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“Le meraviglie dello Stato di Chu”: nella mostra a Este, Adria e Venezia per la prima volta in Europa gli straordinari reperti del regno segreto venuto alla luce in Cina dopo 25 secoli. Giade, bronzi, strumenti musicali del I millennio a.C. dialogano con le produzioni dei Veneti antichi

Il manifesto della mostra "Le meraviglie dello Stato di Chu" a Este, Adria e Venezia

Il manifesto della mostra “Le meraviglie dello Stato di Chu” a Este, Adria e Venezia

Lume in bronzo con figura in sella ad un cammello dal museo di Hubei

Lume in bronzo con figura in sella ad un cammello dal museo di Hubei

Prima dell’Impero Romano in Occidente, prima del Celeste Impero in Oriente. Due storie parallele nel tempo, il primo millennio a.C., ma che si avverano a più di 8mila chilometri di distanza l’una dall’altra: nelle antiche terre dei Veneti, tra Po e Adige, e lungo le sponde del fiume Azzurro, in quella che poi sarà la Cina. In questi fertili territori, nei secoli che precedono l’era cristiana, si affacciano alla storia due grandi civiltà, capaci di proporre manufatti di straordinaria raffinatezza e di accogliere il meglio della cultura locale e dei popoli contemporanei. Civiltà che diventeranno parte integrante e costituente di realtà molto più potenti: l’Impero Romano nel caso dei Veneti, il regno di Qin per il futuro Celeste Impero. Dal 13 marzo 2016 e fino al 25 settembre 2016 per la prima volta in Europa le testimonianze e la storia dell’antica civiltà dello Stato di Chu, il regno segreto tornato alla luce dopo 25 secoli nel cuore della Cina, dialogano con i reperti coevi dei Veneti antichi nella grande mostra “Meraviglie dello Stato di Chu” allestita in tre sedi: il museo nazionale Atesino di Este (Padova), il museo Archeologico nazionale di Adria (Rovigo) e quello di Arte Orientale di Venezia. Un accordo tra Italia e Cina, e più precisamente tra Veneto e la Provincia cinese del Hubei, consente infatti per la prima volta in Europa di scoprire le testimonianze, davvero magnifiche, della civiltà dell’antico Regno. E successivamente, una mostra allestita al museo Provinciale del Hubei, consentirà ai cinesi di avvicinarsi alla grande storia che precedette di secoli la nascita di Venezia.

Una fenice in bronzo dal museo di Hubei (Cina)

Una fenice in bronzo dal museo di Hubei (Cina)

Giade, bronzi, strumenti musicali, testimonianze dell’antichissimo Regno di Chu, capolavori, riemersi dopo 2500 anni grazie a imponenti campagne di scavi, raccontano una civiltà che iniziò a prendere forma intorno all’VIII secolo a.C., per affermarsi quasi in parallelo con quella romana, come documentano le opere coeve custodite nei musei veneti. Il progetto, promosso, per parte italiana, dai Comuni di Este e di Adria, dalla soprintendenza Archeologia del Veneto, dal Polo Museale del Veneto (e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Regione del Veneto), è curato da Adriano Madaro e Wang Jichao, che hanno selezionato i reperti rispettivamente dei musei veneti e di quello di Hubei per costruire questo inedito e ideale parallelo tra antichissime culture. Con l’organizzazione poi di Cultour Active, per la prima volta una esposizione di tesori archeologici sarà completamente rivisitata integrando l’allestimento espositivo in modo dinamico, multimediale e coinvolgendo il pubblico in un’esperienza multisensoriale.

L'imponente scavo della tomba di Chu nella provincia di Hubei (Cina)

L’imponente scavo della tomba di Chu nella provincia di Hubei (Cina)

Con Adriano Madaro, curatore della mostra, cerchiamo di conoscere meglio la civiltà dell’antico regno di Chu. “Le straordinarie scoperte archeologiche avvenute in Cina nell’ultimo trentennio”, spiega Madaro nel saggio del catalogo della mostra, “hanno fornito agli storici una grande quantità di informazioni sullo Stato di Chu, un regno che ebbe un suo ruolo fondamentale nella civiltà cinese tra l’VIII e il III secolo a.C.,nelle due grandi epoche storiche conosciute come il Periodo delle Primavere e degli Autunni (722 – 481 a.C.) e dei Regni Combattenti (481 – 221 a.C.). Fino alla sua totale distruzione ad opera del potente Stato di Qin (221 – 206 a.C.), la sua massima estensione copriva un vasto territorio della Cina centro-meridionale attraversato in parte dal maggiore dei fiumi cinesi, lo Yangzi, conosciuto in Occidente come il fiume Azzurro. Esso comprendeva le odierne province di Hubei, Hunan, Henan , Chongqing e parte del Jiangsu compresa l’area dell’attuale Shanghai. La sua capitale era Ying, nei pressi dell’odierna Jingzhou, nel Hubei. Il nome deriva dalla popolazione chiamata Chu, la quale abitava lo Stato di Jing, storicamente noto come Jingchu, governato dalla nobile famiglia Mi, imparentata con i sovrani Zhou e regnante con il titolo nobiliare Zi”.

La mappa del regno di Chu e degli altri Stati belligeranti alla metà del I millennio a.C.

La mappa del regno di Chu e degli altri Stati belligeranti alla metà del I millennio a.C.

“All’origine Chu era uno Stato di impronta fortemente militare”, continua Madaro, “quindi di carattere espansionista, e in effetti all’epoca delle Primavere e Autunni annesse territori degli altri Stati confinanti, finendo poi per fagocitarli completamente nonostante avesse stretto con essi alleanze. Nel passare dei secoli la sua aggressività militare si trasformò in compiacimento nella vita sedentaria allietata dalle arti, soprattutto la musica e la sofisticata lavorazione del bronzo e delle lacche, raggiungendo livelli ineguagliati. Sono questi, infatti, i preziosi reperti restituitici dalle tombe Chu del Hubei che oggi attraggono il nostro interesse per essere esposti nei musei archeologici nazionali di Este e di Adria. Gli oggetti in bronzo costituivano un elemento fondamentale per affermare il prestigio delle classi nobili, la loro stessa potenza politica ed economica, distinguendosi dal popolo”. Infatti gli oggetti in bronzo erano suddivisi in due grandi categorie : vasi sacrificali e recipienti di uso comune. I primi erano riservati ai riti in onore degli antenati o di divinità da placare; gli altri erano utilizzati per gli usi quotidiani (contenere l’acqua, le vivande, le granaglie, ecc). I vasi sacrificali a loro volta erano riservati – secondo il tipo – per il vino da cerimonia, l’ offerta delle carni cotte di animali, cibi rituali a seconda delle circostanze.

Le campane in bronzo della tomba del Marchese Yi di Zheng, scoperta nel 1978 in Cina

Le campane in bronzo della tomba del Marchese Yi di Zheng, scoperta nel 1978 in Cina

Altri oggetti di grande valore rituale erano le campane di bronzo (niuzhong e yongzhong) che componevano set di diverse decine di pezzi e di differenti dimensioni, creando un unico enorme strumento musicale con tanti musicisti quante erano le campane da percuotere. “Si può affermare”, assicura Madaro, “dopo quanto venuto alla luce nella tomba del Marchese Yi di Zheng nel 1978, che la musica aveva un posto d’onore tra le arti nello Stato di Chu. Gli esperti musicologi sono riusciti, secondo la disposizione delle campane (non solo di bronzo, ma anche di tavolette di diaspro) a ricostruire le melodie e addirittura la musica rituale di oltre venticinque secoli fa”. Ma c’è dell’altro, sempre di bronzo, che è venuto alla luce negli scavi di Chu. E sono per l’appunto i bronzi yanqi, come specchi, lampade, piatti, tazze, incensieri, mestoli, scatole, scrigni e naturalmente armi. Non soltanto spade, pugnali, punte di frecce, ma anche le loro impugnature e parti in legno che si sono conservate pressoché intatte solo perché laccate, per non menzionare le corazze di cuoio laccato… “A proposito di lacche”, sottolinea il curatore della mostra, “se hanno sbalordito per vetustà e ottima conservazione quelle venute alla luce nelle tombe Han nelle aree archeologiche di Xian e di Mawangdui, le quali sono più “giovani” di almeno tre secoli, non c’è che da trasalire di fronte agli oggetti in lacca usciti dalle tombe Chu del Hubei. Esse ci testimoniano una tecnica d’avanguardia che gli artigiani dello Stato di Chu conoscevano perfettamente. Le lacche di Chu sono di una varietà sorprendente : non solo si laccavano il legno e il bambù, ma anche il bronzo, la terracotta e il cuoio, con risultati davvero eccezionali. La conservazione stessa dei colori è a dir poco sbalorditiva”.

Armature da parata dal regno di Chu

Armature da parata dal regno di Chu

Un altro capitolo non certo trascurabile è quello relativo alle giade. Fin dai tempi ancestrali la giada ha avuto presso i cinesi una reputazione che l’Occidente non può capire. Come si sa, la giada è un minerale nemmeno tanto raro in natura. In Cina da tempi immemorabili la giada più preziosa è ritenuta quella del Xinjiang, in modo particolare quella ricavata dai sassi raccolti nei greti dei torrenti di Khotan. Non è propriamente la giada verde quella ritenuta più preziosa, ma quella definita “imperiale”, o più volgarmente “grasso di montone”. “La ragione di questa reputazione non è stata del tutto chiarita. Tuttavia i manufatti in giada rinvenuti nelle tombe imperiali e nobiliari dello Stato di Chu, ma anche delle dinastie precedenti e di quelle successive, sono immancabilmente scolpiti nella giada “imperiale”, ritenuta consona per oggetti rituali sia in vita che in morte. Infatti alla giada viene attribuita una forte influenza sulla salute del corpo e anche dell’anima. Re, nobiltà, alti funzionari civili e militari, a seconda del grado e dei meriti, esibivano le giade sui loro abiti come simboli evidenti del loro status. Placche di cinture, pendagli, bracciali, anelli, acconciature per capelli. Sia per il mondo maschile che per quello femminile, la giada era (e in certo senso lo è ancora oggi nella tradizione cinese) il più potente degli amuleti, autentico toccasana. Sul corpo di un defunto, poi, la giada era creduta un “salvacondotto” per l’Aldilà, tra l’altro le venivano attribuiti poteri che avrebbero prevenuto la decomposizione del corpo”.

I guerrieri di terracotta di Xian

I guerrieri di terracotta di Xian

La potenza militare di Chu nell’arco di mezzo millennio si trasformò in potenza culturale destinata alla parabola della decadenza e della corruzione. Nel 221 a.C. il suo potente vicino, lo Stato di Qin, spazzò via tutti. Il suo giovane e ambizioso sovrano, Qin Shi Huangdi si autoproclamò Primo Augusto Imperatore e in appena 15 anni fece tutto : creò l’Impero Cinese, costruì la Grande Muraglia e il Grande Canale Imperiale, unificò i pesi e le misure, costruì la sua mitica tomba seppellendovi seimila guerrieri e cavalli di terracotta, cancellò perfino la memoria dei suoi ex vicini. “L’odiato Regno di Chu”, conclude Madaro, “entrò nella leggenda, nulla rimase a testimoniare ciò che esso fu. Soltanto ventidue secoli dopo, con la scoperta di alcune tombe, esso riemergerà dal profondo della terra, testimoniando finalmente il suo glorioso passato”.

Archeologia a Este: riscoprire le nostre origini attraverso la storia e la cultura del territorio

Archeologia a Este: la locandina con i due appuntamenti collegati al museo nazionale Atestimo

Archeologia a Este: la locandina con i due appuntamenti collegati al museo nazionale Atestimo

Segnatevi l’appunto sull’agenda: domenica 11 e domenica 25 maggio tenetevi liberi per una gita a Este, nel Padovano. C’è “Archeologia. Riscopriamo chi siamo e da dove veniamo attraverso la storia e la cultura del nostro territorio”, mini-rassegna organizzata da associazione culturale Novecentonovantanove con Cinzia Tagliaferro, associazione culturale Studio D e museo nazionale Atestino.

Una visita guidata al museo nazionale Atestino di Este alla scoperta dei Veneti antichi

Una visita guidata al museo nazionale Atestino di Este alla scoperta dei Veneti antichi

La cosiddetta Dea di Caldevigo, bronzetto votivo al museo di Este

La cosiddetta Dea di Caldevigo, bronzetto votivo al museo di Este

Il primo appuntamento, come si diceva, è domenica 11 maggio, alle 10, al museo nazionale Atestino di Este: Cinzia Tagliaferro guiderà i partecipanti in una visita “non convenzionale” al museo, con l’obiettivo di fare riscoprire il patrimonio archeologico del territorio veneto (“Troppo spesso dimenticato dalle istituzioni”, sottolinea con una punta di amarezza l’associazione Novecentonovantanove, “e purtroppo anche da noi cittadini”), la storia e le origini. Il museo di Este rappresenta la chiave per accedere al nostro passato e alle nostre origini. La visita inizia dal primo piano con la sezione pre-protostorica e si conclude al piano terra con la sezione romana e una piccola sezione medievale; le esposizioni si articolano in 11 sale e seguono un ordine rigorosamente cronologico, dai materiali più antichi a quelli più recenti, e una disposizione per temi come gli abitati, la vita quotidiana, gli usi e costumi funerari, le pratiche religiose. Al termine, aperitivo organizzato da Novecentonovantanove ai Giardini del Castello. È opportuno comunicare la partecipazione entro sabato 10 maggio scrivendo a eventi@novecentonovantanove.it oppure chiamando il 3498316420 (in modo che, domenica mattina, il Museo fa trovare i biglietti d’ingresso pronti). Costo del biglietto: intero 4 euro; ridotto 2. A norma di legge, ingresso gratuito per: gli allievi dei corsi di alta formazione delle scuole del Ministero; docenti e studenti iscritti alle Accademie di Belle Arti (o corrispondenti istituti della Ue); docenti e studenti dei corsi di laurea, di perfezionamento post-universitario e dottorati di ricerca delle facoltà di Architettura, Conservazione dei beni culturali, Scienze della formazione o Lettere e filosofia con indirizzo archeologico o storico-artistico (o corrispondenti facoltà/corsi/istituti degli Stati membri della Ue); studiosi italiani e stranieri di materie pertinenti lo studio dei beni culturali, mediante attestazione rilasciata dall’Unione Internazionale degli istituti di archeologia, storia e storia dell’arte di Roma; docenti di storia dell’arte di istituti liceali; giornalisti in regola; cittadini della Ue portatori di handicap e loro familiare o altro accompagnatore.

Il museo nazionale Atestino al centro del parco archeologico di Este

Il museo nazionale Atestino al centro del parco archeologico di Este

Il secondo appuntamento, Arkeowalking, sarà domenica 25 maggio, in concomitanza con laDomenica Ecologica organizzata dal Comune di Este, e prevede una passeggiata al Parco Archeologico di Este. Il ritrovo è alle 15 al parcheggio di  Cementizillo: da qui si parte alla volta di un percorso urbano di circa 2 ore e mezzo (adatto a tutti) con Cinzia Tagliaferro, che guiderà i partecipanti alla scoperta dei luoghi dove si sono verificati i più importanti rinvenimenti archeologici, già apprezzati durante la visita al museo. L’itinerario, della lunghezza complessiva di circa sei chilometri, si snoda all’interno della città di Este ed è percorribile a piedi o in bicicletta. Vengono descritti i luoghi dove si sono verificate importanti scoperte archeologiche e messi in luce anche alcuni punti di interesse del centro storico e della periferia, con i suoi suggestivi scorci paesaggistici. L’itinerario è segnalato da sedici pannelli illustrati che restituiscono il quadro dell’antico insediamento di Este preromana e romana. Grazie alla ricchezza di informazioni raccolte, sono state identificate tre zone con diverse destinazioni d’uso: 1. area abitata: si estendeva in corrispondenza dell’attuale centro storico e delle sue propaggini occidentali ed era solcata dall’antico corso dell’Adige, che si divideva in più rami; 2. area delle necropoli: le aree cimiteriali erano poste sia a nord, a ridosso dei primi rilievi collinari, che a sud, nella pianura alluvionale oltre l’attuale strada Padana Inferiore; 3. area dei santuari extraurbani: in posizione periferica ma strategica, a nord ovest e a sud est dell’antica città. Mentre per il I millennio a.C. all’interno dell’abitato si può ipotizzare solo una distinzione tra aree residenziali e aree produttive e artigianali, per l’epoca romana si definisce più chiaramente la presenza di aree destinate a quartieri privati e zone destinate a edifici pubblici. I pannelli, collocati in punti accessibili e accoglienti e numerati seguendo l’ordine del percorso, sono composti da testi che contengono le informazioni essenziali e aggiornate, relative alle scoperte archeologiche di quella zona, e da una serie di fotografie degli scavi eseguiti e dei reperti ora esposti in Museo, nonché di disegni che riportano piante e ricostruzioni.

La mappa del parco archeologico di Este con il percorso e le tappe alla scoperta dei siti più importanti

La mappa del parco archeologico di Este con il percorso e le tappe alla scoperta dei siti più importanti

1. Stazione ferroviaria: necropoli preromane Boldù Dolfin; 2. Via Principe Amedeo: Borgo Canevedo, il più antico insediamento di Este; 3. Contrada Deserto: Santuario Baratella; 4. Via Restara: resti di abitazioni preromane; 5. Via Gambina: resti di strutture abitative preromane; 6. Via San Fermo e Via Settabile: quartiere residenziale preromano e romano; 7. Strada Statale Padana Inferiore: Necropoli Morlungo e Capodaglio; 8. Chiesa della Salute: Il fiume e la città; 9. Via Olmo: quartiere pubblico romano; 10. Via Pietrogrande e Via Rubin de Cervin: quartiere pubblico romano; 11. Via Augustea – Cimitero: quartiere pubblico romano e zone artigianali preromane (visitabile); 12. Via Augustea – Serraglio Albrizzi: Domus del Serraglio Albrizzi; 13. Via Sostegno – Casale: Santuario dei Dioscuri; 14. Via Caldevigo: Santuario di Caldevigo e Necropoli Rebato; 15. Via Santo Stefano: Necropoli Ricovero e Necropoli Benvenuti; 16. Parco Comunale: Necropoli preromane e romane e complesso medievale del Castello.

Tesori d’arte restaurati: il ritorno da Napoli al museo nazionale Atestino della stele funeraria augustea di Publio Emilio Breve

La stele funeraria di Publio Emilio Breve di età augustea è tornata a Este

La stele funeraria di Publio Emilio Breve di età augustea è tornata a al museo nazionale Atestino di Este

La stele funeraria di Publio Emilio Breve è tornata a casa: nel museo archeologico Atestino di Este. “Nell’ambito delle manifestazioni per il bimillenario della morte dell’imperatore Augusto”, spiega il direttore del museo Elodia Bianchin Citton, “il Museo Nazionale Atestino di Este presenta per la prima volta al pubblico di specialisti e di appassionati, con l’ausilio della proiezione di immagini, il restauro di un importante monumento funerario di età augustea”. L’appuntamento-evento è domenica 6 aprile alle 16.30, nella sala VIII del museo. Il monumento che viene presentato domenica è – come si diceva – una stele (come definita con termine specialistico) rinvenuta qualche anno prima del 1847 nelle vicinanze del centro romano di Este ed entrata a far parte dapprima delle raccolte del Museo Civico Lapidario e successivamente di quelle del Museo Nazionale Atestino. Restaurata nell’ambito dell’iniziativa Restituzioni-tesori d’arte restaurati di Intesa Sanpaolo, giunta alla sua sedicesima edizione nel 2013, fu esposta, assieme agli altri capolavori restaurati per l’occasione al Museo di Capodimonte di Napoli.

La stele funeraria di Publio Emilio Breve prima e durante i restauri

La stele funeraria di Publio Emilio Breve prima e durante i restauri

Ora la stele di Publio Emilio Breve è nuovamente esposta nella sala VIII del nostro museo, dove primeggia tra gli altri monumenti funerari proprio grazie al recente restauro. “Si tratta di un monumento funerario in calcarenite dei Colli Berici (nota comunemente come pietra di Nanto)”, spiega il direttore dell’Atestino, “di forma parallelepipeda con coronamento a frontone; la decorazione figurativa, resa a bassorilievo, è di tipo simbolico (aironi, colombe, un leprotto e un erote alato, ecc.) e allusiva all’idea della morte come viaggio nell’aldilà, alla felicità eterna e all’immortalità attesa dal defunto. Di notevole importanza è stata la nuova lettura dell’iscrizione, che documenta che il monumento funerario era la tomba di un membro della gens Aemilia, famiglia attestata a Este già nel I secolo a.C., quando l’antico centro dei Veneti antichi divenne città romana con il nome di Ateste”.

Nel corso della presentazione – a ingresso gratuito – interverranno gli specialisti delle varie discipline che attraverso un continuo e proficuo confronto hanno seguito nelle varie fasi il restauro, la determinazione petrografica ed effettuato un aggiornato studio archeologico ed epigrafico del monumento. Agli Indirizzi di saluto di Eleonora Florio, assessore alla cultura del Comune di Este, e di Elodia Bianchin Citton, direttore del Museo Nazionale Atestino, seguiranno gli interventi di Stefano Buson, funzionario restauratore della Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto; Giampaolo De Vecchi, già professore ordinario di Mineralogia e Petrografia dell’Università di Padova; Marisa Rigoni, già direttore archeologo della Soprintendenza beni archeologici del Veneto; Cinzia Tagliaferro, collaboratrice della Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto; e Patrizia Toson, restauratrice libera professionista.

Viaggio nella terra dei Veneti antichi

"Venetkens", la grande mostra a Padova

“Venetkens”, la grande mostra a Padova

La grande mostra “Venetkens” a Padova chiude il 17 novembre

Rimane poco meno di un mese per un viaggio, unico e irripetibile, nella terra dei Veneti antichi: la grande mostra “Venetkens”, allestita al Palazzo della Ragione di Padova, chiude il 17 novembre. Meglio affrettarsi, perché difficilmente si potrà avere una visione d’insieme così completa e composita di oggetti (sono oltre 1700 quelli in mostra) provenienti non solo dai musei archeologici nazionali in Veneto, ma anche dai musei civici, dai magazzini della soprintendenza, e dalle Regioni vicine e oltre confine, come la Slovenia: dalla tomba del principe delle Narde di Frattesina  alla situla Benvenuti di Este, fino agli ex voto di Auronzo e di Lagole di Calalzo e alle statue monumentali di Gazzo Veronese; ma anche capolavori finora mai esposti al pubblico , come l’incredibile situla dell’Alpago o i nuovi cippi confinari e le sepolture principesche con cavalli di Padova.

Trentasette anni dopo “Padova romana”

Cavallino in bronzo: il cavallo veneto era famoso

Cavallino in bronzo: il cavallo veneto era famoso

L’ultima significativa, anche se parziale, esposizione sulle genti che hanno abitato il Veneto prima dei romani fu nel 1976 con “Padova preromana”: allora si parlava ancora di “Paleoveneti” terminologia oggi superata dalla dizione “Veneti antichi”. Questa mostra, spiega il soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tinè, “vuole dare al visitatore un’impressione sostanziale e duratura di quella che fu una delle più caratterizzate e originali culture dell’Italia antica. Superando le suggestioni mitografiche e restituendo ai Veneti quel ruolo di protagonisti a pieno titolo nel mosaico etnico e culturale che, nella penisola come in area padana, precedette durante tutto il I millennio a.C. la fase globalizzante della ‘pax romana’  e  della strutturazione regionale augustea che, del vecchio caleidoscopio di popoli e culture, fu peraltro la definitiva cristallizzazione”.

“Venetorum angulus”, ma strategico

Visitando la mostra, sintetizza Tinè, si ha la percezione del ruolo di fondamentale mediatore geografico e culturale di questo territorio e del popolo che gli ha dato il nome. “Per nulla ‘Venetorum angulus’ ma, invece, terra di contatto tra realtà mediterranea, peninsulare, padana, alpina e transalpina, in un gioco di relazioni e di scambi che spiega la complessità e l’articolazione di un panorama culturale e probabilmente anche etnico quanto mai vario e multiforme con stratificazioni di diversa origine: Etruschi, Greci, Celti e infine Romani naturalmente”.

Un viaggio che parte da lontano

Bronzetto raffigurante Paride arciere

Bronzetto raffigurante Paride arciere

Era il 1876 quando a Este iniziarono i primi scavi. Da allora la ricerca archeologica non si è mai fermata in tutta la regione e in alcune zone limitrofe. Ciò ha imposto alle curatrici della mostra, Mariolina Gamba, Giovanna Gambacurta, Angela Ruta Serafini, Francesca Veronese, delle scelte rigorose in un mix tra vecchi rinvenimenti già famosi e scoperte recenti, spesso inedite. Il percorso espositivo ha così la prospettiva di un viaggio che attraversa il Veneto antico nello spazio e nel tempo, dal Delta del Po all’alta valle del Piave, dal XII sec. (età del Bronzo) al I sec. a.C. (romanizzazione).  Il visitatore è dunque come un “antico viaggiatore” che approda nei dintorni del delta, proprio dove si pongono le basi per lo sviluppo del Veneto antico. Qui infatti si trovano i più importanti centri mercantili europei dell’epoca, dove giunge l’ambra del Baltico, ma si scambiano anche prodotti in metallo, osso, vetro e merci esotiche come uova di struzzo e avorio. Dal delta si entra nella pianura padana. Seguendo il corso dei fiumi si toccano le due capitali, Este e Padova, ma anche Vicenza, Treviso, Altino, Oderzo, Concordia. Il visitatore-viaggiatore entra nelle città venete nel periodo di loro massimo splendore, cioè tra il VI e gli inizi del IV sec. a.C. Scopre l’organizzazione dello spazio urbano, ammira la bellezza degli edifici, stupisce per le usanze religiose. È in città che ci si imbatte nei testi scritti: chi sa scrivere tra i Veneti antichi? Come? Che suoni ha questa lingua? Qualche risposta cerca di darla anche la mostra. Uscendo dalle città il viandante incontra prima i luoghi di culto e poi le ‘città dei morti’. Lasciandosi alle spalle i grandi centri, il viaggiatore si avvia verso la zona dell’alta pianura, ai piedi delle colline e delle montagne. Attraverso l’alta pianura ci si avvia alla pedemontana, una ‘galassia’ di insediamenti  quanto mai vivaci e produttivi, dai monti Lessini veronesi alle propaggini friulane. La valle del Piave porta il nostro viaggiatore verso il confine dei Veneti e verso la conclusione del suo cammino. Ormai i Romani, che nel 189 a.C. fondano Aquileia, sono ben presenti in regione.