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Treviso. “Storia dell’Antico Egitto. Alla scoperta della civiltà dei faraoni” in 7 incontri proposti dall’Arci al martedì con le egittologhe Francesca Iannarilli e Federica Pancin di Ca’ Foscari: si forniranno gli strumenti per orientarsi nel vasto panorama degli studi sull’antico Egitto, e le modalità d’uso delle fonti antiche

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Locandina del corso “Storia dell’Antico Egitto” con Francesca Iannarilli e Federica Pancin promosso da Arci Treviso

“Storia dell’Antico Egitto. Alla scoperta della civiltà dei faraoni” in 7 incontri con le egittologhe Francesca Iannarilli e Federica Pancin di Ca’ Foscari: è la proposta di Arci Treviso. Si inizia martedì 22 febbraio 2022. E gli incontri si tengono per sette martedì, dalle 20 alle 22, nella sede indicata dall’ARCI Treviso al momento dell’iscrizione. Il corso si svolge in presenza. È obbligatorio il green pass. Costo: 80 euro comprensivo di tessera Arci 2022 (ridotto 75 euro). Informazioni su costi e contatti all’indirizzo: http://www.arcitv.it/cultura/new_active.php?course=149.

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La necropoli reale di Meroe in Sudan: le piramidi dei Faraoni neri (foto mai-sudan)

Il corso – tenuto da due archeologhe impegnate nella Missione Archeologica Italiana in Sudan al Jebel Barkal – fornisce una trattazione di base della storia dell’Egitto dei Faraoni, concentrandosi sugli aspetti che più hanno segnato l’immaginario collettivo europeo. Verranno inquadrati i grandi temi storici, religiosi, funerari e culturali della civiltà egiziana, e si prenderanno in esame i siti archeologici e le espressioni artistiche del paese, senza tralasciare i geroglifici. L’obiettivo primario del ciclo di lezioni è quello di fornire gli strumenti per orientarsi nel vasto panorama degli studi sull’antico Egitto; secondariamente, si approfondiranno le modalità d’uso delle fonti antiche e si affineranno le abilità interpretative delle stesse. Il taglio egittologico concorrerà a evidenziare i caratteri costitutivi della cultura nilotica, considerando le evidenze archeologiche, iconografiche, storiche e letterarie come prodotti culturali. L’approccio metodologico sarà guidato, infatti, da una prospettiva emica, sulla base dei più recenti progressi nella disciplina. Pur attingendo a contenuti di natura alle volte complessa, il corso sarà trattato in forma leggera, secondo lo spirito della divulgazione scientifica, stimolando la creazione di un’atmosfera di dialogo e condivisione, per il coinvolgimento e l’arricchimento di entrambe le parti – insegnanti e uditorio. A seguire, sono previste quattro lezioni di approfondimento. I contenuti saranno costruiti anche sulla base degli argomenti di interesse che emergeranno nel corso della discussione durante le lezioni del corso di Storia.

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L’egittologa Francesca Iannarilli

Francesca Iannarilli è assegnista di ricerca presso la Cattedra di Egittologia dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Laureatasi in Archeologia alla Sapienza università di Roma nel 2012, ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Storia Antica e Archeologia nell’ateneo veneziano nel 2016, con una tesi dal titolo “Elaborazione e manipolazione della figura umana nei Testi delle Piramidi”. Attualmente lavora sul progetto “Dizionario Egiziano antico/italiano”. Dal 2014 lavora per la Missione Archeologica Italiana in Sudan – Jebel Barkal, in qualità di archeologa e field director.

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L’egittologa Federica Pancin

Federica Pancin è dottoranda in Filologia e Storia del mondo antico alla Sapienza università di Roma; il suo progetto di ricerca verte sugli usi della scrittura figurativa nell’epigrafia in geroglifico di epoca domizianea. Nel 2015 si è laureata all’università Ca’ Foscari di Venezia in Scienze dell’Antichità: Archeologia e ha poi conseguito il diploma alla Scuola Interateneo di Specializzazione in Beni Archeologici di Trieste, Udine e Venezia. Dal 2016 lavora a Jebel Barkal per la Missione Archeologica Italiana in Sudan, con il ruolo di archeologa e responsabile del laboratorio reperti.

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La classica immagini delle piramidi egizie nella piana di Giza

Il programma. La prima lezione (Introduzione al corso: l’Egitto tra ricerca ed “egittologia”) accompagnerà il partecipante nello spazio e nel tempo dell’antica Valle del Nilo, introducendo i modelli geografici e cronologici di riferimento per lo studio della materia; contestualmente, si ripercorreranno le tappe più rilevanti nella costituzione della disciplina egittologica, partendo dalla riscoperta dell’Egitto antico, passando dalla decifrazione del suo sistema scrittorio, fino a giungere al perfezionamento del metodo scientifico in egittologia. Un piccolo spazio sarà dedicato anche al fenomeno della ricezione della cultura egiziana in epoca contemporanea, la cosiddetta “egittomania”. Seguendo lo sviluppo cronologico della civiltà egiziana, il secondo incontro (Come nasce una grande civiltà: dalle tombe nella sabbia alle prime piramidi) sarà dedicato alla formazione dello stato faraonico e alla descrizione dei suoi caratteri fondanti, con un focus sulle prime espressioni della cultura funeraria. La lezione offrirà poi un approfondimento sull’epoca delle piramidi e sulla produzione letteraria del periodo, ambito di specializzazione di Francesca Iannarilli. La terza lezione (Il Muro del Principe e i “faraoni neri”) si concentrerà sui rapporti dell’Egitto con i propri vicini, in particolare con le realtà orientali e meridionali. Sarà l’occasione per introdurre l’argomento nubiano e la sua pregnanza nella storia faraonica e oltre.

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Panoramica sul sito archeologico di Deir el-Medina a Tebe Ovest (foto museo egizio)

Seguirà “Scrivere gli dèi”: come funzionano i geroglifici: un approfondimento sull’epoca classica dell’antico Egitto e sulla scrittura geroglifica, includendo la descrizione del suo ruolo religioso e formativo di una cultura. Saranno forniti i fondamenti del funzionamento del sistema scrittorio e si accompagneranno i partecipanti nella lettura guidata e nella comprensione di brevi testi. Una lezione sul periodo del Nuovo Regno (Mondo dei vivi e mondo dei Morti: l’Egitto del Nuovo Regno) costituirà la cornice per la trattazione della vita quotidiana nell’antico Egitto e delle credenze funerarie: l’analisi si concentrerà su un caso studio particolare, quello del villaggio di Deir el-Medina situato a Tebe Ovest, un unicum egiziano quanto a ricchezza di informazioni. Argomento di ricerca di Federica Pancin è l’Egitto ellenistico e romano (L’Egitto conquistato: i nuovi faraoni e la memoria di un’antica cultura). La successione di dinasti stranieri nelle ultime fasi della storia faraonica consente la disamina della funzione della regalità come elemento caratterizzante. L’osservazione dell’interazione tra i vari agenti in Egitto – conquistatori e conquistati, esterni e interni, stranieri e indigeni – permetterà di riconoscere nel tempio il luogo del mantenimento dell’identità del Paese, attraverso le modalità proprie della memoria culturale e della preservazione del passato.

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Foto di gruppo della missione archeologica italiana in Sudan a Jebel Barkal: al centro, accosciate, Federica Pancin e Francesca Iannarilli (foto mai-sudan)

Nell’ultimo incontro (L’Egitto in Nubia: gli ultimi scavi della Missione Archeologica Italiana in Sudan) si prenderà in esame il caso studio del sito di Jebel Barkal (Sudan), scavato dalla Missione Archeologica Italiana in Sudan, di cui le insegnanti sono membri attivi. Si presenteranno la storia e l’archeologia del luogo e si esporranno i risultati delle ultime campagne di scavo.

L’ICA ha condiviso questo video realizzato dalla Missione Archeologica Italiana in Sudan – Jebel Barkal in occasione dell’edizione 2021 delle Giornate Europee dell’Archeologia sul tema “Archeologia e inclusione”. La Missione opera dal 1973 nel sito UNESCO dell’antica città di Napata e, da dieci anni, è diretta dal prof. Emanuele Ciampini, docente di Egittologia dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Il lavoro si avvale da sempre della collaborazione delle comunità locali, partecipi nello scavo, nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio archeologico del sito. Durante l’anno di arresto dovuto alla pandemia, un impegno costante nella divulgazione scientifica ha continuato a garantire la continuità dei rapporti tra Italia e Sudan.

Torino. Al museo Egizio quinto appuntamento del ciclo “Nel laboratorio dello studioso”: protagoniste la dea Anuket e le altre divinità venerate sull’isola Elefantina di Aswan nella mostra curata da Paolo Del Vesco “Un santuario portatile per la dea Anuket”

Suggestiva immagine dell’ingresso della mostra “Un santuario portatile per la dea Anuket”, quinto appuntamento del ciclo “Nel laboratorio dello studioso” (foto museo egizio)

È dedicato alla dea Anuket e alle altre divinità venerate sull’isola Elefantina di Aswan il quinto appuntamento di “Nel laboratorio dello studioso”, il ciclo di mostre bimestrali dedicato all’attività scientifica condotta da curatori ed egittologi del dipartimento Collezione e Ricerca del Museo Egizio di Torino. La nuova mostra, dal titolo “Un santuario portatile per la dea Anuket”, è debuttata il 14 gennaio 2022 all’Egizio. Al centro dell’esposizione un piccolo santuario in legno, risalente al tempo del faraone Ramses II (ca. 1279-1213 a.C.), dedicato alla dea Anuket e ad altre divinità venerate nell’importante centro religioso di Elefantina, presso Aswan, nell’Egitto meridionale. L’ottimo stato di conservazione, la presenza di un portico con due colonne sulla facciata e le decorazioni sulle pareti, tra cui una scena con navigazione fluviale della barca sacra della dea Anuket, sono alcuni degli elementi che rendono il manufatto un oggetto unico nel suo genere.

La mostra “Un santuario portatile per la dea Anuket” è curata da Paolo Del Vesco (foto museo egizio)
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L’archeologo Paolo Del Vesco, curatore al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

La mostra è stata curata da Paolo Del Vesco, curatore e archeologo del museo Egizio dal 2014, con esperienze di scavo in Italia, Siria, Arabia Saudita, Egitto e Sudan. In particolare, Del Vesco ha partecipato alle missioni archeologiche del museo Egizio a Saqqara e a Deir el-Medina e ha collaborato alla realizzazione delle mostre “Missione Egitto 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata” (2017- 2018) e “Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo” (2018) e delle nuove sale dell’Egizio “Alla ricerca della vita. Cosa raccontano i resti umani?” (2021). Sono previste due visite guidate da un’ora con il curatore della mostra: la prima il 25 gennaio 2022 e la seconda il 1° marzo 2022, entrambe alle 16.30. La partecipazione è consentita a un massimo di 25 persone con prenotazione online; il costo è di 7 euro a persona (escluso il biglietto d’ingresso). La mostra si conclude il 20 marzo 2022.

Il santuario portatile della dea Anuket conservato al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Il santuario in scala ridotta proviene dal sito di Deir el-Medina, il villaggio che durante il Nuovo Regno ospitava gli artigiani che realizzavano le tombe della Valle dei Re e delle Regine, e apparteneva ad un certo Kasa, un membro di questa particolare comunità. Lo stesso Kasa, suo figlio Nebimentet e altri loro familiari sono raffigurati sulle pareti esterne del piccolo santuario, mentre si prodigano in offerte in onore della dea Anuket, dal caratteristico copricapo svasato di piume di struzzo, faceva parte, insieme al dio a testa di ariete Khnum e alla dea Satet, della triade divina venerata nell’area di Elefantina. La devozione verso queste tre divinità era particolarmente sviluppata poiché si credeva che esse garantissero e controllassero il fenomeno naturale in assoluto più importante per la prosperità della civiltà egiziana: la piena annuale del Nilo e la conseguente inondazione dei campi.

L’allestimento della mostra “Un santuario portatile per la dea Anuket” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
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Le due tele di Lorenzo Delleani del 1871 con il museo Egizio e il museo di Scienze naturali (foto museo egizio)

Oggetti di questo tipo sono estremamente rari. Per altri esempi di santuari lignei in scala ridotta, ma appartenenti ad epoca diversa e comunque privi del portico frontale a colonne, bisogna scomodare il ricchissimo corredo funebre del faraone Tutankhamon. La particolarità e la bellezza del piccolo santuario della dea Anuket, che arrivò a Torino con la collezione Drovetti intorno al 1824, colpì anche il pittore Lorenzo Delleani: nel suo dittico del 1871, intitolato “I Musei” ha ritratto lo scorcio di una sala dell’Egizio dell’epoca, riproducendo in primo piano proprio questo oggetto. Un dettaglio che i visitatori possono scorgere all’inizio del percorso di visita del museo Egizio, nelle sale dedicate alla storia della collezione, dove il dipinto è attualmente in esposizione.

In mostra alcune stele che testimoniano la vita religiosa della comunità di Deir el-Medina (foto museo egizio)

A far da corollario al santuario sono esposte alcune stele che testimoniano la vita religiosa della comunità di Deir el-Medina. Spiccano fra queste una stele dedicata al sovrano divinizzato Amenhotep I e a sua madre, la regina Ahmose Nefertari, considerati numi tutelari del villaggio, una stele dedicata ad una manifestazione della dea Hathor ed una realizzata in onore della dea serpente Meretseger, “colei che ama il silenzio”. Altri oggetti in mostra ci parlano poi di culti legati ad una sfera più domestica e familiare: piccole stele e busti che testimoniano, ad esempio, la devozione verso gli antenati, o figurine femminili in terracotta impiegate in rituali connessi con la fertilità, con la protezione della maternità e la cura di punture di scorpioni o morsi di serpenti.

Torino. Al museo Egizio la mostra “Figli di Horus proteggete questo ushabti! Il modellino di sarcofago di Kha”, a cura di Paolo Marini, terzo appuntamento del progetto espositivo “Nel laboratorio dello studioso”

Il modellino del sarcofago di Kha esposto nella mostra “Figli di Horus proteggete questo ushabti!” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Terzo appuntamento del progetto espositivo “Nel laboratorio dello studioso”, dedicato all’attività scientifica che quotidianamente si svolge sugli oggetti esposti nelle sale e custoditi nei magazzini del museo Egizio di Torino. Da venerdì 3 settembre 2021 è aperta al pubblico la mostra “Figli di Horus proteggete questo ushabti! Il modellino di sarcofago di Kha”. Il tema al centro di questa mostra, che resterà aperta al pubblico fino al 1° novembre 2021, è quello dei modellini di sarcofago, reperti rivenuti in luoghi dedicati al culto del defunto o nelle camere funerarie a partire dal periodo compreso tra la XI e la XII dinastia (1980-1759 a.C.) e, sporadicamente, fino al Terzo periodo Intermedio (1076-664 a.C.), che avevano l’obiettivo di enfatizzare l’identificazione dell’ushabti al loro interno con il defunto. L’esposizione dedicata al modellino di sarcofago di Kha è a cura di Paolo Marini, curatore e coordinatore delle mostre itineranti ideate dal museo Egizio.

Ushabti conservati all’interno del modellino del sarcofago di Kha esposti nella mostra del progetto “Nel laboratorio dello studioso” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

In particolare, a costituire il centro dell’esposizione è il modellino di sarcofago dell’architetto Kha, vissuto nella seconda metà della XVIII dinastia (ca. 1400-1292 a.C.), e il cui corredo funebre è interamente conservato ed esposto al Museo Egizio. Il reperto, in legno e ricoperto da vernice nera, costituisce un unicum per il perfetto stato di conservazione, la completezza del set – composto da modellino di sarcofago, ushabti e attrezzi da lavoro – e per la conoscenza del contesto di rinvenimento: una tomba intatta scoperta nel 1906 da Ernesto Schiaparelli a Deir el-Medina. Le tipologie e l’evoluzione dei modellini di sarcofago sono raccontate e approfondite nelle restanti quattro vetrine della mostra, che espongono alcuni degli esemplari più significativi presenti all’interno della collezione del Museo. Tra i temi approfonditi anche quello religioso dei figli di Horus, i quattro geni funerari chiamati, come avveniva per il defunto, a protezione dell’ushabti.  

L’allestimento della mostra “Figli di Horus proteggete questo ushabti! Il modellino di sarcofago di Kha” del progetto “Nel laboratorio dello studioso” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Nei mesi di apertura della mostra sono inoltre in programma alcune visite guidate con il curatore della mostra: le visite sono programmate per martedì 21 settembre e 19 ottobre dalle 16.10 alle 17.10.  La partecipazione è consentita a un massimo di 20 persone con prenotazione online; il costo è di 7 euro a persona (escluso il biglietto d’ingresso). “Nel laboratorio dello studioso” è un ciclo di mostre per mettere sotto la lente di ingrandimento una serie di reperti della collezione torinese e offrire ai visitatori un approfondimento inedito sulle storie che custodiscono e sulle ricerche realizzate dal museo Egizio di Torino. Ecco il calendario delle prossime mostre che saranno realizzate nello spazio della mostra: NOVEMBRE 2021 – GENNAIO 2022: Gatti, falchi e anguille. I bronzi votivi per mummie animali (a cura di Johannes Auenmüller); GENNAIO – MARZO 2022: Un santuario portatile per la dea Anuket (a cura di Paolo Del Vesco); MARZO – MAGGIO 2022: Il Libro dei Morti di Baki, Scriba del Signore delle Due Terre (a cura di Susanne Töpfer).

Egitto. Il 3 aprile sarà inaugurato il nuovo museo nazionale della Civiltà egizia a Fustat, proprio nel giorno della grande parata reale col trasferimento di 22 mummie reali dal museo Egizio di piazza Tahrir. La sala delle mummie sarà visitabile dal 18. Ecco alcuni dei re e regine protagonisti del corteo

Iniziative promozionali per l’inaugurazione del museo nazionale della Civiltà egizia a Fustat (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Il 3 aprile 2021 sarà un giorno importante per il Cairo e tutto l’Egitto. Ci sarà la parata reale dei faraoni: cioè il trasferimento di 22 mummie reali dal museo Egizio di piazza Tahrir al museo nazionale della Civiltà egizia a Fustat. Ma quello sarà il giorno proprio dell’inaugurazione del nuovo museo alla periferia del Cairo. Proprio nell’ambito del piano del ministero del Turismo e delle Antichità per promuovere il museo nazionale della Civiltà Egizia a Fustat dopo la sua apertura, il prossimo 3 aprile 2021, Khaled el-Anani, ministro del Turismo e delle Antichità, ha concesso un 50% riduzione sul prezzo del biglietto per egiziani e stranieri per un periodo di due settimane, dal 4 al 17 aprile 2021, per visitare l’esposizione. Sarà inoltre consentita la visita alla Royal Mummies Hall, a partire dal 18 aprile 2021, che coincide con la Giornata del Patrimonio Mondiale. Infatti proprio nelle due settimane successive all’apertura del museo, la sala sarà allestita e le mummie saranno collocate all’interno delle loro due visualizzare le volte.

La posizione e l’assonometria del deposito reale (TT320) a Deir el Bahari (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Intanto cresce l’attesa per la processione delle mummie reali del 3 aprile 2021. Intanto il ministero del Turismo e delle Antichità dà qualche informazione in più sulle mummie reali che andranno a stare nella nuova dimora a Fustat: 10 delle 22 mummie, che saranno trasferite dal museo Egizio al museo nazionale di Civiltà egizia sono state trovate nel 1881 nel nascondiglio di Deir al-Bahari, che è stato il primo a essere scoperto in Egitto. Si tratta della tomba TT320, nota anche come “deposito reale”, situato vicino a Deir al-Bahari nel cimitero di Taiba, a ovest di Luxor.

La tomba di Amenhotep II (KV35) nella valle dei Re dove fu trovato il secondo nascondiglio di mummie reali (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Nel 1898, l’egittologo francese Victor Loret trovò un altro deposito di mummie reali nella tomba del re Amenhotep II (KV35), nella Valle dei Re a Luxor. All’interno di questo nascondiglio sono state trovate altre 10 delle 22 mummie che saranno trasferite dal museo Egizio al museo nazionale della Civiltà egizia.

La mummia del re Seqenenre Taa II fu scoperta nel deposito di Deir el Bahari (TT320) (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia di Seqenenre Taa II, stata scoperta nel deposito di Deir El-Bahari (TT320), a ovest di Luxor nel 1881, è una delle 22 mummie reali che saranno trasferite nella parata reale dal museo Egizio di Tahrir al museo nazionale della Civiltà egizia. Il re Seqenenre Taa II era il sovrano di Tebe (l’odierna Luxor). La storia ricorda Seqenenre Taa come il re che iniziò la guerra di liberazione contro gli Hyksos, una guerra che continuò con i suoi figli Kamose e Ahmose I.

La mummia della regina Ahmose Nefertari fu scoperta nel nascondiglio di Deir el Bahari (TT320) (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia della regina Ahmose Nefertari, scoperta nel nascondiglio di Deir el-Bahari (TT 320) nel 1881, è una delle 22 mummie reali che saranno trasferite dal museo Egizio di Tahrir al museo nazionale della Civiltà egizia di Fustat. Potente e influente durante la sua vita, Ahmose Nefertari mantenne il suo potere durante il regno di suo figlio, Amenhotep I; madre e figlio furono venerati come coppia divinizzata dagli egiziani, specialmente nella necropoli di Deir el-Medina.

La mummia del re Amenhotep I fu scoperta nel nascondiglio di Deir el Bahari (TT320) (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia del re Amenhotep I, scoperta nel nascondiglio di Deir el-Bahari (TT 320), a ovest di Luxor nel 1881, sarà tra 22 mummie reali trasferite in una grande parata dal museo Egizio di Tahrir al museo nazionale Egizio civiltà. Il secondo faraone della XVIII dinastia, Amenhotep I, era un bambino quando divenne re e governò con l’assistenza di sua madre, la regina Ahmose Nefertari. Amenhotep I ha condotto diverse campagne militari. Ha anche iniziato o completato molti progetti di costruzione. Ricordato come un grande sovrano, fu divinizzato dopo la sua morte insieme a sua madre.

La mummia della regina Ahmose Merit Amon fu scoperta nella tomba TT358 a Deir el Bahari (foto ministry of Tourism and Antiquities)

La mummia della regina Ahmose Merit Amon, figlia del re Ahmose e della regina Ahmose-Nefertari, scoperta nel 1930 nella tomba numero (TT 358) a Deir el-Bahari, a ovest di Luxor, è una delle mummie che verrà trasportata nella parata delle mummie reali che il mondo sta aspettando.

Piemonte in zona arancione. Da oggi il museo Egizio è chiuso al pubblico, ma l’attività non si ferma. Disponibile un nuovo virtual tour (gratuito) al cuore della collezione: è possibile scoprire da remoto le sale di Deir el-Medina e della tomba di Kha, tra modelli 3D e approfondimenti video

Da lunedì 1° marzo 2021 la Regione Piemonte passa in zona arancione. Ciò significa che il museo Egizio di Torino, come le altre istituzioni culturali della regione, è costretto a chiudere di nuovo le porte al proprio pubblico. “Ma il museo non si ferma”, assicura il direttore Christian Greco. “La ricerca continua, anzi non si è mai fermata; come continua il dialogo con il nostro pubblico attraverso il sito web e i canali social”. È il museo digitale (rinnovato sito web, piattaforma dei papiri, le schede di 3500 reperti già disponibili, gli incontri on line) che si affianca al museo fisico: “E questo non lo dobbiamo vedere come una situazione contingente, ma rappresenta il futuro: il museo integrato, dove ricerca e comunicazione concorrono a rafforzare la conoscenza delle collezioni e l’approfondimento delle tematiche dell’antico, della conservazione, della promozione, della valorizzazione, del coinvolgimento del territorio”. In questa filosofia si inserisce la proposta del museo Egizio di Torino di implementazione degli strumenti digitali a disposizione del suo pubblico, che non significa solo appassionati ma anche studiosi e studenti: da oggi è infatti disponibile un nuovo virtual tour (all’indirizzo https://virtualtour.museoegizio.it/ ), assolutamente gratuito, che permette di visitare da remoto le sale che costituiscono il vero fiore all’occhiello della collezione torinese, quelle dedicate al villaggio di Deir el-Medina e alla tomba di Kha, che custodiscono reperti preziosissimi frutto degli scavi novecenteschi della Missione Archeologica Italiana. A partire da una serie di foto panoramiche a 360 gradi in alta definizione, il tour virtuale ricostruisce gli ambienti dedicati ai reperti provenienti dalla tomba intatta dell’architetto Kha e di sua moglie Merit, e dal villaggio degli artigiani e degli operai di Deir el-Medina.

La schermata della sala di Deir el Medina con, a sinistra, la planimetria e la posizione del visitatore, e a destra la vetrina con le opzioni di approfondimento (foto museo egizio)

Il virtual tour è il frutto di quasi un anno di lavoro curato da Federico Taverni e Nicola Dell’Aquila, responsabili del patrimonio fotografico dell’Egizio, che durante il lockdown hanno riflettuto su come comunicare al meglio le collezioni. Oltre a potersi muovere tra le vetrine, l’utente ha a disposizione molteplici strumenti che ampliano l’esperienza di visita: a partire da una serie di modelli 3D (circa dieci) degli oggetti esposti, realizzati attraverso la tecnica della fotogrammetria e che offrono la possibilità di osservare i reperti con una precisione e un dettaglio inediti. “Il famoso papiro di Kha, lungo 14 metri”, ricordano ad esempio i due curatori, “è stato scansionato con 45 fotografie, che permettono di ingrandire ogni particolare: uno strumento utile per rispondere a ogni curiosità, ma anche agli interessi degli esperti”.

Grazie al virtual tour si può eccezionalmente entrare nella cappella di Maia, diversamente da quanto possibile nella visita fisica (foto museo egizio)

Tra i reperti disponibili vale la pena di citare la cappella di Maia, nella quale è possibile “entrare” per la prima volta, per osservare da vicino le variopinte pitture. Posizionando il cursore lungo il percorso è inoltre possibile accedere a ben 18 video di approfondimento, per scoprire le sale e i reperti più importanti guidati dalle parole e dalla voce dei curatori del Dipartimento Collezione e Ricerca. Il virtual tour permette inoltre di visualizzare alcune fotografie storiche e di accedere ad ulteriori contenuti tramite i database del Museo. I contenuti video sono disponibili in italiano, inglese, francese e tedesco, così come la navigazione, disponibile anche in arabo.

La schermata della sala della Tomba di Kha nel museo Egizio di Torino con le opzioni per la navigazione del virtual tour (foto museo egizio)

“Questo nuovo strumento è un ulteriore passo nello sviluppo delle nostre attività online, ed è il primo a mettere in dialogo più piattaforme: navigando tra le vetrine è infatti possibile accedere a una molteplicità di risorse del museo, compresi il database della collezione quello della collezione papiri”, dichiara il direttore Greco. “Il virtual tour rappresenta inoltre un tassello di una strategia più ampia volta a sviluppare e accrescere i progetti di digitalizzazione delle collezioni del Museo, assicurando sempre l’accesso a un pubblico il più ampio possibile: perché il patrimonio che custodiamo sia davvero patrimonio della collettività”. E la presidente Evelina Christillin: “In questa fase lo sviluppo di contenuti fruibili online è fondamentale per continuare a raggiungere i nostri pubblici, da quello accademico, fortemente internazionale, a quello costituito dalle tante famiglie e dagli appassionati che ci seguono sui nostri canali digitali. Un obiettivo rientra a pieno nelle finalità di questo virtual tour, che ha inoltre il merito di essere stato sviluppato interamente dal nostro staff, con una qualità fotografica di altissimo livello”.

“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella quarta clip del museo Egizio protagonista a Biella ed Ernesto Schiaparelli direttore del museo Egizio. Sotto la sua direzione la collezione si arricchì di molti reperti, tra i quali il prezioso corredo della tomba di Kha e Merit, frutto di campagne di scavo durate circa 20 anni

Quarta tappa, Biella. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Asti con la terza delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La quarta puntata è dedicata a Biella ed Ernesto Schiaparelli, raccontata in piemontese da Albina Malerba, direttrice del Centro Studi Piemontesi. Ernesto Schiaparelli, il fondatore della Missione Archeologica Italiana in Egitto, nasce a Occhieppo Inferiore (Biella) il 12 luglio 1856 e muore a Torino il 17 febbraio 1928. Dal 1881 al 1894 fu direttore della sezione egizia del Museo Archeologico di Firenze, per poi essere nominato direttore del museo Egizio a Torino, carica che resse fino alla morte. Sotto la sua direzione la collezione si arricchì di molti reperti, tra i quali il prezioso corredo della tomba di Kha e Merit, frutto di campagne di scavo durate circa 20 anni.

Ernesto Schiaparelli da Biella, direttore del museo Egizio di Torino

Occhieppo Inferiore, provincia di Biella, primi di dicembre 1905. Ernesto Schiaparelli sta risalendo il viale acciottolato che va verso la chiesa. Quando riesce a passare qualche giorno nella casa dove è nato, ritrova la tranquillità che serve a chi progetta grandi imprese. Non sente l’aria gelida del tardo pomeriggio invernale perché la sua mente è in Egitto. Con quell’aspetto severo e con lo sguardo che scruta, da quando è direttore del museo Egizio si dedica anima e corpo ad arricchire la collezione torinese. Ma è convinto che la strada non sia più quella di acquistare le antichità bensì di trovarle con gli scavi archeologici. Per questa ragione e con il sostegno di Vittorio Emanuele III, da un paio di anni ha avviato la prima Missione Archeologica Italiana, che ha già portato grandi frutti. In Egitto è di casa, al Cairo ha maestri e amici importanti che gli danno consigli preziosi ma è molto preoccupato: l’ultima campagna di scavo finanziata dal re in persona è terminata nel 1905, or ai fondi scarseggiano, le spese crescono e l’unica speranza è che il ministero dell’Istruzione pubblica conceda una copertura finanziaria. Schiaparelli, che è un fervente cattolico, non sa più a che santo votarsi per raggiungere il suo scopo. E ha ragione da vendere perché una grande scoperta è vicina. Sono mesi che dall’arida e deserta terra egiziana non emerge più nulla, la fortuna pare essere contraria e gli operai continuano a imbattersi in tombe dove i saccheggiatori hanno già fatto man bassa di oggetti preziosi. Eppure a Deir el Medina, dove stanno scavando senza sosta, lo raggiunge una notizia che gli fa drizzare le orecchie. A metà dicembre 1905, l’egittologo biellese riparte per l’Egitto, intende spronare collaboratori e operai a non perdersi d’animo. Rievoca il racconto di Giacobbe che attese sette anni per trovare la sua Rachele: “E così sarà per noi” va ripetendo l’archeologo. “La nostra attenzione è stata attirata da una valletta che sbocca al centro della valle maggiore”, gli scrivono dallo scavo. “In alto si vede una struttura a piramide che racchiude una cappella dipinta di grande bellezza. Quale segreto si cela?”. Verso la metà di febbraio 1906, una porta in legno al fondo di un angusto corridoio sotterraneo svela una delle più grandi scoperte dell’egittologia mondiale: la tomba intatta di Kha e della sua sposa Merit, un magnifico corredo intatto di oltre 500 oggetti rimasti sepolti per oltre 3000 anni. Degli oltre 30mila reperti che dal 1903 al 1920 giungono a Torino grazie alla Missione Archeologica Italiana, questo tesoro rimane tra i capolavori più ammirati del museo Egizio, dove ancora oggi impera lo spirito di questo nostro scienziato che ha regalato lustro al Piemonte e all’Italia tutta.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 18.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, con la Galleria dei Sarcofagi ci porta nel Terzo Periodo Intermedio illustrando il magnifico sarcofago dello scriba Butehamon

La Galleria dei Sarcofagi al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il 18.mo appuntamento con le “Passeggiate con il direttore” è il primo dedicato al Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco illustra il magnifico sarcofago dello scriba Butehamon che si trova all’inizio della Galleria dei Sarcofagi, ma che forse – precisa Greco – “andrebbe meglio definita come Galleria del Terzo Periodo Intermedio che ci fa capire cosa avviene alla fine del Nuovo Regno, all’epoca di Ramses XI”. Butehamon. è lo scriba della necropoli e probabilmente è lui ad abbandonare il villaggio di Deir el Medina e andare a vivere a Medinet Habu.

“Osservando il sarcofago di Butehamon”, spiega Greco, “colpiscono subito degli elementi di differenza rispetto ai sarcofagi visti in precedenza. Qui c’è un esplodere di colori e di decorazioni. Sembra quasi che ci sia un horror vacui, che ogni centimetro quadrato del coperchio sia coperto dalla decorazione. Perché? In questo momento non si costruiscono più tombe con decorazioni parietali come avevamo conosciuto nel Nuovo Regno. La crisi economica e politica dell’Egitto spinge quindi a cambiare il culto. Però tutti quei testi che decoravano le pareti sono fondamentali perché permettono la trasfigurazione del defunto, permettono al defunto di accedere alla vita dell’aldilà e allora vengono trasferiti nel sarcofago. Così il sarcofago sopperisce alla mancanza di decorazione della tomba e ne acquisisce tutti gli elementi”.

La parte superiore del sarcofago di Butehamon (foto museo Egizio)

Questo sarcofago ci introduce in quella tipologia dei “sarcofagi gialli”. Il termine è evidente e si vedrà bene con i sarcofagi di Tabakenkhonsu e di Khonsumes: questo colore giallo predominante va a sostituire l’oro che non viene più utilizzato. Il colore è ottenuto grazie all’orpimento, un pigmento a base di arsenico che dà appunto questa colorazione molto forte. “Osserviamo alcuni elementi: si vede che il coperchio esterno del sarcofago di Butehamon presenta nella parte superiore un collare wsekh sui cui lati c’è la testa di falco e di Horus; ha le braccia incrociate sul petto, con le mani chiuse a pugno, elemento tipico per definire il fatto che questo è un sarcofago di un uomo e non di una donna. Vedremo poi che le donne presentavano i sarcofagi con due mani distese. E poi al centro vi è un elemento importantissimo: la solarizzazione, il culto del dio Sole. C’è il simbolo dell’orizzonte con il disco solare sopra, e sotto vediamo il dio nella sua forma mattutina, nella sua forma di scarabeo khepri che spinge il disco solare. E poi la dea del cielo Nut che divide quasi in due il sarcofago.

“La cassa presenta elementi importantissimi legati al culto, legati proprio al fatto che il sarcofago sia un cosmogramma, che raccolga in sé in nuce tutti gli elementi fondamentali per la resurrezione del defunto. Ad esempio, su un lato, c’è una divinità maschile verde stesa, che è il dio Geb, la terra. Al di sopra, a fare quasi una volta, è la divinità femminile Nut, che è il cielo, sostenuta da Shu, dio dell’aria e dell’atmosfera. Bene questo è anche l’inizio di quella che noi potremmo chiamare teo-genesi ma anche antropogenesi. Non è solo la creazione degli dei ma anche la creazione degli uomini. Dall’unione del cielo e della terra, di Nut e Geb, nasceranno quattro divinità Iside, Nefti, Osiride e Seth, che rappresentano anche la lotta manichea tra il bene e il male. Osiride che entra poi in contrasto con Seth. Osiride è il primo sovrano dell’Egitto che viene combattuto e ucciso da Seth. Il bene però sappiamo vincerà perché Osiride, nonostante venga ucciso dal fratello, potrà poi resuscitare grazie all’opera di Iside e Nefti e diventare il sovrano dell’oltretomba. Qui in nuce quindi è rappresentato l’inizio di tutto, l’inizio della creazione degli dei, l’inizio della creazione del mondo. Il sarcofago però ci fa vedere dall’altra parte anche un qualcosa di estremamente interessante. Ci fa entrare, per quando gli umani lo possano fare, nel mondo dell’oltretomba. La campitura bianca a un certo punto si squarcia e dove il bianco non fa più da sottofondo vi sono delle scale che scendono nell’oltretomba. Questa è la Duat, l’oltretomba. Quindi possiamo aver uno sguardo nella Duat, nell’oltretomba, in quello che avverrà nell’aldilà. Ovviamente Osiride è ben presente e lo vediamo sul fondo della cassa con la rappresentazione del cosiddetto pilastro djed, che qui è quasi personificato perché ai lati le braccia del dio tengono in mano lo scettro e il flagello. I due occhi udjat e la corona atef sono sopra il pilastro djed. Il pilastro djed è esso stesso una rappresentazione di Osiride, rappresenta la sua colonna vertebrale. Quindi ancora una volta il sarcofago è il segno dell’unità solare osiriaca, di quello che l’Amduat, ovvero testo cosmografico dell’oltretomba che ci racconta del periplo solare nell’aldilà”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 15.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere la tomba di Kha e Merit, il più famoso tesoro custodito nella collezione del museo Egizio di Torino

Il 15.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” ci porta a conoscere la tomba di Kha e Merit, il più famoso tesoro custodito nella collezione del museo Egizio di Torino, l’unico corredo intatto del Nuovo Regno che sia preservato fuori dall’Egitto. “Forse è un tesoro che non tutti conoscono”, esordisce il direttore Christian Greco, “ma non avrò pace – l’ho detto più volte – finché tutti gli italiani, e speriamo tutto il mondo, non sapranno che al museo Egizio c’è questo corredo unico, che io ritengo valga una visita a Torino e valga una visita al museo Egizio. Vale programmare forse anche una visita in Italia per venire a vedere questo corredo funerario unico e che vi aspetta presto a Torino, quando potrete tornare, quando saremo di nuovo pronti ad accogliervi all’interno di questo museo”. La scoperta della tomba di Kha è un classico dell’archeologia. Nel 1905 gli operai, sotto la direzione di Ernesto Schiaparelli, stanno lavorando in una zona a Nord-Ovest del villaggio di Deir el Medina dove trovano una cappella, la cappella di Maya. E trovano anche la cappella di Kha. I dipinti, le pitture, della cappella di Maya vengono staccati e portati al museo Egizio mentre le pitture della cappella di Kha rimangono lì. Un anno dopo, facendo dei lavori in un terrazzamento dove c’è stato un crollo, gli operai improvvisamente trovano un pertugio. Questo pertugio che si allarga si scopre essere un pozzo, un pozzo che porta a delle stanze ipogee. Trovano una prima sala bloccata da delle pietre, una seconda anch’essa bloccata. Una volta tolte le pietre si trovano di fronte a una porta che era ancora sigillata: è il 15 febbraio 1906. Arthur Weigall, l’ispettore dell’antichità che era con Schiaparelli, annota nel suo diario “il momento della resurrezione è arrivato”. E una volta aperta questa porta gli archeologi si trovano davanti a un corredo intatto di 467 oggetti che oggi è preservato al museo Egizio di Torino.

Il sarcofago intermedio di Kha conservato al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il titolo di Kha era “responsabile delle opere del faraone”. “Da alcuni viene definito architetto, anche se sulla terminologia potremmo soffermarci”, spiega Greco. “Cosa significa essere l’architetto? Forse la definizione più giusta potrebbe essere quella di capomastro”. Il primo reperto che si vede esposto a Torino è il sarcofago esterno di Kha. “È dotato di slitta che ne permetteva il trasporto alla necropoli. Probabilmente vi erano dei portatori d’acqua che buttavano dell’acqua sulla sabbia e la rendevano una specie di terra battuta in modo che poi il sarcofago potesse essere trasportato. Questo ovviamente era il contenitore esterno, all’interno vi era il sarcofago intermedio di Kha, che presenta una parte nera in bitume alternata a delle fasce d’oro. Se osserviamo il sarcofago interno della moglie Merit, che significa “l’amata”, e che ha come titolo “signora della casa”, vediamo che cassa, alveo e coperchio sembrano appartenere a due tipologie diverse. Infatti l’alveo ha questa alternanza tra campitura nera e parte dorata, come il sarcofago intermedio di Kha, mentre il coperchio è coperto da una foglia d’oro, come il sarcofago interno di Kha. Perché questo? È difficile rispondere. Forse Merit è deceduta improvvisamente, e per lei non c’è stato il tempo per fare un corredo intero: si è dovuto intervenire in velocità e quindi alveo e cassa sembrano non appartenere alla stessa tipologia”.

La maschera funeraria di Merit conservata al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Merit mummificata ebbe anche la possibilità di avere una maschera, coperta da foglia d’oro. “La maschera, che copriva la parte superiore della sua mummia, oggi la possiamo vedere in tutta la sua bellezza. Ma come mai questa foglia d’oro? Ricordiamoci che il Libro dei Morti ci dice che il defunto dopo la morte non è più di carne ed ossa, ma la sua carne è dorata e il suo sangue è di lapislazzuli. Il defunto adesso è trasfigurato e deve andare verso una vita diversa, una vita eterna in cui viene assimilato agli dei”. Quindi gli archeologi scoprirono sarcofago esterno per Kha, sarcofago esterno per Merit, sarcofago intermedio per Kha, sarcofago interno di Merit (nel suo corredo vi è un sarcofago in meno), e poi sarcofago interno di Kha. “E il sarcofago interno di Kha – conclude Greco – ha le stesse caratteristiche viste nel coperchio del sarcofago di Merit: legno coperto da questa foglia d’oro. Guardate ancora la bellezza del volto e della maschera. E poi incredibilmente si sono conservate le ghirlande di fiori, ne abbiamo due. Queste ghirlande di fiori erano poste sul petto del sarcofago e, al loro interno, piegato e non arrotolato, vi era il Libro dei Morti di Kha”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 14.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere i “Culti locali a Deir el-Medina”: dalla dea Meretseger al dio Sole, dalla statua di Pandua e Nefertari alla celebrazione del funerale

Le “Passeggiate del Direttore”, giunte al 14.mo appuntamento, ci fanno scoprire i “Culti locali a Deir el-Medina”. Dopo aver conosciuto il villaggio degli operai del faraone, la loro vita quotidiana, l’organizzazione del loro lavoro, oggi il direttore Christian Greco ci fa conoscere anche quali fossero le paure dei suoi abitanti, attraverso i molti oggetti conservati nel museo Egizio di Torino. A cominciare dalla dea serpente Meretseger, colei che ama il silenzio. La troviamo raffigurata in varie fogge: in forma tridimensionale, in una stele, e su un ostrakon. Talvolta con il suo nome scritto per esteso: colei che ama il silenzio. “È questo un fenomeno tipico del mondo antico”, spiega Greco. “Si teme un animale, in questo il cobra, lo si eleva perciò a forza di vita, e lo si adora di modo che possa essere benevolo nei confronti di coloro che le prestano rispetto, e possa allontanare il pericolo. E queste forme di devozione a Meretseger vengono trovate all’interno del villaggio, ma anche all’interno di un tempio che sorgeva a metà strada tra Deir el Medina e la Valle delle Regine: il santuario dedicato a Meretseger che veniva pregata perché venisse allontanato ogni forma di pericolo da parte sua”. Invece su una serie di stele e nel pyramidion troviamo il culto ufficiale, cioè il culto solare. Si vede più volte la barca solare, con il dio Sole adorato nella sua barca che viaggia di giorno e di notte e garantisce il mantenimento dell’ordine in Egitto. “L’immagine del dio Sole è accompagnato da un testo, in genere il capitolo 15 del Libro dei Morti, in cui si invita ad adorare il Sole quando lui appare nell’orizzonte orientale. Ecco quindi come religione ufficiale e religione locale, devozione locale e devozione degli antenati, devozione ai fondatori, devozione a divinità locali si fondano ovviamente in quella unità solare osiriaca che è così fondamentale nel Nuovo Regno”.

Pendua e Nefertari, calcare da Deir el Medina, oggi al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Molti degli oggetti esposti al museo Egizio provengono dalla necropoli e raccontano anche di come gli abitanti facessero di tutto per preservare la vita nell’aldilà. Come la meravigliosa statua di Pendua e Nefertari, in calcare, in cui i due sposi si abbracciano. “Questa statua – continua Greco – diviene poi anche oggetto delle offerte che i familiari devono portare di modo che il ka, la forza vitale dei defunti, possa sopravvivere nell’Aldilà. E questo lo vediamo scritto in maniera molto chiara anche nella parte posteriore della statua in cui in maniera assolutamente simmetrica il testo è diviso in due spazi, metà dedicato a Pendua, metà dedicato a Nefertari, e al centro c’è un testo che è una formula magica che il sovrano e varie divinità devono dare, in modo che i defunti possano poi vivere in eterno”.

Pyramidion in pietra proveniente da Deir el Medina, oggi conservato al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Cosa avveniva nel giorno del funerale? Cosa ci dicono i testi? Una scena comune sulle stele mostra dei sarcofagi (alcuni dicono delle mummie in verticale) davanti alla tomba, che si riconosce dalla facciata. Sopra la tomba vi è infatti una piramide fatta in mattoni crudi, con al centro il posto per la stele. Verso la parte apicale della piramide vi è una linea di divisione che indica l’inserimento del pyramidion; perché la piramide era in mattoni crudi e invece la cuspide era in pietra. “Siamo di fronte a un edificio che è l’edificio tombale”, riprende Greco. “Quindi è il giorno del funerale e il sarcofago viene portato nella tomba. Ebbene cosa avviene? Il corpo è stato mummificato, è stato messo all’interno del sarcofago, si sono preparate le offerte che devono essere portate all’interno della tomba, la processione verso la tomba va avanti, il sarcofago viene messo in verticale e lì il sacerdote “sem” procede con il cosiddetto rituale dell’apertura della bocca. Mentre la vedova in ginocchio si lamenta per la morte dei congiunti, il sacerdote “sem” deve fare in modo che il naso e la bocca siano ancora aperti, che il defunto una volta entrato all’interno della tomba possa proseguire la sua vita, che questa sia davvero una “nuova nascita” e che quindi lui all’interno della tomba possa tornare a respirare, possa tornare a fruire delle offerte che gli vengono date. È un elemento fondamentale: se questo non avesse luogo, la vita dopo la morte non sarebbe possibile. E tutto quello che si è fatto non porterebbe poi a buon fine”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col tredicesimo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere i papiri scoperti a Deir el Medina, da quello famosissimo dello sciopero ai frammenti del giornale della necropoli

Le “Passeggiate del Direttore”, giunte al tredicesimo appuntamento, ci fanno scoprire quello che probabilmente è stato il più antico sciopero della storia. Ce lo racconta il direttore Christian Greco nel presentarci non solo il famosissimo “papiro dello sciopero” ma anche i frammenti del cosiddetto “giornale della necropoli”, che fanno parte della ricca collezione di papiri provenienti da Deir el Medina, il villaggio degli operai del faraone, e conservati al museo Egizio di Torino.

Il famosissimo papiro dello sciopero proveniente da Deir el Medina e conservato al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Il “papiro dello sciopero”. Siamo nell’anno 29 del regno di Ramses III e i lavoratori si rifiutano di continuare le loro operazioni. Dicono di smettere di lavorare e di andarsi a sedere fuori dal “tempio di milioni di anni” di Tutmosi III. Cos’è il “tempio di milioni di anni”? “Nel Nuovo Regno – spiega Greco – le sepolture regali vengono a trasformarsi: i sovrani non sono più sepolti nelle piramidi, che non erano solo la sepoltura del sovrano ma un insieme di luoghi che permettevano il proseguimento del culto: dal tempio della valle alla via processionale al tempio mortuario. Quindi la piramide non conservava solo il corpo del defunto ma permetteva che il suo culto potesse proseguire. Col Nuovo Regno le tombe vengono costruite nella Valle dei Re: luoghi sotterranei che vengono raggiunti attraverso un dromos. Ci si incunea nella cavità della terra per raggiungere, attraverso corridoi decorati con testi importanti, la camera sepolcrale. Ma quello è il luogo della trasfigurazione del corpo del sovrano, che può raggiungere le divinità e continuare a compiere un periplo attorno alla Terra assieme al dio Sole. Nel Nuovo Regno il culto funerario quindi subisce delle modificazioni: le tombe sono ipogei con corridoi decorati con testi che servono alla preservazione, alla trasfigurazione del corpo del sovrano, così il culto deve essere portato avanti in un altro luogo. Ecco quindi che sorgono i cosiddetti templi funerari o templi di milioni di anni. Di “milioni di anni” perché devono garantire per l’eternità che il culto del sovrano possa andare avanti. E questi templi sono situati sempre a Tebe Ovest, però distanti rispetto alla Valle dei Re”. Torniamo al papiro dello sciopero: gli operai decidono nel 29mo anno di Ramses III di smettere di lavorare. Se ne vanno dalla Valle dei Re e, dice il testo, vanno a sedersi fuori del tempio funerario di Tutmosi III. Dicono che non torneranno al lavoro, dicono di mettersi in contatto con il loro signore perfetto, con il faraone, perché da due mesi non ricevono unguenti, non ricevono panni, non ricevono cibo e finché non verranno pagati non proseguiranno con le loro attività. “Sappiamo”, ci fa sapere Greco, “anche se il testo questo non ce lo dice, che torneranno poi a lavorare, che la situazione si risolverà, ma capiamo anche in quale crisi economica profonda l’Egitto stia entrando. Di lì a poco, nell’età di Ramses XI, sarebbe finito il Nuovo Regno, e il Paese sarebbe entrato nel Terzo Periodo Intermedio. Un momento in cui il centro di potere non sarà più unico: il potere politico sarà diviso all’interno dell’Egitto, e il Paese conoscerà anche un momento di compressione economica. Non saranno più in grado – ad esempio – di andare in Libano per reperire il legno di cui avevano bisogno per costruire sarcofagi. Ecco quindi che questo è un documento storico importantissimo perché ci fa capire anche le trasformazioni che l’Egitto sta subendo”.

L’importante papiro da Deir el Medina con il disegno architettonico della tomba di Ramses IV conservato al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Il Giornale della necropoli. Di grandissima importanza sono anche i frammenti del cosiddetto “giornale della necropoli”, giornale che ci racconta quello che avveniva, chi andava al lavoro, chi non andava al lavoro, le motivazioni per cui non andava, e avvenimenti storici. “Un papiro – racconta il direttore – annuncia la morte di Ramses III e la salita al trono di Ramses IV. È bellissimo vedere in che modo questo viene detto: “il falco è volato in cielo”, e il nuovo sovrano adesso “è seduto sul trono di Horus”. Non si dice “il sovrano è morto” ma “il falco è volato in cielo” dove il falco rappresenta Horus, che è il figlio di Osiride, il vendicatore del padre, e che è il dio della regalità, che si incarna di sovrano in sovrano, vola in cielo per poi incarnarsi di nuovo nel sovrano successivo il giorno dopo. La linea dinastica è garantita. La continuità di Maat in Egitto è garantita. E questo è simbolo di stabilità e di continuità all’interno dell’Egitto”. In un altro frammento molto importante che risale all’epoca di Ramses IV, il sovrano dice di aumentare a 120 il numero degli operai che devono lavorare alla sua tomba. “Tra i compiti che il nuovo sovrano aveva era quello di garantire che la costruzione della propria tomba potesse andare avanti. Questo non ci deve stupire. Quando si arrivava all’apice del cursus honorum era ovviamente importante dare un’accelerazione alla costruzione della propria tomba che era la casa per l’eternità, il luogo in cui il sovrano sarebbe vissuto per sempre”. E proprio dello stesso sovrano Ramses IV il museo Egizio conserva uno dei documenti più importanti che ci siano pervenuti dall’antico Egitto che è la pianta della tomba stessa di Ramses IV: vi è il corridoio, una porta, un secondo corridoio, un’altra porta, una stanza, e un’altra porta che dà accesso alla camera sepolcrale dove al centro si trova il sarcofago di Ramses IV, di cui si vede il coperchio. “È un documento importantissimo perché presenta un progetto architettonico in cui non solo c’è la pianta, ma in ieratico, la scrittura corsiva, vengono anche indicati che tipo di ambienti sono e le loro dimensioni. Questo ci attesta in che modo si potesse costruire. Il fatto di avere un disegno architettonico ci fa capire anche quale fosse la capacità di pensare in astratto e di progettare in astratto di modo che poi gli operai potessero lavorare all’interno della Valle dei Re”.