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Ultime ricerche a Fimon, la pittura romana, la Padova di Tito Livio, le tombe di via Tiepolo, il collezionismo archeologico: cinque incontri promossi dalla soprintendenza nella propria sede di Padova e nell’area archeologica di Montegrotto aperte eccezionalmente al pubblico

La locandina dell’incontro con Elodia Bianchin Citton a Palazzo Folco di Padova sulle nuove ricerche nelle valli di Fimon

L’area archeologica Le Fratte vicino al lago di Fimon

Cinque occasioni per parlare di archeologia in due luoghi speciali: a Padova, Palazzo Folco, in via Aquileia 7, sede della soprintendenza; e a Montegrotto, l’area archeologica di via Neroniana. Il ciclo di conferenze, presentazioni di libri e aperture straordinarie tra settembre e ottobre promosso dalla soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso rientra nel piano di valorizzazione del ministero dei Beni e attività culturali e del Turismo per l’ano 2017. Il primo appuntamento è in programma venerdì 29 settembre 2017 alle 16.30 a Palazzo Folco, che per l’occasione sarà aperto al pubblico con ingresso gratuito dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate. Il soprintendente Andrea Alberti introdurrà la presentazione del volume “Nuove ricerche nelle Valli di Fimon. L’insediamento del tardo Neolitico de Le Fratte di Arcugnano”, a cura di Elodia Bianchin Citton, già della soprintendenza, che descrive la densa attività di ricerca, condotta tra il 2008 e il 2011, nell’importante sito del Neolitico, cui sono seguite analisi sui materiali rinvenuti e approfondite ricerche col coinvolgimento degli specialisti della soprintendenza e professionisti esterni. All’incontro interverranno Simonetta Bonomi e Vincenzo Tiné, già soprintendenti Archeologia del Veneto. Le Fratte di Arcugnano è un insediamento perilacustre del Tardo Neolitico – Età del Rame che presenta una successione sedimentaria, con stratigrafia pollinica e macroresti vegetali. “I dati archeobotanici ricavati da focolari e depositi naturali dell’area di Fratte di Fimon”, scrive Elodia Bianchin Citton, “ci permettono di ricostruire l’ambiente e le attività umane durante la prima metà del IV millennio a.C.”. A un ambiente più antico, intorno al VI-V millennio, dominato dalle foreste latifoglie decidue, è seguito un impaludamento dovuto a una fase di ridotto livello lacustre e di espansione delle aree umide paludose vicine al bacino con presenza di ontani e salici. Sopra questa fase, inizia la frequentazione antropica con ritrovamento di focolari: siamo nella prima metà del IV millennio. “In accordo con i dati di scavo”, conclude l’archeologa, “le informazioni archeobotaniche supportano l’ipotesi di un utilizzo domestico dei focolari. I focolari venivano approntati mescolando dapprima sterco, strame e materiali esterni al bacino (come, ad esempio, terre rosse reperibili sui versanti dei Colli Berici) e poi alimentati in prevalenza con legna (combustibile primario). È possibile che lo sterco venisse usato anche come combustibile secondario. La presenza di cariossidi (come sono ad esempio le graminacee, ndr) carbonizzate nei livelli dei focolari 1 e 5 suggerisce l’accidentale combustione di cereali durante le fasi di preparazione del cibo”.

Incontro a Montegrotto sul giardino nella pittura romana

Il secondo appuntamento, “Se son rose, fioriranno 2.0. La parola all’esperta”, a cura della soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso, in collaborazione con l’associazione Lapis, domenica 1° ottobre 2017 a Montegrotto Terme nell’area archeologica di via Neroniana, con apertura al pubblico dell’area archeologica dalle 16 alle 20, con possibilità di visite accompagnate. Alle 17, intervista alla prof.ssa Monica Salvadori dell’università di Padova, autrice del volume “Horti picti. Forme e significato del giardino dipinto nella pittura romana“. Iniziativa collegata con “La Fiera delle Parole”.

Copertina della guida archeologica “Padova. La città di Tito Livio”

Venerdì 6 ottobre 2017, si torna a Palazzo Folco, a Padova, che sarà aperto al pubblico con ingresso gratuito dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate, e utilizzo dei visori per la realtà aumentata. Alle 16.30, conferenza dal titolo “Nel bimillenario di Tito Livio” con Elena Pettenò (soprintendenza), Jacopo Bonetto, Caterina Previato, Arturo Zara (università di Padova). In occasione delle celebrazioni culturali organizzate per il bimillenario della morte di Tito Livio, lo storico nato e morto a Padova, sono stati organizzati una serie di eventi e attività mirati alla valorizzazione del patrimonio culturale della città e rivolti soprattutto ai cittadini (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/26/tito-livio-superstar-padova-celebra-il-bimillenario-della-morte-del-grande-storico-latino-col-progetto-livius-noster-convegni-incontri-spettacoli-musica-proiezioni-visite-guidate-reading-e-mol/). Si è anche realizzato il volume “Padova. La città di Tito Livio” (a cura di J. Bonetto, E. Pettenò, F. Veronese), una guida archeologica a carattere divulgativo. L’evento prevede la presentazione, in forma di “passeggiata archeologica” illustrata da immagini e relativa spiegazione, dei contenuti del testo, ovvero l’aspetto e le caratteristiche della Patavium di età romana quotidianamente vissuta, osservata e abitata da Tito Livio.

La necropoli preromana e romana di via Tiepolo a Padova

Venerdì 13 ottobre 2017, ancora a Palazzo Folco di Padova, che sarà aperto al pubblico gratuitamente dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate. Alle 16.30, Giovanna Gambacurta (università Ca’ Foscari, Venezia) e Mariangela Ruta (già soprintendenza Archeologia del Veneto) presentano il libro “Ritorno alle tombe di via Tiepolo”. Tra il 1990 e il 1991 sono venuti alla luce, a Padova in via Tiepolo, numerosi contesti funerari dallo scavo di una necropoli preromana e romana. Parte di queste tombe sono state scavate, restaurate e studiate; parte sono conservate entro cassoni che devono ancora essere scavati. Quest’anno ha preso avvio una limitata campagna di scavo, mirata a rivalutare lo stato complessivo di conservazione dei materiali conservati nei cassoni, con lo scopo di elaborare un nuovo progetto per approfondire la conoscenza della Padova antica. L’evento prevede la comunicazione dei nuovi dati di scavo, delle tecniche adottate e delle prospettive di studio e valorizzazione di questo importante contesto archeologico.

Approfondimento a Padova sul fenomeno del collezionismo archeologico

Ultimo incontro venerdì 20 ottobre 2017, sempre a Palazzo Folco di Padova, aperto al pubblico dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate. Alle 16.30, Roberto Tasinato e Elena Pettenò (soprintendenza) e Monica Salvadori (università di Padova) intervengono su “Elogio di una amabile follia. Collezionismo e collezionisti del XX secolo”. Il collezionismo di oggetti antichi è un fenomeno che attraversa il periodo che va dall’Umanesimo all’Ottocento, con forme diverse e perseguito da soggetti diversi (artisti, re, “cultori delle patrie memorie”, canonici, avvocati, medici, ovvero borghesi, ricchi, che arricchiscono le loro dimore con manufatti acquistati o sul mercato antiquario o da privati). Meno nota è la sua evoluzione nella seconda metà del 1900, nell’immediato dopo guerra. L’attività di tutela svolta dalla Soprintendenza, in relazione a raccolte o collezioni in possesso di soggetti privati, ha evidenziato una serie di questioni che hanno portato a specifici approfondimenti per comprendere l’attuale approccio all’antico. L’evento intende illustrare una preliminare riflessione circa questo fenomeno, mai approfondito prima d’ora. Per comprenderne il significato esso va contestualizzato nel contemporaneo alla luce dell’evoluzione della legislazione in materia e va considerato da un punto di vista archeologico, storico artistico e demoetnoantropologico.

Il tesoro del Brenta: la spada restituita. Riti arcaici e vie di comunicazione tra la pianura padana e l’Europa nella mostra a Bassano. Incontro con la curatrice

La spada in bronzo del XV sec. a.C. trovata nel 2010 sul greto del fiume Brenta tra Bassano e Nove

La spada in bronzo del XV sec. a.C. trovata nel 2010 sul greto del fiume Brenta tra Bassano e Nove

La spada,  forgiata nel miglior bronzo, era stata deposta nelle acque del Brenta per garantirsi la benevolenza della divinità del fiume. E lì è rimasta per 3500 anni fino a quando, nel 2010, uno studente bassanese, Riccardo Lenner, la ritrovò fortuitamente tra Bassano e Nove, e la consegnò al museo civico del Grappa, con grande senso civico. Quella spada oggi è finalmente esposta al pubblico nella mostra  “Il Tesoro del Brenta: la spada restituita” allestita fino al 24 maggio negli spazi del museo civico di Bassano destinati alla nuova sezione dedicata alla storia cittadina ed organizzata in collaborazione con la soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto. Per la prima volta viene presentato in pubblico un raro reperto archeologico, di eccezionale interesse per forma, stato di conservazione e antichità: la spada bronzea di un capo guerriero del XV secolo a.C., foggiata e decorata da un artigiano attivo in un centro metallurgico dell’area alpina. Restaurata nel laboratorio della soprintendenza, l’arma è stata concessa in deposito permanente ai Musei Civici di Bassano del Grappa.  E se si vuole saperne di più, sabato 28 marzo, alle 16, proprio il museo civico di Bassano ospita un incontro sugli studi, il restauro e le analisi compiuti sulla spada del XV sec. a.C. ritrovata nel 2010 sul greto del Brenta. All’incontro pubblico interverranno Elodia Bianchin Citton, già funzionario archeologo della soprintendenza; Sara Emanuele, restauratrice della soprintendenza; Rocco Mazzeo,  del dipartimento di chimica “G. Ciamician” dell’università di Bologna.

La locandina dell'incontro al museo civico di Bassano sulla spada restituita

La locandina dell’incontro al museo civico di Bassano sulla spada restituita

La mostra, curata da Elodia Bianchin Citton e Giuliana Ericani, permette di conoscere un importante momento della protostoria locale (età del Bronzo medio, 1600-1200 a.C.). La spada, forgiata nel bronzo e finemente decorata a bulino, è riferibile ad una tipologia diffusa nell’Europa centrale ed è stata offerta in voto a una divinità fluviale e deposta nel fiume. La spada rappresenta durante il Bronzo medio un vero status symbol di ruolo e di rango fra e all’interno delle comunità tribali. Numerose le spade ritrovate nei letti dei fiumi, nei laghi e nelle paludi di tutta Europa, segno tangibile di un’azione intenzionale e non casuale, risultato finale di qualche forma di culto e/o di rituale funerario. Per comprendere il significato di questa ritualità, ci vengono in soccorso in parte le fonti classiche ed in parte le leggende di epoca medievale. Nel primo caso, autori come Cesare, Strabone, Plinio e Tacito descrivono, in alcune delle loro fondamentali opere, le pratiche rituali comuni tra le popolazioni celtiche, galliche e germaniche e spesso fanno riferimento all’esistenza di boschi e laghi sacri ove la gente veniva condotta per avere un contatto con gli elementi naturali come il vento e l’acqua. Nel secondo caso, sebbene miti e leggende non servano a fare storia ma spesso riportano le tradizioni, bisogna evocare la saga di re Artù ed in particolare l’episodio in cui Artù, ferito a morte durante la battaglia nei pressi di Slaughterbridge dal figliastro Mordred, incaricò Sir Bedivere (o Girflet) a gettare la mitica Excalibur in un lago vicino, dove risiedeva la Dama del Lago, colei cioè che aveva in principio offerto la spada al leggendario re.

Il disegno della spada della media età del Bronzo trovata sul Brenta a Bassano

Il disegno della spada della media età del Bronzo trovata sul Brenta a Bassano

La mostra “La spada restituita” è dunque una nuova, significativa tessera che viene ad aggiungersi al panorama descritto nella Carta archeologica del territorio bassanese; il ritrovamento della spada, assieme alle più recenti indagini archeologiche, chiarisce meglio il processo di colonizzazione che interessò la fascia pedemontana vicentina nei secoli centrali del II millennio a.C. Con questo ritrovamento viene inoltre documentata l’importanza del tratto vicentino del fiume Brenta come via di collegamento tra le regioni a nord e a sud delle Alpi, per lo scambio di merci, ma anche per la diffusione di nuove concezioni, relative alla sfera sociale, funeraria e cultuale, che si andarono affermando durante i secoli della media età del Bronzo.

Tesori d’arte restaurati: il ritorno da Napoli al museo nazionale Atestino della stele funeraria augustea di Publio Emilio Breve

La stele funeraria di Publio Emilio Breve di età augustea è tornata a Este

La stele funeraria di Publio Emilio Breve di età augustea è tornata a al museo nazionale Atestino di Este

La stele funeraria di Publio Emilio Breve è tornata a casa: nel museo archeologico Atestino di Este. “Nell’ambito delle manifestazioni per il bimillenario della morte dell’imperatore Augusto”, spiega il direttore del museo Elodia Bianchin Citton, “il Museo Nazionale Atestino di Este presenta per la prima volta al pubblico di specialisti e di appassionati, con l’ausilio della proiezione di immagini, il restauro di un importante monumento funerario di età augustea”. L’appuntamento-evento è domenica 6 aprile alle 16.30, nella sala VIII del museo. Il monumento che viene presentato domenica è – come si diceva – una stele (come definita con termine specialistico) rinvenuta qualche anno prima del 1847 nelle vicinanze del centro romano di Este ed entrata a far parte dapprima delle raccolte del Museo Civico Lapidario e successivamente di quelle del Museo Nazionale Atestino. Restaurata nell’ambito dell’iniziativa Restituzioni-tesori d’arte restaurati di Intesa Sanpaolo, giunta alla sua sedicesima edizione nel 2013, fu esposta, assieme agli altri capolavori restaurati per l’occasione al Museo di Capodimonte di Napoli.

La stele funeraria di Publio Emilio Breve prima e durante i restauri

La stele funeraria di Publio Emilio Breve prima e durante i restauri

Ora la stele di Publio Emilio Breve è nuovamente esposta nella sala VIII del nostro museo, dove primeggia tra gli altri monumenti funerari proprio grazie al recente restauro. “Si tratta di un monumento funerario in calcarenite dei Colli Berici (nota comunemente come pietra di Nanto)”, spiega il direttore dell’Atestino, “di forma parallelepipeda con coronamento a frontone; la decorazione figurativa, resa a bassorilievo, è di tipo simbolico (aironi, colombe, un leprotto e un erote alato, ecc.) e allusiva all’idea della morte come viaggio nell’aldilà, alla felicità eterna e all’immortalità attesa dal defunto. Di notevole importanza è stata la nuova lettura dell’iscrizione, che documenta che il monumento funerario era la tomba di un membro della gens Aemilia, famiglia attestata a Este già nel I secolo a.C., quando l’antico centro dei Veneti antichi divenne città romana con il nome di Ateste”.

Nel corso della presentazione – a ingresso gratuito – interverranno gli specialisti delle varie discipline che attraverso un continuo e proficuo confronto hanno seguito nelle varie fasi il restauro, la determinazione petrografica ed effettuato un aggiornato studio archeologico ed epigrafico del monumento. Agli Indirizzi di saluto di Eleonora Florio, assessore alla cultura del Comune di Este, e di Elodia Bianchin Citton, direttore del Museo Nazionale Atestino, seguiranno gli interventi di Stefano Buson, funzionario restauratore della Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto; Giampaolo De Vecchi, già professore ordinario di Mineralogia e Petrografia dell’Università di Padova; Marisa Rigoni, già direttore archeologo della Soprintendenza beni archeologici del Veneto; Cinzia Tagliaferro, collaboratrice della Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto; e Patrizia Toson, restauratrice libera professionista.