo del Re a quello della Regina alle tombe a essi collegati”, spiega la soprintendente, “è interessata al periodo culturale “orientalizzante” (VII sec. a.C.) che segna il trionfo della mentalità e delle forme socio-economiche della nascente aristocrazia etrusca, quella dei Principi, che avevano rapporti con Corinto, Cipro e il Mediterraneo Orientale in genere. Questo rapporto è attestato dalla metà dell’VIII secolo (730 a.C.) all’inizio del VI (580 a.C.). È in questo periodo che i Principi, come segno della acquisita potenza economica e politica, allargano i tumuli, e li riempiono di prodotti esotici, soprattutto dall’Egitto, come uova di struzzo e oggetti in faiance, che oggi possiamo ammirare al museo nazionale di Tarquinia. I Principi avevano dunque contatti e traffici regolari con i greci e i fenici”. Non conosciamo ancora l’ubicazione esatta del porto di Tarquinia, ma ci sono testimonianze archeologiche alle Saline (importante insediamento dell’Età del Ferro) e alla foce del fiume Marta. “Fonti antiche latine raccontano che verso la metà del VII secolo a.C.”, continua Russo, “qui approdò – proveniente da Corinto – Demarato, il padre di Tarquinio Prisco. Demarato arrivò a Tarquinia non a caso, ma perché già si conoscevano questi luoghi. Quindi il collegamento dalla costa alla civita, quello che passa attraverso i tumuli, era più antico e già noto”. La soprintendenza dell’Etruria meridionale ha ora lanciato il progetto di valorizzazione della Via dei Principi, sviluppando proprio i rapporti che la vicenda di Demarato sottende. Il progetto collega in un percorso culturale i tumuli del Re e della Regina con il museo archeologico nazionale di Tarquinia e le tombe etrusche dipinte.
Il tumulo del Re era stato scavato nel 1928, ma per avere idea di cosa poteva custodire il tumulo della Regina si è dovuto attendere 80 anni fino al 2008 quando è iniziata la sua esplorazione ufficiale. Lo scavo ha rivelato un quadro più articolato e complesso. “È stato trovato un grande vestibolo monumentale a cielo aperto a pianta cruciforme”, interviene il prof. Mandolesi: “questa è una tipica espressione della architettura nella Cipro (sito di Salamina) di cultura omerica. Oltre alla gradinata che precede la piattaforma cultuale, sono state ritrovate tracce di intonaco bianco, caso unico a Tarquinia, e anche in questo caso riferibile a un modello presente a Cipro. E un altro ritrovamento eccezionale nel vestibolo riguarda le tracce di pittura murale tarquiniese: sono le più antiche finora trovate. Purtroppo, nonostante queste incoraggianti e stimolanti premesse, le ricerche archeologiche al tumulo della Regina sono state interrotte per mancanza di fondi”.
Si è invece continuato a sondare e scavare l’area vicino al tumulo della Regina. È qui che è stato trovato un sepolcreto che, vista la vicinanza con il tumulo monumentale, si ipotizza possa essere relativo a famiglie di rango collegate in qualche modo al signore (titolare) del tumulo. È qui che è stata trovata una tomba gemina (640-630 a.C.) realizzata su modello cipriota che imita il tumulo della Regina. È un tumulo di 6 metri di diametro. A una profondità di tre metri si presenta la facciata con lastre a sigillare la porta d’ingresso: una sigillatura compatta che aveva ancora il servizio da simposio posto accanto alla porta. “La perfetta conservazione di quella sigillatura”, sottolinea Mandolesi, “ci ha permesso di dire che eravamo davanti a una tomba integra, non violata né in antico né in tempi recenti: e questo è un fatto eccezionale. L’ingresso presenta una porta ad arco (tipico modello architettonico del VII sec. a.C.) che dà accesso a una piccola camera ricolma di oggetti: la pianta è rettangolare, con due panchine, che sono due letti funerari, più lunga quella a sinistra, più piccola quella a destra. Il corredo funerario è stato posto nello spazio al centro e ai piedi delle due deposizioni. C’erano anche piccoli troni per sostenere il corredo”.
Appeso alla parete di testa un aryballos (di qui il nome dato dalla soprintendente Alfonsina Russo alla tomba: “dell’aryballos sospeso”): quello è l’unico trovato in situ, ma dai fori sulle pareti o dagli appigli (chiodi) ancora visibili si può dire che nella tomba in tutto erano nove gli unguentari appesi al muro. Le differenti dimensioni dei due letti scavati nella roccia per le deposizioni hanno rivelato anche un diverso rito funerario: a inumazione e a incinerazione. Su quello di sinistra infatti c’era uno scheletro, probabilmente di una donna sui 35-40 anni, deposta con ricchi ornamenti e oggetti personali, fra cui una raffinata pisside in lamina di bronzo contenente (secondo uno studio per ora solo con i raggi X) oggetti da ricamo: degli aghi in bronzo o argento, alcuni con la punta ritorta. Sull’altro letto più piccolo sono state ritrovate, invece, le ceneri di un uomo: il marito o il figlio. L’utilizzo della tomba (620-570 a.C.) testimonia una sequenza di deposizione nell’arco di circa mezzo secolo. L’architettura della tomba è tipica del VII secolo: sullo schema a botte viene disegnato un timpano con una linea rossa. La struttura richiama quindi più il concetto di padiglione che quello di casa. Probabilmente l’uomo è morto dopo, quando era già cambiata la mentalità e la cultura. Ricco il corredo funerario composto da vasellame (ceramiche etrusco-corinzie a impasto), oggetti di ornamento, fibule, suppellettili, sigilli, monili e armi tra cui una lancia e un giavellotto.
“Ora è necessario fare le analisi dei resti della sepoltura e studiare i materiali del corredo”, annuncia Alfonsina Russo, “per poter così capire meglio l’ordine seguito nelle deposizioni. Questa tomba è importante anche perché segna il passaggio dalla società dei Principi a una società più popolare”. I reperti trovati verranno sottoposti ad analisi scientifiche nei centri di restauro specializzati. “Apriremo il cofanetto, che pensiamo possa contenere anche gioielli; e condurremo indagini sui resti organici per capire cosa mangiavano i principi”, spiega la soprintendente, riferendosi alla pisside. Per quanto riguarda le armi ritrovate (una lancia, un giavellotto e un coltello rituale), anche queste saranno a breve oggetto di studio. I reperti in metallo e il materiale organico andranno ai laboratori di analisi dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali di Roma e il restante materiale sarà analizzato nei laboratori di Diagnostica e Restauro di Montalto di Castro (della società Mastarna), dalla soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale e dall’accademia di Belle arti “Lorenzo da Viterbo”.
“È motivo di soddisfazione, in un periodo così difficile per la tutela, perché abbiamo scarse risorse economiche e umane”, conclude Russo, “aver ottenuto questo risultato raggiunto solo grazie a una operazione sinergica con il Comune di Tarquinia, l’Università di Torino e anche, in futuro, con la Regione Lazio, visto che stiamo portando avanti un progetto di valorizzazione di questo sito tramite un finanziamento Por. Tutto ciò dimostra la bontà degli obiettivi che si possono raggiungere grazie alla sinergia tra vari enti e istituzioni”. Saranno infatti presto svolti lavori di valorizzazione dell’intera area, grazie a un finanziamento europeo (Por Fesr), erogato dalla Regione Lazio, nell’ambito del progetto Via dei Principi, che comprenderanno i restauri delle strutture con l’obiettivo di creare un Parco archeologico a tema. Ma è auspicio di tutti che per il futuro si possano proseguire anche gli scavi della Doganaccia.
Dalle tombe dipinte di Tarquinia alla musica perduta degli etruschi: a Firenze “live” coinvolgente con l’etruscologa Simona Rafanelli e il jazzista Stefano Cocco Contini
Quando l’archeologia ti coinvolge in un’emozione collettiva: domenica a Firenze più di duemila appassionati del mondo antico, accorsi al centro congressi per il X Incontro nazionale di Archeologia Viva, hanno vissuto momenti intensi “calati” nell’atmosfera magica dei Principes di Tarquinia. Perché l’intervento dell’etruscologa Simona Rafanelli, direttore del museo archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, e del sassofonista Stefano Cocco Cantini, musicista jazz, dal titolo “Suoni dal passato: la musica perduta degli etruschi”, più che un momento didattico di archeologia sperimentale è stato un vero e proprio show che ha regalato ai presenti – in anteprima assoluta – un concerto di musica etrusca con gli strumenti ricostruiti sul modello dei reperti archeologici trovati in Etruria e a Paestum.
La ricerca rientra nel progetto “Musica perduta degli etruschi” promossa dalla Rete dei musei della Provincia di Grosseto. “Nell’antichità la musica permeava quasi ogni momento della vita, sia pubblica che privata”, spiega la coordinatrice del progetto Roberta Pieraccioli. “Con il canto e la danza, la musica era infatti presente nelle cerimonie religiose, negli agoni sportivi, nel simposio, nelle feste solenni, perfino nelle contese politiche e aveva un ruolo preponderante anche nei momenti privati come i matrimoni e le cerimonie funebri, l’intrattenimento domestico, il corteggiamento”. Le informazioni che abbiamo sulla musica nell’antichità classica provengono sia dalle fonti letterarie (molto lacunose) sia dall’archeologia (ma l’archeomuseologia è disciplina molto recente e ancora poco praticata). Paradossalmente è stato proprio l’incontro quasi casuale tra Rafanelli e Cocco Cantini a far emergere sulla musica etrusca osservazioni interessanti e inedite che valeva la pena di approfondire. Di qui il progetto “Musica perduta degli etruschi” presentato domenica a Firenze in un “live” coinvolgente.
I due esperti hanno lavorato a stretto contatto. Simona Rafanelli ha sviluppato una ricerca mirata sulle fonti storiche e iconografiche, raccogliendo testi tratti dagli storici antichi che hanno parlato degli etruschi e della loro musica, immagini dell’arte etrusca (pitture parietali delle tombe, pitture vascolari, bassorilievi, incisioni), e una bibliografia alla quale fare riferimento anche per il lavoro del musicista. Stefano Cantini, servendosi dell’archeologia e mettendo in campo le sue competenze musicali, ha studiato le immagini e le informazioni delle fonti antiche interpretandole sulla scorta della sua esperienza per cercare di capire come e che cosa suonavano gli etruschi, quali suoni potevano trarre dai loro strumenti e in che modo questi strumenti potevano essere suonati. Da queste due prospettive, diverse e complementari, è nato un lavoro di alta divulgazione scientifica destinato al pubblico più vasto.
“Di questo popolo musicale sappiamo ben poco e per ogni informazione dobbiamo fare riferimento allo straordinario repertorio iconografico delle tombe dipinte di Tarquinia”, ammette Rafanelli. “Per esempio, del suonatore con lo strumento a fiato a due canne – presente e ricordato ovunque – conosciamo il nome etrusco, suplu, corrispondente al latino subulo (pl. subulones), ma non conosciamo il nome dello strumento a fiato usato dal suonatore per il quale siamo costretti a rifarci ai nomi usati per modelli simili dai greci (aulòi) e dai romani (tibiae)”. Ma perché due strumenti suonati contemporaneamente? Contini ha cercato di dare una risposta: “Una delle mani del musicista tiene quasi sempre il mignolo sotto una delle due canne. Non solo per sorreggerla”, spiega il jazzista. “Dopo varie osservazioni e riflessioni, posso affermare con certezza che questa impostazione delle dita spiega il ruolo differente delle due parti dello strumento. La canna con il mignolo a sostegno (e con un foro nella parte inferiore) era la parte solista, cioè quella cui era affidato probabilmente il compito di sviluppare le melodie più complesse. L’altra canna, priva del foro sulla parte inferiore, aveva la funzione di “bordone”: poteva emettere meno note, nonostante avesse nella parte superiore un foro in più, perché non avendo il foro al di sotto non poteva innescare armonici complessi”.
Fin qui la teoria. Ma per tentare di riprodurre il suono come all’epoca degli etruschi, che non conoscevano il sistema temperato ma eseguivano scale modali producendo una nota fissa con uno strumento e la melodia con l’altro, il solista, bisognava riprodurre fedelmente uno strumento musicale a fiato etrusco. Pochi gli originali che si conoscono: quelli del relitto dell’isola del Giglio e quelli di Paestum. Grazie alla collaborazione e alla disponibilità delle competenti autorità, il musicista ha avuto modo di studiarli da vicino. “I doppi strumenti, usati anche dai greci e dagli assiri, erano costruiti prevalentemente in bosso – ricorda Cantini – un legno durissimo, stabile e sonoro, principale materiale per la costruzione dei clarinetti e degli oboi del 1700/1800, prima dell’avvento dell’ebano”. Le proprietà del bosso erano state comprese anche dagli etruschi, che avevano costruito strumenti bellissimi e smontabili in più parti. Per questo il sassofonista si è procurato il bosso in Ucraina e ha realizzato una coppia di strumenti a fiato, quelli suonati domenica a Firenze, coinvolgendo nel progetto anche un fisico matematico e un artigiano. “La particolarità di questi strumenti era l’imboccatura speciale”, spiega Cantini. “Se non si capiva questo dettaglio non si sarebbe potuto riprodurre i loro suoni”. Oggi il clarinetto e il sassofono hanno un bocchino. Nell’antichità esisteva ed era comunissima la doppia ancia, esattamente come oggi hanno l’oboe e il fagotto, ben rappresentata in immagini dalla Grecia e dall’Antico Egitto. “Osservando un dipinto della tomba Francesca Giustiniani di Tarquinia”, puntualizza Contini, “si può notare che il pittore ha dipinto l’ancia fuori dalle labbra del musicista, quasi a lasciare una traccia per noi: e non si tratta né di un’ancia doppia, ma di un’ancia semplice battente, come quella ancora oggi impiegata nelle launeddas sarde”. Tenendo presente tutti questi elementi e i calcoli matematici sulle frequenze e sui rapporti proporzionali di ottave e quinte, Stefano Cocco Contini, visibilmente emozionato, ha provato quei preziosi strumenti a fiato “all’etrusca” davanti al pubblico di Firenze, che il fiato lo tratteneva nel pathos di quel momento. Il risultato? Cantini, che quegli strumenti e il modo di suonarli ha immaginato e ricostruito, lo ha definito “strabiliante”. La risposta entusiasta del pubblico, che – come a teatro – ha richiesto il bis, lo ha confermato.
Sotto Palazzo Medici Riccardi a Firenze riemerge la storia della città dall’epoca pre-romana a Firenze capitale
Sopra, alla luce del sole, uno dei Palazzi più famosi di Firenze, il Medici Riccardi, capolavoro dell’arte rinascimentale italiana, realizzato da Michelozzo nel XV secolo; sotto, nelle viscere della terra, tra fondamenta moderne e strutture più antiche, pagine della storia più lontana della città quando Florentia era un municipio romano e questo quartiere, attraversato dal Mugnone, era caratterizzato da zone paludose e acquitrinose che costrinsero gli ingegneri romani, diciotto secoli fa, a massicci interventi di bonifica. È quanto sta emergendo dai lavori di scavo che la Provincia di Firenze, nell’ambito del programma di interventi per la conservazione, valorizzazione e potenziamento museale di Palazzo Medici Riccardi, sede dell’ente, sta realizzando al piano interrato, con il ritrovamento di alcuni reperti archeologici di notevole interesse scientifico che potrebbero costringere amministratori e tecnici a rivedere il progetto complessivo e pensare una nuova musealizzazione del palazzo con un percorso attraverso la storia di Firenze. Sono infatti riemerse importanti tracce della città dall’epoca pre-romana fino al periodo di Firenze capitale.
Tra i vari ritrovamenti è tornato alla luce anche un tratto dell’antico corso del torrente Mugnone deviato dagli antichi Romani. Lì in zona, quasi due millenni fa doveva esserci l’abitazione di un medico i cui materiali furono usati per interrare il torrente, un po’ come si fa ai giorni nostri con il materiale di riempimento. Ma quella “discarica” è diventata fonte preziosa di informazioni per gli archeologi moderni che hanno trovato numerosi oggetti dell’epoca, tra cui strumenti di medicina usati probabilmente dal proprietario della casa come la statuina usata per studi anatomici: un pezzo unico nel suo genere.
“Durante lo scavo dei vani scantinati”, raccontano i tecnici della Provincia di Firenze, “è stato individuato un livello limo-sabbioso archeologicamente sterile di origine alluvionale identificato con la sponda naturale del torrente Mugnone, che al momento della fondazione di Florentia scorreva in questa zona in direzione dell’Arno in cui si riversava all’altezza dell’attuale Ponte Vecchio. In piena epoca romana, intorno al II sec. d.C., tale corso è stato regimentato e l’intera zona, paludosa e acquitrinosa a causa della presenza del Mugnone, qui assai ramificato, è stata bonificata grazie all’apporto artificiale di strati di riempimento, terra presa per praticità da zone limitrofe antropizzate, ma ormai abbandonate”. I reperti recuperati sono molto frammentari ma sufficienti per darci un’idea dell’utilizzo di queste ceramiche romane: oggetti per il gioco e l’igiene personale, oltre che resti di pavimentazioni e di decorazioni parietali. C’è anche un piccolo gruppo di reperti in metallo che ci confermano la presenza in zona di un medico: sono oggetti riconducibili a strumenti chirurgici, oltre che ad una piccola statuina in rame, probabile modellino di studio e ad un cucchiaio/contagocce.

La planimetria della città romana di Florentia con il tracciato del torrente Mugnone e del fiume Arno
Interessante anche la struttura di fondazione ad anfore rinvenuta nel vano 1, costituita da sei anfore rinvenute in cerchio infisse in verticale, che trasportavano salse di pesce dalla Betica e dalla Lusitania (province romane dell’odierna penisola iberica) tra il I ed il II sec. d.C. “Si tratta sicuramente di un intervento di bonifica”, spiegano i tecnici, “volto ad impedire la risalita di acqua ed umidità dal terreno sottostante, formando uno strato di isolamento a intercapedine che aveva il vantaggio di preservare la struttura che vi era fondata sopra, struttura che nel nostro caso non si è conservata, ma che è stata asportata dalla costruzione dei vani interrati ed intercettata dallo scavo per le fondazioni del cortile di Michelozzo, ad opera di uno dei plinti di fondazione”.
Ma dallo scavo si ha testimonianza anche dell’epoca medievale cui probabilmente appartiene la struttura muraria rinvenuta in stato di fondazione al di sotto del muro di delimitazione Nord del vano 6, che poggia direttamente sul manufatto antico, sfruttandolo come sottofondazione. “Potrebbe trattarsi”, suggeriscono gli archeologi, “di una porzione della quinta cerchia muraria di Firenze, edificata tra il 1172 ed il 1175 e di cui una porzione è venuta in luce lungo via dé Gori durante uno scavo dei primi anni ’80. A svantaggio di questa tesi è però un eccessivo arretramento del suo corso verso Palazzo Medici Riccardi, spiegabile forse con un avancorpo esterno nei pressi della porta su via Larga. Il prosieguo dello scavo verso est potrà darci nuovi elementi per verificare l’esatta cronologia del manufatto”.
Infine, risalendo nel tempo e –fisicamente- verso la superficie, non mancano reperti dell’epoca riccardiana, cioè riferibile a uno degli ultimi grandi proprietari del Palazzo, come una delle strutture meglio conservate negli scantinati, ritenuta un forno sotterraneo fatto costruire dal marchese Giuseppe Riccardi per servire la cena alle persone di servizio (ben 250), in occasione della Festa da Ballo data a Palazzo in onore della visita a Firenze dell’Arciduca Ferdinando d’Asburgo, governatore di Milano e di sua moglie Maria Beatrice d’Este il 21 maggio del 1780. Il forno era ancora ben conservato quando il Palazzo fu venduto dai Riccardi al Demanio (1814), come si deduce dalla relazione di stima del palazzo fatta dall’architetto Marco Moretti per incarico dei giudici delegati nelle cause riguardanti il patrimonio del signor Vincenzo Riccardi. “Dai risultati preliminari delle campionature della malta utilizzata come legante della struttura e dell’intonaco che riveste completamente tutte le sue parti interne”, scrivono nella relazione finale i tecnici della Provincia fiorentina, “consegue trattarsi in tutti i casi della stessa composizione, indizio che il manufatto è stato realizzato nello stesso tempo e non per fasi successive, mentre la mancanza di annerimento delle pareti interne accerta il breve utilizzo della struttura”. Tra i reperti recuperati dallo strato di riempimento che la sigillava, spicca una forchetta a quattro rebbi, con manico a violino doppiamente filettato, tipico di un modello detto «Fiddle thread», ampiamente diffuso dalla fine del XVIII a inoltrato XIX secolo.
Il proseguimento dello scavo è ora molto atteso, soprattutto per la presenza di due dati interessanti da verificare: il primo riguarda un vano adibito molto probabilmente a stalla, a giudicare da una porzione di basolato individuata al momento; il secondo riguarda una pavimentazione coeva alla costruzione medicea del palazzo o addirittura preesistente.
Oggi riapre a Reggio Calabria il museo archeologico della Magna Grecia: la casa dei Bronzi di Riace
L’attesa è finita. Inizia l’emozione. Oggi, sabato 21 dicembre, alle 16.30, riapre a Reggio Calabria la casa dei Bronzi di Riace, Palazzo Piacentini, sede del museo archeologico nazionale della Magna Grecia. A più di 40 anni dalla loro scoperta sui fondali del mare prospiciente Riace; a 33 dalla loro prima esposizione a Firenze – dopo il primo lungo delicato restauro a cura dell’Opificio delle Pietre Dure -; a 4 dal loro trasferimento a Palazzo Campanella sede del Consiglio regionale della Calabria dove, come chiusi in un acquario, sotto gli occhi degli occasionali visitatori sono stati distesi e sottoposti a un nuovo ancora più delicato restauro conservativo; a meno di due settimane dal loro ritorno a casa a Palazzo Piacentini, da oggi sarà possibile ammirare di nuovo in posizione eretta le due statue bronzee simbolo dell’arte greca (o magno-greca) del V sec. a.C. in tutto il loro splendore.
L’accelerata imposta dal ministro per i Beni culturali Massimo Bray all’operazione “ritorno a casa” dei Bronzi di Riace ha avuto successo. E oggi pomeriggio il ministro Bray con la soprintendente Simonetta Bonomi e il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti, sarà in prima fila all’inaugurazione del Museo della Magna Grecia nel palazzo progettato da Marcello Piacentini nella seconda metà degli anni Trenta del secolo scorso e “ripensato” come un grande museo moderno dall’architetto Paolo Desideri, con un costo complessivo di 32 milioni. “I Bronzi di Riace, dopo quattro anni di restauro, tornano al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. Si tratta del ritorno all’esposizione di un patrimonio culturale della Calabria ma anche dell’intera umanità”, ha dichiarato visibilmente soddisfatto il ministro Bray.
Dopo la delicata operazione per riportare i due guerrieri nel museo, cui ha assistito il ministro Bray, i tecnici hanno lavorato per rimettere in piedi i due bronzi. È toccato prima alla statua del “vecchio”, denominato con la lettera B, e poi, sabato scorso, a quella del “giovane”, la statua A. “I due bronzi – spiegano i tecnici – sono stati issati su speciali piedistalli a più strati, con una prima parte ancorata al pavimento sulla quale poggiano 4 sfere di marmo sopra le quali è stato fissato il basamento con il guerriero. È stato poi aggiunto un sistema di contrappesi per bilanciare la statua. Si tratta di una struttura sperimentale fortemente italiana anche nella scelta del materiale, che è marmo di Carrara.
“Il visitatore del nuovo Museo di Reggio Calabria”, spiegano l’architetto Paolo Desideri dello studio ABDR che si è avvalso della collaborazione dell’artista calabrese Alfredo Pirri, “avrà la sensazione di entrare in una piazza per assistere ad uno spettacolo teatrale con gli attori principali. Uno spazio consegnato alla città per la fruizione continua, soprattutto se andrà in porto la realizzazione dell’accesso diretto da Piazza De Nava.
Creando una specie di partitura musicale/letteraria, soggetta alle variazioni della luce del giorno a motivo della sua struttura tridimensionale, Pirri ha creato un nuovo proscenio che lascia intravedere le ombre dei tre protagonisti (Bronzi e Testa del Filosofo) collocati nel piano principale del Museo, il mito della Magna Grecia”. Paolo Desideri ha illustrato le scelte operate e i successivi interventi tecnici su quello che a breve diventerà un nuovo punto di riferimento per la città: “Benché la struttura fosse stata realizzata interamente in cemento armato, era necessario adeguarla alle nuove norme antisismiche e dotarla di una moderna impiantistica. Per evitare un forte impatto visivo si è scelto di rafforzare l’edificio con un nucleo centrale posto nell’ex corte esterna come elemento stabilizzatore dell’intera struttura e spina dorsale dei nuovi impianti. Questo nucleo centrale risolve i problemi strutturali e consente di avere un nuovo spazio che servirà da ingresso per portare i visitatori nel rinnovato percorso museale. I reperti saranno parte di un preciso contesto storico e di percorso che dalla preistoria si conclude nella sala dei Bronzi; squarci di quotidianità remota e non semplici oggetti in bella mostra. In cima al Museo è stato creato un ulteriore piano destinato a caffetteria con un piano calpestabile trasparente dell’ex cortile esterno costruito con una struttura geodetica (Tensegrity)”.
L’apertura al pubblico riguarderà inizialmente un piano del monumentale museo nazionale della Magna Grecia. Ma si sta già lavorando al riallestimento totale della struttura, che sarà pronta entro aprile 2014. Ci sarà poi la ristrutturazione della piazza antistante, piazza De Nava, con i lavori già finanziati con fondi europei (10 milioni da spendere entro il 2015). La riapertura del Museo è, a tutti gli effetti, una delle notizie più attese nel mondo culturale e, a Reggio Calabria, è stata accolta con grande commozione. “La Calabria può mettere in mostra la sua vera natura: quella culturale. È l’inizio della rinascita”, ha proclamato il governatore Scopelliti, che già sogna le masse di turisti riversarsi a Reggio Calabria come avvenne nel lontano 1980 a Firenze, alla prima esposizione dei Bronzi, mostra che aprì in un certo senso la strada alle grandi mostre archeologiche di forte richiamo per il grande pubblico. Ma proprio quel pubblico che mostrò di amare i due guerrieri, sembrò negli anni aver perso la strada per venirli ad ammirare nella loro casa a Reggio Calabria. Ora quella casa è diventata più accogliente ed è pronta a ricevere gli appassionati da tutto il mondo.



















































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