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#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: con l’ottavo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, illustra la “Tomba di Ignoti”, scoperta intatta da Virginio Rosa nel 1911 a Gebelein

Le “Passeggiate del direttore” sono arrivate all’ottavo appuntamento, portandoci a vivere nelle nostre case, nel rispetto di #iorestoacasa, un viaggio nell’Antico Egitto. Questa volta Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino, ci porta a conoscere “La Tomba di Ignoti”, databile alla V dinastia, scoperta intatta da Virginio Rosa nel 1911 a Gebelein, costituita da un corridoio con tre camere, contenenti sarcofagi, mummie e i rispettivi corredi. Poiché non sono state trovate indicazioni sui nomi delle persone sepolte, è nota come Tomba degli Ignoti, oggi al museo Egizio, e mostra il rapporto tra l’arte egizia e l’architettura naturale.

L’allestimento al museo Egizio della Tomba di Ignoti, scoperta a Gebelein da Virginio Rosa nel 1911 (foto Graziano Tavan)

La pianta della Tomba di Ignoti disegnata da Virginio Rosa (foto Graziano Tavan)

“Siamo nel 1911”, racconta Greco. “Il direttore Ernesto Schiaparelli si trova a Torino e un suo giovane collaboratore, Virginio Rosa, è in quel momento in Egitto”. Rosa il 29 gennaio 1911 scrive da Gebelein al direttore Schiaparelli: “In quanto agli scavi ho l’onore e il piacere di annunziarle che si è trovata una tomba intatta. A mezza montagna si è entrati in un antro tagliato nella roccia con tre camere”. È la Tomba degli Ignoti di cui Rosa fa anche un disegno, seguendo le indicazioni pressanti di Schiaparelli che chiede di documentare tutto con precisione. “I disegni del Rosa – continua Greco – sono stati per noi fondamentali per l’allestimento della tomba, in cui i vari sarcofagi sono stati messi in relazione uno con l’altro e ci fanno capire il contesto archeologico del ritrovamento. Oltre ai sarcofagi a parallelepipedo con coperchio bombato, è interessante la presenza di un sarcofago in pietra che sembra quasi l’evidenza di una pagina dello storico greco Erodoto che, nel V sec. d.C., nel secondo libro delle Storie, quello dedicato all’Egitto, scrive che gli Egizi seppero tradurre in pietra l’architettura organizza che essi osservavano. Questo sarcofago ingloba nella forma della pietra quella di due tronchi d’albero: è l’esemplificazione della pagina di Erodoto”.

La mummia della Tomba di Ignoti al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Particolarmente interessante è la mummia esposta. “In questa tomba – spiega il direttore – possiamo notare l’evoluzione del processo di mummificazione. Qui c’è una mummificazione artificiale. Con una particolarità: le parti del corpo sono state avvolte in bende separatamente. Ma qui manca un lenzuolo finale che avvolga tutta la mummia. Sulle bende con l’inchiostro sono stati indicati i capezzoli, la barba, la bocca, gli occhi, le sopracciglia, i capelli. E la forma del naso e le cavità oculari sono rese quasi fossero tridimensionali, quasi avessero una valenza plastica. Ecco di nuovo la voglia che il corpo venga preservato, che esso sia intatto, e che esso abbia una valenza plastica, quasi come una maschera che ci faccia vedere come il corpo adesso sia davvero pronto per affrontare la sua nuova nascita e la vita nell’aldilà”.

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: con il sesto appuntamento su “Ernesto Schiaparelli, la M.A.I e il Partage” il direttore Greco chiude il racconto della storia pluricentenaria del museo, descritta nella sezione ipogea

Il sesto appuntamento con le “Passeggiate del direttore” dedicata a “Ernesto Schiaparelli, la M.A.I e il Partage” completa la visita della sezione ipogea del museo Egizio di Torino e con essa la storia pluricentenaria dell’istituzione culturale piemontese. Il direttore Christian Greco inizia presentandoci la figura di Ernesto Schiaparelli che rappresenta un tassello fondamentale nella storia del museo Egizio. “Nel 1894”, ricorda Greco, “70 anni dopo la fondazione del museo, Schiaparelli, che era già stato per 14 anni direttore del museo Egizio di Firenze (1880-1894), arriva a Torino e comprende subito che il ruolo della collezione non è più quello che aveva avuto un tempo. La collezione è sì importante ma altri musei europei stanno avendo un ruolo importante anche perché loro stanno scavando in Egitto. E capisce quindi che non basta più solo acquisire nuovi reperti e andare in Egitto per acquistare nuovi reperti, ma che bisogna cominciare a scavare: dare un contesto archeologico agli oggetti, capire da dove essi vengono. Investigare dei siti e poi portare gli oggetti in museo contestualizzati, capendone al storia. Per cui l’oggetto non è più il tesoro singolo ma è il documento storico che ci permette di capire un sito, un paesaggio, una fase storica dell’Antico Egitto”.

Ernesto Schiaparelli e i suoi strumenti da lavoro (dalla mostra “M.A.I,.”, foto Graziano Tavan)

Schiaparelli ottiene da Gaston Maspero, Direttore del servizio di Antichità, la possibilità di operare degli scavi in Egitto. “A dire il vero lui può scegliere dove scavare in Egitto”, continua il direttore. “Ma per far questo servivano dei finanziamenti, finanziamenti che Schiaparelli chiede al ministero per gli Affari esteri, il quale però indica di rivolgersi al ministero per la Pubblica istruzione. Per un po’ i due ministeri si rimpallano la richiesta finché nel 1903 c’è l’ok e si può finalmente fondare la Missione Archeologica Italiana (M.A.I.) in Egitto. Dal 1903 al 1920 ci saranno 12 campagne fondamentali che da Nord a Sud permetteranno di documentare l’Antico Egitto e di scavare in vari siti, e permetteranno soprattutto di incrementare la collezione perché Schiaparelli porterà a Torino più di 35mila reperti”.

La cartina dell’Egitto con le missioni archeologiche di Ernesto Schiaparelli (dalla mostra “M.A.I.”, foto Graziano Tavan)

La macchina fotografica di Ernesto Schiaparelli (dalla mostra “M.A.I.”, foto Graziano Tavan)

Come operava Schiaparelli? “Il compagno di lavoro fedele di Schiaparelli era la macchina fotografica. In maniera quasi ossessiva faceva documentare tutte le fasi dello scavo: il momento della scoperta, il momento in cui l’oggetto veniva messo all’interno delle casse e veniva trasportato. Questa documentazione oggi ci permette di capire dove aveva scavato e a volte di ricostruire la stratigrafia. Il museo Egizio conserva 14mila lastre fotografiche inedite del periodo degli scavi. E 39 metri lineari di archivio che ci permettono di capire fase dopo fase”. Schiaparelli scava a Eliopoli, a Giza, a Ossirinco, ad Ashmunein, ad Asyut, ad Hammamiya, a Qaw el Kebir, a Deir el Medina, a Tebe Ovest, dove scopre il villaggio degli artisti del faraone. Andrà poi nella valle delle Regine, a Gebelein, fino ad arrivare ad Aswan. “È questo anche il momento in cui l’Egitto comincia a interrogarsi su quale debba essere il rapporto con i Paesi che vengono a scavare in Egitto, quale debba essere la regolamentazione. È allora che cominciano a essere inserite le leggi del Partage, che permette ai Paesi stranieri di scavare in Egitto ma con l’obbligo di lasciare in Egitto gli oggetti più belli, mentre gli altri vengono portati all’estero con permessi di esportazione. Schiaparelli accresce le collezioni e trasforma il museo Egizio da antiquario ad archeologico”.

Il tempio di Ellesija donato dall’Egitto all’Italia e conservato al museo Egizio di Torino

Il telegramma di Giulio Farina al ministro Bottai (foto museo Egizio)

La storia del museo Egizio si chiude con un momento tragico. Siamo nel 1942. È il periodo dei bombardamenti. Giulio Farina è alla guida del museo. La città di Torino viene bombardata e Giulio Farina il 2 dicembre 1942, che vorrebbe subito evacuare le collezioni, scrive un telegramma al ministro della Pubblica istruzione, Bottai, di venire lui a vedere com’è la situazione. Ma ormai è tardi. L’8 dicembre 1942 il museo viene bombardato. Colpite tra l’altro le vetrine con i reperti che vengono da Gebelein. “Questo forse è il momento più drammatico per il museo”, ricorda Greco. “Le collezioni poi verranno evacuate e portate al castello di Agliè, fuori Torino, con i mezzi della Wehrmacht, e poi riportati alla fine della guerra con i mezzi alleati. Il museo Egizio riaprirà nel 1946, uno dei primi in Italia tra i grandi musei”. C’è un ultimo grande reperto che arriva al museo Egizio, il tempio di Ellesija, che si vedrà alla fine delle passeggiate. Verrà dato al museo in base a un decreto presidenziale di Nasser nel 1970 per ringraziare l’Italia per quanto ha fatto per la salvaguardia dei monumenti durante la campagna Unesco, quando i monumenti dell’antico Egitto rischiavano di essere sommersi dalle acque del lago Nasser.

La regina Nefertari arriva a Kansas City (Missouri). Al Nelson-Atkins Museum of Art ha aperto “Queen Nefertari: eternal Egypt”, con 250 reperti del museo Egizio di Torino

La locandina della mostra “Queen Nefertari: eternal Egypt” al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City

La regina Nefertari conquista Kansas City, nel Missouri. Prosegue con una nuova tappa il tour nordamericano dei reperti del Museo Egizio, protagonisti della mostra itinerante “Regine del Nilo” che, reduce dal successo di Washington, è approdata con un nuovo allestimento al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, dove potrà essere visitata dal pubblico statunitense fino al 29 marzo 2020.

Una sala espositiva della mostra “Queen Nefertari: eternal Egypt”

L’esposizione, che sta raccogliendo grande apprezzamento a livello internazionale, si presenta nella nuova sede col titolo “Queen Nefertari: eternal Egypt” proponendo un focus dedicato proprio alla regina moglie del faraone Ramesse II (1279 – 1213 a. C.). Un percorso espositivo che si snoda attraverso circa 250 reperti del Museo che comprendono, insieme a statue e oggetti di vita quotidiana, il corredo funerario e il coperchio del sarcofago di Nefertari, portati alla luce dalla Missione Archeologica Italiana guidata da Ernesto Schiaparelli e al lavoro nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905.

La mummia di Nefertari è stata sottoposta a Tac all’ospedale di Kansas City

Ma prima di approdare nelle sale espositive del Nelson-Atkins, alcuni di questi reperti hanno soggiornato alcuni giorni, nelle scorse settimane, in un altro edificio della cittadina del Missouri: il Saint Luke’s Hospital, dove alcune indagini diagnostiche ne hanno certificato lo stato di conservazione ottimale.

Il Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City

L’esposizione racconterà inoltre ai visitatori la storia delle mogli dei faraoni durante il Nuovo Regno nel periodo che va dal 1500 al 1000 a.C., quando regine come Ahmose Nefertari, Hatshepsut, Tiye, Nefertiti, e in particolare Nefertari, erano donne influenti che non ricoprivano soltanto il ruolo di mogli ma gestivano anche il palazzo del faraone esercitando un potere politico significativo.

Il profumo dei reperti racconta la storia dell’Antico Egitto. All’Egizio di Torino un’indagine mai svolta prima in un museo: si annusa il profumo dei reperti della Tomba di Kha e Merit per avere informazioni inedite. I risultati tra qualche settimana

Alcuni reperti del corredo della Tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino impacchettati e pronti per essere annusati (foto Federico Taverni / museo Egizio)

Il logo del museo Egizio di Torino

La storia dell’Antico Egitto raccontata attraverso il profumo dei reperti. È l’ultima frontiera delle tecnologie applicate all’archeologia: in questo caso è la chimica che si è messa al servizio dei beni culturali per un’indagine mai svolta in un museo: il corredo funebre della Tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino “annusati” dai ricercatori dell’università di Pisa. Quando Ernesto Schiaparelli scoprì nel 1906 la tomba di intatta di Kha e Merit, nel villaggio di Deir el-Medina, sapeva bene di aver trovato un tesoro inestimabile. A distanza di 3500 anni circa, questa tomba, che rappresenta uno dei principali tesori della collezione egittologica torinese, continua a svelare le sue meraviglie. In questi giorni, una ventina di contenitori provenienti dalla tomba sono stati protagonisti di un’indagine innovativa, mai eseguita prima d’ora in un museo: la ricerca del loro “profumo”. Nel quadro di un progetto europeo di ricerca, un team di chimici dell’università di Pisa, in collaborazione con gli archeologi e i curatori del museo Egizio, ha analizzato in modo del tutto non invasivo, senza prelevare alcun campione, il contenuto di più di venti vasi. Ad essere “annusati” grazie a questa tecnologia sono i composti volatili rilasciati nell’aria in concentrazioni estremamente basse (ultratracce) dai residui organici presenti nei contenitori al fine di identificarne la natura. L’indagine ha coinvolto il dottor Jacopo La Nasa e le professoresse Francesca Modugno, Erika Ribechini, Ilaria Degano e Maria Perla Colombini dell’università di Pisa, il dottor Andrea Carretta della SRA Instruments e Federica Facchetti, Enrico Ferraris e Valentina Turina del museo Egizio. L’iniziativa rientra nel progetto MOMUS – Spettrometria di Massa SIFT portatile e identificazione di Materiali Organici in ambiente museale, realizzato con il sostegno della Regione Toscana e di SRA Instruments, cha inoltre ha messo a disposizione lo spettrometro di massa e la sua esperienza.

Lo spettrometro di massa SIFT-MS (Selected Ion Flow Tube-Mass Spectrometry) annusa il contenuto di una ciotola del corredo della Tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto Federico Taverni / museo Egizio)

Delle provviste alimentari contenute in un piatto, per esempio, furono identificate come “verdura finemente triturata e impastata con un condimento” da Ernesto Schiaparelli, che scoprì la tomba intatta di Kha e Merit a Deir el-Medina. Ma finora nessuna analisi ha potuto confermare né smentire tale ipotesi, e una risposta potrebbe ora arrivare dalla spettrometria. L’esame è stato eseguito con uno spettrometro di massa SIFT-MS (Selected Ion Flow Tube-Mass Spectrometry) trasportabile, un macchinario che solitamente viene impiegato in ambito medico per quantificare i metaboliti del respiro e che solo recentemente ha dimostrato la sua utilità anche nel campo dei beni culturali per eseguire indagini preservando l’integrità dei reperti.

Esperti al lavoro con lo spettrometro di massa SIFT-MS (Selected Ion Flow Tube-Mass Spectrometry) al museo Egizio di Torino (foto Federico Taverni / museo Egizio)

Christian Greco, direttore dell’Egizio di Torino

“Per svolgere l’esame sono stati necessari alcuni giorni; infatti nella prima fase abbiamo chiuso ampolle, vasi e anfore in sacchetti a tenuta stagna in modo da concentrare il più possibile le molecole nell’aria”, spiega Francesca Modugno dell’università di Pisa, “i dati saranno registrati nell’arco di due giorni, ma risultati delle analisi saranno disponibili tra alcune settimane, considerata la difficoltà della loro interpretazione. Quello che ci aspettiamo di rilevare sono frazioni volatili di oli, resine o cere naturali”. E il direttore del museo Egizio, Christian Greco: “Siamo orgogliosi di collaborare con i partner di questo progetto e di sperimentare nelle nostre sale l’utilizzo di una tecnica così sofisticata. La ricerca è il cuore delle nostre attività e sentiamo fortemente il dovere di sostenerla, pur garantendo l’integrità della straordinaria collezione che abbiamo l’onore di custodire”.

Cosmetici ed effetti terapeutici nell’Antico Egitto. Ne parla il prof. Hans-Werner Manfred Fischer-Elfert al museo Egizio di Torino: “Il kohol nelle ricette mediche. Vasi cosmetici e trattati medici sulle malattie dell’occhio sui papiri”

Il cofanetto da toeletta che faceva parte del corredo funerario di Merit, sposa dell’architetto Kha, conservato al museo Egizio di Torino

C’è un reperto prezioso, tra le migliaia esposti al museo Egizio di Torino, che spesso passa quasi inosservato ai più, presi come siamo a memorizzare il più possibile di quella civiltà affascinante quale è quella dell’Antico Egitto. Si trova nella sala riservata alla tomba dell’architetto Kha (“Capo della Grande Casa”, vissuto intorno al 1400 a.C.) e della moglie Merit, scoperta integra e inviolata da Ernesto Schiaparelli nel 1906 a Deir el Medina. Tra letti, panche, sgabelli, cofani, tele, tuniche, stoffe, vasellame in ceramica, metallo e pietra, nel corredo di Merit c’è anche uno straordinario cofanetto da toeletta, che conserva alcuni vasetti per la conservazione e il trasporto di unguenti e cosmetici, tra i quali il famoso kohol per il trucco agli occhi.

La locandina della conferenza del prof. Hans-Werner Manfred Fischer-Elfert al museo Egizio di Torino

Ma quel trucco ha un “trucco”, e scusate il gioco di parole: aveva anche effetti medicamentosi. Martedì 4 giugno 2019, alle 18, se ne parla al museo Egizio nella conferenza “Il kohol nelle ricette mediche. Vasi cosmetici e trattati medici sulle malattie dell’occhio sui papiri”, tenuta dal professor Hans-Werner Manfred Fischer-Elfert. Hans-Werner Manfred Fischer-Elfert è professore di Egittologia all‘istituto di Egittologia dell‘università di Lipsia e direttore generale del museo Egizio “Georg Steindorff” dell’università di Lipsia. Tra i suoi interessi di ricerca: l‘antica letteratura egizia, la religione, la medicina e la magia. I contenitori egizi porta kohol sono di solito considerati soprattutto come vasi porta cosmetici. Galena nera e malachite verde, che formano i costituenti di base della pittura per occhi (kohol), sono però integrati da una vasta gamma di altri ingredienti. Alcuni contenitori databili al Nuovo Regno, tuttavia, recano sulle superfici titoli di ricette mediche che raccontano il loro vero scopo. Inoltre, le iscrizioni possono essere collegate a manuali medici sulle malattie degli occhi. Oltre alla “pittura quotidiana per occhi” incontriamo mezzi specifici per trattare sia problemi stagionali, sia i frequenti problemi degli occhi che molestavano gli Egizi di ogni livello sociale. La loro accessibilità era limitata e legata al Tesoro Reale, però. L’intervento del professor Hans-Werner Manfred Fischer-Elfert tratterà questi temi da una prospettiva combinata su cosmetici e medicina. La conferenza sarà introdotta da Federico Poole, curatore del museo Egizio. Ingresso libero in sala Conferenze fino a esaurimento posti.

Un ritratto della regina Nefertari con gli occhi truccati porge due vasetti per cosmetici (dipinto dalla tomba di Nefertari nella valle delle Regine)

Le regine dell’Antico Egitto amavano truccare gli occhi con il kohol, che allungava la forma dell’occhio, così da ricordare quella del dio Horus. Occhi truccati. Li vediamo nei ritratti della regina Nefertari, sposa del faraone Ramses II, dipinti nella sua tomba, scoperta nella Valle delle Regine da Ernesto Schiaparelli nel 1904. O nel busto della regina Nefertiti, sposa del faraone Akhenaten, scoperto a tell el-Amarna da Ludwig Borchardt nel 1912, e oggi conservato a Berlino. Ma, come verrà ben illustrato nella conferenza del museo Egizio di Torino, quel trucco non soddisfaceva solo un’esigenza estetica, o un sentimento religioso. C’era anche un risvolto medico-farmacologico. “l clima torrido, il sole abbacinante e l’ambiente polveroso dell’Egitto”, spiegano gli esperti, “non erano certo salubri per l’epidermide e gli occhi. Gli antichi creatori di cosmetici avevano quindi messo a punto trucchi dotati di potere protettivo o terapeutico”. È proprio quanto succede con il kohol i cui componenti principali – come abbiamo visto – erano la malachite (carbonato del rame di colore verde intenso) e la galena (composto del piombo dal tono grigio scuro) cui venivano aggiunti grassi animali, cera d’api o resine per agglutinarli. “Tramite l’uso di tipici bastoncini di legno, questi pigmenti venivano stesi generosamente sulle palpebre proteggendo gli occhi dal tracoma, una malattia infiammatoria cronica della congiuntiva, di natura virale e contagiosa. Inoltre, evitavano l’emeralopia, ovvero l’abbassamento della vista al tramonto e curavano la congiuntivite”.

Torino, incontro con l’egittologo Ciampini alla scoperta dei sarcofagi lignei del museo Egizio, trovati dalla Missione archeologica italiana in Egitto diretta da Schiaparelli a Assiut e Gebelein

Planimetria e cronologia della Missione archeologica italiana in Egitto diretta da Ernesto Schiaparelli nella mostra “Missione Egitto” del 2017 all’Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

L’egittologo Ernesto Schiaparelli scoprì la tomba di Nefertari nel 1904

Era il 1903 quando Ernesto Schiaparelli, dal 1894 direttore del museo Egizio di Torino, inaugurava la Missione archeologica italiana (Mai) in Egitto che in meno di vent’anni avrebbe portato a straordinarie scoperte, non ultime la splendida tomba di Nefertari, la sposa di Ramses II, considerata tra le più belle della Valle delle Regine, e la tomba dell’architetto reale Kha, trovata intatta col suo ricco corredo funerario. La Mai promosse campagne di scavo a Eliopoli, Ermopoli, Giza, Valle delle Regine, Deir el-Medina, Assiut, Bahnasa e Gebelein, mettendo insieme una collezione di 30mila reperti, oggi vanto del museo Egizio di Torino, in grado di testimoniare ed illustrare tutti i più importanti aspetti dell’Antico Egitto, dagli splendori delle arti agli oggetti comuni di uso quotidiano.

Operai impegnati nello scavo del sito di Gebelein (foto Archivio museo Egizio di Torino)

L’egittologo Emanuele Ciampini di Ca’ Foscari

Proprio da Assiut e Gebelein proviene una nutrita serie di sarcofagi, datati a un periodo precedente al Nuovo Regno, che fa parte della collezione di antichità del museo Egizio di Torino, che giovedì 21 febbraio 2019, alle 18, ospiterà la conferenza “Tra i sarcofagi lignei del Museo Egizio”, tenuta dal professor Emanuele Ciampini, professore associato di Egittologia all’università Ca’ Foscari di Venezia; dirige la Missione Archeologica Italiana in Sudan – Jebel Barkal ed è autore di saggi e studi legati alla filologia e al pensiero religioso faraonico. La conferenza, a ingresso libero fino a esaurimento dei posti, sarà introdotta dal curatore Federico Poole, sarà tenuta in lingua italiana, e verrà anche trasmessa via streaming sulla pagina Facebook del Museo.

Dettaglio di un sarcofago ligneo conservato al museo Egizio di Torino

La Galleria dei Sarcofagi al museo Egizio di Torino

Questi sarcofagi lignei offrono un ricco e variegato quadro della cultura egizia tra l’Antico e il Medio Regno, un periodo che vede il formarsi di modelli che entreranno a far parte della coscienza più profonda della civiltà egizia. La presentazione di questi materiali permetterà di delineare le caratteristiche di un processo evolutivo del pensiero antico, in particolar modo legato a espressioni religiose che forniscono un quadro articolato, e che permettono ancora oggi di riconoscere l’evoluzione di un pensiero religioso complesso.

A tu per tu con gli artisti delle tombe della Valle dei Re e delle Regine nel villaggio di Deir el-Medina. Nella mostra a Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini” l’eccezionale ricostruzione della tomba di Pashed, caposquadra degli artigiani all’epoca di Ramses II

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018: prorogata al 30 settembre 2018

Il nostro viaggio alla scoperta dell’Antico Egitto sta per concludersi. Abbiamo attraversato il Mediterraneo incrociando le navi di quei popoli che trafficavano con la terra dei faraoni. Abbiamo solcato il Nilo ammirando le grandi città che erano sorte lungo le sue sponde. Abbiamo fatto la conoscenza con i signori di queste terre, i faraoni, e con le divinità che sovrintendevano a questo mondo. Infine, con gli imbalsamatori, ci siamo inoltrati nel mondo dell’aldilà, il regno di Osiride. È tempo di conoscere chi ha permesso agli antichi egizi di raggiungere nel modo migliore l’Oltretomba, con la realizzazione di tombe che nella maggioranza dei casi sono anche dei capolavori artistici: stiamo parlando degli artigiani specializzati in grado di esaudire i desiderata dei loro committenti. Siamo nella sesta sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta non più fino al 15 ma fino al 30 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo.

Vetrinetta con materiali che ricordano oggetti provenienti da Deir el-Medina (foto Graziano Tavan)

Le tombe dei sovrani del Nuovo Regno furono costruite da manodopera specializzata che risiedeva nel villaggio circondato da mura di Deir el-Medina, sulla riva occidentale del Nilo, di fronte alla città di Luxor, in una piccola valle del deserto roccioso. L’attuale nome arabo significa “il monastero della città”, retaggio dell’occupazione copta che trasformò il tempio della dea Hator in un luogo sacro al cristianesimo. Ma il villaggio, come suggerito dai dati archeologici, risale al tempo del faraone Thutmosi I (1504 – 1492 a.C.), e si sviluppò notevolmente 150 anni più tardi con Horemheb (1323 – 1245 a.C.), quando aumentò vistosamente il numero degli artigiani richiesti dalle nuove tecniche decorative applicate alle tombe reali. Il sito fu poi abbandonato sotto il regno di Ramses XI (1099 – 1069 a.C.), ma non venne meno il suo valore sacro, come dimostrano i riusi di tombe e l’occupazione copta.

Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani dei faraoni cintato da mura

Il villaggio di Deir el-Medina in età ramesside era fiancheggiato ad Ovest, sul crinale roccioso, dalla necropoli principale, e a Est, sul pendio della collina di Gurnat Murrai, da un altro cimitero, probabilmente secondario. Qui vissero gli artigiani impiegati nella costruzione delle tombe reali nelle vicine valli dei Re e delle Regine. Il villaggio era chiamato dai suoi abitanti in diversi modi: pa-demi (“il villaggio”), set-maat (“il luogo della Verità”), o ancora pa-kher (“la necropoli”), espressioni che indicavano le necropoli reali, includendo il villaggio come unità amministrativa.

Un dettaglio delle pareti affrescate della tomba di Pashed ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)

“Gli artigiani chiamati a realizzare le monumentali sepolture della XVIII, XIX e XX dinastia, facevano parte della cosiddetta Squadra della Tomba”, spiega l’egittologa Elisa Fiore Marochetti. “La squadra era divisa in due equipaggi, chiamati di destra e di sinistra, secondo delle modalità mutuate dalla nautica. Ogni equipaggio era comandato da un capo, designato dal visir o dal re stesso su sua proposta. Il caposquadra rappresentava la squadra dinanzi alle autorità, doveva sorvegliare il lavoro degli operai ed era incaricato di distribuire loro le razioni di cibo, che costituivano la paga. Si occupava dell’attrezzatura e dei materiali necessari ai lavori. Presiedeva inoltre le questioni legali nella corte, dirimeva le dispute. Conosciamo il nome di almeno 31 capisquadra dalla XIX alla XXI dinastia, cioè in un arco di tempo di 270 anni. Tra questi capisquadra a noi noti c’è Pashed, il cui nome significa il Salvatore, il quale visse nel XIII secolo a.C. Pashed – continua Marochetti – fu caposquadra dell’equipaggio di sinistra durante la prima parte del regno di Ramses II (XIX dinastia). La carica di caposquadra in realtà l’assunse in età avanzata, dopo essere stato Servitore della sede della Verità dell’Ovest, un lungo titolo per dire che aveva iniziato come artigiano a Deir el-Medina; e prima ancora, Servitore nel recinto di Amon nella città meridionale, cioè Tebe”.

L’esploratore ed egittologo scozzese Robert Hay

Pashed possedeva una tomba al limite del villaggio (quella che oggi conosciamo come la Tomba 3), e una seconda cappella (la numero 326). La tomba affrescata di Pashed fu individuata nel 1834 da un gruppo di soldati di leva dell’esercito egiziano: quindi ben settant’anni prima che il grande egittologo italiano Ernesto Schiaparelli portasse alla luce – era il 1905 – il villaggio di Deir el-Medina. La ricostruzione di quella tomba, che l’artista scozzese Robert Hay visitò subito dopo la scoperta nel 1834 e ne riportò su tavole di disegno le ricche pareti affrescate, è ora possibile vederla nella mostra di Jesolo.

L’archeologa Francesca Benvegnù dentro la tomba di Pashed, ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)

“La ricostruzione della tomba di Pashed, presentata da Cultour Active”, spiega l’archeologa Francesca Benvegnù, “è un vero e proprio capolavoro, progettato e realizzato dalle mani sapienti di Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza (Tv) che ha lavorato accanto a egittologi del Cairo e del museo Egizio di Torino. Essa riproduce fedelmente, con una struttura di 5 metri per 2,50 metri, la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir el-Medina. Dal corredo funerario rinvenuto nella sua sepoltura si conservano un papiro-libro dei morti oggi al British Museum di Londra, una stele al museo del Cairo e un rilievo al museo Egizio di Firenze“.

La volta della tomba di Pashed con le formule in geroglifico del LIbro dei Morti (foto Graziano Tavan)

Nella mostra di Jesolo una gigantografia riproduce l’ambiente e l’ingresso della tomba di Pashed a Deir el-Medina, cosicché il visitatore ha l’impressione/emozione di trovarsi proprio nel villaggio degli artisti dei faraoni e di varcare la soglia che porta alla tomba. A questo punto – come fanno notare gli archeologi che curano le visite guidate – bisogna immaginare di scendere una ripida scala (che ovviamente non poteva essere riprodotta nel contenitore jesolano) la quale porta all’appartamento sotterraneo. “Dopo un’anticamera non decorata”, chiarisce Benvegnù, “si accede alla camera sepolcrale con le pareti in mattoni crudi rivestiti di stucco e dipinti a tempera”. È questa piccola meraviglia che abbiamo la possibilità di ammirare a Jesolo. La tomba è famosa non solo per i suoi colori vivaci e brillanti, ma anche per il contenuto spirituale e religioso delle formule del Libro dei Morti, illustrate nella volta della tomba, dove “si allude alla unione di Osiride e Ra – spiega Marochetti – secondo una concezione religiosa funeraria che si afferma tra la fine della XVIII e l’inizio della XIX dinastia”.

Pashed rappresentato nella sua tomba inginocchiato sotto una palma dum beve l’acqua del Nilo (foto Graziano Tavan)

La tomba è decorata con magnifiche pitture parietali che raffigurano il viaggio dell’artigiano verso l’Aldilà e Osiride, ma anche scene domestiche dove il defunto è rappresentato con sua moglie, i figli, i nipoti, suoceri e perfino gli amici più cari. “Nella tomba sono ben rappresentati i genitori di Pashed, Menna e Huy”, fa notare Benvegnù. “Con loro c’è un altro artigiano, Nefersekheru, forse amico di Menna. Sulla parete Nord possiamo vedere la figlia di Pashed. È ritratta nuda, ha la treccia tipica delle bambine. È raffigurata ai piedi del padre in atto di adorazione. Il titolare della tomba lo troviamo inginocchiato sotto una palma dum, mentre beve l’acqua del Nilo: un gesto simbolico, come fa capire il capitolo 62 del Libro dei Morti, contenuto nel testo in geroglifico che vediamo alle sue spalle, dove è spiegata la formula per bere l’acqua nell’Aldilà”.

(6 – continua; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio, 22 giugno, 5 luglio 2018)

Le due mummie di Rovigo, Meryt e Baby, sveleranno tutti i loro segreti sotto gli occhi dei visitatori della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini” aperta a Palazzo Roncale di Rovigo. Restauro affidato a Cinzia Oliva, mentre le indagini diagnostiche, mediche (Tac), antropologiche, chimiche e l’accertamento con il C14, agli esperti delle università di Padova e Venezia, ospedale di Rovigo e museo Egizio di Torino

La mummia di Meryt viene sollevata dal sarcofago moderno in cui era stata posta per il trasporto (foto Graziano Tavan)

La mummia di Meryt è appoggiata delicatamente sul tavolo anatomico (foto Graziano Tavan)

La mummia di Meryt viene liberata dai fermi di sicurezza (foto Graziano Tavan)

Silenzio. In un’affollata presentazione della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”, curata dall’egittologo Emanuele Ciampini dell’università Ca’ Foscari di Venezia e dall’archeologa Paola Zanovello dell’università di Padova, aperta fino al 1° luglio 2018 a Palazzo Roncale di Rovigo, è calato improvvisamente uno spontaneo, rispettoso, quasi sacrale silenzio. Nessuno lo aveva richiesto. Ma in quel momento tutta l’attenzione dei presenti era concentrata sui movimenti attenti e precisi dei tecnici che, guidati dalla professoressa Cinzia Oliva, restauratrice di tessuti antichi, specializzata sulle mummie, stavano sollevando da un moderno sarcofago la mummia di Meryt, nomignolo con cui è conosciuta la mummia di donna adulta giunta a Rovigo 140 anni fa con le quattro casse di reperti dell’antico Egitto inviate dal rodigino Giuseppe Valsé Pantellini alla sua città. La mummia di Meryt è stata adagiata su un tavolo anatomico e liberata dai sostegni e dai fermi che la assicuravano nel trasporto. E sono “esplosi” i flash. Una raffica di flash degni di una star sul red carpet di un grande festival. Anche se di Meryt al momento si sa ben poco. Non certo il nome, né l’età, né quando e dove visse. L’unica certezza è che si tratta di una mummia di donna adulta, che oggi si presenta quasi completamente sbendata, con le braccia portate al petto e incrociate, e gli arti e le dita di mani e piedi singolarmente bendati. E che i tessuti di Meryt sono di epoca faraonica. Un dato comunque molto generico. Ma ora è in buone mani, quelle della prof. Oliva. Sarà lei che, durante l’apertura della mostra (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/04/08/a-rovigo-apre-la-mostra-egitto-ritrovato-la-collezione-valse-pantellini-protagoniste-due-mummie-di-donna-e-infante-note-come-meryt-e-baby-diventate-star-nelle-tavole-a-fumetti-d/), in una stanza parte integrante del percorso espositivo, sotto gli occhi dei visitatori, procederà a una articolata campagna diagnostica già predisposta: “Adotteremo un approccio interdisciplinare per ottenere il massimo dei dati ricavabili”, assicura l’esperta.

La mummia di donna, detta “Meryt”, fu sbendata al suo arrivo a Rovigo

La mummia di Meryt era stata sottoposta a indagini radiografiche negli anni Novanta del secolo scorso, indagini che hanno evidenziato la presenza di materiale radiopaco all’interno del cranio e di un ammasso oblungo all’interno della cassa toracica, sul lato destro. “Gli interventi di restauro sulle mummie sono occasioni speciali – spesso uniche – per studiarle”, esordisce Oliva. “Possiamo capire meglio le tecniche di imbalsamazione (la teoria in materia era molto rigida e codificata, ma nella realtà ogni imbalsamatore faceva come poteva, spesso con quello che aveva a disposizione), la tipologia e l’utilizzo dei tessuti. Il caso della mummia di Rovigo, nota come Meryt, è molto interessante per la varietà del corredo tessile, o di quello che rimane. La mummia, infatti, è stata sbendata in passato, situazione comune a molte mummie, perché interessavano di più gli eventuali amuleti nascosti tra le pieghe delle bende. Una volta sbendate, però, le mummie diventano molto più fragili. I tessuti di bendaggio hanno una funzione di protezione e contenimento delle parti molli dei corpi”.

L’ala del museo Egizio di Torino dove è esposto il ricco materiale della tomba di Kha (foto Graziano Tavan)

Per la prof.ssa Oliva l’intervento sulla mummia di Rovigo non è il primo. La sue esperienza è pluridecennale, iniziata a Torino, sua città natale, con il restauro delle mummie di Kha, capo architetto dei lavori della necropoli tebana sotto il faraone Amenhotep III, e della moglie Merit, cioè dei titolari di quella tomba ritrovata intatta – fatto eccezionale, come è successo con la sepoltura di Tutankhamon – a nord di Deir el-Medina dall’egittologo Ernesto Schiaparelli nel 1906, e oggi conservata con tutto il ricco corredo nel museo Egizio di Torino. A lei dunque sono state affidate le mummie di Meryt e Baby. E se della mummia di donna si sa pochissimo, della mummia di bambino, ancora bendata, sulla quale sono state aggiunte – forse in epoca moderna – strisce di tessuto rosso all’altezza delle spalle e della caviglie, si sa ancora meno, neppure il sesso dell’infante lì conservato. Questa poi non è mai stata sottoposta ad alcuna indagine o esame radiologico. Complessivamente lo stato di conservazione delle due mummie di Rovigo è piuttosto precario. Di qui la necessità e l’urgenza di un restauro volto a permettere il loro recupero e il loro futuro allestimento.

La prof.ssa Cinzia Oliva davanti alla mummia di Meryt, che sarà restaurata davanti ai visitatori della mostra di Rovigo (foto Graziano Tavan)

Come procederanno e quali saranno gli interventi sulle due mummie fino al 1° luglio, cioè nel periodo di apertura della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”? “Si inizia con il togliere la polvere presente sui tessuti e sul corpo con microaspiratore”, spiega Cinzia Oliva. “quindi si procede con analisi specifiche per capire se i depositi sulla mummia sono estranei o pertinenti al processo di mummificazione. Purtroppo questi depositi non possono essere rimossi del tutto per l’impossibilità di usare solventi che danneggerebbero irrimediabilmente la mummia. Perciò le muffe vanno campionate, per capire se queste sono ancora attive così da evitare danni in futuro”. E continua: “Dopo la pulitura si studieranno tutti i tessuti presenti sulla mummia. Ce ne sono di diversi tipi, applicati a seconda delle aree di utilizzo. Quelli più grossolani sono posti a contatto con il corpo, perché questo tipo di tessuto anche se più scadente in realtà è migliore e più adatto a trattenere i materiali di imbalsamazione. All’esterno, invece, vengono posizionati i lini più pregiati. Infine si vedrà se potremo girare la mummia al rovescio, sempre se lo stato di conservazione lo permetterà”.

La mummia di bambino, detta “Baby”, ancora con le bende originali

Accanto agli interventi di restauro si prevedono una serie di analisi diagnostiche, mediche (Tac), antropologiche, chimiche e l’accertamento con il C14 dell’epoca dei reperti con il coinvolgimento delle università di Padova e Venezia, dell’ospedale di Rovigo, e del laboratorio del museo Egizio di Torino. “Il metodo del C14 è applicato alle mummie solo di recente”, precisa Oliva. “Purtroppo il materiale di Meryt è molto contaminato, perciò dovremo fare molta attenzione quando preleveremo i campioni dalla mummia. Il C14 svolto su questi campioni potrebbe far emergere, oltre alla datazione, delle correlazioni tra essi e alcuni reperti della collezione: una ipotesi al vaglio è che la mummia di adulta sia arrivata dall’Egitto bendata e successivamente spogliata del suo corredo di bende ed eventuali amuleti. Studieremo poi i materiali di imbalsamazione. Ci sono infine delle resine di cui non sappiamo ancora se si tratti di residui di restauri di epoche recenti”. L’obiettivo delle Tac, che sarà effettuata a maggio 2018 all’ospedale di Rovigo, è di acquisire ulteriori e nuove informazioni sull’età dei soggetti, la loro costituzione, lo stato di salute, le eventuali patologie o anomalie, l’etnia e le tecniche di mummificazione usate. Con la scansione 3D e la fotogrammetria si potranno realizzare loro copie digitali tridimensionali e restituirne l’aspetto originario.

Alessia Vedova, responsabile della collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (foto Graziano Tavan)

A luglio, se tutto va bene, sapremo molto su Meryt e Baby. Se siamo fortunati, oltre a epoca e luogo in cui sono vissuti questi due individui dell’antico Egitto, potremo conoscere anche il loro volto, grazie alla collaborazione con gli esperti della Polizia di Stato. Ma con la chiusura della mostra che fine faranno le due mummie, nel frattempo divenute star dell’esposizione rodigina? Torneranno di nuovo sotto chiave negli spazi dell’Accademia dei Concordi dove sono rimaste pressoché dimenticate? “L’obiettivo finale”, assicura la restauratrice torinese, “è la messa in sicurezza e la conservazione delle due mummie, per garantire loro un futuro di fruizione del pubblico”. Un impegno dichiarato ufficialmente da Alessia Vedova, responsabile della valorizzazione della collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo: “Questa mostra è solo la premessa per una esposizione permanente della collezione egizia Valsè Pantellini. Posso assicurare che questi reperti, comprese le due mummie, non torneranno nei depositi. Stiamo valutando alcune ipotesi per permettere a Rovigo di riappropriarsi di un patrimonio unico”. Questo progetto ha infine portato a un’ulteriore entusiasmante scoperta poiché è emerso un insieme ancora non ordinato di resti mummificati e stoffe in un vano finora non indagato dalle precedenti campagne di studio della collezione rodigina. Un eccezionale ritrovamento che riconferma come il patrimonio egittologico rodigino sia tra i più pregevoli e vasti della Regione Veneto e oggi più che mai sia al centro di un importante progetto multidisciplinare volto al suo completo recupero.

“Nefertari e la Valle delle Regine. Dal museo Egizio di Torino”: all’Ermitage in mostra i capolavori conservati nella città sabauda parte delle ricche collezioni Drovetti e Schiaparelli

La regina Nefertari, grande sposa reale di Ramses II, ritratta nella sua tomba scoperta nel 1904 da Schiaparelli

Il curatore Mikhail Borisovich Piotrovsky, lo sponsor Francesca Lavazza, e il direttore dell’Egizio Christian Greco

La regina Nefertari col suo ricco corredo ha lasciato la sua “casa”, il museo Egizio di Torino, per approdare – fino al 10 gennaio 2018 – nella prestigioso palazzo del museo dell’Ermitage a San Pietroburgo, grazie al protocollo firmato tra la fondazione Ermitage Italia e la fondazione museo Egizio di Torino con la mediazione di Villaggio Globale International e il supporto fondamentale della società Lavazza che, nella persona di Francesca Lavazza, ha permesso l’arrivo dei preziosi reperti nella capitale culturale russa.  La mostra “Nefertari e la Valle delle Regine. Dal Museo Egizio di Torino”, curata da Andrei Olegovich Bol’sakov, responsabile del settore Antico Oriente nel dipartimento d’Oriente dell’Ermitage, e da Andrei Nikolayevich Nikolayev, vice capo del dipartimento d’Oriente, presenta i reperti provenienti dalla valle delle Regine nell’antica Tebe e acquisiti dagli scavi di Drovetti e Schiaparelli, e dove la regina Nefertari, della quale proprio Schiaparelli scoprì la sua tomba monumentale nel 1904, rappresenta la protagonista assoluta. È noto, infatti, che il nucleo principale del museo Egizio di Torino, il più importante al mondo dopo il museo Egizio del Cairo, è il risultato di due eventi: il primo, l’acquisizione nel 1824 da parte di Carlo Felice, Duca di Savoia e Re di Sardegna, della collezione di Bernardino Michele Maria Drovetti, diplomatico italiano al servizio della Francia, che ha portato a Torino gli oggetti più grandi (statue e sarcofagi), insieme a un gran numero di stele, corredi funerari e una ricchissima gamma di papiri, principalmente dalla regione di Tebe. Il secondo, gli scavi condotti dal grande egittologo Ernesto Schiaparelli, direttore dell’Egizio di Torino dal 1894 al 1928, anno della sua morte. Nel 1903 Schiaparelli inaugurò l’attività della Missione Archeologica Italiana in Egitto, portando a termine una quindicina di fruttuose campagne di scavi, tra le quali spiccano per importanza e notorietà la scoperta nel 1904 della splendida tomba di Nefertari, grande sposa reale di Ramses II e una delle regine più influenti dell’Antico Egitto, considerata tra le tombe più belle della Valle delle Regine; e la scoperta, fatta nel 1906 nella necropoli di Tebe, della famosa tomba dell’architetto reale Kha perfettamente intatta e con un ricco corredo funerario, splendidamente conservata a Torino. I risultati degli scavi nella Valle delle Regine (1903-1905) e a Deir el-Medina (1905-1908) hanno fatto del museo Egizio di Torino una delle più belle collezioni di reperti di Tebe e uno dei centri più importanti per lo studio della cultura egizia nel Nuovo Regno e il primo millennio a.C.

Le sale espositive della mostra “Nefertari e la Valle delle Regine” all’Ermitage di San Pietroburgo

Il modellino della tomba di Nefertari nella Valle delle Regine

Un elemento del corredo funerario della regina Nefertari

La mostra all’Ermitage si apre con una sezione dedicata a Nefertari, la grande sposa reale di Ramses II, considerata l’incarnazione vivente della dea Hathor, la moglie del dio-sole. Statue monumentali da Tebe illustrano le funzioni del re, che era non solo sovrano del paese, ma anche l’intermediario tra il popolo e gli dei, e della sua consorte. Molti elementi in questa parte della mostra illustrano la fusione dell’immagine di Nefertari con una serie di dee. Particolarmente importanti gli oggetti trovati nella camera di sepoltura della regina Nefertari e un modello della tomba che è stata fatta immediatamente dopo la sua scoperta nel 1904. Nei corredi di Nefertari in mostra ci sono frammenti del coperchio del sarcofago fracassato da tombaroli, amuleti, vasi, sandali intrecciati da foglie di palma che la regina potrebbe avere indossato e 34 ushabti in legno rifinito con vernice nera che portano il suo nome. Inoltre alcuni oggetti rituali e di uso quotidiano appartenuti a nobili dame e utilizzati alla corte reale, come statue e rilievi, articoli igienici, articoli cosmetici e gioielli, aiutano il visitatore ad avere un quadro della vita di corte e della posizione della donna in Egitto al tempo di Nefertari, cioè nella XIX dinastia, durante i primi 30 anni del regno di Ramses II. Mentre alcuni rari reperti  – oggetti decorativi, frammenti di strumenti musicali, un poggiatesta in legno a sostegno della base del cranio durante il sonno, vasi e ciotole – danno un’idea delle condizioni in cui vivevano la famiglia reale e la nobiltà.

La sala n° 6 nel nuovo percorso del museo Egizio di Torino con i reperti provenienti da Deir el Medina

Una scena dipinta all’interno delle tombe reali

Un’altra sezione della mostra è dedicata agli operai e artigiani impegnati nel tagliare e decorare le monumentali tombe rupestri dei re e delle regine del Nuovo Regno. I reperti esposti a San Pietroburgo, che costituiscono una componente importante delle collezioni del museo Egizio di Torino, provengono dal villaggio di artigiani e artisti posto in una conca tra le montagne di Tebe e la collina Qurnet Murai, in un sito ora conosciuto come Deir el-Medina. Le tombe realizzate dagli abitanti di Deir el-Medina hanno avuto un destino complicato. Sono state saccheggiate, probabilmente già alla fine del Nuovo Regno, e alcune sono state utilizzate per sepolture successive. Per molti secoli, le tombe dei principi reali dimenticati sono servite come tombe di famiglia per l’elite di Tebe. Completano l’esposizione un certo numero di sarcofagi, trovati nelle tombe di Khaemwaset e Seth-suo-khopsef, due figli di Ramses III (1198-1166 a.C.), e utilizzati come depositi per una famiglia sacerdotale del XXV dinastia (722-656 a.C.). Tracce di bruciature ancora visibili su alcuni dei sarcofagi possono essere collegate al saccheggio delle tombe, senza dimenticare che monaci cristiani sono noti per aver usato gli antichi sarcofagi come legna da ardere.

Gruppi scultorei dal museo Egizio di Torino all’Ermitage di San Pietroburgo

Chiude il percorso della mostra la presentazione dei papiri funerari della ricca collezione Drovetti che, probabilmente, provengono anch’essi dalla necropoli tebana. Questi papiri sono della stessa età dei sarcofagi e riportano i capitoli del Libro dei Morti (una raccolta di formule rituali che consentono al defunto di passare in modo sicuro attraverso il mondo prossimo e unirsi con Osiride e le anime dei beati) e l’Amduat, un importante testo funerario che descrive il viaggio notturno del Sole e la sua vittoria contro tutti i pericoli. Il defunto, identificato con il Sole nel corso di questo viaggio, vince i suoi nemici e diventa immortale come il dio Ra.

Il corredo della tomba di Nefertari del museo Egizio di Torino star della mostra “Le Regine del Nilo” a Leiden, in Olanda, prima esposizione temporanea all’estero del direttore Greco

Il manifesto della mostra "Regine del Nilo" al Rjiksmuseum van Oudeheden di Leiden

Il manifesto della mostra “Regine del Nilo” al Rjiksmuseum van Oudeheden di Leiden in Olanda

Le “Regine del Nilo” protagoniste fino al 17 aprile 2017 di una grande mostra al museo di Antichità (Rjiksmuseum van Oudeheden) di Leiden, in Olanda. E tra le mogli dei faraoni del Nuovo Regno (1500-1000 a.C.), come Ahmose Nefertari (XVIII dinastia, madre di Amenofi I), Hatshepsut (XVIII dinastia, moglie di Thutmosi II), Tiye (XVIII dinastia, moglie di Amenofi III e madre del futuro Akhenaton), Nefertiti (XVIII dinastia, moglie di Akhenaton)  e Nefertari (XIX dinastia, moglie di Ramses II), donne influenti che gestivano il palazzo del faraone esercitando un potere politico significativo, di certo a Leiden la star è Nefertari, rappresentata da ben 250 reperti del corredo della tomba della regina moglie di Ramses II, provenienti dal museo Egizio di Torino. Questa di Leiden è infatti la prima mostra itinerante all’estero del nuovo corso del museo Egizio di Torino.

In mostra a Leiden la ricostruzione della stupenda tomba di Nefertari scoperta da Schiaparelli

In mostra a Leiden la ricostruzione della stupenda tomba di Nefertari scoperta da Schiaparelli

“È stato per me un onore presentare la mostra “Regine del Nilo” al museo di Leiden alla presenza del ministro olandese della Cultura, Jet Bussenmaker”, interviene Christian Greco, direttore dell’Egizio. “L’esposizione, che per il 95% è composta da oggetti che provengono dal museo Egizio, presenta i risultati della ricerca sullo straordinario patrimonio scoperto da Ernesto Schiaparelli e dalla Missione Archeologica Italiana impegnati nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905 dove, oltre alla tomba di Nefertari, che rappresenta una delle massime espressioni pittoriche dell’Antico Egitto, portarono alla luce anche altre tombe di principesse come Ahmose, del visir Imhotep e di quattro figli del faraone Ramesse III”.

Il ricco corredo funerario dalla tomba di Nefertari portato a Leiden dal museo Egizio di Torino

Il ricco corredo funerario dalla tomba di Nefertari portato a Leiden dal museo Egizio di Torino

Al Rjiksmuseum van Oudeheden di Leiden i visitatori possono ammirare la bellezza della tomba ed entrare simbolicamente nelle sale grazie all’esposizione del prezioso modellino storico, testimonianza unica che ne ricostruisce l’architettura, per la cui realizzazione Ernesto Schiaparelli incaricò l’assistente Francesco Ballerini: in tutto 350 reperti archeologici di cui 245 provenienti dal museo Egizio con sculture, gioielli, oggetti preziosi oltre al coperchio del sarcofago e al corredo funerario di Nefertari.