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A Cerveteri rivive la Città dei Morti: nel decennale dell’iscrizione all’Unesco della Banditaccia, un progetto da 2,3 milioni di euro per la valorizzazione della grande necropoli etrusca

Veduta aerea dei tumuli della necropoli etrusca della Banditaccia a Cerveteri

Veduta aerea dei tumuli della necropoli etrusca della Banditaccia a Cerveteri

Il famoso Sarcofago degli Sposi scoperto nella necropoli della Banditaccia

Il famoso Sarcofago degli Sposi scoperto nella necropoli della Banditaccia

 

Il 4 luglio 2004 la necropoli etrusca della Banditaccia a Cerveteri – cittadina alle porte di Roma – entrava a far parte della lista del Patrimonio dell’Umanità. Esattamente dieci anni dopo, nel ricordare e rinnovare il prestigioso riconoscimento dell’Unesco, Cerveteri non solo inaugura il “visitor centre”, per offrire alle migliaia di ospiti un migliore servizio di accoglienza, ma Regione, Comune e soprintendenza dell’Etruria meridionale lanciano la sfida del nuovo millennio: far diventare la Banditaccia un sito da grandi flussi turistici, “magari richiamando anche quelli delle crociere che attraccano a pochi chilometri da qui”. Ma soprattutto ridare lustro a quella Città dei morti di Cerveteri, in parte ancora avvolta dal mistero, che negli anni ha restituito capolavori come la Tomba dei rilievi o il Sarcofago degli sposi, e culla della civiltà etrusca con più di 400 tombe solo nei 10 ettari della parte recintata (se ne stimano altre 20mila al di fuori) tutte databili tra il IX e il III secolo a.C. “Pochi lo sanno ma questo è il sito archeologico più esteso al mondo, persino più della Valle dei Re in Egitto», ricorda con entusiasmo Lorenzo Croci, assessore al Turismo e allo Sviluppo sostenibile. “Oggi abbiamo 65mila visitatori l’anno – spiega – Vogliamo diventino almeno il doppio e che questo sito sia conosciuto quanto meriti”.

La Tomba dei Rilievi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

La Tomba dei Rilievi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

La Tomba dei Capitelli nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

La Tomba dei Capitelli nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

Eternamente in lotta contro il tempo e la natura, ripetutamente ferita dai tombaroli che hanno alimentato anche le teche dei più grandi musei (l’ultimo furto poche settimane fa ai danni di una sfinge alata), la Banditaccia in realtà è stata “scavata” sistematicamente appena un secolo fa, prima da Raniero Mengarelli, poi, nel dopoguerra da Mario Moretti. Oggi è il maggior esempio al mondo di architettura funeraria etrusca, con oltre sei secoli di utilizzo, un libro aperto sulla civiltà etrusca, dalle tipiche sepolture a tumulo, le più antiche, a quelle “a dado”, riflesso di una società urbana divenuta nel tempo più egalitaria. Un grande museo a cielo aperto scolpito nel tufo, dove perdersi tra i fregi della Tomba dei capitelli o i troni della Tomba delle cornici, per rimanere a bocca aperta davanti a quell’unicum di colori e oggetti nella Tomba dei rilievi, dove il cane Cerbero dopo più di duemila anni è ancora lì, a guardia dei resti della famiglia Matuna. “Là sotto”, assicurano gli archeologi, “ci sarebbe ancora tanto da scoprire, ma la difficoltà maggiore non è scavare, quanto tutelare, proteggere, valorizzare.

Oggi 65mila visitatori ogni anno ammirano le ricche tombe a tumulo della città etrusca di Cerveteri

Oggi 65mila visitatori ogni anno ammirano le ricche tombe a tumulo della città etrusca di Cerveteri

Ma per studiare, tutelare e valorizzare un sito così ricco e così esteso come la necropoli della Banditaccia servono soldi, tanti soldi. E stavolta sembra proprio che i soldi ci siano.  Proprio nel decennale dell’entrata della Banditaccia nella World Heritage List dell’Unesco, parte il nuovo ambizioso progetto, realizzato in sinergia tra Regione, Comune e Sovrintendenza dell’Etruria meridionale, del valore di circa due milioni e 300 mila euro, dei quali un milione e mezzo dalla Comunità Europea con i Fondi Por. “Entro un anno e mezzo e senza chiusure dell’area archeologica”, spiega Croci, “doterà il sito di tutti quei servizi standard di cui necessita”. E di cui si sentiva la mancanza o la carenza. “Era dagli anni Trenta”, interviene Rita Consentino, direttore della necropoli, “che qui non si facevano lavori. L’ultimo fu la costruzione della strada per far arrivare Mussolini”.

Il cantiere è già avviato per offrire i migliori servizi ai visitatori della Banditaccia

Il cantiere è già avviato per offrire i migliori servizi ai visitatori della Banditaccia

La tomba dei Leoni dipinti alla Banditaccia di Cerveteri

La tomba dei Leoni dipinti alla Banditaccia di Cerveteri

I lavori, già avviati, da un lato pensano alla Storia e all’offerta, con il restauro di alcuni tumuli e il potenziamento dei servizi multimediali che regalano l’emozione di rivivere le tombe come erano al tempo, tra sarcofagi, monili e corredi ceramici. E poi con l’apertura eccezionale a tempo di alcuni tumuli, normalmente chiusi al pubblico. Come la Tomba dei Leoni dipinti, chiamata così per quella sfilata di leoni disegnati sul muro in rosso, nero e giallo, apparsi in tutta la loro bellezza ai primi archeologi e poi svaniti per sempre a contatto con aria e luce. Ma si pensa anche ai servizi, per rendere più “accogliente” la Banditaccia. Ecco allora il nuovo “visitor centre”. E poi la riapertura dei cammini pedonali tra l’antica Caere e i suoi porti e percorsi che abbattano le barriere architettoniche; un’illuminazione che renderà la necropoli visibile anche di notte; il potenziamento del servizio di videosorveglianza, con 80 nuove telecamere; e il ripristino del vecchio sentiero Lawrence, quello dove amava passeggiare lo scrittore inglese e che in poche centinaia di metri tornerà a collegare il centro della città con la necropoli.

 

“Storie dalla città sepolta. Marzabotto 1889”: quattro attori in costume d’epoca rievocano i protagonisti dei primi scavi ottocenteschi e la storia del più integro sito d’epoca etrusca

Dal museo nazionale Etrusco di Marzabotto parte lo spettacolo itinerante "Marzabotto 1889"

Dal museo nazionale Etrusco di Marzabotto parte lo spettacolo itinerante “Marzabotto 1889”

La locandina dello spettacolo "Storie dalla città sepolta. Marzabotto 1889"

La locandina dello spettacolo “Storie dalla città sepolta. Marzabotto 1889”

“Benvenuti a voi illustrissimi giunti in visita a questo sito che è il più importante dell’antica Etruria a Nord degli Appennini. Oggi, 29 Settembre 1889, avrete il privilegio di visitare gli scavi condotti in quest’ultimo anno dal professor Edoardo Brizio. Intanto mi presento: il mio nome è Cesare Ruga e sono il reggitore del museo che ha sede qui, presso la villa del Conte Pompeo Aria”. Comincia così, nel tardo pomeriggio di 125 anni dopo, il viaggio nel tempo che il museo nazionale Etrusco di Marzabotto (via Porrettana Sud 13, Marzabotto; info 051.932353) propone al pubblico sabato 5 luglio a partire dalle 17.30. Quattro attori in costume d’epoca rievocano i protagonisti dei primi scavi ottocenteschi e la storia del più integro sito d’epoca etrusca, guidando il pubblico in uno spettacolo itinerante tra acropoli e necropoli orientale, preceduto da una visita guidata al museo. “Storie dalla città sepolta. Marzabotto 1889” è appunto lo spettacolo itinerante messo in scena dagli attori delle Cantine Teatrali Babele, Giulio Tamburini, Massimo Don, Deborah Scarpetta e Piergiorgio Iacobelli, per illustrare i luoghi più suggestivi di questo straordinario sito archeologico. Sotto la regia di Davide Giovanninie con la consulenza scientifica del direttore del museo Paola Desantis, gli attori trasformano i documenti d’epoca in racconto, rievocando la storia del più integro sito etrusco che la ricerca archeologica ci abbia mai restituito. L’iniziativa è promossa dal Gruppo Archeologico Bolognese e dalla compagnia Cantine Teatrali Babele, in collaborazione con la soprintendenza per i Beni archeologici dell’Emilia-Romagna, museo Nnzionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, direttore Paola Desantis.

La cronologia degli scavi nel sito etrusco di Marzabotto ora ripercorsa dallo spettacolo itinerante

La cronologia degli scavi nel sito etrusco di Marzabotto ora ripercorsa dallo spettacolo itinerante

Siamo nell’autunno del 1889. Da pochi giorni è finita la campagna di scavo sul Pian di Misano, la prima condotta dal direttore delle Antichità, professor Edoardo Brizio. Cesare Ruga, reggitore del museo, apre il sito al pubblico per condurlo a una visita speciale, in cui il racconto dei lavori appena conclusi si intreccia con la storia eccezionale del risveglio della città etrusca, ripercorrendo le emozioni delle prime scoperte e il ricordo dei pionieri dell’archeologia bolognese di fine ‘800. Con lui dialogano l’architetto-topografo Vittorio Levi, la contessa Aria e lo scavatore Ermete Zanetti che ricordano al pubblico non solo gli scavi ma anche il congresso internazionale di Archeologia del 5 ottobre 1871, di come i suoi membri giunsero in treno da Bologna e furono ospitati dai conti Aria, e di Sua Altezza Reale, il principe Umberto, confuso tra la folla.

L'area degli scavi del sito etrusco di Marzabotto interessata dallo spettacolo "Marzabotto 1889"

L’area degli scavi del sito etrusco di Marzabotto interessata dallo spettacolo “Marzabotto 1889”

Gli attori della compagnia Cantine Teatrali Babele: Giulio Tamburini, Massimo Don, Deborah Scarpetta e Piergiorgio Iacobelli

Gli attori della compagnia Cantine Teatrali Babele: Giulio Tamburini, Massimo Don, Deborah Scarpetta e Piergiorgio Iacobelli

Lo spettacolo si apre alle 17.30 con una visita guidata al museo condotta da Paola Desantis, incentrata in particolare sui materiali rinvenuti negli scavi ottocenteschi. Verso le 18.30, un accompagnatore porterà i visitatori all’incontro con Cesare Ruga, primo reggitore del museo Etrusco di Marzabotto, che guiderà i presenti in una visita all’area archeologica. Nel corso della visita il pubblico incontrerà altri tre protagonisti di quei primi scavi che narreranno le proprie esperienze di quegli anni lontani. Tornati al museo (verso le ore 20) la lettura di alcuni documenti originali e la proiezione di immagini del tempo renderà ancora più toccante la ricostruzione messa in scena con lo spettacolo. Si consiglia un abbigliamento comodo e di dotarsi di una torcia elettrica; è gradita la prenotazione per lo spettacolo 051932353. Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto è aperto dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18.30, l’area archeologica dalle 8 alle 19. Ingresso 3 euro.

 

Eccezionale scoperta a Vulci: nella necropoli etrusca dell’Osteria trovata la tomba intatta del “piccolo principe”, un bambino di 2500 anni fa con ricco corredo

La famosa tomba etrusca "della sfinge" alla necropoli dell'Osteria di Vulci

La famosa tomba etrusca “della sfinge” alla necropoli dell’Osteria di Vulci

La valorizzazione del parco archeologico e naturalistico di Vulci sembra essere nata sotto una buon stella. A Vulci, nella necropoli etrusca dell’Osteria, scoperta la tomba intatta di un bambino di 2500 anni fa già ribattezzata “del piccolo principe” per le probabili connessioni familiari con la vicina e molto famosa tomba principesca “della sfinge”. Grazie ai lavori del Por (Progetto operativo regionale) Comune, Regione Lazio e Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria Meridionale stanno infatti portando avanti lo studio e la valorizzazione della necropoli dell’Osteria con l’obiettivo preciso di rilanciare il parco archeologico e naturalistico di Vulci. Così se un anno fa gli archeologi esultarono per l’eccezionale scoperta della “tomba delle mani d’argento” (ricordate? Ne abbiamo parlato nel post di archeologiavocidalpassato del 14 maggio 2014. Per intenderci è quella in mostra in questi giorni al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma, e da luglio “tornerà a casa” impreziosendo le sale espositive del museo al Castello della Badia di Vulci), ora si applaude per un’altra tomba etrusca scoperta nella necropoli dell’Osteria, quella di un bambino, che fin da subito ha dato l’idea dell’eccezionalità.

Gli archeologi esaminano la toma del bambino alla necropoli dell'Osteria a Vulci

Gli archeologi esaminano la toma del bambino alla necropoli dell’Osteria a Vulci

Quindi ancora una volta a Vulci torna protagonista la necropoli etrusca dell’Osteria, a un tiro di schioppo dal Castello della Badia di Vulci dove sono raccolte importanti testimonianze della città etrusca di Vulci: dal IX secolo a.C. all’età romana la necropoli è stata utilizzata per sepolture di famiglie aristocratiche, e dal ‘700 è stata oggetto di interventi di scavo non sempre condotti con quelli che oggi sono considerati criteri scientifici irrinunciabili, ma la stessa necropoli – proprio per la sua ricchezza – ha subito nei secoli anche violazioni e saccheggi. Qui, nella primavera del 2013, è stata scoperta la “tomba delle mani d’argento” che fa parte di un gruppo di sepolture aristocratiche come la “tomba della sfinge”, nota per aver restituito esempi di scultura funeraria e la “tomba dei soffitti intagliati”.

Lo scavo della tomba etrusca di un bambino detta "del piccolo principe" a Vulci

Lo scavo della tomba etrusca di un bambino detta “del piccolo principe” a Vulci

Gli archeologi stavano proprio intervenendo a salvaguardia della famosa tomba principesca “della sfinge”, con la sistemazione di una tettoia di copertura, quando una nuova scoperta li ha colti di sorpresa: una sepoltura a camera, trovata così come è stata sigillata dagli antichi etruschi, e contenente un ricco corredo in buono stato di conservazione datato al 520 a.C., che comprende anche un servizio da mensa e da vino, riferibile al rito del banchetto funerario. Adiacente alla tomba “della sfinge” è stato trovato un piccolo dromos con un vestibolo, su cui si prospettano due camere, una delle quali contenente oggetti che fanno parte di un corredo appartenente a un giovane morto probabilmente all’età di 10 anni. All’interno della camera gli studiosi hanno rinvenuto il corredo del defunto: oggetti di bucchero e di impasto, una piccola ascia, una lancia e un coltello in ferro, più una serie di oggetti in bronzo tra cui due coppe in ceramica di pregiata fattura con decorazioni dipinte. Tra le immagini raffigurate, con molta probabilità, anche una piccola sfinge. Gli studiosi ritengono che quest’ultimo ritrovamento abbia vincoli di parentela con la tomba principesca vista la stretta vicinanza al singolare dromos lungo 27 metri.

Nella tomba "del piccolo principe" a Vulci trovato anche un ricco corredo

Nella tomba “del piccolo principe” a Vulci trovato anche un ricco corredo

A far pensare che si tratti della sepoltura di un bambino è stato il rinvenimento di ossa di piccole dimensioni. “Potrebbe trattarsi di una persona di dieci anni”, dice la soprintendenteAlfonsina Russo Tagliente, “ma aspettiamo l’esito delle analisi antropologiche per confermare il sesso e l’età”. “Poi, sul pavimento, abbiamo rinvenuto dei fori che seguono una forma rettangolare al centro della cella”, continua la soprintendente. “È suggestivo pensare che lì fosse collocato un letto funebre, ma mancano gli altri resti organici”. In ogni caso, per adesso la sepoltura è stata soprannominata “del piccolo principe”, anche perché, data la vicinanza con la tomba della Sfinge, si ipotizza che possa appartenere a un membro della famiglia principesca. Inoltre “sul vestibolo rettangolare nella cui parete di fondo si aprono due celle”, continua Russo Tagliente, “dove erano posti numerosi oggetti tra cui un’ascia, una lancia, un coltello, alcuni oggetti in bronzo e in ceramica, e anche una piccola sfinge”.

Lo scavo della tomba "del piccolo principe" rientra nel progetto del parco archeologico di Vulci

Lo scavo della tomba “del piccolo principe” rientra nel progetto del parco archeologico di Vulci

“L’antica necropoli dell’Osteria”, insiste Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro, “è un luogo straordinario ed è sicuramente un grande attrattore culturale turistico che insieme al resto del parco di Vulci rende il nostro territorio ancor più prestigioso. Grazie ai lavori finanziati dalla Regione Lazio, con la collaborazione del ministero dei Beni culturali, e grazie alla stretta partecipazione della soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale – conclude-, stiamo completando l’area della necropoli realizzando un percorso turistico accessibile, anche ai disabili”.

 

Le mani d’argento del principe etrusco scoperte nella tomba di Vulci sono tornate a brillare nella mostra a Villa Giulia di Roma

La mostra “Principi immortali. Fasti dell'aristocrazia etrusca a Vulci” al museo Etrusco di Villa Giulia a Roma

La mostra “Principi immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

È passato solo un anno dalla scoperta della monumentale tomba etrusca “delle mani d’argento” alla necropoli dell’Osteria di Vulci, alle porte di Montalto di Castro, e il suo prezioso corredo, databile intorno al 640-620 a.C., è già fruibile al grande pubblico nella mostra “Principi immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci”, aperta fino al 29 giugno al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. La mostra, curata da Simona Carosi e Patrizia Petitti, presenta per la prima volta l’eccezionale ritrovamento venuto alla luce in occasione di uno scavo condotto nell’ambito di un intervento di valorizzazione avviato grazie a un finanziamento europeo concesso dalla Regione Lazio, nella necropoli dell’Osteria a Vulci.

La necropoli etrusca dell'Osteria a Vulci, utilizzata dal IX sec. a.C. all'epoca romana

La necropoli etrusca dell’Osteria a Vulci, utilizzata dal IX sec. a.C. all’epoca romana

La necropoli etrusca dell’Osteria è a un tiro di schioppo dal Castello della Badia di Vulci dove sono raccolte importanti testimonianze della città etrusca di Vulci: dal IX secolo a.C. all’età romana la necropoli è stata utilizzata per sepolture di famiglie aristocratiche, e dal ‘700 è stata oggetto di interventi di scavo non sempre condotti con quelli che oggi sono considerati criteri scientifici irrinunciabili, ma la stessa necropoli – proprio per la sua ricchezza – ha subito nei secoli anche violazioni e saccheggi. Qui, nella primavera del 2013, è stata scoperta la “tomba delle mani d’argento” che fa parte di un gruppo di sepolture aristocratiche come la “tomba della sfinge”, nota per aver restituito esempi di scultura funeraria e la “tomba dei soffitti intagliati”.

Le mani in lamina d'argento con foglia d'ora sulle unghie di tre dita: appartenevano a uno sphyrelaton

Le mani in lamina d’argento con foglia d’ora sulle unghie di tre dita: appartenevano a uno sphyrelaton

Un morso di cavallo trovato nella tomba "delle mani d'argento" a Vulci

Un morso di cavallo trovato nella tomba “delle mani d’argento” a Vulci

Una preziosa fibula scoperta nella tomba "delle mani d'argento" a Vulci

Una preziosa fibula scoperta nella tomba “delle mani d’argento” a Vulci

Anche la “tomba delle mani d’argento” non è sfuggita in antico alle avide mani dei tombaroli. Ma la sua eccezionalità rimane. È una tomba monumentale, appartenuta a personaggi di rango principesco, articolata in un lungo corridoio di accesso (il cosiddetto “dromos”) che immetteva in un atrio a cielo aperto sul quale si aprivano tre camere funerarie che contenevano i resti di almeno tre individui. Lo scavo ha restituito ceramiche locali e d’importazione, buccheri e set da vino, frammenti di lamine di bronzo, elementi in ferro appartenuti a un piccolo carro, un paio di morsi di cavallo in bronzo decorati a giorno con teorie di cavalli e uccelli, e le rare e fragilissime “mani d’argento”, che hanno dato il nome alla tomba, realizzate con una lamina in una lega di argento e rame lavorata a sbalzo, con una leggera foglia d’oro applicata sulle unghie di tre dita.  Le due mani dovevano appartenere a una statua (uno sphyrelaton, statua funeraria in più materiali) di due metri, un simulacro quindi del defunto, fatto di legno, stoffa, mani d’argento, collo in osso, ricoperto da una veste decorata con placchette in oro e da un mantello di lana finissima illuminato da minuscoli bottoncini dorati. Un’immagine di forte valore simbolico, una specie di rappresentazione del defunto tesa a “sostituire la fisicità dissolta e a mimare la vita passata reale e quella futura nell’Aldilà”, precisa la soprintendente dell’Etruria meridionale Alfonsina Russo Tagliente. Queste statue infatti accompagnavano nel rituale funerario gli esponenti di alto rango della società vulcente con l’intento di compensarne simbolicamente la perdita della corporeità e farli assurgere, sublimandone la morte, ad una dimensione ormai eroica ed immortale. Vulci e il suo territorio hanno restituito nel tempo altri esempi di statue: quelli di Marsiliana d’Albegna, assieme a quelli della “tomba del carro di bronzo”di Vulci in esposizione permanente al museo Etrusco di Villa Giulia, provengono da contesti ricostruibili e si datano tra gli inizi ed il secondo quarto del VII secolo a.C.

Lo scarabeo-sigillo con il cartiglio in faience con il cartiglio del faraone Bocchoris (XXIV dinastia)

Lo scarabeo-sigillo con il cartiglio in faience con il cartiglio del faraone Bocchoris (XXIV dinastia)

Nell’esposizione sono presenti altri elementi legati alla statua, in particolare numerosi oggetti di ornamento posti a decorare  le vesti funebri cerimoniali. Indicano l’altissimo rango dei defunti anche alcuni finimenti di cavallo e resti di un carro. Le scoperte più importanti sono avvenute nell’ambiente principale della “tomba delle mani d’argento”. Qui sono stati trovati oggetti preziosi, ornamenti in oro e argento, fibule, anelli, ganci, collane in oro, pasta vitrea, faïence. E quasi duemila bottoncini in bronzo rivestiti in oro che dovevano ornare il mantello della defunta. Su una fibula è stato rinvenuto il frammento di un tessuto di lana, una vera novità. La presenza di ambra del Baltico fa pensare a rapporti con il lontano Nord, mentre dall’Egitto viene sicuramente il piccolo scarabeo-sigillo egizio, simbolo della rinascita del dio Sole,  in faïence, rinvenuto in una zona vicina riservata al rituale funerario, che riporta il cartiglio regale col prenome del faraone Bocchoris, sovrano della XXIV dinastia, che regnò per soli sei anni alla fine dell’VIII sec. a.C.

Le due mani d'argento trovate nella tomba di Vulci in mostra a Villa Giulia a Roma

Le due mani d’argento trovate nella tomba di Vulci in mostra a Villa Giulia a Roma

Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro; Francesco Barracciu, sottosegretario; Alfonsina Russo Tagliente, soprintendente

Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro; Francesca Barracciu, sottosegretario; Alfonsina Russo Tagliente, soprintendente dell’Etruria Meridionale

La mostra, allestita al piano nobile di Villa Giulia, nelle sale dei Sette Colli e delle Quattro Stagioni, raccoglie 80 reperti, tutti analizzati e restaurati, e ricostruisce la struttura originaria della tomba, con il corridoio di accesso (dromos) e le tre camere funerarie piene di monili, ceramiche e resti di un carro. “Sono state ricostruite le camere sepolcrali con gli oggetti rinvenuti nel terreno così come si trovavano”, spiegano le curatrici. Gli oggetti preziosi sono esposti nelle bacheche. Accanto pannelli bilingue raccontano la storia del sito e del ritrovamento. Una grande mappa illustra le vie dei commerci nel Mediterraneo. In una sala didattica è possibile sperimentare anche la tessitura a telaio. “A questa mostra”, commenta il sottosegretario del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, Francesca Barracciu, “va un doppio plauso, perché presenta una scoperta a tempo di record in un paese in cui spesso i depositi dei musei sono stracolmi di materiali che attendono solo di essere mostrati, e per la felice collaborazione tra ministero, enti locali e soprintendenze. È poi ora di smetterla – aggiunge – con queste ‘guerre di religione’ contro i privati e, anzi, si deve promuovere il mecenatismo in percorsi virtuosi che nulla hanno a che fare con la mercificazione della cultura. Su questo asset dobbiamo puntare per scalare nuovamente la classifica dei paesi più visitati al mondo”. Intanto gli studi attorno alla “tomba delle mani d’argento” continuano per stabilire un inquadramento scientifico completo. Gli archeobotanici – ad esempio – hanno scoperto quali erano nel rituale funebre i tipi di legno e le offerte utilizzati per la cremazione (che convive nella tomba anche col rito dell’inumazione). Cipresso, quercia, leccio e poi uva, fave, orzo, frumento, canapa, ma anche fiori appariscenti come narcisi, astri, margherite, papaveri.

Il Castello della Badia di Vulci a Montalto di Castro, che ospita il museo etrusco

Il Castello della Badia di Vulci a Montalto di Castro, che ospita il museo etrusco

La mostra consente al pubblico di compiere un viaggio nel tempo tra i misteri dei principi etruschi; un viaggio affascinante che potrà proseguire visitando il parco archeologico-naturalistico di Vulci e i luoghi incontaminati dell’antica città etrusca, dove il connubio tra natura e cultura è ancora in grado di comunicare emozioni indimenticabili. La mostra è proprio un invito a visitare il parco archeologico naturalistico di Vulci e il museo della Badia dove la mostra sarà esposta in autunno. In occasione del semestre di presidenza italiano, per promuovere l’affascinante civiltà etrusca è prevista poi una trasferta a Bruxelles, importante palcoscenico internazionale.

 

 

“Seduzione etrusca”: a Cortona i tesori del British Museum. In mostra 40 capolavori in prestito da Londra per la prima volta

A Palazzo Casali di Cortona è aperta la mostra "Seduzione etrusca" fino al 31 luglio

A Palazzo Casali di Cortona è aperta la mostra “Seduzione etrusca” fino al 31 luglio

La passione per l’antico e per gli Etruschi nel mondo anglosassone e la moda del Grand Tour; un giovane rampollo dell’aristocrazia inglese Lord Thomas Coke, appassionato di Tito Livio, costruttore di Holkham Hall e dal 1744 primo conte di Leicester; il manoscritto Dempster scritto in latino quasi un secolo prima e rinvenuto fortuitamente presso un antiquario fiorentino nel 1719; la corte dei Medici impegnata a rinnovare il mito delle sue origini; le prime campagne di scavo e l’eco delle grandi scoperte etrusche; un’impresa editoriale durata sette anni e la figura di Filippo Buonarroti, erudito, archeologo dilettante, collezionista e ministro ducale: nasce in questo clima effervescente l’etruscologia, lo studio e la moda per gli Etruschi che infiamma l’Europa a partire dal XVIII secolo; con i loro misteri, la loro arte, i tesori ancora nascosti nelle viscere della terra, nel cuore dell’Italia. A Cortona, fino al 31 luglio, a Palazzo Casali, sede del Maec, la mostra-evento “Seduzione etrusca. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum” ricostruisce proprio la nascita dell’etruscologia moderna nel XVIII secolo e la passione degli anglosassoni e dell’Europa per gli Etruschi attraverso dipinti, disegni, reperti archeologici, documenti e oggetti: prestiti eccezionali per la prima volta in Italia dal British Museum e dalla residenza di Holkham Hall e i più noti capolavori etruschi accostati ai disegni originali del “De Etruria Regali”.

Uno dei disegni originali del "De Etruria Regali" ritrovato in un corridoio d'attico di Holkham Hall

Uno dei disegni originali del “De Etruria Regali” ritrovato in un corridoio d’attico di Holkham Hall

La miccia che farà esplodere la “passione per gli Etruschi” – come racconta la mostra cortonese nel suo percorso espositivo – è la pubblicazione a Firenze, finanziata proprio da Lord Coke, del “De Etruria Regali libri VII” di Thomas Dempster. Siamo nel 1726 e sarà il primo libro a stampa completato da un corredo iconografico delle principali opere etrusche in Italia. A Cortona, l’anno successivo la pubblicazione del “De Etruria Regali” nasce, sull’onda dell’interesse esploso, la prima Accademia di studi etruschi in Europa – l’Accademia Etrusca di Cortona – alla quale si iscriveranno i maggiori intellettuali del tempo, da Montesquieu a Voltaire, e moltissimi inglesi. Quasi 300 anni più tardi, il ritrovamento dei disegni originali e delle lastre di rame incise per il volume – in un corridoio d’attico di Holkham Hall, straordinaria residenza fatta erigere in Norfolk dal conte di Leicester – e la recentissima scoperta di nuovi documenti sulla pubblicazione del “De Etruria”, hanno fornito l’occasione di questa mostra storica e forse irripetibile. Un’esposizione che a Cortona – e la scelta, si capisce, non è stata casuale – rievoca quel clima, ripercorre e svela l’avventura di un uomo e la sua passione, descrive i legami tra il mondo anglosassone e l’Italia tra Sette e Ottocento, indaga la seduzione degli Etruschi in Gran Bretagna e il gusto all’etrusca, mostra per la prima volta al pubblico alcuni “capolavori simbolo” di quell’antico popolo. E a Cortona, una politica attenta di scavi, ricerche, restauri e musealizzazione, perseguita con tenacia negli ultimi vent’anni, ha portato oggi ad avere un sistema archeologico a ciclo completo – Parco, gabinetto di restauro, Museo – assolutamente all’avanguardia.

Il suggestivo allestimento della mostra "Seduzione etrusca" a Cortona

Il suggestivo allestimento della mostra “Seduzione etrusca” a Cortona

E veniamo alla mostra. “Seduzione etrusca”, curata da Paolo Bruschetti, Bruno Gialluca, Paolo Giulierini, Suzanne Reynolds e Judith Swaddling, è promossa dal museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (Maec), dal British Museum e da Holkham Hall, con il sostegno della Regione Toscana e la collaborazione di tanti musei italiani che hanno prestato opere uniche e, in particolare, della soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. La mostra è accompagnata da un catalogo di grande respiro (edito da Skira), che costituirà una pietra miliare negli studi in questo campo per i tanti documenti inediti proposti. A Palazzo Casali di Cortona sono esposte 150 opere che rievocano la passione per gli Etruschi, descrivono i legami tra il mondo anglosassone e l’Italia tra Sette e Ottocento, indagano la seduzione degli Etruschi in Gran Bretagna e il gusto all’etrusca, presentando per la prima volta al pubblico alcuni capolavori simbolo di quell’antico popolo: come l’Arringatore e il Putto Graziani e le meraviglie etrusche confluite nelle raccolte del British Museum di Londra in tre secoli di collezionismo, contese e acquisizioni. È un nucleo di oltre 40 opere prestate dal grande museo londinese per la prima volta al mondo, in questa eccezionale occasione.

Gorgone da Chiusi (VI secolo a.C.) oggi al British Museum: in prestito a Cortona

Gorgone da Chiusi (VI secolo a.C.) oggi al British Museum: in prestito a Cortona

“La mostra Seduzioni etrusche. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum”, spiegano Paolo Bruschetti, Paolo Giulierini, Andrea Mandara e Francesca Pavese, che hanno curato l’allestimento, “lega in modo ancora più stretto rispetto alle grandi esposizioni degli anni passati la manifestazione espositiva al MAEC-Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona. Infatti, per una precisa scelta culturale degli organizzatori, si è voluto allestire la mostra non solo nelle sale normalmente destinate ad accogliere mostre temporanee, ma nelle stesse sale del Museo, in molti casi proprio nelle vetrine che normalmente ospitano la raccolta permanente. Tale scelta è stata dettata in particolare dalla natura stessa dell’esposizione: un viaggio nel tempo alla scoperta di influenze italiche sulla cultura britannica percorrendo le strade del collezionismo settecentesco”. E così nella prima sezione della mostra sono presentati gli esiti del grand tour condotto da Thomas Coke, giovane rappresentante dell’aristocrazia britannica verso la terra d’Italia, come era d’uso nel Settecento per completare l’educazione umanistica giovanile. “Fu lui poi a dare inizio alla costruzione della propria residenza inglese Holkham Hall e a porre le basi delle ricche collezioni d’arte ancora oggi in quelle sale conservate e alcune delle quali in quest’occasione concesse in mostra a Cortona. Durante quel soggiorno il giovane Coke acquistò a Firenze il manoscritto del De Etruria Regali, che dopo alterne vicende fu dato alle stampe grazie alla collaborazione con Filippo Buonarroti. Costui, grande collezionista e impegnato uomo politico, fu Lucumone perpetuo dell’Accademia Etrusca appena formata. L’edizione del volume fu quindi la premessa per una stagione di grandi studi e ricerche che portarono alla nascita della moderna disciplina etruscologica, in una fase di assoluto predominio della visione classica dell’archeologia”.

Askos a forma di Anatra da Vulci (350-325 a.C.) prestato dal British Museum a Cortona

Askos a forma di Anatra da Vulci (350-325 a.C.) prestato dal British Museum a Cortona

Nella seconda sezione della mostra sono esposti materiali di assoluto prestigio, concessi in prestito dal British Museum. A partire dall’uscita del primo libro sugli Etruschi esplode la seduzione di questo popolo antico per il mondo anglosassone, in molti campi dell’arte, dell’arredo, del collezionismo, fino alla formazione di un formidabile nucleo di materiali etruschi nel British Museum. Testimoniano tale periodo oltre 50 spettacolari reperti provenienti dal grande museo di Londra, ordinati secondo la provenienza: Prato, il lago degli idoli del Falterona, Arezzo, Lucignano, Cortona, Sarteano, Chiusi, Perugia, Orvieto, Bolsena e Vulci. Si tratta di una completa campionatura dell’arte etrusca nel campo della ceramica, oreficeria, scultura a tutto tondo, bassorilievo, bronzistica, accompagnata anche da una serie di disegni ottocenteschi relativi agli stessi materiali. “Parte della collezione etrusca del British Museum – continuano – dialoga in mostra con le collezioni etrusche raccolte a Cortona, non a caso nelle stesse sale del Museo dell’Accademia Etrusca, anche questa, istituzione culturale, che fino dall’inizio della sua attività raccolse una serie assolutamente eterogenea di oggetti, rappresentativi della cultura artistica di ogni epoca storica, bloccando così la dispersione verso musei e collezioni straniere di tutto ciò che esisteva o veniva scoperto nel territorio cortonese. Forse proprio per questo motivo sia oggi, che nelle mostre precedentemente organizzate con i maggiori musei europei al MAEC, sono pochi i materiali provenienti da Cortona, ciò non è quindi motivo di rammarico ma di orgoglio per la funzione di tutela e di arricchimento del patrimonio locale svolte nel tempo dall’Accademia Etrusca di Cortona”.

La copia della Chimera dal museo archeologico di Firenze troneggia in mostra

La copia della Chimera dal museo archeologico di Firenze troneggia in mostra

Uscendo nel cortile interno, si sale il monumentale scalone che reca al piano nobile del Palazzo e si giunge alla sala dei Mappamondi. “La mostra si articola a partire dalla sala Medicea del MAEC, nella galleria dei mappamondi, nelle sale Tommasi fino a trovare il suo culmine nella sala del Biscione, dominata dalla presenza della statua dell’Arringatore, dalla copia della Chimera e da una grande statua chiusina in pietra fetida. I materiali del museo, per accogliere quelli temporaneamente in mostra, sono solo in parte spostati, ma nella maggior parte dei casi restano al loro posto, ad indicare la vicinanza e il dialogo concettuale fra esposizione temporanea e collezione permanente”. Concludono la rassegna due vasi a testa umana di ceramica Wedgwood, fabbrica inglese che dalla metà dell’Ottocento imita quella etrusca, e una selezione di materiali dell’Accademia Etrusca, nata nel 1727, un anno dopo l’uscita del De Etruria Regali, che hanno rapporti culturali e antiquari con il mondo britannico e, in particolare, con la Società degli Antiquari di Londra: medaglie e quadri d’epoca che raffigurano accademici o lucumoni inglesi, doni librari di personaggi inglesi all’Accademia.

Dalle tombe dipinte di Tarquinia alla musica perduta degli etruschi: a Firenze “live” coinvolgente con l’etruscologa Simona Rafanelli e il jazzista Stefano Cocco Contini

Le tombe dipinte di Tarquinia testimoniano l'importanza della musica per gli etruschi

Le tombe dipinte di Tarquinia testimoniano l’importanza della musica per gli etruschi

Quando l’archeologia ti coinvolge in un’emozione collettiva: domenica a Firenze più di duemila appassionati del mondo antico, accorsi al centro congressi per il X Incontro nazionale di Archeologia Viva, hanno vissuto momenti intensi “calati” nell’atmosfera magica dei Principes di Tarquinia. Perché l’intervento dell’etruscologa Simona Rafanelli, direttore del museo archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, e del sassofonista Stefano Cocco Cantini, musicista jazz, dal titolo “Suoni dal passato: la musica perduta degli etruschi”, più che un momento didattico di archeologia sperimentale è stato un vero e proprio show che ha regalato ai presenti – in anteprima assoluta – un concerto di musica etrusca con gli strumenti ricostruiti sul modello dei reperti archeologici trovati in Etruria e a Paestum.

Il progetto "Musica perduta degli etruschi" è diventato un libro

Il progetto “Musica perduta degli etruschi” è diventato un libro

La ricerca rientra nel progetto “Musica perduta degli etruschi” promossa dalla Rete dei musei della Provincia di Grosseto. “Nell’antichità la musica permeava quasi ogni momento della vita, sia pubblica che privata”, spiega la coordinatrice del progetto Roberta Pieraccioli. “Con il canto e la danza, la musica era infatti presente nelle cerimonie religiose, negli agoni sportivi, nel simposio, nelle feste solenni, perfino nelle contese politiche e aveva un ruolo preponderante anche nei momenti privati come i matrimoni e le cerimonie funebri, l’intrattenimento domestico, il corteggiamento”.  Le informazioni che abbiamo sulla musica nell’antichità classica provengono sia dalle fonti letterarie (molto lacunose) sia dall’archeologia (ma l’archeomuseologia è disciplina molto recente e ancora poco praticata). Paradossalmente è stato proprio l’incontro quasi casuale tra Rafanelli e Cocco Cantini a far emergere sulla musica etrusca osservazioni interessanti e inedite che valeva la pena di approfondire. Di qui il progetto “Musica perduta degli etruschi” presentato domenica a Firenze in un “live” coinvolgente.

Simona Rafanelli, direttore del museo archeologico "Isidoro Falchi" di Vetulonia

Simona Rafanelli, direttore del museo archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia

I due esperti hanno lavorato a stretto contatto. Simona Rafanelli ha sviluppato una ricerca mirata sulle fonti storiche e iconografiche, raccogliendo testi tratti dagli storici antichi che hanno parlato degli etruschi e della loro musica, immagini dell’arte etrusca (pitture parietali delle tombe, pitture vascolari, bassorilievi, incisioni), e una bibliografia alla quale fare riferimento anche per il lavoro del musicista. Stefano Cantini, servendosi dell’archeologia e mettendo in campo le sue competenze musicali, ha studiato le immagini e le informazioni delle fonti antiche interpretandole sulla scorta della sua esperienza per cercare di capire come e che cosa suonavano gli etruschi, quali suoni potevano trarre dai loro strumenti e in che modo questi strumenti potevano essere suonati. Da queste due prospettive, diverse e complementari, è nato un lavoro di alta divulgazione scientifica destinato al pubblico più vasto.

Gli "auloi" di Paestum messi a disposizione di Rafanelli e Cantini

Gli “auloi” di Paestum messi a disposizione di Rafanelli e Cantini

“Di questo popolo musicale sappiamo ben poco e per ogni informazione dobbiamo fare riferimento allo straordinario repertorio iconografico delle tombe dipinte di Tarquinia”, ammette Rafanelli. “Per esempio, del suonatore con lo strumento a fiato a due canne – presente e ricordato ovunque – conosciamo il nome etrusco, suplu, corrispondente al latino subulo (pl. subulones), ma non conosciamo il nome dello strumento a fiato usato dal suonatore per il quale siamo costretti a rifarci ai nomi usati per modelli simili dai greci (aulòi) e dai romani (tibiae)”.  Ma perché due strumenti suonati contemporaneamente? Contini ha cercato di dare una risposta: “Una delle mani del musicista tiene quasi sempre il mignolo sotto una delle due canne. Non solo per sorreggerla”, spiega il jazzista. “Dopo varie osservazioni e riflessioni, posso affermare con certezza che questa impostazione delle dita spiega il ruolo differente delle due parti dello strumento. La canna con il mignolo a sostegno (e con un foro nella parte inferiore) era la parte solista, cioè quella cui era affidato probabilmente il compito di sviluppare le melodie più complesse. L’altra canna, priva del foro sulla parte inferiore, aveva la funzione di “bordone”: poteva emettere meno note, nonostante avesse nella parte superiore un foro in più, perché non avendo il foro al di sotto non poteva innescare armonici complessi”.

Il musicista jazz Stefano Cocco Cantini

Il musicista jazz Stefano Cocco Cantini

Fin qui la teoria. Ma per tentare di riprodurre il suono come all’epoca degli etruschi, che non conoscevano il sistema temperato ma eseguivano scale modali producendo una nota fissa con uno strumento e la melodia con l’altro, il solista, bisognava riprodurre fedelmente uno strumento musicale a fiato etrusco. Pochi gli originali che si conoscono: quelli del relitto dell’isola del Giglio e quelli di Paestum. Grazie alla collaborazione e alla disponibilità delle competenti autorità, il musicista ha avuto modo di studiarli da vicino. “I doppi strumenti, usati anche dai greci e dagli assiri, erano costruiti prevalentemente in bosso – ricorda Cantini – un legno durissimo, stabile e sonoro, principale materiale per la costruzione dei clarinetti e degli oboi del 1700/1800, prima dell’avvento dell’ebano”. Le proprietà del bosso erano state comprese anche dagli etruschi, che avevano costruito strumenti bellissimi e smontabili in più parti. Per questo il sassofonista si è procurato il bosso in Ucraina e ha realizzato una coppia di strumenti a fiato, quelli suonati domenica a Firenze, coinvolgendo nel progetto anche un fisico matematico e un artigiano. “La particolarità di questi strumenti era l’imboccatura speciale”, spiega Cantini. “Se non si capiva questo dettaglio non si sarebbe potuto riprodurre i loro suoni”. Oggi il clarinetto e il sassofono hanno un bocchino. Nell’antichità esisteva ed era comunissima la doppia ancia, esattamente come oggi hanno l’oboe e il fagotto, ben rappresentata in immagini dalla Grecia e dall’Antico Egitto. “Osservando un dipinto della tomba Francesca Giustiniani di Tarquinia”, puntualizza Contini, “si può notare che il pittore ha dipinto l’ancia fuori dalle labbra del musicista, quasi a lasciare una traccia per noi: e non si tratta né di un’ancia doppia, ma di un’ancia semplice battente, come quella ancora oggi impiegata nelle launeddas sarde”. Tenendo presente tutti questi elementi e i calcoli matematici sulle frequenze e sui rapporti proporzionali di ottave e quinte, Stefano Cocco Contini, visibilmente emozionato, ha provato quei preziosi strumenti a fiato “all’etrusca” davanti al pubblico di Firenze, che il fiato lo tratteneva nel pathos di quel momento. Il risultato? Cantini, che quegli strumenti e il modo di suonarli ha immaginato e ricostruito, lo ha definito “strabiliante”. La risposta entusiasta del pubblico, che – come a teatro – ha richiesto il bis, lo ha confermato.

Appuntamento a Firenze con il X Incontro nazionale di Archeologia Viva: a tu per tu con i protagonisti della ricerca e della divulgazione

L'auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l'Incontro nazionale di Archeologia Viva

L’auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l’Incontro nazionale di Archeologia Viva

L’appuntamento per tutti gli appassionati di archeologia è domenica 2 marzo 2014 al Palazzo dei Congressi di Firenze (ingresso libero) per il X Incontro nazionale di Archeologia Viva, dove è possibile conoscere e incontrare i protagonisti della ricerca e della divulgazione. Anche la decima edizione promossa dalla rivista Archeologia Viva non sembra tradire le aspettative: grandi personaggi per una full immersion che è diventata un appuntamento irrinunciabile per quanti hanno fatto proprio il motto della rivista: “Vivere il passato. Capire il presente”.

Il manifesto della 24. Rassegna di Rovereto

Il manifesto della 24. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Il programma è intenso, si diceva. L’apertura dell’auditorium alle 8. I lavori inizieranno 20 minuti più tardi con il saluto del direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti “Questo nostro decimo incontro”. Alle 8.30, Dario Di Blasi direttore Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico – Fondazione Museo Civico di Rovereto, presenterà il film “L’Italia dei Longobardi” di Eugenio Farioli Vecchioli, prodotto dall’associazione Italia Langobardorum con IULM e Archeoframe, film vincitore del premio “Città di Rovereto-Archeologia Viva” alla XXIV Rassegna di Rovereto dell’ottobre scorso. Alle 9.30, Paolo Brusasco docente di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico all’Università di Genova interviene su “La storia rubata: il saccheggio archeologico del Vicino Oriente”. Alle 10, Alessandro Mandolesi docente di Etruscologia e Antichità italiche all’Università di Torino, e Alfonsina Russo soprintendente ai Beni archeologici dell’Etruria Meridionale ci riportano all’attualità italiana con “Tarquinia: la scoperta di una tomba etrusca sulla Via dei Principi”.  Alle 10.30, l’Incontro di Archeologia Viva rende omaggio all’astrofisica Margherita Hack, grande ricercatrice e amica dei lettori della rivista, con Viviano Domenici scrittore, già responsabile delle pagine culturali de “Il Corriere della Sera”: “Omaggio a Margherita Hack. La vita extraterrestre: le indagini della scienza e gli inganni della fantarcheologia”. Alle 11 pausa per incontri e documentazione.

L'archeologo prof. Andrea Carandini, presidente del Fai

Andrea Carandini, presidente del Fai

Si riprende a mezzogiorno, Andrea Carandini docente emerito di Archeologia classica alla “Sapienza” Università di Roma, presidente del FAI, interviene sull’archeologia cristiana e romana: “Su questa pietra… Pietro, dalla casa a Cafarnao alla tomba in Vaticano”. Alle 12.30, intervento di denuncia di Danilo Mazzoleni rettore Pontificio Istituto di Archeologia cristiana, su “Chiese siriane del IV secolo: un patrimonio a rischio di estinzione”. Alle 13, pausa per pranzo, incontri e documentazione.

L'archeologo Valerio Massimo Manfredi

Valerio Massimo Manfredi

Si riprende alle 14, con Massimo Rossi comandante Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico – Guardia di Finanza, che spiega i “Crimini contro la Storia e la Cultura. Il fenomeno dei “falsi rinvenimenti” attraverso le indagini della Guardia di Finanza”. Alle 14.30, Simona Rafanelli direttore museo archeologico “I. Falchi” di Vetulonia, e Cocco Cantini musicista jazz, affrontano un tema poco noto ma molto interessante: “Suoni dal passato: la musica perduta degli Etruschi” in collaborazione con Rete dei Musei della Provincia di Grosseto. Alle 15, l’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi, che ha appena pubblicato in due volumi, l’epopea di Ulisse, parla dei “Nostoi: i ritorni e l’Odissea”.  Segue alle 15.30 la pausa per incontri e documentazione.

Alfredo e Angelo Castiglioni

Alfredo e Angelo Castiglioni

Alle 16, si riprende con Jacopo Bonetto docente di Archeologia greca e romana e direttore della scuola di specializzazione in Beni archeologici dell’Università di Padova, illustra una recente scoperta archeologica: “Aquileia, città di frontiera: la grande Domus di Tito Macro riprende vita fra ricerca e valorizzazione”, in collaborazione con Fondazione Aquileia. Alle 16.30, Alfredo e Angelo Castiglioni direttori Centro Ricerche Deserto Orientale denunciano cosa succede dopo il rinvenimento di un sito archeologico importante: “Berenice Pancrisia dalla scoperta archeologica all’assalto dei metal detector”. Alle 17, ultima pausa per incontri e documentazione.

Alberto Angela con Piero Pruneti a Firenze

Alberto Angela con Piero Pruneti a Firenze

Alle 17.30, Cristina Acidini soprintendente Polo Museale Fiorentino e Gino Fornaciari ordinario di Storia della Medicina all’Università di Pisa in “Giovanni dalle Bande Nere: vita e morte (annunciata?) di un capitano di ventura”. Ultimo intervento di un’intensa giornata, alle 18, con Alberto Angela archeologo e scrittore su “I segreti di Michelangelo nella Cappella Sistina”. Alle 18.30 conclusioni e chiusura della manifestazione.

Al Quirinale cento capolavori recuperati dai carabinieri: c’è anche il mausoleo etrusco completo dei Cacni trafugato da Perugia

Al Quirinale aperta la mostra "La memoria ritrovata. Tesori recuperati dall'Arma dei Carabinieri"

Al Quirinale aperta la mostra “La memoria ritrovata. Tesori recuperati dall’Arma”

Appuntamento al Quirinale. Fino al 16 marzo in mostra più di cento capolavori per oltre due millenni di storia d’Italia, provenienti da scavi clandestini e furti vari, e restituiti alla collettività dalle più recenti operazioni di indagine e recupero del Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri. Dopo la mostra “Nostoi. Capolavori ritrovati” del 2007 che celebrava il rientro in patria di decine di opere d’arte acquisite illegalmente da quattro grandi istituzioni museali americane, dopo la presentazione nel 2013 della famosa “Tavola Doria” attribuita da molti a Leonardo da Vinci e finalmente rientrata in patria dopo un esilio di oltre settant’anni, ecco la mostra “La memoria ritrovata. Tesori recuperati dall’Arma dei Carabinieri” inaugurata nei giorni scorsi dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nell’ala occidentale del Palazzo, e in particolare in due sale della Galleria di Alessandro VII Chigi, tornate al loro antico splendore dopo la riscoperta delle pitture di Pietro da Cortona. Erano presenti il ministro per i Beni e le Attività culturali, Massimo Bray, il commissario straordinario della Provincia di Roma, Riccardo Carpino, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, gen. di C.A. Leonardo Gallitelli, il comandante dei carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, gen. Mariano Ignazio Mossa, il presidente dell’associazione Civita, Gianni Letta con il vice presidente, Nicola Maccanico e il segretario generale Albino Ruberti. “Una galleria”, spiega Louis Godart, consigliere per la conservazione del patrimonio artistico del Presidente della Repubblica, “che dimostra l’entusiasmo e la professionalità dei carabinieri che riescono a recuperare la nostra memoria ‘rubata’, ma anche l’estrema fragilità del nostro patrimonio, depredato nelle chiese e nel sottosuolo”. Nonostante i successi e le nuove tecnologie, aggiunge il generale Mariano Mossa del Ctp, “la rilevanza dei capolavori esposti, la storia dell’illecita sottrazione e del conseguente recupero ci permettono di comprendere come il nostro patrimonio culturale sia ancora aggredito. Il giro d’affari cui dà vita il commercio illecito di beni culturali è il quarto al mondo: viene dopo il commercio illecito di armi, di droga e di prodotti finanziari. Spesso coinvolge organizzazioni a livello internazionale. Le opere esposte rappresentano una sintesi dell’attività condotta negli ultimi anni”.

In mostra oltre cento capolavori dal VI sec. a.C. al Settecento

In mostra oltre cento capolavori dal VI sec. a.C. al Settecento

Nella Sala degli Scrigni, nella Sala di Ercole e nella Sala degli Ambasciatori si possono ammirare opere che vanno dal VI secolo a.C. al Settecento, mentre nella Sala di Augusto sono esposte una serie di urne funerarie, appartenenti alla grande famiglia etrusca dei Cacni, risalenti al III-I secolo a.C., insieme ad una parte del corredo, provenienti da uno scavo effettuato in occasione della costruzione di una moderna abitazione a Perugia. Le urne con le raffigurazioni di scene ispirate al mondo greco sono per la maggior parte dei capolavori assoluti. Le raffigurazioni del sacrificio di Ifigenia, della lotta tra Pelope ed Enomao, delle centauromachie rappresentano una delle più importanti scoperte degli ultimi trent’anni nel campo dell’etruscologia.

Louis Godart, consigliere del Presidente della Repubblica, illustra i capolavori recuperati

Louis Godart, consigliere del Presidente della Repubblica, illustra i capolavori recuperati

A illustrare la mostra interviene Louis Godart: “Opere d’arte dal valore inestimabile. Oltre al croceastile del 1442 rubato dalla chiesa di S. Ippolito a Bardonecchia e il Vaso di Andromeda recuperato nel 2010 in Svizzera da un mercante giapponese, a lasciare a bocca aperta sono soprattutto le 23 urne funerarie etrusche, appartenenti a una sola famiglia aristocratica, quella dei Cacni (con tanto di corredo dei defunti), tutte scolpite e ancora con i segni della patina d’oro o dei colori accesissimi che le ricoprivano”. L’incredibile collezione delle urne etrusche era già stata presentata al pubblico a giugno 2013, trovate in uno scavo clandestino per la costruzione di una palazzina a Perugia. Ma non si possono dimenticare iI Tesoro di Loreto, tutto in oro, coralli e ametiste che Marianna, regina di Spagna, aveva regalato al suo confessore nel 1699 e ritrovato pochi mesi fa a Campione d’Italia; la testa in marmo dell’Imperatore Tiberio del I sec. d.C., trafugata nel ‘71 ad Anacapri e recuperata a Londra nel 2011, contraffatta per essere venduta a un’asta. E poi ancora la Veduta del Pantheon di Paolo Panini, il Trittico della Vergine con bambino rubato dal museo Stubbert e la Leda e il cigno di Lelio Orsi che stava per sparire per sempre negli Stati Uniti. Sono alcuni dei tesori recuperati dai carabinieri.

Le 23 urne etrusche del mausoleo dei Cacni esposte nella sala di Augusto al Quirinale

Le 23 urne etrusche del mausoleo dei Cacni esposte nella sala di Augusto al Quirinale

Un’attenzione particolare meritano le 23 urne etrusche. Anni fa le ruspe hanno raggiunto e sventrato a Perugia un mausoleo etrusco risalente al III-I secolo a.C. che apparteneva alla grande famiglia etrusca dei Cacni. “La più importante scoperta archeologica degli ultimi 50 anni”, aveva detto il ministro Massimo Bray durante la prima presentazione al pubblico, nel giugno 2013. I bassorilievi sui sarcofaghi, che rappresentano scene ispirate al mondo greco, sono capolavori assoluti. In sintonia con il ministro anche Godart:  “È una delle scoperte più straordinarie degli ultimi 50 anni perché per la prima volta è stato recuperato un intero mausoleo. Apparteneva alla famiglia Cacni, una delle più grandi dell’aristocrazia etrusca, e le scene mitologiche scolpite, dal sacrificio di Ifigenia al mito di Enomao e Pelope, testimoniano una profonda conoscenza della cultura greca”. Il mausoleo risalente al III-I secolo a.C., spiega Mossa, era stato riportato segretamente alle luce (e poi sventrato) dalle ruspe di una palazzina in costruzione a Perugia. I carabinieri sono riusciti a recuperare le urne, di cui non si conosceva l’esistenza, da un mercante italiano che tentava di piazzarle sul mercato. Davanti a tanta bellezza, però, un grande rammarico. “Se a scavare fossero stati archeologi – sottolinea Godart – avremmo potuto scoprire tantissime informazioni. È una ferita inferta al nostro patrimonio e una piaga che colpisce tutti, non solo l’Italia”.

Un vaso antico recuperato dai carabinieri Tutela patrimonio culturale

Un vaso antico recuperato dai carabinieri Tutela patrimonio culturale e in mostra al Quirinale

“Un’opera d’arte, soprattutto un reperto archeologico – continua -, è ammirata non solo per la sua intrinseca bellezza ma anche perché è lo specchio di un’epoca e appartiene a un ambiente culturale e storico particolare. Strappare un’opera al contesto che l’ha vista nascere e nel quale è inserita vuol dire renderla pressoché muta. Per apprezzare appieno un capolavoro occorre collegarlo all’ambiente culturale e storico del momento. Lo sforzo di tutti, archeologi, ricercatori, direttori di musei, deve quindi mirare a ricostruire intorno a ogni opera d’arte il contesto nel quale è nata ed è stata in seguito depositata. Non sapremo forse mai – conclude il consigliere del Presidente della Repubblica -, quale fosse l’esatta disposizione dei sarcofagi in seno al mausoleo dei Cacni; la ruspa della ditta che ha scavato l’ipogeo ha frantumato alcune urne e le sculture che le abbellivano sono scomparse per sempre; è stata probabilmente dispersa una parte del corredo che la grande famiglia perugina aveva offerto alla memoria dei suoi più illustri rappresentanti; la rimozione delle urne da parte di mani inesperte ha irrimediabilmente compromesso analisi che avrebbero potuto fornire ulteriori informazioni sulla vita e la società di una grande metropoli etrusca dell’Italia antica”.

La mostra al Quirinale a ingresso libero chiude il 16 marzo

La mostra al Quirinale a ingresso libero chiude il 16 marzo

I visitatori possono accedere alla mostra al Quirinale, “la casa degli italiani”, con ingresso gratuito e senza bisogno di prenotazione, nei giorni feriali da martedì a sabato (10-13 e 15.30-18.30), la domenica dalle 8.30 alle 12 in concomitanza e con le disposizioni dell’apertura al pubblico delle sale di rappresentanza. La mostra rimane chiusa tutti i lunedì ed eventualmente in occasione di impegni istituzionali in programma al Quirinale di cui viene data immediata comunicazione.  “Nel primo settennato del Presidente Napolitano”, ricorda Maurizio Caprara, consigliere per la stampa e la comunicazione del Quirinale, “il Palazzo è stato  visitato da oltre un milione di cittadini, di cui 536mila venuti per ammirare le mostre”.

Cerveteri: una delle principali città del Mediterraneo antico. Mostra al Louvre Lens

Il manifesto della mostra "Les Etrusques et la Mediterranee" al Louvre Lens

Il manifesto della mostra “Les Etrusques et la Mediterranee” al Louvre Lens

Sarà il pezzo forte della mostra “Les Etrusques et la Mediterranée: la cité de Cerveteri” che apre oggi, 5 dicembre, al Louvre di Lens , in un padiglione in acciaio e vetro adibito progettato a questo scopo dall’agenzia di architettura giapponese Sanaa: è il Sarcofago degli Sposi conservato al Louvre di Parigi. Non è bello e raffinato come quello di Roma, spiegano gli esperti: meno enigmatici gli sguardi, meno elegante la realizzazione. Ma il suo fascino è innegabile, ora che è stato restaurato – come è successo in tempi recenti, per il più famoso sarcofago degli Sposi di Villa Giulia a Roma.Dal 30 settembre l’urna funeraria etrusca in terracotta dipinta, proveniente dalla necropoli della Banditaccia a Cerveteri, è stata infatti interessata da lavori di pulitura e restauro. E ora il Sarcofago fa bella mostra nell’esposizione di Lens  la prima a tema archeologico e in partneriato della nuova succursale, inaugurata nel 2012, che vede la partecipazione di Louvre, Palazzo delle Esposizioni di Roma e ministero per i Beni e le attività culturali.  “Les Etrusques et la Mediterranée: la cité de Cerveteri” permetterà così al pubblico francese di conoscere e apprezzare una della città etrusche più potenti del Mediterraneo: Cerveteri, l’antica Caere.

La necropoli della Banditaccia a Cerveteri

La necropoli della Banditaccia a Cerveteri

Cerveteri era la Kaisra degli Etruschi, l’Agylla Caere di Greci e Romani, uno dei centri più importanti in Italia e nel Mediterraneo per tutto il primo millennio a.C.  La storia di Cerveteri e dei suoi abitanti, i ceretani, è conosciuta non solo dai testi antichi, ma è emersa poco a poco dal terreno negli ultimi due secoli. Grandi scavi in ​​particolare nel XIX secolo hanno rivelato monumenti e oggetti che hanno stupito i contemporanei e che oggi possiamo ammirare nei più grandi musei, da Villa Giulia ai Vaticani al Louvre. La mostra – assicurano gli organizzatori – propone un raffronto tra i ritrovamenti più antichi e i risultati degli scavi sistematici più recenti condotti nel cuore della città antica ma anche nelle necropoli e nell’intero territorio della città. Il risultato è un confronto senza precedenti in grado di sviluppare per la prima volta il ritratto di Cerveteri, una città che, come Atene Cartagine e Roma, fu una delle grandi città del Mediterraneo antico.

Il sarcofago degli Sposi da Cerveteri oggi al Louvre

Il sarcofago degli Sposi da Cerveteri oggi al Louvre

Non c’è solo il sarcofago fittile “degli sposi” ma anche le lastre dipinte di Parigi, Villa Giulia e Cerveteri, le terrecotte votive del Vaticano e quelle decorative di Berlino e Copenhagen tra le 400 opere selezionate per la mostra, con ceramiche, oggetti in metallo, vetro, sculture in pietra e terracotta, elementi architettonici in pietra, oreficerie, terrecotte dipinte, monete e utensili da lavoro, che provengono dai musei di tutto il mondo. Il progetto espositivo, che per la prima volta consente di tracciare un profilo generale della grande città etrusca, è frutto della condivisione di interessi e risorse con varie istituzioni. “Il Louvre vanta una delle più ricche collezioni di antichità etrusche provenienti da Cerveteri, in origine appartenute al marchese Campana”, ricorda Paola Santoro, direttore dell’Istituto di studi sul Mediterraneo antico del Consiglio nazionale delle ricerche che ha collaborato alla realizzazione dell’evento. L’Isma-Cnr conduce infatti scavi regolari nell’area urbana di Cerveteri sin dai primi anni ’80 del secolo scorso. “La parte centrale del percorso espositivo è dedicata proprio all’età dell’oro dell’antica città etrusca, l’epoca arcaica, dove spiccano le scoperte effettuate dal Cnr, che ha indagato tutti i siti collegati a santuari illustrati in mostra e contribuito, con le sue ricerche, alla ricostruzione dei vari aspetti della vita urbana: artigianato, urbanistica, culti, viabilità. All’Isma si deve anche la ricostruzione del quadro topografico generale del territorio ceretano”.

“Attraverso il ‘racconto’ della mostra – conclude Santoro –  il visitatore potrà ricostruire un intero capitolo della storia del Mediterraneo, dall’angolo di osservazione di una delle sue metropoli”. La mostra rimarrà aperta fino al 10 marzo 2014. Dopo la tappa francese, la mostra approderà in aprile a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, dove è in calendario fino al 20 luglio 2014.

I carabinieri sequestrano reperti etruschi

Recuperati oggetti trafugati da tombe di Cerveteri: una denuncia

I carabinieri presentano i reperti etruschi sequestrati, trafugati a Cerveteri

I carabinieri presentano i reperti etruschi sequestrati, trafugati a Cerveteri

Intercettato un tombarolo. Vasi, ciotole, anfore, oliere, ampolle ed alcuni preziosi balsamari etruschi. È quanto hanno trovato i carabinieri nell’abitazione di un operaio edile di 52 anni, a Formello, comune in provincia di Roma. I reperti erano nascosti in una cassapanca e, secondo gli investigatori, valgono almeno 40mila euro anche se sarà la soprintendenza di Roma ad effettuare una perizia archeologica e stabilire con precisione il valore storico-culturale dei reperti.  L’operaio, che ha parecchi precedenti per reati contro il patrimonio, ed uno specifico, è stato denunciato con l’accusa di possesso illecito di beni appartenenti allo Stato. I carabinieri della stazione di Formello da tempo stavano seguendo le mosse dell’operaio sospettato di aver organizzato un traffico illegale di reperti archeologici scoperti durante scavi illeciti eseguiti nelle campagne di Cerveteri e nei dintorni.