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Roma. 14 settembre: passano dalla Domus Aurea le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Gli allievi di due prestigiose scuole di recitazione interpretano dalla reggia di Nerone il I canto dell’Inferno

Passano dalla Domus Aurea le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, che spirò a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 Settembre 1321. Il ministero della Cultura e la RAI ricordano il Sommo Poeta con una speciale lettura del I Canto dell’Inferno dagli ambienti sul Colle Oppio dello splendido palazzo di Nerone. Gli allievi del Centro sperimentale di Cinematografia e dell’Accademia nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico” interpreteranno i versi del canto proemiale della Divina Commedia in prima visione su Rai Storia a partire dalle 22.30 del 14 settembre 2021. Visione disponibile su Rai Play e sul canale 51 del digitale terrestre.

Così Beniamino Presutti (allievo CSC) interpreta i versi 1-9 dal III canto dell’Inferno. “Nel mezzo del cammin”, un viaggio nella Divina Commedia, ha scandito i giorni fino al 14 settembre, data del 700° anniversario della morte di Dante Alighieri. Gli allievi del Centro sperimentale di Cinematografia e dell’Accademia nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” hanno letto e interpretato terzine tratte e scelte dalla Commedia in quattordici “pillole”, realizzate da Rai Cultura in collaborazione con il ministero della Cultura, andate in onda tutti i giorni alle 19.50 su Rai Storia e riproposte all’interno del palinsesto della rete. “Nel mezzo del cammin” ha anticipato la lettura integrale del I canto dell’Inferno che gli attori di domani, gli allievi delle due prestigiose scuole di recitazione, reciteranno coralmente negli spazi della Domus Aurea del parco archeologico del Colosseo, alle 22.30 su Rai Storia il 14 settembre 2021, giorno della scomparsa di Dante nel 1321.

Reggio Calabria. Per le “Notti d’Estate” al museo Archeologico nazionale ancora Dante protagonista con Paola Radici Colace su “Ponti e specchi tra la vita e la morte nella Divina Commedia”. Accesso alla terrazza con il Green Pass

Per le Notti d’estate al MArRC, locandina dell’incontro con Paola Radici Colace su Dante

Per le Notti d’Estate del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, nuovo appuntamento con Dante Alighieri, protagonista della serata di sabato 17 luglio 2021, alle 21, sulla magnifica terrazza affacciata sullo Stretto. Dopo l’osservazione del cielo con i telescopi e la conferenza sull’astronomia nella Divina Commedia, promosse giovedì 15 luglio 2021 dal Planetario Pythagoras di Reggio Calabria, sarà la volta del Centro Internazionale Scrittori della Calabria, con l’incontro “Ponti e specchi tra la vita e la morte nella Divina Commedia”, a cura di Paola Radici Colace, professore ordinario all’università di Messina e presidente onorario del CIS, introdotta dai saluti di Carmelo Malacrino, direttore del MArRC, e Rosita Loreley Borruto, presidente CIS della Calabria. “La conferenza”, spiega la relatrice, “metterà a fuoco il significato della presenza, nella Divina Commedia, di due Realien che appartengono alla cultura materiale: i ponti e gli specchi. Occorrenti i primi prevalentemente nell’Inferno, i secondi nel Paradiso. Essi permettono di leggere il poema da punti di vista particolari, mentre il ricordo di letture bibliche si incrocia con esperienze personali del Poeta. Dante – continua Colace – avrebbe trovato ispirazione per i ponti che uniscono le Malebolge nel Ponte di Veja, nel Veronese; racconta il percorso che i pellegrini facevano su Ponte Sant’Angelo (Inferno, XVIII, 29); nel Purgatorio (III, 128) ricorda l’estremità del ponte sul fiume Cadore (in co del ponte presso a Benevento) e nel Paradiso (XVI, 146) ‘l ponte, cioè il Ponte Vecchio in Firenze. Ponti sono anche quelli (detti ponticelli o scogli) che, in Malebolge, cavalcano le bolge ad arco, in modo da lasciar libera sotto di sé la circolazione nel fondo della bolgia, crollati il giorno della morte del Cristo, destrutturando così architettonicamente l’Inferno. Ancora più intensa la presenza degli specchi nel Paradiso, la cui metafora è usata per indicare sia il fenomeno della riflessione, otticamente inteso, che le infinite creature di luce che popolano il Paradiso: i Troni, i Cherubini, le miriadi di Angeli, lo splendore del sole, quell’immensità di riflessi che proviene da tutte le parti. Non si tratta soltanto di una visione mistica del Poeta – conclude –; dietro le varie descrizioni ci sono senz’altro gli studi universitari di ottica, ai quali Dante era iscritto”. E il direttore Carmelo Malacrino: “Abbiamo immaginato di celebrare anche noi il grande Poeta fiorentino. Quest’anno ricorrono i 700 anni dalla sua morte e ci uniamo alle celebrazioni che si stanno svolgendo in tutta Italia. La ripartenza ci riempie di entusiasmo, con le aperture dopo il tramonto che continuano a riscuotere grande successo in termini di pubblico e gradimento. C’è un grande desiderio di ricostituire la comunità culturale, di fare rete e socializzare. Complice lo spazio all’aperto che permettere di godere delle Notti d’Estate con qualche serenità e in sicurezza. Preserveremo l’accesso alla terrazza ai possessori di Green Pass, che dovrà essere esibito su richiesta del personale, nel rispetto della privacy di ciascuno – conclude -. Ogni giovedì e sabato, per tutta l’estate, il Museo, oltre agli eventi in terrazza, offrirà ai visitatori l’insieme dei quattro livelli espositivi, con i magnifici Bronzi di Riace e altri celebri tesori dell’archeologia calabrese”.

Reggio Calabria. Per le “Notti d’Estate” al museo Archeologico nazionale “L’astronomia nella Divina Commedia” con gli esperti del Planetario Pythagoras. Accesso alla terrazza con il Green Pass

La terrazza sullo Stretto al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)

reggio-calabria_MArRC_notti-d'estate_locandinaAnche il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria partecipa alle celebrazioni per la ricorrenza dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, con un evento organizzato in collaborazione con il Planetario Pythagoras di Reggio Calabria. Nell’ambito delle Notti d’Estate del MArRC, giovedì 15 luglio 2021, alle 21, sulla magnifica terrazza affacciata sullo Stretto, i protagonisti saranno Angela Misiano, responsabile del Planetario, e Giuseppe Ciancia, che terrà la conferenza sul tema “L’astronomia sulle orme di Dante Alighieri”. Sarà una suggestiva occasione per scoprire quanto spazio abbia avuto la disciplina scientifica nei versi della Divina Commedia e quale fosse l’interpretazione dei misteri del cielo ai tempi del Poeta fiorentino. La partecipazione all’evento è inclusa nel biglietto d’ingresso. “Si tratta del secondo appuntamento della programmazione estiva”, commenta il direttore del Museo, Carmelo Malacrino. “Un evento stellare, che conferma le solide sinergie da tempo messe in campo con gli enti del territorio. Si tornerà a parlare della volta celeste, seguendo un percorso iniziato già negli anni passati e che vede MArRC e Planetario Pythagoras insieme per la promozione della cultura in città. Le piacevoli Notti d’Estate del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria – continua Malacrino – saranno la miglior risposta ai difficili mesi della pandemia. Nell’ultimo anno i rischi del contagio ci hanno costretto a rinunciare a momenti di condivisione culturale, socializzazione e confronto. Ora ripartiamo con entusiasmo per offrire ai visitatori un percorso integrato di arte, archeologia e saperi”. L’attenzione per la sicurezza, comunque, resta alta. I protocolli di sicurezza impongono ai visitatori il distanziamento e la mascherina negli spazi chiusi, nonché il possesso del Green Pass per la partecipazione agli eventi serali all’aperto sulla terrazza. “È un vero piacere poter ritornare a parlare di astronomia sulla terrazza del Museo”, dichiara Angela Misiano. “Le serate di osservazione del cielo degli anni scorsi hanno testimoniato l’amore dei reggini e degli ospiti del MArRC per la conoscenza scientifica. Siamo lieti, in questa occasione, di portare la nostra ricerca su Dante Alighieri al museo Archeologico. Nell’antichità c’era grande attenzione per il sapere matematico e l’astronomia. Da sempre l’uomo ha alzato gli occhi alle stelle per indagare le origini dell’universo. Siamo certi – conclude Misiano – che la storia di questa disciplina nella prospettiva medievale e dantesca stupirà e interesserà coloro che vorranno raggiungerci in uno degli spazi più suggestivi della nostra città”.

Verona. Cangrande della Scala, Signore di Verona, non fu assassinato, ma morì per una rara malattia genetica: la Glicogenosi tipo II. Lo svela un’indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. La notizia nell’anno dantesco: fu proprio Cangrande a ospitare per primo il Sommo Poeta in esilio

La statua di Cangrande nell’allestimento al museo di Castelvecchio di Verona voluto da Carlo Scarpa (foto musei civici verona)
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Un’immagine di dante e di Cangrande Signore di Verona (foto da http://www.larchetipo.com)

Non è stato assassinato. Cangrande della Scala, Signore di Verona, il 22 luglio 1329, proprio nei giorni della raggiunta conquista di Treviso, morì, appena trentottenne, per una rara malattia genetica, precisamente la Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo, che lo portò alla morte in soli tre giorni. A svelarlo sono state le analisi condotte dal Laboratorio di Genomica funzionale del Dipartimento di Biotecnologie dell’università di Verona, diretto dal professor Massimo Delledonne. Una indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. E la notizia viene data proprio nell’anno dantesco. Fu proprio Cangrande (“il gran lombardo”) a ospitare a Verona il Sommo Poeta in esilio, e per questo Dante ne fu sempre riconoscente (in una lettera, Epistola XIII, gli dedicò l’ultima cantica della Divina Commedia), e così lo ricorda nel Canto XVII del Paradiso: “Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello / sarà la cortesia del gran Lombardo / che ’n su la scala porta il santo uccello; / ch’in te avrà sì benigno riguardo, / che del fare e del chieder, tra voi due, / fia primo quel che tra li altri è più tardo”. I risultati della storica indagine sono stati presentati a Verona, al museo di Storia Naturale, dal sindaco Federico Sboarina e dall’assessore alla Cultura Francesca Briani. Presenti il direttore dei Musei civici Francesca Rossi. Ad illustrare la ricerca, per l’università di Verona Massimo Delledonne, Dipartimento di Biotecnologie e Alessandro Salviati – Dipartimento di Biotecnologie; per l’università di Firenze David Caramelli, Dipartimento di Biologia. Presenti Ettore Napione dell’Ufficio Unesco del Comune di Verona, che ha curato parte dei riscontri storici dello studio, e Leonardo Latella del museo di Storia Naturale.

Presentazione dei risultati del DNA di Cangrande: da sinistra, l’assessore Francesca Briani, il sindaco Gabriele Sboarina, la direttrice dei musei Francesca Rossi (foto comune di verona)

“Una giornata storica per la città di Verona”, sottolinea il sindaco Sboarina. “Attraverso uno studio genetico mai eseguito prima su campioni di mummia risalenti a 700 anni fa è stato possibile svelare molti aspetti della vita e della morte di una delle figure storiche più importanti della nostra città. La morte di Cangrande oggi non è più un mistero. Contrariamente a quanto sospettato per secoli, il Signore di Verona non fu assassinato, ma morì per cause naturali o, più correttamente, per una malattia genetica. Un risultato straordinario, frutto di un lavoro di squadra importante, che ha visto collaborare in stretta sinergia il Comune di Verona, con la direzione dei Musei civici, e le università di Verona e Firenze. Il primo risultato concreto dopo la firma, a gennaio 2020, del protocollo tra Comune e università, per una collaborazione stretta e operativa volta a sviluppare innovazione, sostenibilità ed efficienza in più settori e per valorizzare il patrimonio storico-culturale della città. Infatti è stato possibile chiarire, con prove scientifiche documentate, nell’anno del 700 anniversario dalla morte di Dante, aspetti ancora segreti della vita del grande Signore della Scala, amico del Sommo Poeta”.  “Si mette così la parola fine”, afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani, “a uno dei misteri che ancora circondano la Signoria Scaligera, la famiglia che accolse l’esiliato Dante in città e che il poeta ricorda nella Divina Commedia. Un processo scientifico emozionante che, per la prima volta, ha portato all’osservazione approfondita del DNA di Cangrande. Un secondo step di studio che, dopo l’acquisizione dei campioni realizzata nel 2004, completa il percorso di analisi sulla mummia del principe scaligero, dandoci la possibilità identificare nuove ed interessanti informazioni storiche sulla sua vita e, in particolare, sulla morte. Questo progetto scientifico rappresenta uno dei principali appuntamenti calendarizzati nel corso di quest’anno in occasione delle celebrazioni dantesche”. “La scelta di affidare i resti di Cangrande della Scala al museo di Storia Naturale”, sottolinea la direttrice dei Musei civici di Verona, Francesca Rossi, “venne dettata dal fatto che la conservazione dei materiali biologici richiede particolari accortezze, già previste per le collezioni del Museo, in particolari quelle zoologiche. Attraverso questo straordinario progetto è stato finalmente possibile completare il percorso di analisi sui reperti custoditi dal 2004 e giungere a risultati scientifici certi, che svelano le cause della morte di Cangrande della Scala”.

Lo staff scientifico coinvolto nelle ricerche sul DNA di Cangrande insieme agli amministratori di Verona (foto comune di verona)

Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica dell’università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico. Questo sforzo congiunto fra gli esperti del museo di Storia Naturale e università di Verona e di Firenze ha permesso di dimostrare come sia possibile analizzare con altissima precisione i geni di un DNA così antico, sfruttando procedure diagnostiche all’avanguardia, per giungere a una diagnosi clinica certa, anche quando le fonti storiche sono scarse. Utilizzando le nuove tecnologie di sequenziamento diagnostico applicate nei più avanzati centri di ricerca a persone malate per migliorare la diagnosi, la prognosi e la cura delle malattie a base genetica, è stato possibile non solo ricostruire l’informazione custodita nel DNA di Cangrande della Scala, ma anche riconoscere le condizioni patologiche che hanno determinato la sua morte.

Verona, Luigi Cavadini, La salma di Cangrande nel sepolcro, 1921, stampa moderna da lastra negativa su vetro alla gelatina al bromuro d’argento (foto museo di Castelvecchio)

Il progetto DNA Cangrande. Il progetto DNA Cangrande affonda le sue radici nella ricerca avviata nel 2004 dall’allora direzione dei civici Musei, in collaborazione con le Soprintendenze territoriali competenti, l’università di Verona, l’università di Pisa, l’Azienda Ospedaliera di Verona. La direzione Musei promosse e coordinò l’apertura dell’arca funebre di Cangrande della Scala. La ricognizione portò ad identificare il corpo mummificato dello scaligero, più o meno nelle condizioni in cui era già stato rinvenuto all’interno della cassa nell’apertura del 1921 (per i seicento anni della morte di Dante Alighieri). Le ricerche scientifiche avviate nel 2004 furono parte integrante della mostra “Cangrande della Scala. La morte e il corredo di un principe nel medioevo europeo”, allestita al museo di Castelvecchio (per cura di Paola Marini, Ettore Napione, Gianmaria Varanini) e diedero vita nel 2006 alla pubblicazione scientifica “Il corpo del principe: ricerche su Cangrande della Scala” (curato da Ettore Napione).

La mummia di Cangrande nella ricognizione del 2004 (foto Umberto Tomba)

Nel 2004 fu effettuata dal prof. Gino Fornaciari dell’università di Pisa un’autopsia sulla salma dello scaligero, estraendo per scopo di studio dei campioni biologici (fegato, tessuti, parti ossee), che furono poi depositati al Museo di Storia Naturale. Questi studi fornirono nuove prospettive rispetto agli interrogativi sino ad allora irrisolti riguardanti lo stato di salute, le fattezze e le circostanze della morte del signore scaligero. Diedero, inoltre, impulso per approfondimenti e revisioni che furono la premessa indispensabile di significative conoscenze in campo storico, artistico e scientifico. Nel 2004 non fu possibile avviare la ricerca sul DNA (aveva costi esorbitanti), ma oggi i progressi tecnici consentono di recuperare informazioni dai campioni biologici estratti nel 2004, ottenendo molecole sufficientemente integre per affrontare l’analisi dell’intero genoma, riducendo al minimo gli artefatti e i danni dovuti a contaminazioni e allo scorrere del tempo.

La tomba di Cangrande alle Arche scaligere di Verona (foto comune di verona)

Cangrande è stato signore di Verona tra il 1308 e il 1329. La sua fama è dovuta anche all’elogio che gli tributa Dante Alighieri nel XVII canto del Paradiso. Le fonti che ne descrivono l’aspetto fisico, il carattere e la propensione al comando sono quasi tutte di carattere encomiastico, a partire da quel De Scaligerorum origine dello scrittore Ferreto de’ Ferreti che, secondo un topos letterario ricorrente, immagina che già nell’amplesso del concepimento fosse avvertito come creatura straordinaria, latore attraverso i sogni alla madre della sua grande personalità, quale Cane che con i latrati avrebbe atterrito il mondo: At tua, post dulces Veneris sopita labores, / Mater, in amplexu cari difusa mariti, / Membra fovebat ovans, blandaque in imagine somni / Visa sibi est peperise canem, qui fortibus armis / Terrebatque suis totum latratibus orbem. La distruzione degli archivi della Signoria ha costretto gli storici a leggere in filigrana molte fonti di questo tipo (o all’opposto altre di carattere denigratorio), tutte viziate da scopi di propaganda, con riferimenti, per esempio, alla personalità forte e all’altezza fuori della media. La ricostruzione del genoma di Cangrande può consentire di disporre di elementi oggettivi circa la persona fisica e le predisposizioni del condottiero, così da sviluppare con il gruppo di lavoro del progetto una comparazione inedita tra fonti diverse, fornendo anche informazioni curiose sul carattere e sui gusti dello scaligero.

Il calco del monumento funebre di Cangrande (foto saccomani)

L’obiettivo finale è duplice: a) fornire nuove chiavi di lettura o integrare quelle esistenti sulla figura di Cangrande, comparando tutti i dati a disposizione; b) costituire attraverso questa esperienza un modello operativo di approccio alla Storia in presenza di analisi del DNA, con gruppo di lavoro misto tra genetisti e storici, che possa essere un riferimento di metodo per altre ricerche future. La scoperta della rara anomalia genetica, chiamata glicogenosi, tipo II, ha necessitato di un controllo speciale delle fonti per verificare le tracce delle sue possibili conseguenze nella vita di Cangrande (affaticamento, dolori muscolari e delle ossa). Il setaccio operato da Ettore Napione, anche su testi letterari meno frequentati (quali il De gestis Italicorum post Henricum VII Cesarem di Albertino Mussato), ha messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco in luogo della spada (che comportava un impegno muscolare meno vigoroso e più controllabile).

Arca di Cangrande: particolare della statua giacente del Signore di Verona (foto Roberto Mizzon e Valentino Cordioli)

Conferme storiche. In ambito storico sono riportati alcuni dei momenti più critici della salute di Cangrande. Prima crisi, il 17 settembre 1314, all’età di 23 anni, dopo una cavalcata veloce il Signore di Verona è costretto a lasciare il cavallo e viene trasferito su un carro. Seconda crisi, il 25 agosto 1320, a 29 anni, ferito ad una coscia fu trasportato all’accampamento, dove si riprese e ritornò in battaglia. In realtà, dalle autopsie effettuate sul corpo non sono state riscontrate cicatrici sulla coscia, ciò fa supporre si trattasse di altri sintomi, sempre riconducibili alla malattia. Terza crisi, il 4 luglio 1325, all’età di 34 anni, in una cavalcata da Verona verso Vicenza Cangrande fu colto da improvviso malore e fu riportato a Verona, dove peggiorò, rimanendo tra la vita e la morte per dieci giorni e poi malato per mesi. Quarta crisi, il 18 luglio 1329 si ammala e dopo tre giorni muore. Era il 22 luglio 1329, Cangrande aveva 38 anni.

Particolare della mummia di Cangrande nella ricognizione del 2004 (foto Umberto Tomba)

Analisi del DNA di Cangrande della Scala. Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia molecolare e Paleogenetica dell’università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico. Una prima estrazione, eseguita su frammenti di fegato, ha rivelato un’altissima concentrazione di DNA derivante da microrganismi contaminanti di origine più moderna. La presenza così esigua di DNA umano che ne rimaneva (meno dell’1%) non ha reso possibile proseguire con il sequenziamento clinico. È stata quindi effettuata una seconda estrazione da un piccolo frammento di falange. Anche in questo caso la quantità di DNA estratto è stata ricca di DNA contaminante ma la percentuale di DNA umano si è rivelata decisamente più alta: 23%. Il Laboratorio di Genomica funzionale dell’università di Verona guidato dal prof. Massimo Delledonne ha dunque deciso di applicare una tecnica di laboratorio attualmente utilizzata per la diagnosi clinica di pazienti affetti da malattie genetiche che ha permesso di catturare in modo specifico i circa 35 milioni di basi del DNA che contengono i geni umani, eliminando così il DNA contaminante. Cangrande è stato quindi sequenziato come se si trattasse di un paziente dei nostri giorni, e l’analisi bioinformatica degli 83 milioni di sequenze prodotte ha portato alla ricostruzione del 93.4% dei suoi geni, un valore davvero molto elevato.

Immagini tratte dal video sulla ricostruzione del volto di Cangrande effettuata dal professor Peter Vanezis (Department of Forensic Medical Science,The Forensic Science Service, London, Department of Forensic Medicine and Science, University of Glasgow – Museo di Castelvecchio, 2004)

La malattia. Le analisi bioinformatiche effettuate hanno portato all’identificazione di circa 25mila “varianti genetiche” (un numero atteso, nella norma) che sono state classificate utilizzando associate alle informazioni disponibili nelle apposite banche dati fra cui quella del National Institute of Health americano, per effettuare una vera e propria analisi diagnostica del condottiero scaligero alla ricerca di dettagli che potessero ricostruirne la “cartella clinica”. Questa classificazione ha permesso di identificare 249 varianti associate a malattie che sono state analizzate manualmente dal dott. Alessandro Salviati, genetista medico del Laboratorio di Genomica Funzionale, che ha riconosciuto due mutazioni diverse nel gene dell’enzima lisosomiale α-glucosidasi acida, un enzima deputato alla degradazione del glicogeno per la produzione di energia. La malattia che deriva dalla disfunzione di questo enzima è una glicogenosi, in questo caso la Glicogenosi tipo II (malattia di Pompe, deficienza di α-glucosidasi acida, deficienza di maltasi acida).

La statua equestre originale di Cangrande spostata dall’Arca al museo di Castelvecchio (foto Umberto Tomba)

Nei casi ad esordio tardivo, come quello riconducibile a Cangrande, la malattia si evidenzia in una scarsa resistenza alla fatica fisica, difficoltà respiratoria, debolezza muscolare e crampi, fratture ossee spontanee e cardiopatia. La morte dei pazienti adulti è spesso quasi improvvisa, come accaduto a Cangrande, deceduto dopo solo tre giorni di malattia. Alcune opere storiche hanno messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco rispetto alla spada. Il quadro clinico della morte di Cangrande è pertanto compatibile con la malattia di Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo. Il medico di Cangrande, nel tentativo di contrastare questa debolezza, somministrò dosi eccessive di digitale (una sostanza utilizzata come cardio tonico) e questo fece pensare ad un avvelenamento, tanto che il medico venne impiccato di lì a poco. Oggi sappiamo che quella somministrazione era ben lungi dall’intento di avvelenare il Principe.

Dantedì on line al museo Archeologico nazionale di Taranto: al mattino concerto, al pomeriggio Beatrice Stasi parlerà de “Il vate e i vaticini: su Inferno XX” sul rapporto tra il Sommo Poeta e il mito di Anfiarao

taranto_marta_dantedì_locandinaAl museo Archeologico nazionale di Taranto tutto pronto per l’incontro con Dante. Anche il museo Archeologico nazionale di Taranto celebra il 700.mo anniversario della morte di Dante Alighieri con la ricorrenza del DanteDì del 25 marzo 2021. Per l’occasione, nella giornata celebrativa istituita nel 2020 dal MiBACT, i versi di Dante Alighieri incontrano i miti e le storie, raccontate all’interno del museo Archeologico nazionale di Taranto. “Non c’è un reperto riferito direttamente a Dante”, dice Eva Degl’Innocenti, direttrice del MArTA, “ma c’è di più. C’è il richiamo alla storia che il sommo poeta amava tanto, la stessa che ispirò i suoi versi, e che crea un collegamento straordinario tra la sua scrittura e le nostre collezioni”. Così il MArTA sceglie gli Inferi per celebrare il padre della lingua italiana, ma anche l’uomo e lo studioso che raccontò meglio le virtù e le debolezze degli umani nella sua Divina Commedia.

Il monumentale cratere a mascheroni a figure rosse attribuito al Pittore di Dario restituito nel 2009 dal Cleveland Museum of Art (foto MArTa)

“Tra Dante e il Museo si staglia la figura di Anfiarao, l’indovino di Argo che tentò inutilmente di opporsi alla spedizione dei Sette contro Tebe perché ne aveva previsto l’insuccesso”, spiega la direttrice. “Dante lo incontra nel Canto XX dove tratta di indovini, sortilegi e incantatori. Ma Anfiarao è anche al centro della Sala IX al primo piano del museo Archeologico nazionale di Taranto, in uno dei capolavori assoluti della ceramografia apula: ovvero il monumentale cratere a mascheroni a figure rosse attribuito al Pittore di Dario databile intorno al 330 a.C. Dante racconta, anche grazie alle informazioni assunte dalla Tebaide di Stazio, dell’arrivo all’Inferno al cospetto del giudice Minosse di Anfiarao. Il cratere, rientrato in Italia nel 2009 grazie a una restituzione del Cleveland Museum of Art, è invece la fotografia della sua partenza. Qui il mitico guerriero e indovino indossa l’armatura, impugna la lancia e lo scudo e sale sulla quadriga che lo porterà alla guerra, ma anche alla morte. L’inizio e la fine di una storia che Dante stigmatizzerà ponendo proprio l’indovino di Argo, tra coloro che sono costretti per contrappasso a guardare solo indietro “perché volse veder troppo davante” (v. 37). Due capolavori saranno in correlazione – specifica la direttrice del museo, Eva Degl’Innocenti – fornendo alle celebrazioni dantesche anche un ulteriore elemento di approfondimento e rarità narrativa”.

La locandina dell’incontro al MArTA per il Dantedì su “Il vate e i vaticini: su Inferno XX” con Beatrice Stasi

Sotto gli hashtag ufficiali #DanteDì e #IoLeggoDante, nella giornata del 25 marzo 2021, a partire dalle 11 del mattino e fino alla serata, il museo Archeologico nazionale di Taranto predispone una programmazione di eventi digitali che lo stesso MiBACT a livello nazionale ha voluto riconoscere. La mattina alle 11 in diretta dal primo piano del Museo, e sui canali Facebook e YouTube del MArTA, ci sarà un breve omaggio musicale ispirato alla figura e ai versi di Dante offerto dalle giovani musiciste del Conservatorio “Giovanni Paisiello” di Taranto, Giovanna Delfino (chitarra), Gabriella Caroli (flauto) e Flora Contursi (voce). Alle 18 sarà la volta, invece, dell’approfondimento che vuole mettere in evidenza possibili ambiguità e complicazioni del giudizio dantesco, che condanna agli Inferi chi ha la pretesa di profetizzare il futuro, oggetto della conferenza della professoressa Beatrice Stasi, docente di letteratura italiana all’università del Salento che  parlerà de “Il vate e i vaticini: su Inferno XX”. La relazione si terrà nella sala conferenze del Museo. La conferenza sarà trasmessa in diretta sul canale Facebook e YouTube del museo Archeologico nazionale di Taranto.

Napoli. In occasione del Dantedì 2021 il museo Archeologico nazionale presenta on line della mostra “Divina Archeologia” (dal 14 settembre), mitologia e storia della Divina Commedia nelle collezioni del Mann. Giulierini: “Racconteremo Dante e il mondo classico. E anche il rapporto del nostro territorio con Virgilio e l’immaginario del Sommo Poeta”

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Il direttore del Mann, Paolo Giulierini (foto Graziano Tavan)

#Divinarcheologia: con questo hashtag, in occasione del Dantedì 2021 e delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Alighieri, il museo Archeologico nazionale di Napoli presenterà in anteprima digitale, su Facebook ed Instagram, alcune opere dell’esposizione dedicata a “Mitologia e storia della Divina Commedia nelle Collezioni del Mann”. La mostra “Divina Archeologia”, realizzata con il contributo della Regione Campania, aprirà il 14 settembre 2021 e resterà in calendario sino a marzo 2022. ”Annunciamo nel DanteDì  la data simbolica scelta  per l’inaugurazione della mostra, il 14 settembre”, spiega Paolo Giulierini, direttore del Mann. “Come è noto, Dante morì a Ravenna  il 14 settembre 1321, e una collaborazione importante è stata attivata con il Classis Ravenna- Museo della città e del territorio. Tanti sono i miti, gli eroi, i  personaggi della storia antica che si incontrano nella Divina Commedia, e il Mann è una miniera di riferimenti iconografici. Pochi sanno che un’immagine di Dante con veste purpurea e corona d’alloro campeggia su una volta del nostro Museo, opera ottocentesca dell’artista Paolo Vetri.  Divina Archeologia sarà anche l’occasione per celebrare il legame fortissimo  tra Virgilio e Napoli, dove si trova la sua tomba: prima di San Gennaro il poeta latino era considerato un ‘protettore’ della città e un mago, come testimonia il celebre mito dell’uovo di Virgilio. Un percorso che ci porterà con una serie di podcast dedicati, anche fuori dal Mann, fino al lago d’Averno e non solo. E  inviteremo istituti e docenti a tenere lezioni  su Dante nelle nostra sale e nell’auditorium”. 

Diomede, scultura marmorea proveniente da Cuma e conservata al Mann (foto Luigi Spina)

L’anteprima digitale della mostra partirà giovedì 25 marzo 2021, alle 8.30: scelta come simbolo della campagna la statua marmorea di Diomede, proveniente da Cuma e “immortalata” in uno splendido scatto di Luigi Spina. L’eroe greco fu fido compagno di Ulisse nel furto del Palladio: anche per questa impresa, in cui mostrò coraggio e, al contempo, grande capacità di ordine inganni, è collocato con Ulisse nell’ottava bolgia del cerchio dei fraudolenti (Inferno, XXVI).

Affresco da Pompei con la scena del cavallo di Troia e Ulisse conservato al Mann (foto Luigi Spina)
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L’affresco con Achille a Sciro dalla Casa dei Dioscuri di Pompei, conservato al Mann (foto Mann)

Dal mito di Diomede a quello di Ulisse: al più celebre viaggiatore di tutti i tempi sarà dedicato il post con l’affresco che rappresenta una scena della guerra di Troia; nel reperto, ritrovato a Pompei, è raffigurato il momento simbolico del dramma, quando, cioè, i Troiani portano all’interno delle mura il cavallo di legno, condannando in tal modo la città alla distruzione. L’inganno del cavallo è una delle trame per cui l’Alighieri punisce idealmente Ulisse nella prima cantica della Commedia. Più volte nominato in relazione a Ulisse ed al Centauro Chirone, c’è anche Achille che, inserito tra i Lussuriosi dell’Inferno, è uno dei protagonisti del Dantedì virtuale del Mann; saranno postati online due affreschi: “Achille a Sciro” (dalla Casa dei Dioscuri di Pompei), che ritrae il momento in cui Ulisse e Diomede smascherano l’eroe, mandato presso la corte di Licomede per sfuggire alla guerra di Troia; Achille è in abiti femminili al centro della scena e regge lo scudo, trattenuto da Ulisse (a destra) e Diomede (a sinistra). 

L’affresco da Ercolano con Achille e il centauro Chirone, conservato al Mann (foto Giorgio Albano)

Ancora, sarà condiviso l’affresco con Achille ed il centauro Chirone, citato nel XII canto dell’Inferno: il centauro Chirone fu maestro del Pelide ed, in questo affresco da Ercolano, è raffigurato giovanissimo mentre apprende l’arte della lira. I personaggi presentati nell’anteprima digitale del Dantedì sono solo alcuni dei protagonisti della mostra “Divina Archeologia”: grazie all’esposizione, sarà possibile viaggiare con mitologia, archeologia e letteratura, in un suggestivo dialogo tra i versi del poeta ed i reperti del Mann.  

“Divina Archeologia. La mitologia e la storia nella Commedia di Dante”

25 Marzo 2020 prima edizione del Dantedì, la giornata dedicata a Dante Alighieri. Un’edizione speciale, tutta in rete, con una première ricca di letture di estratti della Divina Commedia da parte di studiosi, professori e linguisti. Tutti uniti, da casa, per celebrare il capolavoro dantesco in nome del Sommo Poeta, fondatore della lingua italiana e simbolo dell’idea stessa di Italia. Idea che, in questi giorni più che mai, abbiamo bisogno di tenere viva.

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini, dà una lettura significativa dalla Divina Commedia di Dante da dedicare al popolo dei social, attendendo il momento in cui tutti usciremo “a riveder le stelle”. Dall’arte antica e dalla letteratura medioevale proviene, così, un perenne appello alla speranza: una lezione importante da condividere, soprattutto ai tempi del Coronavirus. Il Dantedì dà anche il là a Giulierini per anticipare contenuti e finalità della grande mostra “Divina Archeologia. La mitologia e la storia nella Commedia di Dante”, in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli nell’autunno 2021. Perché parlare di Dante a Napoli? “Dante fu a Napoli due volte come ambasciatore presso Carlo II d’Angiò”, ricorda Giulierini. “E Dante nella Commedia e in altre sue opere come il Convivio ci parla di argomenti che sono rappresentabili attraverso gli straordinari reperti del museo. Dante nell’Inferno parla di tante creature fantastiche, come Cerbero, Medusa, Eracle, Diomede, Ulisse, Teseo, Minosse, il Minotauro, le Arpie, e di molti personaggi storici, a partire da Virgilio, Cesare, Costantino, Traiano. Noi rappresenteremo questo cammino dantesco attraverso una miriade straordinaria di opere nella mostra dell’autunno 2021 che si legherà anche a possibili itinerari danteschi a Napoli: dalla tomba di Virgilio a piazza Dante, dalla facciata del duomo dove sono rappresentati i tre angioini citati da Dante alle preziosissime copie della Commedia conservate nella Biblioteca nazionale di Napoli”.

Hydria a figure nere (VI sec. a .C.), attribuita al pittore di Edimburgo, con Eracle e Cerbero (foto Mann)

“Cerbero, fiera crudele e diversa, / con tre gole caninamente latra / sovra la gente che quivi è sommersa”: l’incontro di Dante con il guardiano degli Inferi è descritto nel canto VI dell’Inferno (vv.12-14), quando Cerbero appare al Sommo Poeta, appena giunto nel III cerchio dei golosi. Secondo alcuni studiosi, la scena si svolge proprio tra il 25 ed il 26 marzo del 1300. Cerbero, con Eracle, è il protagonista della raffigurazione dell’Hydria a figure nere, attribuita al pittore di Edimburgo, databile alla fine VI sec. a.C. L’opera sarà esposta in occasione della mostra “Divina Archeologia. La mitologia e la storia nella Commedia di Dante”, prevista al Mann nell’autunno 2021.

Dantedì 2020: il Mann partecipa sui canali social anticipando i contenuti della grande mostra “Divina Archeologia. La mitologia e la storia nella Commedia di Dante”. Messaggio del direttore ai visitatori virtuali

 

Il retro della celebre Tazza Farnese con raffigurazione di Medusa (foto Mann)

“Divina Archeologia. La mitologia e la storia nella Commedia di Dante”, il cui progetto scientifico è stato già presentato al “Comitato Nazionale per le Celebrazioni dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri nel 2021” è la grande mostra in programma al Mann in autunno del 2021. Il 25 marzo 2020, per il primo Dantedì, il museo Archeologico nazionale di Napoli parteciperà alla campagna di comunicazione del MIBACT: utilizzando, sui propri canali social, gli hasthag ufficiali #IoleggoDante e #Dantedì, il Mann intraprenderà un suggestivo viaggio virtuale, tra letteratura ed arte, anticipando i contenuti della mostra. Attraverso le rappresentazioni di vasi, affreschi, statue e rilievi, sarà possibile seguire figure ed immagini della fantasia dantesca, che recepiva con curiosità e profondità la cultura del mondo antico: Cerbero, Diomede, Ulisse, le Arpie, Medusa, Eracle, Minosse e Teseo saranno soltanto alcuni dei personaggi raccontati nel percorso espositivo, che traccerà un curioso itinerario di visita anche grazie alle terzine della Commedia; la mostra rivolgerà uno sguardo attento anche alla città di Napoli, per individuarne i legami con il poeta fiorentino.

Hydria a figure nere (VI sec. a .C.), attribuita al pittore di Edimburgo, con Eracle e Cerbero (foto Mann)

Il 25 marzio 2020, dunque, i fan e i follower dei social del Mann potranno non soltanto ammirare alcuni splendidi reperti, ma anche ritrovare le simmetrie tra i capolavori antichi ed i versi danteschi: tra le opere che saranno presentate al pubblico virtuale del Museo, vi sarà anche l’Hydria a figure nere, attribuita al pittore di Edimburgo, con Eracle e Cerbero (fine VI sec. a.C.); lo splendido vaso sarà naturalmente inserito nell’esposizione dedicata a Dante nel 2021.

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Sempre mercoledì 25 marzo 2020 alle 12, in concomitanza con l’appuntamento web lanciato dal Mibact in tutta Italia, il direttore del Mann, Paolo Giulierini, sarà presente sulla pagina Facebook del museo Archeologico nazionale di Napoli con un proprio videomessaggio: una lettura significativa da dedicare al popolo dei social, attendendo il momento in cui tutti usciremo “a riveder le stelle”.

I musei archeologici del Polo museale della Calabria celebrano il Dantedì presentando i collegamenti che ci sono tra alcuni reperti delle collezioni e la Divina Commedia

Che c’azzecca Dante con i musei e i parchi archeologici? La risposta viene dal Polo museale della Calabria che in occasione del Dantedì, giornata celebrativa dedicata al sommo poeta Dante Alighieri, istituita per il 25 marzo 2020 dal Consiglio dei Ministri, su proposta del ministero per i Beni e le Attività culturali e il Turismo. “Molte sedi della cultura statali, afferenti al Polo museale della Calabria, guidato da Antonella Cucciniello”, spiegano, “hanno richiami, similitudini con il mondo dantesco”. Ecco qualche esempio.

Il soggetto della sirena in alcuni reperti conservati al museo archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia (foto pm-cal)

All’interno del museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, diretto da Adele Bonofiglio, sono custoditi alcuni reperti che rappresentano delle sirene, figure mitologiche dal corpo metà uccello e metà donna. Le Sirene compaiono nel XII libro dell’Odissea, nel quale si racconta di Ulisse che dopo aver lasciato la maga Circe riprende il suo viaggio. Giunto presso un gruppo di scogli a Sud della penisola di Sorrento, al largo delle isole Sirenuse, incontra le Sirene che con il loro canto cercano di trattenere i naviganti. Le sirene sono note per il loro canto ammaliatore, affascinante ma molto pericoloso per i naviganti, che promette di svelare tutto ciò che accade o è accaduto sulla terra. Il loro canto dunque si mostra come una promessa: se Ulisse si fermerà presso di loro, se ne andrà sapendo più cose; ma cedere alla tentazione della conoscenza porta a rompere i legami famigliari e a morire. Ulisse però, grazie ai consigli di Circe, riesce ad oltrepassare il pericolo. Ulisse e Dante. L’Ulisse dantesco è simile a quello classico, dotato di insaziabile curiosità e abilità di linguaggio e compare nel XXVI canto dell’Inferno, sottoforma di fiamma. Egli racconta le peripezie del suo viaggio di ritorno da Troia e come, spinto dalla sete di conoscenza, cerca di convincere i suoi compagni a proseguire il viaggio pronunciando la famosissima frase: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Sete di conoscenza che lo porterà alla rovina.

La sede del museo Archeologico nazionale di Locri

Il museo Archeologico nazionale di Locri, diretto da Rossella Agostino, in sintonia con il museo di Vibo Valentia che per il Dantedì ricorda Ulisse, il canto delle Sirene, e il suo incontro con Dante, con l’intento di creare un fil rouge tra i musei calabresi e il loro ricco e sfaccettato patrimonio, vuole testimoniare la presenza di manufatti raffiguranti le Sirene esposti lungo il suo percorso espositivo. Una produzione degli artigiani locresi che lavoravano ed abitavano nel quartiere di Centocamere, oggi visitabile nell’area del parco archeologico di Locri: balsamari in terracotta di diverse dimensioni, conformati a sirena caratterizzata da una lunga capigliatura a trecce e orecchini discoidali con funzione di ex voto dedicati a Persefone regina degli Inferi, agli specchi in bronzo il cui manico riproduce le fattezze di questa suggestiva figura che con il suo canto irretiva gli uomini. Produzioni che tra VI e V secolo a.C. costituiscono una delle espressioni più caratteristiche dell’artigianato locrese.

Una sala espositiva del museo Archeologico Lametino di Lamezia Terme (foto pm-cal)

Il museo archeologico Lametino di Lamezia Terme, diretto da Gregorio Aversa, sposta in rete tutte le iniziative organizzate per il primo “Dantedì”, giornata celebrativa dedicata dal MiBACT al sommo poeta Dante Alighieri, prevista per il 25 marzo, data che gli studiosi individuano come inizio del viaggio ultraterreno della “Divina Commedia”. Sulla pagina FB (https://www.facebook.com/museoarcheologicolametino/) del museo l’appuntamento si raddoppia. Si inizia martedì 24 marzo 2020 con il pre-evento “Aspettando il #Dantedì”, durante il quale Laura Montuoro, socio della “Società Dante Alighieri – Comitato locale Soverato”, citando alcune terzine del XV Canto del “Paradiso”, invita i follower a partecipare attivamente alle celebrazioni. Per l’appuntamento nazionale fissato dal MiBACT per le 12 di mercoledì 25, il Museo ha, invece, organizzato l’iniziativa “#IoleggoDante, ma in calabrese”. È prevista una lettura in streaming a cura di Domenico Benedetto D’Agostino, curatore del Progetto “PoesiaInCostruzione, di alcune terzine del XXVI Canto dell’“Inferno” tratte da “‘U Mpiernu, ‘U Prigatoriu, ‘U Paravisu” di Salvatore Scervini (Acri 1847-1925). Si tratta della trasposizione in calabrese dell’opera dantesca, seconda traduzione integrale in Italia e prima nel Meridione, considerata una delle versioni più riuscite per completezza, qualità letteraria, lingua e stile. Completeranno il programma numerosi post con approfondimenti e curiosità, tra cui: un’esposizione inedita sulla nostra bacheca virtuale di un’edizione unica al mondo della “Divina Commedia” (ed. Manzani, Firenze 1595), messa a disposizione da Giovanna Adamo, presidente dell’associazione artistico-culturale “Arte & Antichità Passato Prossimo” di Lamezia Terme; un omaggio da parte dell’illustratrice lametina Felicia Villella; la partecipazione al flash mob della “Società Dante Alighieri” previsto per le 18 del 25 marzo con l’intervento di Samuele Anastasio, speaker di Radio Soveria, che aprendo la finestra della sua casa declamerà, come richiesto, le due terzine del canto dantesco in cui Paolo e Francesca dimostrano che l’amore vince tutto. L’iniziativa è a cura di Rosanna Calabrese, funzionario archeologo del Polo museale della Calabria.

All’interno del museo Archeologico nazionale di Mètauros a Gioia Tauro, diretto da Simona Bruni, sono custoditi moltissimi reperti provenienti dai corredi tombali della necropoli ritrovata in contrada Due Pompe – fase magnogreca della città. I corredi tombali esposti a Mètauros rappresentano le suggestioni legate alla cultura dell’oltretomba e agli usi della deposizione che attraverso il corredo dava forma all’immateriale legame tra la vita terrena del deposto e la sua vita nell’aldilà. Collegamento culturale diviene Caronte e la sua figura di traghettatore delle anime nel loro percorso di vita ultraterrena attraverso la presentazione di due litografie di Gustave Dorè, Divina Commedia illustrata dell’Ottocento (Gustave Dorè, Divina Commedia Illustrata 1861) che rappresentano l’incontro di Dante e Virgilio nell’oltretomba con Caronte; correlazione con le collezioni esposte nel Museo – i corredi funebri – legati alla cultura della deposizione e dell’oltretomba. Inoltre grazie alla collaborazione dell’architetto e scenografo Lorenzo Pio Massimo Martino sarà pubblicato il video “L’incontro infernale tra il Sommo e il traghettatore delle anime perdute” (Commedia narrata a cura di Lorenzo Pio Massimo Martino). Seguirà nel pomeriggio per #ioleggoDante un tag sul fumetto di Mètauros realizzato da Federico Manzone (nato nell’ambito dell’iniziativa Fumetti nei Musei 2020) reso visibile on-line per la giornata del 25 marzo su issuu.com/coconinopress. Lo storyboard realizzato dal nostro fumettista riprende le figure mitologiche e legate all’oltretomba in virtù delle collezioni che denotano il museo come “museo delle necropoli”.

La basilica normanna conservata all’interno del parco archeologico di Scolacium

Il museo e parco archeologico nazionale di Scolacium, diretto da Elisa Nisticò, celebra Dante Alighieri nella giornata a lui dedicata con un contributo sui suoi canali social basato sul pensiero trinitario di Gioacchino da Fiore nella Divina Commedia, con radici lontane in Cassiodoro, nativo di Scolacium. La Commedia ha uno schema triadico, secondo le tre età del padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Anche Cassiodoro trova nei Salmi la dottrina della Trinità. Troviamo dunque una linea di pensiero che attraversa i secoli e supera le distanze spaziali.