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Bari. All’università seminario “La villa di Negrar: dallo scavo alla valorizzazione”, in presenza e on line, con Rosignoli, Tinè, Bruno, De Zuccato, Basso e Saggioro, nell’ambito del ciclo di seminari “Dialoghi sul patrimonio”

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Veduta generale dell’area archeologica della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (foto graziano tavan)

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La villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr) protagonista al ciclo di seminari “Dialoghi sul patrimonio” promosso per la terza volta dall’università di Bari dal 3 all’8 febbraio 2025, su temi del patrimonio culturale e del paesaggio, con alcuni focus specifici sull’archeologia e sui temi delle tecnologie applicate ai beni culturali, per provare a definire nuovi significati del patrimonio culturale nella società contemporanea. Appuntamento in presenza all’auditorium ʻA. Quacquarelliʼ, plesso di Santa Teresa dei Maschi, strada Torretta-Città Vecchia a Bari, dalle 9 alle 13, col seminario “La villa di Negrar: dallo scavo alla valorizzazione” a cura di Tommaso Ismaelli (Cnr-Ispc), Maria Turchiano (UniFg) e Giuliano Volpe (UniBa). Sarà possibile seguirli anche in streaming su piattaforma Microsoft Teams al link https://bitly.ws/3a2PR (codice 38qan02). Il programma. Alle 9, introduzione; 9.15, “Una ricerca interdisciplinare: il caso della villa di Negrar di Verona (Verona) e delle sue trasformazioni”: intervengono Andrea Rosignoli, soprintendente ABAP Verona Rovigo Vicenza; Vincenzo Tinè, soprintendente ABAP Venezia Belluno Padova Treviso; Brunella Bruno, SABAP Verona Rovigo Vicenza; Patrizia Basso, università di Verona; Gianni de Zuccato, già SABAP Verona; Fabio Saggioro, università di Verona. Alle 11, pausa; 11.30, discussione.

Verona. In soprintendenza la giornata di studi “La Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella: una ricerca interdisciplinare” promossa dall’università di Verona sui risultati preliminari degli scavi archeologici diretti da Gianni De Zuccato che per “archeologiavocidalpassato.com” presenta e anticipa i temi del convegno, descrivendo anche la villa dallo scavo alla musealizzazione

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Veduta generale dell’area archeologica della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (foto graziano tavan)

negrar_villa-dei-mosaici_nuovo-logo“La Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella: una ricerca interdisciplinare”: è il titolo della giornata di studi promossi dall’università di Verona che si tiene lunedì 16 dicembre 2024, in sala Gazzola nella sede della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza, in piazza San Fermo 3° a Verona, dedicata ai risultati preliminari degli scavi archeologici della Villa dei mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr). La partecipazione è aperta a tutti gli interessati A seguire un brindisi con vino della Valpolicella, offerto dalle aziende agricole Benedetti “La Villa” e Franchini di Negrar. È Gianni De Zuccato, direttore dello scavo archeologico, come funzionario archeologo della Sabap di Verona, a presentare e anticipare ai lettori di archeologiavocidalpassato.com i temi del convegno. E con l’occasione ne approfitta per ripercorrere lo sviluppo della ricerca archeologica, dallo scavo alla presentazione dei risultati alla comunità, non solo scientifica, e per descrivere la villa come risulta dagli scavi nella sua articolazione tra la zona residenziale e l’area produttiva, nell’arco della “vita” della struttura tardo-antica.

“Il 16 dicembre 2024 – esordisce De Zuccato – ci sarà questa giornata di studio ospitata dalla soprintendenza di Verona, in piazza San Fermo, e organizzata dall’università di Verona – dipartimento Culture e Civiltà, per un aggiornamento delle ricerche sulla villa romana tardo-antica di Negrar di Valpolicella. L’idea di fare una giornata è nata perché abbiamo sentito l’esigenza di informare la popolazione in generale, ma anche tutti coloro che avevano seguito le varie vicende, lo scavo, o avevano fatto una visita a Negrar, e comunque gli studiosi interessati per informarli sullo stato di avanzamento delle ricerche. Non è una giornata conclusiva delle ricerche, delle indagini sulla villa di Negrar, perché i lavori – soprattutto la parte dello studio – è tuttora in corso. Abbiamo però sentito il bisogno di mettere al corrente di quello che stiamo facendo. Ci sono parecchi gruppi di lavoro che fanno capo a specialisti delle diverse materie, e abbiamo sentito l’esigenza di informare le persone. Perché è facile pensare, per chi non è addetto ai lavori, che concluso lo scavo tutto sia finito, e l’unica cosa che rimane da fare sia quella di creare un’area archeologica. Non è così. Per far parlare i resti che sono stati trovati è importante lo studio, l’analisi di quello che si è rinvenuto. E al di là degli studi ormai classici che riguardano gli scavi archeologici – quindi lo studio dei materiali nelle varie classi di ceramica, metalli, pietra, ecc. -, al giorno d’oggi si fanno ormai di routine delle indagini che fino a pochi anni fa non erano possibili per i costi e che adesso per fortuna sono stati molto ridotti: mi riferisco non solo alla datazione attraverso il Radio Carbonio 14, ma anche ad altri tipi di analisi, come gli isotopi, che permettono di determinare o almeno di chiarire altri aspetti come la paleo-dieta (in riferimento alle sepolture a inumazione) ma anche la provenienza degli individui che sono stati sepolti nell’area. E poi tutto quello che riguarda la paleobotanica, con l’individuazione di quelli che gli archeologi chiamano i macro resti, cioè semi, resti vegetali in generale: quindi determinazione di questi, ma anche oltre. Ad esempio l’università di Verona, con la professoressa Diana Bellin, sta conducendo delle indagini per tentare di ricomporre il DNA dei vinaccioli rinvenuti in uno degli scarichi della villa per vedere se quei vinaccioli siano riconducibili a vigneti, a tipi di vigne dell’epoca ma che siano le progenitrici anche delle vigne oggi presenti in Valpolicella. Rimane poi sullo sfondo, ma è naturalmente molto importante, la ricerca sulla presenza della lavorazione delle uve e quindi la produzione del vino perché naturalmente siamo in Valpolicella, e quindi la ricerca è stata anche indirizzata in questo senso e ha avuto dei buoni risultati, che non anticipo”.

“Le ricerche a Negrar – ricorda De Zuccato – sono ricominciate intorno al 2016 con ricognizioni sul campo, ma le prime trincee esplorative sono state fatte nel 2019, e lo scavo stratigrafico è cominciato nel 2020 dopo che avevamo individuato con le trincee sia i resti scavati nel 1922 da Tina Campanile ma anche dei resti nuovi che nessuno aveva mai trovato (vedi Negrar di Valpolicella (Verona). A meno di un anno dalla ri-scoperta della Villa dei Mosaici, una villa rustica a carattere residenziale e produttivo di media età imperiale (III sec. d.C.), Comune Soprintendenza e Aziende vitivinicole siglano un patto per lo scavo, la musealizzazione e la valorizzazione del sito immerso tra i vigneti: archeologia e vino, due eccellenze in sinergia. Il ministro Franceschini: “Modello di rapporto pubblico-privato da esportare” | archeologiavocidalpassato).

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Archeologi e operatori riportano alla luce di mosaici pavimentali della villa rustica romana di Negrar di Valpolicella, poi chiamata Villa dei Mosaici (foto comune di negrar)

Purtroppo c’è stato il Covid, che ci ha ostacolato gli scavi – come ha ostacolato un po’ tutto – per cui abbiamo dovuto sospendere per un po’ di tempo. Era tutto molto difficile. Però in un paio di anni siamo riusciti a portare quasi a termine questa impresa, cioè lo scavo diciamo di tutta l’area. In realtà che non sia tutta l’area qualche dubbio ce l’abbiamo. Ma comunque è quasi tutta l’area della villa. A differenza di altre ville tardo-antiche famose, senza andare lontanissimo penso a Desenzano però si potrebbe arrivare anche a Piazza Armerina alla Villa del Casale, che sono organizzate più a padiglioni, la villa di Negrar si presenta come un corpo unico, una specie di monoblocco con qualche estensione, tipo l’area delle terme.

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I resti della fontana al centro del cortile-giardino della Villa dei Mosaici di Negrar (foto graziano tavan)

È tutto un blocco che ruota attorno al peristilio, cioè a un cortile-giardino centrale circondato da un colonnato che aveva una fontana al centro. Sicuramente era molto bello, avrà avuto piante e fiori. Questa parte l’abbiano scavata quasi tutta. Abbiamo individuato dei resti che vanno oltre i limiti dello scavo attuale sia a Nord sotto la strada asfaltata, sia a Est verso la valle dove abbiamo individuato i limiti di un muro che forse circondava un’area aperta o semiaperta che però non abbiamo potuto scavare perché è fuori dalla proprietà disponibile per gli scavi. E anche verso Sud ci sono dei muri che proseguono sotto al vigneto. Insomma, non posso dire che l’abbiano scavata tutta!

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Dettaglio del peristilio ovest della Villa dei Mosaici di Negrar con i mosaici policromi e una base di colonna del porticato (foto graziano tavan)

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Pianta schematica della Villa dei Mosaici di Negrar a cura della Sabap di Verona, con evidenziate le aree mosaicate (residenziali) e quelle lastricate (produttive) (foto graziano tavan)

“Comunque – continua De Zuccato – quello che oggi si può vedere se uno va a visitare il sito, anche in condizioni ancora di cantiere, perché i resti sono stati coperti e protetti con delle coperture che mi auguro siano provvisorie benché siano state efficaci in questi anni in cui i resti sono stati portati alla luce, sono dei ruderi, certamente. La prima cosa che secondo me balza agli occhi è la quantità di resti di mosaici presenti e che ci hanno fatto dare alla villa il nome di villa dei mosaici, perché è un po’ ciò che la caratterizza. Intorno al cortile-giardino c’è un corridoio, un po’ l’antenato del chiostro delle chiede medievali, e su questo chiostro si affacciavano vari ambienti. La villa è suddivisa tra una parte residenziale verso Est, e una parte produttiva verso Ovest, separate da un muro. Probabilmente erano collegate anche tra di loro però sono anche nettamente separate.

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Villa dei Mosaici di Negrar: l’ambiente absidato dei cosiddetti “appartamenti” (foto comune di negrar)

“La parte che era stata scoperta 100 anni fa e che abbiamo riportato alla luce – sottolinea De Zuccato – è la parte di rappresentanza, la parte bella, quella dove il padrone della villa, il dominus, riceveva i suoi amici, e probabilmente li riceveva anche organizzando pranzi o cene. C’era una grande sala, la sala dei ricevimenti e dei banchetti. Ai due lati, due coppie di stanze, che noi identifichiamo come appartamenti, che probabilmente ospitavano anche la camera da letto dei padroni, dei proprietari. Una situazione analoga a questa doveva esistere anche sul lato settentrionale che purtroppo è stato pesantemente danneggiato nel 1974 dallo scavo per la costruzione di una casa. È stata purtroppo distrutta l’aula principale, l’aula absidata. Queste aule, infatti, avevano la caratteristica nell’età tardo-antica, cioè IV-V secolo, di avere un muro tondeggiante come appunto l’abside delle chiese soprattutto medievali. Quest’aula è stata distrutta completamente. Sono rimasti degli ambienti, che anche qui chiamiamo appartamenti, ai lati di quest’aula. Uno conserva quasi integro un mosaico. Un altro è un ambiente molto particolare. Non sappiamo esattamente cosa fosse, ma la particolarità di questo ambiente è che al centro ha una piccola vasca a sette lati, ettagonale. E dall’altro ci sono i resti di una delle due stanze, pavimentata a mosaico anche questa, mentre un’altra era già stata danneggiata in antico. Sulla sala con vasca ettagonale stiamo ancora approfondendo le indagini perché la presenza di questa strana forma del catino della vasca ci indurrebbe a pensare a un possibile battistero. Però il discorso è ancora in sospeso.

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Il quartiere termale della Villa dei Mosaici di Negrar (foto graziano tavan)

“Poi c’è il settore termale lì vicino, a Nord-Est – descrive De Zuccato -. Un settore ampio, articolato. C’è lo spogliatoio, un grande frigidarium; il calidarium; il tepidarium. C’è una piccola saletta, forse un laconicum una sudatio. C’è il prefurnio. C’è la vasca per i bagni in acqua fredda. Insomma è un settore molto affascinante. Sul lato Est ci sono delle altre stanze, mentre non ci sono stanze sul lato Ovest che confina col settore produttivo.

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La foto originale del 1922 rappresentante il mosaico della Sala A della villa romana di Negrar (foto archivio sabap-vr)

“Due parole sui mosaici che si possono vedere. A parte quelli che erano conosciuti attraverso le foto in bianco e nero della Campanile e attraverso i frammenti che erano stati strappati ancora nell’800 e portati al museo Archeologico al Teatro Romano, abbiamo trovato un altro pavimento a mosaico sul lato Est, un mosaico abbastanza semplice però ugualmente interessante. Il lato Est conserva anche una scalinata in pietra, perché la villa era disposta su terrazze per seguire un po’ il declivio naturale della collina.

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Veduta d’insieme dei mosaici policromi del peristilio ovest della Villa dei Mosaici di Negrar (foto graziano tavan)

“Il mosaico più bello – spiega De Zuccato – è sicuramente quello che è conservato sul lato Ovest del peristilio e che presenta una serie di tondi che racchiudono delle figure, anche di persone: una figura femminile, un volto femminile, un volto maschile, un busto maschile; degli oggetti, vasi. Un canestro di frutta; degli animali, uccelli. Anche il telaio del disegno di questi tondi figurati è interessantissimo perché ha delle soluzioni che suggeriscono una profondità spaziale, una profondità di volume al mosaico. È una cosa particolarissima. Gli specialisti dicono che al momento è un unicum”.

“Per quello che riguarda invece la parte produttiva – continua De Zuccato -, l’altra caratteristica che ne fa anche qui un unicum, è la presenza di una grande struttura articolata in tre ambienti: al centro un ambiente scoperto e ai lati due ambienti coperti. Ma la caratteristica che ne fa appunto una cosa unica è la pavimentazione in lastre di pietra: dovrebbe trattarsi di un grandissimo magazzino, lungo una trentina di metri. Ci siamo chiesti che cosa potesse contenere questo magazzino, a cosa potesse servire, oltre alla raccolta delle normali produzioni, normali derrate, che venivano dalla proprietà, da quel fundus, dai terreni che stavano attorno alla villa. Abbiamo fatto anche qui una serie di analisi che hanno evidenziato quasi ovunque il contatto con mosto e con vino. A fianco di quest’area c’è una grande piattaforma che ospitava uno spazio con una vasca per la produzione del mosto calcatorium, insomma il mosto che veniva prodotto schiacciando l’uva coi piedi. Però abbiamo trovato anche due grossi contrappesi per il torchio meccanico, perciò anche questi dovevano essere presenti in sede. Poi abbiamo trovato un po’ dappertutto i resti di lastre che servivano a sorreggere le lastre laterali. Un po’ come le fontane che sono tuttora presenti in Valpolicella. Solo che in questo caso dovevano contenere mosto e vino. Quello che non abbiamo trovato, e che inizialmente credevamo di trovare, erano questi grandi contenitori per il mosto e per il vino che vediamo seminterrati nelle ville del Centro-Sud d’Italia, i cosiddetti dolia de fossa. Qui invece non ci sono. Ma non ci sono perché qui a Negrar, come in altre situazioni nel Nord Italia e anche nel resto dell’Europa, il mosto e il vino venivano già allora raccolti in botti di legno che si prestavano meglio anche per il trasporto, con i carri via strada, o con il trasporto fluviale. Un po’ come le botti che sono raffigurate sulla famosa stele di Tenazio Essimno, trovata qualche anno fa a Passau (antica Batavium, ndr) in Baviera (e oggi conservata all’Oberhaus Museum di Passau, ndr), che ricorda appunto questo personaggio nativo di Trento, il cui nome però lo dichiara originario della Valpolicella, un commerciante di vini. E lui nel suo monumento funerario si è fatto raffigurare appunto al fianco di una catasta di piccole botti, delle botticelle, con cui sicuramente trasportava il vino.

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Veduta d’insieme dell’area produttiva della Villa dei Mosaici di Negrar (foto graziano tavan)

“Altre situazioni particolari di quest’area produttiva, di cui si parlerà estesamente nella giornata del 16 dicembre, sono una serie di ambienti che forse facevano parte di una prima sistemazione della villa. Ci stiamo chiedendo se questa grande struttura, questo grande magazzino in lastre non sia stato realizzato quando una parte della villa viveva già. E quindi la suggestione è che questo magazzino potesse servire per la produzione certamente del vino ma magari anche per l’appassimento delle uve secondo la tradizione che è riconducibile a Cassiodoro e che potrebbe farne uno dei luoghi di produzione di quell’acinaticium (acinatico) nella sua lettera al re Teodorico. Ci stiamo lavorando – conclude De Zuccato – soprattutto per quello che riguarda la datazione, perché vorrebbe dire che questa produzione vitivinicola è durata parecchio nella villa, forse anche oltre il limite della vita della villa stessa come tale”.

“La vita della villa con i resti così come li vediamo oggi – spiega De Zuccato – forse termina poco dopo la fine dell’Impero romano. Pensiamo che la villa sia vissuta per tutto il V secolo, anche se non è proprio semplice stabilire dei confini cronologici tra un’epoca e l’altra. Però abbiamo trovato tracce notevoli di quella che noi abbiamo chiamato, in una delle sessioni del convegno, Dopo la villa, perché c’è una frequentazione chiara, diffusa anche dell’area della villa e di quelle che probabilmente erano le strutture sicuramente in parte ancora in piedi, ancora in discreto stato, e in parte forse integrate da strutture nuove fatte con materiali di demolizione, di recupero dei muri della villa. E poi andando avanti nel tempo, con il proseguire della decadenza di queste strutture e delle demolizioni, si arriva anche al VII, l’VIII secolo, forse anche al IX secolo. Quindi siamo in età contemporanea alla presenza di Teodorico, dei Goti, e poi dei Longobardi. Questo è sicuro per il fatto che sono presenti alcune sepolture fatte all’interno delle strutture della villa. Sepolture povere, soprattutto di bambini, che sono state datate tra il VII e l’VIII secolo. Ma la cosa interessante è che sul limite delle strutture della villa abbiamo trovato anche due tombe di età longobarda. Una di queste due tombe è riferibile a una principessa (?), una nobildonna sicuramente perché aveva tre bracciali, due dei quali molto belli, bracciali tipicamente longobardi a tamponi, e uno in ferro. Nell’altra tomba invece c’erano vari inumati. È stata una tomba utilizzata più volte, una tomba multipla, e anche qui con i segni della cultura longobarda, i caratteristici pettini in osso, delle perle in pasta vitrea. Ciò vuol dire che la villa ha continuato a vivere per un bel po’ di tempo. Tutto questo è oggetto di studio. Anche le tracce delle abitazioni realizzate tra i resti della villa sono interessanti: in parte sono state realizzate con materiali di spoglio, ma in parte sono state realizzate con strutture di legno, perché ci sono i buchi nei pavimenti che testimoniano questi impianti. Di questa fase abbiamo trovato una grande abbondanza di materiali ceramici, come stoviglie da cucina, materiali insomma di uso comune, cosa che invece abbiamo trovato in maniera scarsissima per quello che riguarda la villa in età romana. Lì c’è una povertà assoluta forse proprio perché la villa è stata spogliata intenzionalmente prima di essere abbandonata”.

verona_sabap_convegno-villa-di-mosaici-di-negrar_presentazione_locandinaIL PROGRAMMA DELLA GIORNATA DI STUDIO LUNEDÌ 16 DICEMBRE 2024. Alle 9.30 Saluti istituzionali: Andrea Rosignoli (soprintendente ABAP per le province di Verona Rovigo, Vicenza), Paolo De Paolis (direttore dipartimento di Culture e Civiltà – università di Verona); Fausto Rossignoli (sindaco di Negrar di Valpolicella). INTRODUZIONE Alle 10, Vincenzo Tinè (soprintendente ABAP VE-Met), “Il progetto di studio e la valorizzazione”. SESSIONE 1: LA VILLA Presiede Francesca Ghedini (università di Padova) Alle 10.15, Patrizia Basso, Nicola Delbarba (università di Verona), Gianni de Zuccato (già soprintendenza ABAP Verona Rovigo, Vicenza), “La villa: considerazioni planimetriche e funzionali”; 10.45, Federica Rinaldi (parco archeologico del Colosseo), “I rivestimenti pavimentali: decorazione, funzione e cronologia”; 11, pausa caffè; 11.15, Monica Salvadori (università di Padova), Katia Boldo, Simone Dilaria, Anna Favero, Federica Stella Mosimann, Clelia Sbrolli, “Approcci multidisciplinari per la conoscenza della pittura parietale in contesto: il caso della villa di Negrar”; 11.30, Diana Dobreva, Anna Nicolussi (università di Verona), “Note preliminari sulla ceramica tardoantica della villa: osservazioni cronologiche, tipologiche e archeometriche”; 11.45, Dario Calomino (università di Verona), “Il quadro dei ritrovamenti monetali”. SESSIONE 2: DOPO LA VILLA Presiede Andrea Augenti (università di Bologna) Alle 12, Fabio Saggioro, Nicola Mancassola (università di Verona), Alberto Manicardi (SAP), “Le fasi di frequentazione altomedievale”; 12.30, Nicola Mancassola (università di Verona), “Le ceramiche da cucina altomedievali”; 12.45, pausa pranzo; 14.15, Laura Bonfanti, Irene Dori (università di Firenze), Alessandra Varalli (Aix-Marseille Université, CNRS, Ministère de la Culture, LAMPEA), “Gli inumati altomedievali: i risultati delle analisi bioarchaeologiche e isotopiche”; 14.30, Elisa Possenti (università di Trento), Lisa Martinelli (università di Udine), “I reperti metallici e in osso lavorato di età medievale”. SESSIONE 3 APPROCCI ANALITICI Presiede Jacopo Bonetto (università di Padova) Alle 14.45 Gianfranco Valle (geoarcheologo professionista), “Studio geomorfologico e ricostruzione ambientale”; 15, Valeria Luciani, Elena Marrocchino, Michele Zuccotto (università di Ferrara), “Caratterizzazione in sezione sottile di materiali lapidei”; 15.15, pausa caffè; 15.30, Elena Marrocchino, Michele Sempreboni (università di Ferrara), “Prime analisi sui leganti”; 15.45, Silvia Bandera (università di Verona), “Analisi dei resti faunistici”; 16, Marco Marchesini, Madalina Daniela Ghereg, Silvia Marvelli, Anna Chiara Muscogiuri, Elisabetta Rizzoli (Laboratorio di Palinologia e Archeobotanica C.A.A. Nicoli), “Vegetazione, viticoltura e alimentazione attraverso le analisi archeobotaniche”; 16.30, dibattito.

 

 

Verona. Al museo degli Affreschi “Risultati e prospettive dell’indagine archeologica di San Martino in Aquaro a Castelvecchio”, quarto appuntamento con le “conferenze dei Musei Civici 2024-2025”: presentazione del progetto di scavo in corso nel cortile del Museo e illustrazione dei risultati e dei lavori ancora da svolgere 

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L’area archeologica di San Martino in Aquaro nel grande cortile di Castelvecchio a Verona, a ridosso delle mura (foto i-muv)

verona_museo-affreschi_conferenza-Risultati-e-prospettive-dell-indagine-archeologica-di-San-Martino-in-Aquaro-a-Castelvecchio_saggioro_locandinaMartedì 26 novembre 2024, alle 17, nella sala Galtarossa del museo degli Affreschi “G.B. Cavalcaselle” di Verona, è in programma il quarto appuntamento con le “conferenze dei Musei Civici 2024-2025” dal titolo “Risultati e prospettive dell’indagine archeologica di San Martino in Aquaro a Castelvecchio”, durante il quale sarà presentato il progetto di scavo in corso nel cortile del Museo e verranno illustrati risultati e i lavori ancora da svolgere. L’accesso – libero – è consentito fino ad esaurimento dei posti disponibili. Dopo i saluti di benvenuto di Marta Ugolini, assessore alla Cultura Turismo Rapporti con l’Unesco Comune di Verona; Francesca Rossi, direttrice dei Musei Civici di Verona; Andrea Rosignoli, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza; Davide Del Curto, prorettore Politecnico di Milano – Polo di Mantova; Paolo De Paolis, direttore dipartimento Culture e Civiltà dell’università di Verona; intervengono Filippo Bricolo, Politecnico di Milano – Polo di Mantova; Brunella Bruno, soprintendenza Archeologia Belle arti Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza; Luca Fabbri, Musei Civici Verona; Elisa Lerco, università di Verona; Fabio Saggioro, università di Verona.

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L’area della chiesa di San Martino in Aquaro nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona nel 2023, prima dell’inizio del progetto di scavo (foto musei civici verona)

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Grafica 3D dell’area archeologica di San Martino in Aquaro nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona (foto i-muv)

Risultati e prospettive dell’indagine archeologica di San Martino in Aquaro a Castelvecchio. Sono iniziati nell’autunno 2023, nel cortile del Museo di Castelvecchio, gli scavi per portare nuovamente alla luce il sito e i resti archeologici della chiesa di San Martino in Aquaro (vedi Verona. Nel cortile del museo di Castelvecchio al via nuovo progetto di scavo per portare alla luce la chiesa di San Martino in Aquaro, individuata 60 anni fa dai lavori dell’architetto Carlo Scarpa. Durerà tre anni e sarà un cantiere aperto al pubblico | archeologiavocidalpassato). Il progetto, della durata di tre anni, vede la collaborazione del dipartimento Culture e Civiltà dell’università di Verona, della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza, e del Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano. Il progetto intende approfondire lo studio e la valorizzazione del sito e i resti archeologici della chiesa di San Martino in Aquaro. L’edificio religioso, attestato già tra VIII e IX secolo, proseguì la sua funzione anche dopo essere stato inglobato all’interno del recinto difensivo scaligero, trasformandosi in cappella castrense, fino alla completa distruzione avvenuta nel corso dell’ammodernamento del complesso dei primi anni dell’Ottocento.

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Gli scavi della chiesa di San Martino in Aquaro a Castelvecchio di Verona negli anni Sessanta del Novecento (foto archivio castelvecchio vr)

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Planimetria di Castelvecchio a Verona con tratteggiata la chiesa di San Martino in Aquaro nel cortile del museo (foto archivio carlo scarpa – castelvecchio)

Il secondo obiettivo della ricerca è quello di approfondire la conoscenza del contesto urbano nel quale l’edificio insisteva, mettendo in relazione le nuove acquisizioni di scavo con i ritrovamenti di età romana, alto medievale e scaligera venuti alla luce nella zona, per chiarire la storia e l’evoluzione di uno snodo di fondamentale importanza del tessuto urbano cittadino. Il sito venne superficialmente indagato negli anni Sessanta del Novecento, quando una campagna di scavo rintracciò parte del perimetro dell’edificio, nel quale erano reimpiegati numerosi elementi di età romana ancora conservati in situ. Nonostante Carlo Scarpa avesse cominciato a ragionare sulla valorizzazione dei resti archeologici, questi vennero per la maggior parte interrati, e l’area rimase di fatto uno spazio non del tutto risolto all’interno del limpido disegno del cortile elaborato dall’architetto veneziano.

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Visite guidate al cantiere di scavo di San Martino in Aquaro nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona (foto i-muv)

Il progetto è l’occasione per offrire l’esperienza del cantiere aperto a tutti i visitatori del museo, che hanno la possibilità, durante le operazioni, di assistere in prima persona ai lavori di indagine e di interagire grazie a un allestimento appositamente realizzato per la valorizzazione degli scavi archeologici.

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Le pannellature lignee ai bordi dell’area archeologica di San Martino in Aquaro nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona con l’anno di scavo e le relative spiegazioni (foto i-muv)

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Bozzetto del progetto di allestimento per la valorizzazione dell’area archeologica di San Martino in Aquaro nel cortile di Castelvecchio a Verona (foto i-muv)

Un allestimento per la valorizzazione degli scavi archeologici. Il museo di Castelvecchio nell’allestimento di Carlo Scarpa è una delle pietre miliari della museografia mondiale. Fulcro del museo è l’allestimento di ogni opera concepito come dispositivo critico in grado di suscitare la consapevolezza del visitatore attraverso un porgere interrogativo che richiede una partecipazione attiva. Il progetto di valorizzazione degli scavi archeologici in fase di realizzazione presso il sito della chiesa di San Martino in Aquaro si propone di portare avanti ed allo stesso tempo di reinterpretare questo processo. Delle pannellature lignee, realizzate in assi di cantiere, si pongono a cavallo del parapetto posto da Carlo Scarpa a protezione degli scavi realizzati con Licisco Magagnato in fase di ultimazione del cortile. Sulle pannellature sono accolti elementi realizzati in legno bruciato che appaiono ad una prima visione come figure interrogative che invitato il visitatore all’avvicinamento. Ad aumentare l’interesse sono delle date realizzate in numeri romani poste nella parte sommitale delle pannellature e delle targhe lignee appese a spaghi in corda contenenti le didascalie esplicative. Chiamati da questi dispositivi, i visitatori, si avvicinano e compiono l’atto di prendere in mano le didascalie appese accendendo, in questo modo, alla fase di comprensione. L’azione indotta dall’allestimento vuole rompere la distanza a volte presente in queste tipologie di esposizioni ed innescare una maggiore partecipazione da parte del visitatore.

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La pannellatura lignea ai bordi dell’area archeologica di San Martino in Aquaro nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona con l’anno 1964, anno dei primi scavi, con le relative spiegazioni (foto i-muv)

Le pannellature sono divise in due gruppi distinti disposti sui due lati del parapetto scarpiano: sul primo lato (entrando nel cortile) si trova una presentazione delle principali fasi di formazione del complesso di Castelvecchio utili per inquadrare il ruolo della chiesa di San Martino in Aquaro nello sviluppo storico che ha condotto allo stato attuale; sul secondo lato, tre pannellature, sono dedicate alla valorizzazione degli esisti dello scavo archeologico. Le pannellature sono divise per gli anni di attività previsti per lo scavo e raccoglieranno progressivamente una descrizione ed interpretazione dei risultati emergenti. Gli espositori sono pensati come sistemi aperti che muteranno con l’evolversi delle indagini. Viste nell’ambiente del cortile, le pannellature lignee, richiamano allusivamente alla bacheca dell’archeologo e, allo stesso tempo, si evidenziano come un ipertesto provvisorio totalmente rimovibile dialogando a distanza con altri interventi temporanei che hanno riguardato il cortile di Castelvecchio.

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Veduta zenitale dell’area di scavo di San Martino in Aquaro nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona (foto saggioro)

Le campagne di scavi: 2023. Gli scavi hanno consentito di rimettere in luce la porzione della chiesa nota dagli anni 60 del Novecento e indagata in parte da Licisco Magagnato e Carlo Scarpa. Lo studio ha permesso di ricostruire la sequenza degli interventi riferibili alla struttura romanica e alle fasi successive, anche dopo la costruzione del Castello, con l’individuazione di molte sepolture già spogliate nei secoli passati. Quanto messo in luce interessa la navata meridionale della chiesa di cui si sono rinvenute anche tracce di pavimentazioni. Grazie ad approfondimenti stratigrafici si sono individuate anche le tracce di una frequentazione di età romana o tardo antica a circa 2 metri di profondità dal livello di calpestio attuale. Queste tracce potrebbero quindi testimoniare un’occupazione dell’area già in età romana.

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Grafica 3d con alcune sepolture emerse nello scavo dell’area archeologica di San Martino in Aquaro nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona (foto i-muv)

Le campagne di scavi: 2024. Sono stati esplorati, con sondaggi mirati, alcuni punti del cortile di Castelvecchio: alcuni vicini e posti ad oriente della chiesa, altri più spostati verso la zona del prato per verificare i perimetrali più settentrionali. Sono inoltre state condotte indagini con il Georadar per acquisire le informazioni su una più ampia area. Nel corso delle indagini, i dati più interessanti sono emersi nell’area compresa tra la chiesa e la porta d’ingresso del castello. In questa zona, pur rimaneggiata da molti interventi di età moderna, si sono rinvenute strutture e fasi legate all’alto medioevo e all’età romana, confermando quanto si era già osservato nel 2023. Non risulta ancora chiaro se quanto individuato possa riferirsi a strutture produttive o residenziali, ma il dato offre sicuramente un elemento molto utile per raccontare quasi duemila anni della storia di questo luogo.

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L’area archeologica di San Martino in Aquaro nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona (foto i-muv)

Le campagne di scavi: 2025. Nella primavera 2025 l’obiettivo sarà quello di aprire l’area della navata centrale della chiesa, probabilmente coincidente con la prima chiesa altomedievale, e di riuscire a chiarire cosa vi fosse nel luogo dove sorse l’unica chiesa di Verona dedicata a San Martino, santo caro ai Franchi, a Carlo Magno e a suo figlio Pipino che fu spesso presente a Verona.

Verona. Nel cortile del museo di Castelvecchio al via nuovo progetto di scavo per portare alla luce la chiesa di San Martino in Aquaro, individuata 60 anni fa dai lavori dell’architetto Carlo Scarpa. Durerà tre anni e sarà un cantiere aperto al pubblico

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L’area dello scavo della chiesa di San Martino in Aquaro nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona (foto comune verona)

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Il complesso di Castelvecchio a Verona: il ponte, il castello con il museo e il cortile (foto muv-vr)

Alla ricerca della chiesa di San Martino in Aquaro. Dopo quasi sessant’anni si torna a scavare nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona, con un cantiere aperto visibile al pubblico, che mostrerà le scoperte che saranno via via effettuate in un’area di forte interesse storico/culturale. Il progetto, della durata di tre anni, iniziato lunedì 25 settembre 2023 con i primi scavi, promosso dal museo di Castelvecchio, oltre al dipartimento di Culture e civiltà dell’università di Verona, vede la collaborazione della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza e del polo territoriale di Mantova del politecnico di Milano. Per lo scavo è previsto un primo investimento di circa 120mila euro. Il “magico” giardino dell’architetto Carlo Scarpa diventa scenario di un nuovo importante progetto di intervento. Un cantiere speciale, che diventerà l’occasione per tornare a indagare, con metodologie più moderne, un’area già rinvenuta dallo stesso Scarpa negli anni ’60 durante la grande campagna di riqualificazione che portò alla genesi del cortile. Si avrà modo di verificare tramite analisi non invasive la presenza e l’estensione dei resti archeologici, per poi procedere alla successiva attività di scavo, condotta con il coinvolgimento di studenti, dottorandi e docenti dell’università di Verona, sotto la direzione scientifica del professor Fabio Saggioro.

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Lo scavo archeologico nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona sarà aperto al pubblico (foto comune-vr)

In occasione dello scavo, aperto al pubblico da martedì 26 settembre 2023, il comune di Verona offrirà delle visite guidate gratuite alle scuole di ogni ordine e grado. Durata: 1 ora. Biglietti: il costo della visita non è comprensivo di biglietto di ingresso al Museo, che sarà da corrispondere all’arrivo (1 euro a bambino di età superiore ai 7 anni, gratuito per due insegnanti per classe e per i ragazzi con disabilità e i loro accompagnatori). Gruppi: non superiori a 25 persone ciascuno. Prenotazione obbligatoria. Anche i cittadini e i turisti avranno la possibilità di scoprire gli scavi, nei giovedì 28 settembre e 12 ottobre 2023, alle 16.30, con il percorso di visita “La chiesa ritrovata, testimone della vita di una contrada scomparsa” e i giovedì 5 e 19 ottobre 2023, alle 16.30, con “Parola all’archeologia: strati e reperti ci raccontano il passato”. Durata: 1 ora. Biglietti: la visita gratuita è compresa nel biglietto d’ingresso al Museo di Castelvecchio. Prenotazione obbligatoria entro il giorno precedente la data scelta per la visita. Info e prenotazioni: segreteriadidattica@comune.verona.it

verona_castelvecchio_scavi-archeologici-nel-cortile_locandina“L’ateneo è stato incaricato di eseguire uno scavo specifico su parte del giardino in cui non era mai stato fatto prima, nonostante la presenza di questa chiesa sia ben nota da anni”, spiega Arnaldo Soldani, direttore del dipartimento di Culture e civiltà, incaricato di portare i saluti del Rettore dell’ateneo, Pier Francesco Nocini. E Saggioro, docente di Archeologia medievale nel dipartimento di Culture e civiltà e direttore scientifico degli scavi: “Crediamo che lo scavo archeologico, al di là del valore culturale che ha, sia anche uno spazio sociale per includere le persone per dare prospettive e opportunità. Vogliamo aprire questo scavo alla città, facendo capire come lavora l’archeologia, includendo in questi processi anche chi ha delle disabilità”.

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Museo di Castelvecchio: presentazione dello scavo archeologico di San Martino in Aquaro, da sinistra, Filippo Bricolo, Fabio Saggioro, Arnaldo Soldani, Francesca Rossi, Luca Fabbri, e più a destra Brunella Bruno, Marta Ugolini (foto comune-vr)

Il progetto è stato illustrato nei giorni scorsi dall’assessore comunale alla Cultura, Marta Ugolini; dal direttore del dipartimento di Culture e civiltà, Arnaldo Soldani; e dai curatori del progetto Fabio Saggioro, docente in ateneo, e Luca Fabbri, curatore delle collezioni di Arte medievale e moderna nei Musei Civici di Verona. Presenti la direttrice dei Musei Civici di Verona, Francesca Rossi; per la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza, Brunella Bruno; il docente al dipartimento di Architettura ingegneria delle costruzioni e ambiente costruito del Politecnico di Milano, Filippo Bricolo. “Un progetto importante di scavo e di ricerca archeologica per tutte le parti coinvolte”, sottolinea l’assessore alla Cultura, Marta Ugolini. “Un cantiere aperto che si mette in dialogo con la città, con proposte di visita diversificate, in particolare per le scuole, per garantire la straordinaria opportunità di vedere dal vivo le diverse fasi di uno scavo e le modalità di indagine portate avanti in questa tipologia di studi sul campo”. “C’è molto da scoprire con questo progetto di scavo”, evidenzia la direttrice Francesca Rossi, “in cui partecipano attivamente tutti i soggetti coinvolti, nell’ottica di restituire alla città un luogo fondativo, strategico per capire meglio il contesto e l’importanza che questi spazi avevano anche prima della costruzione del Castello. Un’occasione quindi che interesserà anche il contesto urbano per capire meglio Verona e questa trasformazione di urbanizzazione progressiva. Iniziative come questa mostrano che il Museo è anche fuori dal Museo, occupandosi di ricerca e continuando a produrre scoperte utili ad ampliare la nostra conoscenza”. “È una grande soddisfazione per la Soprintendenza questo coinvolgimento”, dichiara Brunella Bruno. “Per la prima volta dopo tanti anni di attività ho avuto la possibilità di assistere a uno scavo in concessione a Verona, un’opportunità mai data prima che siamo lieti di poter condividere con il Comune e l’università di Verona”.

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Gli scavi della chiesa di San Martino in Aquaro a Castelvecchio di Verona negli anni Sessanta del Novecento (foto archivio castelvecchio vr)

Chiesa di San Martino in Aquaro. L’edificio religioso, attestato già tra l’VIII e il IX secolo, proseguì la sua funzione anche dopo essere stato inglobato all’interno del recinto difensivo scaligero, trasformandosi in cappella castrense, fino alla completa distruzione avvenuta nel corso dell’ammodernamento del complesso dei primi anni dell’Ottocento. Un obiettivo della ricerca sarà anche quello di approfondire la conoscenza del contesto urbano nel quale l’edificio insisteva, mettendo in relazione le nuove acquisizioni di scavo con i ritrovamenti di età romana, altomedievale e scaligera venuti alla luce nella zona, per chiarire la storia e l’evoluzione di uno snodo di fondamentale importanza del tessuto urbano cittadino.

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Planimetria di Castelvecchio a Verona con tratteggiata la chiesa di San Martino in Aquaro nel cortile del museo (foto archivio carlo scarpa – castelvecchio)

Il sito venne superficialmente indagato negli anni Sessanta del Novecento, quando una campagna di scavo rintracciò parte del perimetro dell’edificio, nel quale erano reimpiegati numerosi elementi di età romana ancora conservati in situ. Nonostante Carlo Scarpa avesse cominciato a ragionare sulla valorizzazione dei resti archeologici, questi vennero per la maggior parte interrati, e l’area rimase di fatto uno spazio non del tutto risolto all’interno del limpido disegno del cortile elaborato dall’architetto veneziano.

Nuove scoperte a Piuro, la Pompei delle Alpi (So): il prof. Fabio Saggioro (università di Verona) fa il punto sulle ricerche in corso: rinvenuta un’area funeraria tardo-romana che apre nuovi scenari sulla storia del piccolo borgo distrutto e cancellato dalla frana del 1618

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Immagini delle ricerche archeologiche a Piuro (So) da parte del team dell’università di Verona diretto dal prof. Fabio Saggioro (foto univr)

Il ritrovamento di sepolture e strutture murarie di enormi dimensioni, che indicano come, ad un certo punto, intorno all’VIII secolo d.C., il villaggio si fosse sviluppato su un’area funeraria, aprendo scenari nuovi sulla storia dell’area, sono tra i più importanti risultati ottenuti dagli scavi in corso sul villaggio alpino di Piuro, in Val Bregaglia (Sondrio). Con l’aiuto di un team di ricercatrici e ricercatori dell’università di Verona, molti e importanti sono i reperti venuti alla luce nell’area del borgo appartenenti all’epoca tardo romana. Il progetto, coordinato da Fabio Saggioro, docente di Archeologia cristiana e medioevale, ha recentemente condotto il team di archeologi a scoperte sorprendenti e utili a ricostruire il ruolo storico del Comune in provincia di Sondrio. “L’orizzonte cronologico di questi ritrovamenti”, ha spiegato Saggioro, “sembra rimandare all’epoca tardo romana e apre scenari nuovi, che fanno pensare ad origini molto più complesse, legate a quella fase di instabilità tra la fine del mondo romano e l’inizio del medioevo”. Un’importante testimonianza dell’antico ruolo di Piuro è inoltre fornita da Palazzo Vertemate – l’unico integro dal 1618 – che testimonia la ricchezza del borgo precedente alla frana. Piuro, conosciuta anche come la Pompei delle Alpi, era un ricco centro alpino noto alle cronache per la violenta frana che lo distrusse totalmente nel 1618. Il borgo, prima del catastrofico evento, aveva conosciuto un periodo di splendore commerciale, diventando un importante riferimento commerciale nel panorama europeo.

Gli studi archeologici del territorio della Val Bregaglia sono iniziati nel 2015, a seguito di un accordo tra soprintendenza archeologica e università di Verona, nel quale è stato coinvolto anche il Comune di Piuro. Le ricerche hanno avuto messo in luce il ruolo del borgo alpino, evidenziando la complessità delle dinamiche socio-insediative e ambientali del luogo e approfondendo la frana che lo rase al suolo, rappresentante un momento drammatico ma centrale nella storia e nell’evoluzione della valle. “Abbiamo lavorato su due zone e con due obiettivi diversi”, spiega Saggioro. “Capire chi ha abitato Piuro nel corso del tempo, quindi la loro vita quotidiana, dove abitassero, le caratteristiche delle abitazioni; e poi – cosa per noi importantissima – capire l’ambiente circostante, cioè come fosse fatta la valle prima della frana, non solo in senso geologico, ma anche la tipologia della copertura vegetale, quali fossero le coltivazioni, quale fosse in buona sostanza il rapporto tra i piuraschi e l’ambiente circostante. E perché a un certo punto, nel 1618, questo rapporto uomo-ambiente si rompe. E capirne anche le cause può essere un elemento di riflessione utile per la situazione attuale”. Sono state trovate alcune strutture di incerta definizione, forse legate a una fortificazione, ma soprattutto una decina di sepolture. “Un’area cimiteriale – continua Saggioro – per la quale siamo in attesa delle datazioni al radiocarbonio: la cronologia si può collocare tra la tarda età romana e il primissimo medioevo. E questo è un elemento interessante, cioè apre un nuovo orizzonte su chi fossero queste persone, che cosa facessero, quale fosse il loro insediamento di riferimento visto che lì case e strutture non ne abbiamo trovate. Quando la frana seppellisce Piuro il paese era molto ricco ma era articolato anche con dei piccoli nuclei satelliti: c’era il paese di Scilano, e poi Savogno, Dasile. Cioè era sul fondovalle ma con una serie di satelliti attorno, motivo per cui i piuraschi che avevano sempre avuto una forte identità ritornano anche dall’Europa e rifinanziano la costruzione della nuova Piuro che oggi prende il nome di Borgonuovo ed è spostata rispetto all’abitato originale. Possiamo dire che prima degli scavi archeologici la storia di Piuro è sempre rimasta alla frana, cioè quella frana ha bloccato e congelato la storia della valle. È stato un evento traumatico – conclude – che ha bloccato anche emotivamente. Molto interessante è anche analizzare i risvolti culturali e sociali che questi drammatici fenomeni, che purtroppo vediamo anche ai nostri giorni, lasciano sulle comunità”.

Cavaion (Vr). Convegno “La Bastia di San Michele a Cavaion Veronese. Aggiornamenti e nuovi studi”: la soprintendenza ABAP di Verona presenta gli studi e i nuovi dati sulle indagini archeologiche effettuate sul sito dove dal 2014 c’è un Archeoparco

“La Bastia di San Michele a Cavaion Veronese. Aggiornamenti e nuovi studi”: la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Rovigo Vicenza, in collaborazione con il Comune di Cavaion Veronese e il CTG “El Preon”, sabato 9 aprile 2022 in sala civica “E. Turri”, Corte Torcolo, via Vittorio Veneto 1 a Cavaion Veronese, presenta gli studi e i nuovi dati sulle indagini archeologiche effettuate sul sito della Bastia di San Michele a Cavaion Veronese e il suo territorio. Il convegno si terrà secondo le vigenti norme anti COVID-19. Programma. Alle 10, i saluti di Sabrina Tramonte, sindaco di Cavaion Veronese, e Vincenzo Tinè, soprintendente; 10.20, Brunella Bruno, Giovanna Falezza su “La Bastia di Cavaion (2002-2022): scavi, restauri, valorizzazione. Un bilancio dopo vent’anni e prospettive future”; 10.40, Luciano Pugliese su “Prima della Bastia, Il contesto territoriale in età classica e tardoantica”; 11, Davide Brombo, Alberto Manicardi su “La rilettura dei dati archeologici alla luce dei nuovi studi”; 11.20, Pausa Caffè. Alle 11.40, Beatrice Zamuner su “I materiali ceramici”; 12, Giuliano Sala su “La chiesa e la bastia di San Michele attraverso le fonti letterarie e archivistiche”; 12.20, Simone Sestito su “Interpretare la Bastia di San Michele: idee per un lavoro in corso”; 12.40, Elisa Lerco, Fabio Saggioro su “Le indagini dell’Università di Verona”. Alle 15, visita guidata all’Archeoparco della Bastia. Sarà possibile accedere all’area archeologica fino alle 18.

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Il sito della Bastia di San Michele a Cavaion Veronese dove dal 2014 è stato realizzato un Archeoparco (foto Ctg El Preon)

“Dopo alcuni saggi del professor Brogiolo”, ricorda l’arch. Sabrina Franzoni, animatrice culturale del CTG El Preon e vicepresidente dell’Associazione Archeologica Cavaionese, “gli scavi archeologici sulla Bastia hanno preso l’avvio nel 2003 e sono proseguiti in modo continuativo fino al 2009 per poi avanzare a fasi alterne fino al 2011. Il sito è suddiviso in tre livelli: terrazza inferiore, terrazza mediana e terrazza superiore. La terrazza mediana è uno spazio aperto di rispetto fra le due aree e permetteva l’accesso alla zona superiore attraverso il passaggio tra porte controllate da torri di guardia. La terrazza superiore appartiene a quella fase di incastellamento detta “seconda” di controllo del territorio, databile fra X e XIV secolo. Gli ambienti portati alla luce dagli archeologi sono molto ampi, realizzati in periodi storici differenti. All’interno di essi sono stati trovati suppellettili di ceramica grezza di uso quotidiano. Secondo gli studiosi, nel sito era presente una guarnigione militare di cavalleria, visto il ritrovamento di una gran quantità di ferri e finimenti da parata. Il sito – continua – è stato oggetto di una importante iniziativa della Provincia nel 2013, I Tesori Veronesi, ed è stato inaugurato come Archeoparco nel maggio del 2014. La fortificazione di S. Michele è emersa in tutta la sua grandiosità e potenza, ma sembra che la vastità del complesso sia ancora da scoprire, in quanto l’area militare, al culmine dell’altura probabilmente nasconde altre strutture. Data la sua collocazione geografica e la sua posizione di preminenza, è chiara l’importanza che rivestiva questa fortificazione nel controllo del territorio della Valdadige e del lago di Garda. L’archeologo Luciano Pugliese sostiene infatti che la Bastia di S. Michele abbia le stesse caratteristiche e la stessa importanza della Rocca di Garda, vero e proprio presidio di altura, simbolo del potere”.

Nuovi scavi a Piuro, la Pompei delle Alpi: il prof. Fabio Saggioro (università di Verona) fa il bilancio dell’ultima campagna di scavo. Trovate tracce di epoca tardo-romana, eccezionali per il piccolo borgo distrutto e cancellato dalla frana del 1618

Il prof. Fabio Saggioro, dell’università di Verona, e il sito archeologico di Piuro (foto univr)

È chiamata la Pompei delle Alpi: parliamo di Piuro, oggi un piccolo comune diffuso in provincia di Sondrio al confine con la Svizzera. Ma quattro secoli fa, quando era un florido centro dove si incrociavano commerci tra le aree al di qua e al di là delle Alpi, fu vittima di una frana che cancellò il paese e uccise tutti i suoi abitanti. E Piuro alla storia. È proprio qui, a Mot del Castel di Piuro, che dal 2015 è attivo uno studio archeologico – che comprende anche il territorio della Val Bregaglia – grazie a un accordo tra soprintendenza Archeologica e università di Verona che ha coinvolto il Comune di Piuro per analizzare le dinamiche insediative e ambientali di una valle alpina, caratterizzata da imponenti trasformazioni del proprio sistema paesaggistico, negli ultimi 2000 anni. Il Progetto Archeologico Piuro è guidato dal prof. Fabio Saggioro, docente di Archeologia medioevale all’università di Verona, con un team di ricercatori e ricercatrici, studentesse e studenti. Ed è proprio Saggioro a tracciare un primo bilancio dell’ultima campagna di scavo, tra settembre e ottobre 2021 (quella del 2020 è saltata per la pandemia), che ha portato a dei ritrovamenti appartenenti all’epoca tardo romana. Si tratta di una scoperta quanto mai inattesa e sorprendente per la storia del piccolo borgo.

Lo scavo archeologico di Piuro alla fine della campagna 2021 (foto univr)
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La moneta tardo-antica trovata a Piuro (foto univr)

Grande è stato lo stupore quando gli scavi hanno portato alla luce sepolture e strutture murarie di enormi dimensioni, precedenti alla fase del villaggio e indicanti, quindi, come ad un certo punto, probabilmente intorno all’VIII secolo d.C., il villaggio si sia sviluppato su un’area funeraria. “L’orizzonte cronologico di queste sepolture e di questa struttura”, afferma Saggioro “sembra rimandare all’epoca tardo romana, aprendo quindi uno scenario nuovo: origini molto complesse che forse si legano a quella fase di instabilità della fine del mondo romano e l’inizio del medioevo”. Sono sempre più numerosi gli indizi che suggeriscono una frequentazione dell’area già in età tardoantica e altomedievale. A riprova è emersa dagli scavi una moneta dell’imperatore tardoantico Teodosio, riconducibile alla fine del IV secolo d.C. “Piuro si conferma un crocevia di uomini e merci per un lungo periodo che va dalla fine dell’età romana al tardo medioevo”. Saggioro  spiega come Piuro sia noto soprattutto per la violenta frana che lo colpì nel 1618, catalizzando la maggior parte dell’attenzione degli studiosi nei secoli successivi. Mettere a fuoco Piuro, tuttavia, vuol dire anche raccontare una parte della storia delle Alpi e, per questa ragione, lo studio si è rivolto alle caratteristiche paleo-ambientali, cioè i cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli e come l’uomo vi si sia adattato.

La definizione di “Piuro, Pompei delle Alpi”, ricorda Saggioro, nasce intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso, quando una serie di studiosi, scrittori soprattutto di area tedesca, recuperano la storia di questo piccolo paese in val Chiavenna, poi Bregaglia, vicino al confine con la Svizzera, paese che nel 1618 fu teatro di quello che ancora oggi è considerato il più grande disastro alpino in epoca storica, e fece – a seconda delle stime – circa un migliaio di morti, legato a un’enorme frana che si staccò dal monte Conto e travolse tutto il paese: sopravvissero pochissime persone, probabilmente meno o intorno alla decina. E l’associazione tra il disastro naturale e la scomparsa di questo insediamento ,che all’epoca era un insediamento anche economicamente molto importante, creò il parallelismo con Pompei (delle Alpi), anche perché proprio in quel periodo cominciavano le prime ricerche archeologiche sull’area di Piuro. “Quindi questa definizione nacque un po’ da tutta questa serie di fattori”.

I nuovi scavi di Piuro, la Pompei delle Alpi (foto univr)

Piuro ha una triplice importanza dal punto di vista delle scoperte, sottolinea Saggioro. “Una è legata al fatto proprio della sua storia, cioè della grande frana che travolse ogni cosa. L’eco di questa grande frana colpì soprattutto l’Europa centrale perché gli abitanti di Piuro erano ramificati in moltissime piazze commerciali europee, e questo creò una forte eco emotiva in tutta Europa. Sappiamo però pochissimo della storia di Piuro perché in realtà su questa frana si è poi catalizzata tutta l’attenzione degli studiosi nei secoli successivi. E quindi mettere a fuoco Piuro vuol dire raccontare una parte della storia delle Alpi. Il nostro lavoro, oltre a quello di studiare la frana, è anche quello di usare Piuro come caso studio di un villaggio alpino: come funzionavano questi villaggi negli ultimi 1500 anni? Quali sono le loro caratteristiche? Come l’uomo si è adattato all’ambiente montano?”. L’altro aspetto molto importante delle ricerche a Piuro è che “Piuro nel Medioevo è al centro di un’area estrattiva molto importante legata alla produzione della pietra ollare che è un materiale particolarmente significativo per i secoli centrali del Medioevo. Lo troviamo diffuso in tutta la pianura padana, in area tirrenica, in area adriatica, ed è uno di quei materiali che forse ci aiuta a capire meglio lo sviluppo dell’economia altomedievale e, come l’anno definito alcuni studiosi, l’origine anche un po’ dell’economia europea”. E ultimo, ma non ultimo aspetto, è quello del rapporto tra uomo e ambiente. “È chiaro che il disastro naturale, la frana, ha delle dinamiche che sono connesse appunto all’ambiente, e quello che noi stiamo facendo è proprio anche studiare le caratteristiche paleo-ambientali, come sono cambiate nel corso del tempo, e come l’uomo si è adattato o ha gestito queste trasformazioni è un tema ovviamente centrale, nonché attuale per la nostra società, che è stato poco esplorato, e noi – conclude – su questo ci stiamo lavorando moltissimo”.

Verona. Produzione e consumo di cibo e vino dall’età del Ferro al Medioevo al centro del progetto di ricerca “In Veronensium mensa. Food and Wine in ancient Verona” dell’università di Verona con la soprintendenza di Verona e il museo di Storia Naturale, il supporto della Fondazione Fioroni e l’accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere, e il finanziamento di Fondazione Cariverona

“In Veronensium mensa. Food and Wine in ancient Verona”, progetto di ricerca dell’università di Verona

Cosa cucinavano gli antichi? Come servivano e gustavano cibo e vino? Ci sono usanze che sono rimaste invariate nel tempo? Sono alcuni dei quesiti alla base di “In Veronensium mensa. Food and Wine in ancient Verona”, progetto di ricerca scientifica di eccellenza finanziato da Fondazione Cariverona, realizzato dal dipartimento Culture e civiltà dell’università di Verona e guidato da Patrizia Basso, docente di Archeologia classica assieme ad altri colleghi di Storia antica e archeologia (Alfredo Buonopane, Diana Dobreva, Attilio Mastrocinque, Mara Migliavacca, Fabio Saggioro) e Diana Bellin del Dipartimento di Biotecnologie. Archeologi, storici antichi, medievisti e biotecnologi universitari cercheranno di dissotterrare le radici storiche di un mercato agroalimentare ancora oggi ricco e attivo, cercando di cogliere le continuità e le innovazioni alimentari che si sono succedute nel corso dei secoli. La ricerca si concentrerà sulle fasi preromane, della romanizzazione, della fine dell’Impero e quella medioevale in quanto decisivi passaggi economici, sociali e culturali per il centro scaligero e il territorio circostante. Punto di partenza del progetto sono i reperti archeologici e paleobotanici editi ed inediti (manufatti ceramici, vitrei, lapidei ma anche vinaccioli, semi, carboni, ossa umane ecc.), provenienti dai più significativi scavi archeologici condotti nel territorio veronese, messi a disposizione dalla Soprintendenza, che insieme al dipartimento Culture e Civiltà dell’università di Verona e al museo di Storia naturale sarà protagonista dell’elaborazione dei dati scientifici e dell’organizzazione delle attività di divulgazione/comunicazione previste. Per la fase divulgativa dei risultati (convegni, seminari, mostre a tema) partner del progetto sarà anche l’accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona.

Ciotole e vasi da ambienti palafitticoli dal museo di Storia naturale di Verona: contenevano tracce di cibo degli antenati preistorici (foto univr)

Partner del progetto. Dopo una sosta forzata a causa dell’emergenza sanitaria, gli studi riprendono con la collaborazione della soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Verona, Rovigo e Vicenza, partner del progetto stesso. Contribuiranno anche il museo di Storia Naturale di Verona, che metterà a disposizione le competenze scientifiche del personale della sezione di Preistoria, in particolare per quel che riguarda la conoscenza delle ricerche condotte dal Museo nel territorio veronese a partire dall’Ottocento e l’accesso agli archivi e alle collezioni archeologiche nei depositi archeologici. A supportare il progetto anche la Fondazione Fioroni di Legnago con cui il dipartimento scaligero ha siglato un apposito accordo di programma. Il tema, di grande interesse scientifico e insieme aderente agli interessi economici e culturali della Verona odierna, vede dunque coinvolti tanti enti che operano nel territorio urbano con fini istituzionali diversi, ma con l’obiettivo comune di coniugare la ricerca sul passato della città con la sua promozione nel presente.

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Patrizia Basso dell’università di Verona

“In una città come questa”, spiega la professoressa Basso, “ancor oggi vivace mercato agroalimentare, particolarmente celebre nel mondo per la qualità dei suoi vini, sembra di grande interesse ricercare le radici storiche della produzione e del consumo di cibo e vino, per cogliere da un lato le continuità e quindi le tradizioni, dall’altro le innovazioni nelle diete degli abitanti nel corso dei secoli e in particolare nelle fasi preromane, della romanizzazione, della fine dell’Impero e dell’affermarsi del Medioevo che segnarono decisivi passaggi economici, sociali e culturali nella storia del centro urbano e del suo territorio”. L’occasione alimenta il valore scientifico, economico e culturale del centro scaligero che “in collaborazione con i diversi enti coinvolti – conclude la docente –  mantiene attivo l’interesse per la ricerca sul passato e la sua promozione nel presente”.

A più di 140 anni dalle prime ricerche del Cai sulla rocca di Canossa (Re), nel bicentenario della nascita di Gaetano Clerici, riprese le campagne di scavo. Primo bilancio con la giornata di studi “Ancora a Canossa. La ricerca archeologica 2018/2019”

Sulla rocca di Canossa (Re) sono riprese le ricerche archeologiche

Cartolina del Castello di Canossa, realizzata intorno al 1915, conservata nella fototeca Panizzi

La locandina che promuove le iniziative per il bicentenario della nascita di Gaetano Chierici

Andare a Canossa. Era il gennaio 1077 quando l’imperatore Enrico IV si umiliò davanti a papa Gregorio VII perché venisse ritirata la scomunica, dopo aver atteso tre giorni davanti al castello di Matilde di Canossa. Al castello, nel bicentenario della nascita di Gaetano Chierici, il padre della paletnologia italiana, sono tornati gli archeologi. E pochi mesi dall’inizio della campagna di scavo si presentano i primi risultati, il 15 febbraio 2019, al teatro Comunale di Canossa, con la giornata di studi “Ancora a Canossa. La ricerca archeologica 2018/2019”. “Si torna quindi a parlare del castello di Canossa – spiegano i promotori – grazie a un articolato programma incentrato sulla tutela del sito nel senso più ampio del termine. Da un lato, i lavori di messa in sicurezza della rupe, preceduti da verifiche archeologiche, che hanno avuto come base di partenza uno studio geomorfologico della rupe stessa, porteranno non solo a una maggiore stabilità dei versanti, ma anche a una migliore conoscenza delle fasi strutturali precedenti l’odierna. Dall’altro, la ricerca archeologica realizzata negli ultimi due anni dalle università, su concessione del Mibac, sta portando a interessanti scoperte sulla sistemazione della parte basale e intermedia della rupe che frutteranno una maggiore definizione della cronologia e della topografia dei luoghi e delle strutture. All’interno di questi eventi principali si inscrivono i numerosi rapporti di collaborazione con le realtà locali e il mondo dell’associazionismo, in un clima di vivace e proficuo scambio, che trovano giusta cornice in questa giornata di studi promossa da Alma Mater Studiorum di Bologna, università di Verona, Comune di Canossa, Club alpino italiano, Club Albinea Ludovico Ariosto, soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e Polo museale dell’Emilia-Romagna”. La giornata rientra fra le iniziative promosse per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Gaetano Chierici. Gaetano Chierici nacque infatti a Reggio Emilia da Nicola e Laura Gallinari il 24 settembre 1819. E sempre a Reggio Emilia morì il 9 gennaio 1886.

Don Gaetano Chierici, scienziato, sacerdote, patriota, insegnante, ma soprattutto il fondatore e il padre della paletnologia italiana

Il Bullettino di Paletnologia italiana di Chierici, Pigorini e Strobel

Ma chi è Gaetano Chierici? Se n’è parlato l’anno scorso in un convegno a Reggio Emilia. Fu sacerdote per scelta e vocazione e, pur subendo negli anni ostracismi e punizioni, non abbandonò mai la Chiesa né la fede. Fu patriota, monarchico, liberale e anti-temporalista. Fu insegnante di vasta cultura, sia nelle discipline umanistiche sia in quelle matematiche. Fu impegnato nel sorgere delle prime istituzioni cattoliche a carattere sociale. Fu animatore dell’associazionismo culturale, come testimoniano gli incarichi ricoperti nella Deputazione di Storia Patria e nel Cai. Fu soprattutto un archeologo, in rapporto con gli ambienti più avanzati di questa disciplina, che partendo da studi classici approdò alla Paletnologia e contribuì a gettare le basi in Italia di questa “novissima scienza”. Don Gaetano Chierici fu tutto questo. Ma soprattutto con Luigi Pigorini e Pellegrino Strobel è stato il fondatore e il padre della paletnologia italiana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/06/24/a-reggio-emilia-convegno-internazionale-nel-200-della-nascita-del-concittadino-don-gaetano-chierici-scienziato-sacerdote-patriota-insegnante-ma-soprattutto-il-fondatore-e-il-padre-della-pal/).

Veduta panoramica della rocca di Canossa (foto archivio Arteas)

La prof. Paola Galetti dell’università di Bologna

Venerdì 15 febbraio 2019 alle 10 al Teatro Comunale di Ciano d’Enza – Canossa (Re) saranno dunque presentati i risultati della campagna di scavo archeologica condotta a settembre e ottobre 2018 alla Rocca di Canossa (RE) dalle università di Bologna e Verona con il supporto del Club alpino italiano (Comitato Scientifico Centrale, Gruppo regionale Emilia-Romagna e Sezione di Reggio Emilia). A distanza di oltre 140 anni dalla prima campagna di ricerca archeologica avviata a Canossa, il Cai si è dunque nuovamente impegnato per sviluppare una nuova attività di indagine, mettendo a disposizione dei due atenei, con il contributo del Lions Club Albinea e Canossa, le risorse necessarie per aprire un nuovo cantiere di ricerca. Fu infatti grazie all’iniziativa degli alpinisti del Cai che nel lontano 1877 furono avviati gli scavi archeologici che portarono alla riscoperta dell’antico castello di Canossa e, poco dopo, condussero alla fondazione del museo nazionale tuttora esistente. Gli scavi furono diretti da uno dei più eminenti archeologi italiani, che era anche dirigente del Cai: Gaetano Chierici, fondatore delle moderne scienze paleontologiche. La campagna di scavo, supportata logisticamente dal Comune di Canossa, è stata condotta da un’equipe di venti studenti di archeologia (guidati dal prof. Fabio Saggioro, dalla prof.ssa Paola Galetti, dal dott. Nicola Mancassola e dai giovani ricercatori Elisa Lerco, Federico Zoni e Mattia Cantatore), la cui impegnativa attività ha aperto una nuova e inaspettata pagina nella storia millenaria del monumento canossiano. Dopo la ricognizione sistematica del 2017, una serie di sondaggi di scavo ad ampliamento nel settore orientale del sito, che risultava pressoché sconosciuto e mai veramente oggetto di indagini archeologiche sistematiche, ha individuato un tratto di una muratura di cinta e tracce di attività e crolli, inquadrabili tra la fine del XII e il XVI secolo. In altre due aree di indagine, sono stati messi in luce i resti di strutture residenziali conservate in alzato, in alcuni punti, per oltre due metri e totalmente interrate dall’abbandono del sito. Ne sono state individuate quattro al momento, ma è probabile che, sulla base di una serie di elementi riscontrati durante le ricerche, si possa ipotizzare l’esistenza di oltre una decina di edifici, ancora in buono stato di conservazione.

Ricerche archeologiche sostenute dal Cai

Il Comitato scientifico del Club alpino italiano

Il Gruppo Regionale Cai, dopo aver concorso all’ottenimento delle autorizzazioni di legge per il nuovo scavo archeologico, ha sottoscritto un apposito protocollo con gli atenei bolognese e veronese. Obiettivo ambizioso del progetto è quello non soltanto di studiare e portare alla luce un settore sino ad oggi sconosciuto del monumento canossiano, ma di riuscire anche a realizzarvi un importante parco archeologico all’aria aperta nel quale, anche grazie all’ausilio di interventi di archeologia sperimentale, i visitatori potranno avere la rara opportunità di calarsi direttamente nella dimensione di vita del medioevo, all’epoca in cui Canossa divenne il fulcro delle più importanti vicende della storia europea. È un progetto talmente complesso che avrà la durata di 8 anni e che è stato reso possibile avviare anche grazie al contributo finanziario dei Lions Clubs territorialmente competenti. “L’insieme di tutte queste circostanze fa quindi di Canossa un luogo fortemente testimoniale ed altamente identitario dell’impegno scientifico del Cai dai suoi primordi sino ai nostri giorni, da comparare e affiancare per la sua grande valenza agli altri grandi siti identitari nazionali del Cai: dal Monte dei Cappuccini a Torino, al Monviso”.

Le rovine della rocca di Canossa nel 1950 (fototeca Panizzi)

La locandina della giornata di studi “Ancora a Canossa. La ricerca archeologica 2018/2019”

Articolato il programma della giornata di studi del 15 febbraio 2019. Alle 10 si inizia con i saluti degli enti promotori: Comune di Canossa, Cai, Lions club Albinea “Ludovico Ariosto”, Provincia di Reggio Emilia, parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, ufficio Beni culturali e nuova edilizia Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, associazione di volontariato culturale “Matilde di Canossa”, segretariato regionale del Mibac per l’Emilia Romagna. Alle 10:45, i saluti di Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; e alle 11, quelli del direttore Andrea Quintino Sardo per il Polo museale Emilia-Romagna. Quindi gli interventi. Alle 11:15, Gianluca Bandiera e Claudia Romano (Provveditorato OO.PP. Lombardia ed Emilia Romagna) su “Consolidamento della Rupe del castello di Canossa e delle relative infrastrutture”; 11:30, Annalisa Capurso (soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara) su “Canossa e la sua tutela tra passato, presente e futuro”; 11:45, Paola Galetti e Fabio Saggioro su “Introduzione ai lavori: la ricerca 2018-2019”; 12, Paola Galetti su “La ricerca storica dopo le celebrazioni matildiche”; 12:15, Elisa Lerco, Nicola Mancassola e Fabio Saggioro su “La Ricerca archeologica del 2018: risultati”. Dopo la pausa pranzo, i lavori riprendono alle 14, con Giuliano Cervi su “Il Cai a Canossa”; 14:15, Federico Zoni su “Nuovi dati sull’edilizia rurale dell’area canossana”; 14:30, Mattia F.A. Cantatore su “Gaetano Chierici a Canossa”; 14:45, Danilo Morini su “Canossa e Quattro Castella: un sistema?”; 15, Cristina Ferretti su “L’impegno di Franca Ferretti nella valorizzazione di Canossa”. Infine dalle 15:15 alle 16, Discussione e conclusioni “Prospettive future di ricerca”.

A Nonantola, che conserva uno dei più importanti complessi benedettini d’Europa, a confronto i maggiori specialisti dell’archeologia medievale europea nel convegno “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”. E poi visite guidate gratuite al monastero nascosto: gli archeologi svelano la millenaria storia di S. Silvestro di Nonantola

L’abbazia di San Silvestro a Nonantola, in provincia di Modena

Sant’Anselmo, fondatore dell’abbazia di Nonantola, scolpito sul portale, opera dei seguaci di Wiligelmo

Costruzione dell’ababzia di Nonantola (disegno Saame)

Il duca Anselmo costruì la chiesa dei Santi Apostoli nel 752, dando vita al monastero benedettino, avamposto longobardo sulle direttrici tra Bologna, Piacenza e Verona. Ma è con l’arrivo all’abbazia, solo pochi anni dopo, delle spoglie di San Silvestro che il monastero crebbe in potenza. Attorno sorse il paese, direttamente alle dipendenze dell’abate che grazie alle donazioni di Carlo Magno divenne un vero e proprio signore feudatario. Quel paese si chiama Nonantola,  in provincia di Modena, ancora oggi famoso per uno dei più celebri complessi benedettini dell’Europa medievale, al pari delle potenti abbazie di Cluny e Canterbury. Nell’abbazia di Nonantola soggiornò l’imperatore Lotario I. Qui un altro imperatore, Carlo il Grosso, incontrò papa Martino. Mentre papa Adriano III, morto nelle vicinanze mentre era in viaggio per Worms, qui venne sepolto. Oggi Nonantola è un caso esemplare nel quadro della ricerca storico-archeologica della nostra penisola. Dal 2001 Nonantola è infatti al centro di un importante progetto di ricerca archeologica diretto da  Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia grazie al quale è stato possibile indagare il complesso abbaziale di S. Silvestro di cui, fino ad oggi, si aveva notizie soltanto grazie alla documentazione archivistica, e il borgo che vi si è sviluppato intorno e sull’intero territorio di riferimento. L’università Ca’ Foscari di Venezia, sotto la direzione scientifica di Gelichi, ha realizzato un progetto di ricerca di notevole rilievo scientifico che ha portato alla realizzazione di otto anni di campagne di scavo con gli studenti dell’Università, il tutto in stretta collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. I dati emersi dagli scavi hanno dato vita a una collana di pubblicazioni, a numerose visite guidate e conferenze, all’allestimento di mostre temporanee, alla riorganizzazione della sezione medievale del museo civico di Nonantola e alla realizzazione dell’aula didattica “Magazzini di Storia”, ampiamente utilizzata per svolgere laboratori storico-archeologici con le scuole.

Il complesso abbaziale benedettino di Nonantola

La locandina del convegno internazionale “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”

Sabato 14 aprile 2018, dalle 9.30, Nonantola ospita un importante convegno internazionale, “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”, a cura di Sauro Gelichi e Richard Hodges, che concentrerà l’attenzione sui più recenti e innovativi studi relativi all’archeologia monastica altomedievale. Il convegno internazionale di studi è promosso da Comune di Nonantola, università Ca’ Foscari e museo di Nonantola, in collaborazione con soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, ArcheoNonantola e Abbazia di Nonantola, e con il sostegno di IBC Regione Emilia-Romagna (L. R. 18/2000) legato al progetto “Longobardi al confine”. Il convegno, importante momento di confronto e di approfondimento con i maggiori specialisti dell’archeologia medievale europea, sarà l’occasione per presentare il volume “Nonantola 6. Monaci e contadini. Abati e re. Il monastero di Nonantola attraverso l’archeologia (2002-2009)”, a cura di Sauro Gelichi, Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. La sesta pubblicazione della collana archeologica su Nonantola illustrerà i risultati delle campagne estive di scavi svolti dell’università dal 2002 al 2009 nel giardino dell’abbazia di San Silvestro in regime di concessione ministeriale, con la collaborazione e il sostegno della Soprintendenza prima Archeologica, poi Archeologia, belle arti, paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara (SABAP-BO). Il convegno e la presentazione del volume rappresentano la fase conclusiva di un progetto di ricerca esemplare che ha prodotto sei pubblicazioni scientifiche, mostre, visite guidate e nuovi percorsi archeologici all’interno del Museo di Nonantola  e del borgo.

Visite guidate con gli archeologi all’abbazia di Nonantola

E il giorno successivo, domenica 15 aprile, alle 16 e 17, visite guidate gratuite “Il monastero nascosto. Gli archeologi svelano la millenaria storia di S. Silvestro di Nonantola” con ritrovo davanti all’ingresso del giardino abbaziale in via Marconi 1. Gli archeologi Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi illustreranno le nuove scoperte emerse dagli scavi archeologici nel giardino abbaziale, la mostra permanente esposta nell’aula didattica Magazzini di Storia e il terzo piano del museo di Nonantola. Gradita la prenotazione al numero 059896656 oppure all’indirizzo museo@comune.nonantola.mo.it

Scavi archeologici in via Oppio a Nonantola

Alessandra Cianciosi dell’università di Venezia

Il prof. Sauro Gelichi dell’università di Venezia

Intenso il programma del convegno internazionale di studi “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche” di sabato 14 aprile 2018, al teatro Troisi, in viale delle Rimembranze 8, a Nonantola (Modena). Si inizia alle 9.30 con i saluti di Stefania Grenzi, assessore alla Cultura del Comune di Nonantola; 10, introduzione di Sauro Gelichi, università Ca’ Foscari di Venezia; 10.30, Gabor Thomas, university of Reading: “Monasteries and Places of Power in Anglo-Saxon England: Connections, Relationships and Interactions”; 11, Thomas Kind, university of Frankfurt: “Fulda – archaeological evidences from a Carolingian monastic town in solitudine Buchonia”; 12, Alfons Zettler, Historisches Institut, Dortmund: “Reichenau: the archaeology of a Continental monastery island”; 12.30, John Mitchell, già university of East Anglia: “The idea of the early medieval monastery: the example of San Vincenzo al Volturno”. Nel pomeriggio, alle 15, Fabio Saggioro e Maria Bosco dell’università di Verona, e Andrea Breda della soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia: “Ricerche archeologiche sul monastero di San Benedetto di Leno (secoli VII-XI)”; 16, saluti di Federica Nannetti, sindaco del Comune di Nonantola; di Valeria Cicala dell’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali dell’Emilia-Romagna; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; don Alberto Zironi, priore del Capitolo Abbaziale; Loris Sighinolfi, presidente di ArcheoNonantola; 16.30, Sauro Gelichi, Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi, università Ca’ Foscari di Venezia, presentano il volume “Nonantola 6. Monaci e contadini. Abati e re. Il monastero di Nonantola attraverso l’archeologia (2002-2009)”; 17.30, conclusioni di Richard Hodges, American University of Rome.

Gli studenti universitari impegnati negli scavi archeologici in piazza Liberazione a Nonantola

Copertina del libro, “Nonantola 5. Una comunità all’ombra dell’abate. I risultati degli scavi archeologici di piazza Liberazione”

Recentemente a Nonantola è stato presentato un altro libro, “Nonantola 5. Una comunità all’ombra dell’abate. I risultati degli scavi archeologici di piazza Liberazione”, a cura di Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. Nel giugno 2015 l’amministrazione comunale, all’interno di un progetto di riqualificazione urbana cofinanziato dalla Regione Emilia-Romagna che ha interessato il centro storico di Nonantola, aveva avviato i lavori di rifacimento di piazza Liberazione, già oggetto nel 2004 di sondaggi archeologici da parte dell’università da cui erano emersi la chiesa di San Lorenzo e un cimitero. Per questa ragione è stato realizzato un nuovo progetto di ricerca grazie al quale, nei mesi di luglio e agosto 2015,  gli studenti di archeologia medievale dell’ateneo veneziano si sono potuti cimentare nello scavo stratigrafico della piazza, sotto la direzione scientifica della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Questi scavi hanno portato in luce per intero l’area pertinente la chiesa di San Lorenzo (XI-XIV secolo), alcune sepolture collocate dietro le absidi e ampie porzioni di pavimentazione della piazza trecentesca in mattoni e ciottoli. Proprio lo scavo di Piazza Liberazione è il protagonista del volume curato da Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. Lo scavo di piazza Liberazione ha reso possibile un progetto di riallestimento della sezione medievale del museo di Nonantola, in collaborazione con l’università Ca’ Foscari e la soprintendenza Archeologia, che prevede l’esposizione dei reperti rinvenuti in piazza, i plastici delle tre fasi principali dello scavo, un touch-screen che presenta tutti gli scavi eseguiti negli anni nel centro storico di Nonantola e, nell’ottica di museo diffuso, una cartellonistica archeologica collocata nei luoghi in cui sono stati effettuati sondaggi di scavo nel borgo (Nonantola Sotto-Sopra).