Archivio tag | fenici

Bolzano. “Libia, …uno sguardo verso il mare”, mostra fotografica di Lucio Rosa. Viaggio in 90 fotografie nel tempo e nella storia, dalla Cirenaica alla Tripolitania, con gli occhi di un innamorato di quel Paese

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “Libia …uno sguardo verso il mare” alla galleria Espace La Stanza di Bolzano

bolzano_mostra-libia_lucio-rosaDalla Cirenaica alla Tripolitania, da est a ovest, seguendo il viaggio del sole e la costa bagnata dal Mediterraneo alla scoperta della Libia con gli occhi di un viaggiatore innamorato di quel Paese, che per anni ha visto e amato arrivando dal mare, e che stavolta immagina dal punto di vista di un antico abitante della Libia, terra strategica, crocevia fra l’Africa nera e il Mediterraneo, terra che nei millenni ha visto approdare sulle sue coste Fenici, Greci, Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Turchi, Italiani… È questo l’obiettivo della mostra fotografica “Libia, …uno sguardo verso il mare” fino al 20 ottobre 2020 alla galleria Espace La Stanza in Bolzano, ultima fatica di Lucio Rosa, veneziano di nascita ma bolzanino d’adozione, da oltre 45 anni impegnato nella realizzazione di film documentari, reportage anche fotografici, programmi televisivi, per televisioni nazionali ed estere. Lucio Rosa sa di non poter tornare per ora in quei luoghi, bloccato in questi anni per le problematiche politiche che hanno interessato molti Paesi arabi, e ora fermato anche dall’emergenza sanitaria per pandemia.  Ma questo non è un motivo sufficiente per stare “lontano” da quelle terre che tanto ama, lui il regista con “l’Africa nel cuore”. E così la Libia… l’ha portata a casa sua, a Bolzano, raccontandola con 90 fotografie a colori accompagnate da note in una sequenza fotografica suddivisa in 7 location: Al-Athrun, Apollonia, Qasr Libia, Cirene, Leptis Magna, Tripoli, Sabratha.

La cartina della Libia con le sette località lungo la costa mediterranea illustrate dalla mostra di Lucio Rosa

È un viaggio nel tempo e nella storia quello proposto da Lucio Rosa che inizia da est, da dove sorge il sole… “La storia non ha fine”, dice, “perché noi siamo gli eredi del passato e la portiamo dentro di noi. Luoghi come Tokra o Tolmeta, sono solo delle gocce, dei riflessi. Testimonianze di questo ricco insieme di culture sono oggi ancora visibili, si possono penetrare, riscoprire, anche se hanno subito il “torto” e lo “sfregio” del tempo e della storia. Il “respiro” degli uomini che un tempo calpestavano il suolo libico può ancora essere “udito” tra le mura delle città che hanno costruito ed è testimone della loro immortalità”.

La basilica occidentale nel sito di Al-Athrun in Libia (foto Lucio Rosa)
libia_al-athrun_panorama_foto-lucio-rosa

Il sito di Al-Athrun (Libia) in un panorama mozzafiato (foto Lucio Rosa)

AL-ATHRUN Erano sicuramente dotati di buon gusto i sacerdoti bizantini che seppero scegliere, per le loro chiese solitarie, luoghi incantati. Tra l’intenso blu del Mediterraneo e la brulla costa della Cirenaica, nella località di Latrun, l’antica Erythron che fu un’importante sede vescovile, su una terrazza naturale spuntano le tracce di quelle che furono due basiliche bizantine datate V sec. d.C. Le due chiese furono costruite durante il regno dell’imperatore Giustiniano I (527-565). La basilica occidentale è la meglio conservata. Colpisce il susseguirsi di candidi marmi, come i plutei, su cui sono scolpiti a rilievo i simboli della cristianità. Una sinfonia di colonne, con ricchi capitelli, sorreggeva la volta delle tre navate oggi non più riconoscibili. L’ingiuria del tempo ha lasciato solo rovine del piano originale di quella che era stata la basilica orientale. L’imperatore Giustiniano negli anni 538-539, a protezione del confine meridionale, fortificò diversi porti anche in Cirenaica. Le basiliche, qui costruite, assicuravano che a marinai e soldati non sarebbe mai mancato l’aiuto divino.

Il teatro antico di Apollonia sulla costa libica (foto Lucio Rosa)
libia_apollonia_terme_foto-lucio-rosa

Le terme romane ad Apollonia in Libia (foto Lucio Rosa)

APOLLONIA All’estremità orientale del sito si trova il teatro scavato in una pendenza naturale e rivolto verso il Mediterraneo. La prima costruzione risale al II secolo a.C. e la cavea, che aveva solo 13 file, fu ingrandita sotto Adriano. Il teatro, ricostruito poi dall’imperatore Domiziano, ci conduce a parlare di Apollonia, fondata nel VII secolo a.C. da coloni di stirpe ellenica. Apollonia è stata il porto di Cirene. Nel 331 a.C. Apollonia fu conquistata da Alessandro Magno restando, alla sua morte, nella sfera di influenza ellenistica del regno tolemaico. Nel I secolo Apollonia fu presa da Roma. Risalgono all’epoca romana le terme, volute dall’imperatore Adriano. Un terremoto nel 365 si abbatté su tutta la Cirenaica e distrusse la città che fu in gran parte inghiottita dal mare. Di epoca bizantina sono le tre basiliche (V secolo). Della stessa epoca, il palazzo del governatore, Dux, di cui è rimasto solo il piano inferiore. Il peristilio è circondato da portici ad archi. La conquista araba, del VII secolo, determinò lo spopolamento e il declino della città. Solo nel corso del XIX secolo la nuova Apollonia si ripopolò di musulmani, provenienti dall’isola di Creta, che le diedero il nome dell’attuale città araba Marsa Susa.

I resti della basilica occidentale a Qasr Libia (foto Lucio Rosa)

QASR LIBIA Qasr Libia, a 50 km da Cirene, è identificabile con l’antica città di Olbia, sede vescovile nel periodo bizantino (V secolo). Del complesso religioso che qui esisteva sono rimaste le rovine di due basiliche paleocristiane. La meglio conservata è la basilica occidentale, la più recente, del VII secolo, rettangolare e a croce greca. La basilica orientale del V secolo è più piccola ed era arricchita da una straordinaria decorazione a mosaico suddivisa in 50 riquadri, in origine posta sul pavimento della navata.

Il mosaico con la rappresentazione del fiume Eufrate a Qasr Libia (foto Lucio Rosa)

QASR LIBIA I mosaici Straordinaria la decorazione musiva che in origine era posta sul pavimento della navata centrale della basilica orientale. Un magistrale esempio di iconografia simbolica cristiana del VI secolo. I mosaici sono stati realizzati fra il 539 ed il 540 per volere dei vescovi Macario e Teodoro, come indica un’epigrafe. Ora sono esposti nel vicino museo. Raffigurano il mondo intero con i quattro fiumi che, come è citato nella Genesi, nascono nel Paradiso terrestre: Fison, Gheon, Eufrates e Tigris.

La raffigurazione del Faro di Alessandria in un mosaico di Qasr Libia (foto Lucio Rosa)

QASR LIBIA Il faro di Alessandria Un unicum è il faro di Alessandria, una delle sette meraviglie del mondo antico. Una delle realizzazioni più avanzate della tecnologia ellenistica. Era stato costruito sull’isola di Pharos, di fronte al porto di Alessandria d’Egitto, negli anni tra il 300 e il 280 a.C. Vi si può scorgere l’imponente statua di Helios e il meccanismo a specchi che serviva per guidare le navi in porto. Da una imbarcazione, due naviganti sembrano guardare con una certa trepidazione verso il faro che segnala loro la giusta rotta. Il faro rimase in funzione per sedici secoli, ma nulla poté contro la forza ostile della natura. Nel 1303 e poi nel 1323, due terremoti lo danneggiarono irreparabilmente, distruggendolo.

Il teatro antico di Cirene in Libia (foto Lucio Rosa)

CIRENE Atene d’Africa Secondo Erodoto fu fondata nel VII secolo a.C. da coloni di Thera, l’odierna Santorini. Fu il responso dell’oracolo di Delfi a spingere duecento giovani, uno per famiglia, guidati da Batto, figlio di Aristotele, a lasciare Thera e partire alla ricerca di nuove terre per sfuggire a una terribile siccità che stava colpendo, da 7 anni, la loro patria. Esplorarono le coste della Cirenaica e i giovani coloni trovarono, come aveva predetto l’oracolo, una zona fertile all’interno, una fonte perenne e, nelle sue vicinanze, Batto fondò la città di Cirene. Era l’anno 631 a.C. la città legò il suo nome alla ninfa Cirene che fu rapita da Apollo e portata in Libia, proprio qui, dove sarebbe sorta la città a lei sacra. Nel 331 a.C. Cirene si sottomise spontaneamente ad Alessandro il Macedone. Nel 74 a.C. Cirene e tutta la Cirenaica furono elevate a provincia romana.

Il santuario di Apollo edificato nei pressi della fonte della ninfa Kyra a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Il santuario di Apollo In prossimità di una fonte d’acqua pura, consacrata a una ninfa e divenuta pertanto sacra, sorge il santuario di Apollo. La ninfa era Kyra o Chirene, amata da Apollo che la rapì e la portò su una collina di mirti. E fu qui, tra i boschetti di mirto, che i coloni esuli di Thera, decisero di fondare il loro primo villaggio. Era l’anno 640 a.C. La fonte e il villaggio, furono dedicati alla ninfa Kyra, che sarà regina della colonia greca di Cirene e della Cirenaica. Il re Batto, consigliato dai suoi sacerdoti, fece erigere davanti alla sorgente un tempio dedicato al dio Apollo, protettore della colonia. Era una costruzione semplice ma solenne allo stesso tempo. Rimaneggiata nel corso dei secoli, la si può vedere ancora oggi, inglobata nel grande santuario.

Il tempio di Zeus a Cirene eretto dai coloni greci (foto Lucio Rosa

CIRENE Tempio di Zeus Nel quartiere dell’Agorà, il tempio di Zeus, uno dei primi monumenti a essere eretto dai coloni greci, è il più grande dei templi che i Greci costruirono nel Nord Africa. Eretto nel V secolo a.C., come il Partenone di Atene, è più grande del tempio dell’Acropoli. Il Tempio di Zeus è stato oggetto di numerosi restauri nel corso della sua storia. Il materiale utilizzato è il calcare giallo, marnoso, che è tipico della regione. Nessuna malta legava i blocchi di pietra. I più grandi erano tenuti insieme da barre di ferro saldate con piombo fuso. Questo tempio dorico si sviluppava con 8 colonne sul fronte e 17 sui lati lunghi, che sono state tutte abbattute durante la rivolta giudaica dell’anno 117. L’opera di restauro degli archeologi italiani ha restituito l’originaria solennità al tempio di Giove.

Il ginnasio di epoca ellenistica a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Il Ginnasio Colpisce per la sua imponenza, il Ginnasio, classico impianto ellenistico destinato agli esercizi sportivi e militari dei giovani di Cirene. Era denominato Ptolemaion dal nome Tolomeo VII, il sovrano ellenistico che lo aveva fatto costruire nella metà del II secolo a.C. Consiste in un vasto spazio di 94 metri per 84, circondato da un colonnato dorico. Negli anni della Cirene romana, il Ginnasio mutò destinazione e divenne il Foro della Città, il Caesareum. Si deve agli archeologi italiani se tra il 1934 e il 1942 il Foro, che era stato occupato da un quartiere di abitazioni, fu ricostruito e riportato a nuova luce come era in origine.

Il santuario di Demetra e Kore a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Santuario di Demetra e Kore Sontuoso, ricco, splendido il santuario circolare di Demetra e Kore. Le due divinità rappresentano la forza produttiva della terra. Di epoca Tolemaica (III secolo a.C.), è il tempio votivo dove si invocava la fertilità della terra e la fecondità della donna per concepire nuovi figli per Cirene. Le due divinità sono raffigurate in due copie di statue sedute che si fronteggiano e sono di epoca ellenistica. Le altre due, in posizione eretta, sono state aggiunte in epoca romana. Le fortune di Cirene erano legate al ritmo delle stagioni, quindi all’agricoltura, ai ricchi raccolti: era una necessità collettiva, un dovere pubblico, invocare le divinità per ottenere un ricco raccolto.

Il monumento alla Vittoria navale della flotta di Tolomeo eretto a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE Monumento alla Vittoria Navale Posto sul lato orientale dell’Agorà, il monumento alla Vittoria Navale, è uno dei più bei complessi ornamentali pubblici di Cirene. Si tratta di una statua votiva che si eleva sulla prora di una trireme che sembra “navigare” sostenuta da una coppia di delfini. Il monumento è stato eretto nella metà del III secolo a.C. per celebrare la vittoria della flotta egiziana di Tolomeo VIII nella guerra contro la Siria.

I bagni ellenistici, cosiddetto bagni di Paride, a Cirene (foto Lucio Rosa)

CIRENE I bagni ellenistici (bagni di Paride) Acqua copiosa irrorava Cirene, un prezioso dono degli dei. Nel periodo ellenistico la città godeva di imponenti bagni pubblici. Sono i cosiddetti Bagni di Paride, dal nome del proprietario, risalenti al V secolo a.C. Privi di decorazioni, sono locali sotterranei scavati direttamente nella roccia. Un susseguirsi di vasche, canali per il drenaggio, nicchie la cui funzione era quella di custodire le vesti dei frequentatori e le lucerne per dare luce al complesso.

Le terme di Traiano a Cirene in Libia (foto Lucio Rosa)

CIRENE Terme di Traiano Marmi, gioco di colonne, piscine lastricate nelle terme costruite nel 98 d.C. dall’imperatore Traiano. Ma la loro vita fu assai breve, furono infatti distrutte nel 115 durante la rivolta ebraica. L’imperatore Adriano, amante del bello e della cultura greca, le ricostruì facendone uno splendido complesso. Era l’anno 119.

La spettacolarità del teatro di Leptis Magna davanti al Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Un vero trionfo, questa città adagiata sulle sponde del Mediterraneo. Fu prima punica e poi, conquistata dai Romani, fu un’orgogliosa e una splendida città, una nuova Roma, sontuosa e ricca, opulenta, città di mercanti, che visse una epopea grandiosa, “un trionfo”. Leptis fu davvero “Magna”. Siamo dinnanzi al prezioso teatro. Ascoltiamo in silenzio, parole solo velate dal respiro del mare, pare ancora oggi udire declamare testi antichi ed essere coinvolti nelle recite che qui si svolgevano, per Leptis, la città Regina. Sono “riflessi” di canti di tragedie greche, le storie narrate sulla scena. Alla fine del II secolo un uomo che veniva dall’Africa e che parlava male il latino, esprimendosi preferibilmente in neo-punico, arrivò a Roma per salire sul trono. Era Settimio Severo che aveva sconfitto i Persiani e fu Imperatore. L’11 settembre dell’anno 203, Settimio, ritornato nella sua città natale, avrebbe attraversato l’arco trionfale eretto per rendere omaggio alla sua gloria eterna e alla sua famiglia. Ma, che questo sia realmente avvenuto, molti archeologi e storici hanno seri dubbi. Comunque l’arco è lì, in tutta la sua maestosità e bellezza.

Il monumentale mercato di Leptis Magna in LIbia (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Il mercato Le urla dei mercanti. “Hodie offerre nova pisces et agnus” voci concitate uscivano dai chioschi del mercato, offrendo alla gente la merce più svariata, pesce fresco, carne d’agnello, granaglie e naturalmente anche diverse varietà di vino. Emoziona camminare accanto a queste “botteghe” e pensare alla vitalità di questo luogo una volta quando, 2000 anni fa, centinaia di persone, ogni giorno, qui affluivano per le loro necessità quotidiane. Ma siamo a Leptis Magna, la più grandiosa città romana in Africa.

La magnificenza del Foro dei Severi a Leptis Magna (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Il Foro dei Severi Posare gli occhi su questa ampia piazza di 100 metri per 60, Il foro dei Severi, dà una emozione indescrivibile. Per terra sono disseminate rovine, frammenti di colonne conseguenza di una fatale serie di terremoti che nel IV secolo aveva colpito Leptis, distruggendola. Attirano gli sguardi “inquietanti” delle teste delle meduse e delle nereidi, sopravvissute allo scempio del tempo, che ornavano gli archi del doppio porticato, ora privato delle colonne, che non hanno resistito alla “ribellione” della natura. Due passi tra le rovine… non si può non essere colpiti dalla solennità che fu di Leptis Magna. Il Foro dei Severi è la più importante costruzione pubblica di Leptis.

Le terme di Adriano a Leptis Magna in Libia (foto Lucio Rosa)

LEPTIS MAGNA Le terme di Adriano Adriano, l’imperatore amante del bello, l’imperatore più raffinato della storia di Roma, fece costruire qui, tra il 126 e il 127, queste terme, la sua gloria. Poi vennero Commodo e Settimio Severo che l’arricchirono ancora di più. La grande piscina, la natatio, è all’aperto. Un portico di colonne di marmo rosa la circonda. Mosaici, seppure erosi dal tempo, brillano del colore lapislazzuli e del colore verde acquamarina che richiamano le tinte e le sfumature del mare.

Il castello di Tripoli sede del museo nazionale (foto Lucio Rosa)

TRIPOLI (OEA) Avvolte dalla luce del crepuscolo, languono le mura del castello di Tripoli. Il Castello Rosso “Assaj El Hamra”. Ma solo per poco. All’alba del giorno dopo ecco il castello risplendere luminoso come “luminosi” sono, per la storia che raccontano, i preziosi reperti qui custoditi. Il Museo è il simbolo della città. Al suo interno, un “viaggio nel tempo” ci conduce ad informarci sulla preistoria del Sahara libico, sulla storia, dai Fenici ai secoli greci, dal periodo romano all’arrivo degli Arabi, alla dominazione turca della dinastia dei Karamanly… all’impresa coloniale italiana… Cinque secoli prima di Cristo i Fenici, che navigavano lungo la costa meridionale del Mediterraneo, fondarono il villaggio di Uiat. Nel 107 a.C. i Romani entrarono nella regione e Uiat divenne una colonia romana, e fu Oea. Nel 163 d.C. la città era all’apice del suo fulgore. Risale a quest’epoca l’arco di Marco Aurelio, conservato nella Medina. Un ricordo della Roma dei Cesari.

Un esempio di architettura islamica a Tripoli (foto Lucio Rosa)

TRIPOLI (OEA) La storia La storia di Oea sarà travagliata, teatro di scorribande e dominazioni straniere nel corso dei secoli. Ecco arrivare i Vandali, i Bizantini, gli Arabi e la città divenne Tarabulus, come tutta la regione. E poi ancora: sette islamiche come Abbassidi, Ibaditi, Aghladiti, Obeiditi, Ziriti, e poi Berberi, Normanni, Almohaidi, Genovesi, Spagnoli, Maltesi, Turchi di Sinan Pashà, e siamo nel 1510. Trascorrono gli anni e nel 1911, arrivano gli Italiani.

L’animato souk di Tripoli (foto Lucio Rosa)

TRIPOLI Città di mare La città bianca, con le belle candide abitazioni dell’epoca coloniale italiana, si fonde in un violento contrasto con i colori dei Souk, con la vita dei Souk, le moschee e le caotiche strade della città vecchia.

La straordinaria posizione di Sabratha lungo le coste del Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Sabratha deve la sua fortuna al mare; era già stata un rifugio sicuro per le navi dei Fenici che navigavano nel Mediterraneo occidentale. I mercanti fenici, a poco a poco, si insediarono e fondarono un emporio e un primo villaggio, che sarebbe, poi, diventato città. Forse siamo nel VII secolo a.C., ma non vi sono testimonianze sicure che possano confermare la presenza di questo insediamento in epoca così antica. Sabratha è stata il punto di arrivo delle vie carovaniere che mettevano in comunicazione il Mediterraneo con le regioni interne dell’Africa, l’Africa nera. E ciò ha determinato la sua grandezza. Poi giungeranno i Cartaginesi, ma sarà l’arrivo dei Romani, 200 anni prima di Cristo, a scompigliare la storia in questa regione. Distrutta Cartagine nel 146 a.C. Sabratha entra di prepotenza nella romanità in Africa. La potenza di Sabratha durò per più di tre secoli, ma la decadenza di Roma causerà anche un lento ma inesorabile declino di quella che era stata una grande città. Ecco quindi Bisanzio e poi gli Arabi che trasferirono le attività mercantili da Sabratha a Oea/Tripoli. Nata da e con i commerci, Sabratha scomparirà dalla geografia e dalla storia.

L’imponente scena del teatro di Sabratha (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Il teatro Opera impressionante per la sua maestosità, per le grandiose proporzioni e la raffinatezza delle forme: il teatro. Eretto alla fine del II secolo, presenta tre piani di colonnati sovrapposti, con colonne di marmi vari e trabeazioni in marmo bianco. Sono 108 le colonne che modellano una quinta alta 23 metri. Il teatro poteva accogliere 5000 spettatori. Rilievi con figure di divinità, scene storiche e scene di teatro, ornano il fronte del proscenio. Il teatro fu distrutto dal terremoto che colpì, nel 365, la costa libica. Frammenti di pietre e marmi furono usati come materiale di reimpiego in epoca bizantina (VI secolo). Il teatro che possiamo ammirare oggi si deve alla precisa ricostruzione iniziata nel 1927 dagli archeologi italiani. Nel 1937 il prestigioso teatro si riaprì al mondo.

La basilica di Apuleio a Sabratha sulle coste libiche (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Basilica di Apuleio Chi non ricorda l’Asino d’oro di Lucius Apuleio, che racconta le sue incredibili fantasiose peripezie, di uomo trasformato in asino? Apuleio, scrittore e filosofo, era nato a Madaura (nell’attuale Algeria) ma raggiunse Roma dopo gli studi compiuti a Cartagine e ad Atene. Apuleio è divenuto famoso grazie alle sue doti di oratore. Nell’anno 157, qui dove giacciono le rovine di una basilica cristiana, sorgeva un palazzo, sede del tribunale che vide Lucius processato per un presunto grave crimine. La storia racconta di un giallo. Apuleio fu imputato di aver sedotto Pudentilla, la moglie del suo amico Ponziano, nel frattempo defunto, avvalendosi delle arti magiche per plagiarla e indurla a sposarlo al fine di impossessarsi della sua ricca dote. Per questo crimine, nel 158, a Sabratha, venne sottoposto a processo. L’abile scrittore, nonché avvocato, grazie alla sua arte oratoria, riuscì a scagionarsi da ogni accusa e venne assolto. La sua autodifesa venne trascritta nei codices col nome di De magia, più nota come Apologia. Ma Apuleio era davvero un mago?

Il tempio di Iside a Sabratha in posizione dominante sul Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

SABRATHA Tempio di Iside Sospeso tra il cielo e il mare, il Tempio di Iside è uno dei luoghi sacri di Sabratha. Probabilmente il primo tempio fu eretto nel I secolo. Fu poi ingrandito sotto Vespasiano tra gli anni 69 e 79. Il visitatore viene rapito in un’atmosfera che fa sognare. I colori dominano la scena: tra il blu del mare e il celeste cobalto del cielo si innalzano le alte colonne rosate del tempio. La scena toglie il respiro. Genti di Sabratha affluivano in massa. Si possono solo immaginare le lunghe processioni lungo la sponda del mare per arrivare fin quaggiù. Lo stesso Apuleio, racconta di questo culto assai diffuso in Libia, ne “L’asino d’Oro”.

È morto a Roma lo storico e filologo biblista Giovanni Garbini: grande esperto di lingue semitiche, studiò fenici, ebrei e arabi preislamici. Scoprì omissioni storiche e manipolazioni del testo della Bibbia

Un selfie del prof. Giovanni Garbini con colleghi e allievi

Un selfie del prof. Giovanni Garbini con colleghi e allievi

Per lui fenici, ebrei e arabi preislamici non avevano segreti. Lo storico e filologo Giovanni Garbini, illustre orientalista studioso delle lingue semitiche che ha affrontato con una nuova metodologia i problemi della filologia biblica legati all’Antico Testamento, è morto a Roma il 2 gennaio 2017 all’età di 85 anni, come ha reso noto l’Accademia dei Lincei, di cui era socio dal 1990, nel giorno dei suoi funerali. Nato a Roma l’8 ottobre 1931, Garbini aveva iniziato la carriera accademica all’istituto universitario Orientale di Napoli (oggi università “L’Orientale” di Napoli), per passare poi alla Scuola Normale di Pisa e infine, fino al pensionamento, all’università di Roma “La Sapienza”, di cui era professore emerito di filologia semitica.  È stato anche componente della sua fondazione Leone Caetani per gli studi musulmani.

Giovanni Garbini, grande esperto di lingue semitiche, è morto a 85 anni

Giovanni Garbini, grande esperto di lingue semitiche, è morto a 85 anni

Garbini ha dedicato la sua vita di studioso alle lingue semitiche da un punto di vista storico-comparativo e si è dedicato all’interpretazione dei diversi aspetti della cultura di fenici, ebrei e arabi preislamici. Ma è nell’ambito della filologia biblica che il semitista ha offerto studi innovativi, rivelando omissioni storiche e manipolazioni presenti nel testo sacro che hanno condotto Garbini a interpretare differentemente la vicenda biblica e a contestualizzarla maggiormente nel quadro della storia del Vicino Oriente.  Secondo Garbini, l’origine del popolo ebraico andrebbe ricercata in quella parte del deserto siriano collocata tra il Tigri e l’Eufrate, a ovest dei monti Kashia. Di qui alcune tribù aramaiche si sarebbero stanziate nel territorio di Damasco e poi sarebbero scese verso il sud, verso l’attuale territorio palestinese. La vicenda di Mosè e dell’esodo dall’Egitto sarebbero invece un mito ancora più antico, autonomo rispetto a quello di Abramo e dei patriarchi. Un regno unitario davidico-salomonico, quindi, sarebbe stato soltanto una creazione leggendaria in quanto il popolo aramaico stanziato in Palestina avrebbe costituito il Regno di Israele, sotto la dinastia degli Omridi, solo intorno al 900 a.C. In precedenza, il beniaminita Saul, avrebbe costituito un regno locale nella Palestina centrale che, progressivamente, sarebbe stato riassorbito dai filistei. David sarebbe stato una specie di capitano di ventura del IX secolo al servizio dei Filistei e Salomone un personaggio assolutamente mitico. Garbini avrebbe inoltre accertato l’esistenza, a Gerusalemme, tra il regno di Ezechia e quello di Giosia, di un lungo regno ammonita, cancellato dagli scribi ebrei. Le ricostruzioni storiche della Bibbia, frutto di gruppi spesso in contrasto tra loro, si sarebbero formate solo dopo la caduta del regno di Giuda e dopo il rientro degli esiliati, cioè durante la dominazione persiana.

"Storia e ideologia nell'Israele antico" di Giovanni Garbini (1986)

“Storia e ideologia nell’Israele antico” di Giovanni Garbini (1986)

Vasta la produzione bibliografica di Garbini, gran parte della quale pubblicata dalla casa editrice Paideia di Brescia: “Storia e ideologia nell’ Israele antico” (1986); “Il semitico nordoccidentale” (1988); “La religione dei fenici in Occidente” (1994); “Introduzione alle lingue semitiche” (1994); “Note di lessicografia ebraica” (1998); “Il ritorno dall’esilio babilonese” (2001); “Storia e ideologia nell’Israele antico” (2001); “Mito e storia nella Bibbia” (2003); “Introduzione all’epigrafia semitica” (2006); “Scrivere la storia d’Israele. Vicende e memorie ebraiche” (2008); “Cantico dei cantici. Testo, traduzione, note e commento” (2010); “Letteratura e politica nell’Israele antico” (2010); “Dio della terra, dio del cielo. Dalle religioni semitiche al giudaismo e al cristianesimo” (2011); “I Filistei. Gli antagonisti di Israele” (2012); “Il Poema di Baal di Ilumilku” (2014); “Vita e mito di Gesù” (2015). Nel 2007 è stato pubblicato da Paideia in suo omaggio il volume “L’opera di Giovanni Garbini. Bibliografia degli scritti 1956-2006”, catalogo di oltre cinquanta anni di produzione scientifica.

Miti sfatati. Il Cavallo di Troia? Era una nave: l’hippos fenicio. L’archeologo navale Tiboni rilegge Omero e i relitti antichi e smaschera l’equivoco millenario dovuto al traduttore antico all’oscuro dell’esistenza dell’imbarcazione dei Fenici

"La passeggiata del cavallo i Troia" affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famigli a Zianigo nella terraferma veneziana

“La passeggiata del cavallo i Troia” affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famigli a Zianigo nella terraferma veneziana

L'archeologo navale Francesco Tiboni

L’archeologo navale Francesco Tiboni

Anche il grande Giandomenico Tiepolo, quando nella seconda metà del Settecento decise di affrescare la villa di famiglia a Zianigo nella terraferma veneziana, non esitò a inserire nei vari soggetti anche un mito universale: il Cavallo di Troia. Eppure quel mito che fa parte dell’immaginario collettivo da millenni potrebbe essere sfatato dai recenti studi di Francesco Tiboni, 39 anni, archeologo subacqueo nato e cresciuto a Vobarno, provincia di Brescia, da tre anni ricercatore all’università di Aix en Provence. Ne parla in un ampio servizio l’ultimo numero della rivista “Archeologia Viva” (Giunti editore). “Il Cavallo di Troia non era un cavallo di legno, bensì una speciale nave da guerra”, assicura Tiboni. L’archeologia navale arriva ora in soccorso dell’interpretazione del celebre episodio narrato da Omero: non il mitico (e improbabile) quadrupede i Troiani avrebbero introdotto dentro le mura della città – in parte abbattendole per farcelo entrare – ma l’Hippos, una nave di tipo fenicio con la polena a testa di cavallo. Un equivoco millenario di una traduzione di un termine ha impedito di conoscere in realtà il marchingegno che fu utilizzato per abbattere le mura di Troia, sostiene l’archeologo italiano che insegna in Francia. Tiboni spiega che l’inganno ideato da Ulisse e allestito dagli Achei fu messo in atto per mezzo di “una nave, piuttosto che di un cavallo”, perchè l’Hippos va identificato con un vascello e non con un quadrupede.

Disegno con la ricostruzione di un hippos, imbarcazione fenicia

Disegno con la ricostruzione di un hippos, imbarcazione fenicia

Le navi usate dai commercianti nel mondo antico erano piuttosto larghe e di forma fortemente arrotondate, adatte a trasportare merci di ogni genere”, spiega Lionel Casson, “esperto di navi e navigazione antiche. “Lo scafo di legno veniva costruito senza usare chiodi metallici, le parti venivano tenute insieme da perni anche questi di legno, e per l‘impermeabilizzazione e il riempimento di intersizi si usava stoppa (corda) e pece. I greci chiamavano queste imbarcazioni gaulos (plurale gauloi) e hippos (plurale hippoi), il primo termine significava ‘vasca’ e si riferiva alla forma arrotondata, ma il termine poteva anche derivare dalla parola fenicia golah, il secondo termine faceva riferimento alla forma di testa di cavallo della prua. La stabilità della nave sull’acqua si otteneva con pesi sul fondo, pietre o sabbia se si trasportavano le anfore, le navi erano prive di chiglia o carena. Oltre ai fenici anche i greci, gli italici e forse anche i sardi usavano imbarcazioni simili”. Tiboni non entra nel merito della questione omerica o della giungla delle verità o meno degli episodi narrati da Omero, si sofferma sul cavallo. Fa analisi del testo, intreccia le parole omeriche e di Virgilio con quelle di tecnologia navale. La pancia del cavalo diventa una stiva, le ruote e le lunghe funi con i quali il cavallo fu trasportato sotto le mura di Troia assomigliano al modo in cui, secondo le più recenti ricerche, le navi mercantili venivano tirate con forza. Il cavallo prende forma, si deforma, e si trasforma in nave, in un Hippos. «Una nave che cadde in disuso nei secoli successivi – spiega Tiboni – e chi tradusse in seguito non ne era proprio a conoscenza dell’esistenza. Ma Omero, nei suoi versi, è invece preciso nel suo linguaggio marinaresco». Il lavoro di Tiboni inizia a girare per mesi tra alcuni addetti ai lavori. C’è incredulità, talvolta scetticismo, alla fine convincimento. «Ho trovato più diffidenza tra i giovani ricercatori – osserva -, mentre ho raccolto più attenzione e sostegno tra gli studiosi della vecchia scuola».

Francesco Tiboni, archeologo navale all'università di Aix en Provence

Francesco Tiboni, archeologo navale all’università di Aix en Provence

Ma come e quando la nave è diventata un cavallo? Intorno al VII secolo a. C. è nato l’equivoco, poi ingenerato successivamente anche da Virgilio che ne fu inconsapevole trasmettitore rispetto all’originale di Omero. “Dal punto di vista lessicale, appare evidente che l’apparizione del cavallo risulta legata a un errore di traduzione, un’imprecisione nella scelta del termine corrispondente che, modificando di fatto il contenuto della parola originaria, ha portato alla distorsione di un’intera vicenda”, scrive Tiboni. “Se, infatti, esaminiamo i testi omerici, reintroducendo il significato originale di nave – certamente noto ai contemporanei – non solo non si modifica in alcun modo il significato della vicenda, ma l’inganno tende ad acquisire una dimensione meno surreale. È di certo più verosimile che un’imbarcazione di grandi dimensioni possa celare al proprio interno dei soldati, e che loro possano uscire calandosi rapidamente da portelli chiaramente visibili sullo scafo e per nulla sospetti agli occhi di chi osserva”. E appare più plausibile anche ipotizzare che una grande nave, di un tipo noto per essere solitamente utilizzato per pagare tributi, possa essere non solo interpretata come un dono e un segno di resa, ma anche come un eventuale voto divino. È possibile che, nel corso dei secoli, essendo caduto in disuso il termine navale, l’identificazione dell’Hippos con uno scafo “non fosse più automatica”, sottolinea l’archeologo.

Il grande cavallo di legno innalzato per i turisti all'ingresso del sito archeologico di Troia in Turchia

Il grande cavallo di legno innalzato per i turisti all’ingresso del sito archeologico di Troia in Turchia

“Se consideriamo l’iconografia, notiamo che tra le pochissime figurazioni del cavallo (venticinque in tutta la storia dell’arte antica), le prime si datano al VII secolo a.C., periodo cui risalgono le opere post-omeriche prese a riferimento da Virgilio. Dunque, è più che possibile che l’equivoco millenario della traduzione dell’Hippos omerico si possa collocare in questo momento”, spiega sempre Francesco Tiboni. “E che Virgilio, cui si deve la vera grande diffusione del tema nella cultura occidentale, abbia codificato tale passaggio utilizzando il termine latino ‘equus’ (che significa ‘cavallo’), forse a causa della tradizione post-omerica, come farà anche il filosofo bizantino Proclo (412-485 d.C.) nella Crestomazia, riportando testi di Lesche di Mitilene (VIII-VII sec. a.C.) e di Arctino di Mileto (VIII sec. a.C.). La sottovalutazione incolpevole – e ante litteram – dell’archeologia navale, intesa come capacità di analisi delle diverse fonti a disposizione degli studiosi finalizzata al riconoscimento e studio dei modelli di imbarcazione antichi, potrebbe quindi aver determinato questo equivoco plurisecolare, che, oggi, proprio l’archeologia navale può finalmente sanare», conclude Tiboni deciso a tradurre tutta la vicenda in un libro.