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Roma. In Curia Iulia esposta la copia della testa del guerriero A con il colore originario e il video del Met per il 50mo della scoperta dei Bronzi di Riace. Il video del convegno

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La copia in bronzo della testa del Guerriero A dei Bronzi di Riace con i colori originali (foto mic)

I bronzi di Riace come non li avete mai visti: a colori. Ne abbiamo parlato qualche giorno fa per annunciare il convegno, in presenza e diretta streaming, “1972-2022 A 50 ANNI DALLA SCOPERTA DEI BRONZI DI RIACE. Una nuova ricostruzione a colori delle sculture antiche”, la presentazione di un video del Met e della copia della testa del guerriero A con il colore originario (vedi Roma. I Bronzi di Riace come non li avete mai visti: a colori. In Curia Iulia convegno, in presenza e diretta streaming, “1972-2022 A 50 ANNI DALLA SCOPERTA DEI BRONZI DI RIACE. Una nuova ricostruzione a colori delle sculture antiche”. Presentazione di un video del Met e della copia della testa del guerriero A con il colore originario | archeologiavocidalpassato).

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La copia della testa del Guerriero A dei Bronzi di Riace è esposta in Curia Iulia fino al 18 luglio 2022 (foto mic)

La riproduzione in bronzo della testa del guerriero A (copia perfetta in bronzo della testa della statua del guerriero A, uno dei due celebri Bronzi di Riace, straordinarie opere d’arte del V sec. a.C. conservate al MArRC) e il video della mostra del The Metropolitan Museum of Art di New York “Chroma Ancient Sculpture in Color” saranno visibili al pubblico che visiterà il parco archeologico del Colosseo fino al 18 luglio 2022: un’opportunità per promuovere anche la visita al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria.

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Studi preliminari e ipotesi per la ricostruzione dei Bronzi di Riace con i colori originali (foto mic)

La riproduzione della testa, realizzata con l’ausilio di nuove e sofisticate tecnologie – laser scanner con una scansione millimetrica e rilievo 3D – ha lo scopo di mostrare al pubblico il colore originario della statua, esente cioè dagli effetti del tempo e dell’ossidazione, proponendo anche la presenza di colori. L’incontro è stato promosso dalla Direzione generale Musei, dal parco archeologico del Colosseo e dal museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, in collaborazione con il Met di New York.

Roma. I Bronzi di Riace come non li avete mai visti: a colori. In Curia Iulia convegno, in presenza e diretta streaming, “1972-2022 A 50 ANNI DALLA SCOPERTA DEI BRONZI DI RIACE. Una nuova ricostruzione a colori delle sculture antiche”. Presentazione di un video del Met e della copia della testa del guerriero A con il colore originario

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Il logo per il Cinquantesimo dei Bronzi di Riace 1972-2022

I Bronzi di Riace come non li avete mai visti: a colori. Il 12 luglio 2022, alle 17, nella Curia Iulia al Foro Romano, la Direzione generale Musei, il parco archeologico del Colosseo, il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, in collaborazione con il Metropolitan museum di New York celebrano i 50 anni dalla scoperta dei Bronzi di Riace con il convegno “1972-2022 A 50 ANNI DALLA SCOPERTA DEI BRONZI DI RIACE. Una nuova ricostruzione a colori delle sculture antiche”. L’incontro scientifico sarà introdotto da Massimo Osanna, direttore generale Musei, seguito dagli interventi di Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria e di autorevoli studiosi di scultura antica, quali il Prof. Salvatore Settis, già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa e Accademico dei Lincei, e il prof. Vinzenz Brinkmann, capo dipartimento di Antichità della Liebieghaus Skulpturensammlung di Francoforte sul Meno. L’evento è gratuito, potrà essere seguito in presenza con prenotazione al seguente link https://www.eventbrite.com/…/biglietti-1972-2022-a-50…. È possibile seguire il convegno in diretta streaming online sul canale YouTube del PArCo www.youtube.com/parcocolosseo.

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Locandina della mostra “Chroma. Ancient Sculpture in Color” al Metropolitan museum di New York dal 5 luglio 2022 al 26 marzo 2023

Al termine degli interventi e prima delle conclusioni di Salvatore Settis, sarà anche proiettato il video che il Metropolitan museum di New York ha prodotto, appositamente per questa occasione, sulla mostra “Chroma Ancient Sculpture in Color”, inaugurata nel museo americano lo scorso 5 luglio e dedicata alla policromia delle sculture antiche. Nell’ambito dell’esposizione newyorchese un particolare rilievo hanno proprio due copie perfette in bronzo delle statue di Riace, realizzate sempre con le stesse sofisticate tecnologie.

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La testa del guerriero A dei Bronzi di Riace e la sua riproduzione “a colori” (foto mic)

Per celebrare questo importante anniversario sarà esposta la copia perfetta in bronzo della testa della statua del guerriero A, uno dei due celebri Bronzi di Riace, straordinarie opere d’arte del V sec. a.C. custodite nel museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. La testa in bronzo è stata realizzata dallo stesso archeologo tedesco prof. Vinzenz Brinkmann, fra i massimi esperti al mondo di policromia dell’antichità. La riproduzione della testa, realizzata con l’ausilio di nuove e sofisticate tecnologie (laser scanner con una scansione millimetrica e rilievo 3D) ha lo scopo di mostrare al pubblico il colore originario della statua, privata cioè dagli effetti del tempo e dell’ossidazione, proponendo anche la presenza di colori. La riproduzione in bronzo della testa e il video della mostra saranno visibili nella Curia Iulia fino al 18 luglio 2022.

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Agosto 1972: il ritrovamento dei Bronzi di Riace da parte del sub Stefano Mariottini

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Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)

“Sono passati esattamente cinquant’anni da quel memorabile 16 agosto 1972, quando furono scoperti i Bronzi di Riace, due magnifiche statue in bronzo risalenti alla metà del V secolo a.C. Cinquant’anni in cui questi due eroi venuti dal mare sono diventati tra le sculture antiche più celebri al mondo, capaci di attrarre folle estasiate di ammiratori”, commenta Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. “Oggi i Bronzi di Riace sono anche icone di un intero territorio, la Calabria. Una regione che quest’anno vuole festeggiarli con un programma diffuso di eventi, per far scoprire tanti aspetti della sua cultura millenaria: arte e paesaggio, borghi e identità enogastronomiche, minoranze linguistiche e tradizioni artigianali. Desidero ringraziare il direttore generale Musei, Massimo Osanna, e la direttrice del parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, per aver voluto organizzare questo incontro, nel quale valorizzazione e ricerca si fondono nella promozione della cultura”.

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I Bronzi di Riace esposti in una speciale sala del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)

“L’incontro alla Curia Iulia al Foro Romano rappresenta un momento rilevante nell’ambito delle celebrazioni dei 50 anni dal ritrovamento dei Bronzi di Riace”, interviene Massimo Osanna, direttore generale Musei, “perché evidenzia l’importanza dell’approccio interdisciplinare e della collaborazione scientifica internazionale, contribuendo in maniera significativa e innovativa ad una migliore conoscenza e fruizione di queste straordinarie sculture venute dal mare”. E prosegue: “Ringrazio la direttrice Alfonsina Russo e tutto lo staff del parco archeologico del Colosseo per l’organizzazione di questo incontro, e gli studiosi e i musei che stanno attivando nuove sinergie, anche in vista di una più ampia promozione all’estero del patrimonio culturale conservato nei musei italiani”. E Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo, commenta: “Mai nessuna scoperta archeologica ha avuto eco maggiore di quella dei Bronzi di Riace e questo anniversario suggella lo spirito di cooperazione internazionale e il ruolo della Cultura in grado di connettere Paesi e Istituzioni anche lontani. Sono onorata che il parco archeologico del Colosseo e il suo pubblico internazionale possano con questa iniziativa contribuire a promuovere questo importante evento e le celebrazioni che si svolgeranno al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria”.

Parchi archeologici: un confronto storico Stato-Regione Siciliana: due giorni di convegno al rettorato dell’università di Messina a cura (e in memoria) del prof. Gioacchino La Torre, scomparso prematuramente pochi giorni fa

messina_convegno-parchi-archeologici_locandinaI parchi archeologici, con la loro autonomia e un assetto organizzativo che li differenzia da tutti gli altri istituti, costituiscono un settore chiave del patrimonio culturale, che in anni recenti ha visto importanti e decisive riforme sia a livello statale che della Regione Siciliana, con competenza esclusiva in materia di beni culturali. Nei giorni 16 e 17 giugno 2022, l’aula magna del Rettorato di Messina ospiterà il convegno “Parchi Archeologici. Analisi e proposte” a cura (e in memoria) del prof. Gioacchino La Torre, ordinario di Archeologia classica dell’università di Messina (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2022/06/15/archeologia-in-lutto-e-morto-a-63-anni-dopo-una-breve-malattia-gioacchino-francesco-la-torre-uno-dei-piu-grandi-archeologi-italiani-prima-funzionario-del-ministero-poi-docente-dellaten/) e della dott.ssa Silvia Mazza, storica dell’arte e giornalista. I lavori saranno aperti dal rettore, prof. Salvatore Cuzzocrea, dal prof. Giuseppe Giordano, direttore del DiCAM e dall’on. Gaetano Armao, assessore dell’Economia e vicepresidente della Regione Siciliana. Il Convegno si terrà in memoria del prof. La Torre, prematuramente venuto a mancare il 12 giugno 2022 e del quale nel corso dei lavori verrà letto l’intervento che avrebbe voluto pronunciare. Un’occasione storica, senza precedenti, di confronto tra un “modello regionale” dei beni culturali e un “modello statale”, insieme ai vertici delle due Amministrazioni e illustri studiosi e professori universitari. “I parchi archeologici – spiega la dott.ssa Mazza – con la loro autonomia e un assetto organizzativo che li differenzia da tutti gli altri istituti, costituiscono un settore chiave del patrimonio culturale, che in anni recenti ha visto importanti e decisive riforme sia a livello statale che della Regione Siciliana, con competenza esclusiva in materia di beni culturali”. E aggiunge: “la tragica perdita del prof. La Torre fa sì che l’incontro vada ben oltre i suoi contenuti e le sue finalità, per assurgere a testimonianza di un impegno etico e civile fuori dal comune. Un esempio alto in cui si concretizza il senso della Terza Missione dell’Università, ovvero il trasferimento diretto delle conoscenze scientifiche, tecnologiche e culturali alla società civile, con l’obiettivo di promuovere la crescita culturale, sociale, ma anche economica del territorio”.

messina_convegno-parchi-archeologici_programma-locandinaL’obiettivo del Convegno vuole essere quello di analizzare l’attuale situazione in Italia e in Sicilia e di formulare qualche proposta di riforma, in particolare per la seconda, che verrà consegnata alla Tavola conclusiva. L’evento, che si pregia dell’adesione del prof. Salvatore Settis, Accademico dei Lincei, Presidente del Consiglio Scientifico del Louvre, sarà suddiviso in quattro sessioni, dal taglio interdisciplinare, con una componente accademica di archeologi, architetti, etno-antropologi, economisti e giuristi; due sessioni rispettivamente dedicate alle esperienze statali e della Regione Siciliana e una dedicata al parere delle associazioni. Tra gli altri, interverranno Clemente Marconi ordinario di Archeologia classica, New York University e università di Milano; Philippe Pergola, ordinario di Topografia generale, di Topografia dell’Orbis Christianus Antiquus e di Metodologia, e decano del Pontificio Istituto di Archeologia cristiana; Francesco Astone, ordinario di Diritto amministrativo, università di Messina; Stefano Consiglio, ordinario di Organizzazione aziendale, direttore del dipartimento di Scienze sociali, università Federico II di Napoli; Sergio Foà, ordinario di Diritto amministrativo e titolare del corso di Diritto dei Beni culturali; Massimo Osanna, direttore generale Musei, ministero della Cultura; Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo; Franco Fazio, dirigente generale, dipartimento BB.CC. e IS., assessorato dei BB.CC. e IS., Regione Siciliana; Roberto Sciarratta, direttore del parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi; Gabriella Tigano, direttore del parco archeologico di Naxos Taormina; Alessandro Garrisi, presidente ANA, Associazione nazionale Archeologi; Adele Maresca Campagna, presidente ICOM Italia; Francesco Mannino, coordinatore Sicilia ICOM Italia; e Gianfranco Zanna, presidente Legambiente Sicilia. L’intervento in chiusura è affidato alla dott.ssa Silvia Mazza.

Comacchio. A Palazzo Bellini apre la mostra “Spina 100. Dal mito alla scoperta” per le celebrazioni nazionali del centenario della scoperta della città etrusca di Spina (1922-2022)

È uno degli anniversari di grandi scoperte che l’archeologia riserva per il 2022: la scoperta della città etrusca di Spina (1922-2022). E proprio nell’ambito delle celebrazioni nazionali del centenario della scoperta apre la mostra “Spina 100. Dal mito alla scoperta”, a Palazzo Bellini a Comacchio (Fe). La cerimonia di inaugurazione mercoledì 1° giugno 2022, alle 12, nella sala polivalente San Pietro. Dopo i saluti di Pierluigi Negri, sindaco di Comacchio, e di Paolo Calvano, per la presidenza della Regione Emilia-Romagna, intervengono Massimo Osanna, direttore generale Musei, ministero della Cultura; Mauro Felicori, assessore alla Cultura e al Paesaggio della Regione Emilia-Romagna; Giorgio Cozzolino, direttore regionale Musei Emilia-Romagna; Monica Miari, soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Christoph Reusser, università di Zurigo, dipartimento di Archeologia, presidente del Comitato Scientifico della mostra; Emanuele Mari, assessore alla Cultura, Comune di Comacchio.

Le Valli di Comacchio che conservano le tracce dell’antica città etrusca di Spina (foto http://www.rivadelpo.it)

Fondata dagli Etruschi sulla sponda destra dell’Eridano, l’antico corso del Po, attorno alla metà del VI secolo a.C., Spina divenne il porto privilegiato di Atene nel nord Adriatico, assumendo il controllo dei traffici verso l’intera valle Pianura Padana. Sul finire del IV secolo a.C. la città iniziò il suo declino e l’insediamento etrusco cadde nell’oblio della storia. I continui mutamenti del territorio trasformarono il paesaggio deltizio e dell’antica città si persero le tracce. Con l’inizio delle bonifiche del territorio vallivo comacchiese, nel 1922, in Valle Trebba, si scoprì la prima tomba della necropoli. Prese così avvio l’epopea archeologica che portò alla scoperta di oltre quattromila tombe e che culminò con il ritrovamento dell’abitato di Spina nel 1956, ad oggi ancora indagato. Il percorso espositivo è articolato secondo una sequenza di ambienti che accompagna il visitatore alla scoperta dell’antica città etrusca e del suo tesoro.

Giornata internazionale dei Musei: per l’edizione 2022 il tema proposto dall’Icom è “Il potere dei musei”

Mercoledì 18 maggio 2022 in tutti i paesi del mondo si celebrerà l’Intemational Museum Day, la giornata promossa dall’Intemational Council of Museums (ICOM) con l’intento di richiamare il ruolo che i musei svolgono nella società e rafforzare i loro legami con le comunità locali, con i visitatori e con i responsabili delle politiche culturali nazionali e locali. La Direzione generale Musei invita tutti gli Istituti del Ministero a partecipare con iniziative, da organizzare in presenza e/o in digitale, anche in collaborazione con altri istituti e con i portatori di interesse nel territorio. Per tali iniziative si auspica l’adesione al tema proposto da ICOM, che quest’anno è “Il potere dei musei” (traduzione italiana di “The power of museums”, il tema che sarà sviluppato in occasione della 26a Conferenza generale di ICOM, che si terrà a Praga nei giorni 20-28 agosto 2022), concettualmente legato agli obiettivi di sviluppo sostenibile e alla possibilità di esplorare il potenziale dei musei nell’apportare un cambiamento positivo nelle loro comunità.

Firenze. L’accademia toscana “La Colombaria” organizza “La Tarquinia degli Spurinas”, giornata di studi, in presenza e on line, in ricordo di Mario Torelli

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Il prof. Mario Torelli, etruscologo, archeologo, docente di archeologia e storia dell’arte greca e romana, è morto all’età di 83 anni nel settembre 2020

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Copertina del libro “Gli Spurinas. Una famiglia di principes nella Tarquinia della “rinascita” “

“Scrivere una storia di famiglia per epoche diverse da quella moderna è quasi sempre un azzardo”, scriveva Mario Torelli nella premessa del suo libro Gli Spurinas. Una famiglia di principes nella Tarquinia della “rinascita” (L’Erma di Bretschneider, 2019). “Nelle mani di un archeologo la vicenda di una famiglia antica, così come ce la fanno conoscere iscrizioni e rare e occasionali menzioni delle fonti letterarie, solo di rado è riuscita a diventare trama storica significativa, da leggere eventualmente sullo sfondo di eventi più generali, capaci di dare un senso a comportamenti, a documenti figurati o a evidenze monumentali. La famiglia al centro di queste pagine è quella degli Spurinas-Spurinnae, una potente gens tarquiniese, forse la più potente della città nella prima metà del IV secolo a.C., emersa come tutte le altre dell’età della “rinascita” dalla “notte oligarchica” del V secolo a.C. Di costoro ci parlano alcuni eccezionali documenti epigrafici in latino, i c.d. Elogia Tarquiniensia, fatti incidere su una lastra di marmo in età giulio-claudia; abbiamo così i resti della breve biografia, redatta secondo le regole codificate degli elogia latini, di tre personaggi vissuti fra la fine del V e la metà del IV secolo a.C., il capostipite Velthur Spurinna Lartis f., e il figlio e il nipote (o il figlio natu minor) di questi, Velthur Spurinna Velthuris f. e Aulus Spurinna Velthuris f. Queste brevi biografie, giunte a noi purtroppo con gravi lacune, erano destinate a fornire allo spettatore l’identità di tre statue, ovviamente perdute, erette all’inizio dell’età imperiale per celebrare gli antenati (pretesi) di una famiglia senatoria romana di fresca nomina, quella dei Vestricii Spurinnae nel luogo più augusto della città, il grandioso tempio poliadico di Tarquinia detto dell’Ara della Regina, dove si concentravano le memorie religiose più importanti della città e, per aspetti particolari come l’aruspicina, dell’intera nazione etrusca”.

firenze_la-tarquinia-degli-spurinas_giornata-di-studi_locandinaProprio in ricordo di Mario Torelli, che è mancato nel settembre 2020 (vedi Archeologia in lutto. È morto Mario Torelli, grande etruscologo, archeologo e docente di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana. Stava preparando una grande mostra su Pompei e Roma | archeologiavocidalpassato), l’Accademia toscana di Scienze e Lettere “La Colombaria” organizza in presenza nella propria sede, in via Sant’Egidio 23 a Firenze, e on line (Link al collegamento zoom ID riunione: 862 4690 8148), una giornata di studi dal titolo “La Tarquinia degli Spurinas”. Appuntamento venerdì 13 maggio 2022, alle 10. La giornata di studi si apre con i saluti istituzionali: Sandro Rogari (accademia “La Colombaria”), Giuseppe Sassatelli (istituto nazionale di Studi Etruschi ed Italici), Concetta Masseria (università di Perugia), Massimo Osanna (università “Federico II” di Napoli; ministero della Cultura). Introduce i lavori Stefano Bruni (università di Ferrara). Alle 11, PRIMA SESSIONE, presieduta da Luciano Agostiniani (accademia “La Colombaria”). Intervengono: Tonio Hoelscher (università di Heidelberg) su “Pompe funebri tra Grecia, Roma e Tarquinia”; Lucio Fiorini (università di Perugia) su “Arath Spuriana, la Tomba dei Tori e Tarquinia arcaica”; Luca Cerchiai (università di Salerno) su “Le Tombe dell’Orco e gli Spurina: elogio di un paradigma”. 14.30, SECONDA SESSIONE, presieduta da Giuseppe Sassatelli (istituto nazionale di Studi Etruschi ed Italici). Intervengono: Carmine Ampolo (Scuola Normale Superiore) su “Gravisca e la riscoperta degli empori (tra ‘epigrafia, culti e storia’)”; Vincenzo Bellelli (Cnr; parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia) su “Note tarquinesi”; Giovanna Bagnasco (università di Milano) su “Un volto nuovo per un’antica dea. Il Mediterraneo e Tarquinia in epoca ellenistica”; Attilio Mastrocinque e Fiammetta Soriano (università di Verona) su “Il Foro romano di Tarquinia”; Stefano Bruni (università di Ferrara) su “Quinto Spurina, exemplum virtutis dal mondo antico alle soglie dell’umanesimo”.

Bologna. I musei civici sono stati inclusi nell’elenco dei musei accreditati al Sistema museale regionale, primo passo per entrare nel Sistema museale nazionale

bologna_ist.bologna_musei_logoI musei civici di Bologna sono stati inclusi nell’elenco dei musei accreditati al Sistema museale regionale del territorio emiliano-romagnolo: museo civico Archeologico, collezioni comunali d’Arte, museo Davia Bargellini, museo civico Medievale, museo internazionale e biblioteca della musica, museo del Patrimonio industriale, MAMbo – museo d’Arte moderna di Bologna, museo Morandi, museo civico del Risorgimento, museo per la Memoria di Ustica. Il riconoscimento costituisce il passaggio necessario per l’inserimento nel Sistema museale nazionale, progetto nato nel 2018 e coordinato dalla Direzione generale Musei del ministero della Cultura che mira a migliorare la fruizione, l’accessibilità e la gestione sostenibile del patrimonio culturale. L’esito positivo, indicato nella Delibera regionale n. 503 del 4/4/2022, è stato conseguito al termine dell’istruttoria svolta dal Servizio Patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna, organo preposto alla valutazione, durante la prima finestra di accreditamento aperta dal 23 novembre 2021 al 15 gennaio 2022, alla quale l’Istituzione Bologna Musei ha partecipato su base volontaria.

sistema-museale-nazionale-di-qualità_logoL’adesione al Sistema museale nazionale rientra nella logica del miglioramento continuo, essendo basata sull’adozione dei Livelli Uniformi di Qualità (LUQ), definiti dal ministero della Cultura con Decreto Ministeriale 113/2018 e recepiti dalla Regione Emilia-Romagna con Delibera di Giunta 1450/2018. Ispirati alle migliori pratiche internazionali sul tema, i LUQ prevedono ben 112 requisiti articolati in tre ambiti principali: Organizzazione, Collezioni e Comunicazione, Rapporti con il territorio. Essi rappresentano un importante parametro di verifica del raggiungimento di standard minimi di qualità e, al tempo stesso, di supporto per la definizione di obiettivi di miglioramento. “Il riconoscimento”, commenta il sindaco di Bologna Matteo Lepore, “dà conto della raggiunta armonizzazione dei musei civici di Bologna sui livelli di qualità e sugli standard di funzionamento, sia per quanto riguarda il profilo organizzativo e gestionale, sia per gli aspetti relativi alla tutela, conservazione e promozione del patrimonio. Allo stesso tempo, tale riconoscimento deve rappresentare per i nostri musei un punto di partenza per un processo in itinere di sviluppo continuo, per un’offerta culturale di qualità accogliente e accessibile a tutti, in grado di generare valore negli impatti sociali e culturali a lungo termine sulle persone e sulle comunità. Sono quindi soddisfatto di questo riconoscimento che riguarda, voglio sottolineare, non solo i musei comunali ma anche molte altre realtà private del territorio oltre al Museo della Civiltà contadina della Città metropolitana”.

Brescia. Convegno “Il futuro del teatro romano di Brescia”: grandi esperti si confrontano sul tema dell’utilizzo di questi edifici antichi e degli interventi necessari a migliorarne la fruizione. Tra i partecipanti il direttore generale dei musei Massimo Osanna, l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, e il soprintendente di Brescia Luca Rinaldi

Veduta aerea del teatro romano di Brescia (foto fondazione brescia musei)

Perché avviare un percorso di rinnovata fruizione del teatro romano di Brescia e con quale modalità? Quali premesse culturali e progettuali? Quale il ruolo di questo edificio nei luoghi della cultura della città? Sulla scorta di questi interrogativi, il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei propongono un confronto aperto alla cittadinanza, affidando le considerazioni di partenza, per attivare il dibattito, a rappresentati di istituzioni, tra i quali Massimo Osanna, direttore generale dei Musei al Mic, Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte e il soprintendente di Brescia, Luca Rinaldi, che a diverso titolo hanno già avuto modo di confrontarsi sul tema dell’utilizzo di questi edifici antichi e degli approntamenti allestitivi necessari alla fruizione. Appuntamento lunedì 4 aprile 2022 dalle 10 all’auditorium di Santa Giulia a Brescia con il convegno “Il futuro del teatro romano di Brescia”. Il convegno è in presenza, consigliata l’iscrizione all’indirizzo segreteria@bresciamusei.com. Per accedere all’iniziativa verrà richiesto di esibire la Certificazione verde Covid-19 green pass come previsto dalla normativa vigente. Ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili. Accrediti dalle 9.30. Tutti coloro che hanno scritto a segreteria@bresciamusei.com si considerano accreditati.

Il teatro romano di Brescia è inserito nei percorsi di visita del Parco Archeologico di Brescia Romana, parte integrante della componente di Brescia del sito UNESCO I Longobardi in Italia (foto parco archeologico brescia romana)

Il teatro romano di Brescia nel corso degli anni è stato oggetto di dibattito in merito alle possibili modalità di valorizzazione, in relazione al contesto archeologico e storico al quale appartiene. Attualmente l’edificio è inserito nei percorsi di visita del parco archeologico di Brescia Romana, parte integrante della componente di Brescia del sito UNESCO I Longobardi in Italia. I luoghi del potere e, tra tutti i monumenti del sito, presenta ancora uno stato incompiuto in quanto le indagini archeologiche non sono completate, così come ogni intervento di restauro. A 10 anni dall’iscrizione nella World Heritage List e alle soglie del ruolo di Brescia Capitale italiana della Cultura nel 2023 con Bergamo, il Comune di Brescia, il ministero della Cultura e la Fondazione Brescia Musei ritengono doveroso riflettere sul futuro di questo antico edificio in relazione ai programmi di recupero delle architetture monumentali storiche e ai progetti culturali della città.

Assonometria del teatro romano di Brescia (foto comune di brescia)

Il programma. L’introduzione al convegno, alle 10, è affidata a Francesca Bazoli, presidente Fondazione Brescia Musei; Laura Castelletti, vice sindaco e assessore alla Cultura, Creatività e Innovazione del Comune di Brescia; Pierre-Alain Croset, chair del convegno, professore ordinario di Composizione architettonica urbana al Politecnico di Milano. Aprono i lavori Francesca Morandini, conservatore delle Collezioni e delle aree archeologiche della Fondazione Brescia Musei; Serena Solano, funzionario archeologo della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Provincie di Bergamo e Brescia. Seguono gli interventi di Luca Rinaldi, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Provincie di Bergamo e Brescia; Vincenzo Tinè, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Provincie di Verona Rovigo e Vicenza; Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, professore emerito Scuola Normale Superiore di Pisa. Dopo il coffee break, dibattito conclusivo con Massimo Osanna, direttore generale Musei al ministero della Cultura; Alberto Ferlenga, professore ordinario di Progettazione architettonica all’università IUAV di Venezia; Stefano Molgora, presidente Ordine degli Architetti pianificatori paesaggisti e conservatori della Provincia di Brescia; Francesca Bazoli, presidente Fondazione Brescia Musei. Chiude i lavori il sindaco di Brescia Emilio Del Bono.

Venezia. Intervista al direttore generale dei Musei, Massimo Osanna, ospite alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico di Ca’ Foscari: parla del futuro di musei e poli archeologici nell’integrazione con il digitale, di accessibilità e inclusività in ambito culturale

“L’archeologia e l’arte sono connaturate con la nostra realtà e la nostra vita quotidiana. Noi viviamo in città d’arte, ci muoviamo in paesaggi che sono paesaggi storici punteggiati di pievi, chiese e palazzi. È impensabile dimenticare tutto questo e non fare in modo che all’interno della nostra formazione, l’arte, l’educazione alla bellezza, e l’educazione alla tutela siano fondamentali. Noi dobbiamo comprendere quanto sia importante e fragile il nostro patrimonio, e quanto sia importante una tutela che deve essere condivisa da tutti. Tutti dobbiamo capire quanto sia importante e che cosa fare per salvare e portare avanti questo patrimonio nel futuro”: parole di Massimo Osanna, direttore generale dei Musei al ministero della Cultura, nell’intervista rilasciata alla tv dell’università Ca’ Foscari di Venezia, di  cui è stato ospite della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2021/2022, con la lectio magistralis “Il sistema museale nazionale. Ricerca, tutela, valorizzazione, gestione”. Osanna ha parlato del futuro di musei e poli archeologici nell’integrazione con il digitale, di accessibilità e inclusività in ambito culturale, di tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano e di come sta cambiando il settore professionale nell’ambito dei beni culturali. “Le nostre città, i nostri musei, e i luoghi archeologici essendo fragili”, risponde Osanna, “necessitano una programmazione e una manutenzione che può prevenire o meglio rallentare i danni che lo scorrere del tempo procura a rovine, palazzi, edifici storici. Al di là di questo c’è la pressione antropica che dobbiamo affrontare come una vera sfida per il futuro. Ma la pandemia ci ha insegnato qualcosa anche su questo. Ci ha insegnato anche quanto sia importante diversificare, quanto sia importante il digitale, quanto sia importante avere un distanziamento”. Allor che cosa bisogna fare? “Non c’è una ricetta unica. Dipende dai contesti”, spiega. “Ma è chiaro che bisogna comunicare il nostro patrimonio per fare in modo che anche il turismo sia distribuito in maniera più omogenea, non solo concentrato nei grandi attrattori, Pompei, Il Colosseo, o il centro storico di Venezia. Bisogna fare in modo che si conoscano le realtà straordinarie come ce ne sono migliaia nel nostro territorio. Pensiamo ad esempio a Venezia: quanti turisti vanno ad Altino? Il museo di Altino è fondante per la storia del Veneto antico e degli antichi veneti, quindi parte integrante della nostra storia fatta di un mosaico di popoli che poi sono stati uniti nella cultura globalizzante all’epoca di Augusto, del mondo romano, e da qui una tradizione attraverso il Medioevo è arrivata fino a noi. È chiaro che bisogna comunicare questi luoghi con linguaggi adeguati. Spesso i visitatori non si avvicinano a questi luoghi perché non li sappiamo raccontare e allora la comunicazione diventa importante”.

Frame della canzone Dorado di Mahmood, Sfera Ebbasta, Feid con Mahmood nella Galleria dei Re al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

“I musei fanno parte della nostra società contemporanea. Si devono adeguare alle sfide, ai bisogni, alle esigenze della società”, continua il direttore generale. “Dobbiamo fare in modo che i musei parlino con il linguaggio contemporaneo e che quindi sia un linguaggio che raggiunge tutti. Ma digitale non vuol dire solo ‘facciamo un’installazione’ o ‘facciamo un’opera d’arte digitale’, il digitale è un mondo con cui ci dobbiamo confrontare, ma che deve affiancare la materialità degli oggetti. I nostri musei e la nostra specificità sta anche nella materialità di un patrimonio che è straordinario”. E non si può dimenticare l’accessibilità. “Proprio l’accessibilità”, precisa, “è una delle misure del finanziamento del PNRR che fa capo proprio alla mia direzione generale Musei. Abbiamo 300 milioni di euro per progetti legati all’accessibilità che non significa solo abbattimento delle barriere architettoniche, perché questo è il livello base: ci mancherebbe che i nostri musei non siano accessibili ai diversamente abili. Ma la sfida con cui ci confrontiamo con questa misura di finanziamento è quella dell’abbattimento delle barriere cognitive e sensoriali. Noi dobbiamo fare in modo che i nostri musei parlino a tutti. E finora molti dei nostri musei hanno un linguaggio desueto e che non racconta. Quindi dobbiamo ripensare i racconti in modo che raggiungano tutte le categorie di visitatori, ai diversamente abili ma anche alle diverse fasce d’età. Dobbiamo fare programmi per bambini e per famiglie con bambini, perché è importante che sin dai primi anni ci si confronti con questo nostro patrimonio straordinario. Dobbiamo fare in modo che i giovani entrino nei musei con linguaggi adeguati”.

Verona. Il museo Archeologico nazionale è una realtà: le due protagoniste – l’ex direttrice Federica Gonzato e la nuova Giovanna Falezza – ci introducono alla nuova istituzione culturale, con un breve excursus sulla storia della sede e sull’allestimento. Apertura completa entro il 2025

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Taglio del nastro all’Archeologico di Verona: da sinistra, Matteazzi, Falezza, Ferrara, Gonzato, Osanna, Sboarina (foto graziano tavan)

Obiettivo 2025. L’impegno è stato preso ufficialmente da tutti i protagonisti dell’inaugurazione del museo Archeologico nazionale di Verona nell’ex caserma asburgica San Tomaso, la prima istituzione statale nella città scaligera: da Daniele Ferrara, direttore della  Direzione regionale Musei Veneto, a Giovanna Falezza, neo direttrice dell’Archeologico (che parla nell’intervista rilasciata ad archeologiavocidalpassato.com), dal prof. Massimo Osanna, direttore generale Musei ministero alla Cultura, all’architetto Chiara Matteazzi, che ha curato l’allestimento. Intanto da oggi, 18 febbraio 2022, il museo Archeologico nazionale è aperto al pubblico: per ora tre giorni alla settimana, venerdì, sabato e domenica, dalle 10 alle 18. La visita è limitata all’ultimo piano, dove è stata allestita la sezione di Preistoria e Protostoria: si va dal Paleolitico all’Età del Bronzo. Per l’Età del Ferro dovremo attendere settembre 2022.

Il nuovo museo, come ha spiegato l’ex direttrice Federica Gonzato, che ha seguito passo passo la nascita dell’Archeologico – il cui iter è iniziato almeno vent’anni fa – e ne ha curato il progetto scientifico, si distingue dai musei civici proprio perché raccoglie le testimonianze dell’archeologia di tutta la provincia di Verona: raccoglie i reperti provenienti da scavi di emergenza e da campagne di scavo curate in decenni dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona e da molte università. E soprattutto partiamo da circa 100mila anni fa di storia, dal Paleolitico: e da qui si instaura un dialogo con il visitatore per raccontargli quella che è la storia dell’uomo. “Ecco questa è proprio la mission del museo Archeologico nazionale di Verona – spiega Gonzato: l’evoluzione dell’uomo e della sua mente, di come lui vede se stesso, di come si vede proiettato nell’ambiente, e di tutto il percorso che lui fa quotidianamente di piccole scoperte e intuizioni per migliorare la sua vita quotidiana”.

L’ex caserma asburgica, alle spalle della chiesa di San Tomaso, sede del museo Archeologico nazionale di Verona (foto graziano tavan)

Il museo Archeologico nazionale di Verona è accolto da quello che, in epoca asburgica,  fu il carcere di guarnigione (Garnisons Stockhaus). L’edificio si innalza su un lotto trapezoidale, adiacente al fianco meridionale della chiesa di San Tomaso, in precedenza occupato dal monastero, con un grande chiostro quadrangolare e alcune corti minori. Il carcere (ed oggi il Museo) si articola su tre corpi di fabbrica lineari: i due maggiori si affacciano, rispettivamente, sullo stradone di San Tomaso e sulla via retrostante dell’isolato, vicolo Campanile di San Tomaso. Il terzo corpo di fabbrica, minore, li collega a meridione. Verso l’interno i medesimi fabbricati delimitano una grande corte quadrangolare; un cortile di servizio è annesso a sud del tratto minore e lo divide dagli altri fabbricati civili dell’isolato. Il tratto principale, contiguo alla facciata della chiesa, conteneva gli uffici, con la cancelleria, gli archivi, e gli alloggiamenti del personale addetto alla custodia. Al centro, verso il cortile, sporgeva il corpo poligonale della cappella, in asse con l’androne d’ingresso. Le due campate iniziali, adiacenti alla chiesa, pur inserite nel nuovo edificio, non appartenevano al Carcere, ma alla casa canonica. Questa era collegata da un passaggio, lungo il fianco della chiesa, alla vecchia sagrestia, sulla via retrostante, unita all’altro tratto del Carcere, destinato, con l’ala minore, alle celle. Il passaggio adiacente al fianco della chiesa è il resto del chiostro quattrocentesco, con gli archi murati, che continua anche sul lato della sagrestia, a est.

Ad accogliere il pubblico è lo Sciamano della Grotta di Fumane, scelto come simbolo del museo stesso. Ma sono molti i motivi e i tesori che dovrebbero spingere il pubblico a venire a visitare l’Archeologico, come spiega ad archeologiavocidalpassato.com la neodirettrice Giovanna Falezza.

Ciottolo inciso con figura di stambecco dal Riparo Tagliente, conservato nel museo Archeologico nazionale di Verona (foto graziano tavan)

Nella prima sezione cronologica, il Paleolitico, fase in cui anche il territorio veronese è testimone della piena espansione delle popolazioni neandertaliane e dell’Homo sapiens in Europa, il Museo racconta le prime forme d’arte e la vita di queste popolazioni di cacciatori e raccoglitori, accogliendo preziosi reperti di due siti di grande rilevanza a livello europeo: la Grotta di Fumane, con le sue pietre dipinte – prima fra tutte, lo sciamano -, e Riparo Tagliente.

Vasi e boccali dal sito neolitico antico (5300-500 a.C.) di Lugo di Grezzana, conservati al museo Archeologico nazionale di Verona (foto graziano tavan)

Nella seconda sezione cronologica, il Neolitico, fondamentale fase della preistoria in cui i gruppi umani passano da un’economia basata essenzialmente su caccia e pesca all’introduzione di agricoltura e allevamento e quindi alla possibilità di produrre il cibo per il proprio sostentamento, spiccano i reperti dal sito veronese di Lugo di Grezzana che proiettano i visitatori nella vita di un villaggio neolitico, mentre i rinvenimenti da altri siti veronesi li introducono ai rituali funebri e agli oggetti dedicati al culto.

Statue-stele da Spiazzo di Cerna e Sassina di Prun, conservate al museo Archeologico nazionale di Verona (foto graziano tavan)

Nella terza sezione cronologica, l’Età del Rame, momento della preistoria in cui l’Uomo scopre la possibilità di utilizzare un metallo – il rame, appunto – per realizzare armi e strumenti, troviamo la capanna di Gazzo Veronese, la necropoli recentemente scoperta di Nogarole Rocca, statue-stele e preziosi corredi tombali dal territorio veronese che accompagnano i visitatori nella prima “età dei metalli”.

Il pozzo di Bovolone dell’Età del Bronzo, conservato al museo Archeologico nazionale di Verona (foto graziano tavan)

Nella quarta ed ultima sezione aperta al pubblico, la più articolata, l’Età del Bronzo, fase in cui le comunità umane, oltre ad introdurre l’uso del bronzo per la costruzione dei propri oggetti, diventano sempre più numerose, articolate ed interconnesse tra loro, il Museo racconta la vita di questi abili artigiani e costruttori: l’enorme pozzo di Bovolone, valorizzato con un gioco di luci, campeggia al centro della sala dedicata ai villaggi; attorno, alcuni modellini raccontano le antiche tecniche edilizie, mentre reperti eccezionali parlano al visitatore della vita e del lavoro di tutti i giorni.

Il vaso a bocche multiple (età del Bronzo) proveniente dalla palafitta del lago del Frassino (Vr) e conservato al museo Archeologico nazionale di Verona (foto drm-veneto)

Questa sezione accoglie una vetrina dedicata alla tre palafitte UNESCO della provincia di Verona, oltre ad una serie di reperti in legno dal sito di Vallese di Oppeano, eccezionalmente conservati. L’articolata vita dell’Età del Bronzo viene poi raccontata nelle sale seguenti, con una serie di reperti derivati dagli scambi con il mondo europeo e mediterraneo, e con gli eccezionali rinvenimenti dalle necropoli veronesi. Fra tutte, si ricorda quella di Olmo di Nogara, con le raffinate spade di bronzo deposte al fianco dei guerrieri. Infine, il Museo racconta quella che doveva essere l’antica ritualità, con un’ultima sala dedicata ai “doni agli dei” dell’Età del Bronzo.