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“ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume”: a Bolzano la mostra fotografica di Lucio Rosa, reportage sui gruppi etnici (molti a rischio estinzione) che popolano la bassa valle del fiume Omo

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume” alla Galleria civica di Bolzano (foto Lucio Rosa)

La galleria civica di Bolzano (foto Lucio Rosa)

L’Africa resta nel suo cuore, perché quella vera per ora è irraggiungibile. Così Luco Rosa, il regista fotografo, veneziano di nascita e bolzanino di adozione, da quasi mezzo secolo impegnato nella realizzazione di film documentari, reportage anche fotografici, programmi televisivi, per televisioni nazionali ed estere, l’Africa ha deciso di portarla nella sua Bolzano con la mostra fotografica “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume” alla Galleria civica di piazza Domenicani dal 9 al 28 gennaio 2020 (vernice l’8 gennaio, alle 18). “È un’Africa profonda, quella del sud della valle dell’Omo”, sintetizza Lucio Rosa. “Il tempo resta sospeso, quasi voltando le spalle. Si cela nel lungo passato, dal quale emergono tracce tuttora vivide”. Nella bassa valle del fiume Omo, in Etiopia, esistono ancora dei luoghi che conservano, in una dimensione senza tempo, un incredibile mosaico di razze e di gruppi etnici, vive tracce di antiche tradizioni, una commistione tra le radici dell’uomo e la natura. Natura e uomo, indissolubilmente intrecciati, danno forma a razze e gruppi etnici adagiati su un mosaico multiforme. Un microcosmo fragile e compatto preserva i tratti dei Dassanech, dei Karo, dei Borana, dei Konso, degli Hamer, degli Arbore, dei Mursi. “Per potersi avvicinare a questo mondo, cercare di comprendere l’anima originaria delle tribù che qui vivono”, spiega il regista, “dobbiamo abbandonare le nostre certezze ed ogni pregiudizio occidentale. Solo così si può cogliere la ricchezza di culture di un mondo da noi così distante e cogliere l’autentica Africa, l’anima originaria di genti “lontane”. Eppure, perfettamente visibili, queste isole arcaiche non si sottraggono del tutto alla vista delle nostre presunte civiltà globalizzate”. La minaccia resta intatta e la distruzione di queste fragili e preziose culture è sempre una previsione per taluni fin troppo facile. “Sarà così?” è l’emblematica domanda-denuncia che Lucio Rosa lancia attraverso la mostra a quanti sono in potere di fare qualcosa.

La cartina della bassa valle dell’Omo in Etiopia con i gruppi etnici presenti

Etiopia “Land Grabbing”. È dal 2008 che in tutta la bassa valle dell’Omo si sta verificando un rapido cambiamento delle condizioni di vita a scapito dei deboli della Terra, come sono i gruppi etnici che qui cercano di sopravvivere. Il governo etiope disbosca ampi territori sottraendoli brutalmente ai gruppi tribali distruggendo i loro pascoli. E il bestiame è l’unica fonte di sostentamento di questa gente. Questi vastissimi territori vengono dati in concessione ad imprese multinazionali malesi, finlandesi, turche, olandesi, italiane, coreane, specializzate nella coltivazione della canna da zucchero, cotone, palma da olio, mais per produrre biocarburanti. I gruppi etnici che vivono nella bassa valle dell’Omo e che non dispongono più degli spazi necessari per la vita dei loro armenti, sono destinati a scomparire. O diventano braccianti agricoli, perdendo la loro identità, costretti ad accettare salari da sfruttamento imposti dalle multinazionali, oppure sono costretti ad andarsene, non si sa dove. Chi si oppone e fa resistenza rischia il carcere o l’isolamento in villaggi “riserva”. E così sparirà da questi luoghi anche il turismo, culturale o non che sia, che ancora oggi è attratto da questo mondo “antico” e da queste “lontane” culture.

Una donna del gruppo etnico Dassanech (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Dassanech. Nella parte più meridionale della valle dell’Omo, in un territorio semi arido, non lontano dal delta del fiume Omo che si spinge in Kenya verso il lago Turkana, vivono i Dassanech, il “Popolo del delta”. Sono una popolazione di circa 30mila individui. Originariamente erano stanziati in Kenya, lungo entrambe le rive del lago Turkana, ma negli ultimi 60 anni, sono stati esclusi da questi territori e quindi, avendo perso la maggior parte delle loro terre tradizionali, una gran parte dei Dassanech è migrata nella bassa valle dell’Omo. Nonostante l’influenza del fiume e del lago, il territorio è estremamente secco, un deserto. I Dassanech sono tradizionalmente dediti alla pastorizia, ma negli ultimi anni praticano anche una agricoltura di sussistenza, lottando contro un ambiente a loro ostile.

Donne del gruppo etnico Karo (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Karo. Lungo le rive dell’Omo inferiore si trovano i villaggi dei Karo, una popolazione di poco più di 1000 individui la cui sopravvivenza è seriamente minacciata. Nonostante le incertezze che colpiscono la loro dura esistenza, un innocente entusiasmo sembra coinvolgere i Karo nel “vestire” i loro corpi con pitture eseguite con il gesso. Sono motivi elaborati che non hanno un significato simbolico ma un carattere puramente estetico. Un tempo vivevano su entrambe le sponde del fiume ma, a causa dei conflitti sanguinosi degli anni tra il 1980 ed il 1990 con la tribù dei Nyangatom, loro storici avversari, sono stati costretti a migrare sulla riva orientale. ll popolo dei Karo è comunque destinato ad estinguersi e nei pochi villaggi ancora esistenti sopravvivono solo alcune centinaia di individui. Basterebbe una epidemia per causare l’estinzione dell’etnia. Inoltre sono molte le giovani Karo che preferiscono sposare uomini di un gruppo etnico più forte che offra maggior sicurezza, vedi gli Hamer, e che lasciano il villaggio paterno per formare una nuova famiglia nel villaggio del futuro marito. Nel villaggio Karo tutto ciò determina una crisi demografica senza fine che porterà all’estinzione dell’etnia e all’assimilazione di un intero popolo.

Un uomo del gruppo etnico Borana (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Borana. I Borana (“genti del mattino”) sono un gruppo etnico che vive distribuito tra il Sud dell’Etiopia (Oromia) e l’arido Nord del Kenya. Appartengono al vasto gruppo degli Oromo, di cui ritengono essere “l’etnia primigenia” e di essere gli unici a vivere ancora secondo le antiche tradizioni. Si stima siano tra i 400 e i 500mila individui, sparsi nei due Paesi e divisi in più di un centinaio di clan. Sono un popolo semi-nomade di pastori. Allevano zebù, mucche, cammelli, capre, pecore, asini. Recentemente hanno iniziato a dedicarsi anche all’agricoltura e sono diventati sempre più sedentari. La religione tradizionale è fondata sulla concezione del Dio unico, Waaka. Parlano un dialetto della lingua Oromo, l’afaani Boraana. I Borana sono provetti ingegneri idraulici. Nelle loro aride terre in cui vivono, l’acqua non è sempre disponibile. Per procurarsela i Borana hanno scavato profondi pozzi a gradoni che arrivano a superare anche i 30 metri di profondità e che ancora oggi utilizzano nei periodi di siccità. Nella stagione secca, i giovani Borana si calano lungo il pozzo nelle viscere della terra per prelevare l’acqua che, formando una vera catena umana, con la tecnica del passamano, portano in superficie in recipienti ricolmi. Il lavoro è accompagnato dal loro canto da cui il nome di “pozzi cantanti”. Il canto dà al lavoro un senso di gioia e aiuta a mantenere il ritmo nel ripetersi dei gesti.

Un villaggio del gruppo etnico Konso (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Konso. Tra le colline a Sud del lago Chamo, in un territorio montagnoso che si estende lungo il margine orientale della valle dell’Omo a una altezza intorno ai 1500 metri, vivono i Konso, un popolo di agricoltori sedentari, un gruppo etnico di lingua cuscitica. I villaggi dei Konso, a scopo difensivo, sono arroccati sulle falesie che dominano le ampie vallate. Legno e pietra sono gli elementi che caratterizzano questi insediamenti. Strade e stradine, delimitate da muretti in pietra a secco, intersecano i villaggi che si presentano come un fitto labirinto di recinti. I vicoli si fanno sempre più stretti mano a mano che salgono verso la sommità della falesia. Un vero dedalo per disorientare e rendere difficile l’accesso al villaggio ad eventuali nemici. I Konso sono una popolazione di circa 20mila individui. Possono essere di religione cattolica, cristiana-ortodossa o musulmana, ma effettuano ancora riti pagani propri della religione animista. La loro abitazione è una capanna circolare con il tetto di paglia. Sulla sommità un vaso di terracotta, privato della base, ne sigilla l’apertura. La sua forma, sempre diversa, identifica la famiglia che ci abita. Al centro del villaggio si trova un alto “totem” (olahita), l’albero delle generazioni. È costruito con tronchi di juniper, un legno molto duraturo. Ogni 18 anni si aggiunge un nuovo tronco per segnare l’inizio di una nuova generazione. Diventa quindi una sorta di calendario tradizionale, un indicatore dei passaggi generazionali.

Le Wagas, caratteristiche statute in legno dei Konso (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Konso: le Wagas. Suggestive, enigmatiche appaiono queste nude figure in legno, corrose dalla pioggia e dal tempo, che vogliono essere espressione delle imprese dell’uomo. Sono chiamate Wagas nella lingua dei Konso, cioé “qualche cosa dei padri”. Sono statue commemorative dedicate a un defunto dal passato importante, un uomo che ha protetto la sua gente, che ha ucciso un nemico o un animale feroce, come un leone o un leopardo. Si trovavano presso la sua tomba, spesso, con accanto la Wagas della moglie. Il culto degli antenati, attraverso le sembianze di questi Totem, ha per i Konso una grande importanza, perché tramanda la vita e la storia personale di un eroe, di un uomo importante. Tale usanza è solo un ricordo ed è affidata a vecchie fotografie come questa che mostriamo scattata nel 1905 da Renato Biasutti, geografo, etnologo. Fortunatamente, questi Totem vengono ora protetti e tutelati in un museo.

Un giovane del gruppo etnico Hamer (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Hamer. Hamer è un gruppo etnico indigeno che vive nel sud dell’Etiopia, nel bacino della valle del fiume Omo. Il censimento del 2007 ha contato 46.532 individui di etnia Hamer. Sono pastori, ma praticano anche una agricoltura di sussistenza. Nella popolazione dei pastori Hamer, sia le donne che gli uomini sono molto “ambiziosi” e prestano molta cura al proprio corpo. Le donne Hamer, altere e bellissime, sono infaticabili. Impegnate nell’allevare i figli, nel preparare i pasti per la famiglia, nell’accudire all’abitazione. Ma tutto ciò non impedisce loro di dedicarsi anche alla cura della bellezza. Una caratteristica estetica, un segno inconfondibile delle donne Hamer, è l’elaborata pettinatura, sfoggiata con fierezza. La tipica acconciatura, chiamata “goscha”, è ottenuta dall’intreccio di sottilissime treccine spalmate di burro, ocra, polvere di ferro e argilla. Le donne indossano strette collane di ferro, gli “ensente”. Si tratta del dono di fidanzamento che la donna porterà per tutta la vita. Al momento del matrimonio, e se si tratta della prima moglie, la donna può portare un secondo collare di ferro, chiamato “bignere”, che presenta una protuberanza fallica e che viene aggiunto ai collari del fidanzamento. Gli uomini che abbiano ucciso un nemico oppure un animale feroce, pericoloso come un leone o un leopardo, si fregiano di una particolare acconciatura sul capo. Con l’argilla, che viene impastata direttamente sulla testa, formano una originale crocchia, una specie di caschetto che viene dipinto con ocra. Un piumaggio, preferibilmente di struzzo, completa l’acconciatura. È un segno di riconoscimento per il coraggio dimostrato. Come in molte altre culture, anche tra gli Hamer vige un complesso sistema di classi sociali. Un evento chiave della cultura di tutte le comunità che abitano nel cuore della valle dell’Omo, è il rito che celebra il passaggio di classe d’età dei giovani adolescenti. Uno dei riti più radicati e controversi della cultura Hamer è la cerimonia del “salto dei tori”, Uklì Bulà, rito che sancisce il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. I giovani Hamer sono chiamati a dimostrare forza e coraggio saltando e correndo sui dorsi dei tori senza cadere, il che li farebbe risultare “sconfitti”. Superata la prova, i giovani diventano “adulti” e potranno sposarsi, possedere del bestiame ed avere dei figli. La cerimonia inizia con un “prologo” che agli occhi di noi occidentali può apparire arcaico e cruento. Le giovani Hamer, per mostrare che il loro coraggio è pari a quello degli uomini, si lasciano fustigare dai Maza, cioè da giovani che hanno già superato la prova del salto in anni precedenti, ma che sono ancora da sposare. Le giovani Hamer non subiscono questa che a noi appare una violenza. Anzi, per dimostrare la loro fierezza sfrontatamente affrontano i Maza per invitarli a colpirle. Questo atto violento lascerà sui corpi delle ragazze profonde cicatrici che verranno ostentate con orgoglio.

Una giovane del gruppo etnico Arbore (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Arbore. Un popolo fiero, quello degli Arbore, che ora non supera i 4000 individui. Vivono nei pressi del lago Chew Bahir (ex lago Stefania) nella pianura ad ovest del fiume Woito. Sono di religione islamica, ma sono ancora molto presenti credenze tradizionali che riconoscono un unico Dio creatore, chiamato Waaqa. Grazie all’acqua presente nel loro territorio, si dedicano ad una piccola agricoltura. Ma sono anche pastori. Dal collo delle donne scendono a grappoli numerose collane. Donne molto belle con un portamento fiero e deciso, quasi di sfida. Si ritiene che gli Arbore provengano da lontane terre orientali e che, quasi certamente, il loro sangue sia misto. La loro discendenza li pone tra i popoli che anticamente abitavano la valle dell’Omo e gli altopiani di Konso, come i Borana e i Dassanech.

Donne di etnia Mursi con il caratteristico piattello labiale (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Mursi. “Queste tribù selvagge hanno tendenze detestabili e abitudini bestiali, eppure non mostrano l’indole feroce”. Così appuntavano, nel 1896, nel loro diario di viaggio Lamberto Vannutelli e Carlo Citerni al seguito della spedizione condotta da Vittorio Bottego alla scoperta del fiume Omo e della sua foce, primi occidentali ad incontrare questo popolo. L’incontro dei primi esploratori con una donna Mursi non può non averli lasciati sbalorditi. Il piattello labiale altera le sembianze del volto e può sembrare una usanza, come hanno riportato Vannutelli e Citerni, “detestabile e bestiale”. L’usanza del piattello labiale, per alcuni antropologi, pare abbia avuto origine nel periodo della tratta degli schiavi. Il volto così sfigurato poteva essere un deterrente, un modo per deprezzare la donna e quindi utile a dissuadere gli schiavisti dal portarla via e una opportunità di salvezza per lei. Il piattello labiale è un segno di prestigio per la donna che lo porta ma è anche un segno di ricchezza. Sicuro è il valore economico del piattello. Più grande è, maggiore sarà il numero di capi di bestiame che la sua famiglia chiederà al pretendente per cederla in sposa. I Mursi, o Murzu, sono pastori nomadi, in continuo movimento alla ricerca di pascoli e acqua per il loro bestiame. Per proteggersi da attacchi di possibili nemici, i Mursi, donne e uomini, presidiano armati con armi automatiche i loro villaggi. Le mandrie di bovini rappresentano la ricchezza di questa gente, ma fanno anche gola a molti altri e l’abigeato è un male assai comune, qui. Secondo il censimento del 2007 i Mursi costituiscono una comunità di circa 7500 persone. Ma il loro numero diminuisce sempre più a causa delle condizioni sanitarie estremamente precarie, dei prolungati periodi di siccità e del loro spostamento forzato verso le terre aride dell’Est.

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

“Questo mio “viaggio” è finito”, chiude Lucio Rosa. “Sono 115 le immagini che propongo. Immagini che non si limitano a mostrare le genti che vivono in questo estremo angolo d’Africa nel sud dell’Etiopia. Sono immagini che indagano, scrutano i loro volti, i loro sguardi, ogni loro atteggiamento, le loro fattezze e che “raccontano” a volte fierezza, a volte gioia, a volte tristezza. Genti “lontane” di un mondo che, forse, è giunto alla fine del suo “viaggio” e che inevitabilmente stiamo perdendo”. A corollario della mostra fotografica “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume”, il museo civico di Bolzano propone, nella sala delle Stufe, la proiezione di alcuni film del regista Lucio Rosa: mercoledì 15 gennaio 2020, alle 18, “BILAD CHINQIT” (59’); giovedì 16 gennaio 2020, alle 18, “IL SEGNO SULLA PIETRA” (59’); venerdì 17 gennaio 2020, alle 18, “BABINGA, piccoli uomini della foresta” (25’) e, a seguire, “IL “RAGAZZO” CON LA NIKON” (30’).

Il Bolzano Filmfestival 2018 rende omaggio con una rassegna e una mostra fotografica al regista veneziano, e bolzanino d’adozione, Lucio Rosa: protagonisti l’Africa e i suoi popoli e culture più antichi

Il regista veneziano, bolzanino d’adozione, Lucio Rosa, fondatore di Studio Film Tv

Donna Babinga prepara pasto a base di foglie di djabouc (foto Lucio Rosa)

Pitture rupestri di 15mila anni fa in Libia (foto Lucio Rosa)

Il cinema europeo torna a Bolzano con la 32. edizione del Bolzano Film Festival dal 10 al 15 aprile 2018. Cinque categorie di concorso (premio al miglior film, premio al miglior documentario, premio del pubblico al miglior film o documentario, premio della giuria studenti Euregio al miglior film o documentario, premio d’onore alla carriera) per sei giorni di festival. E poi un omaggio particolare a Lucio Rosa, regista veneziano, ma ormai bolzanino d’adozione, che nel 1975 fonda a Bolzano la STUDIO FILM TV, un’azienda di produzione cinematografica e televisiva, che realizza prodotti video sia in elettronica che con la tecnica cinematografica. A Lucio Rosa il Bolzano Film Festival dedica infatti una rassegna speciale (con la proiezione di quattro film, selezione delle sue oltre 150 produzioni tra documentari, reportage fotografici, programmi televisivi, che hanno ottenuto anche numerosi riconoscimenti a livello internazionale), e una mostra fotografica con immagini tratte dai suoi quattro documentari. Ovviamente film e foto sono un focus sull’Africa, di cui Rosa è un profondo conoscitore, tanto da rimanerne “rapito”. “L’uomo è nato in Africa, cioè noi siamo nati in Africa e questo fin da giovane mi ha spinto a cercare, in questo grande Continente, chi siamo”, racconta Lucio Rosa sul sito del Bolzano Filmfestival. “Negli anni Settanta sono stato convocato a Roma da alcune Agenzie della Nazioni Unite, che mi hanno chiesto di fare documentazioni fotografiche e cinematografiche su diversi progetti che loro finanziavano e sulla situazione di alcuni Paesi africani. Sono stato in Etiopia, Niger, Leshoto, Mali, Libia, Egitto, Eritrea, ho fatto poi film etnografici, sui Pigmei del Congo, in Etiopia e in Libia, recentemente. Ho conosciuto l’Africa da dentro, i problemi che la sua gente vive tutti i giorni, raccontato il presente e il passato di questa terra, delle sue genti e culture uniche, alcune delle quali oggi a rischio di estinzione”.

Il regista Lucio Rosa nelle riprese del film “Il segno sulla pietra – Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome”

Anche la mostra “Fotografie di un regista”, alla Galleria Fotoforum di via Weggenstein, a Bolzano (apertura martedì 11 aprile 2018, alle 17.30), ha l’Africa nel cuore: e in Africa,a Tripoli, Rosa la mostra la vuole portare quanto prima.  “Sì, Tripoli è nel mio cuore”, conferma il regista veneziano, “amo la Libia da 25 anni, quando ero lì per le prime volte, un amore che poi è diventato un film, che ha ricevuto già 13 riconoscimenti nel mondo: “Il segno sulla pietra. Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome”. Il deserto è una cosa magica, c’è chi lo soffre, chi come me lo vive molto bene: trovarsi davanti a pitture rupestri di 15mila anni fa non può che colpirti il cuore. Ho fatto ben 24 film sull’Africa, anche piccoli, piccoli. In due missioni che ho fatto con Anna (la moglie, che lo accompagna nelle sue ricerche e produzioni artistiche, ndr) in Etiopia, ho conosciuto la gente delle tribù della Valle dell’Omo. Tre anni fa ho fatto il mio ultimo lavoro in Etiopia. Ora mi manca un po’ l’Africa, ci sono stato per anni anche due volte l’anno. Ma io non faccio viaggi corti, solo lunghi, devo conoscere in profondità e adesso la situazione lì è un po’ complicata. Per il “Segno sulla pietra” ci sono stato 92 giorni in due momenti, il secondo nel 2005, quando ho potuto filmare il ritorno delle piogge in Libia”.

Paesaggio libico con dune di sabbia (foto Lucio Rosa)

In Etiopia, Gondar all’alba (foto Lucio Rosa)

In mostra sono esposte trenta fotografie di Lucio Rosa, articolate in tre sezioni di 10 fotografie scattate durante le riprese per la realizzazione di tre dei 4 documentari che verranno proposti nella rassegna del festival. Racconta Rosa: il primo film è “Babinga”, piccoli uomini della foresta, un vero documento che parla dei Pigmei che vivono, meglio vivevano secondo la loro cultura e tradizioni, nella foresta pluviale della Repubblica Popolare del Congo… ora ci sono ancora i Pigmei, piccoli uomini, ma la loro cultura si è persa… Il secondo film è “I segni sulla pietra”, il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome, che ben conosci. Il terzo film è “Kebra Negast, Gloria dei Re”, girato nel nord dell’Etiopia.

Dal film “Babinga, piccoli uomini della foresta” di Lucio Rosa

Vediamo allora meglio i quattro film di Lucio

Dal film “Il segno sulla pietra” di Lucio Rosa

Rosa in cartellone al Bolzano Filmfestival. Mercoledì 11 aprile 2018, alle 15, si proietta “Babinga, piccoli uomini della foresta” (Italia, 1987, 25’): superstiti testimoni di epoche antichissime, i pigmei Babinga, piccoli uomini della foresta, sono l‘immagine di quella che probabilmente fu la vita dei cacciatori-raccoglitori della preistoria. La buia e impraticabile foresta equatoriale africana ha contribuito a proteggere la loro esistenza. Ma le cose stanno cambiando repentinamente. L‘impatto con altre civiltà sta fatalmente distruggendo la loro cultura e le loro tradizioni. A seguire viene proiettato il film “Il segno sulla pietra” (Italia, 2006, 50’): la storia millenaria del Sahara racconta di un alternarsi di fasi climatiche estreme e di vicende di uomini che ebbero la ventura di scegliere quella terra come loro dimora. 12.000 anni fa, dopo una fase di aridità estrema, ritornò la pioggia e la vita ricominciò a germogliare lentamente. Così, nel Sahara centrale, sui massicci del Tadrart Acacus e del Messak, nel sud-ovest della Libia, si formarono le prime comunità, tenaci e vitali, culturalmente compiute, che riuscirono anche ad elevare a linguaggio pittorico il loro vissuto quotidiano.

Dal film “Kebra Negast – Gloria dei Re” di Lucio Rosa

Dal film “Mit den Augen eines mittelalterlichen Pilgers” di Lucio Rosa

Venerdì 13 aprile 2018, alle 16.30, gli altri due film della rassegna omaggio a Lucio Rosa. Si inizia con “Kebra Negast – Gloria dei Re” (Italia, 1996, 29’): Gloria dei Re (Kebra Negast) è un antico testo etiope di importanza storica, religiosa e archeologica. La storia antica dell‘Etiopia è legata alla diffusione del Cristianesimo che già dal Quarto secolo si propagò lungo la valle del Nilo sino agli altopiani etiopici e su cui si sono fondati stato, società e civiltà di quello che fu l‘unico regno Cristiano d‘Africa. La sopravvivenza di questo Cristianesimo  arcaico si deve all‘identificazione della Chiesa Etiope con il regno di Axum che dominò parte del Corno d‘Africa per oltre 1000 anni. Il film percorre questa pagina di storia. L’ultimo film in programma è in lingua tedesca. “Mit den Augen eines mittelalterlichen Pilgers” (Italien, 2011, 59’): l‘avventura delle crociate ha avuto una grande incidenza sulla vita religiosa e culturale in tutta Europa. Nacquero innumerevoli itinerari, lunghi anche migliaia di chilometri, che collegavano le città più remote. Queste vie percorse dai pellegrini sono state, per molti secoli, le grandi arterie di comunicazione delle genti d‘Europa. Una delle vie più frequentate percorreva la val Venosta, in Alto Adige, corridoio di transito per i pellegrini che venivano dal nord della Germania, diretti a Venezia, con il suo dominio sui mari monopolio dei viaggi verso la Terra Santa.