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Verona. Al museo di Storia naturale presentazione del libro “Ghiacciai del Trentino. Ecosistemi di alta quota tra storia e ricerca” a cura di Alberto Carton e Cristian Ferrari, primo incontro del 2026 del ciclo “La Biblioteca di Nemo. Dialoghi di storia e di scienza al Museo di Storia Naturale di Verona”, a cura di Massimo Saracino e Andrea Tenca. Ecco il programma

Giovedì 19 marzo 2026, alle 17, nella Sala Conferenze “Sandro Ruffo” del museo di Storia Naturale di Verona, ripartono gli incontri del ciclo “La Biblioteca di Nemo. Dialoghi di storia e di scienza al Museo di Storia Naturale di Verona”, a cura di Massimo Saracino e Andrea Tenca: sette appuntamenti, distribuiti da marzo a dicembre, grazie ai quali conoscere testi di recente pubblicazione scritti e curati da specialiste e specialisti i cui interessi di ricerca intrecciano i terreni di indagine del Museo di Storia Naturale, con un occhio di particolare riguardo per il taglio comunicativo, interdisciplinare e storicizzato del sapere scientifico. Gli incontri si svolgono il giovedì pomeriggio, tra le 17 e le 18.30. Ogni intervento, della durata di un’ora e mezza, è strutturato in maniera seminariale e discorsiva, con una breve presentazione dell’opera, un dialogo con uno o più discussants e uno spazio finale dedicato alle domande del pubblico. L’iniziativa è realizzata dai Musei Civici di Verona – Museo di Storia Naturale di Verona e Servizio Biblioteche Specialistiche e Archivi Storici dei Musei, in collaborazione con il Dipartimento di Culture e Civiltà dell’Università di Verona e con il patrocinio della Società Italiana di Storia della Scienza. Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili.

Il programma. 19 marzo 2026, ore 17, “Ghiacciai del Trentino. Ecosistemi di alta quota tra storia e ricerca” a cura di Alberto Carton e Cristian Ferrari (Cierre, 2025). Discutono con con i curatori Leonardo Latella (Musei Civici di Verona) e Antonio Guerreschi, già presidente del Comitato Scientifico Centrale del CAI. 30 aprile 2026, ore 17, “Ecologia preistorica. Ambiente, società e cultura nella preistoria d’Italia” di Umberto Tecchiati (UTET, 2025). Discutono con l’autore Massimo Saracino (Musei Civici di Verona) e Mara Migliavacca (Università di Verona). 14 maggio 2026, ore 17, “Morituri. La vera storia dei gladiatori” di Luca Fezzi e Marco Rocco (Garzanti, 2024). Discutono con Luca Fezzi, uno degli autori, Francesca Morandini (Musei Civici di Verona) e Patrizia Basso (Università di Verona). 17 settembre 2026, ore 17, “Veneti in Egitto.
Tra i Faraoni e l’Unesco”
di Silvana A. Bianchi e Giamberto Bochese (Cierre, 2023). Discutono con gli autori Andrea Tenca (Musei Civici di Verona) e Simonetta Ponchia (Università di Verona). 8 ottobre 2026, ore 17, “Il tempo profondo dell’umanità. Prospettive transdisciplinari per lo studio della preistoria” a cura di Luca Ciancio, Massimo Cultraro, Fedra Alessandra Pizzato (Carocci, 2025). Dialogo tra curatori e autori del volume. 19 novembre 2026, ore 17, “Prima delle STEM. L’educazione scientifica nella storia d’Italia” di Chiara Martinelli (Junior, 2025). Discutono con l’autrice Fedra Alessandra Pizzato (Università di Verona) e Roberta Silva (Università di Verona). 17 dicembre 2026, ore 17: “Una scomoda eredità. L’africano negli studi antropologici fra Otto e Novecento” di Paola Zagatti (CLUEB, 2024). Discutono con l’autrice Monica Ghidoni (Musei Civici di Verona) e Anna Maria Paini (Università di Verona).

Copertina del libro “Ghiacciai del Trentino. Ecosistemi di alta quota tra storia e ricerca” a cura di Alberto Carton e Cristian Ferrari (Cierre Edizioni)

Si inizia dunque giovedì 19 marzo 2026, alle 17, nella Sala Conferenze “Sandro Ruffo” del museo di Storia Naturale di Verona, con la presentazione del libro “Ghiacciai del Trentino. Ecosistemi di alta quota tra storia e ricerca” a cura di Alberto Carton e Cristian Ferrari (Cierre Edizioni). I curatori dialogheranno assieme a Leonardo Latella, responsabile delle collezioni scientifiche del museo di Storia naturale di Verona, e Antonio Guerreschi, già presidente del Comitato Scientifico Centrale del CAI. Il libro esplora il mondo del ghiaccio e dei ghiacciai in Trentino considerandoli come ampi ecosistemi di alta quota e analizzando la loro evoluzione nel tempo. Utilizzando come filo conduttore i ghiacciai e le loro forme più nascoste, anche celate nel sottosuolo, l’opera racconta la storia di questi ambienti unici e fragili, seguendo l’evoluzione nel tempo della loro morfologia e di quella delle zone circostanti. La narrazione scientifica, arricchita da mappe storiche, da rilievi cartografici recenti e da pregevoli confronti fotografici, si intreccia con il racconto delle prime esplorazioni alpinistiche e con storie di uomini e donne che sui ghiacciai hanno vissuto e combattuto. Il testo pone l’attenzione sulle dinamiche di questi ecosistemi e su come la loro fragilità porti a interrogarsi sulle implicazioni ecologiche legate agli effetti dei cambiamenti climatici, con la formazione di nuovi ambienti e la perdita di biodiversità. Un viaggio che, attraverso le mutazioni della natura, invita a riflettere sulla relazione tra il nostro futuro e il destino delle montagne. La presentazione del libro accompagna la mostra “Ghiacciai Nascosti”, visibile al Museo di Storia Naturale fino al 12 aprile 2026.

 

Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il sito della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella, caso unico in Italia in cui due cantine hanno messo a disposizione i propri terreni vitati per lo scavo di una villa tardo romana che il MIC valorizzerà con un parco archeologico. Ne ha parlato Vincenzo Tinè (SABAP) e poi Simone Benedetti e Giulio Franchini (cantine)

Veduta generale dell’area archeologica della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (foto graziano tavan)

Tra i vigneti pregiati della Valpolicella (Vr) c’è un caso unico di mecenatismo imprenditoriale dove il vino sostiene l’archeologia e l’archeologia promuove il vino.

Schema dell’accordo pubblico-privato alla Villa dei Mosaici di Negrar: connubio di archeologia e vino (foto sabap-vr)

È la Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella individuata tra i vigneti pregiati dell’Amarone, una villa romana della tarda romanità il cui scavo curato dalla soprintendenza ABAP di Verona Rovigo e Vicenza con l’università di Verona è stato possibile grazie al mecenatismo e alla lungimiranza imprenditoriale di due aziende vitivinicole, La Villa dei fratelli Benedetti e Franchini Agricola, che hanno concesso romana la parte del proprio vigneto e di procedere a portare alla luce la villa, lanciando al contempo una linea dei propri vini con etichette particolari che riproducevano i preziosi mosaici emersi dallo scavo. Il ministero, dopo questo accordo pubblico-privato, ha deciso di valorizzare questo sito unico che dimostra, e non è un elemento secondario, che qui il vino pregiato era prodotto fin dall’antichità senza soluzione di continuità.

Coperture e allestimento dell’istituendo parco archeologico della Villa dei Mosaici a Negrar di Valpolicelal (foto sabap-vr)

Qui entro pochi anni (due nell’ipotesi migliore) nascerà il parco archeologico della Villa dei Mosaici con un finanziamento straordinario del Mic di 3 milioni di euro in un connubio perfetto di archeologia e vino. E a realizzarlo è l’architetto Ottavio Di Blasi che, prima del suo trasferimento a Milano dove ha aperto il suo studio con Paolo Simonetti e Daniela Tortello, è stato uno dei più stretti collaboratori di Renzo Piano.

Il soprintendente Vincenzo Tinè presenta la Villa dei Mosaici di Negrar al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)

Proprio “il caso Negrar” un anno fa aveva convinto il prof. Giuliano Volpe a mettere in rete siti archeologici e aziende vitivinicole collegate. Di qui il progetto archeoVINUM, presentato a tourismA 2026, il salone di archeologia e turismo culturale promosso da Archeologia Viva, nel convegno organizzato dall’università di Bari in una mattinata densa di interventi di cui archeologiavocidalpassato.com ne ha seguito alcuni. Ecco quindi che dopo la Vigna delle Thermae Felices Constantinianae ad Aquileia, e la Vigna Barberini sul Colle Palatino nel parco archeologico del Colosseo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2026/03/07/firenze-al-convegno-archeovinum-di-tourisma-2026-il-vigneto-di-vigna-barberini-sul-colle-palatino-nel-cuore-antico-di-roma-ne-ha-parlato-simone-quilici-direttore-del-parco-archeologico-del-colosseo/) il viaggio eno-archeologico attraverso l’Italia ci porta proprio nel cuore della Valpolicella (Vr) alla Villa dei Mosaici di Negrar. E sabato 28 febbraio 2026 ne hanno parlato prima Vincenzo Tinè, già soprintendente ABAP di Verona e ancora direttore dello scavo di Negrar, per conto della Soprintendenza (Andrea Rosignoli) e dell’Università (Patrizia Basso), poi Simone Benedetti e Giulio Franchini in rappresentanza delle due cantine coinvolte nel progetto. archeologiavocidalpassato.com ha incontrato il soprintendente Vincenzo Tinè e i produttori Simone Benedetti e Giulio Franchini.

“Su invito del prof. Volpe che ha creato questa occasione di confronto a Firenze”, spiega Vincenzo Tinè, direttore dello scavo di Negrar, ad archeologiavocidalpassato.com, “non poteva mancare anche la corrispondenza da parte della soprintendenza di Verona, il soprintendente Andrea Rosignoli, e dell’università di Verona, la prof. Patrizia Basso, per comunicare questo importate progetto che riteniamo sia esemplare a livello nazionale per le connessioni veramente sinergiche tra ricerca, ministeriale e universitaria, e cantine. A Negrar, credo per la prima volta in Italia, le cantine proprietarie dei fondi – e stiamo parlando di fondi di uve di altissimo pregio con costi esorbitanti sul mercato – hanno spontaneamente, volontariamente, ceduto la disponibilità dei terreni per lo scavo archeologico, uno scavo archeologico esteso all’intera villa per oltre 4mila metri quadrati, che sta dando luogo a una valorizzazione nel senso di un parco archeologico e di un contributo importante del ministero della Cultura di 3 milioni di euro che dovrebbe condurre, nell’arco di un paio d’anni, a poter fruire di questo nuovo straordinario sito che ben illustra l’importanza alla fine dell’epoca romana della produzione enologica della Valpolicella con una produzione propriamente industriale, grandi strutture di torchiatura, di stoccaggio del vino, che prendeva le strade dell’impero: il vino Acinaticum che è il precursore del Recioto e dell’Amarone”.

“Grazie a tourismA”, spiega Giulio Franchini con Simone Benedetti ad archeologiavocidalpassato.com, “questo evento che oggi ci ha portato a Firenze, dalla Valpolicella siamo arrivati in Toscana con una realtà che connubia sia il privato che il pubblico in Valpolicella; terra ricca di vini, la terra dell’Amarone e del Recioto, due cantine che si sono messe a collaborare con lo scopo di aiutare la comunità in questo progetto archeologico non facile che ha coinvolto uno scavo estensivo, da cui sono nati alla fine anche vini – per la cantina Franchini e la cantina Benedetti – con delle immagini che riportano proprio i mosaici ritrovati all’interno del campo. Una realtà, come in varie altre parti d’Italia, che ha portato una notevole storicità alla Valpolicella che già ne vanta, ma con questo progetto viene rilanciata”.

Venezia. A Ca’ Foscari il convegno internazionale “SPOLIA. Il reimpiego di scultura e architettura dallo scavo al museo” a cura di Myriam Pilutti Namer e Luigi Sperti (UniVe). Due giorni di confronto: ecco il programma

Il dipartimento di Studi umanistici dell’università Ca’ Foscari di Venezia promuove il convegno internazionale “SPOLIA. Il reimpiego di scultura e architettura dallo scavo al museo” a cura di Myriam Pilutti Namer e Luigi Sperti (università̀ Ca’ Foscari Venezia). Appuntamento il 25 e il 26 febbraio 2026 nell’aula Baratto, Ca’ Foscari, Dorsoduro 3246 a Venezia.

PROGRAMMA DEL 25 FEBBRAIO 2026. Alle 15, saluti delle autorità. Modera Margherita Ferri (università Ca’ Foscari Venezia). Myriam Pilutti Namer e Luigi Sperti (università Ca’ Foscari Venezia), “Spolia dallo scavo al museo: stato dell’arte, metodi e strumenti, prospettive future”; Silvia Cipriano (direttrice dei lavori sul campo, progetto Alla ricerca di Altinum, università Ca’ Foscari Venezia) ed Emanuele Morezzi (Politecnico di Torino) presentano il libro di Chiara Tomaini (Istituto Veneto per i Beni Culturali), “Pro memoria. Intonaci e stucchi da Altinum Località Campo Rialto. Note dal cantiere di restauro”, Il Prato Edizioni, Padova, 2025; Margherita Bolla (già musei civici di Verona; università di Verona), Luigi Sperti (università Ca’ Foscari Venezia), “Episodi di reimpiego a Verona: ricognizione e sculture romane reimpiegate”; mostra virtuale degli intonaci e degli stucchi da Altino, Campo Rialto, a cura di Chiara Tomaini e Margherita Cimarosti (Istituto Veneto per i Beni Culturali).

PROGRAMMA DEL 26 FEBBRAIO 2026. Alle 9.30, inizio lavori. Modera Lorenzo Lazzarini (già università IUAV di Venezia), Stefano Maggi (già università di Pavia), “Il reimpiego in architettura: il caso degli anfiteatri romani della Cisalpina”; Maddalena Bassani (università IUAV di Venezia), “Fortune e sfortune di un mosaico dal contesto nemorense”; Leonardo Fuduli (Universidade de São Paulo), “Il reimpiego di scultura architettonica nel Mediterraneo: casi di studio” a partire dal volume “Ancient Marbles and Stones in Venice. Architecture-Sculpture-Reuse from Antiquity to the Baroque”, di Lorenzo Lazzarini, Myriam Pilutti Namer e Luigi Sperti (Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, Venezia, 2024);  da remoto Roberto Santamaria (università per Stranieri di Siena), “L’utilizzo di marmi antichi policromi nella scultura decorativa genovese di età moderna”. Conclusioni a cura di Myriam Pilutti Namer e Luigi Sperti (università Ca’ Foscari Venezia).

Trambileno (Tn). All’auditorium l’incontro “Le Slache a Trambileno” con i primi risultati degli scavi archeologici condotti in località Val dei Lombardi nell’ambito del progetto “Antichi metallurghi delle Valli del Leno”: tra le scoperte un forno fusorio dell’età del Bronzo

La già nutrita mappa dei siti fusori pre-protostorici del Trentino – oltre 200 su tutto il territorio provinciale – si amplia con una nuova area di indagine, finora poco esplorata. Si tratta del territorio delle Valli del Leno, nei Comuni di Trambileno, Vallarsa e Terragnolo, interessati dal progetto “Antichi metallurghi delle Valli del Leno”. Proprio nell’ambito del progetto “Antichi metallurghi delle Valli del Leno” venerdì 23 gennaio 2026, alle 20.30, a Trambileno (Tn), all’auditorium in località Moscheri, saranno presentati al pubblico i primi risultati degli scavi archeologici condotti in località Val dei Lombardi nel giugno 2025 nell’incontro “Le Slache a Trambileno”: non è un caso che il termine “slache”, che in dialetto indica i residui della fusione, sia diventato anche un toponimo della zona. All’incontro interverranno gli amministratori locali e i referenti dell’Ufficio Beni archeologici della soprintendenza per i Beni culturali di Trento. La presentazione prevede tra i relatori, oltre agli archeologi della Soprintendenza, esperti e studiosi del Muse, della Fondazione Museo Civico Rovereto e dell’università di Verona. La partecipazione alla serata è libera e gratuita. Dopo i saluti delle autorità, interverranno gli archeologi della soprintendenza Paolo Bellintani ed Elena Silvestri; Mara Migliavacca dell’università di Verona; Maurizio Battisti della Fondazione Museo Civico Rovereto; Paolo Ferretti, Matilde Peterlini, Marco Avanzini e Isabella Salvador del Muse.

Ricostruzione di antichi forni fusori (disegno di Livia Stefan – Archivio Ufficio beni archeologici PAT)

Il forno fusorio dell’età del Bronzo rinvenuto a Trambileno (Tn) nell’ambito del progetto “Antichi metallurghi delle Valli del Leno” (foto sopr-tn)

IL PROGETTO. Le indagini di scavo intraprese quest’anno nel sito archeologico individuato in località Val dei Lombardi di Trambileno stanno portando alla luce importanti testimonianze della frequentazione dell’area in un passato particolarmente remoto. Si tratta di un’officina metallurgica dedicata all’estrazione del rame, presumibilmente di età protostorica. Il territorio delle Valli del Leno è stato finora poco indagato, ma diversi indizi riconducono ad attività metallurgiche in quest’area. Sappiamo infatti che, soprattutto nella tarda età del Bronzo (1350 e il 1000 a.C. circa) le attività minerarie e di lavorazione dei minerali per ricavare rame metallico ebbero uno sviluppo straordinario nel versante meridionale delle Alpi centro-orientali, come documentano le oltre duecento officine riconosciute in Valsugana e negli altopiani di Lavarone-Luserna. Nella campagna 2025, in uno dei due saggi di scavo aperti, è venuto alla luce un forno fusorio di età protostorica eccezionalmente ben conservato, di cui le analisi al radiocarbonio (C14) hanno confermato una datazione all’età del Bronzo. E poi sono stati ritrovati notevoli cumuli di scorie che forse potrebbero essere pertinenti proprio a quel forno fusorio. Il progetto, avviato nel 2024, è promosso dalla soprintendenza per i Beni le attività culturali della Provincia autonoma di Trento, dalla Fondazione Museo Civico Rovereto, dal MUSE – Museo delle Scienze di Trento, dall’università di Verona – dipartimento Culture e Civiltà e dall’università di Padova – dipartimento di Geoscienze.

Asiago. Al museo Le Carceri ultimi giorni per visitare la mostra “Lanam Fecit. L’economia della lana sul filo della storia” a cura di Maria Stella Busana e Michela Maria Rodeghiero, che mostra come la lana abbia segnato la storia del territorio, dal periodo preromano alla rivoluzione industriale, occasione unica per riscoprire il ruolo della lana nella storia del Veneto e per riflettere sulla sua importanza nell’economia contemporanea

Le settimane sono passate e non avete trovato il tempo per andare ad Asiago, sull’altopiano dei Sette Comuni (Vi), e visitare la mostra “Lanam Fecit. L’economia della lana sul filo della storia” al museo “Le Carceri”? Rimangono ancora pochi giorni. Il prossimo weekend (sabato 21 e domenica 22 giugno 2025) si terrà il finissage della mostra “Lanam Fecit”, con l’ultima opportunità di visitarne contenuti archeologici e fonti storiche attraverso un attento lavoro di ricerca e curatela scientifica che ha evidenziato le dinamiche produttive e commerciali che, per secoli, hanno legato la montagna alla pianura. Un rigoroso percorso di analisi storica e archeologica in un evento accessibile, coinvolgente e di eccellente spessore storico – culturale da rendere fruibile. La mostra, In occasione dell’anniversario del primo trattato di alleanza tra i Veneti e Roma del 225 a.C., nasce da una proposta di due amici e colleghi altopianesi – Flavio Rodeghiero, non specialista del settore ma grande conoscitore di questo territorio, e Michela Maria Rodeghiero, specialista in storia romana e dei Sette Comuni, per 10 anni delegata alla Cultura del Comune di Asiago, lanciata al dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, e precisamente alla prof.ssa Francesca Ghedini e alla prof.ssa Maria Stella Busana, che hanno aderito con entusiasmo.

Maria Stella Busana e Michela Maria Rodeghiero curatrici della mostra “Lanam Fecit. L’economia della lana sul filo della storia” al museo “Le Carceri” di Asiago (foto museo le carceri)

Grazie a un allestimento innovativo, che coniuga tradizione e tecnologia, il percorso espositivo mostrerà come la lana abbia segnato la storia del territorio, dal periodo preromano alla rivoluzione industriale. Il visitatore potrà scoprire il ciclo della lana, dalla pastorizia alla lavorazione tessile, immergendosi in un’esperienza sensoriale attraverso light box, installazioni tattili e sezioni multimediali. La mostra, curata dalla prof.ssa Maria Stella Busana e dalla dott.ssa Michela Maria Rodeghiero, è il risultato di un ampio lavoro di ricerca promosso dal Comune di Asiago in collaborazione con il dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, con il contributo di studiosi, istituzioni culturali ed enti afferenti al ministero della Cultura. La mostra rappresenta un’occasione unica per riscoprire il ruolo della lana nella storia del Veneto e per riflettere sulla sua importanza nell’economia contemporanea. L’evento è reso possibile grazie alla collaborazione tra enti pubblici, associazioni culturali e privati, che hanno contribuito alla realizzazione di un progetto scientifico e divulgativo di grande valore.

Pesi da telaio troncopiramidali, rocchetti decorati e fusi in osso da contesti dei Veneti antichi (foto unipd)

Perché questa mostra? “Questa mostra – spiega Maria Stella Busana – è il frutto di un percorso di ricerca che, per molti dei curatori, è iniziato tanti anni fa, da più di 5 lustri, con la volontà di indagare caratteristiche e sviluppo dell’allevamento ovino e della produzione tessile nel Veneto antico, che le fonti scritte celebrano come fonte di ricchezza per il territorio, soprattutto per Padova, e nell’età medievale e moderna, fino alla nascita della vera e propria industria tessile. Penso agli studi sui percorsi dei percorsi della transumanza di Jacopo Bonetto della fine degli anni ’90 e alle prime tesi sui pesi da telaio di Stefania Mattioli. Penso al grande convegno del 2001 La lana: prodotti e mercati organizzato dal prof. Luigi Fontana dedicato all’economia della lana tra XIII e XX secolo. Penso all’importante scoperta nel 2005 nella Tenuta di Ca’ Tron presso Altino (Ve) del centro specializzato per l’allevamento delle pecore, la cui lana bianca e morbida è celebrata nelle fonti dal I e al IV secolo, commercializzata nel mondo romano e pagata moltissimo.

Lato A del Tintinnabulo in bronzo trovato nella cosiddetta ‘Tomba degli Ori’ (ca. 630-620 a.C.) della necropoli dell’Arsenale Militare di Bologna, conservato al museo civico Archeologico di Bologna (foto musei bologna)

Planimetria della casa-laboratorio di Altino in località Fornasotti, interpretato come textrinum e fullonica per la produzione, lavaggio e follatura dei tessuti (fine I secolo a.C.-inizi I secolo d.C.) (foto unipd)

“Da allora – continua Busana – sono state avviate sistematiche ricerche sugli strumenti tessili antichi, gli indicatori che più sopravvivono a testimoniare questa attività, che hanno portato alla formazione di un affiatato gruppo di lavoro, formato da studiose afferenti alle tre università del Veneto (Padova, Verona e Venezia – Ca’ Foscari) e all’allora soprintendenza Archeologica del Veneto, con diverse competenze (Angela Ruta Serafini, Giovanna Gambacurta, Mariolina Gamba, specialiste della cultura veneta, Patrizia Basso, Anna Rosa Tricomi, io stessa per l’età romana), gruppo che è stato arricchito da Margarita Gleba, esperta di tessuti preromani, che aveva svolto le sue ricerche prima a Copenaghen e nel Regno Unito, e che ora è professore all’università di Padova. Il convegno organizzato a Padova nel 2011 La lana nella Cisalpina romana ha fatto un primo punto delle conoscenze sul tema nel Veneto preromano e romano e stimolato la prosecuzione delle ricerche, sempre affrontate in un’ottica diacronica per cogliere origini, continuità e trasformazioni del fenomeno. E voglio sottolineare che il percorso ha coinvolto molti studenti e studentesse con tesi di laurea, specializzazione e dottorato, diventando una palestra anche per la formazione. Parallelamente sono proseguite le ricerche sui documenti, come la pubblicazione dei Privilegi dei Sette Comuni e le ricerche sulla saga dei Rossi di Schio.

Allestimento della mostra “Lanam fecit” al museo Le Carceri di Asiago (foto unipd)

“Metodi e risultati di queste ricerche – sottolinea Busana – vengono ora raccontati per la prima volta in una mostra, che intende evidenziare, grazie a fonti storiche, archeologiche, archivistiche e di archeologia industriale, l’importanza dell’economia della lana tra antichità ed età moderna e le sinergie createsi nel corso dei secoli tra l’Altopiano di Asiago, l’area pedecollinare e i centri di pianura, in primis la città di Padova. Per questo si è scelto di organizzare l’esposizione in uno dei due poli principali della “via della lana”, appunto la città di Asiago, con l’intenzione poi di trasferirla a Padova, che indubbiamente svolse un ruolo strategico come centro manifatturiero, passando poi il testimone al territorio vicentino, in particolare a Schio, al momento della nascita dell’industria moderna”.

Una delle sale della mostra “Lanam fecit” al museo Le Carceri di Asiago (foto unipd)

La mostra è articolata in 10 sezioni. Le prime 6 sezioni, che si svolgono al piano terra, sono dedicate a temi generali e all’età preromana e romana; le ultime 4 sezioni, poste al primo piano, sono dedicate all’età medievale e moderna.

Pesi da telaio troncopiramidali decorati in terracotta (IV-II sec. a.C. ) dal santuario di Reitia nel Fondo Baratella, conservati al museo nazionale Atestino di Este (Pd) (foto museo le carceri)

Skyphos attico del Pittore di Penelope con la rappresentazione della scena di Penelope e Telemaco davanti a un telaio a pesi (460-450 a.C.) conservato al museo nazionale Etrusco di Chiusi (Si) (foto museo le carceri)

Laminetta con donna, santuario di Caldevigo (Este, Pd) (V secolo a.C.) conservata al museo nazionale Atestino di Este (foto unipd)

Nella prima, curata dal prof. Jacopo Bonetto, dottor Mirko Fecchio e dalla prof. Margarita Gleba, si parla del territorio e del rapporto tra pianura e pascoli d’altura uniti dai percorsi della transumanza, delle diverse caratteristiche degli ovini nel tempo, ottenute attraverso selezione, e, di conseguenza, dei cambiamenti della fibra di lana. Nella seconda, curata sempre dalla prof. Margarita Gleba, viene spiegato tutto il ciclo di lavorazione dalla fibra ai tessuti e come questi si conservano. La terza, a cui hanno lavorato soprattutto le dottoresse Angela Ruta Serafini, Alessandra Didonè e Francesca Pandolfo, illustra come venivano utilizzati i tessuti nell’abbigliamento e nell’arredo, sottolineando il ruolo del riciclo con straordinarie testimonianze dal relitto di Valle Ponti a Comacchio. Nella quarta e quinta sala, curate rispettivamente dalla dottoressa Mariolina Gamba e dalla prof.ssa Maria Stella Busana, ci immergiamo nell’attività tessile delle donne venete e romane, prevalentemente domestica, ma certamente non solo per l’autoconsumo, mentre il prof. Alfredo Buonopane illustra attraverso le testimonianze epigrafiche il ruolo degli artigiani nella produzione e nel commercio di lana e tessuti. Infine, nella sesta sezione, la prof. Giovanna Gambacurta, la dott. Angela Ruta Serafini e la dott.ssa Cecilia Rossi evidenziano, attraverso le testimonianze di strumenti tessili deposti nei santuari e nelle sepolture, i significati simbolici che l’attività tessile ha assunto in età preromana e romana, mentre la prof. Francesca Ghedini evoca il ruolo della donna che tesse nell’immaginario mitico e storico del passato.

Statuto dell’arte della Lana di Padova (secolo XIV (1384) – XVI Codice membranaceo, conservato nella Biblioteca Civica di Padova (foto unipd)

Pannello sulla “pecora Foza” nella mostra “Lanam fecit” (foto unipd)

Lanificio Rossi di Schio: scuola di tessitura con il telaio Jacquard (foto museo le carceri)

Il pastore altopianese Francesco Guzzo con il suo gregge sull’Altopiano dei Sette Comuni negli anni ‘60 del Novecento (foto unipd)

La storia della lana continua nel Medioevo e in età moderna. La prof.ssa Maria Stella Busana, la dottoressa Francesca Fantini d’Onofrio, la studiosa Gianna Francesca Rodeghiero e il professor Luigi Fontana hanno voluto dare uno spaccato di quanto l’economia della produzione e del ciclo della Lana abbia influito, senza soluzione di continuità, fino ai giorni nostri in tutto il territorio veneto e nella storia dei Sette Comuni nello specifico. Ecco dunque nascere la sezione dedicata da Francesca Fantini d’Onofrio specificatamente alla Padova medievale nel cui territorio vi erano le poste adibite al pascolo invernale delle pecore montane e dove sorse la corporazione dell’Università della Lana, che ebbe forte impulso sotto la dominazione carrarese nel ‘300, con produzione di Statuti e costruzioni di edifici dedicati. Segue la sezione dedicata ai privilegi relativi alla lana goduti dalla Reggenza dei Sette Comuni, in continua lotta con Vicenza, il polo urbano più vicino, che voleva assumere una sorta di monopolio di tale attività. E ancora il focus di Francesca Rodeghiero con descrizione della difficile vita del pastore nelle terre alte e della lavorazione domestica della lana, attività che caratterizzò la quotidianità di generazioni intere di donne e famiglie fino al secolo scorso. Tra i pastori scesi dall’Altopiano, il professor Giovanni Fontana, racconta la saga dei i membri della dinastia industriale dei Rossi di Schio, che riuscì a divenire prima intermediaria nei traffici delle lane e poi grandi imprenditori, creando la più importante impresa laniera italiana e uno dei principali poli tessili europei, con importanti e durevoli ricadute su tutto il territorio vicentino. Nell’ottica di dare anche uno spaccato sulla lavorazione contemporanea della lana sono state portate in mostra le produzioni degli arazzi di Renata Bonfanti e Cristina Busnelli, che hanno il merito di aver elevato l’attività tradizionale a esempio d’arte e cultura.

Il catalogo della mostra “Lanam Fecit. L’economia della lana sul filo della storia” a cura di Maria Stella Busana e Michela Maria Rodeghiero edito da Ronzani (foto museo le carceri)

“La mostra, così come il volume edito da Ronzani che l’accompagna – conclude Maria Stella Busana -, si pone dunque l’ambizioso obiettivo di coinvolgere visitatori e lettori in un tema certo specialistico, ma che fu essenziale nella vita quotidiana e nell’economia delle comunità venete, ripercorrendo la via della lana e cogliendo così il valore di un’attività che è stata per millenni pilastro socio-economico delle nostre terre venete ed emblema del contributo della donna nella vita familiare e collettiva”.

Verona. Al museo di Storia naturale il convegno internazionale “Archeologia dai margini. Una storia transdisciplinare” che esplora la nascita dell’archeologia preistorica come sapere che si costruisce nel dialogo tra scienza, società e politica. Ecco il programma della due giorni di interventi

Il 12 e 13 giugno 2025, nella sala conferenze “Sandro Ruffo” del museo di Storia naturale di Verona, in lungadige Porta Vittoria 9, è in programma il convegno internazionale “Archeologia dai margini. Una storia transdisciplinare” che esplora la nascita dell’archeologia preistorica come sapere che si costruisce nel dialogo tra scienza, società e politica. Le due giornate mettono al centro figure spesso trascurate – donne, dilettanti, comunicatori – analizzandone il ruolo nella costruzione delle conoscenze archeologiche e nella trasmissione del patrimonio preistorico. L’evento si inserisce nell’ambito del progetto PRIN RIPRESa – Re-assessing Italian Prehistorical Studies from a Transdisciplinary Perspective, dedicato a rileggere la nascita della preistoria come sapere condiviso tra scienza, società e politica. Il progetto è coordinato dal professor Luca Ciancio, titolare della Cattedra di Storia della Scienza all’università di Verona, e coinvolge il dipartimento Culture e Civiltà dell’università di Verona, i Musei Civici di Verona-Museo di Storia naturale (Nicoletta Martinelli e Massimo Saracino) e l’istituto di Scienze del Patrimonio culturale del Cnr (Cnr-Ispc) (Massimo Cultraro). La partecipazione è libera fino a esaurimento dei posti disponibili.

PROGRAMMA GIOVEDÌ 12 GIUGNO 2025. Alle 10, saluti istituzionali con interventi di Leonardo Latella (Musei Civici di Verona – museo di Storia naturale), Emanuela Gamberoni (dipartimento di Cultura e Civiltà – Università di Verona). Alle 10.30, SESSIONE 1 Genere e scienza: l’archeologia delle donne / Gender and science: the archaeology of women Chair: Fedra A. Pizzato. Interventi: Margarita Díaz Andreu (ICREA – Universitat de Barcelona) “Women and Transdisciplinarity in the History of Archaeology: Overcoming Disciplinary and Gender Lines”; Luca Ciancio (università di Verona) “The Italian Palethnologist. Pia Laviosa Zambotti and the Myth of Matriarchy: Archaeology, Biography and Society”; 11.20, coffee break; 11.45, María José Berlanga Palomo (Università di Malaga) “Becarias españolas en el Istituto Internazionale di Studi Liguri (Bordighera)”; Massimo Cultraro (Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale CNR, Catania) “From Troy to Mycenae: Sophia Schliemann, an Unknown Career as Archaeologist”; 12.40, Pranzo / Lunch. 14.30, Chair: Nicoletta Martinelli. Interventi: Fedra A. Pizzato (università di Verona) “Fieldwork, Museum, and Engagement: the Multifaceted Legacy of Maria Fioroni (1887-1970)”; Francesca Bottura (università di Verona) “Die akademische Frau”: la questione dell’accesso femminile alle Università nell’ambito germanofono tra XIX e XX secolo”; Jorge del Reguero González (Universitat de Barcelona) “Pioniere dimenticate. Il ruolo delle donne nell’archeologia fenicio-punica in Spagna”; 15.45, Discussione sessione 1 / Session 1 discussion. A seguire visita guidata al museo di Storia naturale / To be followed by a guided tour of the Natural History Museum.

PROGRAMMA VENERDÌ 13 GIUGNO 2025. Alle 10, SESSIONE 2 Collaboratori, esperti locali, museologi, cultori, comunicatori / Collaborators, local experts, museologists, communicators Chair: Massimo Saracino. Vera Zanoni (Indipendent Scholar) “I’m Nobody! Who are you? / Are you – Nobody – too? (Emily Dickinson, n. 288). Studi e studiosi per un’archeologia dei “Signori Nessuno”; Massimo Tarantini (SABAP per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato) “Dai margini dell’accademia. Sul ruolo attivo dei non addetti ai lavori nell’archeologia preistorica italiana”; Nicoletta Martinelli, Massimo Saracino (Musei Civici di Verona – museo di Storia naturale) “Preistoria svelata: l’esposizione veronese del 1876 tra scienza e società”; Mara Migliavacca, Angelica Gabrielli (università di Verona) “Vous avez rendu un révitable sérvice á la science”: il contributo di De Stefani alla paletnologia europea”; 11.30, Coffee break. Chair: Luca Ciancio. 11.45, Elisa Dalla Longa (Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale CNR, Roma) “Scienze senza confini (disciplinari). L’antropologia di Giovanni Canestrini”; Luigi Turri (università di Verona) “Il ritorno di Sardanapalo. Rappresentazione del re assiro prima e dopo le scoperte ottocentesche”; Andrea Tenca (Musei Civici di Verona – Biblioteche e archivi storici) “Il laboratorio di un divulgatore. Repertori iconografici, congressi scientifici e viaggi archeologici di Guido Valeriano Callegari”; 12.30, Discussione sessione 2 / Session 2 discussion; 12.45, Chiusura dei lavori / Closing remarks.

Verona. Al giro di boa della terza campagna di scavo alla riscoperta della chiesa di San Martino in Aquaro, all’interno del cortile di Castelvecchio, i Musei civici organizzano quattro turni di visite guidate gratuite condotte dagli archeologi

A poco più di tre settimane dall’inizio dello scavo (12 maggio 2025) alla riscoperta della chiesa di San Martino in Aquaro, all’interno del cortile di Castelvecchio a Verona, e quando la campagna di sei settimane è al giro di boa, i Musei Civici di Verona organizzano quattro turni di visite guidate gratuite condotte dagli archeologi impegnati nelle attività di scavo: appuntamento il 5 giugno 2025, ore 16; il 10 giugno 2025, ore 10; il 19 giugno 2025, ore 16; il 24 giugno 2025, ore 10. Prenotazione obbligatoria alla Segreteria didattica dei Musei Civici alla mail segreteriadidattica@comune.verona.it, o ai numeri +39 045 8036353 – +39 045 597140 dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16, il sabato dalle 9 alle 13.

Castelvecchio di Verona: scavo alla riscoperta della chiesa di San Martino in Aquaro. Fasi della terza campagna 2025 (foto i-muv)

La campagna 2025 alla riscoperta della chiesa di San Martino in Aquaro prevede l’apertura della nuova area per indagare la navata centrale della chiesa di S. Martino in Aquaro e la riapertura e pulizia del settore già indagato nel 2023, per proseguire in estensione l’indagine stratigrafica. L’obiettivo è aprire l’area della navata centrale della chiesa, probabilmente coincidente con la prima chiesa altomedievale, e di riuscire a chiarire cosa vi fosse nel luogo dove sorse l’unica chiesa di Verona dedicata a San Martino, santo caro ai Franchi, a Carlo Magno e a suo figlio Pipino che fu spesso presente a Verona. Il progetto, avviato nel 2023 e della durata di tre anni, intende portare nuovamente alla luce il sito e i resti archeologici della chiesa di San Martino in Aquaro per approfondire lo studio e la valorizzazione del sito, proponendo alla cittadinanza e ai visitatori l’esperienza del cantiere aperto.

L’area archeologica di San Martino in Aquaro nel cortile del museo di Castelvecchio a Verona (foto i-muv)

Primi risultati e prospettive dell’indagine archeologica di San Martino in Aquaro a Castelvecchio. Gli scavi nel cortile del museo di Castelvecchio sono iniziati nell’autunno 2023. Il progetto vede la collaborazione dei Musei civici di Verona, del dipartimento Culture e Civiltà dell’università di Verona, della Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza e del Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano e intende approfondire lo studio e la valorizzazione del sito e i resti archeologici della chiesa di San Martino in Aquaro. L’edificio religioso, attestato già tra VIII e IX secolo, proseguì la sua funzione anche dopo essere stato inglobato all’interno del recinto difensivo scaligero, trasformandosi in cappella castrense, fino alla completa distruzione avvenuta nel corso dell’ammodernamento del complesso dei primi anni dell’Ottocento.

Planimetria di Castelvecchio a Verona con tratteggiata la chiesa di San Martino in Aquaro nel cortile del museo (foto archivio carlo scarpa – castelvecchio)

Obiettivo della ricerca è anche quello di approfondire la conoscenza del contesto urbano nel quale l’edificio insisteva, mettendo in relazione le nuove acquisizioni di scavo con i ritrovamenti di età romana, alto medievale e scaligera venuti alla luce nella zona, per chiarire la storia e l’evoluzione di uno snodo di fondamentale importanza del tessuto urbano cittadino. Il sito venne superficialmente indagato negli anni Sessanta del Novecento, quando una campagna di scavo rintracciò parte del perimetro dell’edificio, nel quale erano reimpiegati numerosi elementi di età romana ancora conservati in situ. Nonostante Carlo Scarpa avesse cominciato a ragionare sulla valorizzazione dei resti archeologici, questi vennero per la maggior parte interrati, e l’area rimase di fatto uno spazio non del tutto risolto all’interno del limpido disegno del cortile elaborato dall’architetto veneziano.

Verona. Al museo di Storia Naturale presentazione del libro “Achille Forti. Botanica, fotografia e arte” di Claudia Addabbo, primo degli incontri “La Biblioteca di Nemo. Dialoghi di storia e di scienza al Museo di Storia Naturale di Verona” a cura di Massimo Saracino e Andrea Tenca

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Con la presentazione del libro “Achille Forti. Botanica fotografia e arte” di Claudia Addabbo prendono il via giovedì 27 marzo 2025, alle 17, nella sala conferenze “Sandro Ruffo” del museo di Storia naturale a Palazzo Pompei in lungadige Porta Vittoria 9 a Verona, gli incontri “La Biblioteca di Nemo. Dialoghi di storia e di scienza al Museo di Storia Naturale di Verona” realizzati dal museo di Storia naturale di Verona e dal Servizio Biblioteche specialistiche e Archivi storici dei Musei, in collaborazione con il dipartimento Culture e Civiltà dell’università di Verona e con il patrocinio della Società italiana di Storia della Scienza. Un’occasione per presentare al pubblico testi di recente e recentissima pubblicazione scritti e curati da specialiste e specialisti i cui interessi di ricerca intrecciano i terreni di indagine del museo di Storia naturale, con un occhio di particolare riguardo per il taglio comunicativo, interdisciplinare e storicizzato del sapere scientifico. In programma, nel 2025, sette appuntamenti a cura di Massimo Saracino e Andrea Tenca. In un’ottica di disseminazione del sapere e di interdisciplinarietà all’interno di Musei, Archivi e Biblioteche come hubs culturali e punti di incontro per la cittadinanza, e nell’ambito delle attività in corso e relative allo sviluppo del progetto per la nuova sede di Biblioteche e Archivi presso la Palazzina di Comando dell’ex Arsenale, “La Biblioteca di Nemo” mette in contatto istituzioni museali e universitarie, autrici e autori di volumi relativi alle scienze naturali e alla loro storia, studiose e studiosi, non solo con lo scopo di far conoscere le opere presentate, ma anche di vivere il Museo come esperienza partecipativa a 360 gradi. Gli incontri si svolgono il giovedì pomeriggio, tra le 17 e le 18.30: in programma, nel 2025, sette appuntamenti. Ogni intervento, della durata di un’ora e mezza, sarà strutturato in maniera seminariale e discorsiva, con una breve presentazione dell’opera, un dialogo con uno o più discussants e uno spazio finale dedicato alle domande del pubblico.

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Si comincia dunque 27 marzo 2025, alle 17, con la presentazione del libro “Achille Forti. Botanica, fotografia e arte” di Claudia Addabbo (ETS, 2024). Saluti istituzionali e presentazione della rassegna: Marta Ugolini, assessore a Cultura, Turismo, Rapporti con l’Unesco; Francesca Rossi, direttrice dei Musei Civici; Emanuela Gamberoni, dipartimento Culture e Civiltà università di Verona; Elena Canadelli, presidente Società Italiana di Storia della Scienza; Leonardo Latella, responsabile delle Collezioni naturalistiche del museo di Storia naturale di Verona; Fausta Piccoli, responsabile del Servizio Biblioteche e Archivi Storici e Fotografici dei Musei. Discutono con l’autrice Andrea Campalto (Musei Civici di Verona) e Gian Paolo Romagnani (Università di Verona).

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Copertina del libro “Achille Forti. Botanica, fotografia e arte” di Claudia Addabbo (ETS)

Achille Forti. Botanica, fotografia e arte. Il libro racconta la figura e l’opera del botanico veronese Achille Forti attraverso un’ampia galleria di immagini, testi e oggetti d’arte e di scienza. Vissuto a Verona tra il 1878 e il 1937, si laureò nel 1900 in Scienze naturali all’università di Padova, studiando con alcuni grandi naturalisti del tempo, tra i quali Pier Andrea Saccardo, Caro Massalongo e Giovanni Battista De Toni. Dedicò la sua vita allo studio delle alghe, ma fu anche un mecenate appassionato di arte, storia e fotografia, al centro di una fitta rete di collaborazioni e scambi con studiose e studiosi del suo tempo. Legato a Verona e a Padova, Forti designò come erede universale la prima, lasciando all’università di Padova le sue collezioni botaniche e i suoi volumi e opuscoli relativi all’algologia e alle scienze naturali. Attraverso lo sguardo e l’attività di Achille Forti si delineano immagini e percorsi inediti della scienza e della cultura italiana, di scienza tra Otto e Novecento.

CALENDARIO DEGLI INCONTRI

17 aprile 2025, alle 17, “Ripensare l’Antropocene. Oltre natura e cultura” di Paola Govoni, Maria Giovanna Belcastro, Alessandra Bonoli, Giovanna Guerzoni (Carocci, 2024). Discutono con le autrici Luca Ciancio (università di Verona) e Massimiliano Badino (università di Verona). 15 maggio 2025, alle 17, “Roma preistorica” di Alessandro Guidi (Carocci, 2024). Discutono con l’autore Massimo Saracino (Musei Civici di Verona) e Alfredo Buonopane (università di Verona). 25 settembre 2025, alle 17, “Storia naturale del viaggio di Marco Polo in Oriente” di Francesco Mezzalira (Tg Book, 2024). Discutono con l’autore Leonardo Latella (Musei Civici di Verona) e Luca Ciancio (università di Verona). 23 ottobre 2025, alle 17, “Da cimeli a beni culturali. Fonti per una storia del patrimonio scientifico italiano” a cura di Elena Canadelli e Paola Bernadette Di Lieto (Editrice Bibliografica, 2024). Discutono con le autrici Nicoletta Martinelli (Musei Civici di Verona) e Fedra Alessandra Pizzato (università di Verona). 20 novembre 2025, alle 17, “Il tempo profondo dell’umanità. Prospettive transdisciplinari per lo studio della preistoria” a cura di Luca Ciancio, Massimo Cultraro e Fedra Alessandra Pizzato (Carocci, 2025). Dialogo tra curatori e autori del volume. 18 dicembre 2025, alle 17, “Il darwinista infedele. Lombroso e l’evoluzione” di Paolo Mazzarello (Hoepli, 2024). Discutono con l’autore Monica Ghidoni (Comune di Verona) e Pietro Schirò (università di Verona).

Verona. Al museo di Storia naturale presentazione del libro “Food and wine in ancient Verona / Cibo e vino nella Verona antica – Vol. II – Mangiare e bere nella Preistoria e Protostoria” secondo volume del progetto dell’università di Verona “In Veronensium mensa. Food and Wine in ancient Verona”

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Giovedì 27 febbraio 2025, alle 16.30, nella sala conferenze “Sandro Ruffo” del museo civico di Storia naturale di Verona è in programma la presentazione del libro “Food and wine in ancient Verona / Cibo e vino nella Verona antica – Vol. II – Mangiare e bere nella Preistoria e Protostoria” a cura di Mara Migliavacca, Nicoletta Martinelli, Paola Salzani, Massimo Saracino (Edizioni Quasar, Roma), secondo volume del progetto dell’università di Verona “In Veronensium mensa. Food and Wine in ancient Verona”, finanziato da Fondazione Cariverona. Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Il programma prevede i saluti di benvenuto di Marta Ugolini, assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Verona; Paolo De Paolis, direttore dipartimento Culture e Civiltà dell’università di Verona; Andrea Rosignoli, soprintendente ABAP per le province di Verona Rovigo e Vicenza; e Francesca Rossi, direttrice dei musei civici di Verona. Sono previsti inoltre gli interventi di Flavia Guzzo, docente di Botanica dell’università di Verona, e Maurizio Cattani, docente di Preistoria e Protostoria dell’università di Bologna, che sono impegnati da anni nello studio delle tematiche delle fonti e delle diete alimentari del presente e del passato, il cui diverso approccio scientifico permetterà di avere una miglior comprensione delle tradizioni culinarie che ancora oggi caratterizzano Verona e non solo.

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“In Veronensium mensa. Food and Wine in ancient Verona”, progetto di ricerca dell’università di Verona

La presentazione segue a breve distanza quella del primo volume, svoltasi nel dicembre 2024 nella sede dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere. Questa seconda pubblicazione contiene una serie di contributi che, rispetto al primo volume, si concentra sulla preistoria e protostoria veronese, aggiungendo un importante tassello al progetto complessivo. In questa occasione alcuni risultati del progetto Food and wine in ancient Verona sono stati integrati con una ricca serie di importanti dati scaturiti da altre indagini in corso da parte di enti di ricerca da anni impegnati sul territorio, il cui tratto comune risiede nell’inter- e multidisciplinarietà e nell’impiego di metodologie scientifiche complesse e diversificate. Il dipartimento di Culture e Civiltà dell’università di Verona, coordinatore del progetto, il museo civico di Storia naturale di Verona e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio, in tale progetto si sono fatti promotori della convergenza di enti e competenze per una ricerca in grado di ricostruire, da più punti di vista, le modalità dell’alimentazione in un arco temporale molto vasto, che si allargherà più avanti con gli ulteriori sviluppi previsti dal progetto.

Verona. In soprintendenza la giornata di studi “La Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella: una ricerca interdisciplinare” promossa dall’università di Verona sui risultati preliminari degli scavi archeologici diretti da Gianni De Zuccato che per “archeologiavocidalpassato.com” presenta e anticipa i temi del convegno, descrivendo anche la villa dallo scavo alla musealizzazione

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Veduta generale dell’area archeologica della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (foto graziano tavan)

negrar_villa-dei-mosaici_nuovo-logo“La Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella: una ricerca interdisciplinare”: è il titolo della giornata di studi promossi dall’università di Verona che si tiene lunedì 16 dicembre 2024, in sala Gazzola nella sede della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza, in piazza San Fermo 3° a Verona, dedicata ai risultati preliminari degli scavi archeologici della Villa dei mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr). La partecipazione è aperta a tutti gli interessati A seguire un brindisi con vino della Valpolicella, offerto dalle aziende agricole Benedetti “La Villa” e Franchini di Negrar. È Gianni De Zuccato, direttore dello scavo archeologico, come funzionario archeologo della Sabap di Verona, a presentare e anticipare ai lettori di archeologiavocidalpassato.com i temi del convegno. E con l’occasione ne approfitta per ripercorrere lo sviluppo della ricerca archeologica, dallo scavo alla presentazione dei risultati alla comunità, non solo scientifica, e per descrivere la villa come risulta dagli scavi nella sua articolazione tra la zona residenziale e l’area produttiva, nell’arco della “vita” della struttura tardo-antica.

“Il 16 dicembre 2024 – esordisce De Zuccato – ci sarà questa giornata di studio ospitata dalla soprintendenza di Verona, in piazza San Fermo, e organizzata dall’università di Verona – dipartimento Culture e Civiltà, per un aggiornamento delle ricerche sulla villa romana tardo-antica di Negrar di Valpolicella. L’idea di fare una giornata è nata perché abbiamo sentito l’esigenza di informare la popolazione in generale, ma anche tutti coloro che avevano seguito le varie vicende, lo scavo, o avevano fatto una visita a Negrar, e comunque gli studiosi interessati per informarli sullo stato di avanzamento delle ricerche. Non è una giornata conclusiva delle ricerche, delle indagini sulla villa di Negrar, perché i lavori – soprattutto la parte dello studio – è tuttora in corso. Abbiamo però sentito il bisogno di mettere al corrente di quello che stiamo facendo. Ci sono parecchi gruppi di lavoro che fanno capo a specialisti delle diverse materie, e abbiamo sentito l’esigenza di informare le persone. Perché è facile pensare, per chi non è addetto ai lavori, che concluso lo scavo tutto sia finito, e l’unica cosa che rimane da fare sia quella di creare un’area archeologica. Non è così. Per far parlare i resti che sono stati trovati è importante lo studio, l’analisi di quello che si è rinvenuto. E al di là degli studi ormai classici che riguardano gli scavi archeologici – quindi lo studio dei materiali nelle varie classi di ceramica, metalli, pietra, ecc. -, al giorno d’oggi si fanno ormai di routine delle indagini che fino a pochi anni fa non erano possibili per i costi e che adesso per fortuna sono stati molto ridotti: mi riferisco non solo alla datazione attraverso il Radio Carbonio 14, ma anche ad altri tipi di analisi, come gli isotopi, che permettono di determinare o almeno di chiarire altri aspetti come la paleo-dieta (in riferimento alle sepolture a inumazione) ma anche la provenienza degli individui che sono stati sepolti nell’area. E poi tutto quello che riguarda la paleobotanica, con l’individuazione di quelli che gli archeologi chiamano i macro resti, cioè semi, resti vegetali in generale: quindi determinazione di questi, ma anche oltre. Ad esempio l’università di Verona, con la professoressa Diana Bellin, sta conducendo delle indagini per tentare di ricomporre il DNA dei vinaccioli rinvenuti in uno degli scarichi della villa per vedere se quei vinaccioli siano riconducibili a vigneti, a tipi di vigne dell’epoca ma che siano le progenitrici anche delle vigne oggi presenti in Valpolicella. Rimane poi sullo sfondo, ma è naturalmente molto importante, la ricerca sulla presenza della lavorazione delle uve e quindi la produzione del vino perché naturalmente siamo in Valpolicella, e quindi la ricerca è stata anche indirizzata in questo senso e ha avuto dei buoni risultati, che non anticipo”.

“Le ricerche a Negrar – ricorda De Zuccato – sono ricominciate intorno al 2016 con ricognizioni sul campo, ma le prime trincee esplorative sono state fatte nel 2019, e lo scavo stratigrafico è cominciato nel 2020 dopo che avevamo individuato con le trincee sia i resti scavati nel 1922 da Tina Campanile ma anche dei resti nuovi che nessuno aveva mai trovato (vedi Negrar di Valpolicella (Verona). A meno di un anno dalla ri-scoperta della Villa dei Mosaici, una villa rustica a carattere residenziale e produttivo di media età imperiale (III sec. d.C.), Comune Soprintendenza e Aziende vitivinicole siglano un patto per lo scavo, la musealizzazione e la valorizzazione del sito immerso tra i vigneti: archeologia e vino, due eccellenze in sinergia. Il ministro Franceschini: “Modello di rapporto pubblico-privato da esportare” | archeologiavocidalpassato).

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Archeologi e operatori riportano alla luce di mosaici pavimentali della villa rustica romana di Negrar di Valpolicella, poi chiamata Villa dei Mosaici (foto comune di negrar)

Purtroppo c’è stato il Covid, che ci ha ostacolato gli scavi – come ha ostacolato un po’ tutto – per cui abbiamo dovuto sospendere per un po’ di tempo. Era tutto molto difficile. Però in un paio di anni siamo riusciti a portare quasi a termine questa impresa, cioè lo scavo diciamo di tutta l’area. In realtà che non sia tutta l’area qualche dubbio ce l’abbiamo. Ma comunque è quasi tutta l’area della villa. A differenza di altre ville tardo-antiche famose, senza andare lontanissimo penso a Desenzano però si potrebbe arrivare anche a Piazza Armerina alla Villa del Casale, che sono organizzate più a padiglioni, la villa di Negrar si presenta come un corpo unico, una specie di monoblocco con qualche estensione, tipo l’area delle terme.

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I resti della fontana al centro del cortile-giardino della Villa dei Mosaici di Negrar (foto graziano tavan)

È tutto un blocco che ruota attorno al peristilio, cioè a un cortile-giardino centrale circondato da un colonnato che aveva una fontana al centro. Sicuramente era molto bello, avrà avuto piante e fiori. Questa parte l’abbiano scavata quasi tutta. Abbiamo individuato dei resti che vanno oltre i limiti dello scavo attuale sia a Nord sotto la strada asfaltata, sia a Est verso la valle dove abbiamo individuato i limiti di un muro che forse circondava un’area aperta o semiaperta che però non abbiamo potuto scavare perché è fuori dalla proprietà disponibile per gli scavi. E anche verso Sud ci sono dei muri che proseguono sotto al vigneto. Insomma, non posso dire che l’abbiano scavata tutta!

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Dettaglio del peristilio ovest della Villa dei Mosaici di Negrar con i mosaici policromi e una base di colonna del porticato (foto graziano tavan)

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Pianta schematica della Villa dei Mosaici di Negrar a cura della Sabap di Verona, con evidenziate le aree mosaicate (residenziali) e quelle lastricate (produttive) (foto graziano tavan)

“Comunque – continua De Zuccato – quello che oggi si può vedere se uno va a visitare il sito, anche in condizioni ancora di cantiere, perché i resti sono stati coperti e protetti con delle coperture che mi auguro siano provvisorie benché siano state efficaci in questi anni in cui i resti sono stati portati alla luce, sono dei ruderi, certamente. La prima cosa che secondo me balza agli occhi è la quantità di resti di mosaici presenti e che ci hanno fatto dare alla villa il nome di villa dei mosaici, perché è un po’ ciò che la caratterizza. Intorno al cortile-giardino c’è un corridoio, un po’ l’antenato del chiostro delle chiede medievali, e su questo chiostro si affacciavano vari ambienti. La villa è suddivisa tra una parte residenziale verso Est, e una parte produttiva verso Ovest, separate da un muro. Probabilmente erano collegate anche tra di loro però sono anche nettamente separate.

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Villa dei Mosaici di Negrar: l’ambiente absidato dei cosiddetti “appartamenti” (foto comune di negrar)

“La parte che era stata scoperta 100 anni fa e che abbiamo riportato alla luce – sottolinea De Zuccato – è la parte di rappresentanza, la parte bella, quella dove il padrone della villa, il dominus, riceveva i suoi amici, e probabilmente li riceveva anche organizzando pranzi o cene. C’era una grande sala, la sala dei ricevimenti e dei banchetti. Ai due lati, due coppie di stanze, che noi identifichiamo come appartamenti, che probabilmente ospitavano anche la camera da letto dei padroni, dei proprietari. Una situazione analoga a questa doveva esistere anche sul lato settentrionale che purtroppo è stato pesantemente danneggiato nel 1974 dallo scavo per la costruzione di una casa. È stata purtroppo distrutta l’aula principale, l’aula absidata. Queste aule, infatti, avevano la caratteristica nell’età tardo-antica, cioè IV-V secolo, di avere un muro tondeggiante come appunto l’abside delle chiese soprattutto medievali. Quest’aula è stata distrutta completamente. Sono rimasti degli ambienti, che anche qui chiamiamo appartamenti, ai lati di quest’aula. Uno conserva quasi integro un mosaico. Un altro è un ambiente molto particolare. Non sappiamo esattamente cosa fosse, ma la particolarità di questo ambiente è che al centro ha una piccola vasca a sette lati, ettagonale. E dall’altro ci sono i resti di una delle due stanze, pavimentata a mosaico anche questa, mentre un’altra era già stata danneggiata in antico. Sulla sala con vasca ettagonale stiamo ancora approfondendo le indagini perché la presenza di questa strana forma del catino della vasca ci indurrebbe a pensare a un possibile battistero. Però il discorso è ancora in sospeso.

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Il quartiere termale della Villa dei Mosaici di Negrar (foto graziano tavan)

“Poi c’è il settore termale lì vicino, a Nord-Est – descrive De Zuccato -. Un settore ampio, articolato. C’è lo spogliatoio, un grande frigidarium; il calidarium; il tepidarium. C’è una piccola saletta, forse un laconicum una sudatio. C’è il prefurnio. C’è la vasca per i bagni in acqua fredda. Insomma è un settore molto affascinante. Sul lato Est ci sono delle altre stanze, mentre non ci sono stanze sul lato Ovest che confina col settore produttivo.

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La foto originale del 1922 rappresentante il mosaico della Sala A della villa romana di Negrar (foto archivio sabap-vr)

“Due parole sui mosaici che si possono vedere. A parte quelli che erano conosciuti attraverso le foto in bianco e nero della Campanile e attraverso i frammenti che erano stati strappati ancora nell’800 e portati al museo Archeologico al Teatro Romano, abbiamo trovato un altro pavimento a mosaico sul lato Est, un mosaico abbastanza semplice però ugualmente interessante. Il lato Est conserva anche una scalinata in pietra, perché la villa era disposta su terrazze per seguire un po’ il declivio naturale della collina.

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Veduta d’insieme dei mosaici policromi del peristilio ovest della Villa dei Mosaici di Negrar (foto graziano tavan)

“Il mosaico più bello – spiega De Zuccato – è sicuramente quello che è conservato sul lato Ovest del peristilio e che presenta una serie di tondi che racchiudono delle figure, anche di persone: una figura femminile, un volto femminile, un volto maschile, un busto maschile; degli oggetti, vasi. Un canestro di frutta; degli animali, uccelli. Anche il telaio del disegno di questi tondi figurati è interessantissimo perché ha delle soluzioni che suggeriscono una profondità spaziale, una profondità di volume al mosaico. È una cosa particolarissima. Gli specialisti dicono che al momento è un unicum”.

“Per quello che riguarda invece la parte produttiva – continua De Zuccato -, l’altra caratteristica che ne fa anche qui un unicum, è la presenza di una grande struttura articolata in tre ambienti: al centro un ambiente scoperto e ai lati due ambienti coperti. Ma la caratteristica che ne fa appunto una cosa unica è la pavimentazione in lastre di pietra: dovrebbe trattarsi di un grandissimo magazzino, lungo una trentina di metri. Ci siamo chiesti che cosa potesse contenere questo magazzino, a cosa potesse servire, oltre alla raccolta delle normali produzioni, normali derrate, che venivano dalla proprietà, da quel fundus, dai terreni che stavano attorno alla villa. Abbiamo fatto anche qui una serie di analisi che hanno evidenziato quasi ovunque il contatto con mosto e con vino. A fianco di quest’area c’è una grande piattaforma che ospitava uno spazio con una vasca per la produzione del mosto calcatorium, insomma il mosto che veniva prodotto schiacciando l’uva coi piedi. Però abbiamo trovato anche due grossi contrappesi per il torchio meccanico, perciò anche questi dovevano essere presenti in sede. Poi abbiamo trovato un po’ dappertutto i resti di lastre che servivano a sorreggere le lastre laterali. Un po’ come le fontane che sono tuttora presenti in Valpolicella. Solo che in questo caso dovevano contenere mosto e vino. Quello che non abbiamo trovato, e che inizialmente credevamo di trovare, erano questi grandi contenitori per il mosto e per il vino che vediamo seminterrati nelle ville del Centro-Sud d’Italia, i cosiddetti dolia de fossa. Qui invece non ci sono. Ma non ci sono perché qui a Negrar, come in altre situazioni nel Nord Italia e anche nel resto dell’Europa, il mosto e il vino venivano già allora raccolti in botti di legno che si prestavano meglio anche per il trasporto, con i carri via strada, o con il trasporto fluviale. Un po’ come le botti che sono raffigurate sulla famosa stele di Tenazio Essimno, trovata qualche anno fa a Passau (antica Batavium, ndr) in Baviera (e oggi conservata all’Oberhaus Museum di Passau, ndr), che ricorda appunto questo personaggio nativo di Trento, il cui nome però lo dichiara originario della Valpolicella, un commerciante di vini. E lui nel suo monumento funerario si è fatto raffigurare appunto al fianco di una catasta di piccole botti, delle botticelle, con cui sicuramente trasportava il vino.

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Veduta d’insieme dell’area produttiva della Villa dei Mosaici di Negrar (foto graziano tavan)

“Altre situazioni particolari di quest’area produttiva, di cui si parlerà estesamente nella giornata del 16 dicembre, sono una serie di ambienti che forse facevano parte di una prima sistemazione della villa. Ci stiamo chiedendo se questa grande struttura, questo grande magazzino in lastre non sia stato realizzato quando una parte della villa viveva già. E quindi la suggestione è che questo magazzino potesse servire per la produzione certamente del vino ma magari anche per l’appassimento delle uve secondo la tradizione che è riconducibile a Cassiodoro e che potrebbe farne uno dei luoghi di produzione di quell’acinaticium (acinatico) nella sua lettera al re Teodorico. Ci stiamo lavorando – conclude De Zuccato – soprattutto per quello che riguarda la datazione, perché vorrebbe dire che questa produzione vitivinicola è durata parecchio nella villa, forse anche oltre il limite della vita della villa stessa come tale”.

“La vita della villa con i resti così come li vediamo oggi – spiega De Zuccato – forse termina poco dopo la fine dell’Impero romano. Pensiamo che la villa sia vissuta per tutto il V secolo, anche se non è proprio semplice stabilire dei confini cronologici tra un’epoca e l’altra. Però abbiamo trovato tracce notevoli di quella che noi abbiamo chiamato, in una delle sessioni del convegno, Dopo la villa, perché c’è una frequentazione chiara, diffusa anche dell’area della villa e di quelle che probabilmente erano le strutture sicuramente in parte ancora in piedi, ancora in discreto stato, e in parte forse integrate da strutture nuove fatte con materiali di demolizione, di recupero dei muri della villa. E poi andando avanti nel tempo, con il proseguire della decadenza di queste strutture e delle demolizioni, si arriva anche al VII, l’VIII secolo, forse anche al IX secolo. Quindi siamo in età contemporanea alla presenza di Teodorico, dei Goti, e poi dei Longobardi. Questo è sicuro per il fatto che sono presenti alcune sepolture fatte all’interno delle strutture della villa. Sepolture povere, soprattutto di bambini, che sono state datate tra il VII e l’VIII secolo. Ma la cosa interessante è che sul limite delle strutture della villa abbiamo trovato anche due tombe di età longobarda. Una di queste due tombe è riferibile a una principessa (?), una nobildonna sicuramente perché aveva tre bracciali, due dei quali molto belli, bracciali tipicamente longobardi a tamponi, e uno in ferro. Nell’altra tomba invece c’erano vari inumati. È stata una tomba utilizzata più volte, una tomba multipla, e anche qui con i segni della cultura longobarda, i caratteristici pettini in osso, delle perle in pasta vitrea. Ciò vuol dire che la villa ha continuato a vivere per un bel po’ di tempo. Tutto questo è oggetto di studio. Anche le tracce delle abitazioni realizzate tra i resti della villa sono interessanti: in parte sono state realizzate con materiali di spoglio, ma in parte sono state realizzate con strutture di legno, perché ci sono i buchi nei pavimenti che testimoniano questi impianti. Di questa fase abbiamo trovato una grande abbondanza di materiali ceramici, come stoviglie da cucina, materiali insomma di uso comune, cosa che invece abbiamo trovato in maniera scarsissima per quello che riguarda la villa in età romana. Lì c’è una povertà assoluta forse proprio perché la villa è stata spogliata intenzionalmente prima di essere abbandonata”.

verona_sabap_convegno-villa-di-mosaici-di-negrar_presentazione_locandinaIL PROGRAMMA DELLA GIORNATA DI STUDIO LUNEDÌ 16 DICEMBRE 2024. Alle 9.30 Saluti istituzionali: Andrea Rosignoli (soprintendente ABAP per le province di Verona Rovigo, Vicenza), Paolo De Paolis (direttore dipartimento di Culture e Civiltà – università di Verona); Fausto Rossignoli (sindaco di Negrar di Valpolicella). INTRODUZIONE Alle 10, Vincenzo Tinè (soprintendente ABAP VE-Met), “Il progetto di studio e la valorizzazione”. SESSIONE 1: LA VILLA Presiede Francesca Ghedini (università di Padova) Alle 10.15, Patrizia Basso, Nicola Delbarba (università di Verona), Gianni de Zuccato (già soprintendenza ABAP Verona Rovigo, Vicenza), “La villa: considerazioni planimetriche e funzionali”; 10.45, Federica Rinaldi (parco archeologico del Colosseo), “I rivestimenti pavimentali: decorazione, funzione e cronologia”; 11, pausa caffè; 11.15, Monica Salvadori (università di Padova), Katia Boldo, Simone Dilaria, Anna Favero, Federica Stella Mosimann, Clelia Sbrolli, “Approcci multidisciplinari per la conoscenza della pittura parietale in contesto: il caso della villa di Negrar”; 11.30, Diana Dobreva, Anna Nicolussi (università di Verona), “Note preliminari sulla ceramica tardoantica della villa: osservazioni cronologiche, tipologiche e archeometriche”; 11.45, Dario Calomino (università di Verona), “Il quadro dei ritrovamenti monetali”. SESSIONE 2: DOPO LA VILLA Presiede Andrea Augenti (università di Bologna) Alle 12, Fabio Saggioro, Nicola Mancassola (università di Verona), Alberto Manicardi (SAP), “Le fasi di frequentazione altomedievale”; 12.30, Nicola Mancassola (università di Verona), “Le ceramiche da cucina altomedievali”; 12.45, pausa pranzo; 14.15, Laura Bonfanti, Irene Dori (università di Firenze), Alessandra Varalli (Aix-Marseille Université, CNRS, Ministère de la Culture, LAMPEA), “Gli inumati altomedievali: i risultati delle analisi bioarchaeologiche e isotopiche”; 14.30, Elisa Possenti (università di Trento), Lisa Martinelli (università di Udine), “I reperti metallici e in osso lavorato di età medievale”. SESSIONE 3 APPROCCI ANALITICI Presiede Jacopo Bonetto (università di Padova) Alle 14.45 Gianfranco Valle (geoarcheologo professionista), “Studio geomorfologico e ricostruzione ambientale”; 15, Valeria Luciani, Elena Marrocchino, Michele Zuccotto (università di Ferrara), “Caratterizzazione in sezione sottile di materiali lapidei”; 15.15, pausa caffè; 15.30, Elena Marrocchino, Michele Sempreboni (università di Ferrara), “Prime analisi sui leganti”; 15.45, Silvia Bandera (università di Verona), “Analisi dei resti faunistici”; 16, Marco Marchesini, Madalina Daniela Ghereg, Silvia Marvelli, Anna Chiara Muscogiuri, Elisabetta Rizzoli (Laboratorio di Palinologia e Archeobotanica C.A.A. Nicoli), “Vegetazione, viticoltura e alimentazione attraverso le analisi archeobotaniche”; 16.30, dibattito.